LA DONNA VESTITA DI SOLE sacra rappresentazione di Don Massimo Lapponi

(inedito)
alla memoria di mio padre

NOTA

Vi è un rapporto intimo e misterioso tra Maria, la madre di Gesù, e l’evangelista Giovanni. Infatti nei due libri principali che la tradizione fa risalire, direttamente o indirettamente, a quest’ultimo – il IV Vangelo e l’Apocalisse – vi sono alcune tra le pagine più significative sulla persona di Maria. Da queste pagine risulta, tra l’altro, che, dopo la morte di Gesù, Maria fu accolta da Giovanni nella sua casa (cf Gv 19, 25-27). Su questo dato si sono sviluppate diverse tradizioni, più o meno leggendarie, secondo le quali Maria sarebbe morta o a Gerusalemme, ovvero ad Efeso, ultima dimora dell’evangelista.
In un luogo molto importante dell’Apocalisse appare una misteriosa donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle (Ap 12, 1). Sebbene l’esegesi più recente tenda a vedere rappresentata in questa immagine la Chiesa piuttosto che la Madonna, bisogna tuttavia ammettere una doppia simbologia, secondo la quale la donna è nello stesso tempo la Chiesa e la madre di Gesù – come appare dal fatto che ella dà alla luce un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro (Ap 12, 5), cioè il Cristo. Secondo la fede cattolica Maria è stata assunta in cielo in anima e corpo, anticipando così la risurrezione della carne. Nella liturgia eucaristica della solennità dell’Assunzione – 15 agosto – si legge proprio il brano dell’Apocalisse ora ricordato, e da secoli l’iconografia sacra ha raffigurato Maria come la donna vestita di sole dell’Apocalisse.
Oltre a quanto ora riferito, vi sono altri dati del Nuovo Testamento che servono da sfondo a questa sacra rappresentazione. Sempre nell’Apocalisse si parla di una setta eretica e immorale – i Nicolaiti (cf Ap 2, 14-15) – diffusa presso le Chiese dell’Asia Minore. In particolare nella città di Tiatira si segnala la presenza di una certa Gezabele – naturalmente una nome simbolico, ricavato da quello della terribile moglie di Acab, re di Israele, di cui si parla nei libri dei Re – legata ai Nicolaiti, «che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione e a mangiare carni immolate agli idoli. Io le ho dato tempo per ravvedersi, ma essa non si vuol ravvedere dalla sua dissolutezza». I seguaci di Gezabele pretendevano di conoscere «le profondità di Satana» (cf Ap 2, 20-21. 24). [Il maestro concertatore e direttore d’orchestra, nel preparare la partitura della sacra rappresentazione, oltre ad altri piccoli errori di trascrizione testuale, ha letto “Nicolatei” invece di “Nicolaiti”].
Un altro dato è ricavato dagli Atti degli Apostoli, dove si parla di una certa Lidia, convertita da S. Paolo a Filippi in Macedonia, commerciante di porpora, della città di Tiatira, la quale dopo la sua conversione ospitò gli apostoli in casa sua (cf At 16, 14-15).
La storia di Artemisia, liberamente immaginata, si staglia sulla sfondo di questi dati storico-leggendari.
Non riteniamo anacronistica una devozione mariana sviluppata già nel I secolo, anche se le espressioni melodiche e testuali usate nella presente composizione risentono naturalmente di due millenni di tradizione liturgica e popolare, alla quale con questo lavoro si è voluto aggiungere un modesto ma sentito omaggio filiale alla Madre di Dio.

PERSONAGGI

ARTEMISIA (LIDIA IUNIORE) soprano
ORESTE, suo sposo baritono
S. GIOVANNI EVANGELISTA tenore
UN DIACONO baritono
CORO DEI CRISTIANI DI EFESO

L’azione si svolge ad Efeso poco dopo la metà del primo secolo dell’era cristiana. La scena rappresenta uno spazio aperto di fronte alla casa di S. Giovanni evangelista. E’ sera.

SCENA UNICA

Oreste e Artemisia seduti su un muretto a lato della scena.

ARTEMISIA: Voi che per via passate,
pietà, deh, pietà di me!
Di questa sventurata
oppressa dal suo dolore!
Mai più vedran del giorno
le mie pupille la chiara luce;
mai più dolci speranze
conforteranno il mio cuore infranto.

Pietà di me, o mio Signore!
O mio Signor, di me pietà!
O…

S’è spenta ai miei occhi
la luce del sole,
la luce di Dio
s’è spenta nel cuore.

Un dì radioso
splendeva il mio sole,
la luce di Dio
splendeva nel cuore.

Pietà di me, o mio Signore!
O mio Signor, di me pietà!
O…

Voi che per via passate
pietà, deh, pietà di me!
Di questa sventurata
oppressa dal suo dolore!
Mai più vedran del giorno
le mie pupille la chiara luce;
mai più dolci speranze
conforteranno il mio cuore infranto.
Pietà di me, o mio Signore!
O mio Signor, di me pietà!

Entra il coro dei cristiani.

CORO: Al tramonto del sol ci ritroviamo
tutti insieme riuniti in un sol cuor
e ricolmi di gioia ad incontrare
della Chiesa veniamo il più bel fior.

Il beato sorriso di Maria
oggi ancora per noi risplenderà
e la grazia soave del Signore
dolcemente su di noi discenderà.

Come figli devoti t’invochiam,
dolce madre del Signor:
presso te qui riunito a benedir
questo gregge vieni ancor.

Sotto il manto soave del tuo amor,
santa madre di Gesù,
con fiducia e pietà ci rifugiam.
Deh, Maria, non disdegnar l’invocazion che ti porgiam nell’ansietà del cuor,
ma sempre tienici lontan d’ogni pericolo, madre d’amor!

Al tramonto del sol ci ritroviamo
tutti insieme riuniti in un sol cuor
e ricolmi di gioia ad incontrare
della Chiesa veniamo il più bel fior.

Il beato sorriso di Maria
oggi ancora per noi risplenderà
e la grazia soave del Signore
dolcemente su di noi discenderà.

ORESTE: O buoni fratelli, è questa dunque la casa di Maria di Nazareth?

CORO. Sì, forestiero. Ma chi è la mendicante cieca che tu conduci?

ORESTE: Lei stessa ve lo dirà.

ARTEMISIA: E’ Tiatira la mia patria
ov’io nacqui or son vent’anni.
Il mio nome era Artemisia,
la mia stirpe ancor pagana.
Alla nostra santa fede
convertita la mia casa,
mi donò il suo nome Lidia
una saggia e pia congiunta,
e il suo figlio divenne mio sposo… Aimé!
Avessi ognor serbata la giurata fedeltà alle promesse della fede!
Avessi conservato senza macchia il dolce, casto giogo del mio primo imene!
Ma per la mia disgrazia un dì arrivò in Tiatira
l’empia maliarda Gezabel coi tristi Nicolaiti.
Me sciagurata e misera!
Lasciai la casa e lo sposo:
caddi nel fango ignobile dei turpi Nicolaiti:
meretrice di strada divenni, senza pudore,
e, fervente seguace di Gezabel,
fanciulle e spose persuadevo a scioglier voti e ad abbracciar la nostra trista vita.
Un dì facea così presso una fonte
ed un’anziana allor mi maledisse
nel nome di Gesù e di sua madre.
Allor a terra crollai senza più vita.
Tre giorni lì restai senza coscienza,
e quando alfin riaprii gli occhi tremanti,
qual notte oscura, aimé! Cieca io ero!
Ma cosa avvien?! Qual man pietosa
posa su me la sua carezza?
Il mio sposo m’avea cercata ed or fremente mi riabbracciava.
Obliando l’infamia e l’onta, volea salvarmi dalla mia miseria.
Ma io gli dissi: no! Di te non sono degna!
Qual vita mai la mia: cieca, errabonda,
tremante al sovvenir del mio passato!
Non dir così, egli mi disse, il tuo destin io spartirò con te!
Nel mio cuor risuonava allora il dolce canto di Osea profeta:
tornerò al mio primo sposo: con lui la vita era più felice.
O vita di stenti! Vaganti senza asil, di luogo in luogo
bussando all’umana pietà!
Ma una notte in sogno vidi
una donna misteriosa.
Deh, ricerca, disse, in Efeso
la pia madre del Signore.
Una pallida speranza
sorge allora nel mio cuore:
se qui vive la pia Vergine
forse avrà di me pietà.

CORO: Non disperare, o misera,
della pietà del cielo,
ma del tuo fallo pentiti
con amoroso zelo.

E dalla santa Vergine
potrai sperar soccorso,
ch’ella darà sollievo
al tuo crudel rimorso.

ARTEMISIA: L’onta che opprime il misero cuor
getta l’alma in un crudo affanno:
ciò ch’è compiuto incombe
come un crudel destino.

Aspro rimorso penetra il cuor
e lo colma d’oscura angoscia;
chi mai potrà salvarlo
dal suo crudele spasimo?!

CORO: Ma su nel ciel v’è giubilo
per ogni agnello errante
che al buon pastor s’approssima
ed al suo cuore amante.

L’ansia crudel dell’anima
apri alla pia regina:
ella è vivente icona
della pietà divina.

Tutte le sere la santa vergine viene tra noi a donarci la sua benedizione. Attendila con noi. Anche stasera ella verrà.

Dalla casa esce un diacono.

DIACONO: O devoti a Cristo e a Maria,
qual lamento risuona in questo giorno!
Un oscuro duol fa provare il ciel
alla santa Chiesa di Efeso.
Nel suo letto la Vergine
giace col volto esanime.
Sui suoi occhi dolcissimi
cadde l’eterna tenebra.
Mi trovavo accanto al suo corpo,
quando vidi mancare il suo respiro.
Io gridai: Non ci lasciar!
I figli tuoi non potran più vivere!
Ma, aimé, dopo un sospir
pieno d’amor, ella giacque immobile.

CORO: O Signor! Quale dolor
squarcia il mio petto attonito!
O Maria! Tu non sei più!
Mesta e sgomenta è l’anima.
Su dal ciel, madre d’amor,
guarda i tuoi figli or esuli.
O Signor! Quale dolor
squarcia il mio petto attonito!

Un dì soave e amabile
la vaga e pura immagine
del viso suo dolcissimo
dava a noi la vita.
O madre santa e tenera
data a noi dal cielo,
dove sei tu?

Al tuo fedele popolo,
o stella chiara e fulgida,
rivolgi il tuo amorevole
e pietoso sguardo.
O santa e pura Vergine,
sempre t’invochiamo.

Dio del ciel, trema il mio cuor!
Di noi meschini cosa sarà?!
Qual mortal calamità
su noi piombò!
Già vediam nella città
gli empi la nostra fine tramar,
e su noi
della sventura le reti gettar,
mentre noi siam orbati ognor
del suo sorriso d’amor.

O Signor! Sul popol tuo
volgi il tuo sguardo d’alma pietà!
Ci sovvien nel tristo duol
che noi soffriam!
Cosa ancor può consolar
il nostro cuore del suo dolor?!
Su nel ciel
la nostra amabile madre volò
mentre noi siam orbati ognor
del suo sorriso d’amor.

Un dì soave e amabile
la vaga e pura immagine
del viso suo dolcissimo
dava a noi la vita.
O madre santa e tenera
data a noi dal cielo,
dove sei tu?

Al tuo fedele popolo,
o stella chiara e fulgida,
rivolgi il tuo amorevole
e pietoso sguardo.
O santa e pura Vergine,
sempre t’invochiamo.

O Signor! Quale dolor
squarcia il mio petto attonito!
O Maria! Tu non sei più!
Mesta e sgomenta è l’anima.
Su dal ciel, madre d’amor,
guarda i tuoi figli or esuli.
O Signor! Quale dolor
squarcia il mio petto attonito!

ARTEMISIA: Bussa ancor al cuor la sventura
e la speme sen fugge dal mio petto.
Nella gran città giunta tardi, invan
il mio pie’ calcò la sua polvere.
Su di me colpevole
si addensano
strali di vendetta.
Chi potrà difendermi
dall’orrida
infernal caligine?!
O soave, dolce regina,
o sovrana d’amore e di perdono,
volgi a me, madre del ciel,
stella del mar, il tuo sguardo amabile.
O Maria, di me pietà:
deh, non lasciar questa miserabile!

Potessi almeno toccare il suo corpo!

DIACONO: Ora Giovanni vuol vegliare solo la salma di Maria. Domani all’alba potrete vederla.
Ma vogliate passar con me la notte in orazione.

Tutti i presenti si dispongono alla preghiera .

Scende la notte oscura.
Insiem leviamo il canto:
oda il Signor dal ciel.

CORO: Nel ciel risplende Vespero,
l’oscurità s’approssima:
cantiamo insieme unanimi
la lode dell’Altissimo.

Ascolta, Padre provvido,
la nostra prece supplice:
discenda su noi miseri
la pace tua ineffabile.

In questa notte di cordoglio e di dolor
deh, ci conforta, Padre, col tuo santo amore!

Il nostro cuore sanguina
con dolorosi gemiti:
lenisci tu lo spasimo
che l’alma afflitta penetra.

Scenda su noi lo Spirito
perché del cuor dall’intimo
risuoni la sua mistica
inenarrata supplica.

Da questa terra, o madre, tu volasti al ciel:
or dei tuoi figli parla al cuor del Redentore!

ARTEMISIA: Dalla mia notte oscura,
o madre d’ogni grazia,
a te rivolgo il cuor.

CORO: Come appar più triste, o madre, il mondo senza te:
il mio cuore afflitto trema di crudele angoscia.
Chi ci guiderà qual chiara stella verso il ciel?!
Chi rischiarerà col suo sorriso il nostro cuore?!
Come è grande il ben che abbiam perduto in questo dì!
Giorno di dolore!

Ma tu dal cielo, o madre, pregherai per noi,
il nostro cuore sempre t’accompagnerà
e la tua sacra spoglia ci benedirà,
ricordo sempre amato della tua bontà.

ORESTE: Della sua santa spoglia
l’alma presenza invita
alla speranza il cuor.

CORO: Come densa nebbia l’afflizione opprime il cuor
e l’intimo sguardo cerca ancor la dolce luce,
scruta senza posa nella nebbia, sempre invan:
l’anima smarrita più non trova il santo volto.
Chi la guiderà per questa valle di dolor
lungi da ogni male?!

Ma tu dal cielo, o madre, pregherai per noi,
il nostro cuore sempre t’accompagnerà
e la tua sacra spoglia ci benedirà,
ricordo sempre amato della tua bontà.

ARTEMISIA, ORESTE, DIACONO:
Scesa è la notte fonda.
Chi darà a noi conforto?
Soltanto tu, o Signor.

ARTEMISIA: Un dì fulgea d’un candido
fervor d’amore il cuor
ed una fede vivida
avea nel mio Signor.

Perché, mio cuor, fuggì da me
sì gran letizia, dimmi perché?!

ORESTE: Un dì sul santo talamo
che m’accogliea con te
splendea del ciel la grazia,
nei cuor ardea la fe’.

ARTEMISIA: Perché, mio cuor, fuggì da me
sì gran letizia, dimmi perché?!

CORO: Ma chi potrà dal turbine del mal salvare il cuor?
Gesù Signor, per tanto duol
ognor avrai di noi pietà.
Riguarda a questi figli tuoi
con l’amorosa tua bontà!
Iddio dal ciel dal turbine del mal ti salverà
e tu potrai un cantico d’amor al ciel levar.

DIACONO: Se pure sei colpevole
non dei tu disperar
ché suole Iddio sui miseri
la sua pietà mostrar.

ARTEMISIA: Di me, o Signor, che mai sarà?!
O santa Vergine, di me pietà!

ARTEMISIA, ORESTE, DIACONO:
Nel luogo venerabile
del tuo terrestre asil
ci benedica, o Vergine,
la spoglia tua gentil.

ARTEMISIA: Di me, o Signor, che mai sarà?!
O santa Vergine, di me pietà!

CORO: Oltre l’ombroso tramite
d’ogni terrestre velo
Iddio tu godi o Vergine,
nello splendor del cielo.

Ma noi tuoi figli miseri
col cuor giacciamo affranto
in questa valle oscura
d’inconsolabil pianto.

ARTEMISIA: Se la beata Vergine
volesse a me colpevole
volgere ancor lo sguardo d’amor
come a una figlia amata!

Ma con crudele spasimo
l’aspro rimorso l’animo
senza cessar perseguita
di questa miserabile!

CORO: Dal ciel lo sguardo amabile
volgi a chi in terra giace
e a questa afflitta misera
dona salvezza e pace.

E tu solleva l’animo
alla gentil regina:
ella è splendente icona
della pietà divina.

DIACONO: Nella tua fosca tenebra
non dei tu disperare
che, s’egli vuol, d’un subito
Iddio ti può salvare.

ARTEMISIA: Ma nel suo duol il cuor non sa
se la sua grazia mi salverà.

Dalla mia fosca tenebra
elevo un grido al ciel:
questa infelice libera
dal suo notturno vel!

Ma nel suo duol il cuor non sa
se la sua grazia mi salverà.

CORO: Ma chi potrà dal turbine del mal salvare il cuor?
Gesù Signor, per tanto duol
ognor avrai di noi pietà.
Riguarda a questi figli tuoi
con l’amorosa tua bontà!
Iddio dal ciel dal turbine del mal ti salverà
e tu potrai un cantico d’amor al ciel levar.

ORESTE: Or tu fuggisti il baratro
crudel dell’empietà
e il ben che tu desideri
Iddio t’accorderà.

ARTEMISIA: Ma, o Dio del ciel! questa mia fe’
è tanto fragile! Pietà di me!

CORO: Grande e sublime è il fulgido
mister della pietà:
giammai il pensier degli uomini
Iddio comprenderà,

ed egli avrà pietà di te
per quanto fragile sia la tua fe’.

DIACONO: Già si rischiara il cielo:
presto sull’orizzonte
il sole apparirà.

CORO: Nel ciel turchino Venere
risplende vaga e fulgida
e cede ormai la tenebra
al giorno che si approssima.

Disperdi, o Dio santissimo,
le angosce che ci opprimono
e d’ogni affanno torbido
i nostri cuori libera.

La chiara luce dolcemente invade il ciel
e la speranza già rinfranca il nostro cuore.

Dell’alba il velo candido
ammanta il cielo limpido:
s’appresta il sole a sorgere
con la sua luce splendida.

Il vero sol degli uomini,
raggiante a noi nell’intimo,
conforti col suo Spirito
dei nostri cuor lo spasimo.

Deh, sorgi ancor nel nostro cuor, dolce Signor,
e nei tuoi figli rifiorisca la speranza.

ARTEMISIA: Possa la santa salma
in questo dì fatale
la pace a noi portar.

CORO: Padre santo nel tuo amore veglia su di noi
e con te vivremo nella carità perfetta.
Questo nuovo giorno è dono della tua bontà
e la dolce speme già risveglia in tutti i cuori,
pur se un sì crudele duol l’ha reso un triste dì
pieno di sgomento.

Ma tu dal cielo, o madre, pregherai per noi,
il nostro cuore sempre t’accompagnerà
e la tua sacra spoglia ci benedirà,
ricordo sempre amato della tua bontà.

ORESTE: Già l’orizzonte avvampa
della fulgente luce
di questo nuovo dì.

CORO: Sorge l’almo sole, augurio di serenità:
porti a tutti nuova vita questo santo giorno.
Sbocci in tutti i cuori un raggio di felicità,
ed ognuno esulti nella gioia del Signore
quando la beata spoglia porteremo insiem
alla sua dimora.

Ma tu dal cielo, o madre, pregherai per noi,
il nostro cuore sempre t’accompagnerà
e la tua sacra spoglia ci benedirà,
ricordo sempre amato della tua bontà.

Dalla casa esce Giovanni e guarda intorno a sé come trasognato.

GIOVANNI: Come a voi rivolgermi,
o figli miei carissimi,
quando ancor sconvolta ed estasiata è la mia mente?!
Grandi ed ammirabili
son tutte le sue opere
né il pensier dell’uomo mai potrà comprenderle.

In preghiera vigile
passai l’oscura tenebra
presso l’adorata spoglia della santa madre.
Della notte al termine
rapito fui nell’estasi
d’una misteriosa e soave quiete.

Non più scorgea l’immagine
del mondo a noi visibile.
Apparve in ciel di sol vestita una regina fulgida,
splendida…
Ma quando uscii dall’estasi
invan cercai la Vergine:
il corpo suo adorabile
non è più tra noi!

CORO: O virtù mirabile
del corpo tuo santissimo
che non può serrar la dura legge della morte!
Dal terrestre esilio
volò su nell’empireo:
or nella sua gloria già riposa in Dio.

ARTEMISIA: O crudele annunzio
che vien la speme a uccidere!
Più nessuna forza può sottrarmi al mio destino!
La celeste Vergine
mi nega la sua grazia
e prostrata in terra giaccio disperata!

Così dicendo si inginocchia.

Misera! Dannata!
Non v’è più salvezza per me!

Dopo qualche attimo Artemisia si leva da terra e congiunge le mani guardando il cielo.

Oh! Che avviene in me!
O mio Signor!
O madre santissima,
dolce regina,
tu hai compassione
di questa meschina!

Risplende ai miei occhi
la luce del sole,
la luce di Dio
risplende nel cuor!

F I N E

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