La gemma splendidissima. Scena drammatica

D. Massimo Lapponi

PERSONAGGI

Il nonno = N
La nipotina = B
S. Lorenzo Siro = SL
S. Tommaso da Moriana = ST
Carlo Magno = CM
Un saraceno = S
L’Abate Ugo = U
Un angelo = A

La scena si svolge presso l’Abbazia di Farfa

La gemma splendidissima

La scena rappresenta una stanza con il caminetto acceso. È sera. La bambina siede accanto al nonno.

N:
Molti fatti si narrano dei bei tempi remoti
che a voi inesperti giovani sono del tutto ignoti.
Imprese memorabili di cavalieri erranti,
di avventurosi principi, di fate e di giganti.

B:
Caro nonno, raccontami, tra le antiche vicende,
la più bella e fantastica di tutte le leggende.

N:
Molti sono gli aneddoti affascinanti e belli
di dame elegantissime, di paggi e di castelli.
Ma è vaga ed ammirabile tra tutti certamente
LA GEMMA SPLENDIDISSIMA CHE VENNE DALL’ORIENTE.

Quando in croce sul Golgota il nostro Salvatore
rendeva al Padre l’anima trafitta per amore,
la Madre Sua Santissima, ai Suoi piedi prostrata,
con sospiri e con gemiti piangeva addolorata.
Dagli occhi suoi una lacrima discese rugiadosa,
ma la raccolse un angelo con la mano pietosa,
e, con gesto invisibile ad ogni occhio mortale,
la collocò in un calice di zaffiro e di opale.
Qual strana metamorfosi! La stilla del dolore
di gemma splendidissima prese forma e colore!
Ogni baglior dell’iride in essa risplendeva
ed ivi dell’Empireo l’arcana luce ardeva.
Col suo tesoro l’angelo, distese l’ali al vento,
di bianche nubi il culmine raggiunse in un momento.
I cuori poi degli uomini di questo basso mondo
col suo sguardo purissimo scrutò fin nel profondo,
ed alle cure vigili d’un uomo generoso
commise la custodia del calice prezioso.
Ovunque predicarono la luce del Vangelo
di Cristo i pii discepoli mossi da santo zelo,
e quando infine giunsero in queste terre opime
anche tra noi diffusero il messaggio sublime.
Era con loro un umile vegliardo silenzioso,
coi miseri sollecito, coi peccator pietoso.
Dei giorni suoi santissimi giunto agli estremi istanti,
le sue parole affabili consolavan gli astanti.
“Fedeli miei carissimi” diceva con letizia
“sgombrate via dagli animi ogni crudel mestizia.
Vi lascio in questo calice dell’affezione mia
il segno preziosissimo: il pianto di Maria.
Raccolto in questa pisside da un angelo beato,
in gemma splendidissima da lui fu trasformato.
Con cura custoditelo e tenete lontano
dei vostri cuor dall’intimo ogni pensier profano.
Ma se darete l’adito a ciò che Dio ha proibito,
il prodigioso calice a voi sarà rapito.”
Disse, e serrò le palpebre con il volto radioso
di una morte santissima nel sonno misterioso.
Or son passati i secoli, né alcun sa dove sia
la rilucente lacrima del pianto di Maria.
Si racconta che i monaci, nascosta e sotterrata
all’arrivo dei barbari, non l’abbian più trovata;
che lì dove s’incontrano gli sguardi dei leoni
dei tesori antichissimi vi sian gli oscuri androni.
Ma adesso ritiriamoci, ché l’ora è già avanzata
e con queste mie chiacchiere certo ti avrò annoiata.

La bacia e sui ritira.

B:
Accendo la mia lampada e, senza trepidare,
la gemma splendidissima io vado a ritrovare.
Ascenderò la ripida costa dell’Acuziano;
brillan le stelle limpide: non devo andar lontano.
Sotto lo sguardo vigile dei crudeli leoni
penetrerò le viscere dei misteriosi androni…

Cambio di scena: la bambina prende la lampada e si avvia lungo le pendici del Monte S. Martino, fino a raggiungere l’imboccatura dell’antica cripta.

SL:

Chi, dopo tanti secoli, varcar osa il sacello
oscuro ed inviolabile del sacrosanto avello?

B (tremando):

O anima santissima, io cerco, in fede mia,
la prodigiosa lacrima smarrita di Maria.

SL:

Io son Lorenzo vescovo: di Siria passai il mare
e nella terra esperide venni pace a cercare.
Quivi gli antichi monaci, per i loro peccati,
del celestiale calice erano stati orbati.
Un drago funestissimo col suo fiato infernale
lo custodiva assiduo in un antro ferale.
Uscia la notte intrepido per boschi e per montagne
e di terrore panico empiva le campagne.
Recando in mano il simbolo invitto della croce,
incontro mossi impavido alla belva feroce.
La Dio mercè cacciatola dall’antro suo infernale,
alfin potei riprendere la gemma celestiale.
E con cura instancabile la pietra misteriosa
tra le mura monastiche potei serbare ascosa.
Ma l’empito dei barbari violò le sacre mura
e ancor si smarrì il calice, improvvida sciagura!

ST:

O tu che dall’Empireo discendi in questa pace,
odi benigno l’umile indegno tuo seguace.
Io son Tommaso monaco, dei monti di Moriana.
Era soltanto un rudere la chiesa laurenziana
ed io ramingo ed esule, presso il sepolcro santo
di Cristo, affranto l’animo, triste giacevo in pianto,
quando m’apparve in estasi il volto di Maria:
dal ciglio suo mirabile una lacrima uscia.
“Un dì una stilla simile, di luce circonfusa,
dalla bontà d’un angelo” mi disse “fu racchiusa
in un prezioso calice che, da tutti obliato,
giace tra spini e cespiti deserto e abbandonato.
Deh, ritorna sui fulgidi lidi d’Italia bella
e della gemma il memore pensiero rinnovella.”
Lasciai le sponde inospiti e mi rimisi in mare
nelle contrade italiche la gemma a ricercare.
Qui la trovai, e ad erigere mi accinsi l’abbazia
per custodir la lacrima preziosa di Maria.

CM:

L’ombra son io di Carolo, imperator romano,
che sottomisi i barbari all’imperio cristiano.
Al tempo mio la fulgida gemma splendeva ancora
qual raggio lucentissimo di sfolgorante aurora.

S:

Ma non sì tosto spentosi dei Franchi il gran rumore,
venimmo del Nord-Africa a vendicar l’onore.
Splendevan l’armi fulgide del saracen furore
e andar fuggiaschi i monaci con infinito orrore.
Dopo aver corso impavidi la solatia campagna,
frugammo in tutti gli angoli di Farfa la montagna,
ma senza nessun esito: il calice pregiato
sembrava che nell’etere si fosse dileguato.

U:

Pria di partire i monaci in un’oscura fratta
la gemma preziosissima da tutti avean sottratta.
Quando poi ritornarono, per quanto ricercare,
traccia del santo calice non si poté trovare.

TUTTI:

Non si poté trovare, non si poté trovare, non si poté trovare…

Svaniscono.

B:

Dunque per tanti secoli da tutti ricercata,
la gemma splendidissima non fu più ritrovata!

A.

Fanciulla direttissima, del cielo la Regina
nelle pietose viscere della Terra Sabina
volle che sempre agli uomini restasse alfine ascosa
la gemma splendidissima, la lacrima preziosa.
Ma con silente palpito la gemma impreziosisce
e d’un incanto mistico la campagna arricchisce.
Se gli uomini obbediscono alle leggi del cielo,
Iddio distende un candido ed armonioso velo,
e le colline floride al lume delle stelle
come la gemma splendono soavemente belle.

B:

Dunque la gemma è simile a un vagheggiato amore:
dagli occhi lontanissimo, ma assai vicino al cuore…
Dopo la notte trepida rimango senza niente,
se il mio cesto di vimini non riempirà la gente.
Se dunque questa recita commosso ha i vostri cuori,
un omaggio tangibile accordate agli attori.

F I N E