La memoria di Guido Conti non sia calpestata

“Sig. Presidente del Consiglio,
NOI siamo il CORPO FORESTALE DELLO STATO,
Mio Padre era un Ispettore Generale del Corpo
Forestale dello Stato. Ed ha dedicato 40
anni della propria vita al CFS. Trasmettendo
a me nessuna ricchezza. Ma un testimone
morale. Fatto di passione, rettitudine, amore
per la natura e il Corpo che la difende. All’epoca
ha rimboschito, piantato e fatto piantare
milioni di alberi. Srotolava tutto contento
progetti su progetti di rimboschimenti
di montagne brulle e arse in ufficio e a casa
sul tavolo in tinello. Resuscitandole a nuova
vita. Ricordo l’energia e l’attenzione che poneva
nel percorrere, ispezionare, consigliare,
dettare, manco fosse roba Sua. Ma poi capii
che lo era. Anche Sua. Nostra. Compresi
li osservando, il concetto di Bene Comune. E
di sacralità del lavoro. Migliaia gli operai impiegati
nei cantieri a far buche in montagna.
A rinverdire sistemare proteggere. Ero ragazzino,
e un giorno mentre eravamo nella faggeta
di Val Fondillo in Abruzzo mi permisi di
chiedergli come mai andava poco… a messa.
Avevo 10 anni. Stette un istante, mi guardò
sorridendo che ancor mi pare di vederlo, poi
serio aggiunse: “Io Nostro Signore lo incontro
qui. Queste sono colonne, e guardò gli alberi,
di una cattedrale talmente potente che mai
nessun essere umano potrà edificare.” Si girò,
e proseguì il collaudo di quel bosco. Come se
niente fosse, come se fosse normale, parlare
così, ad un ragazzino di dieci anni. Io ho continuato,
umilmente, a percorrere le Sue orme.
In quello stesso bosco ideale. Districandomi
però non tra selve, ma tra leggi, indagini, intercettazioni,
fascicoli, che parlano di traffici
di rifiuti pericolosissimi, di acque avvelenate,
di corruzioni e tanta tanta fatica, per il bene
di tutti quei bimbi, di quegli uomini e donne,
che lottano ogni giorno contro malattie nuove,
Oncologiche le chiamano, senza sapere
come l’abbian contratte. Noi, Sig, Presidente,
io e i miei soliti quattro gatti, crediamo di saperlo,
come. Al sentire Ella, giorni fa decretare
con animo lieto e, mi consenta, assoluta
misconoscenza, lo scioglimento di una istituzione
benemerita bisecolare e carica solo
di DIGNITÁ, abnegazione ed efficienza, mio
Padre è morto due volte. Ed insieme a lui
decine di migliaia di uomini che nella nostra
Missione, perché tale è lo spirito che ci anima,
hanno creduto e credono. E questo non posso
permetterlo. Senza battermi fino in fondo.
Perché trionfino equilibrio e buon senso. Me
lo chiedono la Sua memoria e la dignità di
uomini e donne che hanno creduto e credono
in quello che fanno. A volte fino al sacrificio
della propria vita. Che fosse tra le fiamme o
in conflitto a fuoco, a soccorrer sepolti tra le
macerie o roteando spericolatamente sulle
fiamme alte a bordo di mezzi aerei. Rifletta,
Sig. Presidente, unitamente magari a qualche
Suo cattivo consigliere. Perché tra l’altro
Ella sta tagliando l’unica fdp con il bilancio…
in pari. Che non costa nulla. E non ha debiti.
Al contrario di infinite e voraci partecipate
regionali e statali ad esempio, o dei tanti
carrozzoni sacche di sperpero e sottopolitica.
Noi non si fa questo mestiere… per un piatto
di lenticchie. Ne viceversa per trenta denari.
Non si fa per speranza di chissà qual premio.
Né per timor di punizioni. Si fa per INTIMO
convincimento. Le cose buone non si gettano,
soprattutto le poche rimaste. Si migliorano, si
accudiscono e fortificano. A maggior lustro
della Nazione, ed in amore e in difesa delle
cose più belle e sacre del Creato. E dei fratelli
Italiani.
Io e i miei collaboratori Le auguriamo tutti di
cuore buon lavoro. E migliori consigli.
Viva il Corpo Forestale. Viva l’Italia”
Questa lettera è stata postata nel
2016 sul proprio profilo facebook
dal generale Guido Conti, 58 anni, di
Sulmona, come forma di accorata protesta
alla decisione di sopprimere il benemerito e
beneamato corpo forestale italiano. Caduta
nel vuoto di istituzioni completamente sorde.
Poi ci fu l’accorpamento con i carabinieri, la
matassa delle competenze da sbrogliare, su
uomini e mezzi, che abbiamo visto affaticare
gli interventi più volte nell’ultimo anno, nei
numerosi incendi e nella tragedia del maltempo
in Abruzzo, che provocò la grave tragedia
del Rigopiano.
Il generale Conti a 58 anni aveva preferito
abbandonare il corpo forestale in dismissione
ed aveva cercato un nuovo modo di essere
utile, trasferendosi in Basilicata a lavorare
per la Total, ma non aveva resistito a lungo.
Dopo un mese si era dimesso pure da lì. E
sabato scorso si è tolto la vita con la pistola
d’ordinanza, un colpo alla tempia. Ha lasciato
due lettere nella macchina, indirizzate ai
familiari e subito sequestrate dagli inquirenti
per le indagini, ma poi mostrate ai giornalisti
e non ai legittimi destinatari.
Tutti i giornali hanno titolato “la lettera del
generale suicida: quelle vittime mi pesano
come un macigno”, o “mi sento in colpa per
quelle vittime: la lettera del generale suicida”
e simili.
Ma i familiari non ci stanno e uno di essi ha
rilasciato una dichiarazione all’Ansa: «Apprendiamo
con immenso dolore come la
morte del nostro congiunto sia stata messa
in relazione alla tragedia di Rigopiano.
Stupisce che questa correlazione sia stata
da taluno ipotizzata in assenza di qualsiasi
collegamento diretto e indiretto tra l’attività
svolta da Guido e le vittime di Rigopiano.
Tutto ciò aggiunge dolore al dolore».
«La pubblicazione del contenuto delle lettere,
tuttora sconosciuto a noi familiari, ci lascia
profondamente amareggiati e aggiunge
dolore al dramma che ci ha colpito», afferma
il parente di Conti.
Già, perché l’AdnKronos ha riportato dei virgolettati
da queste lunghe lettere che parlano
di Rigopiano: «Da quando è accaduta la
tragedia di Rigopiano la mia vita è cambiata.
Quelle vittime mi pesano come un macigno.
Perché tra i tanti atti, ci sono anche prescrizioni
a mia firma».
Conti entra poi nel merito, specificando:
«Non per l’albergo, di cui non so nulla, ma
per l’edificazione del centro benessere,
dove solo poi appresi non esserci state vittime.
Ma ciò non leniva il mio dolore. Pur
sapendo e realizzando che il mio scritto era
ininfluente ai fini della pratica autorizzativa
mi sono sempre posto la domanda: potevo
fare di più?».
Un uomo votato al servizio del bene comune,
attraverso la tutela dell’ambiente, e dei
suoi abitanti, come aveva appreso fare dal
padre, si trova ora ad addossarsi colpe che
non ha, in quel “potevo fare di più” c’è tutto
il dramma di chi non si sente a posto finché
non ha dato tutto ciò che ha, non solo ciò
che deve.
Solo Perugia Today ha avuto il coraggio di
titolare con più onestà: “Morte del generale
Guido Conti, ipotesi suicidio: la lettera che
scrisse a Renzi” cioè riconduce la decisione
di farla finita con lo scioglimento del corpo
forestale, evento vissuto da Conti come un
tradimento, oltre che un’azione incomprensibile
ed inutile.
La riforma Madia decise a fine 2015 di accorpare
i forestali ai carabinieri, per evitare
sovrapposizioni e sprechi, in teoria.
Non s’è trovato nessuno che dicesse bene
di questa manovra: Greenpeace Italia e Legambiente
hanno protestato in ogni modo
possibile, Gaetano Pascale, presidente di
Slow Food Italia, ha riassunto: “Non capisco
l’utilità di questo accorpamento, non credo
che possa essere funzionale a un risparmio
economico. E anche se fosse, un risparmio
a spese dell’ambiente non sarebbe effettivo,
perché poi spenderemmo di più a spegnere
incendi o procedere a bonifiche”.
L’ultimo rapporto ecomafie, a cura di Legambiente,
ci dice che nel 2016 sono stati
accertati 25.889 reati in campo ambientale,
circa 71 al giorno, circa 3 ogni ora. Questo
genere di crimini ha fruttato agli ecodelinquenti
un bottino pari a 13 miliardi di euro.
In un’audizione al Senato, nel novembre
2014, il procuratore nazionale antimafia
Franco Roberti ha spiegato che “noi siamo
contrarissimi alla soppressione del Corpo forestale
dello Stato, perché sarebbe come togliere
all’autorità giudiziaria l’unico organismo
investigativo in materia ambientale che
dispone delle conoscenze, delle esperienze,
del know-how e anche dei mezzi per poter
smascherare i crimini ambientali”.
Don Luigi Ciotti, presidente dell’associazione
Libera, ha dichiarato: “Perdere il Corpo
forestale dello Stato significherebbe indebolire
la forza dello Stato contro le mafie”.
Infine don Maurizio Patriciello, in prima linea
contro la camorra nella Terra dei fuochi, ha
spiegato che una decisine del genere “sarebbe
una tragedia” perché “in questi anni,
nella Terra dei fuochi, tutto quello che è stato
possibile fare lo abbiamo fatto grazie alla
Forestale”.
Fregandosene di tanti illustri e competenti
pareri contrari, l’accorpamento è andato
avanti e ne abbiamo visti i risultati in questi
ultimi mesi: dei circa 7800 forestali, 7200
sono stati inglobati nei carabinieri, 365 soltanto
ai vigili del fuoco, i quali peraltro restano
ancora in attesa che i decreti attuativi
della Legge Madia chiariscano quali saranno
le loro nuove mansioni effettive.
Di quei 365 agenti, inoltre, solo alcuni sono
effettivamente specializzati in operazioni
di antincendio boschivo. Una buona parte
dei cosiddetti Dos – ovvero i “direttori delle
operazioni di spegnimento” – sono andati
ad ampliare l’organico dei carabinieri,
con una scelta che appare strategicamente
incomprensibile. Poi però si è vista l’Arma
concorrere all’asta di accaparramento dei
mezzi antincendio che furono dei forestali,
contenendo ai Vigili del Fuoco autopompe e
altre attrezzature. Spiega Gabriele Pettorelli,
ex dirigente del sindacato autonomo dei Forestali
e attuale coordinatore nazionale Forestali
del Conapo (sindacato autonomo dei
pompieri): “All’inizio non capivamo il perché
di queste bizzarre procedure, che di fatto
creavano ambigue sovrapposizioni tra Vigili
del Fuoco e Carabinieri: una inutile, nonché
pericolosa, concorrenza”. Una concorrenza
che, oltre a generare potenziali cortocircuiti,
risulta anche dispendiosa per lo Stato. “Ovvio:
dover formare e finanziare due diversi
organismi per lo stesso tipo d’interventi finisce
col far lievitare i costi”, conferma Francesco
Quinti della Fp-Cgil.
La competenza sulle operazioni antincendio
boschivo è delle Regioni, che da sempre si
avvalgono di convenzioni stipulate con vari
enti ai quali demandano la responsabilità
degli interventi di emergenza e di monitoraggio.
“Si tratta di convenzioni non da poco
conto: solo in Emilia Romagna, per esempio,
parliamo di circa 2 milioni all’anno. Fino ad
ora, per prassi, le Regioni si sono rivolte a
Vigili del Fuoco e Forestale: evidentemente
l’Arma vuole entrare in questa partita”.
Venuti a sapere di questa novità, vari sindacati
(Cisl, Conapo, Cgil) si sono subito allarmati.
La Cgil ha scritto al ministro: se questa
disposizione non venisse revocata, si determinerebbe
“un rischio reale di sovrapposizione
e di indeterminazione nella titolarità
delle funzioni che non potrà non produrre
nocumento all’efficacia dei servizi alla cittadinanza
e ai territori e ulteriore aumento
dei costi”.
Nessuno degli appelli è stato ascoltato.
L’esecutivo, con l’accorpamento, sperava di
risparmiare 100 milioni di euro in tre anni.
Secondo i sindacati del Corpo Forestale,
però, non si sarebbe tenuto conto delle spese
necessarie per riverniciare il comparto
veicoli, per l’acquisto delle nuove divise, per
il cambiamento di targhe e targhette, per il
rifacimento del sistema informatico e per i
corsi di aggiornamento del personale non
militare. Fino ad arrivare alla nomina di tre
nuovi generali, i cui stipendi e le cui pensioni
certamente incideranno sui costi dell’operazione.
Secondo la capogruppo al Senato di Sinistra
italiana, Loredana De Petris, la riforma Madia
si è rivelata «una scelta che è costata
moltissimo al Paese: in un’estate flagellata
dagli incendi ci siamo trovati senza i mezzi,
le competenze e l’esperienza dei Forestali».
Gli ettari di macchia mediterranea andati in
fumo lungo lo Stivale nella prima metà del
2017 sarebbero circa 44 mila. Una estensione
pari a quella della provincia di Venezia.
Legambiente sottolinea che «Il fuoco colpisce
ogni anno non solo le stesse regioni ma
addirittura le stesse province. Quest’anno,
per esempio, con un’azione preventiva di
vigilanza e controllo rafforzato in sole 10
province (Cosenza, Salerno, Trapani, Reggio
Calabria, Messina, Siracusa, Latina, Napoli,
Palermo, Caserta) si sarebbero potuti salvare
fino a 47.559 ettari, ossia il 63,44% di quanto
bruciato finora».
Ma quest’anno i vigili del fuoco, senza i forestali
a dare man forte, erano sotto organico
di 3.314 unità, e di prevenzione neanche a
parlarne.
Tra gli ex-forestali il malcontento è palese:
c’è chi è stato destinato, senza volerlo, ai
carabinieri, venendo così trasformato, da un
giorno all’altro, da dipendente con status di
polizia civile a vero e proprio militare. E, al
contempo, c’è chi è stato inglobato nelle file
dei pompieri, e lamenta le pesanti penalizzazioni
che questo trasferimento comporta
a livello di retribuzione. Tutti rilevano come
non siano stati tenuti in alcun conto gli incarichi
effettivamente svolti in passato e le
competenze acquisite sul campo. Per questi
motivi sono piovute al Tar una montagna di
ricorsi: più di 2 mila.
A seguito di uno di questi ricorsi, ad agosto
scorso il Tar dell’Abruzzo ha definito l’assorbimento
dei Forestali nei Carabinieri o in
altre forze a ordinamento militare incostituzionale.
Nel riconoscere le ragioni del ricorrente,
l’ordinanza dei giudici determina gli effetti
contrari ai principi della Carta rilevati nella
riforma Madia: violazione degli articoli 2 e 4
della Costituzione, poiché gli ex-forestali, da
civili che erano, si sono ritrovati militari loro
malgrado, con un rapporto di impiego e di
servizio radicalmente mutato, e violazione
degli articoli 76 e 77 comma 1, per contrasto
con la tradizione normativa precedente
per cui gli ex-forestali avrebbero dovuto poter
scegliere di transitare in un’altra forza di
polizia civile. Inoltre l’esecutivo ha abusato
del suo potere di gestione del Corpo Forestale,
perché di fatto la sua riforma è diventata
una soppressione.
Dietro il ricorso che è sfociato in questa
sentenza del Tar non c’è un ex-forestale
qualunque: si tratta del vice sovrintendente
Vincenzo Cesetti, tecnico elicotterista con
17 anni di esperienza, 47 anni, sposato e
con un figlio. Cesetti è di Amatrice e dalla
sua casa di Montesilvano (Pescara) si vede
la valanga del Rigopiano. Cesetti è passato
dal Corpo forestale dello Stato all’Arma, ma
non come “carabiniere forestale”, perché gli
elicotteristi sono stati inquadrati nel Reparto
volo dei carabinieri. Assegnato alla base di
Pescara, proprio in quegli hangar dove, nei
giorni di Rigopiano, lo stesso Cesetti e altri
suoi colleghi vivevano la frustrazione di non
poter intervenire in quanto – per questioni
burocratico-tecniche legate al passaggio
dall’ordinamento civile a quello militare dei
carabinieri – i quattro elicotteri nel capannone
erano costretti a terra. Fece scandalo
e diventò virale la fotografia dell’hangar con
i velivoli fermi mentre a poche miglia c’era
chi combatteva contro l’inferno di quella
valanga che il 18 gennaio 2017 uccise 29
persone.
Una riforma infelice, che ha creato un attrito
prima inesistente tra Carabinieri e Vigili del
Fuoco e che è pure incostituzionale, per produrre
un risparmio di cui non si vede traccia,
mentre le disfunzioni sono già ben sotto gli
occhi di tutti: questo è l’accorpamento dei
Forestali all’Arma.
Per uno come Giudo Conti, che amava il
suo Paese e il suo lavoro, perché gli aveva
permesso di difendere la sua terra e i suoi
abitanti, assistere ad atti legislativi così autolesionisti
ed insensati deve essere stato
tremendo, lui che auspicava solo buon senso
e lavoro per il bene comune. Come sopportare
la distruzione sistematica e perversa di
una cosa buona, compiuta contro l’opinione
di tutti, per vantaggi invisibili, inesistenti,
pure sulla carta! Conti è rimasto attaccato,
col cuore, al suo dovere morale di darsi per
gli altri, tanto da patire pure un senso di colpa
ingiustificato per la tragedia del Rigopiano
a cui era totalmente estraneo. Ma forse è
meno doloroso ricostruire una storia coi se,
ripercorrendo i tempi in cui ancora si poteva
fare qualcosa di buono, piuttosto che restare
immobili a contemplare nell’inazione forzata
lo stillicidio di una burocrazia che sfila via la
speranza, nell’insensatezza di norme che il
bene comune non sanno nemmeno più dove
stia di casa.
Le cose buone non si gettano, soprattutto le
poche rimaste. Si migliorano, si accudiscono
e fortificano. A maggior lustro della Nazione,
ed in amore e in difesa delle cose più belle e
sacre del Creato. E dei fratelli Italiani.
Non dimentichiamolo.

di Lucia Scozzoli