«Veni ri-Creator Spiritus!» Ovvero la riscoperta della Pentecoste

Chi, come me, ha vissuto la sua adolescenza a Torino negli anni di piombo, certamente ricorda il clima angoscioso in cui è cesciuta la nostra generazione. Non voglio dire che gli adolescenti di oggi siano più fortunati, ma non posso non osservare una differenza fondamentale: allora la vita si prendeva tremendamente sul serio, mentre i giovani di oggi per lo più mostrano di essere disincantati e di non sentire su di loro il peso insostenibile di un dovere da compiere ad ogni costo.
Per noi era tutto diverso. La maggior parte di noi veniva da una seria educazione cattolica e, sebbene quasi tutti avessimo abbandonato la fede alle soglie dell’adolescenza, ci era rimasta impressa nell’anima l’ansia di dover pagare, in un modo o nell’altro, un debito inesorabile verso la vita.
Ma quale fosse questo debito non ce lo insegnavano più i preti o le nostre famiglie di origine, bensì il clima che si respirava in quegli anni. Nelle scuole e all’università il marxismo furoreggiava, praticamente incontrastato, e, per quanto i politici e i docenti si sforzassero di prendere le distanze dagli attentati degli extraparlamentari di estrema sinistra. che in quegli anni stavano sconvolgendo la società, nella nostra giovanile coerenza non potevamo non sentire dentro di noi che le loro dichiarazioni erano false. Marx aveva detto con tutta chiarezza che c’è un solo mezzo per abolire l’infame ordine presente e per instaurare il nuovo: il terrorismo rivoluzionario. Dunque se il sangue scorreva, ciò era perché doveva scorrere. Potevamo sentirci angosciati alla vista di persone innocue uccise dalla violenza dei terroristi, ma in fondo sentivamo che era nostro rigoroso dovere stringere i denti e approvare, o, se possibile, collaborare.
Poteva tutto questo avvenire senza una profonda angoscia, senza notte insonni o affollate da incubi paurosi?
Ognuno di noi ha avuto la sua storia, ognuno, che sia passato per quel tunnel allucinante, ne è uscito per una via diversa. Su molti di noi ha gravato, almeno per un certo tempo, l’ombra del suicidio. Anche su di me, ed è stata un’ombra terribile!
Fu un mio professore che, senza saperlo, mi aprì la strada per sfuggire a quell’ombra che mi ossessionava.
Veramente il suo intento era soltanto di mostrare a noi studenti come fosse vasta la diffusione del marxismo. Così, tra le altre cose, si soffermò sulla vicenda filosofica di Benedetto Croce, sottolinenando come il filosofo, deluso dall’hegelismo accademico che dominava al suo tempo nelle università, proprio attraverso l’incontro con Marx fosse stato portato a riscoprire la vitalità del pensiero di Hegel. Infatti Marx aveva riportato la filosofia dalle elucubrazioni astratte alla concreta vita del mondo. Se, come affermava Hegel, il pensiero è storia e la storia è pensiero, dunque la filosofia deve essere una cosa vissuta e non soltanto pensata!
Ma, mentre ascoltavo il professore, a un certo punto incominciai ad avvertire una perplessità. Mi chiedevo: perché Croce, pur riconoscendo il suo debito verso Marx, poi non lo aveva seguito, e, anzi, lo aveva criticato? E la risposta mi era suggerita dalla parola su cui il nostro docente ritornava ripetutamente per inquadrare la filosofia di Croce: lo Spirito! Se Marx aveva cercato di eliminare lo Spirito dall’hegelismo, Croce, al contrario, lo aveva riabilitato, delimitando la sfera economica, nella quale Marx risolveva tutto, nel suo ristretto ambito.
Chi aveva ragione? Mi ricordo che, alla fine di quella lezione, che doveva segnare in modo così decisivo la mia vita, istintivamente rifuggii dal chiedere spiegazioni al professore. Sentivo, infatti, che da lui non avrei avuto la luce che in quel momento desideravo. Dovevo cercarla da sola! La parola “Spirito” aveva acceso una specie di fiamma nel mio cuore, e sapevo già in partenza che il nostro docente avrebbe fatto di tutto per spegnerla. Non volevo che me la spegnessero. Se mai io stessa lo avrei fatto, se la mia coscienza me lo avesse imposto. Ma ciò soltanto dopo una riflessione il più possibile approfondita.
“Lo Spirito!” mi ripetevo con una sorta di brivido, mentre, dopo la lezione, mi avviavo come trasognata verso la biblioteca della facoltà. “Lo Spirito! Marx ha avuto quasi paura dello Spirito e ha cercato di eliminarlo riducendo tutto all’attività economica. Ma che cos’è, poi, l’attività economica? Non c’è anche lì lo Spirito? E Marx stesso a volte non si tradisce e non parla dello Spirito? Non ha ragione, allora, Croce a distinguere ciò che è economico e particolare da ciò che è morale, spirituale e universale?”
Agitata da questi pensieri, arrivai in biblioteca e mi immersi nella lettura di Benedetto Croce. Da quella lettura una cosa mi appariva con certezza: in Hegel lo Spirito dominava in modo assoluto e Croce aveva avuto il merito di riabilitarlo, dopo che Marx aveva voluto abolirlo.
Ma a questo punto il mio pensiero si confondeva. Se la filosofia è storia vissuta e se tutto è storia, come possiamo pensare che esistano delle categorie attraverso le quali si attua la distinzione tra ciò che è particolare e ciò che è universale? Queste categorie pretendono di interpretare la storia, e quindi sono in qualche modo al di sopra della storia. Dunque non tutto è storia! Vi è qualche cosa che la trascende! E che cosa, se non lo Spirito!?
Da quel giorno le mie notti insonni continuarono, ma con preoccupazioni molto diverse da prima! Ora la mia ansietà era dovuta alla necessità di risolvere la controversia tra Marx e Croce. Chi aveva ragione? Bisognava farla finita con lo Spirito e ridurre tutto ad economia – e così l’identificazione della filosofia con la storia risultava perfetta – ovvero bisognava riabilitare lo Spirito, creando, però, il problema di come giustificarlo nella perfetta coincidenza di storia e filosofia?
Pensai, allora, che l’unica cosa da fare fosse di risalire allo stesso Hegel. E qui mi aspettava una sorpresa: Hegel si era ispirato, per il suo concetto dello Spirito, alla teologia cristiana. Stranamente questo aspetto del suo pensiero in precedenza mi era sfuggito, o forse i miei professori lo avevano volutamente trascurato. Ma il fatto era certo: Hegel aveva voluto trasfondere la teologia trinitaria cristiana nella sua filosofia razionalistica. Cos’era, infatti, il Dio che si faceva storia se non il Dio incarnato in Cristo della teologia cristiana? E cos’era lo Spirito che unificava tempi e popoli, se non lo Spirito Santo disceso sulla chiesa primitiva?
Certamente Hegel aveva voluto eliminare ogni concetto di un Dio trascendete e far vivere lo Spirito soltanto nel suo manifestarsi nella storia. Ma vi era riuscito? Da una parte Marx aveva cercato di ridurre tutto al sensibile e all’economico, eliminando così lo Spirito, e dall’altra Croce aveva voluto riabilitare lo Spirito, mettendo, però, in crisi l’idea di una storia in cui tutto si risolve. Non era questo un segno che la riduzione dello Spirito nel solo ambito delle sue manifestazioni storiche operata da Hegel in realtà non era un concetto razionale, bensì soltanto un’immaginazione?
Hegel aveva asserito che ciò che la religione presenta in forma rappresentativa e immaginativa, la filosofia lo pensa in forma razionale. Ma allora io mi convinsi del contrario: è la filosofia di Hegel che rappresenta in modo immaginativo ciò che la religione pensa in modo razionale! Lo Spirito, se è tale, non può non trascendere la storia!
Eppure rimane vero che Hegel e Marx hanno riportato la filosofia e lo Spirito nella vita vissuta!
Ero veramente sconvolta! Mi sembrava di rimmettere insieme i pezzi di un puzzle che per errore erano stati distaccati e lasciati deperire l’uno separato dall’altro. Certo! Sì! La filosofia deve essere storia vissuta, ma soltanto lo Spirito che la trascende può darle un senso!
Avevo venticinque anni quando, in seguito a questo rivolgimento interiore, ricominciai a frequentare la chiesa. E nella chiesa ora cercavo lo Spirito, non, però, lo Spirito immaginario di Hegel, ma lo Spirito vero e vivente, lo Spirito Santo!
“Perché” mi domandavo con angoscia, “la chiesa lo ha chiuso tra quattro mura e ha lasciato a Hegel e a Marx il compito di portarlo tra la gente, ma privandolo della sua realtà?!”
Mi fermavo in chiesa a lungo a pregare e a interrogarmi su questo problema cruciale. Avrei voluto fare chissà che cosa per ricucire questo strappo tanto drammatico! Ma cosa potevo fare?!
Un giorno entrai nella piccola chiesa delle Suore Cappuccine di Moncalieri – abitavo in quella zona – e mi fermai a lungo a pregare presso l’urna di Suor Consolata, una suora morta nel 1946 in concetto di santità. E lì a poco a poco un pensiero nuovo mi colpì.
Come si spiega – mi dicevo – che, dopo più di cinquant’anni, l’urna di Suor Consolata sia ancora qui, a disposizione di tutti e che la devozione verso di lei si estenda sempre più, in tutti i continenti? Tutte le barriere, del tempo e dello spazio, sono state abbattute! E non è questa, appunto, l’opera della Spirito Santo, che tutto unifica e riconduce a Dio?
Ma a questo punto sentii che mi ritornavano, in una forma nuova, i concetti che avevo acquisito in modo indelebile dal marxismo. In che cosa Marx vedeva l’essenza del male, se non in ciò che, a suo giudizio, sottraeva l’uomo dall’universale movimento “economico” della storia – cioè, come ora mi appariva chiaro, dallo Spirito? La famiglia “privata”, la proprietà “privata”, la libertà “privata”. Questi tre aspetti della società “borghese” ai suoi occhi costituivano il “nemico”, da abbattere con il terrorismo rivoluzionario.
Non c’era un barlume di verità in questa sua denuncia? Ma se c’era, esso poteva essere messo in piena luce soltanto se si ribaltava la sua concezione materialistica e si metteva in chiaro che l’universale movimento della storia non si fonda sull’economia, bensì sullo Spirito Santo!
Allora mi sembrò quasi che una luce abbagliante emanasse dall’urna di Suor Consolata: se quell’urna aveva infranto le barriere del tempo e dello spazio, ciò era perché, attraverso i voti religiosi, Suor Consolata aveva trasceso le tre categorie del privato, cioè la famiglia, grazie al voto di castità, la proprietà, grazie al voto di povertà, e la libertà, grazie al voto di obbedienza. Infatti, famiglia, proprietà e libertà, se si racchiudono in una dimensione strettamente privata, dividono e sottraggono allo Spirito universale la vita degli individui. Allora la vita intima delle famiglie rimane confinata nello spazio e nel tempo, le proprietà si succedono e si distruggono l’una dopo l’altra, le libere scelte di ogni individuo riguardano soltanto lui e la sua breve esistenza terrena. Così i germi che ogni vita umana dovrebbe seminare nel terreno della storia rimangono in qualche modo sterili: non si dà loro il tempo e lo spazio per far maturare i frutti che dovrebbero portare
Non è così nella vita religiosa! I voti monastici, infatti, eliminano ogni barriera di spazio e di tempo: i religiosi non si dividono dagli altri con una loro famiglia, non isolano quello che hanno seminato nella loro vita in una proprietà privata, che poi lo inghiottirà con la propria scomparsa, non trattengono per sé soli la propria libertà. Per questo essi sono il modello e la luce di salvezza che sola può redimere dalla corruzione denunciata da Marx le tre dimensioni “private” della società “borghese”.
Marx non ha visto che la famiglia, la proprietà e la libertà sono i beni più grandi che Dio ha donato agli uomini. Egli ha visto, però, con lucidità i gravissimi pericoli che il loro abuso fatalmente comporta. Ora, soltanto la luce che scaturisce dai voti religiosi può purificare questi grandi dono di Dio e riportarli dalla meschinità dello spirito “privato” al respiro universale dello Spirito Santo.
Quell’anno volli celebrare con particolare devozione lo Spirito Santo e per la festa di Pentecoste andai al Santuario della Consolata, Patrona di Torino. Era moltissimo tempo che non lo frequentavo e lo trovai completamente trasfigurato dopo i restauri degli ultimi anni.
Il gorno della festa il santuario era una splendore di luci, di arte, di ricordi storici, di canti, di fiori, di folle di fedeli in preghiera. Mi inginocchiai in mezzo alla folla devota e improvvisamente fui presa da un’emozione inesprimibile. Veramente sentivo lo Spirito Santo dentro di me!
Dopo la mia conversione lo spettro della disperazione e del suicidio aveva lasciato il posto ad una gioia incontenibile. e per molto tempo avevo sentito il desiderio vivissimo della felicità familiare e della maternità, vissute nella luce di Cristo. Ma ora sentivo che lo Spirito Santo mi indicava un altro destino, e, paradossalmente, era stato proprio il mio ripensamento del marxismo a svelarmelo. Sì! Ogni barriera doveva essere infranta: attraverso la vita religiosa avevo la missione di mostrare a tutti che i tre santi voti monastici non sono in realtà una rinuncia, ma sono la strada privilegiata, anche per chi non li segue fino in fondo, per raggiungere il vero amore, il vero dominio dell’uomo sul mondo, la vera libertà, e perché ciò che abbiamo seminato non vada perduto, ma abbia il tempo e il modo di portare i suoi frutti.
Allora, davanti alla Madonna Consolata e Consolatrice, nella luce sfolgorante della Pentecoste, feci a Dio la mia irrevocabile promessa di donarmi totalmente a lui in una vita di perpetua consacrazione.

di Madre Lioba

Annunci