La Pentecoste e la campagna elettorale

(pubblicato su Il legno storto il 3 giugno 2009)

Se il cielo e la terra sono divisi, il mondo si irrigidisce
proverbio cinese

In teoria non potrei certamente azzardarmi a entrare nel dibattito politico, per prima cosa perché lo seguo assai poco, e poi perché c’è sempre la pregiudiziale differenza tra credenti e non credenti che sembra creare una barriera invalicabile. Però a giustificare un personale intervento si potrebbero portare due argomenti: il primo è che forse, di là dai dibattiti, vi sono orizzonti spirituali di fondo che non cambiano mai e che purtroppo oggi facilmente si finisce per perdere di vista; il secondo è che la divisione tra credenti e non credenti appare in fondo molto artificiale: chi sono i veri credenti e chi sono i veri non credenti? Probabilmente soltanto Dio lo sa. E vorrei incomincia proprio da questo secondo problema.
Non tocca a me certamente entrare nelle coscienze, ho però l’impressione che, di là dal mistero imperscrutabile della fede e dalle giuste esigenze della Chiesa visibile, vi sia un fondo di intuizioni profonde sulla vita in cui quei credenti che non lo sono soltanto all’anagrafe e quei laici che non si accontentano dell’ultima edizione della più degradata delle filosofie materialiste si incontrano tra loro più facilmente che con i colleghi ufficiali.
Una cosa che facilmente la cultura laica politically correct dimentica è che, almeno fino agli epocali rivolgimenti degli anno ’60 del Novecento, ma non solo, il pensiero laico era così imbevuto di cristianesimo che non si vergognava di confessarlo apertamente. Molti conoscono, se non altro per sentito dire, il saggio di Benedetto Croce, apparso su La Critica del 20 novembre 1942, dal titolo Perché non possiamo non dirci cristiani. Penso però che pochi lo abbiano letto. Per questo vorrei ricordare almeno un’affermazione dell’illustre filosofo. Scrive il Croce che “la continua polemica antiecclesiastica, che percorre i secoli dell’età moderna, si è sempre arrestata e ha taciuto riverente al ricordo della persona di Gesù, sentendo che l’offesa a lui sarebbe stata offesa a sé medesima, alle ragioni del suo ideale, al cuore del suo cuore.”
Non si potrebbe essere più espliciti ed eloquenti nell’affermare il carattere irriducibilmente cristiano della cultura laica occidentale, anche la più polemica contro l’istituzione ecclesiastica.
A conferma dell’affermazione di Croce mi piace qui richiamare due esempi. Nell’Alzira di Voltaire (1736) si rappresenta la tragedia di Zamora, capo dei ribelli peruviani contro la dominazione spagnola. Il tiranno spagnolo Guzmán, credendo morto Zamora, costringe la fidanzata di lui, Alzira, a convertirsi alla religione cristiana e a sposarlo. Riapparso però Zamora, ordisce una congiura e colpisce a morte Guzmán. Ma quest’ultimo, morente, riconosce le sue colpe, perdona l’uccisore e gli affida Alzira e il governo del paese. Zamora è allora conquistato da una religione che insegna il perdono e si converte al cristianesimo.
Così un dramma, scritto per denunciare il fanatismo e la violenza del cattolicesimo spagnolo, contro le intenzioni dell’autore finisce per essere un’esaltazione del cristianesimo e una testimonianza dell’animo cristiano di Voltaire stesso.
Non meno eloquente è la seguente affermazione del giovane Marx, che basta da sola a smentire tutte le sue posteriori declamazioni sulla religione “oppio dei popoli” e sulla sterilità, per il miglioramento umano, di diciannove secoli di cristianesimo: “La storia” egli scrive nelle Riflessioni di un giovane sulla scelta di una carriera “esalta sopra tutti gli uomini quelli che si sono nobilitati lavorando per il bene di tutti; l’esperienza dimostra che i più felici furono quelli che resero felice il maggior numero di esseri, e la religione ci insegna che l’essere ideale, che ciascuno si studia di imitare, si è sacrificato per il bene dell’umanità.”
In questa prospettiva si può ben comprendere come Benedetto Croce, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, avesse percepito, a suo modo, il carattere essenzialmente religioso della crisi che stava per sopravvenire nella società. In tale spirito egli scriveva:
“Ma eccomi ritornato a uno dei miei pensieri che, per essere stato più volte ripetuto, rischia di prendere l’aria di una fissazione. Al pensiero che la crisi presente nel mondo sia la crisi di una religione da restaurare o da ravvivare o da riformare, e che a soccorrere ad essa non bastino i soli politici e guerrieri, ma ci vogliono i geni religiosi e apostolici, dei quali noi, non vedendo la presenza, non perciò non sentiamo più o meno oscuramente, il bisogno, e come una tarda invocazione, nei nostri cuori.”
Si dirà che Croce è tramontato e che questi testi risalgono a più di sessant’anni fa. Indubbiamente da quel tempo è sopravvenuta una vera rivoluzione spirituale nel mondo. E tuttavia si potrebbe con solidi argomenti affermare che i cambiamenti hanno interessato più l’apparenza che la sostanza, se Natalia Ginzburg, in un articolo pubblicato su L’Unità il 22 marzo 1988, al momento delle più accese polemiche sulla liceità o meno della presenza dei crocifissi nelle scuole, scriveva:
“La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo ‘prima di Cristo’ e ‘dopo Cristo’. O vogliamo smettere di dire così?.. Il crocifisso è simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo.
“Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo… Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine.
“E’ vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero.
“Alcune parole di Cristo, le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto ‘ama il prossimo come te stesso’. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto”.
A queste pagine, che a mio giudizio meritano soltanto una tacita ammirazione, un “cattolico” – che naturalmente ci tiene ad apparire “illuminato” – ha risposto che per lui i crocifissi vanno eliminati: “Io sono per una scuola laica” egli scrive “in uno stato italiano che troppo spesso si dimentica di essere laico. La “res publica” deve rimanere pubblica e non deve subire influenze di alcun tipo da parte della chiesa.” Quasi che “laico” significhi indifferente ai più profondi interrogativi dell’uomo, alle sue esperienza più sofferte, ai suoi ideali supremi, a tutta la sua dimensione spirituale – che certamente non è stata inventata dalla Chiesa!
Ed è questo, forse, – e qui affrontiamo il primo punto sopra accennato – il problema più scottante della nostra vita politica: la preclusione alle più profonde esperienze, aspirazioni e necessità dell’umana natura per paura di essere tacciati di clericalismo. Come se il pensiero, l’arte, la poesia di ispirazione metafisica e religiosa, gli ideali politici fondati sulla considerazione dei bisogni morali e spirituali dell’uomo siano un’invenzione del clero cattolico! Non era certamente cattolico Platone quando nel dialogo Gorgia osservava che Pericle, Cimone, Milziade e Temistocle, maltrattati dai loro concittadini pur avendo arrecato grandi benefici ad Atene, erano stati loro stessi la causa dei maltrattamenti subiti, “giacché, senza pensare alla saggezza e alla giustizia, essi rimpinzarono la città di porti, di arsenali, di mura, di tributi.” Se avessero insegnato agli ateniesi la virtù, non sarebbero stati maltrattati, perché la virtù non è compatibile con l’ingratitudine.
Si afferma che lo stato che voglia essere laico, in questioni morali e religiose deve essere neutro, per rispettare il pluralismo. Ma di fatto il pluralismo è un mito: vi sono soltanto due impostazioni fondamentali della vita: o si crede che nell’uomo ci sia una dimensione spirituale che lo rende superiore alle attrattive sensibili e perciò lo chiama a non essere da esse condizionato, o non ci si crede. In questo lo stato non può essere neutro: se rifiuta di fondare la propria politica sulla prima prospettiva, fatalmente si rende complice della seconda. Infatti i beni spirituali si possono negare o ignorare, ma quelli materiali no. Cosicché la legge può impedire che gli insegnamenti morali influiscano sui costumi, ma non può allora impedire che la massa della popolazione sia sedotta dall’attrattiva così concreta e possente del denaro, del sesso e del potere.
Il risultato della nostra politica “neutra” sarà perciò che la vita finanziaria, amorosa e amministrativa si degraderà sempre di più e che le persone spiritualmente più ricche e sensibili si ritireranno sempre più da essa per vivere una vita più o meno eremitica. Ma ciò è estremamente innaturale: invece della collaborazione e dell’armonia abbiamo il contrasto e la disarmonia: la vita civile, abbandonata dallo spirito, diviene sempre più barbara e la vita spirituale, sempre più inorridita, si ritrae in solitudine e non è più quel lievito che dovrebbe essere. Cosa c’è di più bello di una sinfonia e che cosa significa sin-fonia se non congiunzione e collaborazione amorosa di suoni diversi per la creazione di un’armonia e di una melodia sublimi?
Il giorno di Pentecoste gli apostoli erano chiusi nel cenacolo, quasi a custodire timorosamente il tesoro spirituale loro affidato. Ma quando discese su di loro lo Spirito Santo spalancarono le porte senza timore e riversarono su tutti i popoli di tutti i tempi la luce splendente dello Spirito divino: il Creator Spiritus, che avendo creato tutte le cose, di tutte è signore e, lungi dal lasciare ad uomini stolti – e a Chi nascostamente li dirige – il governo del mondo, ogni cosa vuol risanare e soavemente condurre al suo vero fine. E per questo si serve di poveri pescatori analfabeti e pieni di difetti. A quanto sembra non di politici! Del resto nei moderni parlamenti i pensieri migliori, più veri e più profondi, quasi fatalmente vengono scartati, e ciò non tanto per la perversità degli uomini, quanto per una legge sociologica – studiata a suo tempo dallo storico Augustin Cochin – che regola i gruppi umani fondati non sul contatto assiduo con la vita reale, ma sulla dialettica astratta della discussione e del contrasto di opinioni. In questi particolari agglomerati umani le persone più valide, legate alla realtà del lavoro e della vita, hanno sempre la peggio sui sofisti, anche perché chi è seriamente impegnato non ha tempo da perdere in chiacchiere, mentre gli abili dialettici che si beano nelle discussioni interminabili non hanno alcuna difficoltà a restare ore e ore nel club o nel circolo o in parlamento a mettere in gioco la loro brillante intelligenza astratta per fare infine prevalere l’opinione peggiore. A meno che l’esempio di una società civile sana e forte nei suoi buoni costumi e nelle sue convinzioni vissute non si imponga perfino a un parlamento. Si può dunque pensare che si debba dare meno importanza alla dialettica dell’alta politica e più importanza al lavoro giornaliero di tutti noi poveri pescatori semi-analfabeti e pieni di difetti, ma animati e rinnovati – si spera – dall’ispirazione amorosa dello Spirito Santo o, se non si è credenti, dalla saggezza dei secoli.
Probabilmente queste riflessioni serviranno poco per orientare gli elettori – meno che mai chi le ha scritte – ma forse potrebbero essere di qualche utilità agli eletti.

31 maggio 2009 Solennità della Pentecoste

di D. Massimo Lapponi

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