LA PERDITA DEL CANTO GREGORIANO

Non c’è dubbio sul fatto che uno dei fraintendimenti più nefasti del dopo Concilio è quello che riguarda il canto gregoriano, de facto (mai de iure) estromesso da chiese, monasteri e conventi. Certo, c’è chi resiste, ma sempre più a fatica. Eppure questo repertorio non solo è una delle glorie della cultura Cattolica, ma è anche all’origine dell sviluppo della musica occidentale. Mirabile sintesi di parola e canto, esso a più riprese fu indicato dallo stesso magistero ecclesiastico come modello da seguire per la buona musica sacra.
Oggi invece di seguire si preferisce in-seguire mode, capricci, fantasie. La costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium lo aveva detto bene: “116. La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purché rispondano allo spirito dell’azione liturgica, a norma dell’art. 30. 117. Si conduca a termine l’edizione tipica dei libri di canto gregoriano; anzi, si prepari un’edizione più critica dei libri già editi dopo la riforma di S. Pio X. Conviene inoltre che si prepari un’edizione che contenga melodie più semplici, ad uso delle chiese più piccole”. Ma cosa è rimasto di tutto questo?
Si è inseguito un vago giovanilismo, sbagliato nella sua essenza in quanto la gioventù è preparazione alla maturità, non qualcosa che va idolatrata in se stessa. Si è pensato che introdurre la musica commerciale avrebbe fatto tornare i giovani in chiesa. Ma dove sono ora questi giovani? Non in chiesa, oramai.
Si è pensato che rincorrere il mondo avrebbe fatto rinascere la Chiesa, che invece si sta perdendo con il mondo stesso. Invece di disprezzare il mondo in quello che è corrotto, si è disprezzato il sano contemptus mundi.
C’è un articolo di Sandro Magister del 2003, Canto gregoriano. Come e perché fu soffocato nella sua stessa culla, in cui vengono riportati alcuni brani da un libro del padre camaldolese Guido Innocenzo Gargano su quanto successo a san Gregorio al Celio negli anni intorno al Concilio. Leggiamone qualche brano come riportato da Magister: “L´ufficio divino, cantato in lingua volgare, significava rottura irreparabile con una delle tradizioni più sacre custodite per secoli dall´intero monachesimo latino occidentale: il canto gregoriano. […] Il tutto fu innescato nella comunità camaldolese dal dibattito accesissimo nell’aula conciliare, fra difensori del latino e fautori del volgare. […] I monaci più giovani non solo avevano parteggiato ovviamente per l´introduzione della lingua italiana della liturgia, ma erano anche impazienti al punto da non voler aspettare che le novità già approvate nell´aula conciliare ricevessero conferma con la pubblicazione ufficiale. Una volta riconosciuta l´assurdità del latino, bisognava cambiare! […] I giovani cominciarono a sentirsi autorizzati a fare i propri esperimenti in soffitta come i carbonari. Infatti non si trattava solo di tradurre la preghiera liturgica dalla lingua latina all´italiano, ma anche di tentare strade diverse sul piano musicale. E data l´intima connessione del latino col canto gregoriano, i giovani decisero, senza interpellare nessuno, che doveva essere messo da parte, almeno per il momento, anche il sublime canto gregoriano. Nella soffitta della chiesa di San Gregorio al Celio si installò presto, dunque, all’insaputa dei superiori, una vera e propria orchestra fatta di strumenti impropri, ma sufficientemente adatti all´impresa cercata. Dopo prove e riprove, tra arrabbiature a non finire con maestri di cappella del tutto improvvisati, si decise che, nella domenica di quinquagesima, il gruppo fosse sufficientemente maturo per venire allo scoperto in una celebrazione liturgica semiufficiale completa di chitarre, di tamburi e di canti inediti prodotti in italiano”.
Il testo continua, ma mi è troppo penoso riprodurlo per intero. Cosa abbiamo avuto da questa perdita? Il canto gregoriano discendeva a noi dai secoli, forgiato da monaci e compositori imbevuti dalla parola divina e dallo spirito della liturgia, virile ma anche soave, canto liturgico per eccellenza perché modellato sulla liturgia e modellante la liturgia stessa. Il canto gregoriano non è canto, ma preghiera stessa. Con cosa lo abbiamo sostituito? Che bene ci è derivato? Come detto sopra, si è rincorso i giovani (meglio, il giovanilismo) che si sono poi fatalmente dileguati. Abbiamo perso un modello e quindi ciò che ne è derivato è informe, non liturgico, non sacro, un prodotto spesso deteriore che usa i mezzucci del sentimentalismo per attrarre l’attenzione. Esistono buoni compositori che si sono misurati con la lingua vernacola, esistono buone composizioni. Ma esse non sono favorite per dare spazio a prodotti non adeguati alla liturgia e alla musica stessa.
Abbiamo perso un modello che avrebbe favorito un sano progresso, come fu per la polifonia. Per riparare tutto questo ci vorrà il coraggio di una rinnovata generazione di laici e sacerdoti, che ancora non si vede all’orizzonte. Se disperiamo a viste umane, facciamoci coraggio confidando nell’opera di Dio onnipotente.

Aurelio Porfiri