La Regola di San Benedetto si apre a nuove prospettive teologiche e pastorali

In questi ultimi tempi ho avuto l’intuizione che la Regola di San Benedetto non è importante soltanto per le famiglie – come già avevo illustrato nel volume “San Benedetto e la vita familiare” (L.E.F. 2009) – ma anche per il clero diocesano. Infatti i sacerdoti, se non hanno una regola di vita quotidiana bene ordinata, non solo non possono aiutare efficacemente le famiglie con il loro esempio e insegnamento, ma sono anche loro a rischio, come dimostra l’esperienza.
Ho avuto l’occasione di parlare di questo argomento ad un gruppo di giovani novizi claretiani della nostra diocesi di Kurunegala in Sri Lanka. Il responsabile dei novizi, che era presente, mi ha consigliato di chiedere al Vicario Generale che mi permettesse di esporre l’argomento ai sacerdoti della diocesi in un raduno del clero. L’idea è stata accettata, e così il 10 luglio 2017, vigilia della festa di San Benedetto, ho parlato per circa tre quarti d’ora a un nutrito gruppo di sacerdoti della diocesi, nella cappella del vescovado, di fronte al SS. Sacramento solennemente esposto.
Riporto qui di seguito la mia omelia, come ho potuto ricostruirla in base ai miei appunti e ricordi.

Meditazione tenuta al clero della Diocesi di Kurunegala (Sri Lanka)
lunedì 10 luglio 2017 nella cappella della Casa del Vescovo

1. Il cibo divino che nutre gli uomini

Nel Vangelo di oggi – Mt 9, 18-26 – Gesù appare come colui che porta agli uomini i suoi doni di vita: egli guarisce dall’infermità e risuscita dalla morte.
Questo ci invita ad approfondire il mistero della ricchezza di vita di cui il Signore fa dono agli uomini.
Vorrei ora riferire un episodio dei Padri del Deserto, che può aiutarci a capire come dobbiamo avvicinarci alla Sacra Scrittura per meglio comprendere i suoi insegnamenti e il valore dei doni di Dio.
Un giorno un giovane asceta andò da un padre anziano e gli chiese di spiegargli un punto difficile della Sacra Scrittura. L’anziano gli disse: “Ora ritirati e ritorna da me tra qualche giorno. Ho bisogno di pregare, di digiunare e di invocare lo Spirito Santo per comprendere il senso della parola di Dio”.
Questo episodio ci fa capire che spesso il senso immediato dell’uno o dell’altro luogo della Bibbia non ce ne svela tutta la profondità e, se ci fermiamo ad esso, rischiamo di accontentarci di una lettura superficiale.
Vorrei, dunque, portare l’esempio di un testo molto conosciuto del Vangelo, che, però, facilmente si presta ad una lettura superficiale, e perciò inadeguata.
«Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25, 35).
Il senso immediato è ovvio: un invito a dar da mangiare agli affamati, perché in essi è presente Cristo stesso. Ma nel medesimo Vangelo di Matteo troviamo qualcosa che ci invita a non fermarci alla superficie:
«Non di solo pane vivrà l’uomo» leggiamo nell’episodio delle tentazioni di Cristo nel deserto, «ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4, 4).
Dunque è lo stesso Vangelo di Matteo a ricordarci che il nutrimento corporale non è tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno per saziarsi. Nel vangelo di Giovanni, poi, troviamo queste parole:
«Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà» Gv 6, 27).
Come sappiamo, queste parole furono dette dopo la moltiplicazione dei pani, quando le folle volevano fare Cristo re: Gesù si nascose e, quando finalmente lo ebbero trovato, li rimproverò perché essi cercavano soltanto il pane materiale, mentre egli portava loro un dono infinitamente più grande.
Quale sarà, dunque, questo cibo che non perisce, ma dura per la vita eterna? Penso che un altro testo, in cui ancora ricorre l’immagine del cibo, potrà aiutarci a comprenderlo meglio.
Si legge, sempre nel Vangelo di Matteo:
«Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l’incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto?» (Mt 24, 45).
Quanti sostengono che non fosse intenzione di Cristo stabilire una gerarchia di pastori al governo del suo popolo, vengono smentiti da questo testo. Non c’è dubbio, infatti, che i servi fidati che il padrone ha preposto agli altri suoi servi per dar loro il cibo al tempo dovuto siano i suoi apostoli e sacerdoti. Ma, dunque, cos’è questo “cibo” così prezioso, in cui è contenuta tutta la ricchezza dei doni di Cristo agli uomini?

2. Il terzo tesoro

Penso che possiamo affermare che la Chiesa ha, nelle sue mani, tre principali tesori da distribuire agli uomini a nome di Cristo. E vorrei aggiungere che, mentre i primi due sono stati dati sempre in abbondanza, il terzo, invece, finora non è stato sufficientemente valutato, mentre proprio i nostri tempi esigono che esso venga riscoperto in tutto il suo incomparabile valore e distribuito con la più grande abbondanza.
Il primo tesoro è l’Eucaristia, che è la presenza di Cristo stesso tra gli uomini.
Il secondo tesoro è la Parola di Dio, con la quale diveniamo partecipi della stessa eterna sapienza divina.
Il terzo tesoro è la Regola di Vita.
Cos’è, dunque, questa Regola di Vita, così preziosa da prendere posto insieme all’Eucaristia e alla Parola di Dio tra i tesori più grandi della Chiesa? La Regola di Vita è ciò che permette di trasferire la presenza viva di Cristo e la sapienza divina nella nostra vita di tutti i giorni.
Essa non si identifica con i comandamenti e i precetti divini. Questi sono principi generali della condotta umana, mentre la Regola di Vita entra in modo molto più dettagliato nella nostra vita quotidiana.
Già nella Sacra Scrittura troviamo gli elementi fondamentali della Regola di Vita, specialmente negli Atti degli Apostoli e nelle lettere di San Paolo.
Leggiamo qualche testo:
«La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola» (At 4, 32).
Queste brevi parole ci mostrano un tratto fondamentale, che dobbiamo sempre tenere presente, della Regola di Vita: essa non si rivolge, almeno direttamente, ai singoli, ma intende regolare la vita comune delle persone che vivono insieme.
Questo è un punto essenziale, perché nessuno, o quasi, vive da solo, e se le persone che vivono insieme non hanno comportamenti, accettati dal gruppo come normali, che siano conformi ad una sana regola di vita, il singolo non potrà condurre una vita buona senza essere ad ogni momento ostacolato.
Se leggiamo i testi del Nuovo Testamento in cui viene delineata la Regola di Vita, vediamo che questo aspetto di condivisione viene sempre ribadito.
Un esempio preso dagli Atti degli Apostoli:
«Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (…) Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune (…) Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo » (At 2, 42.44.46-47).
Ascolto della Parola, celebrazione dell’eucaristia, unione fraterna, preghiera e lode di Dio: tutte cose vissute insieme nella vita di tutti i giorni.
Anche San Paolo delinea un ideale di vita che non avrebbe senso se fosse rivolto ad un singolo.
«Rivestitevi dunque» egli scrive, «come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E siate riconoscenti! La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come si conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non inaspritevi con esse. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino. Voi, servi, siate docili in tutto con i vostri padroni terreni; non servendo solo quando vi vedono, come si fa per piacere agli uomini, ma con cuore semplice e nel timore del Signore. Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che come ricompensa riceverete dal Signore l’eredità. Servite a Cristo Signore» (Col 3, 12-24).
È chiaro che le virtù descritte qui dall’apostolo – amore, sopportazione, perdono, gratitudine vicendevoli, esortazione reciproca, preghiera e lode di Dio fatta in comune – presuppongono una regola di vita condivisa da tutta la comunità.
Ma notiamo, ancora, che, subito dopo aver delineato i caratteri della comunità cristiana, San Paolo parla di mogli, mariti, padri, figli, genitori, servi: cioè della famiglia. Certamente la lettera dell’apostolo era diretta a tutta la comunità di Colossi, ma vi è in essa un particolare riferimento alla comunità familiare. Ciò è perfettamente comprensibile, se pensiamo che, per quanto i cristiani si riunissero di frequente, le comunità in cui si svolgeva regolarmente la loro vita quotidiana erano le loro famiglie. Ciò significa che la Regola di Vita è eminentemente, anche se non esclusivamente, una regola per la vita familiare.

3. La vita delle famiglie di oggi e la responsabilità dei sacerdoti

A questo punto dobbiamo chiederci: le nostre famiglie, oggi, anche quelle che frequentano la chiesa, seguono questa Regola di Vita? Penso che dobbiamo confessare che, nella maggioranza dei casi, non la seguono.
Facciamo un esempio molto eloquente.
«Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia» scrive San Paolo nella lettera agli Efesini, «neppure se ne parli tra voi, come si addice a santi; lo stesso si dica per le volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti» (Ef 5, 3-4).
Anche questo capitolo della lettera agli Efesini contiene elementi preziosi per delineare la Regola di Vita cristiana e anche in esso da una prima esortazione generica si passa poi a parlare esplicitamente della vita familiare. Ora, non possiamo certamente negare che è ormai diventato costume generale delle famiglie, anche praticanti, tenere la televisione accesa anche in presenza di spettacoli insulsi, volgari o immorali, lasciare in mano anche ai più piccoli strumenti elettronici che permettono il facile accesso ai contenuti osceni, permettere che circolino per casa ogni genere di riviste e pubblicazioni piene di immagini, pubblicità o suggestioni indecenti, usare con disinvoltura un linguaggio volgare, pieno di espressioni di origine sessuale, aggressivo e insofferente. È questa la Regola di Vita delineata dall’Apostolo?
Ma se questa Regola non trova riscontro nella vita delle nostre famiglie, a chi tocccherebbe insegnarla loro, se non ai sacerdoti? Non dobbiamo ripetere invano tutti i giorni alle lodi mattutine queste parole del cantico do Zaccaria:

«Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri
e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre,
di concederci, liberati dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia
al suo cospetto, per tutti i nostri giorni» (Lc 1, 72-75).

L’espressione «per tutti i nostri giorni» suggerisce una Regola di Vita che dia una forma nuova alla nostra vita quotidiana. E questa «forma nuova» è un dono di Dio che noi dobbiamo trasmettere alle famiglie dei nostri fedeli – e questo tanto più ai nostri giorni, in cui si va diffondendo, anche tra i credenti, una forma di vita che si allontana sempre più dal modello insegnato dagli apostoli.

4. La scuola del mondo e l’esperienza di San Benedetto

Ma ora vorrei fare una digressione e parlare della scuola. Perché della scuola? Perché è la scuola che dovrebbe preparare i nostri bambini e i nostri giovani alla vita. Essa, infatti, assorbe la maggior parte del tempo e delle energie dei nostri figli dai sei ai diciott’anni e oltre – cioè degli anni preziosissimi e determinanti in cui essi si preparano ad affrontare la vita.
Cosa dire della scuola? I suoi insegnamenti preparano veramente i giovani alla vita? Teniamo presente che la maggior parte di essi si indirizzano al matrimonio e a formare una famiglia. La scuola li prepara per questo compito? Possiamo, con tutta sicurezza, rispondere: no!
Non credo che si possa negare che le “pietre angolari”, cioè le fondamenta, su cui si può costruire una vita familiare sana, sono le virtù della castità e dell’umile servizio reciproco. Ora è certo che queste virtù non solo non si insegnano a scuola, ma facilmente si insegna il loro contrario!
Lasciamo, ora, da parte certi progetti recenti di “educazione sessuale”, che sono tutto, tranne educazione. Già cent’anni fa il grande educatore cristiano Friedrich Wilhelm Förster osservava che i nostri centri di studi superiori, come le nostre università, sono nello stesso tempo i templi del più alto sapere e i maggiori centri di corruzione sessuale della gioventù. Come si spiega questo paradosso, se non con il fatto che la scuola non si propone di insegnare realmente a vivere, ma soltanto ad arricchire la mente di nozioni utili per qualche attività professionale?
E qui dobbiamo parlare di San Benedetto, di cui domani si celebre la festa. Anche se egli visse circa millecinquecento anni fa, la sua esperienza mantiene tutto il suo valore.
Giovane di una buona famiglia provinciale cristiana, egli va a Roma per affrontare i suoi studi superiori – un po’ come tanti giovani, che vivono nelle nostre province o campagne, ad una certa età vanno a studiare all’università di Colombo. E ciò che trovano nella capitale non è sostanzialmente diverso da ciò che trovò San Benedetto a Roma: gli studenti, quale che fosse il loro profitto scolastico, vivevano una vita depravata e approfittavano degli anni trascorsi a Roma per abbandonarsi agli eccessi del sesso e dell’alcool.
Dunque – pensò il giovane Benedetto – l’insegnamento di questa scuola non serve a niente! Esso non insegna ai giovani a vivere bene, ma li lascia andare per la strada che conduce all’inferno! Di qui la decisione immediata del giovane: egli fuggì da Roma «sapientemente indotto», come scrive il suo biografo San Gregorio Magno. Egli, cioè, non apprese le scienze insegnate dalla scuola del mondo, ma mostrò di aver appreso una scienza molto superiore: quella saggezza divina che sola può guidare l’uomo ad una vita buona che conduce alla vita eterna.
San Benedetto si ritira in solitudine tra i monti per molto tempo, in cerca della luce di Dio. Quando finalmente il Signore lo conduce fuori della solitudine, egli raccoglie alcuni giovani e organizza, con loro, delle comunità monastiche. Infine, dopo una lunga esperienza, scrive la sua famosa Regola.
Questa Regola – la Regola di San Benedetto – è uno dei tesori più preziosi che la Chiesa possiede: essa esprime in modo mirabile la Regola della Vita, sviluppando e precisando la tradizione lasciata dagli apostoli.
Ma c’è una cosa importante da notare: la Regola di San Benedetto è, nello stesso tempo, una Regola di Vita e una Scuola. Infatti, il Santo scrive che egli intende istituire una «scuola del servizio divino». Non, dunque, una scuola di scienze, ma una scuola in cui si insegna a vivere nella luce di Dio.

5. Le “pietre angolari” della Regola di Vita

E qui devo fare un accenno ad un’esperienza personale.
Nei primi anni della mia vita monastica, non sapevo apprezzare convenientemente la Regola di San Benedetto. Avevo letto, con grande entusiasmo, le elevazioni spirituali contenute nelle pagine di tanti santi, come ad esempio nelle “Confessioni” di Sant’Agostino, e al loro confronto la Regola di San Benedetto mi sembrava molto povera. Di che cosa parlava? Dell’ora della levata mattutina, del rispetto degli orari e dei tempi di silenzio, della precisa disposizione dei testi della preghiera liturgica, di come si parla, si lavora, ci si veste, si magia, si dorme… Tutte cose molto prosaiche! Ma più tardi capii che, invece, aveva ragione San Benedetto!
Apprezzo moltissimo sant’Agostino e le sue elevazioni spirituali, ma in realtà la nostra vita di tutti i giorni è fatta proprio di ciò di cui parla San Benedetto, e, se vogliamo conferire ad essa una forma nuova, che la trasformi nella presenza viva di Cristo in noi, dobbiamo scendere a regolare tutti i dettagli della nostra giornata. Questo fa il Santo, e, conforme all’insegnamento degli apostoli, non scrive per un singolo, bensì per una comunità di fratelli che vivono insieme.
Tutti conosciamo il motto benedettino: «Ora et labora», che indicano le principali attività in cui si divide la giornata benedettina. Ora vorrei darne una traduzione che apparirà un po’ singolare. Vorrei tradurre “ora”, cioè l’esortazione alla preghiera, con “castità”, e “labora” con “umile servizio reciproco”. Abbiamo visto, infatti, che questi sono i due fondamenti della vita familiare – e sono anche ciò che la scuola del mondo non si preoccupa di insegnare – e ora vedremo come, di fatto, essi corrispondono ai tratti essenziali della Regola e della Scuola di San Benedetto e degli apostoli.
La castità, infatti, non è che l’aspetto negativo di un mistero eminentemente positivo: il fatto meraviglioso che la vera bellezza, la vera poesia, la vera gioia, la vera felicità non vengono dalla carne, ma dal cielo! È la preghiera, e in particolare la lode di Dio, che San Benedetto, al seguito degli apostoli, fa risuonare, nei momenti più importanti della giornata, sulle nostre labbra, a risvegliare nel nostro cuore questo mistero di divina felicità, il quale contiene il segreto e il vero senso di quella virtù della castità che è a fondamento della vita familiare.
E interpretare “labora” con “l’umile servizio reciproco”, richiama la necessità di esercitare le virtù raccomandate dall’apostolo nella vita familiare di tutti i giorni. Il lavoro, cioè, non è principalmente la professione esercitata fuori casa, ma prima di ogni altra cosa l’umile servizio che dobbiamo scambiarci vicendevolmente con i fratelli che vivono con noi sotto lo stesso tetto.
Vi è anche un profondo legame tra l’“ora” e il “labora”, tra la “castità” e l’“umile servizio reciproco”. Infatti la luce che dal cielo si diffonde nel nostro cuore attraverso la lode di Dio ci dà lo slancio per compiere con gioia anche i lavori più ingrati.

6. La scuola di San Benedetto non è soltanto per i monaci

Abbiamo detto che queste due “pietre angolari” – la castità e l’umile servizio reciproco – sono le fondamenta della vita familiare. Ma San Benedetto non scrisse soltanto per i monaci, e dunque non per le famiglie?
Certamente San Benedetto scrisse per i monaci. Ma teniamo presente che egli rifiutò come assolutamente inadeguata la scuola del mondo per creare una scuola alternativa. Ora, se una scuola si pone come alternativa a quella scuola che pretende di formare i giovani alla vita, ma in realtà li distoglie all’impegno più importante, cioè quello di prepararsi degnamente ad una vita buona, certamente questa scuola alternativa non interesserà soltanto una cerchia ristretta di persone, ma tutta la società!
Spesso le famiglie, qui nello Sri Lanka, mettono i soldi da parte per inviare i loro figli a studiare ingegneria, elettronica, economia o medicina in America, in Europa, in Giappone, in Australia. Ma da quella scuola essi non imparano affatto le virtù necessarie alla vita, e troppo spesso ritornano in patria dopo aver perduto quella fede, quella castità, quell’umiltà che le nostre buone famiglie avevano insegnato loro. Non sarebbe, dunque, conveniente per loro, anziché la falsa scuola del mondo, la scuola alternativa di San Benedetto?
Ma a chi tocca dare loro questo insegnamento?
«Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l’incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto?»
Lo sappiamo! Siamo noi sacerdoti!
Il sacerdote, quando è ancora in seminario, segue veramente, insieme ai suoi confratelli, una santa Regola di Vita: ha degli orari precisi per la levata mattutina, per la preghiera, per lo studio, per il lavoro, e precise regole di comportamento. Quando esce dal seminario, non va in un monastero a proseguire la stessa vita comunitaria per tutta la vita. Eppure anch’egli ha la sua comunità: la sua comunità è la parrocchia! Egli deve vivere per primo secondo la Regola di Vita, e poi associare ad essa i suoi parrocchiani.
Spesso si sente dire che i sacerdoti trascurano l’ufficio divino. “Ma abbiamo tanto da fare!” essi dicono. “Per il bene dei nostri parrocchiani dobbiamo correre di qua e di là! Alla fine della giornata siamo esausti e non rimane il tempo per l’ufficio!”
Ma attenzione! Il vero bene dei vostri parrocchiani è che voi diate loro, insieme all’Eucaristia e alla Parola di Dio, il dono divino della Regola di Vita! Di questo soprattutto essi hanno bisogno! Di questo sentono di aver bisogno! E voi dovete, dunque, non solo non trascurare l’ufficio, ma renderne partecipi gli stessi parrocchiani!
Vi è un salmo – il salmo 83 – che non esprime il punto di vista dei sacerdoti, ma quello dei fedeli. Che cosa dice?

«Quanto sono amabili le tue dimore,
Signore degli eserciti!
L’anima mia languisce
e brama gli atri del Signore.
Il mio cuore e la mia carne
esultano nel Dio vivente.
Anche il passero trova la casa,
la rondine il nido,
dove porre i suoi piccoli,
presso i tuoi altari,
Signore degli eserciti, mio re e mio Dio.
Beato chi abita la tua casa:
sempre canta le tue lodi!» (Sl 83, 2-5)

Il fedele esulta al pensiero della casa di Dio, i cui abitanti cantano sempre le sue lodi. È il mistero della castità di cui abbiamo parlato, quel mistero non negativo, ma positivo, che ci svela che la bellezza, la poesia, la gioia, la felicità vengono dal cielo e non dalla carne, e che anche quanto di esse si riflette nella carne ha la sua origine in cielo. Certamente, sappiamo che la vera felicità non è di questa terra, ma sappiamo anche che fin d’ora possiamo pregustarla nella lode di Dio. Per questo il fedele si mette in cammino, come pellegrino, per recarsi nella casa di Dio e partecipare al canto della sua lode:

«Beato chi trova in te la sua forza
e decide nel suo cuore il santo viaggio (…)
Per me un giorno nei tuoi atri
è più che mille altrove,
stare sulla soglia della casa del mio Dio
è meglio che abitare nelle tende degli empi» (Sl 83, 6.11).

Non esprime questo salmo il desiderio che è nel cuore dei nostri parrocchiani?

7. La “Biblia pauperum” e il nuovo compito dei sacerdoti

Vorrei raccontarvi un’esperienza di pochi giorni fa. Ero molto stanco e desideravo un po’ di cambiamento e di riposo. Allora ho preso l’autobus e sono andato a Negombo – che, per le sue molte chiese, è chiamato “la Roma dello Sri Lanka”.
Sceso alla stazione centrale degli autobus, ho camminato un po’ e, chiedendo informazioni ai passanti, finalmente sono arrivato alla chiesa di Santa Maria – una grande chiesa dell’Ottocento, originariamente benedettina, ora tenuta dall’O.M.I. Quella chiesa, così bella, con tante immagini artistiche della vita di Cristo, della Madonna e dei santi, mi ha veramente impressionato.
Dovete sempre ricordare che un tempo pochi sapevano leggere e scrivere e che, perciò, vi era la cosiddetta “Biblia pauperum”: la fede, cioè, era trasmessa soprattutto attraverso la pittura, la scultura, il canto, le cerimonie della chiesa. In fondo anche oggi è così, perché siamo tutti dei “poveri” che hanno bisogno della “Biblia pauperum”, cioè di questi mezzi artistici per nutrire la nostra fede.
E qui vorrei dire che sono d’accordo con il Padre Prasantha – che oggi è assente per malattia e dobbiamo pregare per lui – che la musica nella chiesa è molto decaduta. La ragione che si porta è che bisogna andare incontro ai giovani e usare i ritmi che piacciono a loro. Ma i giovani noi dobbiamo educarli, non seguirli nei loro modi di vita non buoni! Dobbiamo far loro scoprire che esiste una bellezza che viene dal cielo e che, come ho detto, è l’aspetto immensamente positivo della castità.
Chiedete ai vostri fedeli se piacerebbe loro che nella chiesa parrocchiale vi fossero immagini oscene, o che vi si ascoltassero ritmi da discoteca e vi circolassero pubblicazioni indecenti, che vi fosse la televisione perennemente accesa e ognuno dei fedeli, invece di seguire le preghiere comuni, fosse con l’occhio sempre fisso sul suo smartphone, che vi si vedessero scene di litigio e volassero parole ingiuriose, volgari e di origine bassamente sessuale. Vi risponderebbero: non sia mai! Vogliamo che la chiesa sia la casa di Dio!
Ebbene – dovreste dire loro – non dovrebbero anche le vostre case essere la casa di Do? Non dovreste portare nelle vostre case la bellezza della lode di Dio e la dolcezza dell’umile servizio reciproco che avete gustato in Chiesa?
È questa trasformazione della vita di tutti i giorni delle famiglie la nuova missione a cui siamo chiamati. Spetta, infatti, a noi sacerdoti donare ai giovani, alle famiglie, a tutti i fedeli quel “terzo tesoro” che ho enumerato dopo l’Eucaristia e la Parola di Dio, cioè quella Regola di Vita che deve dare una forma nuova alla loro vita quotidiana.
Ancora adesso nel catechismo ci si limita, per lo più, ai primi due tesori. Ma ormai è necessario e urgente che, con essi, si insegni anche la Regola di Vita, se non vogliamo che la presenza di Cristo nell’Eucaristia e la Sapienza della dottrina cristiana rimangano fuori della vita quotidiana dei fedeli e che essi adottino una regola di vita sempre più lontana da quella insegnata dagli apostoli e minutamente spezzata, come il pane eucaristico, da San Benedetto nella sua Regola.
È questo il pane che ora i fedeli aspettano da noi!

Già da diversi anni l’Abbazia di Farfa sta svolgendo un programma indirizzato a diffondere l’osservanza della Regola di San Benedetto nelle famiglie. Il progetto si sta diffondendo e riscuote grande interesse. Il mio volume “San Benedetto e la vita familiare” è stato tradotto in inglese, francese, portoghese e spagnolo. Inoltre, è stata creata, sul sito dell’Abbazia di Farfa, una scuola online per le famiglie: “La corona di dodici stelle”- le dodici stelle rappresentano i dodici insegnamenti che riteniamo necessari per aiutare le famiglie a realizzare questo progetto.
Tramite il seguente link si può accedere alla pagina introduttiva alla suddetta scuola online: http://www.abbaziadifarfa.it/formazione.asp.
Ora questo nuovo capitolo sull’estensione della Regola al clero diocesano e alle parrocchie ci interpella, come Chiesa, sia per una presa di coscienza nuova del valore apostolico della vita claustrale, sia perché sollecita un impegno a largo raggio per diffondere nelle parrocchie una rinnovata impostazione della pastorale, specialmente familiare, sia per la promozione di una riflessione teologica approfondita sui temi di fondo che stanno emergendo relativamente ad aspetti fondamentali della Regola di San Benedetto che in passato erano stati poco valorizzati.
Si potrebbe, dunque, prospettare l’apertura di un sito di carattere pastorale e teologico rivolto soprattutto alle parrocchie e alle comunità claustrali, che affiancasse il lavoro svolto dalla scuola online “La corona di dodici stelle”.
Per questo facciamo appello a quanti possano essere interessati perché diano la loro adesione o esprimano il loro motivato parere.

di Don Massimo Lapponi