La rivoluzione divora i suoi figli

(pubblicato su lsblog il 4 agosto 2013))

La coerenza e la razionalità di un stato democratico moderno esigono rigorosi chiarimenti suoi principi sui quali si fonda il vivere civile. Purtroppo è necessario un tempo abbastanza lungo perché, superati vecchi pregiudizi e fraintendimenti, si giunga finalmente a prospettare le linee guida di una società pervenuta alla sua piena maturità e consapevolezza, e spesso, per ottenere questo risultato, bisogna tollerare il ricorso, da parte di qualche gruppo particolarmente impaziente, a mezzi non sempre di buon gusto.
Avviene così che in alcune società per un certo tempo convivano insieme principi e diritti contraddittori, cosicché quanti maggiormente avvertono il disagio di questa contraddizione, sono portati a forzare un po’ la mano perché finalmente si pervenga ad un’assoluta coerenza di principi e di comportamenti.
In alcune società, ad esempio, mentre da una parte si stabilisce, per via democratico-parlamentare, che un embrione non ha gli stessi diritti di un essere umano, tanto che esso può essere legittimamente eliminato quando si verifichino condizioni stabilite dal Parlamento, le quali possono essere opportunamente modificate a discrezione del Parlamento stesso – ciò che mai sarebbe applicabile a un essere umano – dall’altra però si stabilisce anche che è lecito non solo sostenere l’opinione contraria, che cioè l’embrione ha gli stessi diritti di un essere umano, ma anche farla valere in sede pubblica e ricorrere ad essa perché si riconosca il diritto all’ “obiezione di coscienza”. Se pertanto un individio portatore di embrione, appellandosi al principio per cui l’embrione non ha i diritti di un essere umano, chiede che il medesimo venga eliminato dal suo corpo – perché, come egli giustamente afferma, “il corpo è suo” – il suo diritto, riconosciuto dalla legge, all’eliminazione dell’embrione può facilmente entrare in conflitto con il diritto opposto del personale sanitario, che dovrebbe operare quanto legittimamente richiesto, all’obiezione di coscienza. Ecco così due diritti contraddittori che convivono insieme e si contrastano, fino al punto che in determinate casi, il diritto del portatore di embrione può essere vanificato.
Per questa ragione in molti paesi non si ammette la convivenza di principi contraddittori e, una volta deciso che l’embrione non ha diritti, ciò vale per tutti e a nessuno è consentito addurre in sede pubblica l’obiezione di coscienza per sottrarsi all’obbligo di operare l’eliminazione dell’embrione garantita dalla legge. Chi pretendesse di agire diversamente, sarebbe giustamente punito con l’allontanamento dal posto di lavoro, non potendo legittimamente esercitare una funzione che non ritiene di dover esercitare secondo quanto prescritto dalle leggi stabilite dal Parlamento.
Sembra dunque che non si possa impedire che, nei paesi in cui vige ancora il suddetto diritto contraddittorio, i portatori di embrione che più dolorosamente avvertono di essere penalizzati dal personale sanitario che fa appello all’obiezione di coscienza, trascendano a volte a manifestazioni dall’apparenza un po’ scalmanata, come quando, entrando in una cattedrale in cui i difensori più accaniti dei diritti dell’embrione celebrano mitiche teocrazie, commettono violenze a danno di persone e oggetti e scrivono anche frasi di sentito disprezzo verso i simboli di una teocrazia intollerante – come è avvenuto recentemente nella cattedrale cattolica di Santiago nel Cile, senza l’intervento della polizia; ovvero quando oppongono ai fanatici di un potere sovrano da cui scaturirebbe un “diritto naturale” superiore al diritto civile il grido simbolico della loro libertà democratica : “Viva Satana!” – come è avvenuto recentemente in Texas, senza l’intervento della polizia.
E’ chiaro che in un paese civile, più che impedire queste e simili manifestazioni di disagio, bisognerà piuttosto rimuovere le cause del disagio medesimo, uniformandosi a quei paesi in cui non sussiste alcun diritto che possa entrare in conflitto con un diritto opposto.
E del resto è del tutto naturale che la razionalizzazione delle leggi proceda inesorabilmente verso la sua piena e coerente attuazione, senza ammettere ostacoli di sorta.
Così ben presto si dovrà provvedere a razionalizzare anche la decisione di far transitare l’embrione privo di diritti fino alla condizione di essere umano portatore di diritti. A chi spetterà questa decisione? Si dirà: al portatore di embrione. Ma questo non è così certo.
Partiamo dal principio, stabilito da una legge parlamentare, che l’embrione non ha i diritti propri di un essere umano. Non ci si può dunque appellare ad essi per giustificare la suddetta transizione. Che il portatore di embrione abbia diritto all’integrità del proprio corpo, nessuno potrebbe metterlo in dubbio. Ma, come lui stesso ha affermato, l’embrione non è parte del suo corpo e può essere perciò, per sua volontà, eliminato quando entra in qualche situazione di conflitto con esso. Può anche, tuttavia, accadere che l’embrione entri in conflitto con gli interessi economici della società. In tal caso come potrebbe il portatore di embrione di sua iniziativa aggravare la società con un nuovo essere umano avente diritti? Non si vuole qui certamente procedere con i metodi ancora rozzi di paesi non sufficientemente sviluppati sul terreno della democrazia, come la Russia, la Germania, l’India o la Cina. Siamo in società democratiche e non si ammette se non quanto stabilito da un Parlamento legittimamente eletto e con motivazioni perfettamente razionali.
Dunque, è evidente che se il portatore di embrione non può garantire, in base alla sua situazione economica e sociale, una sufficiente partecipazione al sostentamento e allo sviluppo all’essere umano che si vorrebbe far derivare dall’embrione stesso, la comunità sarebbe costretta ad accollarsi un peso superiore a quanto stabilito dalla legge per tutti i relativi adempimenti. Ciò potrebbe essere paragonato, in qualche modo, ad una evasione fiscale, in quanto il contribuente utilizzirebbe il denaro pubblico in misura maggiore di quanto gli sarebbe consentito in base ai versamenti da lui effettuali all’erario. Ora è un principio fondamentale della moderna economia che tutte le forme di minore affluenza di denaro nelle casse dello Stato rispetto a quanto è da esse esborsato per il bene pubblico – quale è il caso dell’evasione fiscale o di fenomeni analoghi – sono la vera causa di ogni recessione economica e devono essere perciò perseguiti senza remore e senza eccezioni.
Bisognerà dunque che ogni portatore di embrione si presenti all’apposito sportello e, dichiarato lo stato fisico in cui si trova, chiarisca, con tutta la necessaria documentazione, quale è la sua situazione socio-economica. Spetterà poi all’addetto allo sportello valutare se procedere o meno alla trasizione dell’embrione dallo stato di non avente diritti allo stato di essere umano avente diritti. Come si è detto, il portatore di embrione non potrebbe far valere né l’obiezione di coscienza né i personali diritti sul suo proprio corpo.
Un altro esempio di ambiguità giuridica è quello relativo ai termini, e ai relativi comportamenti, inerenti all’ufficio di allevamento dei minori. Qui da una parte si vorrebbe eliminare per sempre ogni riferimento al “diritto naturale”, essendo ormai assodato che esiste soltanto un diritto positivo stabilito di volta in volta dal Parlamento e soggetto a continui necessari aggiornamenti; dall’altra però si continuano ad usare termini e consuetudini che pericolosamente minacciano di riportare in vita le esiziali dottrine del diritto naturale.
Infatti quanti reclamano il diritto alla convivenza legalmente riconosciuta e a poter esercitare l’ufficio di allevamento dei minori, indipendentemente dall’antiquata distinzione dei “sessi”, continuano ad usare i termini “padre”, “madre”, “figlio”, “figlia”, genitore”. Tutto questo non si può conciliare con la coerente razionalizzazione dei principi.
Infatti il “genitore” che usa definirsi “madre”, specialmente se è transessuale, spontaneamente vorrà rivestire il ruolo che la tradizione dell’ “ancient régime” attribuiva alle “donne” e alle “madri”. Questa è una palese incoerenza, non priva di seri pericoli.
La tendenza generale, infatti – e basta vedere l’esempio degli Stati Uniti, del Regno Unito, della Francia, della Croazia etc. – è che l’educazione, e certamente anche quella sessuale, non spetta alle “famiglie” – e ciò indipendentemente dal “sesso” dei conviventi – ma allo Stato. E lo Stato insegna che non esistono ruoli “naturali”, come non esiste alcun “diritto naturale”. I ruoli che l’ “ancient régime” assegnava alla “donna” o all’ “uomo” erano pure costruzioni culturali e sociali, e ugualmente costruzioni culturali e sociali erano le attrattive “naturali” dell’ “uomo” verso la “donna” e viceversa. Le attrattive sono soggettive e si possono scegliere liberamente senza riferimenti a modelli precostituiti e spetta esclusivamente allo Stato stabilire, e al bisogno modificare, per legge positiva, i ruoli e le modalità in cui essi vanno esercitati.
Dunque, anziché parlare di “marito” e moglie” – termini troppo sfacciatamente ricalcati sulla mentalità dell’ “ancien régime” – si parlerà di “convivente 1” e “convivente 2”, e certamente in un prossimo futuro si parlerà anche di “convivente 3, 4, 5” etc., e spetterà allo Stato stabilire a quale numero, per ragioni pratiche, ci si dovrà volta per volta limitare.
Ugualmente, riguardo ai termini di “padre”, “madre”, “genitori”, dovendo uniformare ogni cosa sotto termini universali e non trovandosi spesso adempiute di fatto le condizioni corrispondenti, e inoltre dovendo combattere ogni richiamo a sentimenti e principi dell’ “ancient régime”, essi verranno sostituiti dai termini “custode 1” e “custode 2” – e anche in questo caso si prevede l’espansione dei ruoli a “custode 3, 4, 5” etc., secondo i limiti di volta in volta determinati dallo Stato. Analogamente i termini “figlio” e ‘figlia”, per le stesse ragioni, saranno sostituiti dal termine “minore”, e spetterà sempre allo Stato stabilire fino a che età detto termine e la corrispondete responsabilità avranno validità. Naturalmente è sempre salva la facoltà del Parlamento di rivedere completamente l’assetto dei minori e di provvedere in modo diverso al loro allevamento.
Gli esempi sopra riportati mostrano quanto lavoro ancora ci sia da fare perché, liberatasi da ogni residuo preistorico, l’umanità possa finalmente incominciare, senza ambiguità, la sua vera storia.

di D. Massimo Lapponi

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