La sera e il riposo

di Alphonse Gratry (1805-1872)

In un senso più profondo di quanto non si creda “la notte porta consiglio”.
Ponetevi delle domande la sera; molto spesso le troverete risolte al vostro risveglio.
Quando un germe è deposto nello spirito e nel cuore, questo germe si sviluppa non solo con i nostri lavori, i nostri pensieri, i nostri sforzi, ma grazie ad una sorta di fermentazione silenziosa, che matura in noi senza di noi. È ciò che suggerisce il Vangelo, quando dice: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente (terra enim ultro fructificat)» (Mc 4, 26-28). Così avviene nella nosra anima: essa produce spontaneamente.
Che fanno gli studenti per apprendere bene la lezione? La leggono la sera prima di dormire, e la mattina dopo l’hanno imparata. Che fanno i religiosi per meditare bene al mattino? Preparano la loro meditazione la vigilia, dopo la preghera della sera, e la trovano tutta viva al risveglio nel loro spirito e nel loro cuore.
L’illustre matematico Laplace riferisce, in una delle sue opere, che spesso egli la sera poneva dei problemi su cui lavorare e meditare, e al suo risveglio li trovava risolti.
Tra quelli che lavorano, chi non ha osservato questo fatto? Chi non sa a che punto il sonno sviluppa le questioni impostate, fa fruttificare i germi nel nostro spirito? Quante volte al risveglio la verità che invano avevamo cercato brilla nell’anima come circondata da un bagliore penetrante! Si direbbe che i frutti del lavoro si concentrino nel riposo e che l’idea si depositi nella nostra anima come un cristallo, come un diamante, quando l’acqua madre, a lungo agitata, si acquieta.
Ecco il fatto. Il sonno lavora. Bisogna, dunque, farlo lavorare preparandogli il lavoro la sera.
L’uso della sera! Il rispetto della sera! Quale grave questione pratica!
Abbiamo parlato di ciò che si può chiamare la consacrazione del mattino. Parliamo ora della consacrazione della sera.
È ora o mai che bisogna saper rompere con le abitudini presenti. Nego che gli spiriti possano svilupparsi con l’attuale organizzazione della sera.
Quando la giornata finisce con il piacere, sappiate che l’intera giornata è vuota. Non parlo di quelli che, ogni sera, dissipano tutta la loro forza e la loro dignità di uomini con le orge. Parlo di quelli che, come oggi fanno quasi tutti, cessano ogni vita seriamente impegnata e l’interrompono almeno per dodici o quattordici ore. Che avviene di questo tempo? Cosa sono le nostre conversazioni della sera, le nostre riunioni, i nostri giochi, le nostre visite, i nostri spettacoli? Vi è come un taglio di quattrodici ore sulla vita reale. È il riposo, si dice. Lo nego! Ciò che dissipa non riposa. Il corpo, lo spirito, il cuore, spossati, dissipati fuori da se stessi, si precipitano, dopo una sera buttata via, in un sonno pesante e sterile, che non riposa affatto, perché la vita, troppo dispersa, non ha più né il tempo né la forza di ritemprarsi nelle sue sorgenti. In che stato si esce da un tale sonno?
Certamente il riposo è necessario; e a noi oggi manca il riposo ancor più che il lavoro.
Il riposo è fratello del silenzio. A noi manca il riposo come manca il silenzio.
Siamo sterili per mancanza di riposo ancor più che per mancanza di lavoro.
Il riposo è qualcosa di così grande che la Sacra Scrittura giunge a dire: « La sapienza dello scriba si deve alle sue ore di quiete» (Sir 38, 24). E altrove il grande rimprovero che un profeta rivolge al popolo del giudei è questo: «Hai detto: non mi riposerò!» (Et dixisti: non quiescam) [cf Is 57, 10].
Che cos’è, dunque, il riposo? Il riposo è la vita che si raccoglie e si ritempra alle sue sorgenti.
Il riposo per il corpo è il sonno: ciò che avviene nel sonno lo sa Dio! Il riposo per lo spirito e per l’anima è la preghiera. La preghiera è la vita dell’anima, la vita dell’intelligenza e del cuore, che si raccoglie e si ritempra alla sua sorgente, che è Dio.
La vita dovrebbe comporsi di lavoro e di riposo, come il progresso del tempo su questa terra si compone del giorno e della notte.
Noi oggi, dunque, lavoriamo ancora un po’, ma non ci riposiamo più. Dopo l’agitazione del lavoro viene l’agitazione del piacere, e dopo l’una e l’altra viene la prostrazione del cedimento.
Dov’è per noi il riposo della sera, il riposo sacro della domenica, quello delle feste, e quei riposi ancora più lunghi che ordinava la legge di Mosè?
Il riposo morale e intellettuale è un tempo di comunione con Dio e con le anime, e la gioia in questa comunione. Ora è ben chiaro che noi non abbiamo conservato del riposo che delle figure vuote nei nostri costumi e nei nostri piaceri della sera.
Non conosco che un solo modo di vero riposo di cui noi abbiamo, in qualche misura, conservato l’uso, o piuttosto l’abuso, nelle occupazioni della sera: la musica. Niente porta così efficacemente al vero risposo come la vera musica. Il ritmo musicale regolarizza in noi il movimento e opera, per lo spirito e per il cuore, e anche per il corpo, ciò che per il corpo opera il sonno, che ristabilisce, nella sua pienezza e nella sua calma, il ritmo dei battiti del cuore, della circolazione del sangue e di sollevamenti del petto. La vera musica è sorella della preghiera, come della poesia. La sua influenza raccoglie, e, riconducendo verso la sorgente, ridona subito all’anima la linfa dei sentimenti, delle luci, degli slanci. Come la preghiera e come la poesia, con le quali si confonde, ella riconduce verso il cielo, luogo del riposo. Ma noi abbiamo trovato il modo di togliere alla musica quasi sempre il suo carattere sacro, il suo senso affettivo e intellettuale, per farne un esercizio di abilità, un prodigio di velocità e uno sfavillante baccano che, lungi dal riposare l’anima, non riposa nenache i nervi.
Voi, dunque, che volete far parlare il silenzio e far lavorare il sonno, rendete utile anche il vostro riposo. Fate in modo che l’interruzione del lavoro sia veramente riposo. Consacrate le vostre serate! Andate fino alla realtà delle vane e vuote figure che le nostre abitudini hanno conservato. Che il riposo della sera sia una comunione dello spirito e dell’anima, un impegno comune verso il vero attraverso qualche facile studio delle scienze, verso il bello attraverso le arti, verso l’amore di Dio e degli uomini attraverso la preghiera; date germi di luce e sante emozioni al sonno che sta per arrivare e nel quale Dio stesso li coltiverà nell’anima del suo figlio addormentato.
Una vita bene ordinata consacrerebbe così la sera. E consacrerebbe anche la fine di ogni periodo di sette giorni con un sacro riposo, e con un giorno di comunione delle anime in Dio. Una vita bene ordinata consacrerebbe così la fine di ogni anno con un riposo riparatore, che raddoppierebbe la linfa e la fecondità del lavoro dell’anno seguente.
Ritemprarsi nello spettacolo della natura, nella luce delle arti, nella comunione con i grandi spiriti, nei pellegrinaggi verso gli assenti, nelle amicizie sante, nei sacri sodalizi per il bene, e poi infine in qualche giorno di severa solitudine, soli di fronte a Dio, ultimo termine del riposo dell’anno – che da lontano sembra solo austero, ma da vicino è ben dolce -: non sarebbe questo veramente un riposo? Una vita bene ordinata, infine, consacrerebbe tutto il suo autunno, tutto l’autunno della vita, soprattutto a Dio, all’amore puro che viene da Dio, alla carità per gli uomini, al lato sostanziale della scienza, alle speranze proprie del cielo, al vero raccoglimento in Dio, cioè a quell’unico lavoro che l’oracolo imponeva a Socrate nella sua prigione durante i pochi giorni che lo separavano dalla morte, quando gli trasmise quel detto che non sappiamo tradurre: non fare più che della musica; detto che vuole signficare che bisogna concludere la propria vita nella sacra armonia.
Ma queste bellezze della sera della vita non sono che illusioni per la maggior parte degli uomini; per quasi tutti la realtà è ben altro. La vita intera non può finire nella sacra armonia, nel riposo santo e fecondo, pieno di germi che la morte deve sviluppare per il mondo superiore, se non a patto che ciascuno dei nostri anni e ciascuno dei nostri giorni abbia saputo concludersi con un sacro riposo: poiché l’autunno della vita non raccoglie se non ciò che ogni giorno ha seminato!

Dall’opera “Le Sorgenti” (1862)

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