La teologia entra in dialogo con l’economia

di Don Massimo Lapponi

«Prendete e mangiatene tutti»
Canone della messa (cf Mt 26, 26-27)

Abstract

Among modern economists there is a trend that we can define “anti-Malthusian”. In fact economists like Julian Simon and Bjorn Lomborg do not consider man as a mere consumer, but also as a resource, even as “the ultimate resource”. But the anti-Malthusianism of these economists is not consistent, because their knowledge of man is shallow and incomplete. If man is “the ultimate resource”, then we cannot be satisfied with commonplace understanding of man; we have to admit that economics is not a self-sufficient science and has to be supported by other kinds of knowledge of man, theology included – why not?

Tra i moderni economisti è presente una corrente che potremmo definire “antimaltusiana”. Infatti economisti quali Julian Simon e Bjorn Lomborg non considerano l’uomo soltanto come un consumatore, ma anche come una risorsa – anzi, come “la risorsa primaria”. Ma l’antimaltusinesimo di questi economisti non è coerente, perché la loro conoscenza dell’uomo è superficiale e incompleta. Se l’uomo è “la risorsa primaria”, non possiamo accontenttarci di una conoscenza banalizzata di lui, ma dobbiamo ammettere che l’economia non è una scienza autosufficiente e che deve far ricorso ad altre forme di conoscenza dell’uomo. E perché non alla teologia?

1. L’economista contro corrente Julian Simon (1932-1998), opponendosi alla tendenza dominante soprattutto a partire dagli anni 70 del Novecento – ma già diffusa da ben oltre un secolo – a considerare le risorse disponibili per il sostentamento umano quali semplici “dati” e l’uomo quale semplice “consumatore”, sottolineava il fatto che l’uomo è anche “risorsa”, in quanto i beni per il suo sostentamento diventano tali praticamente sempre e soltanto attraverso la conoscenza e l’opera dell’uomo. Per questo egli giungeva a definire l’uomo “the ultimate resource”, la risorsa primaria. Nell’enfatizzare questo fatto innegabile, egli probabilmente, nel fervore della polemica, ha finito per eccedere e per non dare il giusto peso alla disponibilità naturale delle risorse, che, in ogni caso, costituisce un necessario presupposto alla presa di coscienza, all’elaborazione e al lavoro da parte dell’uomo. Ciò non toglie che la sua intuizione sia stata feconda e abbia suscitato tendenze innovative nella ricerca economica.
L’economista danese Bjorn Lomborg (1965 -), che in larga misura si è ispirato a Simon, pur correggendo alcune sue vedute, è autore di frequenti interventi critici nei confronti delle tendenze più diffuse in campo economico e non manca di sottolineare come l’intervento dell’opera dell’uomo, guidato da una sempre più vasta conoscenza scientifica e tecnica, cambi profondamente gli scenari economici. In questa prospettiva sia Simon, sia Lomborg, tra le altre cose, hanno sottolineato come le predizioni catastrofiche sulla sproporzione tra popolazione e risorse fatte soprattutto a partire dagli anni 70 del Novecento si siano rivelate infondate. [vedi: https://www.project-syndicate.org/commentary/children-global-warming-fear-by-bjorn-lomborg-2018-05?mc_cid=fb812694c9&mc_eid=da49bfc3f6%5D.
Intervenendo recentemente sull’analisi dei costi-benefici degli interventi a favore dello sviluppo sostenibile, lo stesso Lomborg, pur condividendo sostanzialmente gli obiettivi presentati come primari da governi ed economisti e ripresi dai Sustainable Development Goals nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2015 – lotta alla povertà, nutrizione, salute, acqua potabile, scolarità, pari opportunità, clima, ambiente – sottolinea che dei 169 obiettivi elencati dettagliatamente come primari, quelli che meriterebbero il maggiore impegno, in quanto più vantaggiosi, sono soltanto 19, e tra questi in particolare l’accesso al “family planning”, il sano nutrimento dell’infanzia, che favorirebbe a sua volta lo sviluppo cerebrale e quindi l’istruzione scolastica e la formazione di membri produttivi della società, e la lotta alla malaria o alla tubrtcolosi, diffuse cause di mortalità tra gli adulti in età lavorativa delle popolazioni povere. [vedi: https://www.channelnewsasia.com/news/commentary/united-nations-sustainable-development-goals-billions-spent-11133952?mc_cid=9253d51667&mc_eid=da49bfc3f6 e: https://www2.bostonglobe.com/opinion/2019/04/22/ambassador-can-reset-development-agenda/OOKEEYGwwrYQ4p0DqtGmKO/story.html?mc_cid=fb2787db3d&mc_eid=da49bfc3f6%5D
Ed egli lamenta che, invece, si disperdono troppe risorse per altri obiettivi assai meno vantaggiosi nell’analisi costi-benefici, come ad esempio quelli relativi al cambiamento climatico, di cui, a suo giudizio, si esagera l’incidenza. [vedi: https://www.project-syndicate.org/commentary/climate-change-self-defeating-alarmism-by-bjorn-lomborg-2018-12%5D
Se la tendenza di Simon e di Lomborg è di enfatizzare il valore economico dell’opera dell’uomo, e quindi di promuovere primariamente la sua salute, nutrizione e istruzione, è evidente che questi obiettivi sono tutt’altro che assenti dai programmi più diffusi. Certamente l’incremento della scolarizzazione è al primo posto tra i progetti internazionali e nazionali sullo sviluppo sostenibile, e credo che si possa affermare che, per quanto l’opera di Simon sia stata oggetto di vivaci polemiche, la sua definizione dell’uomo come “ultimate resource” abbia finito per imporsi.
Ma qui dobbiamo porre una questione di fondo. Se, come credo, si è sostanzialmente d’accordo a conferire all’uomo un ruolo qualitativamente primario nella vita, anche economica, delle nazioni, nel definire i modi in cui l’uomo debba essere valorizzato, non si rischia, poi, di perdersi in soluzioni acritiche e superficiali, ammantate da parole altisonanti? Si parla di «scolarità diffusa», di «educazione di qualità inclusiva ed equa», di «formazione permanente offerta a tutti». Cosa si intende con queste belle parole? Sembra che sullo sfondo vi sia la convinzione che ciò che conta sia la formazione scientifica e tecnica necessaria per sfruttare al meglio le risorse naturali, e anche per intervenire sull’uomo, non solo a beneficio della sua salute.
Ma non si corre un po’ troppo? Se abbiamo detto che l’uomo è la principale e fondamentale risorsa, forse sarebbe opportuno che, prima di privilegiare le scienze della natura e le tecniche di sfruttamento, si studiasse meglio l’uomo! E quali scienze ce lo faranno conoscere meglio? Se vogliamo usare uno sguardo onnicomprensivo, nessun apporto dovrebbe essere trascurato. E allora perché escludere quella che, se pure in tempi ormai tramontati, era considerata la regina delle scienze, cioè la teologia?
Proviamo a mettere da parte ogni pregiudizio e vediamo se, per caso, le luci che da essa ci possono venire sulla condizione umana non si rivelino essenziali anche per un corretto discorso sull’economia.

2. Dal libro della Genesi apprendiamo alcuni dati fondamentali riguardanti l’economia umana. Vi leggiamo:

«All’uomo Dio disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare,
maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l’erba campestre.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finché tornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai!”».
(Gn 3, 17-19)

La situazione qui descritta è il risultato del peccato dell’uomo, in seguito al quale egli ha perduto qualche cosa di essenziale, decadendo dal suo stato originale. Per prima cosa egli si trova in larga misura estraniato rispetto alla compagna «simile a lui» (Gn 2, 18) che il Signore gli aveva dato per sostenerlo nell’adempimento della sua missione. Alla profonda unione iniziale è subentrato da una parte il dominio dell’uomo sulla donna, grazie alla propria superiorità fisica, e dall’altra un rapporto contraddittorio di attrazione della donna verso l’uomo, nonostante la sua situazione di inferiorità, e di «vergogna» reciproca nei riguardi della loro sessualità. Dunque una sorta di amore-odio, che mette in crisi la collaborazione originaria, attraverso la quale essi avrebbero dovuto imparare, nell’amore reciproco, a conoscere il volto paterno di Dio e a perpetuarne la paternità nelle generazioni umane.
Ora, divenute problematiche le relazioni di amore, di sessualità e di generazione, ecco che l’uomo trova la sua prima realizzazione nel lavoro per procurare il pane. Non sarà più, dunque, l’amore per la donna e per la sua discendenza a regolare la sua vita, bensì l’opera delle sue mani per la faticosa sottomissione del mondo.
Se prendiamo seriamente l’insegnamento della Bibbia, dobbiamo dire che il rapporto dell’uomo con il lavoro ha qualche cosa di squilibrato. Sembra che il suo impegno a procurare il pane lo renda in larga misura insensibile nei confronti della donna e dei suoi stessi figli. Ovviamente questo non è una dato assolutamente dominante, perché l’amore per la donna e per la prole rimane sempre. Tuttavia la Bibbia sottolinea la tentazione di fondo a relegare questi affetti in secondo piano per esaltare in primo luogo la sua opera di lavoratore.
Ma la Bibbia non contiene soltanto il libro della Genesi. Ad esso, infatti, fa contrasto il Nuovo Testamento, il cui scopo è proprio di risanare la condizione decaduta dell’uomo.
Nel Vangelo, all’uomo “vecchio”, Adamo, si oppone l’uomo nuovo, Cristo. E vi è una pagina in cui una lettura meditata ci svela l’inaugurazione di una situazione totalmente nuova.
«Prendete e mangiate» dice Gesù nell’ultima cena. E aggiunge: «Questo è il mio corpo» (Mt 26, 26).
Come Adamo, così anche Gesù ha la missione di procurare il pane. Ma il pane che egli procura è totalmente trasfigurato rispetto a quello per cui il vecchio Adamo aveva sparso il sudore della sua fronte.
Viene sponteneo fare un parallelo tra una “vecchia” ed una “nuova” economia. Per la vecchia economia la prima risorsa è il pane, per la nuova è l’uomo. Ma attenzione: non ogni uomo, bensì l’uomo nuovo, Gesù Cristo!
Il vero pane, che nutrirà l’uomo, è il suo copro e il suo sangue.
Si dirà che questi sono simboli religiosi, che valgono per la vita spirituale, ma non hanno nulla a che fare con l’economia, la quale deve occuparsi di nutrire gli uomini di pane, e non di amministrare ai fedeli l’eucarestia.
Ma le cose tanno proprio così? Se Cristo ha imitato il vecchio Adamo nel procurare il pane e se lo ha fatto mutandone totalmente le prospettive, non lo avrà fatto, oltre che per motivi spirituali, anche per rigenerare la stessa economia umana? Ovvero, non sarà che la rigenerazione spirituale diverrà anche la condizione necessaria per la rigenerazione economica? Alcune parole di Cristo ce lo suggeriscono.
«In verità, in verità vi dico» egli dice ai giudei «voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo» (Gv 6, 26-27).
E poco prima l’evangelista aveva scritto:
«Ma Gesù, sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo» (Gv 6, 15).
Se Gesù voleva il bene degli uomini, e non soltanto il “bene spirituale”, e non ha accettato di essere loro re per dare agli uomini il solo pane materiale, come avrebbe fatto il vecchio Adamo, ciò vuol dire che il vero bene, anche economico, degli uomini si ottiene con un pane diverso da quello di cui vanno in cerca i moderni economisti. E Gesù ci ha detto chiaramente qual è questo pane: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo».
Dunque – si dirà – i problemi economici si risolveranno con l’eucarestia? Non sarebbe certamente un modo molto felice di esprimersi! Vediamo di approfondire il senso delle parole bibliche.
Gesù non avrebbe potuto dire: «Questo è il mio corpo» se non avesse avuto un corpo. Ora, questo fatto apre lo sguardo su un mistero infinito!
Abbiamo visto quale fosse la condizione della generazione umana dopo il peccato. Il grande mistero della generazione della vita, che doveva rispecchiare la generazione del Verbo divino nel seno della Divinità, era stato inquinato dalla mancanza di vera comunione interiore tra l’uomo e la donna e dal disordine della sessualità. Proprio la perdita dell’originaria unione di amore tra l’uomo e la donna aveva causato la scelta dell’uomo di porre come suo scopo primario la conquista del mondo per procurarsi il pane. Infatti, il Figlio di Dio, «che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola» (Eb 1, 3), si trova a fondamento di tutto il creato e il suo volto doveva rivelarsi alla coscienza dell’uomo – destinato a dare senso a tutta la creazione – attraverso il volto della donna, e viceversa. Così il volto di Dio avrebbe guidato tutte le azioni dell’uomo, della donna e dei loro discendenti nella via dell’amore. Ciò, purtroppo, era stato seriamente compromesso con il peccato.
Ma in Cristo la situazione è cambiata. Se chiediamo a Maria: «rivolgi a noi quegli occhi tuoi misericordiosi», è perché nel suo volto ritroviamo la rivelazione del volto di Dio, come era in origine nel progetto divino sulla donna. Se Maria si è consacrata a Dio nella verginità, ciò è stato perché il suo spirito era troppo assorbito dalla vita divina e dalla sua sublime fecondità per interessarsi della derivata fecondità terrena. Ma nei piani di Dio la fecondità terrena doveva ormai essere redenta e riportata a rispecchiare la generazione del Verbo divino. Per questo bisognava riavvicinare la generazione umana a quella divina, affinché quest’ultima si irradiasse meravigliosamente sulla prima e la riconducesse al suo modello. Quale mezzo più straordinario per questo fine che quello di rendere la generazione umana partecipe della generazione divina – come era misteriosamente programmato fin dall’inizio? Così Maria, nella sua verginità consacrata alla fecondità divina, doveva essere feconda anche di una vita umana, ma questa vita umana sarebbe stata la vita dello stesso Verbo di Dio!
Dunque Gesù, dicendo: «Questo è il mio corpo», da una parte glorifica la presenza della generazione divina nella generazione umana, e dall’altra, superando l’ostacolo all’amore causato dal peccato, riporta il modello dell’attività umana dalla conquista del mondo e dal pane materiale alla donazione di se stesso, vero pane per la vita del mondo.
Ma cerchiamo di approfondire. La narrazione della storia di Cristo nel Vangelo di Giovanni incomincia con un matrimonio, durante il quale Maria dice: «Non hanno più vino» (Gv 2, 3).
Che la storia della redenzione incominci con un matrimonio non è certamente un caso! È proprio l’amore tra l’uomo e la donna, infatti, che deve essere sanato perché sia redenta dal male tutta la vita del mondo. Ora, il vino mancante non è forse il simbolo di quella forza intima dell’uomo che nella Bibbia viene quasi indentificata con il sangue? «Del sangue vostro anzi, ossia della vostra vita, io domanderò conto; ne domanderò conto ad ogni essere vivente e domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo, a ognuno di suo fratello» (Gn 9, 5). È proprio questo sangue-vita che viene a mancare nelle nozze umane dopo il peccato. Ovvero, viene a mancare il «vino buono» ed è servito quello «meno buono» (Gv 2, 10). Quell’unione intima che doveva attingere il nucleo più profondo dell’uomo e della donna era ostacolata dal peccato, cioè proprio dall’oscuramento dell’amore e dall’impegno primario dell’uomo a conquistare il mondo per affermare il proprio orgoglio e per procurarsi i beni materiali, riservando alla donna, e alla sua discendenza, più la propria sensualità che il proprio amore, e offuscando, così, il vero volto di Dio.
Dunque il vino eucaristico, che è il sangue di Cristo sparso per la purificazione dal peccato, è il «vino buono» (Gv 2, 10), conservato per il tempo della salvezza. È, infatti, la vita spesa per vincere il peccato, per riaffermare l’assoluta preminenza dell’amore e per estendere la paternità divina a tutta la discendeza umana ad essere il vero nutrimento del genere umano. E non solo il nutrimento spirituale, bensì anche quello necessario alla vita terrena, se è vero che l’uomo è “the ultimate risource”.
Ora, non solo Cristo è il vero pane e vino per la vita del mondo, ma lo è ogni uomo, rigenerato da Cristo a sua immagine. Dunque ogni uomo è chiamato non più a realizzarsi procurando il pane materiale con la conquista del mondo, ma a procurare il pane come Cristo lo ha procuratro: donando se stesso per amore, nel matrimonio o nella consacrazione verginale, nella paternità fisica o spirituale, nella fraternità ritorvata verso tutti gli uomini.
Possiamo, dunque, leggere queste ben note parole non più soltanto come una pagina di poesia, ma anche come un testo scientifico di economia:
«Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 31-33).

3. Cosa potrebbero imparare gli economisti da questa conoscenza dell’uomo – “the ultimate resource” – offerta dalla Bibbia? Per prima cosa che la sola conoscenza scientifica e tecnica, senza la rigenerazione dell’uomo, non correggerà il disordine di fondo dell’uomo, e quindi la sua tendenza a sostituire, come motivo del suo agire, all’amore il desiderio di dominare e lo scatenamento delle sue passioni. Avverrà, così, che l’aumento della scienza e del potere sulla natura troppo spesso sarà motivo di sopraffazione, di discordia, di avidità di dominio e di godimento, e infine sperpero e distruzione delle ricchezze faticosamente accumulate.
In secondo luogo, e di conseguenza, che, se è vero che l’uomo è la risorsa fondamentale, ciò significa che bisogna investire su di lui in modo molto diverso da come gli economisti moderni generalmente si immaginano e che, in particolare, al contrario di quanto avviene comunemente – come dimostra la scelta, universalmente diffusa, di porre il “family planning” tra i principali obiettivi da realizzare – la prima preoccupazione di un ecomonista veramente scientifico dovrebbere essere di valorizzare e proteggere da ogni degenerazione quel rapporto tra l’uomo, la donna e la generazione che Cristo e Maria hanno rinnovato e consacrato con la loro presenza tra noi «fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Dunque l’affermazione di Lomborg: «permettere alle donne maggiore controllo sulle gravidanze [tramite la diffusione dei metodi contraccettivi] significherebbe 150.000 morti in meno per maternità e 600.000 orfani in meno, oltre a considerevoli benefici economici» non ha nulla di realmente scientifico. Infatti, senza considerare il fatto che la morte per maternità non è conseguenza della maternità come tale, ma di condizioni igienico-sanitarie inadeguate, e queste, non la maternità, andrebbero combattute, senza deviare le risorse verso falsi obiettivi, ciò che soprattutto l’economista trascura ed ignora è il grande mistero dell’amore tra l’uomo e la donna, che è al centro della vita del mondo e che, per il bene integrale, anche economico, dell’uomo deve essere risanato e non violato e stravolto.
Non entriamo ora nel dettaglio, ma ci limitiamo ad osservare che ad uno sguardo non superficiale dovrebbe apparire evidente quanto i metodi artificiali di regolamento delle nascite influiscano negativamente sia sull’organismo femminile, sia sulla qualità dei rapporti coniugali, sia sulla moralità della gioventù – la quale non sembra stia tanto a cuore a Lomborg quanto il suo buon nutrimento e la sua istruzione scolastica, quasi che da una gioventù moralmente sana, e soltanto da essa, non derivassero matrimoni solidi, famiglie felici e figli ben nutriti e curati.

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