La tragica vicenda di Loris Bertocco e la crisi morale della nostra società

Il memoriale del compianto Loris Bertocco non può non commuovere profondamente il lettore, mentre nello stesso tempo mette a disagio e suscita tanti interrogativi inquietanti. Loris si dimostra una persona sensibile e ricca di umanità e di buoni sentimenti. Ma a tutta questa ricchezza è mancato qualche cosa, e da molti è stata giustamente sottolineata l’assenza di quell’accopagnamento umano e di quegli appoggi istituzionali che egli avrebbe avuto il diritto di ricevere e per i quali aveva anche strenuamente lottato, non solo per se stesso, ma anche per quanti si trovano in condizioni analoghe.
Ma forse il povero Loris ha risentito di una carenza più sostanziale, che lo ha reso vittima di una crisi che ormai da molti decenni investe l’intera nostra società.
Ricordo che, tempo fa, in una chiesa, sulla mensola lignea dell’organo settecentesco, vi era un bellissimo dipinto. Con il passare del tempo, però, senza che nessuno se ne accorgesse, il legno della mensola era stato lentamente corroso dalle tarme, fino al punto che il dipinto, pur apparendo ancora perfettamente intatto, si reggeva su una struttura quasi inconsistente. Poi alcune parti del dipinto incominciarono, una dopo l’altra, a detriorarsi e, a poco a poco, l’immagine perse i suoi connotati. Infine, in seguito ad un urto involontario, tutta l’ormai fragilissima struttura si polverizzò e del dipinto non rimase più nulla.
Questa immagine può esprimere con efficacia quanto sta accadendo alla nostra coltura: i fondamenti stessi della nostra civiltà a poco a poco si stanno sfaldando e quanto rimane di sano nei nostri constumi e sentimenti rischia di crollare a causa dell’inconsistenza di ciò che dovrebbe sorreggerli.
Questo processo non è nuovo, ma ha una lunga storia e gli ultimi decenni non hanno fatto che accelerarlo sempre più rapidamente.
Quale è stato il clima culturale in cui Loris si è formato? Se pensiamo che egli ha incominciato la scuola media nel 1969, questo fatto dovrebbe farci riflettere. Chi è abbastanza vecchio da ricordare quegli anni sa bene che proprio allora avvenne il primo violento attacco contro i fondamenti stessi della nostra civiltà, e proprio il mondo della scuola fu preso in special modo di mira. Nel 1978 la professoressa di Terni Gigliola Asaro Mazzola pubblicò il libro-denuncia “La scuola della resa. Controdizionario” (Roma, Armando Editore), nel quale l’autrice fa una lucida analisi del deterioramento dei libri di testo destinati alla scuola in quello che, con ironia, definisce “il decennio degli intelligenti”. Contrariamente a quanti pensano che lo scherno più irriverente e volgare verso le tradizioni di cultura, di civiltà e di religione nel mondo della scuola sia una cosa dei nostri giorni, questo testo dimostra ad usura che esso si manifestò nel modo più violento proprio in quegli anni.
Ovviamente non tutte le scuole furono ugualmente investite dal fenomeno e non possiamo, ora, sapere quale sia stata l’esperienza scolastica e formativa di Loris. Ma penso che tutti abbiano risentito, almeno indirettamente, del clima che si respirava e di cui i mezzi di comunicazione già allora si facevano portavoce.
Non credo che si possa negare che, diero le apparenze, la grande umanità che traspare dal memoriale di Loris appaia fortemente condizionata dalle negazioni che la cultura diffusa nella società aveva ereditato da quegli anni di scardinamento.
L’autore del memoriale esprime con grande efficacia il suo amore alla vita, la sua passione per le questioni sociali, per il sostegno ai disabili, per la cura dell’ambiente. Proprio queste sentite passioni lo portarono ad impegnarsi attivamente nella politica e nel giornalismo, fino ad esprimere, quasi fosse il suo testamento spirituale, la sua aspirazione a «rigenerare il pianeta, renderlo più equilibrato e giusto, accogliente».
Quale è il fondamento di questa umanità, che non può non commuovere e non suscitare sentimenti di solidarietà verso lo sventurato autore del memoriale?
Certamente non la religione, di cui in tutto il lungo testo non si fa parola, neanche per rifiutarla. Sembra, anzi, che essa sia divetata un problema inesistente, una questione priva di senso, secondo il dogma del neo-positivismo.
Ma, dunque, alla vecchia metafisica religiosa cosa subentra? Un rigoroso positivismo scientista? No, certamente! Se per il neo-positivismo i concetti metafisici e religiosi sono privi di senso, altrettanto privi di senso sono anche i concetti morali e umanistici. “Bene morale”, “dovere”, “umanità”, “giutizia”, che senso hanno in una visione rigorosamente scientista?
Ma la mentalità comune del nostro tempo non ha certamente il carattere della coerenza! Si continua ancora a parlare e a sentire come se questi concetti, e i sentimenti corrispondenti, avessere un solidissimo contenuto. Sembra che, nella cultura diffusa di oggi, un certo ideale di umanità – del resto abbastanza confuso – si imponga per se stesso, sia l’alfa e l’omega di tutta la realtà. L’angoscia degli esistenzalisti degli anni trenta e del loro profeta Kierkegaard, per i quali l’uomo si trova gettato nel vuoto dell’esistenza senza sapere da chi, perché e con quale scopo, è orami cosa superata! Chi ci pensa più?! L’uomo non è una realtà problematica, ma un valore che non ha biogno di giustificazioni: si impone e si accetta come un dato primario che non ha bisogno di altro, oltre se stesso.
Ma dietro il dipinto, ancora apparentemente così seducente e convincente, non ci sarà il tarlo che, neanche troppo lentamente, lo corrode? E la vera tragedia non sarà forse, di là dalle particolari manchevolezze umane e istituzionali, proprio il sentimento, probabilmente neanche presente alla luce della coscienza, di quel tarlo?
Vi è un punto nel memoriale di Loris particolarmente doloroso e drammatico: l’abbandono da parte della moglie in seguito al suo aggravarsi e alle conseguenti difficoltà della sua situazione. Potremmo qui osservare che, come Loris ha potuto affrontare da solo ancora per sei anni le sue difficili condizioni, riuscendo ad ottenere aiuti sostanziosi, allo stesso modo, e assai meglio, quegli aiuti si sarebbero potuti trovare in due. E, anzi, probabilmente la brava Mirella non avrebbe rinunciato infine ad assistere Loris a causa dell’eccessivo lavoro, se la presenza della moglie di lui le avesse consentito qualche necessario momento di riposo.
Ma c’è qualche cosa di più essenziale da osservare. Contrariamente all’uso oggi più diffuso, Loris, parlando di Annamaria, non la chiama “la mia compagna”, ma dice esplicitamente: «è diventata mia moglie». Dunque nel suo concetto ancora vale l’ideale del matrimonio ereditato dalla tradizione classica e cristiana.
Ma ecco che, dietro il bel dipinto, si manifesta l’opera di distruzione dei tarli.
Nella tradizione plurisecolare del matrimonio, che la società laica moderna ha ereditato dagli antichi ordinamenti cristiani, gli sposi si giurano eterna fedeltà, nella buona e nella cattiva sorte. Ma questo ora sembra non valere più! Si può, dunque, ancora parlare di “moglie” e di “matrimonio”? O dietro le stesse parole si cela, ormai, un concetto diverso, più fragile e più povero? È chiaro che se il povero Loris ha usato la parola “moglie”, egli faceva affidamento su una fedltà più profonda e duratura – e l’amara delusione su questo punto è stata per lui un grande trauma, che «ha aggiunto sofferenza a sofferenza, è stata difficile da metabolizzare e ha avuto su di me delle forti ripercussioni negative». Eppure, nel suo memoriale, non c’è una parola di biasimo verso la moglie. Dunque, pure se nel suo immaginario il matrimonio aveva ancora i caratteri tradizionali, tanto che egli usa senza problemi la parola “moglie”, nella sua coscienza è del tutto chiaro che il tarlo ha fatto ormai il suo lavoro e che il matrimonio di oggi non è più quello di una volta, e che quindi sarebbe ingiustificato chiedergli di più.
Ora chiediamoci: non sarà questa amarezza, che si manifesta in modo più palese nel caso dell’abbandono della moglie, ma che forse sottilmente avvelena tutti i buoni sentimenti umani in cui egli ha creduto, a costituire la vera tragedia? L’umanità di oggi può non sentire il bisogno della religione, ma non può non sentire il deteriorarsi di quei valori umani che, se pure validi in se stessi, di fatto dalla religione erano stati segretamente nutriti e che, privati del suo sostegno, sono stati invasi dalle tarme di un progressivo deterioramento?
E qui vorrei fare una digressione per mostrare come i valori umani più essenziali sono così sacri per l’uomo da essere capaci di acquisire una vita propria, apparentemente indipendente dalla religione, me che infine, manifestando fino in fondo la propria sacralità, alla religione necessariamente riconducono.
In questa digressione vorrei prendere in considerazione l’opera di una scrittrice inglese: George Eliot (1819-1880).
Educata in una rigida religiosità anglicana, la Eliot fin da ragazza sentì il fascino della moderna cultura laica e ben presto si distaccò dalla fede cristiana, incominciò a frequentare gli intellettuali indipendenti più in vista e divenne una delle persone più colte e intellettualmente impegnate del suo tempo.
Ma nella sua evoluzione spirituale dobbiamo osservare un aspetto che ai nostri occhi di uomini del ventunesimo secolo appare sconcertante.
In un primo monento la Eliot fu attratta da una sorta di panteismo, secondo il quale i valori spirituali, se pure non più riferiti ad una Persona divina trascendente, avevano però una loro consistenza “metafisica”. Ma ben presto ella abbandonò questa concezione “romantica” per abbracciare un rigoroso positivismo. In questa prospettiva la natura appare come una realtà neutra, assolutamente indifferente ai valori umani, i quali, perciò, non hanno alcuna base “metafisica”.
Secondo ciò che a noi appare logico, la conseguenza di questa svolta nella vita spirituale della Eliot avrebbe dovuto portarla ad una negazione dell’obiettività dei valori umani e ad un ulteriore allontanamento dal cristianesimo. Ma in realtà non è vera né l’una nél’altra cosa.
Infatti, nonostante il suo positivismo, la Eliot non cessò mai di credere ai valori umani, e nei suoi immortali romanzi continuò ad approfondire la sua ricerca morale. Se, a quanto sappiamo – ma personalmente non ne sono affatto convinto – ella rimase sempre lontana da una vera fede cristiana, molti protagonisti dei suoi romanzi sono credenti ed ella interpreta con grande profondità i loro più sacri sentimenti. E la sua ricerca morale la porta anche a un vero sviluppo e approfondimento della morale umana e religiosa, tanto da poter dire che alcuni dei comportamenti da lei descritti oggi sarebbero considerati eroici, e quasi non imitabili, dalle persone più devote.
La Eliot, infatti, persegue, in tutta la sua opera, non un positivismo scientista, bensì una sorta di religione superiore, più alta, a suo giudizio, dello stresso cristianesimo, perché la virtù a cui ella aspira non avrebbe la consolazione proveniente dalla presenza della Divinità e dalla promessa della vita eterna. Sarebbe, secondo una concezione neo-stoica, una virtù senza ricompensa, e perciò più pura e perfetta.
In realtà questo concetto astratto nei suoi romanzi viene spesse tradito dal sentimento spontaneo della scrittrice, che l’ispirazione poetica trascina verso visioni assai più vicine alla prospettiva cristiana – e non si può escludere che ella stessa infine si sia resa conto della sua incongruenza.
Ciò che ora vorrei sottolineare è l’altissimo livello morale a cui la Eliot ha portato la riflessione sull’amore tra l’uomo e la donna. Dalla sua strenua ricerca morale, infatti, come si può facilmente comprendere, non poteva in alcun modo scaturire una concezione bassamente edonistica dell’amore, nonostante la sua adesione a concezioni positivistiche.
Nel romanzo “Middlemarch” (1871), in cui la Eliot descrive con grande efficacia un mondo provinciale animato da molteplici personaggi e gruppi familiari, si contrappongono famiglie di sentimenti e costumi molto diversi. Vi è la famiglia Vincy, in cui regna uno spirito di grande allegria e tolleranza, ma anche di pigrizia, autocompiacenza e mondanità. A questo spirito piuttosto leggero si contrappone soprattutto il severo banchiere Nicholas Bulstrode, che è anche il ricco sostenitore di opere religiose e flantropiche. Mr. Bulstrode ha sposato proprio una Vincy, Harriet, la quale nella sua nuova condizione ha conservato lo spirito un po’ mondano e leggero della sua famiglia d’origine.
A un certo punto scoppia la tragedia: nonostante i suoi poco limpidi maneggi, Mr. Bulstrode non riesce a nascondere i metodi disonesti con cui ha creato la propria fortuna. Appena questi vengono alla luce, tutti gli voltano le spalle ed egli deve affrontare la più amara solutidine e probabilmente la rovina finanziaria. Ma, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe da una Vincy, Harriet, costretta a rinunciare alla sua piacevole vita di signora benestante e benvoluta, rimane fedele al marito e affronta coraggiosamente con lui l’ignominia e la povertà.
Per bocca della protagonista del romanzo, Dorothea, la Eliot esprime la sua più profonda aspirazione:
«Io ho una mia propria fede, ed essa mi conforta (…) Che desiderando ciò che è perfettamente bene, anche quando non sappiamo esattamente cosa sia e non riusciamo a fare quanto vorremmo, noi siamo parte del potere divino contro il male – ampliando i confini della luce e rendendo più serrata la lotta con le tenebre (…) Questa è la mia vita. L’ho scoperta, e non posso dipartirmi da essa. Ho sempre cercato la mia propria religione sin da quando ero bambina. Ero solita pregare tanto – ora non prego quasi mai. Cerco di non avere desideri esclusivamente per me stessa, perché essi potrebbero non essere buoni per gli altri, e io ho già troppe cose (…) Quale è la tua religione? (…) Intendo, non ciò che tu sai della religione, ma la fede che maggiormente ti aiuta?»
Contrariamente all’opinione dei critici, a mio giudizio “Middlemarch” non è il capolavoro della Eliot. Il vero culmine della sua opera rimane l’intramontabile romanzo “Il mulino sulla Floss” (1860).
Proprio in questo romanzo la ricerca morale e religiosa della laica George Eliot raggiunge vette che la comune morale religiosa di oggi considererebbe irraggiungibili. E, come si è detto, la Eliot non parte da dogmi religiosi – che, anzi, con la sua coscienza vorrebbe rifiutare. La scrittrice parte, invece, dall’umanità e, se mai dovesse poi accettare la religione, lo farebbe soltanto come complemento indispensabile dell’umanità.
Ne “il mulino sulla Floss” si descrive lo scontro, che porta poi alla tragedia finale, della superiore sensibilità morale femminile di Maggie con la brutalità maschile del fratello Tom e dello spasimante Stephen. Apparentemente i due uomini sono l’uno contrapposto all’altro, ma di fatto non sono che le due facce di una stessa irriguardosa insensibilità.
Con una procedura legale poco chiara, l’avvocato Wakem ha sottratto a Jeremy Tulliver, il padre di Maggie, la proprietà del suo mulino sul fiume Floss, permettendogli, però, quasi come una concessione, di rimanervi come suo fittavolo.
Profondamente umiliato, Mr. Tulliver giura, e fa giurare il figlio Tom, sulla Bibbia – con grande scandalo delle donne della famiglia – che si sarebbe vendicato e che mai avrebbe fatto pace con la famiglia Wakem.
Frequentando la scuola, Tom si trova in compagnia con il figlio di Mr. Wakem, Philip, un giovane di bassa statura, timido e un po’ deforme, dal carattere malinconico, amante della musica e della poesia.
Mr. Tullver muore e, per circostanze fortuite, avviene che Maggie incontra Philip, e tra i due nasce un innocente idillio, fondato sulla comune sensibilità e delicatezza d’animo. Ma appena Tom viene a sapere che i due si incontrano volentieri per passeggiare insieme, va su tutte le furie e, in nome del giuramento fatto sulla Bibbia, impone alla sorella di non frequentare più Philip.
Maggie obbedisce, se pure con grande sofferenza interiore.
In seguito, a casa della cugina Lucy, ella incontra Stephen. Quest’ultimo non è propriamente fidanzato con Lucy, ma la corteggia e tra i due si sta creando un rapporto che li sta portado verso il fidanzamento.
Stephen, però, rimane affascinato dalla persona di Maggie, così diversa dalla cugina, e si innamora follemente di lei. Anche Maggie sente attrattiva per Stephen, ma in fondo alla sua coscienza sente che non le è lecito consentire ad essa. Infatti, se pure non potrà mai sposarlo, ella si sente legata a Philip, e sa che Stephen, sebbene non ancora ufficialmente, è legato a Lucy.
Tra i due avviene un colloquio, che conviene riportare.

“Dopo tutto” egli proseguì in tono impaziente, cercando di superare i propri scrupoli come quelli di lei, “non sto infrangendo alcun positivo impegno; se l’affetto di Lucy si fosse ritirato da me e fosse stato dato ad un altro, non avrei sentito alcun diritto di far valere le mie pretese su di lei. Se tu non sei in alcun modo impegnata con Philip, nessuno di noi è legato”.
“Tu non credi a quello che dici; non è il tuo vero sentimento” disse Maggie con serietà. “Tu senti, come me, che il legame reale ha la sua sede nei sentimenti e nelle aspettazioni che noi abbiamo fatto sorgere nelle loro anime. Altrimento ogni impegno si potrebbe infrangere quando non ci fosse alcuna sanzione esteriore. Non vi sarebbe più alcuna fedeltà”.
Stephen rimase in silenzio; non poteva seguire quell’argomentazione; la convinzione opposta aveva operato in lui in modo troppo forte durante il precedente tempo della sua lotta. Ma subito essa si presentò in una nuova forma.
“L’impegno non si può mantenere” disse con impetuosa insistenza. “È innaturale; possiamo soltanto far finta di donarci a qualsiasi altra parsona. C’è dell’errore anche in questo; potrebbe esserci infelicità, in ciò, per loro come per noi. Maggie, tu devi capirlo; tu lo capisci”.
Egli le appariva impaziente, nonostante i minimi segni di rispetto; la sua grande, ferma e gentile presa era sulla sua mano. Ella rimase in silenzio per qualche istante con i suoi occhi fissi a terra; poi trasse un profondo sospiro e disse, guardandolo con una grave tristezza:
“Oh, è difficile – la vita è molto difficile! A volte mi sembra giusto che noi seguiamo i nostri sentimenti più forti; ma poi questi sentimenti continuamente si scontrano con i legami che tutta la nostra vita passata ha creato per noi – i legami che hanno reso altri dipendenti da noi – e li taglierebbero in due. Se la vita fosse perfettamente facile e semplice, come sarebbe stata in paradiso, e noi potessimo vedere per primo quell’essere verso il quale… Voglio dire, se la vita non creasse per noi dei doveri prima che sorga l’amore, l’amore sarebbe un segno che due persone devono appartenere l’una all’altra. Ma io vedo – io sento che non è così ora; vi sono cose a cui dobbiamo rinunciare nella vita; alcuni di noi devono rinunciare all’amore. Molte cose sono difficili e oscure per me; ma una cosa la vedo con chiarezza – che io non devo, non posso cercare la mia propria felicità sacrificando gli altri. L’amore è naturale; ma certamente la pietà e la fedeltà e la memoria sono anch’esse naturali. Ed esse vivrebbero sempre in me e mi punirebbero se io non obbedissi loro. Sarei perseguitata dalla sofferenza che avessi causato. Il nostro amore sarebbe avvelenato. Non insistere; aiutami – aiutami, perché ti amo”.

Sul momento Stephen cede alle gravi ragioni di Maggie. Ma in seguito una serie di circostanze fortuite fanno sì che i due giovani, indipendentemente dalla loro volontà, si trovano a trascorrere la notte insieme, tagliati fuori da ogni contatto umano a causa del maltempo. Stephen viene di nuovo sopraffatto dalla passione e vorrebbe trascinare in essa anche Maggie. Ma quest’ultima, se pure lottando strenuamente contro se stessa, non lo consente.
Ma il fatto che siano stati fuori insieme per una notte si viene a sapere e naturalmente tutto il biasimo ricade sulla ragazza innocente, fino al punto che il fratello Tom la caccia di casa. Ma la madre, vincendo ogni scrupolo, abbandona il figlio e va via con Maggie.
Intanto Stephen continua a tormentarla con appassionate lettere di rimprovero. Dal suo doloroso e solitario esilio Maggie viene infine riscossa da un terribile nubifragio, che minaccia di travolgere le abitazioni lungo il fiume. Dimenticando ogni affronto, la giovane sale su una barca e si dirige verso il mulino, trepidante per il fratello. Tom, infatti, è rimasto isolato al piano superiore del mulino, che la tempesta sta ormai per travolgere. La sorella viene in suo soccorso e i due si allontanano sulla barca. Ma un grosso tronco investe l’imbarcazione, la quale affonda trascinando con se i due giovani, che il giorno dopo vengono trovati morti, abbracciati l’uno all’altra.
Sulla tomba dell’eroica Maggie andranno a piangere Lucy e Stephen, finalmente uniti i matrimonio, e l’infelice Philip.
Questo romanzo, scritto da una donna laica, ufficialmente non credente e alla ricerca di una morale totalmente umana, almeno in intenzione indipendente dalla religione, non ci mostra il terribile precipizio in cui una civiltà che ha identificato la laicità con l’abbamdono di ogni senso superiore della vita ha condotto l’uomo moderno? E non è, forse, il vuoto spalancato in fondo a quel precipizio, più che ogni disfunzione umana o legisltiva, che ha condotto il nostro fratello Loris al suo rifiuto della vita?

di Don Massimo Lapponi