La vita monastica non solo contemplativa e la sua attuale missione. Considerazioni su una video di Aldo Maria Valli

di Don Massimo Lapponi

In questo intervento intendo commentare le affermazioni fatte da Aldo Maria Valli nel seguente video:

In detto video Aldo Maria Valli fa riferimento al suo volume “Claustrofobia: la vita contemplativa e le sue (d)istruzioni”, Chorabooks (https://www.amazon.it/Claustrofobia-vita-contemplativa-istruzioni-Schegge-ebook/dp/B07L52G51J/ref=sr_1_4?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&crid=35R1SYXJ6WE7P&keywords=aldo+maria+valli&qid=1562238378&s=gateway&sprefix=Aldo+Maria+%2Caps%2C211&sr=8-4).
In questo intervento non farò riferimento al suddetto volume, né entrerò nel merito delle critiche dell’autore ai recenti documenti del magistero ecclesiastico sulla vita monastica. Mi limiterò a commentare le affermazioni fatte dall’autore nel video sopra riportato in relazione alla vita monastica, senza emettere alcun giudizio sui documenti ecclesiastici da lui contestati.

L’autore fonda la sua argomentazione su una concezione “contemplativa” della vita monastica, caratterizzata, nella sua sostanza, dal «rapporto verticale uomo-Dio, terra-cielo» e dalla «contemplazione e preghiera incessante». Ad essa si oppone «una visione tutta orizzontale della Chiesa» che vorrebbe ridurre la sua azione a «mera assistenza sociale».
In realtà il rifiuto della vita monastica, vista come pura “contemplazione” e perciò sottratta alla dimensione sociale, non è una cosa recente. Basta ricordare che alla fine del XVIII secolo l’imperatore Giuseppe II d’Asburgo (1741-1790), seguendo un programma che poi fece scuola in tutta l’Europa, fece chiudere almeno 700 conventi e i religiosi passarono da 65.000 a 27.000.
Giuseppe II agiva proprio in base al principio della presunta sterilità sociale della vita monastica, tanto che ai monasteri che si sottrassero alla soppressione impose di assumere un impegno di pubblica utilità, quale, ad esempio, l’insegnamento.
Dunque l’accusa di intuilità della vita monastica non è affatto nuova, neanche nell’ambito della stessa Chiesa, se si pensa che molti teologi davano ragione all’imperatore. Ora, la critica alla vita monastica si fondava, appunto, sulla visione di essa come “vita contemplativa”, cioè sostanzialmente e totalmente, o quasi totalmente, “contemplativa”.
Aldo Maria Valli – che in questo non è certamente originale, perché il concetto da lui sostenuto è in realtà molto diffuso – senza volerlo, fa una concessione agli avversari della vita monastica: sì – egli ammette – essa è una vita nella sua essenza esclusivamente contemplativa.
Ma, una volta fatta questa concessione, egli è costretto a difendere la vita monastica portando il discorso sul piano strettamente soprannaturale: la vita monastica è necessaria per mantenere il rapporto verticale con Dio – notiamo che l’uso diffuso degli aggettivi “orizzontale” e “verticale” risale alle polemiche dell’immediato post-Concilio e del sessantotto.
Sia ben chiaro che non si intende, ora, negare questo aspetto fondamentale della vita monastica, che, al contrario, merita di essere sempre sottolineato e valutato come necessario alla Chiesa e al mondo. Ciò che qui si vuole sostenere è che esso non esaurisce affatto la natura sostanziale della vita monastica, nella sua visione più tradizionale.
Per prima cosa osserviamo che lo stesso Aldo Maria Valli, senza accorgersene, in qualche modo si contraddicie. Quado, infatti, egli afferma, richiamandosi a un discorso di papa Benedetto XVI, che «nei monasteri avvenne la trasmissione della cultura dal mondo classico alla modernità nel nostro vecchio continente», di che cosa sta parlando? Di vita contemplativa intesa come «rapporto verticale uomo-Dio, terra-cielo» e come «preghiera incessante», o piuttosto di operosità culturale strettamente umanistica? È chiaro che proprio di questo si tratta! Dunque in base alle sue stesse parole, la concezione della vita monastica quale pura “contemplazione” incomincia ad entrare in crisi.
Ma rileggiamo ora alcuni documenti ecclesiatici tradizionali, al di sopra di ogni sospetto.
Nel recente articolo di Sergio Bini “San Benedetto e l’Europa: a 55 anni dalla «Pacis nutius» – vedi: https://ctbene.wordpress.com/2019/07/11/san-benedetto-e-leuropa-a-55-anni-dalla-pacis-nuntius-da-rete-di-comunita-basate-su-valori-cristiani-ad-organizzazione-pilotata-dalla-finanza/?fbclid=IwAR2zI4iAwSP25RE1ar2BAZ08REpC8A5PJ0gjEVB47FJzMeZqNOv7OvUT0-s – l’autore riporta ampi stralci dell’enciclica di Pio XII “Fulgens radiatur” (1947), nella quale si legge, tra l’altro, che San Benedetto «di per sé e con i suoi seguaci ridusse quelle barbare genti dai loro costumi feroci ad abitudini civili e cristiane e, piegandole alla virtù, al lavoro e alle tranquille occupazioni delle arti e delle scienze, li strinse con vincoli di fraterno amore e carità (…) Mentre in quel secolo barbaro e turbolento, la coltivazione dei campi, le arti meccaniche e nobili, gli studi delle scienze sacre e profane non godevano alcuna stima, ma erano da tutti deplorevolmente trascurati, nei monasteri benedettini andò crescendo una schiera quasi innumerevole di agricoltori, di artigiani e di uomini dotti che si sforzò secondo le sue possibilità non solo di conservare incolumi i prodotti della antica sapienza, ma richiamò anche alla pace, all’unione, a un’operosa attività popoli vecchi e giovani, spesso tra di sé belligeranti; e li ricondusse felicemente dalla barbarie, che stava rinascendo, dalle devastazioni e dalle rapine a costumi di umana e cristiana mitezza, alla tolleranza della fatica, alla luce della verità e al rinnovamento della civiltà tra le nazioni, civiltà ispirata alla sapienza e all’amore (…) Come invero nei secoli passati le legioni romane marciavano per le vie consolari per assoggettare all’impero di Roma tutte le nazioni, così ora numerose schiere di monaci, le cui armi “non sono carnali, ma potenti in Dio solo” [2 Cor 10, 4], sono inviate dal sommo pontefice, affinché dilatino felicemente il pacifico regno di Gesù Cristo fino agli estremi confini della terra, non con la spada, non con la forza, non con le stragi, ma con la croce e con l’aratro, con la verità e con l’amore. E dovunque ponevano il loro piede queste inermi schiere, formate di predicatori della dottrina cristiana, di artigiani, di agricoltori e di maestri di scienze umane e divine, ivi stesso le terre boscose e incolte erano solcate dall’aratro; sorgevano le sedi delle arti e delle scienze; gli abitanti dalla loro vita rozza e selvaggia erano educati alla convivenza e alla civiltà sociale, e si faceva brillare davanti a loro l’esempio della dottrina evangelica e la luce della virtù. Innumerevoli apostoli, accesi di soprannaturale carità, percorsero incognite e turbolente regioni d’Europa, le innaffiarono generosamente del loro sudore e del loro sangue, e ai popoli pacificati portarono la luce della cattolica verità e santità».
Ma il titolo stesso dell’articolo di Sergio Bini fa riferimento ad un altro importante documento ecclesiastico, cioè la Lettera Apostolica di Paolo VI “Pacis Nuntius”, del 1964, con la quale san Benedetto venne proclamato «patrono principale dell’intera Europa». In questa lettera, assolutamente fondamentale, si legge:
«Principalmente lui [San Benedetto] e i suoi figli portarono con la croce, con il libro e con l’aratro il progresso cristiano alle popolazioni sparse dal Mediterraneo alla Scandinavia, dall’Irlanda alle pianure della Polonia.
Con la croce, cioè con la legge di Cristo, diede consistenza e sviluppo agli ordinamenti della vita pubblica e privata. Egli insegnò all’umanità il primato del culto divino per mezzo della preghiera liturgica e rituale .
Con il libro, ossia con la cultura, san Benedetto [e tutte le generazioni di monaci che lo hanno seguito] salvò con provvidenziale sollecitudine, nel momento in cui il patrimonio umanistico stava disperdendosi, la tradizione classica degli antichi, trasmettendola intatta ai posteri e restaurando il culto del sapere.
Con l’aratro, infine, con la coltivazione dei campi e con altre iniziative analoghe riuscì a trasformare terre deserte e inselvatichite in campi fertilissimi e in graziosi giardini; e unendo la preghiera al lavoro materiale, secondo il suo famoso motto “ora et labora”, nobilitò ed elevò la fatica umana …».
Di fronte a questi documenti, la cui autorevolezza non ha bisogno di essere sottolineata, ci si può chiedere se, per caso, la visione di Aldo Maria Valli, e di tantissimi altri insieme a lui, non sia da rivedere in modo sostanziale. Non c’è dubbio che lo stesso motto benedettino, richiamato anche da Paolo VI, “Ora et labora” non si concili molto con una vita totalmente e sostanzialmente “contemplativa”!
Ma a questo punto dobbiamo prendere spunto dalle precedenti osservazioni per accennare brevemente a un discorso della più grande attualità.
Nonostante le autorevoli affermazioni dei sommi pontefici, si deve osservare che la visione del monachesimo da essi illustrata fa fondamentalmente riferimento soprattutto, anche se non esclusivamente, al medio evo. In tempi più recenti sembra che sia stata meno visibile l’opera civilizzatrice benedettina e monastica della croce, del libro e dell’aratro, mentre si è largamente imposta quella concezione di “vita contemplativa” che, come dimostra l’esempio di Aldo Maria Valli, è anche troppo diffusa nella sua unilateralità.
Ci possiamo chiedere: come sostenere che l’opera dei benedettini sia rivolta anche alla dimensione sociale, dal momento che San Benedetto, nella sua Regola, dice esplicitamente che le virtù dei monaci devono essere esercitate nei chiostri del monastero e nell’ambito della famiglia monastica (Cap. IV)? E quale significato dare oggi alla croce, al libro e all’aratro quali strumenti di operosità sociale?
Alla prima domanda dobbiamo rispondere che quanto San Benedetto afferma intende sottolineare che l’operosità del monaco – ma in realtà di chiunque – per essere sana e costruttiva, deve avvenire nell’armoniosa integrazione e collaborazione con la comunità in cui egli vive ed opera. Un’opera che non tenga presente, come suo riferimento, la comunità umana in cui si inserisce e a cui è finalizzata finisce per essere dispersiva e destabilizzante. Così il membro di una famiglia umana che operi sganciandosi dalle sue responsabilità nei confronti della propria famiglia, ovvero l’operaio di un’impresa che non armonizzi la sua attività con il piano gestionale dell’impresa a cui appartiene porteranno infine più scompiglio che vantaggio. E, a qusto proposito, notiamo l’interesse per la Regola benedettina che recentemente si è risvegliato nell’ambito familiare e gestionale.
La seconda domanda in realtà costituisce una sfida per il monachesimo attuale, tentato di allinearsi alla visione unilaterale esemplificata da Aldo Maria Valli. La questione meriterebbe un discorso molto ampio. Qui mi limito a qualche accenno, che si dovrà in seguito sviluppare.
La croce indica la vita quotidiana vissuta sull’esempio di Cristo, che ci invita a seguirlo nel portare la sua croce «ogni giorno» (Lc 9, 23): è la vita di obbedienza del monaco, il quale, come Cristo stesso, “predica” più con l’esempio che con le parole. Si comprende, dunque, che la vita monastica deve irradiarsi in tutta la chiesa e la società, non snaturando se stessa, bensì proponendosi come esempio da imitare.
Il libro indica la necessità di lavorare per una “cultura cristiana”, che si estende dalle espressioni liturgiche al più ampio lavoro intellettuale – ambedue, ovviamente, non per il solo bene della comunità, ma per il bene di tutto il mondo.
L’aratro oggi può significare tutta l’operosità della vita quotidiana di un monastero, la quale non differisce, nella sostanza, dall’operosità di una famiglia umana e quindi deve porsi come modello di vita comunitaria vissuta nella carità, nella virtù e nel servizio reciproco nella luce di Dio, secondo il modello già tracciato dalla vita e dalla predicazione apostolica e incarnato, con la volontà di tendere alla sua perfezione, nella vita claustrale.
Sarà, dunque, la stessa Regola benedettina ad essere non solo la norma della vita quotidiana della comunità monastica, ma anche lo strumento per diffodere, quale irraggiamento dell’esempio monastico, la croce, il libro e l’aratro nella vita della Chiesa e del mondo.