L’antisemitismo metafisico

1. La testimonianza di un autore dimenticato.

Nel 1960 l’ormai novantenne pedagogista e pensatore cristiano Friedrich Wilhelm Förster (1869-1966) scriveva la sua ultima opera di grande respiro, “Die Jüdische Frage”. Nonostante l’avanzata età dell’autore, si tratta di un’opera di eccezionale vigore e di non comune profondità, che sa leggere, con visione profetica, in una questione apparentemente marginale, i problemi cruciali del nostro tempo.
Förster ha avuto l’immeritata sorte di essere dimenticato, mentre pensatori assai meno validi, e a volte molto discutibili, hanno ottenuto un plauso universale e un’autorità che, nonostante gli aspetti inquietanti del loro pensiero, sembra procedere indisturbata.
Proprio la posizione nei confronti del giudaismo potrebbe essere assunta come banco di prova per un confronto del Förster con altri esponenti della cultura, più fortunati di lui nel giudizio dei nostri contemporanei.
Nel pensiero dell’autore, l’Antico Testamento non si trova semplicemente relegato in un testo scritto, ma vive ancora necessariamente nel popolo che se ne è fatto ragione di vita. Per questo il debito che il genere umano ha verso il messaggio vetero-testamentario non lo ha soltanto verso un testo, ma anche verso un popolo che ieri, oggi e sempre ne è la viva espressione.
La proiezione di tutta la realtà e di tutta la storia del mondo nella luce del Creatore, della sua azione provvidente e della sua legge inviolabile costituisce un “unicum” assolutamente proprio di Israele e di tutta la sua storia spirituale, senza il quale tutta la vita del mondo è destinata a precipitare sempre più in un abisso demoniaco.
Ora, mentre la teologia agostiniana e la più antica tradizione dottrinale e liturgica della Chiesa sono penetrate dallo spirito dell’Antico Testamento, purtroppo la più diffusa mentalità cristiana ha finito quasi per staccare il mistero dell’Incarnazione e il patto di amicizia tra Dio e l’uomo che ne deriva dalle severe dottrine della Torah e del profetismo ebraico.
Ora un cristianesimo che non abbia coscienza di essere un tutt’uno con il suo formidabile fondamento giudaico non è che una debole immagine del vero cristianesimo. E su questo punto non si può non aggiungere che le tendenze più diffuse della moderna teologia, della pratica e del sentire cristiano non sono che la rovinosa esasperazione di questa sorta di scissione del cristianesimo dall’ebraismo. Infatti che cosa rappresentano il rifiuto delle leggi biologiche e morali e la confusione della carità cristiana con la negazione della gravità del peccato e con la ricerca di un benessere per tutti – frutto della modernità e della scienza – se non l’oblio delle dottrine ebraiche della Creazione e dell’inviolabile santità della legge divina? Vedremo tra poco cosa si cela, in realtà, dietro questo inquietante fenomeno.
Ma per valutare convenientemente la portata del pensiero del Förster, è necessario trascrivere un lungo brano dell’opera sopra citata.
«Troppi cristiani» egli scrive «hanno considerato il giudaismo come una pura preparazione o una fase preliminare che conduceva ai Vangeli. Che essi dovessero altamente apprezzare quei Vangeli ed essere assorbiti totalmente dal pensiero della meravigliosa realtà dell’Uomo-Dio, si può facilmente comprendere. Rimane tuttavia il fatto che essi, sebbene citassero con gratitudine i profeti e i salmi, hanno avuto la tendenza a relegare sullo sfondo – con conseguenze disastrose – la cosa più importante: cioè l’onnipotente realtà di Dio e l’assoluta necessità di rendere operanti le sue leggi nella storia umana. Certamente vi è stato qualche cosa di errato nel modo in cui, con l’esclusione di tutto il resto, gli uomini hanno posto l’Uomo-Dio come centro assoluto della fede. Giungerei fino ad affermare questo: c’è qualcosa come una santa dualità, per mezzo della quale soltanto la Santissima Trinità può essere rettamente compresa e vista nella luce di un vero gerarchico ordinamento dei suoi elementi costitutivi. Ma questa santa dualità consiste nell’assoluta inseparabilità dell’Antico e del Nuovo Testamento. Visto come un evento nella storia della religione e del mondo, il farsi uomo di Dio è stato ristretto in modo troppo esclusivo alla realtà di Cristo, mentre la realtà di Dio è innegabilmente receduta su uno sfondo di pura metafisica (…)
«La suddetta critica, che è applicabile a un numero anche troppo grande di cristiani, non si applica alla Chiesa come tale. In realtà la Chiesa in ogni possibile occasione, e come questione di assoluto principio, ha sottolineato l’interconnessione tra l’Antico e il Nuovo Testamento. Anzi, ancor più, la ha affermata sempre nuovamente in tutte le sue dichiarazioni dogmatiche. Basta prendere il messale per vedere come, di volta in volta, l’adorazione di Dio, creatore del cielo e della terra, è posta quale vera premessa di tutte le cose (…)
«Forse della circostanza che nel mondo religioso di così tanti cristiani la figura di Dio Padre sia stata riposta sullo sfondo si può dare una semplicissima spiegazione. Essa deriva dal fatto psicologico – fatto gravido di incalcolabili conseguenze – che nel nostro mondo moderno, trovandosi esso in misura così enorme sotto l’influenza della scienza e della tecnica, tale rimozione sullo sfondo è come un destino che incombe – e a un grado sconcertante – su ogni tentativo di elevarsi alle più alte cause della realtà. L’attitudine soggiacente a tutto ciò darà luogo a un’altra attitudine, del tutto differente, quando le conseguenze di questa trasformazione della nostra cultura in una questione di tecniche, e perciò nella perdita dei reali fondamenti del loro contenuto spirituale, apparirà chiaramente e inesorabilmente davanti a noi (…)
«Chiunque leggerà ciò che ho ora scritto sulla diffusissima tendenza a perdere la piena visione della verità per il fatto di aver adottato una concezione troppo unilaterale, e chiunque, poi, valuterà tutte le implicazioni dell’argomento in questione, arriverà certamente ad un’inevitabile conclusione. Che, cioè, dietro l’anima redenta, come essa è concepita in modo così chiaro e meraviglioso dal cristianesimo, e dietro gli effetti della redenzione sull’individuo, si impone – e così necessariamente deve essere – il sovrano potere di Dio, e che senza il potere spirituale che risiede in questo supremo ordinamento, e senza la realtà del medesimo ordinamento, anche il più alto e perfetto sviluppo della persona umana non potrebbe avere alcuna stabilità né essa avrebbe una guida sicura.
«Ora, questa dipendenza della santità personale dal potere immensamente reale derivante dalla fede in Dio – come essa si è manifestata nell’Antico Testamento e nella storia del martirio dei giudei – nello sviluppo religioso dell’occidente è stata sempre più sottovalutata, con conseguenze assolutamente disastrose».

2. Il “cristianesimo senza Dio” di un certo protestantesimo e l’antigiudaismo di Hegel.

Quando lessi per la prima volta queste affermazioni, rimasi un po’ perplesso, considerando che, nel catechismo studiato da bambino, si insegnava per prima cosa che Dio è «l’Essere perfettissimo, creatore e signore del cielo e della terra». È, però, vero che nei catechismi più recenti forse queste definizioni non sono di moda, e che, come ho sopra accennato, certe tendenze della teologia e del sentire comune, anche tra i cattolici, sembrano dar ragione al Förster.
In seguito, però, ho scoperto che, dietro il fenomeno da lui descritto, e in forme di cui egli probabilmente non aveva piena consapevolezza, vi è ben altro!
Incominciamo ad osservare che la situazione della teologia protestante nei secoli XVIII e soprattutto XIX era assolutamente diversa da quella della contemporanea teologia cattolica. E’ sintomatico, in questo senso, un episodio della vita di Hans Christian Andersen (1805-1875).
«Dopo che Andersen ebbe letto “Il concetto dell’angoscia” di Søren Kierkegaard» si legge in una sua autorevole biografia, «fu coinvolto in una discussione teologica con il giovane Jonas Collin, il quale gli disse categoricamente che “Dio e il cristianesimo sono due cose differenti”. Il diario di Andersen continua: “Io dissi che Dio è l’Onnipotente, il solo Potere. ‘Questo non è cristianesimo: anche gli ebrei credono in un dio, ma non in Cristo!’. Così mi è stato parlato senza alcuna ambiguità dell’espulsione di Dio dal cristianesimo da parte del nuovo dio Cristo”».
Dietro questa dottrina di Jonas Collin c’è indubbiamente il panteismo di un certo romanticismo tedesco e, nel medesimo contesto, una sorta di cristianesimo senza Dio, quale appare ad esempio nel “Discorso del Cristo morto” (1796) di Jean Paul Richter, ma soprattutto c’è la filosofia di Hegel, nella quale esso doveva assumere una forma particolare, che avrebbe condizionato in modo sostanziale non solo la storia del pensiero filosofico, ma tutto l’avvenire del mondo.
Per lo Hegel maturo, infatti, il panteismo non è più lo spinoziano “Deus sive natura”, come per un Lessing o un Goethe, bensì l’incarnazione del divino in Cristo e, attraverso Cristo, nella storia umana. Il cristianesimo, infatti, è per lui la “religione assoluta”, in cui il Dio ebraico, rigorosamente trascendente, si riconcilia con la natura attraverso l’incarnazione. Quest’ultima, perciò, è intesa in senso eterodosso, in quanto con essa non ha più senso parlare della trascendenza di Dio. Hegel, infatti, è il primo a parlare della “morte di Dio” – cioè del Dio trascendente – ovvero, come egli anche si esprime, del “Venerdì Santo speculativo”.
Ma in tutto questo vi è un aspetto inquietante, di cui si scorge una traccia nelle parole di Jonas Collin riportate da Andersen: un particolare antigiudaismo, che non è fondato su motivi raziali, bensì metafisici.
Ricordo ancora una delle mie prime letture filosofiche, quando, ancora giovanetto, mi misi a sfogliare con curiosità i volumi di storia della filosofia su cui aveva studiato mia madre negli anni trenta del Novecento, cioè la “Storia della Filosofia” di Guido De Ruggiero. Recentemente un episodio, di cui parlerò tra poco, mi ha richiamato alla memoria, appunto, una pagina del De Ruggiero su Hegel che, già quando la lessi allora, mi aveva profondamente colpito – e anche, come giovane cattolico, turbato e scandalizzato. In seguito a ciò che riferirò tra breve sono andato a ricercarla e ho potuto verificare che la memoria non mi ingannava.
Scrive, dunque, il De Ruggiero riferendo quanto Hegel dice ne “Lo spirito del cristianesimo e il suo destino” (1798):
«Hegel giudica e chiama felici quei popoli che sono riusciti, nella loro esperienza religiosa, a realizzare questo armonico consenso dell’individuo e della comunità e che quindi hanno accolto in sé il divino senza interne lacerazioni e senza contrasti. L’ostilità verso il cristianesimo, durante gli anni degli studi universitari, e le suggestioni dell’ambiente in cui vive, saturo di ellenismo, gli fanno pensare che quel popolo felice sia stato il popolo greco. In esso egli ammira l’equilibrio perfetto tra l’individuale e l’universale, tra l’umano e il divino. Nessuna scissione funesta tra il di qua e il di là, tra l’uno e il tutto, è venuta ancora a offuscare la serenità della sua vita; arte, politica, religione, ogni attività insomma cospira verso una unità armonica.
«Invece, il popolo ebraico incarna per lui la scissione interna e quindi impersona la coscienza infelice. Esso è il popolo che si è allontanato dal suo Dio, e sul quale perciò il divino pesa come una servitù e una maledizione. E separandosi da Dio, si è insieme separato dagli altri popoli, e perfino da se stesso, ed è vissuto e vive nella dispersione. Il segno della schiavitù che incombe su di lui è la legge: una legge estranea, nemica, che colpisce il peccatore e l’incolpevole, senza possibilità di riscatto. Perciò la tragedia ebraica è senza catarsi; essa non suscita compassione, ma orrore».

3. Una suggestiva affinità di pensiero.

L’episodio che mi ha risvegliato il ricordo di questa pagina, sepolta nella memoria, è stata la lettura di alcuni articoli di Michele Marsonet relativi all’antisemitismo di Heidegger, quale è stato recentemente rivelato dalla pubblicazione dei suoi “Quaderni neri”. Infatti, da questi testi appare un antisemitismo che sembra ricalcare, se pure con un diverso linguaggio, quello del giovane Hegel.
Scrive Marsonet:
«Ci troviamo infatti di fronte a un filosofo di prima grandezza che fonda il proprio antisemitismo addirittura su basi metafisiche, cercando di nobilitare in tal modo quello più rozzo ed elementare che aveva le proprie radici in una cultura popolare fiorente in Germania nell’800 e nei primi decenni del secolo scorso. Era la cultura del “Volk”, nella quale il “popolo” rappresentava il veicolo di una forza vitale che s’irradia dal cosmo stesso.
«Secondo gli esponenti di questa corrente di pensiero, l’animo umano si pone in rapporto diretto con la natura, anch’essa dotata di anima, e l’individuo intrattiene con la natura una corrispondenza intima che viene condivisa con l’intero “Volk” di cui l’individuo fa parte (…)
«Agli ebrei tale privilegio non spetta. Secondo questo modo di vedere il mondo e di concepire i rapporti tra individuo e ambiente naturale, gli ebrei sono irrimediabilmente diversi. Essendo gente del deserto, sono superficiali e aridi, incapaci di profondità e del tutto mancanti di creatività (incredibile, ma vero). A causa della nudità del paesaggio desertico, gli ebrei sarebbero quindi un popolo spiritualmente arido, in netta antitesi con i tedeschi, figli delle cupe foreste del Nord, profondi e misteriosi. Loro sono creature della luce, gli ebrei delle tenebre.
«Tutto ciò a Heidegger non basta, e per questo vuole dare all’antisemitismo una più solida fondazione filosofica. A suo avviso il già citato “giudaismo mondiale” ha quale fine primario l’allontanamento e lo sradicamento dell’uomo dall’Essere. Quest’ultimo è “pensato” proprio dalla metafisica, ed è dunque in quel contesto – astratto solo in apparenza – che la lotta contro il giudaismo mondiale può avere successo».
Heidegger, infatti, rifiuta e bolla con l’accusa di “oblio dell’essere” il concetto di Essere Divino proprio del giudaismo, allo stesso titolo delle idee platoniche. Nel pensiero di Heidegger, infatti, l’entificazione oggettiva di un’essenza – la quale, a suo giudizio, si oppone in modo inconciliabile all’esistere soggettivo dell’essere (Dasein) dell’uomo – è l’errore micidiale che accomuna il Dio “metafisico” trascendente degli ebrei a tutta la metafisica occidentale, a partire da Platone, attraverso il medioevo cristiano, fino al pensiero moderno.
«Un antisemitismo» prosegue Marsonet «che non ha connotati razziali, bensì ontologici, e che considera l’ebreo come qualcosa di estraneo all’Occidente e alla sua storia. Le colpe dello spirito ebraico nella visione heideggeriana sono moltissime, ma senza dubbio la principale è il cosmopolitismo. Il quale, a sua volta, favorisce il dominio della tecnica impedendoci di tornare ai presocratici e rendendoci prigionieri del sogno platonico di trovare un’essenza eterna nelle cose».
Il questa luce si comprende quanto riferisce ancora Marsonet:
«La Shoah altro non sarebbe che “l’autoannientamento degli ebrei”. Quale significato si può mai attribuire a simili parole? Presto detto. Essendo a suo avviso gli ebrei “gli agenti della modernità”, ne hanno diffuso i mali su scala planetaria. La modernità, a sua volta, è figlia della tecnica, vera causa scatenante di quello che Heidegger definiva “oblio dell’Essere” (…).
«Ecco quindi il legame tra tecnica e Shoah. Nei lager gli ebrei sono stati annientati proprio dai loro stessi strumenti. Come dicevo all’inizio si sono, in altre parole, “autoannientati”».
Non si ritrova in questi concetti, occultata sotto un linguaggio diverso, sostanzialmente la stessa critica di Hegel all’ebraismo? Un popolo – l’ebraico – che non è un popolo, perché ha rinunciato ad una metafisica soggettiva, in forza della quale il divino dovrebbe essere parte dell’esperienza condivisa del popolo stesso, per crearsi una metafisica fondata su un Essere oggettivo, estraneo e trascendente la natura, la cui stessa “oggettivazione” avrebbe trasformato in “oggetto” ogni realtà, aprendo la strada al dominio incontrastato della tecnica.

4. Una questione ancora in discuissione.

L’interpretazione di Heidegger proposta da Marsonet è stata contestata da quanti – come ad esempio Vincenzo Costa – ne sottolineano il taglio troppo giornalistico e gli obiettano che nei “Quaderni neri” gli accenni espliciti agli ebrei sono pochissimi e di scarso significato in un testo di circa 1.200 pagine che affronta i più svariati argomenti – e nel quale, tra l’altro, vi sono anche esplicite condanne del nazionalsocialismo e di Hitler
Del resto, sull’antisemitismo di Heidegger ci sono stati molte discussioni soprattutto dopo la pubblicazione, nel 2014, dei “Quaderni neri” e, in Italia, dopo la pubblicazione del volume di Donatella Di Cesare “Heidegger e gli Ebrei. I «Quaderni Neri»”, Torino, Bollati Boringhieri, 2014.
Questo volume, a cui la stampa ha dato grande rilievo e che Diego Fusaro definisce un «bel libro», a mio giudizio in realtà è un “pamphlet” aggressivo e contraddittorio, che fa più confusione che chiarezza.
L’autrice, infatti, mette insieme due atteggiamenti incomponibili: da una parte uno sciovinismo ebraico privo di ogni moderazione, e dall’altra una sorta di culto quasi feticista per Heidegger, che nello stesso tempo è oggetto della sua condanna. Il risultato è che l’esame dei testi antisemiti di Heidegger, che certamente non mancano, non risulta chiarificante, mentre il discorso si sviluppa soprattutto nell’esposizione della storia dell’antisemitismo tedesco e occidentale, in una forma, tuttavia, che lascia molto perplessi. Indubbiamente l’autrice presenta numerosi dati storici interssanti, ma, oltre a non dire nulla dell’antisemitismo di Marx e delle persecuzioni degli ebrei nell’Unione Sovietica – e non è una lacuna da poco! – commette errori madornali, annoverando “Le salut par les juifs” di Léon Bloy tra i classici dell’antisemitismo e Rudolf Bultmann tra i più rappresentativi esegeti cattolici. Oltre a ciò in molte pagine risalta la sua fastidiosa partigianeria verso un popolo e una cultura ebraica che, a suo modo di vedere, non ammette confronti.
Come conciliare questo sciovinismo feroce, e lo scopo esplicito del libro di mettere sotto accusa l’antisemitismo di Heidegger, con la venerazione per il suo maestro? È semplice: basta dire che Heidegger è stato così miope da non capire che il vero ebraismo, lungi dal presentare un Essere Divino metafisico e trascendente, alla stregua della teolgia cattolica medievale, è in realtà più soggettivista e più heideggeriano di Heidegger!
Sembra, insomma, che Heidegger, quali che siano i caratteri propri e l’estensione reale del suo antisemitismo, abbia finito per prevalere contro l’ebraismo nel testo stesso che vorrebbe programmaticamente metterlo sotto accusa!

5. Convergenza di scelte teologiche e ideali.

Del resto un’analoga influenza delle idee metafisiche heideggeriane la troviamo in altri esponenti dell’ebraismo.
Ma conviene seguire, almeno in modo sommario, il percorso ideale del filosofo tedesco.
Scrive Diego Fusaro che nel periodo giovanile Heidegger si occupò «anche di teologia di tradizione paolina: affrontando il problema della teologia cristiana, Heidegger insiste sul carattere di “evento” tipico dei contenuti cristiani. Nell’ontologia tradizionale le strutture fondamentali della realtà non avvengono, ma sono: ad avvenire sono i fatti, mentre, secondo quella tradizione avviata da Parmenide, l’essere in quanto tale è statico; in una concezione del genere, nota Heidegger, l’essere e il tempo sono due concetti che si escludono a vicenda, poiché l’essere è atemporale e il tempo è la dimensione del divenire. La novità introdotta dal cristianesimo è che l’essere per antonomasia (Dio) non si limita ad essere, ma, attraverso l’incarnazione del Verbo, avviene, cosicché ci si trova di fronte ad un evento dell’essere».
Questa circostanza non fa che confermare quanto fin qui osservato: già nei suoi giovanili interessi teologici Heidegger, lungi dall’essere originale, non fa che entrare in sintonia con la cristologia di stampo protestante, e soprattutto hegeliano, di cui si è detto in precedenza: una cristologia che tende ad escludere, o positivamente esclude, il riferimento a un Dio trascendente. Dunque una cristologia anti-giudaica.
Di nuovo si affaccia l’antigiudaismo metafisico, un antigiudaismo che sembra avere assunto proporzioni inaudite. E ciò è confermato dal fatto che, come abbiamo visto, gli stessi ebrei ne sono stati contagiati. Sappiamo, infatti – oltre a ciò che abbiamo rilevato nel libro della Di Cesare – che da parte di molti si è cercato di sottolineare il debito che Heidegger avrebbe avuto verso il “senso della storia” di derivazione biblico-ebraica, e importanti filosofi ebrei, quali Jonas, Lévinas e Derrida, forse per un complesso di colpa verso la tradizionale “metafisica obiettiva” dell’Essere trascendente, si sono avvicinati a posizioni hedeggeriane.
Dunque, anche se fosse confermata l’opinione di autori come Vincenzo Costa, i quali hanno gettato acqua sul fuoco sostenendo che nei testi recentemente resi pubblici non vi sarebbe un’espressione di antisemitismo così chiara come preteso dalla Di Cesare e da altri, la presenza, nella filosofia di Heidegger, di atteggiamenti di fondo anti-giudaici rimane tuttavia innegabile.
Un autore della levatura culturale di Ernst Nolte, in un periodo assai anteriore alla pubblicazione dei “Quaderni neri”, così scriveva, a lode del sua maestro:
«Heidegger non solo fu l’ultimo ma presumibilmente l’unico vero metafisico del ventesimo secolo. E fu proprio lui che mise in dubbio come nessun altro la metafisica e con essa il cristianesimo, individuando nella tecnica e nella civilizzazione mondiale il risultato ultimo della loro compiuta attuazione».
Che il Nolte, parlando di «metafisica» e di «cristianesimo» intendesse coinvolgere nel suo giudizio anche il giudaismo, lo dimostra quanto egli scrive in un altro luogo:
«Ogni volta che oggi ci si ponga seriamente e in modo non convenzionale a riflettere sul passato, presente e futuro, si vedono emergere in forma mutata elementi che erano contenuti nella Rivoluzione conservatrice, e in primo piano le linee principali della critica della civilizzazione, fino al rifiuto del logocentrismo ebraico-cristiano».
Tenendo presente che anche in Marx, nonostante il silenzio della Di Cesare, vi sono temi immanentisti anti-giudaici, non sorprende che tanti esuli della diaspora marxista si sono ritrovati, paradossalmente, in posizioni antimoderne, naturalistiche e filo-heideggeriane.
E non è proprio il caso di tacere l’enorme influenza di queste posizioni sulla stessa teologia cristiana e cattolica.

6. Una voce ammonitrice fuori del coro e un episodio non sufficientemente valutato della storia contemporanea.

A fronte di questa immane infatuazione per una metafisica soggettiva, e ancor più contro una metafisica oggettiva, si eleva la voce inascoltata del Förster, il quale, nell’opera sopra citata, scrive:
«Il Nuovo Testamento, quando si è separato dall’Antico, non è stato sufficientemente forte per aver la meglio sull’elemento demoniaco dell’umanità, perché non è forse vero che di fronte a quell’elemento troppi cristiani hanno battuto in una impotente ritirata e che mai hanno usato la loro autorità per intervenire in questa folle situazione? (…)
«Se dobbiamo intervenire efficacemente contro tutti i poteri del mondo sotterraneo che è nell’uomo, il messaggio di amore del Nuovo Testamento e il realismo morale dell’Antico, con tutta la grandezza della sua certezza religiosa, devono essere ricondotti ad appoggiarsi reciprocamente.
«Chiunque abbia fatto pienamente chiarezza nella sua mente riguardo a quest’ultima considerazione, comprenderà l’opportunità storica di quanto ho detto in questo libro, quando ho sottolineato la necessità di una totale comprensione tra cristiani ed ebrei. Questa comprensione è realmente il presupposto indispensabile di ogni altra comprensione e della soluzione di ogni altro conflitto, perché soltanto così possono essere assicurate le condizioni di una pace duratura per il mondo».
Il nazionalsocialismo, sia per l’immanentismo che condivideva con il marxismo, pur nella più totale opposizione, sia per i suoi legami con il darwinismo e per la conseguente ostilità al libro della Genesi e all’irriducibile opposizione di quest’ultimo ad ogni logica di “sopravvivenza dei più adatti”, perché ogni uomo è creato a immagine di Dio, avrebbe voluto che il cristianesimo tagliasse i ponti con l’Antico Testamento. Un pontefice coraggioso rispose a questa provocazione senza mezzi termini:
«I libri santi dell’Antico Testamento» egli scrisse «sono tutti parola di Dio, parte organica della sua rivelazione. Conforme allo sviluppo graduale della rivelazione, su di essi si posa il crepuscolo del tempo che doveva preparare il pieno meriggio della redenzione. In alcune parti si narra dell’imperfezione umana, della sua debolezza e del peccato, come non può accadere diversamente, quando si tratta di libri di storia e di legislazione. Oltre a innumerevoli cose alte e nobili, essi parlano della tendenza superficiale e materiale, che appariva a varie riprese nel popolo dell’antico patto, depositario della rivelazione e delle promesse di Dio. Ma per ogni occhio, non accecato dal pregiudizio o dalla passione, non può che risplendere ancora più luminosamente, nonostante la debolezza umana, di cui parla la storia biblica, la luce divina del cammino della salvezza, che trionfa alla fine su tutte le debolezze e i peccati.
«E proprio su questo sfondo, spesso cupo, la pedagogia della salute eterna si allarga in prospettive, le quali nello stesso tempo dirigono, ammoniscono, scuotono, sollevano e rendono felici. Solo cecità e caparbietà possono far chiudere gli occhi davanti ai tesori di salutari insegnamenti, nascosti nell’Antico Testamento. Chi quindi vuole banditi dalla Chiesa e dalla scuola la storia biblica e i saggi insegnamenti dell’Antico Testamento, bestemmia la parola di Dio, bestemmia il piano della salute dell’Onnipotente ed erige a giudice dei piani divini un angusto e ristretto pensar umano. Egli rinnega la fede in Gesù Cristo, apparso nella realtà della sua carne, il quale prese natura umana da un popolo, che doveva poi configgerlo in croce. Non comprende nulla del dramma mondiale del Figlio di Dio, il quale oppose al misfatto dei suoi crocifissori, qual sommo sacerdote, l’azione divina della morte redentrice, e fece così trovare all’Antico Testamento il suo compimento, la sua fine e la sua sublimazione nel Nuovo Testamento».
Sul fondamento di questa fede lo stesso pontefice poteva asserire, contro una dottrina che già mostrava la sua natura demoniaca:
«E anzitutto, Venerabili Fratelli, abbiate cura che la fede in Dio, primo e insostituibile fondamento di ogni religione, rimanga pura e integra nelle regioni tedesche. Non si può considerare come credente in Dio colui che usa il nome di Dio retoricamente, ma solo colui che unisce a questa venerata parola una vera e degna nozione di Dio.
«Chi, con indeterminatezza panteistica, identifica Dio con l’universo, materializzando Dio nel mondo e deificando il mondo in Dio, non appartiene ai veri credenti.
«Né è tale chi, seguendo una sedicente concezione precristiana dell’antico germanesimo, pone in luogo del Dio personale il fato tetro e impersonale, rinnegando la sapienza divina e la sua provvidenza, la quale “con forza e dolcezza domina da un’estremità all’altra del mondo” e tutto dirige a buon fine. Un simile uomo non può pretendere di essere annoverato fra i veri credenti.
«Se la razza o il popolo, se lo Stato o una sua determinata forma, se i rappresentanti del potere statale o altri elementi fondamentali della società umana hanno nell’ordine naturale un posto essenziale e degno di rispetto; chi peraltro li distacca da questa scala di valori terreni, elevandoli a suprema norma di tutto, anche dei valori religiosi e, divinizzandoli con culto idolatrico, perverte e falsifica l’ordine, da Dio creato e imposto, è lontano dalla vera fede in Dio e da una concezione della vita ad essa conforme.
«Rivolgete, Venerabili Fratelli, l’attenzione all’abuso crescente, che si manifesta in parole e per iscritto, di adoperare il tre volte santo nome di Dio quale etichetta vuota di senso per un prodotto più o meno arbitrario di ricerca o aspirazione umana, e adoperatevi che tale aberrazione incontri tra i vostri fedeli la vigile ripulsa che merita. Il nostro Dio è il Dio personale, trascendente, onnipotente, infinitamente perfetto, uno nella trinità delle persone e trino nell’unità della essenza divina, creatore dell’universo, signore, re e ultimo fine della storia del mondo, il quale non ammette né può ammettere altre divinità accanto a sé.
«Questo Dio ha dato i suoi comandamenti in maniera sovrana: comandamenti indipendenti da tempo e spazio, da regione e razza. Come il sole di Dio splende indistintamente su tutto il genere umano, così la sua legge non conosce privilegi né eccezioni. Governanti e governati, coronati e non coronati, grandi e piccoli, ricchi e poveri dipendono ugualmente dalla sua parola. Dalla totalità dei suoi diritti di Creatore promana essenzialmente la sua esigenza ad un’ubbidienza assoluta da parte degli individui e di qualsiasi società. E tale esigenza all’ubbidienza si estende a tutte le sfere della vita, nelle quali le questioni morali richiedono l’accordo con la legge divina e con ciò stesso l’armonizzazione dei mutevoli ordinamenti umani col complesso degli immutabili ordinamenti divini.
«Solamente spiriti superficiali possono cadere nell’errore di parlare di un Dio nazionale, di una religione nazionale, e intraprendere il folle tentativo di imprigionare nei limiti di un solo popolo, nella ristrettezza etnica di una sola razza, Dio, Creatore del mondo, re e legislatore dei popoli, davanti alla cui grandezza le nazioni sono piccole come gocce in un catino d’acqua».
Queste parole si trovano nell’enciclica “Mit Brennender Sorge”, del 14 marzo 1937, scritta, per incarico di Pio XI, dal Segretario di Stato Card. Eugenio Pacelli in collaborazione con il Card. Fauhaber, Arcivescovo di Monaco di Baviera. La stessa enciclica fu distribuita segretamente, eludendo la sorveglianza della Gestapo, a tutti i parroci tedeschi e fu letta in tutte le chiese della Germania il 21 marzo 1937, Domenica delle Palme.
Hitler, furioso per essere stato raggirato, perseguitò i responsabili, e fece chiudere le tipografie che avevano stampato l’enciclica.
E’ bene ricordare questi fatti, soprattutto a quei cattolici che si strappano le vesti leggendo affermazioni così categoriche di “metafisica obiettiva”, da loro considerata, per la suggestione di un soggettivismo di dubbia lega, un’inaccettabile “oggettivazione dell’inoggettivabile”, responsabile di chissà quali delitti. Ma i fatti dimostrano che i maggiori crimini sono invece legati proprio a quel soggettivismo da loro tanto decantato.

di Don Massimo Lapponi

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