L’architettura e i voti monastici

(pubblicato su lsblog l’8 giugno 2013)

Ricordo che una volta un visitatore della nostra Abbazia chiese a un confratello più anziano: «Come mai voi scegliete sempre i posti migliori?». La risposta, che suscitò mota ilarità, fu: «Perché ci sappiamo fare!»
Dietro questa uscita, che ha tutta l’apparenza di una battuta detta lì tanto per cavarsela a buon mercato di fronte ad una domanda imbarazzante, vi era in realtà un profondo significato.
«Ci sappiamo fare» certamente non significa che i monaci sono più capaci degli altri. Ciò che realmente li distingue, e che indica un «saper fare» loro proprio, sono i voti monastici. Tra essi va annoverato, oltre la povertà la castità e l’obbedienza, il voto, caratteristico dell’antico monachesimo benedettino, di stabilità nella comunità religiosa.
Ricordo di aver letto tra gli scritti di Carlo Cattaneo l’osservazione che la situazione visibile delle terre, delle coltivazioni e degli edifici dipende soprattutto dal genere di titoli giuridici, di contratti, di legislazione, di mentalità, di cultura, di tecnologia, di costumi vigenti in un determinato luogo. Di fatto lo scrittore lombardo, considerato generalmente un rappresentante eminente del positivismo italiano, nei suoi scritti sottolinea invece sempre il prevalere delle cause storiche non visibili su quelle visibili, cioè delle disposizioni interiori degli individui e dei popoli sui fattori fisici e geografici.
Se questa sua lezione è degna di essere presa in considerazione – come senz’altro lo è – non sarà certamente fuori luogo cercare la spiegazione della suggestione dei luoghi e degli edifici monastici nelle disposizioni spirituali più caratteristiche dei loro abitatori.
La stabilità nella comunità monastica, oltre a indicare la permanenza sul luogo per tutta la vita, implica un’applicazione primaria dell’attenzione e dell’impegno dei monaci nella vita all’interno del monastero. Come dice la Regola di San Benedetto (cap. 4):
« L’officina in cui bisogna usare con la massima diligenza questi strumenti», cioè le norme di condotta ispirate al Vangelo elencate in precedenza nello stesso capitolo, «è formata dai chiostri del monastero e dalla stabilità nella propria famiglia monastica» .
La Regola Benedettina non manca affatto di spirito apostolico, ma il primo “apostolato” dei monaci deve svolgersi all’intero del monastero, nell’umile esecuzione dei servizi richiesti quotidianamente da un ben gestita vita di famiglia. Se c’è questo impegno primario, allora si potrà svolgere un’ordinata e fervente preghiera liturgica, si potranno assistere i bisognosi con il frutto del lavoro della comunità, si potranno accogliere generosamente ospiti e pellegrini ed edificarli con l’esempio di una dedizione assidua alla preghiera e al lavoro servizievole.
L’opera direttamente missionaria, caritativa, sociale o culturale non è affatto esclusa, ma deve essere realizzata senza mai trascurare il servizio per il mantenimento della vita comunitaria e per la cura del monastero e della preghiera liturgica: questo impegno ha il primo posto e caratterizza la vita benedettina anche nello svolgimento dei compiti apostolici rivolti all’esterno.
E’ evidente che queste disposizioni della Regola favoriscono una cura particolare per l’edificio in cui vive la comunità. I monaci, infatti, non lasceranno la loro casa in uno stato di trascuratezza generale perché presi da “più importanti” doveri sociali o culturali, né saranno portati a considerare il monastero una sorta di albergo di passaggio e i propri confratelli quali servitori delle proprie vili esigenze “materiali” o mezzo estranei impegnati come loro in altre attività esterne, “più meritorie” rispetto all’ “egoistica” cura dell’abitazione, della vita fraterna, della chiesa e della preghiera liturgica.
Al contrario, l’impegno perché tutto sia in buon ordine e perché la liturgia abbia il suo luogo decoroso e i suoi testi bene scelti, curati ed eseguiti, daranno al monastero e alle attività di preghiera e di lavoro che vi si svolgono un aspetto tutt’altro che trasandato. Se poi a ciò si aggiunge il fatto che per un’intera vita i monaci prestano il loro servizio alla medesima comunità, si può legittimamente pensare che il risultato sarà un continuo perfezionamento sia nella gestione degli edifici, sia nelle realizzazioni lavorative, liturgiche, culturali, artistiche o caritative.
La particolare disposizione degli edifici del monastero dipende ovviamente dal genere di vita che in essi si svolge, e cioè dalla centralità della preghiera liturgica e privata, dalla regolarità degli atti comuni, alla mensa e al lavoro, dal genere di attività proprie di una comunità che vive abitualmente all’interno della clausura, dalle esigenze architettoniche dell’ospitalità monastica.
Ma un’influenza determinante sull’aspetto dell’edificio claustrale lo hanno i tre voti tradizionali della vita consacrata.
Se l’obbedienza, oltre a spogliare il monaco dello spirito di autoreferenza, sviluppa in lui una non comune forza di volontà e di dedizione alla comunità claustrale ecclesiastica e civile, la povertà e la castità fanno sì che l’edificio monastico rimanga per secoli un bene comune integro e indiviso. Infatti i monaci non si appropriano personalmente di nulla durante la loro vita, né dopo la morte lasciano i propri beni a figli o a eredi: tutto – edifici, strumenti, oggetti d’arte, libri, documenti etc. – rimane sempre del monastero, cioè sia della comunità che di tempo in tempo si rinnova, non per generazione naturale, ma per vocazione e discendenza spirituale, sia dei fedeli, degli ospiti o semplicemente degli intenditori o dei curiosi che non cessano di frequentare la chiesa, la biblioteca, la foresteria e gli altri ambienti messi loro a disposizione dallo spirito apostolico proprio del monachesimo.
Si può anche aggiungere che, non solo, grazie ai voti di obbedienza povertà e castità, il monaco non sottrae nulla al monastero, ma che, al contrario, tutto il suo lavoro rimane a beneficio del luogo ove ha speso l’intera sua vita. E ciò significa che in qualche modo la sua presenza, nota o ignota, si perpetua, quasi realtà ormai inseparabile dagli edifici monastici, incastonata, per così dire, nelle mura del sacro edificio ad arricchirle e impreziosirle a beneficio di tutte le generazioni a venire.

di D. Massimo Lapponi

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