EBOOK: L’ARDUA ASCESA romanzo di Don Massimo Lapponi

(Ultimato il 6 luglio 2013)

Un incarico inaspettato per Margaret

Nelle prime ore del pomeriggio dell’ultima domenica di giugno, George, capo scout del gruppo esploratori di Reading, uscì dalla tenda dell’accantonamento, situato in una zona collinosa non lontana dalla cittadina inglese, raggiunse la spianata adibita alle riunioni di gruppo e suonò ripetutamente il fischietto.
Immediatamente i ragazzi e le ragazze uscirono dalle loro tende e si raccolsero in ordine nel luogo del raduno. Accorse anche William, pastore della parrocchia anglicana di Reading e loro assistente spirituale. Giovane e atletico, non si distingueva, per l’abbigliamento, dagli altri capi scout del gruppo.
Quando tutti si furono sistemati in ordine e in silenzio, George prese la parola.
“Allora” disse, “tutto è pronto. Ora Willam vi spiegherà i particolari”.
Tutti si volsero verso il pastore, che sorridendo disse:
“Bene, ragazzi: il 6 luglio si parte per l’Italia. Il mio amico, parroco della parrocchia di Sant’Anna a Roma, ha organizzato tutto. Sapete che è un tipo in gamba. Alcuni di voi lo conoscono. E’ giovane e molto attivo con gli scout. E’ stato più volte in Inghilterra ed ha uno spirito molto ecumenico. Sapete che anche lui, come facciamo noi, ha organizzato incontri e campeggi in cui, insieme ai giovani della sua parrocchia, vi erano ragazzi e ragazze ebrei, mussulmani, buddisti e non credenti. Mi ha mandato molti messaggi descrivendomi i suoi ragazzi. Sono certo che vi troverete benissimo con loro e che farete molte amicizie.
“Ci fermeremo una settimana. I primi due o tre giorni staremo a Roma, ospiti della parrocchia. Avremo così l’occasione di visitare qualche cosa della città. Poi andremo in un luogo di campagna vicino e faremo un campeggio insieme agli scout di Roma.
“Naturalmente c’è il problema della lingua. Purtroppo noi inglesi siamo un po’ pigri a imparare le altre lingue, perché sappiamo che l’inglese è conosciuto dappertutto. Ma gli scout che incontreremo conoscono un po’ di inglese, perché lo studiano a scuola. I capi lo sanno tutti abbastanza bene. E per fortuna abbiamo tra noi Margaret, che conosce l’italiano. Prego Margaret, vieni avanti”.
Una ragazza sui sedici anni, slanciata e dai capelli biondi, si avvicinò sorridente. Il suo viso gradevole testimoniava, con il suo rossore, l’imbarazzo per l’inaspettato invito.
Il pastore le sorrise e la invitò a mettersi al suo fianco.
“Come sapete” disse, “Margaret parla bene l’italiano. Dunque potrà fare da interprete. Anzi, le chiederò di preparare per voi dei fogli con tutte le espressioni più utili della lingua italiana e di insegnarvi la corretta pronuncia. Puoi farlo, Margaret?”
La ragazza arrossì ancora più di prima e annuì sorridendo:
“Volentieri, per quello che so fare!”
“Bene! Allora, nei prossimi giorni vi daremo la lista di tutto ciò che dovete portare. Partiremo dall’aeroporto di Gatwick il 6 mattina e in meno di due ore e mezzo saremo a Roma-Fiumicino. Alcuni di voi già sono stati in aereo?”
Molte mani si alzarono, mentre le voci dei ragazzi risuonavano squillanti:
“Io! Io due volte! Io tre!”
“Bene! Ora potete tornare alle vostre occupazioni. Tu, Margaret, vieni con me”.
Il pastore si recò nella sua tenda, seguito dalla ragazza.
“Sei già stata in Italia?” chiese William quando si furono comodamente seduti nella tenda su due cuscini.
“Veramente no, e da certe cose che ho saputo l’Italia e gli italiani non mi stanno molto simpatici”.
“Oh! I buoni e i cattivi stanno dappertutto! Don Franco, il parroco di Sant’Anna, è semplicemente splendido. Ma dove hai imparato l’italiano?”
Margaret rise divertita:
“Me lo ha insegnato mio nonno. Lui è mezzo italiano. Mi è sempre stato molto affezionato e fin da quando ero piccola stava spesso con me e si divertiva a insegnarmi a parlare in italiano. Per me era come un gioco. Anche adesso stiamo spesso insieme e parliamo in italiano”.
“E tuo padre?”
“Mio padre lo sa leggere, ma lo parla poco. Lo aveva imparato da bambino. Poi però non lo ha più esercitato”.
“Bene. Senti: sai che Roma è probabilmente la città più ricca del mondo per il suo patrimonio storico e artistico. Inoltre cultura, civiltà, religione: tutto ci è venuto da là. In pochi giorni non potremo vedere molte cose. Tu però cerca di prepararti bene per renderti utile durante le visite alla città. Una cosa però ti raccomando: sii sempre modesta e non crederti superiore agli altri per le cose che sai. Lo scout deve essere sempre umile e servizievole: tutte le sue capacità gli devono servire soltanto per metterle al servizio degli altri”.
Margaret arrossì e abbassò il capo con uno spontaneo gesto di modestia.
“Sì, sì, lo so! Non mi piace proprio darmi delle arie”.
“Benissimo! Allora siamo d’accordo. Cerchiamo di preparare tutto nel modo migliore: vorrei che i ragazzi siano contenti e che facciano un’esperienza indimenticabile”.
La ragazza annuì e si avviò fuori della tenda per raggiungere i suoi compagni.
La sera, tornata a casa, riferì divertita ai suoi familiari i particolari del prossimo viaggio del gruppo scout in Italia e si soffermò sull’incarico che aveva avuto di fare da interprete. Il nonno ne fu molto contento e non si stancava di guardare la sua cara nipotina con soddisfazione e ammirazione. Anche i genitori e i due fratelli, maggiori di lei di qualche anno, si soffermarono volentieri a parlare del viaggio e dell’opportunità offerta a Margaret di conoscere Roma e di esercitare la lingua italiana.
Il padre, Thomas, era un affermato docente di letteratura inglese. Neanche lui era mai stato in Italia, ma, grazie ai suoi studi, non aveva mancato di leggere i classici della letteratura italiana. L’avvenimento in programma gli risvegliò l’interesse per l’argomento e, dopo cena, egli si soffermò a lungo a parlarne con la figlia. Quando ella finalmente andò a dormire, nonostante avesse una certa prevenzione per l’Italia, si sentiva molto eccitata e non vedeva l’ora di volare verso la Penisola.
Nei giorni successivi vi fu un gran da fare, in casa e presso la sede scout, per i preparativi del viaggio. George, William e gli altri capi distribuirono a tutti la lista delle cose da portare e dettero vari incarichi ai ragazzi e alle ragazze più responsabili. Da parte sua Margaret scrisse le parole e le frasi italiane più utili e si ingegnò, con grande fatica, a insegnare a tutti la corretta pronuncia. Non fu un grande successo, ma gli strafalcioni erano tali e tanti che alla fine si risolse tutto in un gran divertimento.
L’ultimo giorno fu il più agitato. Come sempre in questi casi, ci si accorse che mancavano molte cose necessarie e che le persone incaricate non sempre avevano eseguito le loro incombenze in modo adeguato. Bisognò rimediare all’ultimo momento a diverse dimenticanze e negligenze. Ma, come Dio volle, alla fine si riuscì a sistemare ogni cosa e la sera del 5 luglio tutti andarono a dormire tranquilli, sebbene anche molto eccitati e desiderosi che passassero presto le ore che li separavano dalla partenza.

In volo verso l’Italia

La mattina dopo Margaret si alzò molto presto. Era eccitatissima e non vedeva l’ora di trovarsi insieme ai suoi compagni. Fece in fretta colazione, salutò la mamma e scese quasi correndo in strada, dove Thomas l’aspettava per accompagnarla in automobile alla stazione ferroviaria.
Giunta in stazione, abbracciò affettuosamente il padre, prese i suoi bagagli e raggiunse il gruppo degli scout che sostava davanti all’ingresso. Ben presto giunsero anche i capi e tutti entrarono nell’atrio della stazione. Si fece l’appello e, quando fu certo che non mancava nessuno, William fece recitare ai ragazzi il Padre Nostro. Poi tutti si misero sull’attenti e cantarono God Save the Queen.
I passeggeri presenti guardavano sorridendo tutti quei ragazzi e ragazze in divisa scout dall’aspetto allegro e vivace. Sentirli pregare con spontaneità e cantare l’inno nazionale infondeva fiducia e ottimismo.
Intanto si avvicinava l’ora della partenza e i ragazzi, divisi ordinatamente in squadre, si spostarono sul marciapiede accanto al binario su cui doveva passare il treno per Gatwick.
“Cerchiamo di salire tutti sul terzo vagone” disse George. “Non ho bisogno di raccomandarvi di salire ordinatamente”.
Poco dopo arrivò il treno e ben presto il vagone si riempì di ragazzi e ragazze che vociavano allegramente.
Margaret si sedette vicino a un finestrino.
Poco dopo fu assalita da un improvviso senso di malinconia. Si isolò dagli altri e si mise ad osservare la campagna inglese che sfilava sotto il suo sguardo illuminata dai primi raggi del sole.
“E’ la prima volta che vado in Italia” pensò. “Che strano destino! Da una parte mi sembra di andare malvolentieri, ma nello stesso tempo mi sento attratta. Hum! Forse è meglio non rivangare cose che bisognerebbe dimenticare!”
Il suo isolamento non durò a lungo, perché ben presto la sua amica Jill richiamò la sua attenzione e, guardandola con un’espressione molto comica, le disse:
“Bwoh johni!”.
Margaret scoppiò a ridere.
“Ma che dici, scema! Buon giorno!”
Allora tutti le furono intorno e per il resto del tragitto si svolse una pseudo lezione di lingua italiana, che fu soprattutto un pretesto per ridere a crepapelle.
Finalmente il treno si fermò presso l’aeroporto e gli scout scesero con i loro bagagli e si avviarono verso gli uffici di controllo dei passeggeri.
Con l’aiuto dei capi fu facile svolgere rapidamente tutte le pratiche necessarie e in poco tempo il gruppo si avviò verso le navette per il trasferimento al terminale.
“Sempre con ordine!” raccomandò George. “Lasciate passare prima i più piccoli. Sull’aeroplano poi state seduti e non fate confusione. Il viaggio dura poco e potete aspettare con pazienza il momento dell’arrivo. Tu, Margaret, a Fiumicino mettiti a disposizione”.
Margaret annuì un po’ preoccupata per la responsabilità.
“Speriamo che non servano parole tecniche che non conosco” pensò. “Ma nonno mi ha detto che per queste cose si usano sempre parole inglesi.”
Poco dopo i ragazzi salirono sulle navette e in poco tempo raggiunsero il terminale e la gate dell’aereo per l’Italia. Entrarono ordinatamente, salutati con sorrisi più cordiali del solito dalle hostess, e si sistemarono ai loro posti.
Seguirono le solite formalità, furono date le ultime disposizioni e finalmente l’aereo si mosse. Percorse un lungo tratto sulla pista e infine, con un movimento brusco che fece un po’ impressione a quanti volavano per la prima volta, si staccò da terra.
Anche per Margaret si trattava del primo volo in aereo e per un po’ avvertì un certo malessere e anche un po’ di ansietà. Ma ben presto l’aereo si stabilizzò nell’aria e la ragazza si sentì meglio e si tranquillizzò.
La conversazione con le amiche che sedevano vicino a lei fece passare presto il tempo del viaggio e le sembrò che fossero partiti da poco quando l’altoparlante segnalò il prossimo atterraggio all’aeroporto di Fiumicino, aggiungendo le usuali raccomandazioni.
Margaret guardò fuori dal finestrino e fu come abbagliata dalla visione di un mare di nebbia, irraggiato dai bagliori del sole meridiano, che si distendeva a perdita d’occhio sotto l’aereo.
Avvertendo i movimenti delle manovre di atterraggio, fu di nuovo presa dal malessere e dall’ansietà che aveva avuto alla partenza.
Infine, con un colpo sordo delle ruote sull’asfalto, l’aereo si posò sul suolo italiano e, dopo un percorso di qualche centinaia di metri, si arrestò.
Margaret trasse un sospiro di sollievo: era arrivata sana e salva!

Alla parrocchia di Sant’Anna

Don Franco era impegnatissimo a preparare l’accoglienza per gli ospiti inglesi. La parrocchia di Sant’Anna disponeva di un grande edificio, in parte adibito come sede scout, in cui vi erano numerose stanze e servizi. Con l’aiuto dei suoi scout il giovane parroco aveva sistemato tutto l’occorrente per alloggiare gli scout di Reading. Per William, con cui era in amicizia da molti anni, aveva preparato una stanza nel suo stesso appartamento.
Ormai era imminente l’arrivo degli ospiti e tutti, a partire dal parroco, che per l’occasione indossava anche lui la divisa scout, erano eccitatissimi.
“Don Franco” gli disse con aria canzonatoria un giovane del gruppo, “è vero che le ragazze inglesi sono tutte brutte?”
“Piantala! Altrimenti lo dico a Marianna!”
Tutti scoppiarono in una fragorosa risata.
“Ehi, ragazzi” aggiunse Don Franco, “tra poco gli ospiti saranno qui. Carlo, Gianna e Federico, che parlano bene l’inglese, si tengano a disposizione. E finite di mettere tutto in ordine. Quando vi decidete a portare via quella cartaccia?! Che figura volete fare?”
“Don Franco” disse una ragazza affacciandosi da una stanza vicina, “a che ora deve essere pronta la cena?”
“Appena arrivano dovranno sistemarsi nelle stanze, lavarsi e riposarsi un po’. Quindi penso che dobbiamo lasciare loro un’oretta di libertà. Poi possiamo andare a cena. Per accompagnarli nelle stanze, alle ragazze penserà Gianna e ai ragazzi penseranno Carlo e Federico. Ma anche gli altri ragazzi e ragazze possono dare una mano, purché tutto si faccia con ordine. E mi raccomando, voi ragazzi non fate i cascamorti. Già gli italiani hanno una cattiva fama per questo. E poi voi siete scout, per di più cattolici, e dovete dare l’esempio di essere cavalieri senza macchia”.
“Esagerato!”
“I Cavalieri della Tavola Rotonda!”
“Io sono Lancillotto! Ci sarà qualcuna che si chiama Ginevra?!”
“Piantatela buffoni! E ricordatevi delle promesse scout. Pensate che gli inglesi ci tengono molto agli insegnamenti di Baden Powell”.
Una delle ragazze stava seduta in disparte con un’aria piuttosto annoiata. Un’altra se ne accorse a le si avvicinò.
“Vittoria” disse, “non ti senti bene?”
“Sto benissimo, grazie” rispose l’altra con mal garbo. “Come se non sapessi l’inglese meglio di Gianna!”
“Su, via! Non prendertela! Don Franco ha mille cose da pensare e qualche cosa può sfuggirgli. Non lo avrà fatto apposta”.
“No, certo!”
“E su! Smettila! Pensa che sarà un gran divertimento”.
“Sì! Mia sorella ha già preso tutto il posto! Mi sa che me ne vado dal reparto!”
“Oh! Quanto sei difficile! Non badare a tua sorella! Cerca di farti degli amici. Vedrai che gli scout inglesi saranno simpaticissimi”.
“Mah! Vedremo!”
In quel momento giunse un ragazzo di corsa.
“Stanno arrivando! Il pullman sta parcheggiando davanti alla chiesa”.
Don Franco corse subito in strada e poco dopo stringeva calorosamente la mano a William, appena sceso dal pullman.
In breve tempo tutti gli ospiti scesero in strada carichi di bagagli e, guidati dai loro compagni italiani, si diressero verso il loro alloggio.
“Allora, William” chiese Don Franco, “avete fatto buon viaggio?”
“Tutto bene, grazie! I ragazzi sono contentissimi. Sono certo che sarà un’esperienza indimenticabile”.
“Ora, prima che si sistemino nelle loro stanze, faremo un po’ di presentazioni. Di’ che si raccolgano tutti nell’atrio dell’edificio”.
William corse in avanti e dette le relative disposizioni ai suoi ragazzi.
Poco dopo tutti si trovarono insieme nella sala di accoglienza.
“Benvenuti, ragazzi!” disse Don Franco in ottimo inglese. “Siamo felicissimi di ospitare dei giovani connazionali di Lord Baden Powell. Anche i nostri scout cercano di seguire i suoi insegnamenti, e certamente non vedono l’ora di condividere la loro esperienza con voi. Con William siamo amici di vecchia data e ambedue abbiamo a cuore una cosa sola: la felicità dei nostri giovani. Ma la vera felicità, quella che si acquista per gli ardui sentieri della foresta, non quella a buon mercato che viene offerta a piene mani nelle avenue della grandi città. Sapete che chi è stato una volta scout lo rimane per tutta la vita. Tutti noi vogliamo rimanere scout per sempre e conservare sempre la giovinezza dello spirito”.
Il breve discorso fu accolto dai giovani inglesi con un applauso fragoroso.
“Bene” continuò Don Franco, “alcuni ragazzi italiani conoscono bene l’inglese e potranno darvi tutte le indicazioni necessarie. Ma tutti studiano inglese a scuola e faranno in modo di farvi sentire a casa vostra. Sono certo che non desiderano altro che fare amicizia con voi. I ragazzi che parlano bene l’inglese sono… venite qua! Ecco: Carlo, Federico e Gianna… ”
“Veramente ci sarei anch’io!” disse a questo punto Vittoria facendosi avanti con aria irritata.
Don Franco si volse verso di lei battendosi la mano sulla fronte.
“Hai ragione!” disse cercando di nascondere il turbamento causatogli da quell’intervento così poco cordiale. “Certamente, c’è anche Vittoria! Dunque voi quattro accompagnate gli ospiti alle loro stanze”.
Aggiunse poi a bassa voce, rivolto a Vittoria:
“Scusami, Vittoria, ma con tutta questa confusione ti avevo dimenticata! Non l’ho fatto proprio apposta”.
Vittoria gli fece un cenno amichevole con la mano e senza parlare si avvicinò agli altri tre interpreti.
Don Franco pensò tra sé:
“Sono proprio un idiota! Questa ragazza è in crisi e io dovevo proprio dimenticarmene! Speriamo che ora faccia amicizia con gli ospiti!”.
“Don Franco” disse a questo punto William, “anche noi abbiamo una ragazza che parla bene l’italiano. E’ lei. Si chiama Margaret”.
Margaret si fece avanti arrossendo.
“Di’ qualche parola a Don Franco a nome del nostro gruppo”.
“Caro Don Franco” disse la ragazza in buon italiano con aria modesta, e anche con un po’ di timidezza, “la ringraziamo di cuore per la cordiale accoglienza e per le belle parole che ci ha detto. Ringraziamo anche i nostri amici italiani e siamo certi che faremo presto amicizia con tutti loro”.
Don Franco le strinse la mano sorridendo, mentre gli scout italiani applaudivano calorosamente.
“Ora dunque” aggiunse il sacerdote, “andate a sistemarvi nelle vostre stanze e a rinfrescarvi. Tra un’oretta ci ritroveremo tutti per la cena”.
Tra un gran trambusto di voci, di strette di mani e di risate, gli ospiti si avviarono alle loro stanze sentendosi perfettamente a loro agio e già ben disposti a fare amicizia con gli scout italiani che li accompagnavano.
Però tra Gianna e Vittoria le cose non andavano bene. Vittoria infatti teneva un brutto muso e in tutti i modi cercava di mostrare la propria antipatia per l’altra ragazza. A un certo punto le disse con aria provocatoria:
“Per farti vedere che parli inglese fai le moine a Don Franco e cerchi di mettermi da parte!”
Gianna divenne viola e, per non rispondere a tono e non dare scandalo ai ragazzi inglesi, si allontanò di corsa e andò a lamentarsi con Don Franco. Gli ospiti non si accorsero di nulla, tranne Margaret, che afferrò bene il senso e il tono della parole di Vittoria e di tutto il suo comportamento. Ma era una ragazza riflessiva e, anziché scandalizzarsi, si propose, senza dire niente, di osservare Vittoria con attenzione. Infatti, nonostante il suo broncio e i suoi modi bruschi, le stava simpatica e istintivamente capiva che aveva qualche problema. Se avesse potuto, avrebbe desiderato aiutarla.
“Potrei stare nella stessa stanza con la mia amica Jill?” le chiese sorridendo, tanto per attaccare discorso.
“Ah, tu sei la ragazza che parla italiano?” rispose Vittoria con un po’ di ansietà, rendendosi conto di essere stata imprudente e che forse Margaret aveva sentito la sue parole sgarbate di poco prima. “Certamente: potete sistemarvi come volete”.
Vedendo che Margaret le sorrideva con naturalezza, si tranquillizzò e incominciò a dare le necessarie indicazioni agli altri ragazzi.
Quando tutti si furono sistemati, Don Franco si avvicinò un po’ imbarazzato a Vittoria e la invitò a seguirlo nel suo ufficio.
“Ti assicuro” le disse “che è stata una mia dimenticanza e che Gianna non c’entra nulla”.
“Ve bene, va bene, lasciamo stare!”
“Però tu non devi essere così precipitosa nei giudizi. La povera Gianna è rimasta malissimo, e non aveva nessuna colpa”.
Vittoria sentì un improvviso rimorso, ma ciò, anziché farla vergognare, la irritò.
“Ma tanto io non credo che resterò a lungo nel reparto!” esclamò alzando la voce.
“Perché dici così! Non ti trovi bene con tanti altri giovani come te?”
“No, non mi trovo bene! Mia sorella sì che si trova bene! Lei è amica di tutti e tutti sanno che ha un buon carattere. A me dicono tutti che sono nevrotica e mi mettono da parte!”
“Ma non vedi quanti sforzi fa tua sorella per coinvolgerti in tutte le sue iniziative? Non vedi quanto ti vuole bene?”
“Sì, ma io non mi trovo bene in famiglia! I miei genitori sono troppo antiquati, e anche mio fratello e mia sorella. Vedono il male dappertutto. Vorrebbero tornare all’Ottocento, o anche al medioevo. Anche voi qui, siete proprio retrogradi! A scuola c’è un’aria tutta diversa!”
Don Franco la guardò preoccupato.
“Vittoria! A parte il fatto che non si può fare un discorso con te se salti di palo in frasca. Ma poi non mi sembra proprio che si possa parlare con così poco rispetto dei tuoi genitori. Sono ambedue professionisti e conoscono la vita e il mondo molto meglio di te. E come puoi dire che vedono il male dove non c’è? Non ti sembra che ce ne sia abbastanza in giro da esserne preoccupati? Noi qui cerchiamo sì di essere moderni. Ma essere moderni non significa accettare tutto senza critica. Ad ogni modo, questo non c’entra nulla con il fatto che tu hai offeso Gianna senza ragione. Se fossi una buona cristiana, dovresti sentire il dovere di chiederle scusa”.
Il discorsetto di Don Franco, fatto con un tono molto delicato e caritatevole, non rimase senza effetto. Vittoria sentì che realmente era stata scorretta a parlar male dei suoi genitori, e soprattutto capì che non poteva negare di essere stata ingiusta con Gianna e che aveva il dovere di chiederle scusa.
“Ve bene, padre” disse, abbassando umilmente la testa. “Le chiederò scusa”.
“Brava! E cerca di stare allegra, mi raccomando!”
Vittoria fece un mesto sorriso e andò a cercare Gianna.
Quando la vide arrivare, Gianna la guardò con aria ostile. Vittoria si sentì bruciare dentro, ma represse la rabbia e porse amichevolmente la mano all’altra ragazza.
“Scusa, Gianna” disse, cercando di essere umile. “Mi sono fatta prendere dai nervi e dalla gelosia e sono stata ingiusta e sgarbata. Scusami!”
Gianna le sorrise e le strinse la mano.
“Va bene! Non pensiamoci più!”
In quel momento una ragazza si sporse dalla soglia della cucina e gridò:
“La cena è pronta! Chiamate tutti, presto!”

Un momento conviviale

Poco dopo tutti si trovarono raccolti nella grande sala da pranzo. Don Franco raccomandò ai due gruppi di diversa lingua e nazionalità di sedersi al tavolo alternati, in modo che ogni inglese avesse accanto un italiano e potesse fare amicizia con lui.
La compagnia era eccezionalmente allegra e rumorosa. Emma, la sorella maggiore di Vittoria, era uno dei centri dell’attenzione. La sua cordialità e il suo buon umore le attiravano la simpatia di tutti e intorno a lei si era creato un gruppo molto affiatato.
Margaret si era seduta accanto a Vittoria e, con molta prudenza, cercava di avviare con lei la conversazione. Ma all’inizio la cosa non le riuscì.
Vittoria era distratta e assorta nei suoi pensieri. Ancora le bruciava dentro l’umiliazione di aver dovuto chiedere scusa a Gianna, mentre nello stesso tempo guardava con invidia il gruppo di amici che folleggiava allegramente intorno alla sorella.
“Certo” pensava, “lei è così brillante che ha sempre successo! L’altro giorno lo psicologo che ci ha fatto un test attitudinale ne ha fatto grandi elogi. Poi, quando sono entrata io, si è limitato a farmi qualche domanda e mi ha liquidata dicendo che non avevo attitudini particolari. Si vede che sono proprio sbagliata! O forse è la mia famiglia che mi impedisce di essere me stessa!”.
Intanto Don Franco aveva chiesto il silenzio e aveva dato qualche comunicazione importante. Vittoria però era distratta e non aveva afferrato il senso del discorso.
“Che cosa ha detto?” chiese a una ragazza che sedeva di fronte a lei.
“Che domani mattina ci incontriamo al capolinea dell’autobus alle otto e mezzo”.
“Quale autobus?”
“Il numero … Andiamo a vedere l’Appia antica”.
“Ah! Va bene.”
A questo punto Margaret cercò di inserirsi nella conversazione.
“Che cos’è l’Appia antica?” chiese.
“E’ uno dei posti più famosi e più belli di Roma” rispose Vittoria. “Si vede tutto il tracciato dell’antica strada romana, circondata da ville e da monumenti antichi”.
“Sarà certamente bellissima”.
“Se il tempo è buono, specialmente la mattina presto, è molto suggestiva”.
“Sono molto contenta di essere venuta in Italia. Siete molto simpatici”.
“Davvero?” disse Vittoria guardandola con interesse. “Spero che vi troviate bene. Io però non mi sento a mio agio”.
“No? Perché?”
“Non lo so. Non è un bel momento per me”.
“Ti è accaduto qualcosa?”
“Non so. Forse da quando a un mio compagno di scuola è successa una disgrazia mi sento tanto turbata e mi chiedo se bisogna ancora credere”.
“Che cosa è successo al tuo compagno?”
“Mi dispiace ricordarlo, ma se vuoi te lo racconto”.
“Forse raccontarlo potrebbe farti bene”.
“Mah! Non lo so. Il fatto è che si è tolto la vita”.
Margaret spalancò gli occhi profondamente colpita.
“Oh!” esclamò. “Davvero!? E perché?”
“E’ una brutta storia, anche un po’ confusa. Aveva rubato una forte somma al padre. Si era innamorato di una ragazza e con quei soldi avrebbe voluto ottenere da lei chissà che cosa. Ma quella gli ha riso in faccia. Probabilmente poi ha speso tutti i soldi per bere, per divertirsi e così dimenticare il dispiacere. Intanto il padre si era accorto che la somma mancava e era andato su tutte le furie credendo che si trattasse di un furto da parte della colf. C’era stata anche una scenata e la colf era stata licenziata e denunciata. Lui non aveva avuto il coraggio di confessare la verità. Però con il passare del tempo era sempre più triste e agitato. Una mattina lo hanno trovato sfracellato presso il canale qua vicino. Era salito sul ponte di acciaio, quello che chiamano ponte nuovo, all’ingresso del grande centro commerciale, e si era buttato di sotto. In una lettera confessava che i soldi li aveva presi lui”.
“Che brutta storia! E quella ragazza poi che ha detto?”.
“Non lo so. Non so neanche esattamente chi fosse. Credo che si trattasse di una della discoteca. Probabilmente non gliene è importato niente”.
“Però tu non devi diventare pessimista. Anzi. Appunto perché c’è tanto male e gli uomini fanno errori così gravi, dobbiamo maggiormente avvicinarci a Dio perché ci aiuti a non sbagliare anche noi”.
“Ora non cominciare anche tu come mio padre e come Don Franco! A una cosa così orribile non c’è rimedio. E a che cosa servono tutti quei bei discorsi!?”
Margaret capì che non era il caso di insistere e cambiò argomento.
“Quanti fratelli hai?” chiese.
“Due. Un fratello e una sorella, più grandi di me. Mia sorella Emma è quella che tiene banco laggiù”.
In quel momento Emma stava ridendo a crepapelle insieme ai suoi vicini di tavola.
“E’ molto simpatica!” disse Margaret.
“Eh, già!” rispose Vittoria con un’espressione ostile che non sfuggì a Margaret.
“Anche tu sei molto simpatica” disse.
“Mah! Non lo so. Mi sembra che mi tengano tutti a distanza”.
“Ma no! Perché dici così!?”
“Perché è vero. Ma forse è colpa mia, perché sono troppo scontrosa. Ma non ci posso fare niente. La vita mi sembra così squallida! E poi mi chiedo se non hanno ragione quelle mie compagne di scuola che, invece di frequentare gli scout cattolici, se ne vanno in discoteca. A noi i genitori lo proibiscono”.
“Davvero? Lo sai che anche i miei genitori ce lo proibiscono? Ma a me non interessa. Mi trovo bene con gli scout, e anche con mio nonno, che mi insegna l’italiano, e con mio padre, che mi dà sempre delle cose bellissime da leggere”.
“Ah sì? Io pensavo che gli inglesi fossero tutti molto più emancipati di noi!”.
“Mah! Non sempre è vero. A volte ci si fa un’idea soltanto perché certe cose sono più appariscenti e fanno più notizia. Ma da noi vi sono famiglie in cui vi è ancora il culto per la bella letteratura, e anche per gli ideali umanitari e religiosi tradizionali”.
Vittoria rise di gusto, per la prima volta in quella giornata.
“Se penso che mi chiamo Vittoria” disse, sinceramente divertita, “dovrei essere vittoriana anch’io!”
“Si è scritto tanto contro l’età vittoriana, ma realmente in quel tempo si diffusero molti germi di civiltà che continuano anche oggi a ispirare gli uomini, e non soltanto gli inglesi. Pensa ad esempio a Baden Powell”.
“Se non fossi tu, che mi sei tanto simpatica, a dirmi queste cose, non ti starei neanche a sentire!”
“Mi fa piacere sapere che ti sono simpatica. Dunque non ti dispiacerà se in questi giorni staremo spesso insieme”.
“No, certo. Ma non so se verrò sempre agli incontri. Mi sto un po’ stufando degli scout”.
“Su, vieni! Sei la prima con cui faccio amicizia!”
“Beh, vedremo. Intanto domani penso di venire. Se il tempo è bello, l’Appia antica sarà uno spettacolo”.
Intanto la cena andava avanti tra le conversazioni incrociate, portate avanti con un po’ di difficoltà, a causa della lingua, ma anche con molta allegria dagli scout inglesi e italiani.
A un certo punto Don Franco si alzò e disse ad alta voce:
“Allora ragazzi, ora si è fatto tardi e gli ospiti avranno bisogno di un po’ di tempo per sistemarsi e ambientarsi. Dunque salutiamo tutti e ci diamo appuntamento a domattina per la visita alla via Appia antica”.
Seguì un caloroso applauso e un po’ alla volta i ragazzi incominciarono ad alzarsi da tavola.
Emma si avvicinò a Vittoria e la disse:
“Vieni a casa con me?”
“No” rispose Vittoria con aria seccata. “Questa sera vado da Claudia e dormo da lei. Ci vediamo domani mattina”.
“Va bene. Lo hai già detto a papà?
“Diglielo tu”.
Emma annuì e si allontanò con aria preoccupata.
“Sempre quella Claudia!” pensò. “La sta rovinando!”
Vittoria salutò Margaret.
“Ci vediamo domani” disse, e si diresse verso l’uscita.

Una passeggiata sull’Appia antica

La mattina dopo, quando gli scout inglesi incominciarono ad arrivare sulla via Appia, trovarono già molti ragazzi del reparto italiano che li aspettavano. Anche Don Franco era già lì e stava facendo l’appello. Quando vide gli inglesi scendere dall’autobus, sotto la guida di William e di George, corse loro incontro.
“Bene!” disse. “Vi ho preceduti qui per controllare se gli altri arrivavano puntuali. Tanto avevo già spiegato a William come fare ad arrivare. Avete avuto difficoltà?”
“No” disse George, “nessun problema. I ragazzi si sono alzati per tempo e al capolinea l’autobus era già pronto. L’altro autobus dovrebbe arrivare tra poco, con il resto del gruppo”.
“Bene! I nostri sono già qui quasi tutti e tra poco dovrebbero arrivare gli altri. Ormai le otto e mezzo sono passate. Purtroppo in Italia non mancano mai i ritardatari”.
“No problem, aspetteremo che vengano tutti. Ma ecco l’altro autobus. Ora noi siamo al completo”.
“Vado a vedere chi manca ancora”.
Così dicendo Don Franco si avvicinò al gruppo degli scout italiani e ricominciò a fare l’appello. Nel frattempo ne erano arrivati altri.
“Bene!” disse Don Franco. “Mi sembra che ci siamo quasi tutti”.
Intanto gli inglesi erano andati incontro ai loro compagni italiani. Margaret vide Emma e le chiese:
“Dov’è Vittoria?”
“Non lo so. Non ha dormito in casa questa notte. Stava da un’amica. Dovrebbe venire per conto suo”.
Margaret si guardò intorno, ma di Vittoria non c’era traccia.
Anche Don Franco chiese a Emma notizie di Vittoria, ed ebbe la stessa risposta. Un po’ seccato decise di aspettare ancora qualche minuto.
“Ragazzi” disse, “mentre aspettiamo ancora un po’, proviamo tutti a dire insieme il Padre Nostro in inglese”.
La cosa piacque e funzionò abbastanza bene.
“Adesso voi inglesi cantate God Save the Queen e poi noi canteremo Fratelli d’Italia.
Anche questo fu fatto e riuscì a tutti molto gradito.
Intanto il tempo era passato, ma Vittoria non si vedeva ancora. Per motivi in parte diversi, sia Don Franco, sia Emma, sia Margaret si guardavano intorno preoccupati, con la speranza di vederla apparire da un momento all’atro. Ma la ragazza non si presentò, e alla fine bisognò rinunciare ad aspettarla e tutti si avviarono insieme lungo la via Appia.
Il tempo era bello e l’aria era ancora abbastanza fresca. Tutti ammiravano l’incanto dell’antichità romana immersa nella verde campagna laziale. Don Franco illustrava i monumenti più significativi con interessanti riferimenti alla storia romana e all’era dei martiri cristiani.
“Da qui” disse a un certo punto, “se George è d’accordo, proviamo a fare il percorso rettificato. Avete portato il materiale necessario?”
“Naturalmente” rispose George. “I ragazzi sanno bene come si fa. Allora, ragazzi” aggiunse rivolta ai suoi scout, “faremo ora il percorso rettificato. Consiglierei di dividerci in gruppi misti di italiani e inglesi. In ogni gruppo deve esserci un ragazzo o una ragazza italiana che conosce bene l’inglese. In un gruppo invece metteremo Margaret come interprete. Così faremo anche un esercizio di amicizia e di collaborazione”.
Con l’assistenza dei capi i ragazzi si divisero in gruppi e incominciarono a prendere le misure della strada e a scriverle sui loro blocchetti di appunti.
Margaret cercava di rendersi utile al suo gruppo, ma faceva fatica a stare attenta, perché era molto preoccupata e perplessa per l’assenza di Vittoria. Che cosa le era successo? La sera prima aveva promesso che sarebbe intervenuta alla gita. Come mai aveva cambiato idea?
In un momento di riposo si avvicinò a Emma e le chiese:
“Come mai Vittoria non è venuta?”
“Proprio non lo so. Ho anche provato a chiamarla sul cellulare, ma non prende”.
“Cosa potrebbe esserle accaduto?”
“Non ne ho idea. L’unica cosa che so è che questa notte ha dormito a casa della sua amica Claudia, che a me non piace affatto. Non vorrei che l’abbia convinta a non venire”.
“E perché avrebbe dovuto farlo?”
“Ho l’impressione che sia lei a distoglierla dagli scout. Deve essere una ragazza molto mondana. Finora, per quanto ne so, non è riuscita a portare Vittoria con sé in discoteca. Non vorrei che questa notte l’abbia convinta”.
“Non so perché, ma ho un brutto presentimento”.
“Ti ringrazio tanto per l’interessamento che hai per mia sorella. Anzi, ti prego di starle molto vicina, visto che sembra avere simpatia per te. Noi familiari dobbiamo essere molto discreti, perché sta vivendo un momento di rifiuto”.
“Farò del mio meglio. Sono convinta che è una ragazza che merita e mi dispiacerebbe che facesse qualche passo falso”.
Intanto i capi avevano ritirato i blocchetti con gli appunti e stavano facendo il controllo del lavoro eseguito.
“Bravi, ragazzi!” disse infine Don Franco. “ Vedo che avete imparato bene. Ora andremo a visitare le Catacombe di San Callisto e lì, prima della visita, potrete anche prendere qualche cosa al bar”.
Tutti mostrarono il loro gradimento con un caloroso applauso.
Giunti sul posto, gli inglesi apprezzarono molto lo spazio verde che circonda l’ingresso dell’antico cimitero cristiano, e naturalmente anche la possibilità di un ristoro. Ma specialmente rimasero affascinati dalle celebri Catacombe, con il loro incomparabile tesoro di fede e di storia e la loro sublime atmosfera soprannaturale, che in molti risvegliò le emozioni provate alla lettura del Quo vadis?
Sostarono a lungo nei corridoi e nei cubicoli del sottosuolo, ammirando le tombe dei martiri, i dipinti, le iscrizioni, gli altari e le suppellettili per il culto. Nella Cripta dei Papi fecero anche un momento di preghiera. Quando infine risalirono in superficie, vollero scattare diverse fotografie ricordo.
Era ormai passato mezzogiorno quando si avviarono al capolinea dell’autobus per tornare in parrocchia. Arrivarono a destinazione a ondate e impiegarono molto tempo per rinfrescarsi e mettersi in ordine, e soltanto a un’ora piuttosto inoltrata si misero a tavola per il pranzo.

Una ragazza in crisi

Dopo un pranzo molto gradito e apprezzato, tutti si raccolsero nella grande sala di accoglienza per continuare con più comodità le loro conversazioni.
Margaret si sedette vicino a Emma e le fece qualche domanda per cercare di saperne di più su Vittoria. Era ancora molto preoccupata per lei. Emma aveva più volte provato a chiamarla sul cellulare, ma sempre senza successo. Chissà che cosa le era accaduto!?
“Come spieghi che tua sorella è così agitata e scontenta, così diversa da te?” le chiese.
“Un po’ è il suo carattere. Ma da un po’ di tempo è cambiata. Come ti dicevo, dietro dovrebbe esserci quella sua compagna, Claudia. Purtroppo nelle scuole di oggi spesso l’ambiente non è buono, almeno in Italia”.
“In Inghilterra è lo stesso. Mio padre è un insegnante coscienzioso e tiene molto anche alla formazione morale dei giovani. Ma è un po’ un’eccezione”.
“Ragazzi!” esclamò in quel momento ad alta voce uno degli scout italiani. “Guardate questa fotografia ripresa stamattina alle Catacombe di San Callisto! Emma, al centro del gruppo, sembra il capo del governo inglese!”
Seguì una fragorosa risata. Poi una ragazza aggiunse:
“Sei fortissima, Emma!”
In quel momento si spalancò la porta di ingresso e Vittoria si precipitò in mezzo al gruppo dei ragazzi con il viso completamente sconvolto.
“Certo, è fortissima!” gridò come un’ossessa. “Siete tutti fortissimi! E mi avete preso in giro per liberarvi di me! Ma questa volta ve le voglio cantare tutte, senza sconti! Non mi sopportate perché dite che sono nevrastenica!? E va bene: sono nevrastenica, e voglio essere supernevrastenica! Neanch’io vi sopporto! Vi odio tutti! E Emma per prima!”
“Ma si può sapere che ti succede?!” intervene Don Franco facendosi avanti.
“Che mi succede?! E avete il coraggio di chiedermelo?! Mi avete fatto andare al capolinea dell’autobus e non c’era nessuno! Ho aspettato più di un’ora! Ma voi ve ne siete andati a spasso senza di me!”
“Ma che stai dicendo!? C’eravamo tutti al capolinea dell’autobus! Mancavi solo tu!”
“Mi hai preso per scema?! Ho fatto il giro del Colosseo per un’ora e non ho visto nessuno! Non c’era proprio nessuno! Mi avete preso in giro!”
“Il giro del Colosseo?! Ma che hai capito?! L’appuntamento era all’altro capolinea dell’autobus, quello sull’Appia antica! Ero stato così chiaro!”
A queste parole Vittoria impallidì. Dunque era suo l’errore! A cena la sera prima era distratta e non aveva ascoltato le indicazioni di Don Franco. E ora che figura mostruosa aveva fatto!?
Si irrigidì e rimase in silenzio con un’espressione di terrore sul viso.
Tutti tacevano imbarazzati. Dopo pochi istanti Emma le si avvicinò con il viso sorridente tendendole la mano.
“Hai visto?” disse con voce calma, con l’intento di sdrammatizzare. “Non è successo niente! E’ stato solo un malinteso!”
Ma Vittoria la respinse con violenza e, senza aggiungere nulla, guardandosi intorno con un’indescrivibile espressione di terrore misto a odio, fuggì di corsa in strada.
A questo punto i nervi di Emma cedettero: cadde in ginocchio e scoppiò in un pianto dirotto.
“Ma che cosa ho fatto di male!” disse tra i singhiozzi. “Ho sempre cercato di trattarla bene, di aiutarla in tutto! Dove ho sbagliato?! Ditemelo, ditemelo! Vi prego, ditemelo! Dove ho sbagliato?!”
Tutti le si fecero intorno per consolarla. Don Franco la sollevò e le strinse le mani dicendole parole di conforto.
L’unica a rimanere indietro fu Margaret. Più che per Emma, era preoccupata per Vittoria. Aveva ascoltato le sue parole, e soprattutto aveva bene osservato l’espressione del suo viso, specialmente nel breve spazio di tempo tra la rivelazione del malinteso e la sua fuga precipitosa. Nel suo sguardo vi era un’espressione che le faceva paura. Doveva seguirla e ritrovarla al più presto. Vittoria era in serio pericolo.
Senza che nessuno badasse a lei, uscì di corsa in strada e si guardò intorno. Ma non vide traccia di Vittoria.
“Dove sarà andata?!” pensò. “Sono straniera e non conosco la città. A chi potrei chiedere?”.
La situazione era tragica. Come avrebbe potuto rintracciarla? Si era mossa troppo tardi! Temeva addirittura per la sua vita. Per la sua vita?! Improvvisamente le si accese un luce:
“Il ponte nuovo! Devo cercare il ponte nuovo!”
Corse verso un’edicola di giornale e chiese al giornalaio:
“Per favore, dov’è il ponte nuovo? Quello vicino al centro commerciale”.
“Vada sempre dritta da quella parte. In cinque minuti ci arriva”.
“Grazie!” disse Margaret partendo subito di corsa nella direzione indicata.
“Devo sbrigarmi!” pensava. “Potrei arrivare troppo tardi!”
Accelerò la corsa il più possibile e ben presto vide la strada assumere la forma di un leggero dosso che conduceva a un ponte metallico in direzione del centro commerciale.
“Eccolo!” si disse. “Presto! Preghiamo di essere ancora in tempo!”
Giunse trafelata al centro del ponte, ed ecco davanti a lei Vittoria che si sporgeva pericolosamente dal parapetto del ponte con il viso sconvolto.
La afferrò gridando:
“Vittoria! Che fai?! Sono qua io!”
Vittoria si voltò verso di lei guardandola con stupore misto a panico.
“Cosa vuoi da me?!” disse. “Vattene!”
“No che non me ne vado! Che cosa fai qua?!”
“Che cosa te ne importa?! Vattene, ho detto!”
“Ti ho detto che non me ne vado! Che cosa stai facendo qua?!”
“Che cosa sto facendo?! Voglio andare a trovare il mio compagno di scuola!”
“Non fare la sciocca! Che cosa ti viene in mente?!”
“Che cosa importa a te?! Non voglio più vivere, e tu non mi impedirai di buttarmi giù come il mio compagno! Togliti di mezzo, se no ti trascino giù con me!”
“Ascoltami Vittoria! Tu non sai che cosa è un suicidio! Non sai che cosa significa! Io, sì, lo so! Lo so quale mostruosità è! Quali incubi spaventosi crea!”
Vittoria la guardò con aria interrogativa e perplessa.
“Coma fai a saperlo?! Certamente non ti sei mai suicidata! O forse ci hai provato?!”
“Ascoltami: ho una lunga storia da raccontarti! Ti prego! Calmati e ascoltami!”
Queste parole di Margaret ebbero un effetto sorprendente. Vittoria la guardò a lungo negli occhi con aria sospettosa. Forse l’amica stava inventando tutto per cercare di distoglierla. Ma il suo viso era così serio e sincero, che non poteva credere che la stesse ingannando. Che storia voleva raccontarle? E che cosa interessava a lei? Ma lo sguardo di Margaret in quel momento la affascinava: esprimeva un tale affetto per lei e nello stesso tempo aveva qualche cosa di così misterioso che le sembrava irresistibile. Sì, Margaret aveva veramente qualche cosa di eccezionale da dirle, lo sentiva. Non la stava ingannando. Doveva ascoltarla. Poi avrebbe deciso il da farsi.
Si trasse indietro dal parapetto e si sedette in terra appoggiandosi ad esso con la schiena.
“Va bene, Margaret!” disse con una voce stranamente calma. “Ti ascolto”.
Margaret ringraziò il cielo in cuor suo. Poi si sedette accanto a Vittoria e incominciò la sua narrazione.

Il segreto di Margaret

“Io so che cos’è un suicidio, non perché lo abbia visto personalmente, ma per la testimonianza di qualcuno. Questo qualcuno è mio padre. Soltanto poco tempo fa mi ha riferito nei dettagli quello che lui ha visto con i suoi occhi. Mi ha detto che mi considerava ormai abbastanza matura perché sapessi che cosa era avvenuto nella mia famiglia.
“Come sai, ho appreso l’italiano da mio nonno. Sua madre era italiana. Era una grande donna. Quando lui nacque, nel 1933, era nel pieno delle forze e viaggiava da un continente all’altro per propagandare le sue idee. La mia bisnonna era atea, e tutta la sua vita era al servizio dell’ateismo. Voleva la liberazione dell’uomo, e soprattutto la liberazione della donna. Oggi siamo abituati a questo linguaggio, ma al suo tempo in molti ambienti sembrava una novità e suscitava scandalo. Ma la mia bisnonna non si dava per vinta. Era sicura di sé, sicura della vittoria.
“Secondo lei la donna doveva essere liberata dalle catene della maternità e dalla segregazione tra le mura domestiche. Doveva entrare a pieno titolo nelle professioni fin a quel tempo riservate agli uomini. Per ottenere questo tutti i vincoli della tradizione dovevano essere infranti: verginità fino al matrimonio, fedeltà coniugale, indissolubilità del legame matrimoniale, assoluta monogamia, austerità nell’abbigliamento, accettazione indiscussa della maternità, dedizione alla famiglia e all’educazione dei figli… Tutte queste cose erano un retaggio di tempi oscurantisti e dovevano essere spazzate via.
“Faceva parte di un’organizzazione, con sede a Londra, che gestiva un’attività enorme per la diffusione di queste idee a livello culturale e politico, e avrebbe voluto che anche mio nonno entrasse presto nello stesso ambiente. Tra l’altro vi erano coinvolti grandi personaggi della politica e della finanza, e se mio nonno fosse divenuto un loro collaboratore, avrebbe avuto una carriera assicurata.
“Ma accadde un fatto imprevisto. Mio nonno andò a studiare a Oxford. In quegli anni ad Oxford vi era un gruppo di cristiani convinti e culturalmente molto attivi, e mio nonno si legò in stretta amicizia con loro e finì per condividere in pieno le loro idee. Quando mia bisnonna lo seppe, andò su tutte le furie e fece di tutto per richiamare il figlio alle sue vedute. Ma non ci fu nulla da fare. Nonno decise di distaccarsi completamente dalla madre, tanto che quando infine si sposò ed ebbe dei figli, proibì loro severamente di frequentarla.
“Naturalmente questo valeva anche per mio padre. Quando però mio padre compì diciott’anni, fu preso da un desiderio grandissimo di incontrare la nonna, del cui ateismo militante aveva tanto sentito parlare. Ormai ella aveva più di ottant’anni e si sapeva che non godeva più di buona salute. Possibile – egli pensava – che di fronte alla morte ormai vicina ella rimanga insensibile al pensiero di Dio?
“Così un giorno si decise e, senza dire nulla al padre, si presentò all’improvviso in casa di lei. Vedendolo ella lo trattò molto duramente. Ma lui non si lasciò intimidire. Le parlò con franchezza della morte e del giudizio di Dio. Lei lo ascoltava senza battere ciglio, e, quando ebbe finito, gli disse: ‘Tu non sai che proprio oggi finirà la mia vita!’ ‘Cosa vuoi dire?’ le disse mio padre spaventato. ‘Nella stanza accanto c’è un medico italiano’ rispose lei, ‘pronto con un’iniezione indolore che in pochi minuti porrà fine alla mia vita’. Mio padre cominciò a supplicarla: ‘No, nonna, non devi farlo! Pensa al giudizio di Dio!’ Ma mia bisnonna rispose freddamente: ‘Dio non esiste, perciò la mia vita finirà nel nulla, e sono contenta di averla bene spesa. E se poi Dio esistesse, sarebbe inutile per me aspettare ancora: niente mi potrebbe mai salvare’. Mio padre cercò di avvicinarsi a lei e di abbracciarla, ma un cameriere lo trattenne. ‘Non lo fare! Non lo fare!’ gridava. La nonna lo ignorò completamente e poco dopo suonò un campanello. Entrò il medico italiano e, senza badare alle grida strazianti di mio padre, fece a mia bisnonna l’iniezione letale.
“A questo punto il cameriere lasciò andare mio padre ed egli si gettò in ginocchio accanto a lei e l’abbracciò piangendo con la testa sulle sue ginocchia. Mia bisnonna rimase a lungo immobile in silenzio. Poi incominciò ad accarezzare i capelli di mio padre, ma sempre più debolmente. Infine egli la udì mormorare con un filo di voce: ‘Nipotino mio!’ Poi le sue mani si arrestarono per sempre.
“Mio padre si aggrappò alla speranza che quel gesto e quelle parole indicassero un estremo ravvedimento. Ancora adesso tutte le sere diciamo in famiglia una preghiera per nonna Adriana…
“Ma che ti succede?!”
Improvvisamente Vittoria si era voltata verso di lei e aveva incominciato a fissarla con gli occhi spalancati. Poi la afferrò con le mani per le spalle stringendola fortemente.
“Si può sapere che cosa ti succede?” disse Margaret spaventata.
“Margaret!” esclamò Vittoria con voce alterata. “Margaret! Ripeti l’ultima cosa che hai detto!”
“Quale cosa?!”
“Per chi dite le preghiere?!”
“Per la mia bisnonna! Ma perché me lo chiedi in quel modo?!”
“Il nome! Il nome! Come si chiamava tua bisnonna?!”
“Adriana! Adriana Boreggi! Perché?”
A questo punto Vittoria si gettò nelle braccia di Margaret piangendo dirottamente.
“Margaret!” diceva tra i singhiozzi. “Margaret! Ti prego! Io voglio che tu sia la mia più cara amica! Ti prego! Non voglio lasciarti mai! Sii sempre la mia amica! Sempre! Io non voglio più uccidermi! Non voglio più litigare con mia sorella! Non voglio più contestare i miei genitori! Sì, sì! Tu mi hai aperto gli occhi! Ora vedo! Ora capisco tutto!”
Margaret l’ascoltava esterrefatta. Non capiva il senso del comportamento di Vittoria, anche se era felicissima dell’inaspettato effetto delle sue parole.
“Ma sì, ma sì!” ripeteva, cercando di calmare la ragazza. “Certo che ti sono amica! Sì, anche tu sei la mia più cara amica! Lo sei e lo sarai per sempre! Ma ora calmati e spiegami che cosa ti è successo!”
“No, non posso! Non ce la faccio! E’ troppo per me! Ma vieni con me! Vieni subito! Dobbiamo andare subito da mio padre! Devi parlare con lui! E’ importante! E’ importantissimo!”
“Da tuo padre?! Ma perché?!”
“Lo capirai! Te lo spiegherà lui! Ma vieni! Vieni! Andiamo subito!”
Margaret capì che si trattava di qualche cosa di molto importante per Vittoria e si dispose a seguirla.

Il segreto di Vittoria

“Andiamo a piedi!” disse Vittoria. “In dieci minuti arriviamo”.
Le due ragazze si misero rapidamente in cammino. Vittoria era così eccitata che quasi correva e Margaret faceva fatica a tenerle dietro.
“Oh, Margaret!” continuava a esclamare Vittoria, in preda a una fortissima emozione. “E’ un miracolo! Un miracolo! Anche i miracoli avvengono! E’ proprio vero!”
Margaret la seguiva senza fare domande, ma era divorata dalla curiosità. Che cosa era successo a Vittoria? Di che miracolo parlava? Certamente il suo comportamento era molto strano. Doveva esserci qualche circostanza eccezionalmente grave dietro. Ma di che cosa si trattava? In ogni caso, almeno per quanto riguardava Vittoria, era una circostanza molto positiva. La ragazza non stava più in sé e, anche se appariva turbata fuori di misura, il suo turbamento aveva qualche cosa di straordinariamente gioioso. I suoi occhi brillavano ed ella sembrava più bella del solito.
Intanto avevano percorso un lungo tratto di strada e ben presto giunsero in vista dell’isolato in cui si trovavano l’abitazione della famiglia di Vittoria e l’ufficio dei suoi genitori.
Superato un cancelletto d’ingresso e attraversata una striscia di giardino che circondava l’isolato, le due ragazze giunsero alla porta di entrata dell’ufficio e Vittoria suonò il campanello.
La porta si aprì subito e sulla soglia apparve Emma, che guardò le due ragazze con preoccupazione mista a un senso di sollievo.
“Ah! Sei qui!” esclamò. “Ci hai fatto prendere uno spavento!”
Vittoria la prese tra le braccia e la strinse fortemente.
“Scusami! Perdonami! Ero fuori di me! Ma ora lasciamo stare! Ci sono cose molto più importanti! Dov’è papà? Presto! Ho bisogno di parlargli!”
“Ma papà è occupato adesso! Ha gente! Anzi” aggiunse voltandosi verso un gruppetto di persone che sostavano nella sala di attesa e le guardavano con curiosità, “stiamo facendo un sacco di baccano! Andiamo su in casa!”
Così dicendo Emma uscì dall’ufficio e si diresse verso la porta accanto seguita dalle altre due ragazze.
Entrate nell’atrio del palazzo, salirono una rampa di scale e in pochi attimi raggiunsero l’abitazione della famiglia.
Le accolse la madre delle due ragazze, una signora sulla cinquantina di singolare bellezza. Non era stata informata di niente, perché Emma non aveva voluto allarmarla. Anche al padre aveva avuto appena il tempo di accennare qualcosa in un breve intervallo tra i suoi vari impegni di lavoro.
“Mamma” disse Vittoria, “questa è Margaret, la mia più cara amica”.
“Da quando?!” pensò perplessa Emma, mentre la mamma salutava cordialmente la ragazza inglese.
“Vi prego!” aggiunse Vittoria con aria agitata. “Sediamoci un attimo in salotto. Devo dire delle cose molto importanti!”
“Accomodiamoci pure!” disse la mamma. “Ma non essere così nervosa. Metti in agitazione anche me!”
“Vi prego!” esclamò Vittoria in tono supplichevole. “E’ una cosa molto seria!”
“Va bene, ma calmati un po’!”
Si accomodarono tutte e quattro in salotto e Vittoria si rivolse a Margaret, che la guardava con aria preoccupata e perplessa.
“Margaret!” disse con voce stranamente patetica. “Ti chiedo una cosa a cui tengo moltissimo. Te la chiedo in ginocchio, con il cuore in mano: mi prometti che, qualsiasi cosa ti dica, se non vi è nulla che la mia famiglia abbia da rimproverarsi nei confronti tuoi e dei tuoi cari e se non vi è nulla di cui tu, tuo padre, tuo nonno siate responsabili nei confronti della mia famiglia, la nostra amicizia rimarrà intatta, senza alcuna incrinatura?”
“Che cosa potrebbe incrinare la nostra amicizia? Se non è stato fatto del male né da parte nostra né da parte vostra, che ragione avremmo di non essere amiche?”
“Mi prometti allora che, se anche c’è stato qualche cosa di grave, ma le persone a te più legate non sono coinvolte, resteremo sempre amiche e io potrò continuare a considerarti la mia amica più cara?”
“Te lo prometto.”
“Grazie, Margaret! Mamma!” disse poi volgendosi alla madre con tono ugualmente patetico. “Vorrei chiedere a te la stessa cosa. Ma capisco che sarebbe più giusto chiederla a papà. E’ possibile chiamarlo?”
“Non so” disse la madre, guardandola sempre più preoccupata. “Vediamo se ha finito.”
Si alzò e prese in mano un citofono di comunicazione interna.
“Caro, potresti venire su subito?! E’ una cosa importante… Un momento che vengo giù io”.
Senza aggiungere altro scese rapidamente in ufficio.
Si era creata un’atmosfera irreale e nessuno osava parlare. Le tre ragazze rimasero ad aspettare in silenzio.
Poco dopo la madre di Emma e di Vittoria rientrò nel salotto seguita dal marito. Questi entrò con aria perplessa e salutò cordialmente la giovane ospite. Poi si sedette accanto alla moglie. Era un bell’uomo, dall’aspetto singolarmente giovanile.
“Cosa c’è?!” disse poi in tono un po’ seccato, ma nello stesso tempo affettuoso e premuroso, guardando Vittoria con aria interrogativa.
“Scusami papà! E’ una cosa di un’estrema importanza. Ma prima voglio chiederti una cosa. Margaret da poco tempo è diventata la mia migliore amica. A lei debbo tutto, anche la vita! E inoltre mi ha fatto finalmente capire quanto sono stupida a credere alle fandonie di questo mondo e quanto siete buoni e saggi voi, che avete sempre cercato di mettermi in guardia, mentre io non vi ho voluto ascoltare.
“Papà! Questa ragazza è buonissima, come lo sono il padre e il nonno. Ti prego: promettimi che, se lei e i suoi cari non sono responsabili di niente verso la nostra famiglia, qualsiasi cosa io possa rivelare non impedirà a tutti noi di essere loro amici? Ti prego papà! Voglio che niente venga a infrangere la mia amicizia con Margaret!”
Tutti la ascoltavano con il fiato sospeso. Vi fu un attimo di silenzio. Poi il padre la guardò con grandissimo affetto, le prese la mano e le disse dolcemente:
“Posso dire di no a una figlia che mi prega in questo modo?” Poi aggiunse rivolto a Margaret:
“Margaret! Tu hai tutta la nostra gratitudine e tutto il nostro affetto! Considerati ormai come nostra figlia al pari di Emma e di Vittoria. Prometto che, qualsiasi cosa dirà Vittoria, visto che certamente né tu né i tuoi cari potete aver fatto nulla di male né a noi né ad altri, niente incrinerà la nostra reciproca amicizia”.
“Grazie, Dottore!” disse Margaret commossa. “Ma anch’io non so ancora che cosa voglia dire Vittoria”.
Vittoria tacque per qualche istante, con lo sguardo fisso in terra. Poi incominciò a parlare con voce sommessa ma ferma.
“Grazie, papà! Ora dovrò dire una cosa terribile, che preferirei tacere. Ma so che devo dirla. Né il nonno, né il padre di Margaret, e tanto meno Margaret stessa, hanno alcuna colpa verso la nostra famiglia. Ma non posso dire la stessa cosa di un’altra loro parente, dalla quale però, senza sapere neanche tutto il male che ha fatto, essi si sono totalmente allontanati e dissociati già da mezzo secolo. Si tratta della defunta bisnonna di Margaret. Ora, papà, ti dirò il suo nome. Il resto, nella misura e nel modo che ritieni opportuno, aggiungilo tu. Si chiamava Adriana Boreggi”.

Due storie familiari a confronto

Dette queste parole, Vittoria abbassò la testa e rimase in silenzio.
Margaret si sentì rabbrividire. Le persone intorno a lei erano impallidite e per qualche istante nessuno parlò. Poi il padre di Vittoria si rivolse alla ragazza inglese e, con voce commossa, disse:
“Margaret! Credo di poter parlare a nome di tutti noi. Ti assicuro che, anche senza la mia promessa, non sussisterebbe per noi nessuna valida ragione per non volerti bene e per non essere amici con te e con i tuoi cari. Ma prima di dirti cosa sappiamo noi della marchesa Boreggi, vorrei che tu ci ripetessi quello che hai già detto a Vittoria su quanto è avvenuto tra lei, tuo nonno e tuo padre”.
“Grazie, Dottore. Capisco che deve esserci stato qualche comportamento molto scorretto da parte di mia bisnonna, e spero di esserne informata al più presto. Ma, giustamente, è bene che chiarisca io per prima quali rapporti ci siano stati tra lei e noi”.
E Margaret proseguì raccontando di nuovo la drammatica storia dell’attività propagandistica della sua bisnonna, della conversione di suo figlio al cristianesimo e della loro successiva rottura, del tentativo in extremis del nipote, e padre di Margaret, per riportarla alla fede e del lucido suicidio con cui la marchesa aveva posto fine alla sua vita.
“In tutto questo” disse il padre di Vittoria, dopo avere ascoltato attentamente la narrazione della tragica vicenda, “non c’è assolutamente nulla di disonorevole per te e per i tuoi cari.
“Ma ora spetta a me raccontarti quello che tu non sai.
“I nomi dei miei figli – il maschio oggi non è in casa – come del resto il mio, non sono stati scelti a caso. Emma era la mia nonna materna e Vittoria era mia madre. Nonna Emma aveva una sorella, Concetta, che negli anni venti del secolo scorso sposò un professore di nazionalità austriaca, di nome Alessandro Bonich. A ricordo di lui anche io mi chiamo Alessandro – e, per completare le presentazioni, mia moglie si chiama Silvia.
“Alessandro Bonich era un medico e un filosofo di grandissimo ingegno. Già al suo tempo aveva lucidamente avvertito la pericolosa china verso la quale la nostra società si stava incamminando. L’irreligione sempre più diffusa e la sovversione dei costumi stavano preparando al genere umano un tragico avvenire. Per questo egli avrebbe voluto che la scienza e la cultura si opponessero a questa deriva con tutta la forza della loro autorità. I suoi studi furono tutti rivolti a dimostrare che proprio i risultati più rigorosi della scienza moderna esigevano una radicale correzione delle principali tendenze in atto nella società moderna.
“Quando ebbe sufficientemente chiarito e documentato questa sua convinzione, provò a convincere i responsabili di un’influente organizzazione polito-culturale che aveva sede a Londra – e che senz’altro è la stessa di cui tu hai parlato e alla quale apparteneva la tua bisnonna – ad abbracciare il suo programma e ad usare della sua influenza per cercare di ritrarre la società moderna dal suo materialismo suicida.
“I responsabili di quella organizzazione, però, non solo rifiutarono le sue idee, ma incominciarono a considerarlo il loro peggiore nemico. Essi infatti perseguivano un programma opposto al suo, cioè quello di favorire in tutti i modi le tendenze più moderne e di scardinare perciò i costumi tradizionali, considerati da loro il maggiore freno al progresso sociale.
“Per mettere a tacere il Dottor Bonich e annullare la sua influenza, essi non arretrarono di fronte a nulla. Ed è qui che entra in gioco la tua bisnonna.
“E ora purtroppo la storia diviene, più che tragica, veramente infernale, e mi dispiace molto doverla raccontare a una giovane semplice come te, e per di più imparentata con la sua protagonista. Ma capisco che devo farlo. E ti dico subito che la vicenda si tinge di sangue. Sì, cara: c’è di mezzo un omicidio, e ancor più la distruzione morale di una persona altamente benemerita dell’umana società e dell’umana cultura.
“Eliminare fisicamente il Dottor Bonich non rientrava negli interessi dei suoi nemici. Infatti ciò, più che distoglierla, avrebbe piuttosto attirato l’attenzione su di lui e sulle sue idee. Sembrò dunque più conveniente eliminarlo moralmente. Per raggiungere questo scopo, la marchesa Boreggi, che allora si trovava a Roma, cercò ed ottenne per prima cosa di entrare nelle grazie dell’ignara moglie del Dottor Bonich, per poi fomentare la discordia tra i due coniugi. In questo fu favorita dal fatto che il Dottor Bonich, in seguito alla sua maturazione interiore e alla sua conversione alla fede cattolica, aveva voluto abbandonare l’ambiente dell’università, ostile alle sue idee, e non frequentava più i suoi colleghi e le loro famiglie. Alla marchesa fu facile convincere la signora Concetta che era per lei una grande perdita di prestigio e una vera umiliazione non poter più frequentare i professori dell’Università di Roma e le loro mogli.
“Incominciarono così i litigi fra i due coniugi e, quando giunse il momento adatto, la marchesa commise un orribile delitto. Perdonami Margaret, ma devo ora dirtelo: la marchesa, con piena lucidità, uccise con un colpo di pistola alla tempia la signora Concetta e poi fece in modo da far credere che ella si fosse tolta la vita da sola, per l’infelicità causatale dal disaccordo con il marito…”
A questo punto della narrazione Margaret si alzò di scatto in piedi guardandosi intorno con aria terrorizzata.
“E voi…” esclamò, “e voi… come potete tollerare che io sia qui nella vostra casa, che sia qui a profanarla con la mia presenza?!..”
“Calmati, Margaret!” disse Alessandro alzandosi a sua volta in piedi e prendendo la ragazza per mano. “Che colpa hai tu di tutto questo? Ora siediti e ascoltami”.
Senza aggiungere altre parole, la ragazza si sedette, rimanendo silenziosa e pallida, con gli occhi fissi davanti a sé.
“Non aggiungo altri particolari odiosi. Dico soltanto che il Dottor Bonich, come appunto si voleva ottenere, sconvolto dal presunto suicidio della moglie e convinto della propria colpa e responsabilità, cadde in uno stato di irreversibile prostrazione psichica, tanto che lo si dovette ricoverare in un ospedale psichiatrico.
“Quindici anni più tardi, i miei futuri genitori, che erano allora soltanto giovani studenti, riuscirono a scoprire tutta la verità, ma, per ragioni di opportunità, la tennero nascosta, e finora essa è rimasta un segreto della nostra famiglia. Quando poi essi si sposarono, vollero portare il Dottor Bonich in casa con loro. E lì, nella loro casa, egli morì poco prima che io nascessi e che ne ereditassi il nome”.
Senza dire una parola, Margaret chinò la testa tra le mani e scoppiò in un pianto silenzioso.
Silvia si alzò in piedi, sollevò la ragazza e la strinse tra le braccia.
“Margaret!” disse. “Non solo tu non hai nessuna colpa, come non l’hanno i tuoi cari, ma tu hai salvato la vita a mia figlia e l’hai allontanata da una via sbagliata, riconducendola sulla buona strada. La tua presenza dunque non soltanto non profana affatto questa casa, ma, al contrario, è una grande gioia e una grande consolazione per tutti noi.
“Tu hai fatto una promessa, e ora non solo Vittoria, ma noi tutti ti supplichiamo di mantenerla, e ti chiediamo anche di portare ai tuoi familiari il nostro invito ad accoglierci nella loro amicizia e nel loro affetto. Se saranno d’accordo, al più presto verremo tutti in Inghilterra per esprimere a voce quanto sia grande la nostra amicizia per loro”.
“Grazie, signora!” esclamò Margaret tra le lacrime. “Sì, capisco che devo mantenere la mia promessa. E, come lei dice, mi farò ambasciatrice del vostro messaggio presso i miei cari”.
Si rivolse poi a Vittoria:
“Vittoria!” disse. “Sei passata sopra a tutto e mi hai costretta a passare sopra a tutto, pur di non perdere la mia amicizia! Grazie! Non lo dimenticherò, e ti prometto che sarai la mia più cara amica per sempre!”

In volo verso…

“Tenere allacciate le cinture di sicurezza”.
Dopo le ultime formalità l’aereo si preparava a decollare. Tra pochi minuti si sarebbe avviato sulla pista e, dopo aver percorso qualche centinaio di metri, avrebbe perso il contatto con il suolo d’Italia levandosi in volo verso il cielo.
Anziché unirsi alle conversazioni e alle risate degli altri ragazzi del gruppo, Margaret preferì rimanere in silenzio, fissando lo sguardo fuori dal finestrino. Quante cose straordinarie erano accadute durante i pochi giorni trascorsi in Italia! La sua vita era totalmente cambiata e il cambiamento era destinato a coinvolgere tutta la sua famiglia. E non solo la sua famiglia.
Della vicenda che aveva sconvolto la sua vita, e quella dei suoi nuovi amici italiani, erano stati resi partecipi anche Don Franco e William, i quali, nell’ascoltare la narrazione di tanti avvenimenti sconcertanti, erano rimasti profondamente turbati e ne avevano discusso a lungo tra loro. Alla fine avevano preso l’impegno, davanti a Dio e alla propria coscienza, di imprimere un nuovo slancio nella vita dei loro gruppi scout.
La situazione del mondo – si erano detti – è veramente preoccupante e non basta dare ai nostri ragazzi una vita di gioco e di spensieratezza. Bisogna saper risvegliare in loro le più profonde forze dell’anima, attraverso l’esperienza gioiosa del generoso dono di sé stessi, perché siano in grado di salvare, arricchire e trasmettere i beni più preziosi della vita. In fondo era questo il senso autentico dell’insegnamento di Baden Powell.
E il nuovo entusiasmo che era derivato da questa loro decisione aveva coinvolto tutti, cosicché i giorni del campeggio, trascorso insieme dai due gruppi in un’incantevole zona collinare della campagna laziale, erano stati indimenticabili.
Le tende scout erano state piantate in una zona isolata, presso un ruscello ricco di vegetazione e non lontano da una solitaria chiesa francescana. Lì ogni mattina Don Franco aveva celebrato la messa e ogni sera William aveva presieduto la liturgia anglicana. All’una e all’altra funzione avevano partecipato, con grande devozione, ambedue i gruppi.
Durante il giorno vi erano stati giochi impegnativi e marce faticose per raggiungere mete particolarmente suggestive. I due pastori avevano tenuto a sottolineare come la gioia conseguente alla fatica, a volte assai ardua, per raggiungere la cima di un monte, dalla quale soltanto è possibile ampliare lo sguardo su un meraviglioso panorama, o per risalire fino alle sorgenti di un fiume, con le loro rocce muschiose sporgenti tra cascate d’acqua spumeggiante, sia un simbolo eloquente della ricompensa che la vita offre a chi sa rinunciare a se stesso, al proprio benessere e al proprio interesse per adempiere con amore il dovere umano e cristiano di servire Dio e il prossimo, vicino e lontano.
Ma l’esperienza più bella erano state le serate trascorse accanto al fuoco, quando, dopo una giornata faticosa, i due gruppi si alternavano nel canto dei loro diversi repertori e, cercando di superare le difficoltà derivanti dalla differenza di lingua, approfondivano sempre più la loro reciproca amicizia. Il tutto si concludeva con due canti sacri, uno in italiano e uno in inglese, eseguiti in piedi, sull’attenti e allineati, secondo il costume scout.
Per tutto il tempo del campeggio, Margaret e Vittoria erano state sempre vicine e la loro amicizia aveva dato loro momenti di grandissima felicità. O forse sarebbe meglio dire che era stato tutto un momento di felicità, un sogno indimenticabile, che era volato via troppo presto.
Vittoria era completamente trasformata. I suoi bronci e le sue gelosie erano ormai un lontano ricordo e, oltre a Margaret, anche gli altri scout avevano scoperto in lei una persona veramente adorabile. Lei stessa non si riconosceva, e si domandava come era stato possibile che per tanto tempo si fosse persa dietro a squallidi fantasmi di desideri insulsi e ingannevoli.
Mentre ripercorreva con la mente tanti bei ricordi, Margaret avvertì il movimento dell’aereo che si avviava sulla pista. Istintivamente ebbe un moto di ansietà e strinse fortemente le mani ai braccioli del sedile.
L’aereo percorse lo spazio necessario all’avvio, poi improvvisamente si levò da terra puntando verso l’alto e causando, per qualche minuto, un senso di leggera vertigine nei passeggeri. Infine si stabilizzò nel volo e tutti si rilassarono.
Margaret allentò la stretta ai braccioli del sedile, dimenticò completamente la sua ansietà di neofita del volo e si perse con lo sguardo nell’infinito azzurro del cielo e con la mente in un altro non meno suggestivo infinito.
La sua vacanza in Italia si era conclusa, ma la sua nuova avventura era appena incominciata. Vi era una vita e una missione davanti a lei. Aveva detto Don Franco che quando si è scout una volta, lo si è per sempre. Sì, anche lei si sentiva scout per sempre. La vita sarebbe stata per lei una continua, strenua marcia forzata verso le sorgenti della vera felicità. Il mondo moderno aveva scelto di discendere sempre più, di abbandonarsi per la china del proprio comodo e del proprio interesse, ma in questa discesa, anziché trovare la sognata felicità, non aveva trovato che l’avidità insaziabile e mai soddisfatta, la discordia sempre più feroce, il delitto. Margaret avrebbe seguito la strada opposta insieme ai suoi compagni, e soprattutto insieme alla sua amica Vittoria, e con lei un giorno, giunta sulla cima del monte più alto, avrebbe cantato “Vittoria!”.
“Vittoria!” pensò. “Sorella mia! Ci rivedremo ancora! Sì! Presto ci rivedremo, e passeremo ancora momenti indimenticabili!”
Indubbiamente Margaret e Vittoria si rivedranno, e anche noi le rivedremo ancora!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...