L’autore dell’“Ortensio” potrebbe ancora ispirare la teologia cristiana

di Don Massimo Lapponi

Il 1819 è una data storica per la cultura umana, per un evento apparentemente di secondaria importanza, ma che, segretamente, ebbe un effetto simile a quei corsi d’acqua che, dopo un lungo percorso sotterraneo, riappaiono in superficie e, senza attrarre l’attenzione, offrono nutrimento e ristoro alle famiglie vegetali, animali ed umane.
Come nel Rinascimento il rinnovato studio dell’antica lingua e cultura greca, per secoli inaccessibili ai popoli occidentali, risvegliando la memoria di tesori dimenticati, fornì la base della moderna civiltà, così l’opera di rilettura dei palinsesti latini ad opera del Cardinale Angelo Mai (1782-1854) nel 1819 riportò alla luce, a beneficio della cultura umana, ampi frammenti del perduto capolavoro di Cicerone “De republica”.
Con commossi elogi Giacomo Leopardi (1798-1837) salutava l’autore del fortunato ritrovamento, foriero, ai suoi occhi ispirati, di un risveglio spirituale per la decadente sua patria.

Italo ardito – egli scrive – a che giammai non posi
di svegliar dalle tombe
i nostri padri? ed a parlar gli meni
a questo secol morto, al quale incombe
tanta nebbia di tedio? (…)
Certo senza de’ numi alto consiglio
non è ch’ove più lento
e grave è il nostro disperato obblio,
a percoter ne rieda ogni momento
novo grido de’ padri. Ancora è pio
dunque all’Italia il cielo; anco si cura
di noi qualche immortale (…)
O scopritor famoso,
segui; risveglia i morti,
poi che dormono i vivi: arma le spente
lingue de’ prischi eroi; tanto che in fine
questo secol di fango o vita agogni
e sorga ad atti illustri, o si vergogni

Questi accenti ispirati risuonano nel canto “Ad Angelo Mai, quand’ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica”, scritto nel gennaio 1820. Quali pensieri, dunque, il ritrovato testo di Cicerone conteneva, perché il nostro immortale poeta ne fosse tanto commosso? Se è nostra vergogna che un testo così importante sia quasi universalmente ignorato, non sarà certamente inutile tornare ora a rileggerlo.
E, come vedremo, come la lettura del perduto “Ortensio” di Cicerone fu causa del risveglio spirituale di Sant’Agostino e costituì in qualche modo la premessa della sua futura conversione e della sua immensa opera di dottore della Chiesa, così i frammenti del “De republica” del grande oratore latino potrebbero e dovrebbero ispirare non solo quel risveglio di virtù civile che Leopardi auspica nel suo canto, ma anche un risveglio del pensiero teologico.

* * *

Nel primo libro del “De republica” Cicerone combatte, con tutta la sua eloquenza, l’opinione, propria soprattutto degli epicurei, che una persona saggia debba tenersi lontano dalla politica ed esercitare le proprie doti e virtù esclusivamente per una dignitosa e pacifica vita privata.
Dopo aver ricordato gli uomini illustri che preferirono «le tempestose onde civili ad una vita perfettamente tranquilla e beatamente riposata» e così «contribuirono alla salvezza di Roma», Cicerone afferma «che la virtù è talmente necessaria al genere umano per legge naturale e che tanto è l’amore che arde nei petti umani per la comune salute, che tutte le blandizie del piacere e dell’ozio sono vinte da quell’impulso generoso», e prosegue:
«Tutto quel che di giusto e di bello dicono i filosofi, non è che l’effetto e la conferma della virtù di coloro che sono stati legislatori dei popoli. Da chi infatti nasce il senso della devozione o la fede religiosa? Da chi emana il diritto delle genti e quello stesso che si chiama diritto civile? Donde nascono la giustizia, la fede, l’equità? Donde il pudore e la continenza e l’odio d’ogni turpitudine e il desiderio della bellezza e della gloria? Donde la fortezza nelle fatiche e nei pericoli? Certo da coloro che, dopo aver ispirato queste virtù agli uomini con le loro dottrine, parte ne confermarono col costume e le altre sancirono con le leggi».
Dunque l’opera del riformatore della vita dei popoli e del legislatore è superiore all’opera del filosofo, tanto che quest’ultimo ad essa si ispira.
«Si racconta che Senocrate» scrive ancora Cicerone, «filosofo dei più generosi, essendogli stato chiesto in che cosa ai suoi alunni giovassero le sue dottrine, rispondesse: “Nel sapere essi fare spontaneamente quel che loro imporrebbero le leggi”. Quel cittadino dunque che sa costringere tutto un popolo con l’impero e la minaccia delle leggi a far quello che i filosofi potrebbero persuadere con le loro dottrine soltanto a pochi alunni, è dunque da preferire a quegli stessi maestri che sanno soltanto dimostrare la teorica bontà delle leggi. Quale mai squisita eloquenza di questi ultimi potrebbe essere anteposta ad un ordine civile ben costituito per istituzioni e per costume? Come infatti io trovo preferibili di gran lunga, per dirla con Ennio, “le città grandi e imperiose” ai villaggi e ai castelli, così trovo preferibile, per la sicura conoscenza delle cose politiche, chi quelle città abbia governato con saggezza e con autorità a chi sia sempre rimasto lontano dai pubblici affari. E, poiché ci entusiasma in particolar modo l’idea d’accrescere la sicurezza e il benessere della vita umana, spinti a questo piacere dagli impulsi stessi della nostra natura, procediamo sicuri per quella via che fu sempre cara ai nostri grandi, e non diamo retta a coloro che vorrebbero suonarci la ritirata e far retrocedere quelli che si son già di buon tratto avanzati».
L’oratore poi risponde alle obiezioni di quanti vorrebbero giustificare l’abbandono della vita pubblica con le grandi fatiche che essa comporta, o con il pericolo stesso della morte, e aggiunge che la patria ci ha dato i beni della cultura non perché li usassimo esclusivamente per il benessere privato, ma perché ne rendessimo la sostanza a pubblico beneficio, riservando per il vantaggio personale soltanto quanto da ciò dovesse avanzare.
Infine egli osserva che voler rifuggire dall’impegno a favore del pubblico bene per evitare di avere a che fare con i numerosi personaggi vili e corrotti che frequentano l’agone politico significherebbe rassegnarsi a lasciare in mano ai peggiori il governo delle nazioni, quasi che fosse impossibile alla virtù salvare la patria dalla rovina.
Cosa potrebbe suggerire alla teologia questa vigorosa pagina del grande oratore? Che è superiore al teologo teorico chi sa far penetrare la dottrina e la virtù cristiana nei costumi dei popoli e nelle regole che li disciplinano. Infatti, a dire di Cicerone, devozione e fede religiosa, diritto, giustizia, fedeltà, equità, pudore, continenza, odio d’ogni turpitudine, desiderio della bellezza e della gloria, fortezza nelle fatiche e nei pericoli, non nascono dalla sola teoria, ma da quanti «dopo aver ispirato queste virtù agli uomini con le loro dottrine, parte ne confermarono col costume e le altre sancirono con le leggi».
Se, dunque, la nostra opera teologica vuole essere realmente efficace e costruttiva, nostra ambizione deve essere di trovare gli strumenti che permettano di incidere nella vita del popolo di Dio e di formare quei costumi che diano alla sua vita quotidiana la forma divina plasmata dalla parola del Vangelo.
Saremo in grado di farlo? Riusciremo a far penetrare nelle famiglie, attraverso la parola e l’esempio di vita del clero e della vita consacrata, un costume rinnovato, ispirato non al mondo, ma a Dio, e regolato da saggi e santi ordinamenti?
È questa la sfida che deve vederci vincenti, se vogliamo rendere operanti le parole del salmo:
«Una generazione narra all’altra le tue opere,
annunzia le tue meraviglie» (Sl 144, 4).

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