Le Nuove Oblate Benedettine Ecumeniche

“Questa è la casa di Dio e la porta del cielo”
(Gn 28, 17)

La famiglia delle Nuove Oblate Benedettine Ecumeniche è ovviamente un’istituzione cattolica. Tuttavia, proprio perché cattolica – cioè universale – essa non è aperta soltanto alle donne cattoliche – che certamente saranno la maggioranza – bensì a tutte le giovani e meno giovani che non si accontentano di un’esistenza superficiale e godereccia, ma aspirano a trovare un senso più profondo della vita e sanno che la felicità è un bene troppo prezioso perché lo si possa acquistare a basso prezzo.
In questo senso tutte le nuove oblate sono religiose. Se sono cristiane, ebree o islamiche, il loro modello è Maria, se sono induiste, il loro modello è Sita, se sono buddiste, il loro modello è Yasodara, se sono agnostiche, ma seriamente impegnate, tutte le donne sublimi ora menzionate sono loro modelli.

1. Che la felicità si trovi soltanto nell’amore è ammesso da tutti, ma la stragrande maggioranza crede di trovare l’amore nel piacere a buon mercato, e non capisce che l’amore vero non può essere che un amore profondo, senza incrinature, eterno. A questo amore eterno aspirano le nuove oblate, e per questo si impegnano a conservare libero il proprio cuore e il proprio corpo fino al matrimonio.
Esse sanno anche che oggi il modo universalmente diffuso di vestire, di atteggiarsi, di comunicare costituisce un ostacolo potentissimo alla realizzazione di un amore vero e forte e che, con i moderni mezzi di comunicazione, il piacere a buon mercato viene messo a disposizione di tutti, in modo da seminare a larghissimo raggio la dissipazione delle forze più intime del sentimento e della volontà, cosicché giovani e meno giovani, sposati e non sposati, laici e consacrati con enorme facilità rischiano di perdere l’integrità del cuore e la più autentica gioia, la quale può essere data soltanto dal vero amore, sia esso terreno o celeste – o meglio più terreno o più celeste, perché di fatto l’uno e l’altro sono due aspetti di un medesimo amore.
Le nuove oblate, lungi dall’accettare passivamente questa situazione, sono pienamente determinate e decise a far valere nelle loro vita l’aspirazione all’integrità di un amore senza incrinature e senza sconti. Sanno che questo costa, ma costa perché vale, e costa molto perché vale molto, e costa tutto perché vale tutto. E il premio, contrariamente a quanto si pensa, non è rimandato all’infinito, ma già si coglie fin d’ora, come appare luminosamente dalla nuova gioia e bellezza che esse esprimono con il sorriso del loro sguardo, con la soavità dei loro gesti, con l’incanto dei loro abiti, con la voce, il canto, la danza… Esse vogliono far valere questa loro nuova bellezza e attirare alla vera e profonda felicità dell’anima giovani e meno giovani, sposati e non sposati, laici e consacrati, e così liberarli dalle false catene del godimento a buon mercato.

2. E questo non è tutto! C’è chi trova la strada di un amore sublime nella consacrazione totale a Dio – consacrazione che non esclude un’affezione superiore e profonda verso fratelli e sorelle – ma sappiamo che la maggior parte delle persone cerca la felicità nell’amore, ad un tempo terreno e celeste, consacrato dal matrimonio e destinato a durare per tutta la vita e oltre. Quanti ostacoli però oggi per un legame che voglia essere eterno! Come superarli? E’ necessario un progetto di vita, una saggia disposizione che regoli l’esistenza della famiglia in cui si vive o che ci si accinge a creare.
Oggi non ci sono regole: ognuno si arrangia come può. Ma le nuove oblate non si chiamano “benedettine” per niente! Esse infatti hanno scoperto che l’antica Regola di San Benedetto contiene insegnamenti preziosissimi e attualissimi per imparare come si vive felicemente insieme. E il primo insegnamento è che ciò che più conta è l’impegno a rendere la propria casa una «casa di Dio», in cui «nessuno si turbi e si rattristi» (Regola di San Benedetto, cap. 31).
A quanti ne sono persuasi, San Benedetto, al fine di indirizzarli a conseguire uno scopo così auspicabile, insegna come si dorme, come si mangia, come si lavora, come si rispettano gli orari, il silenzio, la preghiera comune e privata, come si dialoga e si prendono le decisioni insieme, come deve essere fatta materialmente la casa perché «da saggi e saggiamente essa sia amministrata» (Regola di San Benedetto, cap. 53).
Certamente costa fatica imparare a fare bene tutte queste cose, ma, come si è detto, ciò che vale costa.
C’è però da aggiungere che le nuove oblate hanno scoperto che l’Italia è costellata di centinaia di monasteri, soprattutto femminili, di benedettine, di clarisse, di carmelitane, di passioniste e di altre osservanze, nei quali si trovano incalcolabili ricchezze di arte, antiche biblioteche e archivi, ma anche tesori di sapienza, di preghiera, di canto, di abilità pratiche di ogni genere, di artigianato, di pazienza, di laboriosità, di carità fraterna, di sollecitudine per i bisognosi, per la Chiesa, per il mondo intero… Quante cosa da imparare! Quanti insegnamenti preziosi per una vita familiare solida e felice! Bisogna dunque frequentarli assiduamente, stimolare religiose e religiosi a fare sempre meglio, imparare da loro le arti di una buona vita comune.

3. Aimé, però su tantissimi monasteri incombe la minaccia di una prossima estinzione per l’invecchiamento delle comunità e per la mancanza di vocazioni! Quale tristissima prospettiva: la chiusura di innumerevoli case religiose, diffuse sul suolo d’Italia, rischia di privare il territorio di esempi di vita mirabili e di tesori di arte e di cultura che con troppa facilità finirebbero in mani ciniche e rapaci, italiane o straniere. E che dire di preziose dimore dello spirito trasformate in alberghi, ristoranti o bar?
Dunque le nuove oblate si sono rimboccate le maniche e si sono fatte un programma di frequentare regolarmente il maggior numero possibile dei monasteri d’Italia, per ricevere e per donare, per imparare e per dare nuova fiducia e nuovo slancio a far meglio, certe che dal loro stesso numero sbocceranno nuove vocazioni a ripopolare con rinnovato spirito i chiostri deserti.

4. Da tutto ciò scaturisce anche l’impegno a diffondere a macchia d’olio tra le famiglie l’osservanza della Regola di San Benedetto, adattata alla vita familiare, osservanza che richiede l’acquisizione di numerose virtù, abilità e competenze che per lo più non si apprendono nelle comuni scuole, e che ad ogni modo mai si trovano tutte raccolte insieme. Sarà dunque necessario creare una nuova «scuola del servizio divino» (Regola di San Benedetto, Prologo). In questa scuola – aperta alle famiglie, ma necessaria spesso anche a religiosi e religiose – si insegnerà non solo la Bibbia e la liturgia, ma anche l’umiltà e la pazienza, il servizio e la prontezza, la lettura e il canto, la poesia e la musica, la scrittura artistica e la miniatura, la pittura e la scultura, l’architettura interna e la tessitura, l’uso e la manutenzione degli strumenti tradizionali e moderni, la cucina e la pulizia dell’ambiente, la cura delle piante e l’allevamento degli animali, l’assistenza agli infermi e la dottrina sociale della Chiesa, la retta pratica della carità e della solidarietà sociale…

5. Vi è anche un altro ambiente che potrebbe imparare molto dall’insegnamento benedettino sulla vita comune, e perciò dalla nuova “scuola del servizio divino”: l’ambiente triste e desolato delle carceri. I carcerati, infatti, sono costretti a vivere “in clausura” una “vita comune”, dalla quale aspirano disperatamente a fuggire il prima possibile. Vi sono molte iniziative volte ad alleviare la loro dolorosa condizione tramite impegni di lavoro e di studio. La benedettina “scuola del servizio divino” si distinguerebbe per una sua particolare fisionomia: essa infatti, come vuol richiamare la famiglia moderna a valorizzare al massimo la vita che si svolge tra le mura domestiche, così si propone di insegnare ai carcerati a rendere prezioso l’ambiente di “clausura” in cui essi vivono e il tempo che vi trascorrono. Sarà perciò impegno particolare delle oblate far penetrare, direttamente o indirettamente, la luce di questa scuola nel tetro ambiente delle prigioni.
Da quanto è stato detto si comprende facilmente che la scuola di cui si parla non sarà una scuola professionale, ma una scuola di vita. La potremmo chiamare “la scuola della felicità”, perché è questo il vero scopo a cui mirano le Nuove Oblate Benedettine Ecumeniche.

di D. Massimo Lapponi

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