L’era della donna

(pubblicato su lsblog il 30 ottobre 2013)

I

Non so se è più di moda, ma qualche anno fa era uso comune definire il nostro tempo come “l’era della donna”.
La definizione era abbastanza ambigua. Infatti da una parte l’attuale nuova valutazione della donna era legata all’emancipazione dai vincoli morali che avevano per secoli mortificato la sua vita sessuale, mentre dall’altra essa dipendeva dal fatto che ormai la donna, liberata dai ruoli tradizionalmente legati ai suoi caratteri sessuali, poteva finalmente abbracciare tutte le professioni che fino ad oggi erano state appannaggio dei maschi.
Così i simboli dell’ “era della donna” erano sia l’avvenente star in veste semiadamitica, sia la professionista che attenuava il suo sex-appeal con un abito di stampo maschile e con un austero paio di occhiali.
Questa ambiguità ha segnato fin dall’inizio il movimento femminista, impeganto a rivendicare contemporaneamente la libertà sessuale e la libertà dal sesso, cioè a pretendere dagli uomini nello stesso tempo la capitolazione di fronte all’avvenenza della donna e la rinuncia a considerare oggetto di desiderio sessuale la loro collega di lavoro in ufficio, in ospedale, in parlamento o in tribunale – di fatto, a quanto sembra, molte avvocatesse si presentano in tribunale in veste tutt’altro che professionale, magari con il compito di difendere qualche loro congenere per “molestie sul posto di lavoro”!
Ma l’ambiguità si complica ancora maggiormente con la recente ideologia del “gender”.
Quest’ultima sostiene che le differenze di “gender” non hanno alcuna relazione reale con i caratteri fisico-biologici, ma sono soltanto costruzioni culturali e sociali. Ciò significa ovviamente che i ruoli tradizionalmente attribuiti a un “gender” sono soltanto un fatto socioculturale e come tali sono fenomeni di valore relativo, destinati a cambiare indefinitamente secondo le mutevoli esigenze della cultura e degli individui.
Ma se tutti i ruoi sociali non sono che costruzioni artificiali della cultura, indipndenti dai caratteri sessuali, non si vede perché si debba mantenere la tradizionale dualità della rappresentazione sociologica. La cultura infatti potrebbe inventare le più svariate forme di differenziazione sociale che, essendo indipendenti dalla biologia, non dovranno né avere il carattere della dualità, né tanto meno assumere la terminologia e i concetti di riferimento a ruoli in passato attribuiti all’uno o all’altro dei tradizionali “gender”, essendo stata, per di più, tale attribuzione inscindibilmente legata al sesso biologico.
Sennonché assistiamo al fenomeno contraddittorio di chi pretende da una parte che vengano relativizzati i ruoli e dall’altra che ognuno possa scegliere uno dei due ruoli tradizionali, indipendentemente dal proprio sesso biologico, attribuendosi tutti i caratteri e tutti i “diritti” che la dualità biologico-culturale tradizionale attribuiva ai “gender”. In particolare si osserva una prevalente tendenza da parte di chi ha un sesso biologico maschile a desiderare e a pretendere di assumere un ruolo tradizionale “femminile”, con tutti gli appannaggi fisici e culturali ad esso in passato collegati – e forse questa prevalenza per l’attrattiva del ruolo “femminile” è ancora un ricordo dell’ “era della donna”!
Dunque che cosa si vuole, la libertà da ogni carattere sociologico tradizionalmente legato ai due “gender” o la libertà di scegliere uno dei due “gender” tradizionali?
La contraddiizone è testimoniata anche dalle insolubili problematiche linguistiche che scaturiscono dall’imporsi a livello politico e nazionale dell’ideologia del “gender”.
Infatti da una parte si vorrebbero attribuire a chi, avendo un sesso biologico maschile, ha scelto il ruolo fisico-sociale “femminile” i titoli di “moglie”, “madre”, “genitrice”, e come tale gli/le si attribuiscono tutti i “diritti” che una cultura che si considera tramontata attribuiva alla “donna” moglie e madre – e viceversa si attribuiscono a chi ha un sesso biologico femminile, ma ha scelto il ruolo fisico-sociale “maschile”, i titoli e i relativi vecchi diritti di “marito”, “padre”, “genitore – mentre dall’altra si ribadisce che gli stereotipi “romantici” e passatisti di donna-madre e di uomo-padre vanno abbandonati.
Una tendenza che vorrebbe essere conciliativa opta per conferire alle nuove “coppie” i titoli di “genitore 1” e “genitore 2”, senza specificare il ruolo di padre e di madre. Ma rimane il fatto che propriamente o nessuno dei due è “genitore”, nel senso tradizionale del termine, o lo è soltanto uno dei due. E d’altra parte i ruoli tradizionali dei “genitori”, secondo questa teoria, non sono altro che costruzioni culturali artificiali – tanto che in Francia lo stato si è ufficialmente attribuito, tra le altre cose, il compito di sottrarre i giovani all’influenza che nella cultura tradizionale era diritto-dovere dei genitori. Non si vede perciò perché detti ruoli tradizionali dovrebbero costituire un “diritto inalienabile” di chi ha abbracciato la teoria dei “gender”.
Più coerentemente in Francia si è adottata la terminologia “responsabile 1” e “responsabile 2”, secondo la quale ognuno dei due può assumere il ruolo sociale che preferisce, e detto ruolo non ha alcun legame con i caratteri biologico-sessuali, e perciò non si vede perché dovrebbe essere legato ad una dualità, né tanto meno a quella determinata dualità. Nello stesso tempo, come si è visto, il rapporto con i minori non ha più i caratteri della tradizionale genitorialità-filialità – e infatti non si parla più di “genitori” – e quindi il rapporto tra minori e adulti “responsabili” non avrà più i caratteri tradizionali, ma assumerà di volta in volta i caratteri che le diverse esigenze culturali sociali e personali esigeranno. Ne risulta che non si vede perché la convivenza tra adulti dovrebbe ancora conservare il carattere della dualità, né perché in un prossimo futuro lo stato non potrebbe assumersi in proprio l’educazione dei minori, sottraendo questi ultimi alla convivenza con nuclei di adulti non più adeguati alle nuove esigenze culturai e sociali.
Il quadro potrebbe sembrare fantasioso, tuttavia non si può negare né che manchi di logica, né che se ne vedano già i primi segni di realizzazione.
Ma in questa prospettiva si può ancora parlare di “era della donna”? Mi sembra porprio che si dovrebbe parlare piuttosto della “fine dell’era della donna”. Così il sogno delle femministe sembra destinato a crollare sulle sue proprie ceneri.
Personalmente invece sono convinto che l’ “era della donna” non sia affatto finita, ma che anzi essa sia destinata a riprendere vigore in modo del tutto nuovo, una volta che sia eliminata l’ambiguità che gravava su cette forme di femminismo molto diffuse e che sia messo bene in chiaro il programma di quello che – se l’espressione non si prestasse ad equivoci – mi piacerebbe chiamare un vero, sano ed efficace femminismo. Lo chiamerò invece, per maggior chiarezza, la nuova era della donna.
E’ appunto il programma che cercherò di abbozzare nelle parti successive di questo articolo.

II

Mi sembra incontestabile che se le donne vogliono farsi valere più di quanto non sia avvenuto in passato, devono farsi valere in quanto donne. Se per farsi valere devono cessare di essere donne, e per cessare di essere donne devono affermare che non c’è nessuna diversità essenziale tra l’uomo e la donna, a me sembra che in realtà ciò equivalga ad una capitolazione.
Se poi farsi valere significa semplicemente far valere il proprio fascino sessuale, ciò equivarrebbe a porre la qualità più materiale, e secondo un modo di sentire ancora molto diffuso, più bassa della donna al di sopra di tutte le altre. Che giustamente in tempi recenti, e omai non più tanto recenti, il sesso sia stato opportunamente rivalutato come componente essenziale dell’esperienza umana, anche sul piano propriamente spirituale, ciò non toglie che la maggior parte delle persone civili non acceterebbero di porre il fascino sessuale al di sopra di tutte le altre qualità femminili e di considerarlo sganciato da un organico riferimento ad altri aspetti della femminilità che giustamente si considerano “superiori”.
A questo punto sento già la reazione di un vivace pubblico femminile che protesta contro la pretesa di rimettere su un piano superiore le vecchie categorie della sponsalità e della maternità.
Ma vorrei fare osservare che queste categorie e la la stima per esse sono così poco vecchie che a quanto pare una numerosa schiera di uomini oggi le rivendica per sé, con tutti i doveri e i diritti che ad esse sono tradizionalmente connessi.
Non credo però che ci sia il pericolo che il posto abbandonato dalle donne, o piuttosto da quelle che hanno una particolare ideologia, venga massicciamente occupato dagli uomini. Infatti, a parte il gran rumore che fanno le propagandiste di un certo femminismo, la maggior parte delle donne desiderano ancora essere spose e madri.
Quello però che, frastornati dalla propaganda del vecchio femminismo, troppo facilmente si dimentica è che le qualità femminili “superiori” non si manifestano, né si sono storicamente manifestate, soltanto nell’ambito della “felicità domestica” – non si sa perché questa epressione oggi viene spesso usata con ironia! Grandi opere sul piano storico-sociale sono state realizzate dal genio femminile, in ogni tempo, ma specialmente nella tanto deprecata “età romantica”.
Che l’autrice del celebre romanzo “La capanna dello zio Tom” fosse una donna, e che ciò sia chiarissimo per ogni lettore, non impedì a detto romanzo di provocare lo scoppio di una guerra per l’abolizione della schiavitù. E che la quacquera Elizabeth Fry fosse una donna con dieci figli e che fosse animata da nobili sentimenti materni, non le impedì di essere l’apostola della riforma carceraria in Inghilterra e in altre parti di Europa. Che poi la persona storica di Florence Nightingale fosse ben diversa dalla figura angelicata cantata dal poeta Longfellow e di cui è ancora diffusa la leggenda, ciò non le impedì di ispirarsi, per la creazione dell’infermieristica moderna, alle diaconesse del pastore Fliedner e alle suore cattoliche di Trinità de’ Monti. Lo stesso Henri Dunat, nell’ideazione dell Croce Rossa, ebbe ben presenti le contadine che curavano amorosamente i feriti sparsi per la pianura insanguinata dei San Martino.
Si potrebbe dire molto di più, ma ciò è sufficiente per mostrare che i sentimenti materni, che ad ogni modo nel loro posto normale meritano tutta la stima che ancora oggi pressoché tutte le persone civili – e non soltanto i gay – loro accordano, senza perdere nulla della loro “femminilità”, hanno la possiblità di aprirsi a vastissimi orizzonti di operosità storica e sociale.
E vorrei partire da qui per affermare che la nuova era della donna dovrebbe prendere coscienza che, in questo campo, è stato fatto assolutamente troppo poco e che realmente i nostri tempi reclamano in ciò una trasformazione epocale, paragonabile al “Cogito” cartesiano o alla “rivoluzione copernicana” kantiana.
I paragoni non sono stati scelti a caso e penso che sia giunto il tempo di rivedere completamente gli schemi in cui si è ormai fossilizzata la manualistica storico-filosofica e di riconsiderare sia le categorie di interpretazione dell’età moderna e contemporanea, sia le nuove prospettive e i nuovi compiti che la realtà di oggi ci pone di fronte.
Facendo dunque ora una digressione, proverò ad abbozzare, in forma senz’altro troppo breve e sintetica, una visione dell’età moderna e contemporanea e delle sue “rivoluzioni” spirituali notevolmente diversa da quella universalmente diffusa, ed a proporre poi, quasi in continuità con essa, la ulteriore “rivoluzione” spirituale a mio giudizio richiesta dai nuovi tempi.

III

Partiamo da un testo che magnificamente rappresenta la grande novità della filosofia moderna rispetto a quella classica e medievale – e notiamo che si tratta di un testo profondamente cristiano: la “Scienza nuova” di Giambattista Vico.
«La donna con le tempie alate che sovrasta al globo mondano, o sia al mondo della natura, è la metafisica, ché tanto suona il suo nome. Il triangolo luminoso con ivi dentro un occhio veggente egli è Iddo con l’aspetto dell sua provvidenza, per lo qual aspetto la metafisica in atto di estatica il contempla sopra l’ordine delle cose naturali, per lo quale finora l’hanno contemplato i filosofi; perch’ella, in quest’opera, più in suso innalzandosi, contempla in Dio il mondo delle menti umane, ch’è ’l mondo metafisico, per dimostrarne la provvedenza nel mondo delle nazioni».
Così esordisce il filosofo napoletano nell’ “Idea dell’opera”, nella quale illustra il significato dell’immagine posta sul frontespizio.
Da detto testo si desume che, come gli antichi avevano considerato Dio soprattutto quale autore della natura, e dell’uomo quale essere naturale, i moderni – e in questo Vico è anche lui cartesiano – lo considerano soprattutto come autore della mente umana, della sua libertà e quindi – e qui Vico si distacca da Cartesio e fa un grande passo in avanti rispetto a lui – della storia delle nazioni.
Giustamente il Croce ha visto nel pensiero del Vico anticipato l’idealismo tedesco – pur avendo commesso l’errore di voler distaccare Vico dalla metafisica cristiana – e questo ci permette di abbracciare con un unico sguardo il pensiero moderno e contemporaneo e di vedere in esso non l’affermazione dell’uomo contro Dio, come recita una diffusa vulgata che ormai dovrebbe essere per molti aspetti abbandonata, ma piuttosto una nuova coscienza religiosa e cristiana che celebra l’incontro della libertà umana e della Provvidenza divina nella costruzione del destino storico dei popoli.
Questa “rivoluzione spirituale” moderna e i suoi successivi sviluppi costituiscono l’orizzonte supremo a cui potesse spingersi il pensiero umano? No! Un’altra rivoluzione spiriuale era ancora in attesa di manifestarsi, non meno sconvolgente di quella precedente: la rivoluzione della nuova era della donna.
Le premesse di questa “rivoluzione” dobbiamo vederle nella crisi della ragione che si manifesta già in Kant, agli albori del Romaticismo.
Se l’età moderna aveva celebrato la ragione umana e l’Illuminismo ne aveva in qualche misura esasperato le rivendicazioni esltandola al di sopra di tutto, il filosofo di Königsberg, pur idolatrandola anch’egli, almeno in una certa misura, le aveva però poi posto limiti ben precisi mettendo, in qualche modo, altre facoltà umane al di sopra della ragione stessa. Infatti le realtà che maggiormente interessano l’uomo per la sua vita e per il suo destino – Dio, l’anima umana, la libertà – secondo Kant non erano attingibili da parte della ragione, ma solo postulabili quali premesse indispensabili per la vita morale dell’uomo.
In qualsiasi modo si voglia interpretare il pensiero di Kant su questo punto, esso poneva le basi di una tendenza che, in vari modi, avrebbe condizionato tutto il pensiero successivo: se l’unico oggetto adeguato della ragione era la scienza fisico-matematica, tutto ciò che esulava da essa – e non si trattava certamente di realtà prive di importanza per la vita umana! – doveva essere raggiunto per vie diverse dalla ragione: l’azione, il senso morale, il senso estetico, il sentimento.
Questa insoddisfazione per la ragione viene espressa in modo altamente drammatico da quello che è stato da molti ritenuto la “Divina Commedia” del momdo moderno, il “Faust” di Goethe.
«Oimé» esordisce l’eroe del poema, «io ho oramai studiato filosofia, giurisprudenza, medicina, e, lasso! anche la grama teologia! e d’ogni cosa sono andato al fondo con cocente fatica. Ed ecco, povero pazzo! ch’io ne so ora quanto innanzi. Mi chiamano maestro, chiamanmi anche dottore, e già da dieci anni io meno, di su e di giù, e per lungo e per traverso, i miei scolari pel naso; oh! veggo manifesto che noi sapremo mai nulla! Ahi, io ne avrò rapidamente consumato il cuore! Per verità io passo di dottrina tutti quanti i cianciatori, dottori, maestri, scrivani o preti, né io sono tormentato da dubbi o da scrupoli; né l’inferno, né il diavolo mi dà paura. Ma, e ogni gioia si è pure partita da me: non più presumo di conoscere alcuna cosa di vero; non più presumo d’insegnare alcuna cosa che mi valga a ravviare e condurre gli uomini al bene».
E nel suo celebre patto con il diavolo, che cosa egli chiede a Mefistofele?
«Il filo del pensiero è lacero, e da gran tempo ho a schifo ogni scienza (…) Io voglio l’ebbrezza, – la vertigine; voglio le voluttà che generano tormento; l’odio che germoglia dall’amore; gl’impedimenti che ne danno alacrità. Il mio petto, guarito oramai dalla febbre della scienza, dee stare aperto a tutti gli affanni».
E questo fino a che egli possa esclamare all’attimo fuggente: «Verweile doch: du bist so schön! – Fermati: sei bello!»
Dunque all’avventura della ragione si contrappone, o meglio si aggiunge, un’altra avventura, che forse tutto il poema non riesce adeguatamente a precisare. Ma se in questa avventura alla ragione si impongono e si contrappongono l’emozione e il sentimento, non è certo un caso che in essa finisca per prevalere l’esperienza dell’amore, e quindi la donna.
Bene riassume perciò Boito, nel “Mefistofele” – certamente la migliore trasposizione musicale del poema di Goethe – la vicenda del suo eroe con le parole che, nell’epilogo, mette in bocca a Faust:

Ogni mortal mister gustai,
Il Real, l’Ideale,
L’Amore della vergine,
L’Amore della Dea . . . sì.
Ma il Real fu dolore
E l’Ideal fu sogno . . .

E nell’ulima scena del poema goetiano campeggiano la figura della Mater Gloriosa e delle peccatrici penitenti, le quali preparano le parole finali del Chorus Mysticus, inneggianti all’Eterno Femminino che ci trae in alto verso il cielo.
Senza volere ora entrare nelle reali intenzioni di un poema così complesso e così discusso, non c’è dubbio che la figura della donna e dell’amore, che in qualche modo in esso campeggia, ben rappresenta simbolicamente il tema centrale che ha dominato aspetti essenziali della cultura romantica e le loro propaggini fino ai nostri giorni.

IV

E la riflessione ritorna ora proprio ai nostri giorni, nei quali si potrebbe auspicare che, quanto già preannunciato e in parte realizzato in un’età contemporanea che andrebbe totalmente ripensata, possa trovare finalmente la sua esplicita e travolgente affermazione.
Come Adamo non trova la via per realizzare se stesso se non quando il suo sguardo, dopo aver vagato per tutto l’universo creato, finalmente si posa su Eva ed esclama: “Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa” (Gn 2, 23), così l’uomo moderno, dopo aver vagato per cielo e terra per affermare con la ragione la sua supremazia, ammaestrato dall’amara esperienza dei frutti di morte scaturiti dall’aver relegato colei che che doveva condividere la sua regalità sul mondo creato tra le anguste mura domestiche, dovrebbe ora comprendere che tutto il suo operare può trovare il suo senso soltanto se messo al servizio dell’amore e della vita che dall’amore nasce e sempre si rinnova.
Tra tutte le opere dell’uomo, infatti, la più sublime e quella che più lo rende simile a Dio è la generazione e la cura amorosa della vita. Ma se questa è la vera missione dell’uomo, soltanto la donna gliela manifesta e gli apre la strada luminosa per realizzarla.
Le femministe di un certo stampo protestano indignate quando si dice loro che la donna è soprattutto sposa e madre. Ma la loro indignazione si dimostra infondata se alla suddetta affermazione si agiunge l’affermazione corrispondente, che l’uomo è soprattutto sposo e padre.
La donna aspira a diventare ingegnere, soldato o governante perché l’uomo finora ha preteso di manifestare la sua regalità sul mondo come ingegnere, soldato o governante, ma se finalmente si impone con la chiarezza della luce del giorno che la pubblica regalità dell’uomo sul mondo si degrada quando pretende di manifestarsi essenzialmente attraverso le sue qualità di ingegnere, soldato o governante e invece si esalta quando si manifesta attraverso la sua più alta prerogativa, che è di essere sposo e padre e di mettere al servizio dell’amore e della vita tutte le sue altre qualità, allora la donna non disdegnerà di mettere anche lei, come sposa e madre, al servizio dell’amore e della vita tutte le sue altre prerogative e qualità. E tra queste prerogative e qualità potranno ben prendere posto quelle di ingegnere, soldato e governante, una volta che l’amore e la cura paterna e materna per la vita siano state liberate dalla loro relegazione tra le sole anguste mura domestiche e siano divenute le forze spirituali trainanti di tutta una nuova civiltà.
Se poi il mistero dell’amore e della generazione della vita viene irradiato dal compimento del desiderio che giace dell’inconscio del genere umano di generare nella vita del mondo la stessa vita divina, nella persona del Figlio di Dio fatto uomo, e di diffondere a tutti gli uomini la figliolanza divina, si comprende allora come ogni essere umano che viene al mondo non è soltanto figlio della carne, e non è soltanto infusione di uno spirito creato da parte di Dio, ma è chiamato ad essere molto di più: figlio di Dio vivente nella vita della carne. E questo misterioso e mirabile destino irradia ogni paternità, ogni maternità, ogni filialità.
Par questo ogni bambino amato e curato dai suoi genitori intuisce di avere un Padre più grande del padre terreno e ogni padre e madre terreni si sentono investiti di una missione umano-divina che trova il suo unico vero modello in Cristo e nella Vergina Maria.
E se con la Vergine Madre di Cristo e Madre di tutti gli uomini è apparsa nel mondo una “virginitas fecunda” che ha irradiato di una luce divina e di una dimensione pubblica e universale ogni maternità, ciò vuol dire che la realtà umano-divina della generazione della vita umana non trova la sua vera essenza nella carne, ma nello spirito che alla carne dà la sua impronta. Dunque ogni “virginitas fecunda”, quella della vergine consacrata come quella del sacerdote, quella dell’artista, come quella di ogni persona che rinuncia al proprio focolare per un focolare grande quanto il mondo, mirabilmente esprime il carattere pubblico, universale, sociale, civile del mistero della generazione, dell’amore, della cura della vita umana – ciò di cui la donna si fa aralda nell’intero genere umano e ciò di cui dovrà farsi aralda la nuova era della donna.
Sarà dunque questa la vera era della donna, il tempo in cui ella uscirà dalla sua relegazione nella vita privata non per essere rivale dell’uomo in un’amministrazione puramente tecnica dei beni terreni, ma per imprimere alla vita civile della nazioni il respiro dell’amore per ogni uomo, il quale è prima di ogni altra cosa figlio, figlio di un immenso amore perché figlio di colei che è stata posta accanto all’uomo per coronare nell’amore l’opera della creazione e della divnizzazione del genere umano?

di Don Massimo Lapponi

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