L’Immacolata Concezione salvezza ed esaltazione della vita umana

«L’avventura suprema è nascere. Così noi entriamo all’improvviso in una trappola splendida e allarmante. Così noi vediamo qualcosa che non abbiamo mai sognato prima. Nostro padre e nostra madre stanno acquattati in attesa e balzano su di noi, come briganti da un cespuglio. Nostro zio è una sorpresa. Nostra zia, secondo la bella espressione corrente, è come un fulmine a ciel sereno. Quando entriamo nella famiglia, con l’atto di nascita, entriamo in un mondo imprevedibile, un mondo che ha le sue strane leggi, un mondo che potrebbe fare a meno di noi, un mondo che non abbiamo creato. In altre parole, quando entriamo in una famiglia, entriamo in una favola».
Non so se Chesterton, scrivendo queste parole, pensava di essere un poeta. Ma, che lo pensasse o no, certamente lo era. E la sua poesia ne richiama un’altra, assai più famosa:

Esce di mano a lui che la vagheggia
prima che sia, a guisa di fanciulla
che piangendo e ridendo pargoleggia,

l’anima semplicetta che sa nulla,
salvo che, mossa da lieto fattore,
volontier torna a ciò che la trastulla.

(Purgatorio, XVI, 85-90)

Ma, se nascendo entriamo in una fiaba – «Ucci, ucci! Sento odor di cristianucci!» – come in tutte le fiabe che si rispettino, c’è sempre l’Orco in agguato, pronto a farci mettere nei guai con le nostre stesse mani. Per questo Dante aggiunge che l’ «anima semplicetta che sa nulla»

di picciol bene in pria sente sapore;
quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,
se guida o fren non torce suo amore.

(Purgatorio, XVI, 91-93)

All’anima semplicetta sono dunque necessari guida e freno, appunto perché essa non sa nulla e quindi, come prudenza consiglia, è bene che ascolti docilmente chi ne sa più di lei. Se però, come è avvenuto fin dall’inizio nella fiaba della vita, essa non ascolta e vuol fare di testa sua, allora tutto il suo trastullo si trasforma in un tragico gioco di morte. Che l’Orco mangi i bambini non è solo un’immagine fiabesca!
Tuttavia, nonostante l’ombra bieca del serpente nel giardino e della Rupe Tarpea, l’anima semplicetta è sempre mossa da lieto Fattore e sempre aspira alla letizia e alla vita. A quale letizia? A quale vita? Questo essa non lo sa – tanto è vero che con troppa facilità si lascia ingannare.
Lo sapeva però un sapiente narratore di fiabe come Dante, il quale, come abbiamo visto, dice che l’anima semplicetta «volontier torna a ciò che la trastulla» perché è «mossa da lieto fattore».
Il lieto Fattore è il più meraviglioso narratore di fiabe, se con la Sua Parola ha dato vita al poema della creazione, che in modo ineffabile canta la Sua gloria e la Sua letizia.
Quando si parla di un poeta, a volte si dice che il poema da lui scritto è una sua “creazione”, a volte si dice che è un suo “parto”. Sembra proprio che tra creazione e generazione ci sia una suggestiva analogia.
Uno scienziato evoluzionista, senza parlare di creazione, direbbe che, incominciando da una causalità meccanica, a poco a poco la materia si è evoluta, è nata la vita e si è passati alla causalità per generazione. Gli scienziati che vogliono mantenere un linguaggio rigorosamente descrittivo e non valutativo, pur facendo uso della parola “evoluzione”, eviteranno di dare ad essa il senso di un’ascesa ad un gradino più alto. Ma di fatto molti scienziati, spesso senza accorgersene, mostrano di intendere l’evoluzione dal mondo inorganico al mondo organico e alla vita cosciente come il passaggio a un modo superiore di essere.
Secondo la metafisica classica, vi è un primato di ciò che è superiore rispetto a ciò che è inferiore, per cui non è il superiore che deriva dall’inferiore, ma, al contrario, l’inferiore deriva dal superiore. In questo senso si può affermare che la causalità meccanica non è che un’immagine indebolita della causalità per generazione, qualche cosa, cioè, che da essa deriva per via di imitazione ad un livello inferiore.
Ma come potrebbe la causalità meccanica derivare, per imitazione, dalla generazione della vita, se questa cronologicamente viene dopo? La risposta è che anteriormente alla causalità che si manifesta nella creazione – prima in forma meccanica, poi in forma generativa – vi è una causalità eterna nel seno della Divinità, per la quale il Padre genera il Figlio nel vincolo di amore dello Spirito Santo. Questa eterna generazione è causa e modello di ogni causalità creaturale.
San Paolo, nella Lettera ai Colossesi, scrive che Cristo «è immagine del Dio invisibile, primogenito di ogni creatura, poiché tutte le cose sono state create in lui (…) per mezzo di lui e in vista di lui» (Cl 1, 15-16). Il grande esegeta André Feuillet, nel suo volume Le Christ Sagesse de Dieu d’après les épitres pauliniennes (Paris, 1966), dimostra che San Paolo, in questo testo, fa riferimento al capitolo VIII del Libro dei Proverbi, nel quale la divina Sapienza dice di se stessa:
«Il Signore mi ha generata all’inizio della sua attività, prima di ogni sua opera (…) Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso; quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso; quando stabiliva al mare i suoi limiti, sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia; quando disponeva le fondamenta della terra, allora io ero con lui come architetto » (Pv 8, 22. 27-30).
Alla luce di questo riferimento, si comprende che Cristo non è presentato da San Paolo come una creatura tra le altre, ma piuttosto come il modello della creazione e di tutte le creature.
Giustamente perciò San Tommaso, in un testo straordinario, in cui sembra risuonare la sublime poesia che anima il poema stesso della creazione, richiamandosi anch’egli ai libri sapienziali della Bibbia, scrive:
«“Io, la Sapienza ho effuso dei fiumi” (Sir 24, 30). Per questi fiumi intendo il flusso dell’eterna processione, per la quale il Figlio dal Padre e lo Spirito Santo da ambedue procedono in modo ineffabile. Questi fiumi un tempo erano nascosti e come misteriosamente infusi, sia nelle creature, che sono similitudini che riflettono il loro Creatore, sia negli enigmi delle scritture (…) “Io, come un corso d’acqua immensamente abbondante uscito dal fiume” (Ibid.). In ciò viene espresso l’ordine e il modo della creazione. L’ordine perché, come un corso d’acqua deriva da un fiume, così il processo temporale delle creature deriva dal processo eterno delle Persone. Perciò è scritto (Sl 148, 5): “Disse e furono create”. Generò il Verbo, nel quale le creature dovevano essere create, come dice S. Agostino. Sempre, infatti, ciò che è primo e più perfetto in un determinato ordine è causa di ciò che è secondario e derivato nel medesimo ordine, secondo la dottrina di Aristotele. Quindi il primo ed eterno processo delle Persone Divine è causa e modello di ogni processo che ne deriva (…) poiché come il corso d’acqua esce fuori dall’alveo del fiume, allo stesso modo la creatura procede da Dio fuori dell’unità dell’essenza divina, nella quale è contenuto come in un alveo il flusso delle Persone» (Prologo al Commento al I Libro delle Sentenze).
Ma se «il primo ed eterno processo delle Persone Divine è causa e modello di ogni processo che ne deriva», il modo in cui «la creatura procede da Dio fuori dell’unità dell’essenza divina» può avere differenti gradualità di somiglianza con il modello divino da cui procede. Vista in questa luce, l’evoluzione si presenta come un passaggio da un modo più imperfetto a un modo più perfetto di rispecchiamento della generazione del Figlio eterno nel seno di Dio. Dalla causalità meccanica si passa alla generazione organica, e dalla generazione organica soltanto istintiva alla generazione attraverso un rapporto di conoscenza e di amore. E’ ovvio che la creazione che avviene attraverso questa più alta forma di generazione – che è la generazione umana – è qualitativamente superiore alle più elementari forme di creazione: vi è un vero “salto ontologico” tra la causalità meccanica, la causalità organica e la causalità cosciente – un po’ come, analogamente, vi è incommensurabilità, in geometria, tra le quantità ad una, a due e a tre dimensioni.
Quando, infatti, si tratta di generazione umana, non si parla di “creazione”, ma di “procreazione”, e ciò indica che il mistero della generazione umana rispecchia immensamente più da vicino il mistero della generazione eterna del Verbo di Dio. Tanto da vicino che, inconsapevolmente, aspira ad assimilarsi ad esso in modo per quanto possibile perfetto.
Scrive San Tommaso del testo sopra citato:
«Ciò che si addice alla Sapienza di Dio è la perfezione, per la quale le realtà create sono condotte e confermate nel loro proprio fine. Infatti, tolto il fine rimane la vanità, la quale è incompatibile con la Sapienza; perciò è scritto che “la Sapienza si estende da un fine all’altro e tutto dispone con forza e soavità” (Sp 8, 1). Di un qualsiasi individuo allora si dice che lo si dispone con soavità, quando esso è condotto al suo proprio fine, quello che egli naturalmente desidera. Anche ciò si addice in modo speciale al Figlio, il quale, essendo vero Figlio di Dio per natura, ci ha introdotti nella gloria dell’eredità del Padre».
Le parole di San Tommaso sono pregnanti di un senso che egli non esprime. Prima ci siamo chiesti: a quale letizia, a quale vita aspira l’anima semplicetta, mossa da lieto Fattore? Certamente alla letizia e alla vita del Fattore stesso. Ma se a questa gioiosa vita divina l’anima creata già in qualche misura partecipa, in quanto rispecchia, nell’umana generazione, l’ineffabile processione del Verbo nel gaudio dello Spirito Santo, non aspirerà essa a colmare la misura del proprio desiderio generando nella vita umana la pienezza della vita divina, cioè lo stesso Figlio di Dio umanato?
L’affermazione, dunque, che Cristo è «il primogenito di ogni creatura, poiché tutte le cose sono state create in lui (…) per mezzo di lui e in vista di lui» si esplicita nel senso che, se tutte le creature sono state create in Cristo, in modo più proprio e diretto ciò è vero di quelle creature ontologicamente superiori che sono state generate attraverso un rapporto di conoscenza e di amore, il quale da una parte rispecchia in modo eminente la generazione eterna del Figlio, mentre dall’altra si dispone a riceverlo e a donarlo come Figlio dell’uomo nell’Incarnazione: «in vista di lui».
Ciò mostra la suprema nobiltà del mistero del concepimento della vita umana. Infatti i figli che nascono dall’amore sponsale non sono creati come le altre creature, ma sono veramente “pro-creati”: l’uomo e la donna collaborano con il loro atto amoroso alla creazione divina, conferendo ai loro rampolli, insieme al miracolo dell’essere, la fiamma dell’amore che li accompagna. Per questo i figli da loro generati sanno istintivamente di essere sgorgati da un atto ineffabile, in cui si confonde l’amore del Creatore con l’amore dei pro-creatori.
Da ciò si comprende come la macchia del peccato, trasmesso nella stessa donazione della vita «a causa della concupiscenza» (2Pt 1, 4) – «ecco, nella colpa sono stato generato, nel peccato mi ha concepito mia madre» (Sl 50, 7) – non sia altro che una generazione imperfetta, nella quale cioè l’amore dei genitori, offuscato dal prevalere della funzione carnale, non è in grado di offrire la sua piena co-operazione all’Amore del Creatore.
Ciò spiega come gli effetti del peccato siano tali da trasformare ciò che doveva essere strumento di vita e via regale dell’Incarnazione del Figlio di Dio e di diffusione della vita divina nel mondo, in strumento di violenza, di distruzione e di morte. Tanto è immensa l’aspirazione divina misteriosamente presente nella generazione della vita, altrettanto insondabile è la furia di distruzione che, a causa del peccato, da essa si diffonde nel mondo. Questa furia di distruzione giunge a rinnegare, con un demoniaco istinto di morte, i frutti di vita che spontaneamente scaturiscono dal mistero dell’amore cosciente. Se il creato tanto più rispecchia il Creatore quanto più coscientemente gioisce del concepimento della vita, niente appare più titanico del rifiuto stesso del concepimento.
Mentre oggi un popolo immenso celebra l’Immacolata Concezione, quanti invece celebrano un amore tanto meno immacolato quanto più repulsivo e ostile al concepimento della vita?
Certamente non soltanto i cattolici osservanti guardano con preoccupazione, e anche con sgomento, a un “amore” che di immacolato non ha più niente e che, scatenandosi nella ricerca dell’eccesso senza limiti nelle direzioni più inquietanti, dall’erotismo virtuale all’autoerotismo industrializzato, alla pedofilia, alla promiscuità, al sadomasochismo, è sempre più morbosamente “macchiato”. D’altra parte, diventa sempre più affannosa la corsa a sciogliere rigorosamente l’“amore macchiato” dal suo legame naturale con la “concezione”, volendosi rendere il godimento, ottenebrato dalla concupiscenza, sempre più inattaccabile da parte della “minaccia” della generazione della vita umana. E nello stesso tempo sembra che a molti stia particolarmente a cuore che la generazione della vita dalla sua relazione organica con il rapporto di conoscenza e di amore tra l’uomo e la donna regredisca verso un’imitazione il più possibile conforme al modello dell’incosciente causalità meccanica – causalità che non fa che divaricare sempre più immensamente l’abisso che la trasmissione del peccato originale, per il tramite delle sue conseguenze, ha spalancato tra l’Amore del Creatore che dona la vita e la co-operazione che l’amore della creatura umana sarebbe chiamato ad offrire. E ovviamente i frutti di una produzione della vita umana sempre più simile alla produzione meccanica e sempre più separata dall’amore pro-creativo non potranno non essere sempre più simili a «stranieri e ospiti» (Ef 2, 19) e sempre meno simili a figli recanti in se stessi la scintilla del Primo Amore.
Dunque, sullo sfondo delle attuali polemiche e strategie relative alle nuove forme di matrimonio e all’“evoluzione” della morale sessuale, non c’è di fatto un contrasto tra un vecchio moralismo d’altri tempi e una ragionevole modernizzazione; vi è invece la tragica realtà di un confitto che riguarda i misteri centrali della vita umana, del destino dei popoli e della loro relazione con il mondo divino.
Ma su questo scenario allucinante oggi risplende una sublime luce di salvezza. Se l’esasperazione titanica del peccato ci ha condotti a un’inondazione su scala mondiale della più tetra concupiscenza, alto sull’orizzonte appare un segno luminoso:
«una Donna vestita di sole con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle» (Ap 12, 1).
Il suo nome fu pronunciato da Lei stessa: «Io sono l’Immacolata Concezione». Un nome che da solo apre al nostro mondo la strada della speranza.
Alla concupiscenza tenebrosa esso oppone l’amore immacolato – che non è affatto un amore attenuato, ma, al contrario, è un amore tanto più immenso quanto più è senza macchia. Alla vita in provetta e agli uteri in affitto esso oppone una vita umana così santamente concepita ed amata da essere ormai pronta a portare a compimento l’aspirazione di ogni concepimento: la generazione nella carne umana dell’eterno Figlio di Dio.
Ho parlato di “amore immacolato”, mentre generalmente l’aggettivo si suole riferire non all’amore, bensì alla vita da esso generata. Ma, secondo la tradizione sopra richiamata, la trasmissione della macchia originale avviene attraverso la concupiscenza peccaminosa che intorbida l’amore umano. Dobbiamo dunque pensare che i genitori di Maria, ai quali una tradizione apocrifa ha dato il nome di Gioacchino ed Anna, debbono aver avuto tra loro un amore di una profondità insondabile.
E’ molto sciocca l’idea, universalmente diffusa, che Gioacchino ed Anna fossero due vecchietti poco sensibili, che quasi non si accorgessero di generare una creatura. Al contrario, il loro amore, misteriosamente immacolato, deve essere stato un’esperienza ineffabile, più sublime dell’amore di Dante e di Beatrice. Solo da un tale amore – che offriva una co-operazione perfetta all’Amore del Creatore – poteva scaturire l’Immacolata Concezione, e solo dalla rinascita di un tale amore il nostro mondo potrà trovare salvezza dall’oscuro destino di traviamento e di morte che lo minaccia.
Ma, ovviamente, l’idea della sua “rinascita” implica che questo amore, se pure offuscato, sia già presente nel mondo. E questo è senz’altro vero! Infatti la presenza misteriosa nella vita del mondo di colei che «tutte le generazioni chiameranno beata» si irradia sia nell’amore verginale delle anime consacrate, sia nell’amore spiritualmente rigenerato e umanamente fecondo degli sposi.
Il primo rispecchia la sovreminenza dell’amore di Maria – il quale mostra che l’essenza dell’amore non è nella carne, ma nello spirito, e in modo eminente nello Spirito Santo – mentre il secondo ne rispecchia la fecondità nella generazione e rigenerazione umana. Ora, l’amore verginale e l’amore sponsale collaborano per la diffusione e la rinascita nel mondo dell’amore immacolato e della sua fecondità ri-generante: l’amore verginale irradia nell’amore umano la luce dello Spirito Santo, nel quale è la sua vera essenza, mentre l’amore degli sposi offre all’amore verginale la facoltà di effondersi nelle nuove generazioni umane.
E’ certamente in grazia della fede e del battesimo che si può con piena verità affermare che i figli della nuova umanità «non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 13), ma l’opera della fede e del battesimo necessariamente deve essere accompagnata dall’amore immacolato che da Maria si effonde nell’amore verginale e nell’amore sponsale santificato. Infatti la divaricazione, di cui si è parlato, che, a causa della prevaricazione della funzione carnale – «il sangue, il volere di carne, il volere di uomo» di cui parla il testo giovanneo – allontana la collaborazione amorosa dei generanti dall’atto divino della creazione di una nuova vita, viene superata in misura sempre crescente attraverso l’opera rigeneratrice svolta, nel corso delle generazioni, dalla convergenza dell’amore verginale consacrato a Dio e dell’amore sponsale santificato dal sacramento, o, ad ogni modo, per altre vie, misteriose ma reali, irradiato dall’amore immacolato di Maria.
Se, dunque, soltanto la fede e il battesimo conferiscono la piena figliolanza divina e trionfano totalmente sul peccato originale, questo trionfo è però accompagnato dalla rigenerazione dell’amore umano e della sua fecondità.
Questa rigenerazione, dunque, costituisce la più certa speranza per il futuro del mondo.
Se questo è vero, quale via di salvezza per tutto il genere umano più appropriata di quella rivelata alla piccola Lucia il 13 giugno 1917 dalla stessa Madre di Dio? «Gesù vuole servirsi di te» ella disse «per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato».

Di Don Massimo Lapponi

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