Liturgia ecclesiastica e liturgia civile

(pubblicato su Il legno storto il 17 dicembre 2010)

Più di un anno e mezzo fa, presentando su questa stessa rivista on-line in nuovo sito internet dell’Abbazia di Farfa, scrivevo:
«A Berlino si spendono montagne di soldi per ricostruire un quartiere falso-medievale che immancabilmente già somiglia a Disneyland, da noi le città medievali esistono ancora a centinaia. E se saremo durissimi, severissimi, incorruttibili nel conservarle… allora, fra pochi anni, le nostre città e cittadine antiche saranno le uniche vere e reali rimaste».
Ma non basta preservare questo patrimonio: «Diamoci un compito più grande: essere il luogo della mediazione tra passato e futuro, un ruolo che le stesse grandiose nostre rovine ci impongono. Il nostro compito nell’Unione Europea potrebbe dunque essere quello di raccontare il passato alle nuove generazioni, di conservarlo, di resistere sull’orlo dell’irrealtà tecnologica con la forza della storia, di aiutare tutti gli europei a conservare (e tramandare) i concetti di tempo, di storia, di realtà fisica, di patrimonio culturale, di bellezza».
Queste nobili parole sono state scritte da un’illustre storica dell’arte laica, Alessandra Mottola Molfino, nel 2004. Chi quarant’anni fa ha scelto di voltare le spalle alla moderna metropoli per ritrovarsi presso i resti di un’antica tradizione non solo spirituale, ma anche artistico-ambientale, non può non esserne commosso e confortato (…) Quanti ormai vengono a ritrovare se stessi, dall’Italia e dall’estero, nelle abitazioni dei nostri nonni per non impazzire negli appartamenti di cemento delle metropoli, assediati dal bombardamento ininterrotto dei messaggi e delle immagini dei mass media!.. Con la presenza in rete del monumento, della sua storia, del suo patrimonio artistico e documentario, della comunità religiosa e parrocchiale e delle relative attività, non si è voluta fare opera di propaganda turistica, ma si è voluto offrire a tutti gli utenti, e soprattutto alle giovani famiglie, il modo di conoscere il volto di un’altra Italia e risvegliare in loro il desiderio di meglio conoscerla e di riappropriarsi di dimensioni di vita ingiustamente dimenticate: così per mezzo della rete si vuole contrastare l’abuso della rete!

Quando, solo pochi giorni fa, mi è capitato di leggere il testo che viene qui di seguito riportato, scritto nel 1840 da Dom Guéranger – il restauratore del monachesimo benedettino in Francia e del canto gregoriano nella liturgia cattolica – non potevo non restare enormemente sorpreso:
«Ora è di gran moda farsi difensori di ogni sorta di antichità; una schiera innumerevole di archeologi è sorta tra di noi e i nostri monumenti, soprattutto religiosi, non sono più alla mercé non soltanto della distruzione, ma di ogni mutilazione, di ogni riparazione indiscreta. L’accordo più totale regna su questo punto tra le nostre autorità civili ed ecclesiastiche, e grazie ad una rivoluzione tanto improvvisa quanto insperata, la Francia usufruirà ancora per molti secoli dei trofei della sua antica gloria nelle arti cattoliche. Vi è in ciò di che rendere vive azioni di grazie a Dio. Quando, nel 1832, noi poveri preti sconosciuti strappavamo dalle mani dei demolitori l’ammirevole monumento di Solesmes, che domandava grazia al paese da tanti anni, eravamo lontani dal pensare che ci trovavamo alla vigilia di una reazione universale, il cui risultato doveva essere la conservazione appassionata di tutti i resti della nostra antica architettura religiosa e nazionale.
«Oggi, dunque, quando le pietre del santuario, divenute l’oggetto di uno studio e di un’ammirazione ardenti, non corrono più il rischio di essere disperse da mani vandaliche o inesperte; che tutti gli sforzi sono concentrati per produrre dei restauri completi, e, se necessario, delle imitazioni esatte nelle curvature, nelle ogive, nei rosoni, nelle vetrate, nei rivestimenti di legno; non è forse tempo di ricordarsi che le nostre chiese non hanno sofferto soltanto nelle mura, nelle volte e nel mobilio secolare, ma che esse sono vedove soprattutto di quegli antichi e venerabili cantici di cui tanto amavano risuonare? Che esse sono stanche di non più riecheggiare, ormai da un secolo, se non accenti nuovi e sconosciuti alle età di fede che le elevarono? Dopo tutto le parole della liturgia sono più sante, più preziose ancora delle pietre che esse santificano.
«La liturgia non è forse l’anima delle vostre cattedrali? Senza la quale, che cosa sono esse se non degli immensi cadaveri in cui è spenta la parola di vita? Pensate dunque a rendere loro ciò che hanno perduto. Se sono romaniche, esse vi richiedono quel rito romano che Pipino e Carlomagno fecero loro conoscere; se i loro archi si slanciano ad ogiva, esse reclamano quei canti che San Luigi tanto amava ascoltare ripetuti dai loro echi; se il Rinascimento le ha coronate delle sue ghirlande fiorite, non hanno esse visto i vescovi del diciassettesimo secolo inaugurare sotto le loro giovani volte i nuovi libri che Roma aveva da poco donato alle chiese? Tutta la nostra poesia nazionale, i nostri costumi, le nostre antiche istituzioni, religiose o civili, sono frammiste con i ricordi dell’antica liturgia che noi piangiamo».
Per quanto riguarda la liturgia della Chiesa e i suoi problemi attuali, queste pagine parlano da sé e, più che commentarle o prendere da esse spunto per una polemica, sembra forse più opportuno moderare lo zelo eccessivo che esse – certamente non senza ragione – facilmente possono accendere nell’animo dei liturgisti conservatori, osservando che sarebbe ingiusto non rilevare, tra i tanti guasti e abusi, i miglioramenti e gli arricchimenti apportati, in questo campo, negli ultimi decenni.
Mi preme assai più ora portare il discorso sulla società civile, per la quale è urgentissimo fare un discorso analogo a quello sopra riportato di Dom Guéranger sull’architettura religiosa. Mi sembra di poter dire che ci sia oggi maggiore sensibilità per la conservazione e il giudizioso restauro delle nostre dimore antiche rispetto a qualche anno addietro – siano esse ville signorili, case borghesi o casolari rustici – anche se troppo spesso sono gli stranieri a valorizzarle più che gli italiani. Ma vorrei chiedere anche alla società civile, parafrasando le parole di Dom Guéranger: «non è forse tempo di ricordarsi che le nostre case non hanno sofferto soltanto nelle mura, nelle volte e nel mobilio secolare, ma che esse sono vedove soprattutto di quegli antichi e venerabili linguaggi e cantici di cui tanto amavano risuonare? Che esse sono stanche di non più riecheggiare, ormai da un secolo, se non accenti nuovi e sconosciuti alle età di fede e di civiltà che le elevarono? Dopo tutto le parole e i costumi della vita familiare che le hanno costruite sono più sante, più preziose ancora delle pietre che esse santificano. La liturgia non è forse l’anima delle vostre case? Senza di essa, che cosa sono esse se non degli immensi cadaveri in cui è spenta la parola di vita?»
Mi direte: di quale liturgia parli? Della liturgia dei buoni costumi, delle buone letture, dei bei canti e delle belle musiche, dei bei mobili e dei bei quadri, dei bei lavori, dei bei giochi, del sano, pulito, rispettoso linguaggio, della buona cucina e dei pasti condivisi agli stessi orari, dei ritmi calmi e ordinati, della concordia, dell’amore tra coniugi e tra generazioni e della fedeltà per tutta la vita, dello spazio e del tempo riservato al sacro, con la sua bellezza per il cuore, per la vista e per l’udito, che riecheggiava quanto era stato sentito, visto e udito nella liturgia della Chiesa.
Si deplora tanto – e giustamente – la distruzione e la svendita di arredi e di tradizioni sacre fatta dai preti zelanti o ignoranti nel post-Concilio. Ma la distruzione e la svendita della liturgia civile fatta dalle nostre famiglie non sembra che susciti tanta deplorazione. Vogliamo dunque risvegliarci e comprendere che, se vogliamo salvare e valorizzare il patrimonio storico, architettonico e artistico delle nostre antiche dimore, non possiamo farlo senza dargli un’anima? E quest’anima è certamente civile e europea, ma è soprattutto cattolica e italiana. «Non dare ad altri la tua gloria, né i tuoi privilegi a gente straniera» esclama il Profeta. Tedeschi, inglesi, olandesi, americani, che vengono ad occupare le dimore da noi abbandonate, per lo più sono protestanti – parola che troppo spesso non significa credenti come Bach, Kierkegaard o Barth, ma semplicemente miscredenti. Non toccherebbe piuttosto agli italiani ridar vita alle loro case, non solo restaurandone le mura, ma risuscitando quella “liturgia civile” che l’abuso prima della televisione, poi di un’elettronica che ha superato ogni ragionevole misura, e una “contro-liturgia” non tanto laica, quanto incivile ha in pochi anni assassinato?
Se a questo non ci spinge la fede religiosa, ci spinga almeno l’amore alle cose belle che abbiamo perduto e il pericolo che sovrasta noi e i nostri figli di essere travolti da una inciviltà che si crede ormai onnipotente per le enormi energie di cui dispone.

di D. Massimo Lapponi

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