Lo spirito della “Scuola del servizio divino” nelle famiglie

Si sente il bisogno di un’ispirazione sentita e personale che dia indirizzo alla nostra vita di là da quanto ci viene proposto o imposto dalla propaganda commerciale o dalla moda culturale.

Desideriamo tutti una vera “libertà spirituale”. Essa ci può venire soltanto dalle profonde radici umane e religiose della vita, che però devono essere condivise nella vita familiare.

Dunque nella vita familiare si deve respirare un clima nuovo, ispirato a un programma più saggio di quelli comunemente seguiti.

“Beati i poveri”: la povertà significa libertà di fare a meno del superfluo, di cercare ciò che più conta, di aprire il cuore a chi ha bisogno di noi.

“Beati i puri di cuore”: la purezza significa custodire il proprio cuore, senza dissiparlo in futili avventure, per essere pronti a donarlo a chi merita di condividere la nostra stessa vita. Significa anche imparare ad amare chi non ha attrattive, perché vecchio, malato, povero, escluso. E significa saper vivere in armonia con i caratteri diversi e difficili, e saper tornare in pace con semplicità dopo ogni contrasto.

“Beati i miti”: la mitezza significa saper abbracciare con gioia i lavori più umili ed essere pronti a servire per gli interessi di tutti gli altri. Significa anche donarsi per realizzare cose belle e buone per la gioia di condividerle, ed essere sempre aperti e disponibili ad accogliere la chiamata di Dio per la missione che egli ha progettato per noi.

Perché questo spirito possa regnare nelle nostre famiglie, bisogna coltivare nell’ambito delle mura domestiche o far rientrare nei programmi comuni quelle “arti”, spesso oggi dimenticate, in cui si realizzano le necessarie virtù nella vita di tutti i giorni: la preghiera comune, arricchita dalla conoscenza e abbellita dall’arte e dal canto, il lavoro domestico condiviso, l’interesse per la carità efficacemente praticata, e tante altre cose.

Ma chi ce le insegnerà? Vogliamo impararle e insegnarle? Vogliamo prepararci a creare anche noi, come San Benedetto, una “scuola del servizio divino”?

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