L’ultima battagia

Sono passati quasi quarant’anni da quando lessi, per la prima, e fino ad oggi l’ultima volta, “The Last battle” (1956), il volume conclusivo delle “Cronache di Narnia” di C.S. Lewis (1898-1963). Rileggendolo ora devo dire che alcune cose mi appaiono con maggiore chiarezza, e anche con un aspetto più tragico.
Negli ultini quarat’anni, infatti, molte cose sono accadute, e credo che si possa dire con tutta verità che Lewis, mai come in questo caso, mostra di essere ispirato non solo, come tutti i poeti, da una non comune intuizione sugli aspetti più profondi della vita umana, ma anche da un vero spirito profetico. Sembra di poter dire che allo scrittore irlandese sia stato concesso, almeno in questa occasione, un particolare dono dello Spirito Santo.
E qui bisogna aggiungere che, purtroppo, la visione poetica e profetica che emerge dalle pagione del volume è profondamente inquietante. Certamente il racconto è a lieto fine, come tutti gli episodi della “Cronache di Narnia”, e, anzi, un fine più lieto di così non potrebbe assolutamente esistere. Ma il lieto fine è riservato per la vita eterna, mentre lo scenario della vicenda terrena si chiude su una catastrofe – e in questo si distingue nettamente dagli altri episodi dell’epopea.
Che Narnia, come tutti i mondi creati, sia destina a finire, in una visione teologica non avrebbe propriamente il carattere di un finale tragico. Ma ciò che dà al racconto una nota sinistra è che, mentre tutte le guerre che avevano segnato gli altri episodi, pur tra sovrumane difficoltà, si erano concluse con la vittoria dei legittimi sovrani di Narnia e con il ritorno, nel favoloso reame, della prosperità e della pace, l’ultima battaglia si conclude con una clamorosa sconfitta e con la caduta del regno di Narnia. Sarà soltanto il tramonto del fantastico mondo che fa da cornice all’epopea e il suo ritrovarsi trasfigurato nella sovrumana luce del regno eterno di Aslan a trasformare il finale tragico in un lieto fine e la sconfitta in una definitiva vittoria.
Ma dobbiamo chiederci: descrivendo la crisi finale di Narnia, lo scrittore intendeva soltanto creare un poema fantasioso, o non aveva piuttosto presente la realtà del suo tempo – e del tempo che lo avrebbe ben presto seguito? Alcuni segni non equivocabili mostrano che, dietro l’allegoria di Narnia e della sua crisi, gli occhi profetici dell’autore vedevano ben altro.
Già quando lessi “The Last Battle” per la prima volta, rimasi un po’ angustiato e rattristato a vedere il mondo idilliaco di Narnia e dei suoi eroi precipitare nel baratro della rovina, e soprattutto mi turbò un particolare estremamente inquietante. Ma probabilmente allora non lo compresi in tutta la sua portata e soltanto la successiva lettura di altri scritti di Lewis, confrontati con gli avvenimenti più recenti, me ne mostrarono gradualmente il senso più profondo, confermato dalla rilettura recente.
Quale era questo particolare?
Per comprenderlo dobbiamo riassumere bervemente gli avvenimenti narrati.
A sud di Narnia esisteva un regno tirannico, chiamato Calormen. In questo regno i nobili, sotto l’autorità del loro crudele re, governavano con durezza i propri sudditi e da tempo immemorabile guardavano con invidia e avidità la libera e felice Narnia, aspettando l’opportunità di conquistarla e di sottometterla. Essi adoravano un dio crudele come loro, di nome Tash.
I nobili re di Narnia erano, invece, fedeli ad Aslan, il grande e benefico leone, figlio dell’Imperatore di là dal mare, che era giunto a dare la sua vita – che poi doveva riacquistare in modo prodigioso – per liberare Narnia dalla tirannia di una strega malvagia. Aslan appariva raramente a Narnia, a distanza di secoli, quando qualche grave pericolo incombeva sul regno.
Ma mentre a Narnia trascorrevano i secoli, nel nostro mondo il tempo andava molto più lentamente, tanto che i bambini protagonisti dei racconti, tornando a Narnia dopo un periodoo di pochi mesi, incontravano i lontani discendenti dei personaggi che avevano conosciuto la volta precedente.
Nell’ultimo episodio, prima che i bambini dal nostro mondo vi siano ancora una volta richiamati, Narnia viene attaccata a tradimento dai guerrieri di Calormen con la collaborazione di un malvagio scimmione di nome Shift. Questi ha trovato nelle acque di un lago la pelle di un leone e ha convinto un asino – che è in perfetta buona fede – ad indossarla e ad apparire, così, nel chiaroscuro della notte illuminata da un fuoco, simile ad Aslan.
Gli abitanti della regione in cui vive lo scimmione – uomini, nani, ninfe, driadi, animali parlanti – vedendo l’asino nell’aspetto del leone, si convincono ad obbedire allo scimmione, che dice di parlare con l’autorità di Aslan. Ma gli ordini dello scimmione suonano del tutto inconciliabili con lo spirito che ha sempre animato Aslan.
Per prima cosa Shift fa venire nel suo territorio molti soldati di Calormen travestiti da mercanti. Poi sottomette i sudditi a fatiche da schiavi e fa radere al suolo boschi interi, uccidendo le driadi che davano vita agli alberi.
In una riunione notturna del popolo, di fronte al falso Aslan scarsamente illuminato dal fuoco, lo scimmione, attorniato dai falsi mercanti di Calormen, esclama:
«Con il denaro che guadagnate potremo fare di Narnia un paese dove si posa vivere degnamente. Vi saranno aranci e banane a mucchi – e strade e grandi città e scuole e uffici e fruste e museruole e selle e gabbie e canili e prigioni – insomma, di tutto!».
«Ma noi non vogliamo tutte queste cose» esclama un vecchi orso. «Noi vogliamo essere liberi. E vogliamo sentire la voce stessa di Aslan».
Shift lo insulta aspramente, affermando che la vera libertà è obbedire a lui. Infine un semplice agnellino interviene osservando:
«Per favore, io non riesco a capire. Che cosa abbiamo noi a che fare con i calormiani? Noi apparteniamo ad Aslan. Loro appartengono a Tash. Hanno un dio che si chiama Tash. Dicono che egli ha quattro braccia e la testa di un avvoltoio. Uccidono uomini sul suo altare. Io non credo che esista un tale individuo. Ma se esistesse, come potrebbe Aslan essere suo amico?».
A questo punto lo scimmione, furibondo, esclama:
«Ascoltatemi! Tash è soltanto un altro nome per Aslan. Quella vecchia idea che noi siamo nel giusto e i calormiani nell’errore è sciocca. Ora noi capiamo meglio le cose. I calormiani usano parole diverse, ma tutti vogliamo dire la stessa cosa. Tash e Aslan sono solo due diversi nomi per Chi voi sapete. Per questo tra loro non vi può mai essere alcuna ostilità. Mettetevelo bene in testa, stupidi bruti. Tash è Aslan, Aslan è Tash».
Si giunge fino a parlare non più di Tash o di Aslan, ma di “Tashlan”!
A questo punto gli abitanti di Narnia cadono nella più grande confusione e angoscia. Dunque Aslan non era come lo avevano sempre creduto? Quale era il suo vero volto? Quello del crudele Tash?
Il lettore che ha seguito con trepidazione le cronache del regno di Narnia per tutti i sei precedenti episodi è anche lui sconvolto. Perché questa confusione? Perché, come conseguenza necessaria, Narnia precipita verso un inesorabile tramonto? Infatti molti abitanti del regno si smarriscono e perdono ogni fede in Aslan.
L’ultimo re di Narnia non avrebbe mai sognato che «uno dei risultati del falso Aslan inventato dallo scimmione sarebbe stato che la gente avrebbe cessato di credere nel vero Aslan». Ma infine molti dei suoi sudditi lo abbandonano ed egli soccombe all’invasione dei calormiani, nonostante il sostegno dei due ragazzi che sono accorsi in suo aiuto dal nostro mondo.
Dimentichiamo per un attimo il rovesciamento della situazione, dovuto all’intervento finale degli altri ragazzi e di Aslan. Come si è detto, questo rovesciamento avviene attraverso un passaggio dalla vita terrena alla vita eterna, che nello stesso tempo segna la fine del regno terreno di Narnia, come anche di Calormen e di tutto il fantastico mondo, paralleo al nostro, in cui si era svolta la grande epopea. In questo ultimo episodio, per quanto riguarda la realtà terrena, i buoni sono sconfitti e i malvagi trionfano, e, ciò che più conta, trionfa la strategia traditrice dello scimmione, che confonde Tash con Aslan, il bene con il male nella mente degli abitanti di Narnia.
Come non scorgere in questo aspetto inquietante del racconto il riflesso di ciò che Lewis, con occhi profetico, vedeva svolgersi nel nostro mondo?
Che sia così è dimostrato da un’opera dello stesso Lewis pubblicata nel 1945, dal titolo “The Great Divorce”. In essa lo scrittore dichiara di voler fare un discorso opposto rispetto a quello adombrato da un’opera di William Blake (1757-1827) dal titolo: “The Marriage of Heaven and Hell” (1790).
Quale fosse il vero senso del libro di William Blake non è ben chiaro, ma Lewis afferma che, mentre il visionario Blake parla di un matrimonio tra il cielo e l’inferno, egli vuole invece parlare del loro divorzio. Mentre – egli spiega – vi è in molti la tendenza a presentare la storia del mondo come una sorta di evoluzione, in cui a poco a poco l’opposizione tra i bene e il male si attenua fino a scomparire, la verità è che questo avvicinamento non avviene mai e non potrà mai avvenire. Il bene e il male, la verità e la menzogna non potranno mai convergere: tra di essi c’è un eterno divorzio.
In quest’opera Lewis immagina di trovarsi in una sorta di interregno tra la vita mortale e il destino eterno definitivo degli uomini. Lo scrittore stesso avverte che lo stato immaginario da lui descritto non corrisponde propriamente al purgatorio dei cattolici. In esso avviene la decisione definitiva, o di convertirsi definitivamente al bene, o di perseverare nel male.
Vi è un episodio, in particolare, che merita attenzione. Lo scrittore immagina l’incontro tra un pastore di fede retta e un pastore “modernista”. Quest’ultimo accusa il primo di essere troppo rigido nella sua religione e, quando l’altro gli parla dell’esistenza di Dio, risponde: «Ma cosa significa esattamente che Dio “esiste”?».
Dall’accostamento di quest’opera all’ultimo episodio delle “Cronache di Narnia”, come anche da altri testi di Lewis, appare evidente come egli vedesse con terrore diffondersi sempre più nel mondo cristiano l’idea che, attraverso un’inarrestabile evoluzione, i concetti perdessero sempre più i loro contorni, fino a confondere Tash con Aslan, il cielo con l’inferno, Dio con Satana.
Prima di lui, nell’ambito del protestantesimo inglese, eminenti personalità, cone John Henry Newman (1801-1890) e Ronald Knox (1888-1957), erano state condotte, dalla percezione dello sfaldamento della teologia anglicana, a convertirsi alla Chiesa Cattolica, come all’ultimo sicuro baluardo contro la dissoluzione del cristianesimo. Questo non è avvenuto nel caso di Lewis. Perché?
Bisogna dire che in Lewis operava certamente il pregiudizio anticattolico proprio degli abitanti protestanti dell’Ulster, e generalmente non si trovano, tra i suoi testi, testimonianze di una “tentazione” a convertirsi alla Chiesa Cattolica. Vi è, però, almeno un’eccezione.
In un articolo pubblicato nella raccolta di scritti postuma “God in the Dock” (1970), Lewis respinge con decisione la tendenza, già al suo tempo diffusa nell’anglicanesimo, a voler estendere il sacerdozio alle donne, e, tra le altre cose, afferma che l’accettazione di questa prassi nella Chiesa d’Inghilterra sarebbe un argomento a favore della Chiesa di Roma.
In ogni caso, egli non fece questo passo, e forse ciò fu anche dovuto al fatto che dal tempo di Newman e di Ronald Knox la situazione era cambiata. Ormai la stessa Chiesa Cattolica, a chi la guardasse senza gli occhi della fede, non appariva più come l’ultimo baluardo contro la dissoluzione del cristianesimo. Anche nella Chiesa Cattolica, infatti, già al tempo di Lewis si vedevano diffondersi i germi del “matrimonio tra il cielo e la terra”, germi che, dopo la morte dello scrittore, si sarebbero sviluppati sempre maggiormente, offrendo uno spettacolo a volte paragonabile alla crisi finale del regno di Narnia.
Ma in prossimità del Natale è fuori luogo concludere con una nota pessimistica – che, in ogni caso, non sarebbe certamente compatibile con la fede.
Concludiamo, dunque, osservando che, anche in “The Last Battle” infine Aslan appare il vincitore contro Tash e le forze dell’inferno, e il regno di Narnia trionfa nello splendore di una vita totalmente rinnovata. E mi si permetta di dire che, sebbene Lewis sia un po’ snobbato dalle storie letterarie e considerato quasi un autore secondario, a mia conoscenza nessun altro scrittore è mai riuscito, come invece egli riesce nella pagine finali di “The Last Battle”, come anche nelle pagina finali di “The Voyage of the Dawn Treader” (1952) – altro episodio della stessa epoea – ad avvicinarsi, fino quasi a raggiungerla, alla poesia sublime del “Paradiso” dantesco.

di Don Massimo Lapponi

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