MESSAGGIO E APPELLO

«Non hanno più vino!» (Gv 2, 3).
Troppo facilmente dimentichiamo che queste parole allarmate di Maria furono dette in riferimento ad un matrimonio. Il nostro modo astratto di leggere il Vangelo ci porta immediatamente a considerare le sue espressioni come riferite in modo generico alla condizione umana, come se essa non avesse le sue situazioni concrete. Cerchiamo di uscire dai nostri schemi astratti e di ritornare alla realtà. Maria parlava del vino che mancava alle nozze, e questo non restringe affatto il nostro orizzonte, ma lo indirizza alla reale situazione degli uomini, perché tutti hanno vita ed esistenza nell’ambito di una famiglia. Se, dunque, il Vangelo incomincia denunciando la manchevolezza delle nozze umane e il desiderio di porvi rimedio, ciò significa che i rimedi divini alla condizione di peccato dell’uomo e alle sue conseguenze devono essere per prima cosa rimedi alla realtà delle nozze e della famiglia – e poi, tramite la rigenerazione della famiglia, a tutte le altre realtà della condizione umana.
Possiamo, dunque, oggi, interpretando il Vangelo alla lettera, ripetere l’allarme di Maria, riferito alla condizione delle nozze umane, con tutta verità: «Non hanno più vino!».
Vi invito a meditare il seguente articolo della nostra amica Daniela:

https://www.facebook.com/notes/daniela-bovolenta/fuori-dalla-scuola/10214514368527100/

Se questa è la situazione della scuola ordinaria, è questo il principale motivo, ma non il solo, per cui tanto disordine regna nelle nostre case! Certamente ci mancano il pane e il vino necessari per sanare questa tragica situazione. Chi li procurerà?
«Qual è dunque il servo fidato e prudente che il padrone ha preposto ai suoi domestici con l’incarico di dar loro il cibo al tempo dovuto?» (Mt 24, 45).
Dalle mani degli apostoli e dei loro successori viene largito agli uomini il pane e il vino dell’eucarestia e della parola di Dio. Ma questi dono a loro volta devono essere il lievito di una vita rinnovata, e sarà la vita consacrata a dare concretezza e visibilità ad una vita familiare ravvivata dal dono del cibo celeste. Così il pane e il vino del Vangelo e del sacerdozio acquistano un nuovo luminoso rilievo tramite il pane di San Benedetto e il vino di Santa Scolastica.
Il Beato Card. Schuster parlò per primo del pane di San Benedetto, che un giorno sarebbe stato distribuito anche ai laici. E questo pane è la stessa Regola, che insegna a divenire, non sapienti e dotti predicatori, ma operai di Dio nell’ambito della vita familiare di tutti i giorni. Ma di là dal pane dell’osservanza di una regola, vi è il vino dell’amore, senza il quale la regola diviene un corpo senz’anima. Se, dunque, le famiglie devono essere rigenerate attraverso una regola di comportamento, ancora di più devono esserlo attraverso un rinnovamento dell’amore. Proprio il miracolo di Santa Scolastica, che prevalse sulla rigorosa osservanza del fratello per giungere al cuore della vita consacrata, ci mostra come quest’ultima sia la città sul monte destinata ad illuminare tulle le famiglie umane, nel loro servizio quotidiano e nell’amore che deve fondarle e cementarle.
«Se consideriamo le disposizioni del venerabile Padre» scrive il biografo di San Benedetto, San Gregorio Magno, «egli avrebbe voluto che il cielo rimanesse sereno come quando era disceso [per poter rientrare la sera in monastero e non dover rimanere tutta la notte a colloquio con la sorella]; ma contrariamente a quanto voleva, si trova di fronte ad un miracolo, strappato all’onnipotenza divina dal cuore di una donna. E non c’è per niente da meravigliarsi che una donna, desiderosa di trattenersi più a lungo col fratello, in quella occasione abbia avuto più potere di lui perché, secondo la dottrina di Giovanni: “Dio è amore”; fu quindi giustissimo che potesse di più colei che amava di più!».
Ma, di là dalle belle parole, veniamo al concreto.
Con Bernardino stiamo lavorando alacremente per potere, al più presto, inaugurare il progettato “Centro Teologico Benedettino”, attraverso il quale vorremmo offrire al clero, a religiosi e religiose, ai catechisti e a tutti gli interessati un valido sostegno per ricondurre la teologia ad essere pane e vino fecondo per illuminare e sanare la vita familiare. Purtroppo per ora le collaborazioni che avevamo sollecitato sono quasi totalmente assenti. Ma andiamo avanti ugualmente, quei due o tre che siamo, pronti ad attivare al più presto il nostro centro, certi che al momento opportuno le necessarie collaborazioni non mancheranno.
Ma vorrei fare anche un appello a tutti voi, con la speranza che si diffonda il più possibile. Ciò che possono fare, oltre il clero, i monasteri non lo può fare nessuno. Per questo è vostro primario interesse che queste istituzioni non solo non muoiano, ma si ravvivino, siano presenti il più possibile e si rinnovino. Spetta anche a voi collaborare a questo fine. Prima di tutto dobbiamo prendere atto che ancora, nonostante tutto, l’Italia è piena di monasteri, soprattutto femminli, di vari ordini relgiiosi. Purtroppo moltissimi sono in gravi difficoltà, sia per la mancanza di vocazioni, sia per l’isolamento rispetto alla realtà sociale. Penso che si potrebbe prospettare un progetto, da definire meglio, di collaborazione con questi centri di vita consacrata per far nascere in essi la coscienza di una rinnovata presenza a benefico della realtà familiare, così bisognosa di una città sul monte che la illumini. Se tutti adottassero il nostro progetto “San Benedetto e la vita familiare”, quanto potrebbero fare per le nostre famiglie! – e, creando così un nuovo rapporto con la vita sociale, potrebbero rinnovarsi anche con nuove vocazioni. Se quello che potrebbero fare loro nessun altro può farlo, perché tanti giovani desiderosi di fare qualche cosa non sarebbero attratti dal loro genere di vita?
Questo messaggio è certamente troppo generico, ma spero che venga accolto bene, non solo con qualche “mi piace”, ma anche con un’attenta considerazione e con il desiderio di rendere più concreto e fattivo quello che in esso è soltanto accennato.

di Don Massimo Lapponi