Nelle ombre di oggi

(pubblicato su lsblog il 20 ottobre 2013)

Alla cosiddetta “letteratura della crisi”, cioè a quella riflessione critica sulla civiltà moderna che in diversi modi si era sviluppata in Europa tra la fine del secolo XIX e il periodo tra le due guerre, era riservato uno strano destino: conclusasi con la sconfitta delle potenze dell’Asse la grande ecatombe della seconda guerra mondiale, sembrò che nelle ceneri dell’immane conflitto tutto un mondo fosse finito per sempre e con esso anche i pensieri che lo avevano accompagnato.
Se quella letteratura denunciava una crisi, quella crisi si era risolta attraverso la manifestazione e poi la distruzione della forze negative che covavano negli anfratti della civiltà. L’unico senso di essa era quello di esprimere il malessere propio dell’epoca di incubazione di quelle forze barbariche. Una volta che esse erano state annientate, quella letteratura conservava esclusivamente un valore antiquario.
Così, ad esempio, Delio Cantimori, nel sua saggio introduttivo a “La crisi della civiltà” di Johan Huizinga (1935) – il cui titolo originale olandese è “Nelle ombre del domani” – pubblicata dall’editore Einaudi nel 1960, riconosce all’opera dell’illustre autore soltanto un interesse documentario, oltre al fatto che in essa si esprime l’animo antifascista di chi doveva poi essere personalmente testimone e vittima delle violenze perpetrate dal Terzo Reich.
Per il resto, agli occhi del Cantimori, l’opera di Huizinga merita al più una condiscendente compassione per le illusioni umanistiche, o addirittura religiose, del povero autore – il quale osa parlare persino di “timor di Dio”!
Ma una lettura meno ideologica e, diciamolo pure, meno da propaganda elettorale del testo, e in genere della letteratura della crisi, mostra che in essa lo sguardo non era affatto limitato a quei mali immediati che si manifestavano attraverso l’affermazione del fascismo e del nazismo. Pur tenendo presenti anche queste preoccupanti minacce alla civiltà, essa rivolgeva la sua attenzione a tutto campo sul mondo moderno, anche e soprattutto su quegli aspetti che già allora erano operanti e che avrebbero continuato ad operare ben oltre la crisi del conflitto mondiale.
Sembra perciò legittimo affermare che le letture riduttive, come quella del Cantimori, hanno finito per mettere in soffitta analisi del mondo moderno che avrebbero gettato molta luce non solo sul periodo tra le due guerre, ma anche, e forse più, sulla crisi del nostro tempo. Non per nulla l’opera sopra ricordata di Huizinga parla delle “ombre del domani” – un “domani” che per noi è piuttoso un “oggi”.
Tra le ombre che Huizinga segnala nella sua opera spicca soprattutto il prevalere dell’istinto, dell’immaginazione, dello slogan, del mito sulla ragione.
«Quando in un’unica civiltà» scrive l’illustre autore, «che nel corso di molti se¬coli si è innalzata a chiarezza e nitidezza di pensiero e di concetto, il magico e il fantastico vengono su, oscurando la ragione, tra un fumacchio di istinti in ebollizione; quando il mito scaccia il logos e ne prende il posto, allo¬ra siamo alla soglia della barbarie».
Naturalmente di fronte a queste righe il pensiero non può non andare all’affermarsi, nel periodo in cui esse furono scritte, del fascismo e del nazismo. Sarebbe però errato e riduttivo limitare ad essi la loro applicazione. E anzi a una lettura che restringa al nazifascismo l’intenzione dell’autore fatalmente finisce per sfuggire il fatto che molti dei movimenti che oggi si autodefiniscono “antifascisti” e accusano di fascismo i loro avversari, in realtà con il fascismo e con il nazismo sono strettamente imparentati e il loro vero avversario è proprio quel “logos” che di ogni barbarie costituisce la negazione.
Non pensava certamente soltando al nazismo e al fascismo Huizinga quando scriveva:
«Illusioni ed errori fioriscono dappertutto. Piú che mai gli uomini ci appaiono schiavi di una parola, di un mot¬to, per uccidersi, per ridursi al silenzio l’un l’altro. Il mondo è carico di odio e di malinteso. Nessuna statistica ci dice quanto sia grande il numero dei pazzi, e se sia maggiore di prima; ma la follia è diventata piú potente a far del male, e parla da un trono piú alto. Le salutari inibizioni del rispetto alla tradizione, alla forma, alla cultura, per l’individuo semicolto si indeboliscono sem¬pre piú. Il sintomo piú grave è “l’indifferenza alla veri¬tà”, riscontrabile dappertutto, e che tocca il suo apice nel fatto che l’inganno politico riscuote il plauso uni¬versale».
Non sembra che queste parole siano state scritte ai nostri giorni? E certamente esse si possono applicare a manifestazioni di irrazionalismo che, mentre sputano l’accusa di fascismo in faccia a chi cerca di far valere i diritti della ragionevolezza e dell’autodominio, si abbandonano ad episodi di vero squadrismo. Si potrebbe citare, per esempio, l’invasione, avvenuta qualche mese fa, della cattedrale di Santiago nel Cile da parte di fanatici abortisti, i quali hanno imbrattato gli altari e le suppellettili sacre con scritte blasfeme inneggianti al libero aborto, ovvero l’interruzione di un convegno sull’omosessualità avvetuta a Casale Monferrato poco tempo fa da ad opera di esponenti gay – per la quale si può vedere il seguente link:
http://www.ilmonferrato.it/articolo.php?ARTUUID=C5AB1F55-34B8-4D21-8DB4-BF11A3568788&MUUID=AFA9393B-B907-4AD0-878F-5C402A0A8219#.UkEt7GM6aoQ.gmail
Ma anche quando non si registrano episodi di squadrismo, nella stessa discussione pubblica, giornalistica o parlamentare, non si osservano toni di irrazionalismo e di inaccettazione di un confronto realmente ragionevole e civile?
Già a suo tempo Huizinga osservava, con preoccupato stupore, come a uno studioso del suo tempo si rimproverasse la “mancanza di soggettività”. E certamente nelle odierne ideologie che esaltanto nello stesso tempo l’illimitato intervento della scienza sulla vita umana e la mancanza di ogni legge naturale che metta un freno all’arbitrio soggettivo si può legittimamente vedere l’esasperazione di quanto Huizinga già denunciava nel suo saggio:
«Il pericolo dell’irrazionalizzazione della cultura sta pri¬ma di tutto in ciò, che essa va di pari passo e si riallaccia col massimo sviluppo dell’attitudine tecnica a dominare la natura, e col massimo accrescimento del desiderio di benessere e di soddisfazioni terrene».
Contro ogni snobismo da intellettuale alla moda del Cantimori, nessuno potrebbe ragionevolmente non considerare attualissima la seguente pagina dell’illustre autore olandese:
«Secondo ogni apparenza, ci troviamo di fronte alla maggiore com¬plicazione di pericoli che possa minacciare la nostra ci¬viltà. Viviamo in uno stato di diminuita resistenza alle infezioni e alle intossicazioni, paragonabile a uno stato di ebrietà. Lo spirito è scialacquato. Il mezzo di scambio del pensiero – la parola – coll’avanzare della civiltà per¬de inesorabilmente di valore. È diffuso in quantità sem¬pre piú enormi, con facilità sempre maggiore. Con la svalutazione della parola, detta o stampata, sale, in pro¬porzione diretta, l’indifferenza per la verità. Col soprav¬vento dell’atteggiamento irrazionale del pensiero, si di¬lata in ogni campo il margine dei malintesi. La pubbli¬cità istantanea, incalzata da interessi mercantili e sensa¬zionali, gonfia ciò che è semplice dissenso di vedute sino a farne un’allucinazione nazionale. I pensieri del giorno vogliono agire all’istante. E invece in questo mondo le grandi idee si sono sempre affermate solo con grande lentezza. Come il puzzo dell’asfalto e della benzina sulle città, cosí incombe sul mondo un nuvolone di sofismi».
Ma c’è un aspetto del saggio di Huizinga che, se suscitava ovviamente il disprezzo del Cantimori, susciterà oggi anche almeno il dissenso di molti che, a differenza del Cantimori, sottoscriverebbero molte delle analisi del pensatore olandese.
«Il contrappeso a questo concorrere di forze distruttive» egli scrive «può ritrovarsi solo nei supremi valori etici e metafisici. Il ritorno alla ragione non ci aiuterà a uscire dal vortice».
Coerentemente con questa premessa, quando Huizinga, a conclusione della sua opera, viene a parlare di speranza, egli introduce una dimensione da lui in precedenza tralasciata.
«Qui il problema» egli scrive «ci porta dritto in un campo che fino¬ra abbiamo evitato: quello del rapporto tra la crisi spi¬rituale e le condizioni economiche. Se lo trascurassimo, potremmo far credere che questo rapporto per noi non sia da prendere in considerazione. Può una società de¬terminare, per mezzo dei suoi organi ordinatamente fun¬zionanti, la sua volontà di avere una civiltà, tracciarne il cammino, escogitarne e applicarne i mezzi?»
Dopo una lunga disamina, la sua risposta è negativa:
«No, non possiamo aspettarci la salute dall’intervento di una forza organizzatrice. Le basi della civiltà sono di tutt’altra specie; né gli organi collettivi come tali – po¬poli, stati, chiese, scuole, partiti, associazioni – possono porle o mantenerle. È necessaria una purificazione inte¬riore che prenda tutto l’individuo. Deve mutare l’habi¬tus spirituale dell’uomo».
Appaiono indubbiamente assai lontane dall’attuale temperie culturale – ma non per questo a mio giudizio meno veridiche – le righe che immediatamente seguono:
«Il mondo attuale è andato molto oltre sulla via della piena negazione d’ogni norma morale assoluta. A mala pena distingue, convinto, il bene dal male. Esso è por¬tato a ritenere tutte le crisi, che l’odierna civiltà attra¬versa, una mera lotta tra opposte tendenze, una lotta tra avversari per il potere. Eppure la possibilità di sperare sta tutta nel riconoscimento che in questa lotta le azioni si ordinano secondo un principio di bene assoluto e di male assoluto».
Evidentemente gli intellettuali laici della letteratura della crisi erano molto diversi da quelli del nostro tempo. Molti di questi ultimi probabilmente non sottoscriverebbero la seguente pagina, con la quale il volume si avvia alla conclusione, pur dovendo ammettere che, con questo, rinuncierebbero definitivamente ai toni della commozione e della poesia:
«Catarsi, purificazione chiamavano i greci lo stato spi¬rituale che una tragedia lascia dietro di sé nello spetta¬tore, il silenzio del cuore in cui si sono risolte paura e compassione, la purificazione del sentimento che nasce dall’intendere la radice profonda delle cose; che rende seri e nuovamente pronti agli atti del dovere e all’acco¬glimento del destino; che spezza la hybris, come nella tragedia è mostrato il suo spezzarsi; che allontana i vio¬lenti impulsi della vita e conduce l’animo alla pace.
«Per la chiarificazione spirituale, di cui l’epoca nostra ha bisogno, ci vorrà una nuova ascesi. I campioni di una civiltà purificata dovranno essere come gente sve¬gliatasi or ora di buon mattino. Dovranno scuotere da sé i tristi sogni. Il sogno dell’anima loro, che è emersa dal putridume, e potrebbe ricadervi. Il sogno del loro cer¬vello, che era tutto filo di ferro, e il loro cuore di vetro. Il sogno degli artigli e delle zanne in cui s’erano tra¬sformate le loro mani e i denti fra le labbra. E dovranno ricordarsi che l’uomo non può voler essere una belva.
«Il nuovo ascetismo non sarà un ascetismo della nega¬zione del mondo per amore della salvezza celeste, ma del dominio di sé e di un’attenuata stima del potere e del go¬dimento. Bisognerà attenuare un poco anche l’esaltazione della vita. Bisognerà ricordare che già Platone rappre¬sentava l’attività del saggio come preparazione alla mor¬te. Un saldo orientamento della dottrina della vita e del senso della vita verso la morte eleva il giusto uso delle forze vitali.
«Il nuovo ascetismo dovrà essere sacrificio. Sacrificio a ciò che è da considerare come la cosa piú sublime.
«Questa non può essere né uno stato, né un popolo, né una classe, come non può essere la propria esistenza per¬sonale. Felice quegli per il quale questo valore fonda-mentale porterà unicamente il nome di Colui che disse: “Io sono la via, la verità e la vita”.»

di Don Massimo Lapponi

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