Per un rinnovamento della teologia IX

di Don Massimo Lapponi

«Cielo, stelle, terra, fiumi, giorno, notte e tutte le creature che sono sottoposte al potere dell’uomo o disposte per la sua utilità si rallegrano, o Signora, di essere stati per mezzo tuo in certo modo risuscitati allo splendore che avevano perduto, e di avere ricevuto una grazia nuova inesprimibile. Erano tutte come morte le cose, poiché avevano perduto la dignità originale alla quale erano state destinate. Loro fine era di servire al dominio o alle necessità delle creature cui spetta di elevare la lode a Dio. Erano schiacciate dall’oppressione e avevano perso vivezza per l’abuso di coloro che s’erano fatti servi degli idoli. Ma agli idoli non erano destinate. Ora invece, quasi risuscitate, si rallegrano di essere rette dal dominio e abbellite dall’uso degli uomini che lodano Dio».
Queste parole di Sant’Anselmo d’Aosta acquistano una più incidente e luminosa intelligibilità nella prospettiva che abbiamo cercato di delineare.
Infatti, porre la donna quale culmine della creazione – in quanto il rispecchiamento della divina fecondità, già adombrato nella scala crescente delle perfezioni del mondo inferiore, assurge nell’amore tra l’uomo e la donna alla luce della coscienza e si apre così alla comunione con Dio – mette in luce un legame tra il mondo incosciente e il mondo umano molto più profondo e coinvolgente del semplice legame tra conosciuto e conoscente, quale era tradizionalmente inteso.
Se la creazione non è che il “decadimento” – se ci è lecita l’espressione – della processione o generazione increata del Verbo nel seno della Trinità, e se questo “decadimento” si presenta poi come un’ascesa, gradino per gradino, per risollevarsi fino a raggiungere il modello primitivo, costituito dalla generazione increata, allora l’amore fecondo dell’uomo e della donna appare destinato, non solo a rivelare il volto di Dio alla creatura ragionevole, ma anche a dare il suo vero senso a tutto il creato.
Dio manifesta se stesso nello splendore della creazione, nella quale si riflette la divina causalità, non soltanto in quanto l’essere appare dal nulla, ma ancor più in quanto la vita nasce dalla vita. E quando il nascere dalla vita viene ad essere l’opera di un’amore cosciente, in questo sublime rispecchiamento della vita trinitaria fluisce tutta la precedente preparazione incosciente, che perciò nel mistero sponsale umano ritrova se stessa. Se il profumo e il decoro dei fiori sono un segno vivente della sublimità dell’amore fecondo, e se il canto degli uccelli esprime il risvegliarsi dell’istinto della generazione, spontaneamente fiori e canto vengono ad adornare le nozze dell’uomo e della donna.
Ciò significa che la «luce intellettual piena d’amore» è destinata non solo a mostrare la connaturalità dell’uomo e della donna con Dio, ma anche a porsi come vicaria del Verbo e dello Spirito a guida della creazione, ad essere, cioè, simile alla divina Sofia, che « si estende da un confine all’altro con forza» e «governa con bontà eccellente ogni cosa» (Sp 8, 1).
Se la decadenza del peccato, offuscando il mistero dell’amore cosciente e sottraendolo, così, alla luce del suo modello divino, sottomette il mondo alla sola ragione e volontà umane, rese imperfette, perché non elevate al regno dell’amore, e se, nello stesso tempo, il volto di Dio, che doveva illuminare tutto l’orizzonte del creato per mezzo dell’uomo e della donna, si oscura, la redenzione di tutto il creato passa necessariamente attraverso il ristabilimento dell’amore tra l’uomo e la donna nel suo ruolo di culmine della creazione, ovvero di scalino terminale dell’ascensione di tutto il creato dal suo iniziale “decadimento” al rispecchiamento cosciente della generazione increata.
«Illos tuos misericordes oculos ad nos converte, et Iesum benedictum fructum tuum nobis ostende».
In queste parole della “Salve Regina” viene espresso il ritrovamento di quello sguardo di amore, non offuscato dal peccato, che con il peccato di Eva e di Adamo era andato perduto, e perciò la rivelazione del vero volto di Dio all’uomo – e la perdita della visione del volto di Dio diviene causa di morte per tutto il creato: « Se nascondi il tuo volto, vengono meno, togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere» (Sl 103, 29), mentre il suo riapparire fa rifluire lo Spirito Santo creatore su tutte le crature: « Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra» (Sl 103,30). Ma, nello stesso tempo, questo mistero di amore contiene necessariamente in sé il mistero della fecondità divina, cioè della generazione eterna del Verbo dal Padre, animata dalla fiamma dello Spirito Santo. Duque la rivelazione di Dio non è completa se non nella nascita al mondo del Verbo di Dio umanato.
In questa prospettiva sapienziale, tutto il creato appare fin dall’inizio prima inconscientemente, poi, con l’apparire dell’uomo, coscientemente anelante a rivelare il volto di Dio, attraverso l’imitazione della causalità divina in sempre più alti gradi di perfezione, fino alla perfezione assoluta della generazione del Verbo nella carne.
Ciò mostra come l’amore umano(-divino) più perfetto è l’amore verginalmente fecondo di Maria, che trova il suo sublime complemento nell’amore verginalmente filiale e sponsale di Gesù. Sarà, dunque, l’amore verginale la luce umano-divina che illuminerà e redimerà dal peccato anche l’amore sponsale, umanamente e biologicamente fecondo.
Ma ogni nascita umana racchiude almeno un barlume dell’opera feconda della divina Sofia. Per questo nel bambino ancora simbioticamente unito alla madre appare sempre un riflesso di quella cooperazione del Verbo con lo Spirito Santo che abbiamo voluto esprimere con il verso dantesco «vita intellettual piena d’amore». Il progresso dello sviluppo umano, segnato dal peccato, tende a distruggere questa unità dell’opera della divina Sofia e a disgiungere la ragione-volontà dall’amore, che tende a decadere nella sua funzione biologica. Ma rimane la nostalgia per quel residuo del paradiso terrestre che si irradia nella (relativa) innocenza dell’amore adolescenziale e della vita nascente.
Per questo come le nozze umane hanno sempre cercato la benedizione del cielo, così per l’infanzia si è cercata qualche forma di consacrazione. L’uno e l’altro costume umano – adombranti un’aspirazione veritiera del cuore dell’uomo – hanno trovato la loro realizzazione nel matrimonio e nel battesimo cristiano.
Le conseguenze di questa visione sapienziale, sia per i problemi eterni dell’umanità, sia per quelli più drammaticamente attuali incominciano ormai ad apparire.