Per un rinnovamento della teologia VIII

di Don Massimo Lapponi

È universalmente noto che nella Sacra Scrittura ricorre, in diversi contesti, nell’Antico e nel Nuovo Testamento, l’immagine delle nozze tra l’uomo e la donna quale simbolo del rapporto di amore tra Dio e il suo popolo e tra Cristo e la Chiesa. Ma la comune prassi esegetica è di isolare, in qualche modo, la realtà spirituale simboleggiata dalla realtà che la rappresenta. Vi è, cioè, la tendenza a considerare il mistero dell’amore di Dio per il suo popolo e di Cristo per la Chiesa, sua sposa, come qualche cosa che, sebbene raffigurata dall’immagine delle nozze umane, non ha, tuttavia, con esse alcun rapporto sostanziale.
Le nozze umane non sarebbero che l’allegoria di una realtà spirituale e non avrebbero con essa se non un legame puramente accidentale, quale sarebbe, ad esempio, il legame tra l’episodio storico del re della Palestina, Archelao, andato a Roma a chiedere l’investitura regale, e la parabola della mine nel Vangelo di Luca (Lc 19, 12ss.), che prende questo episodio ad immagine di un insegnamento spirituale.
Ma per quanto questa prassi sia ampiamente diffusa, non credo che essa sia giustificata. Al contrario, si può a buon diritto sostenere che il mistero delle nozze umane sia coinvolto in modo sostanziale nell’economia della salvezza.
Già il racconto contenuto nel secondo e terzo capitolo della Genesi suggerisce che la creazione della donna non sia semplicemente una pennellata finale di un quadro già completo, ma sia, piuttosto, l’elemento perfettivo dell’universo creato, con il quale l’opera della creazione e della salvezza viene avviata verso il suo compimento. In questa prospettiva l’amore tra l’uomo e la donna non appare come un dato spiritualmente indifferente, bensì come un tassello indispensabile della strada che condurrà alla consumazione dell’umano destino attraverso l’incarnazione del Figlio di Dio.
Questa lettura del testo biblico appare confermata dalle parole rivolte da Dio al serpente nel cosiddetto “Protovangelo”:

«Io porrò inimicizia tra te e la donna,
tra la tua stirpe
e la sua stirpe:
questa ti schiaccerà la testa
e tu le insidierai il calcagno» (Gn 3, 15).

Come si vede, nel Protovangelo, ancor prima che una dottrina mariana, ed eventualmente come base di essa, appare con piena evidenza il ruolo sostanziale della donna nella storia della salvezza – della donna in quanto madre e dell’uomo vincitore del serpente in quanto stirpe della donna.
Sembra di poter dire che la donna, la quale doveva essere il gradino finale della creazione, destinato ad aprire la strada alla comunione dell’uomo con Dio e all’incarnazione di Cristo nel mondo, se con il peccato originale è venuta a decadere dal suo ruolo di strumento privilegiato della rivelazione divina, nello stesso tempo ha però conservato l’aspirazione a riconquistarlo, grazie al mistero di amore e di maternità che è impresso indelebilmente nel suo stesso essere.
Questo mistero sarà il più implacabile aversario del serpente, il quale, sapendolo, scatenerà una lotta all’ultimo sangue contro di esso, e quindi contro la donna. Ma la stirpe della donna, cioè l’uomo che riacquisisce la coscienza del proprio legame sostanziale con l’amore che lo ha generato – riflesso dell’amore creativo e, più ancora, generativo di Dio – sarà infine vittorioso sulle sue insidie e lo annienterà.
In questa prospettiva, che investe la donna nella sua profonda essenza, si inserisce il ruolo eccezionale di Maria, la quale, in quanto “benedetta fra le donne” e loro sublime rappresentante, porta a compimento l’aspirazione iscritta incancellabilmente nel cuore muliebre a riacquisire la propria dignità perduta. Analogamente il risveglio nell’uomo della dimensione dell’amore, sollecitato dall’amore sponsale e materno della donna, raggiunge la sua consumazione nella “stirpe” per eccellenza della donna, cioè in Gesù Cristo, figlio di Dio e figlio di Maria, il quale conferisce un carattere divino all’amore filiale, sponsale e fraterno e lo estende a tutto il genere umano.
Vi è un libro nell’Antico Testamento che, forse più di ogni altro, conferma e rafforza il ruolo non accidentale della donna e del mistero sponsale nella storia della salvezza: il Cantico dei cantici.
Secondo una tradizione rabbinica, durante una discussione sull’opportunità o meno di conservare il Cantico dei cantici nel canone biblico, si alzò il saggio Rabbi Akiba e disse: “Tutta la Scrittura è santa, ma il Cantico dei cantici è il Santo dei Santi!”
Se, dunque, è vero che il Cantico dei cantici è, in qualche modo, il cuore della Sacra Scrittura, non sarà affatto arbitrario riabilitare, assai più di quanto non si faccia abitualmente, il ruolo della donna e dell’amore sponsale quale aspetto tutt’altro che accidentale dell’economia divina.
A. Guillaumont, nella sua recensione del volume “Le Cantique des cantiques. Traducion et commentaire”, di A. Robert e R. Tournay (Paris, 1963) – in “Revue d’histoire des religions”, 167-2 (1965), pp. 197-203 – pur esprimendo il più grande apprezzamento per l’impegno di André Robert nel sostenere, con maggiore solidità dei suoi predecessori, l’interpretazione del Cantico dei cantici quale allegoria dell’amore di Dio per il suo popolo, rileva alcune forzature dell’illustre esegeta nel voler leggere in ogni aspetto del poema significati esclusivamente simbolici. A giudizio del Guillaumont, certamente il Catico dei cantici è stato accolto nel canone biblico perché molto presto se ne dette un’interpretazione allegorica, ma all’inizio esso doveva essere una raccolta di canti di ispirazione propriamente nuziale.
Se questa lettura è esatta, il sovrapporsi dell’interpretazione simbolica dell’amore di Dio per il suo popolo all’espressione spontanea dell’amore nuziale conferma il ruolo non meramente strumentale dell’immagine dell’amore sponsale nel linguaggio biblico.
In questa prospettiva è importante rilevare il senso allusivo di uno dei versetti più significativi del Cantico dei cantici: «Il mio diletto è per me e io per lui» (Cn 2, 16).
Secondo autorevoli esegeti, questo versetto non è messo a caso, ma contiene un riferimento al celebre testo della Genesi: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà» (Gn 3, 16). In quest’ultimo testo la condizione della donna riflette la punizione dopo il peccato. È lei che sente l’attrattiva verso l’uomo, il quale, da parte sua, non appare quale sposo amorevole, ma piuttosto quale dominatore. Al contrario, nel testo del Cantici dei cantici la situazione si rovescia: è l’uomo che per primo sperimenta l’amore per la sua sposa e da questo amore scaturisce un rapporto paritario di reciproca donazione. Se questa immagine si presta meravigliosamente a prefigurare la riconciliazione tra Dio e il suo popolo, non c’è dubbio che, nello stesso tempo, essa prefigura la riconciliazione tra l’uomo e la donna e la redenzione del mistero dell’amore nuziale dalla maledizione che lo aveva segnato dopo il peccato.
Venendo, ora, al Nuovo Testamento, possiamo limitarci ad un testo fondamentale, che riguarda da vicino il nostro argomento – che, del resto, appare in molti altri aspetti del messaggio neotestamentario, come, ad esempio, nel fatto, già in precedenza osservato, che il Vangelo di Giovanni, nella sua parte narrativa, si apre con una festa nuziale, e, dunque, con un sostanziale riferimenro al mistero delle nozze umane – cioè il seguente passaggio della lettera agli Efesini:
«Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.
E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa! Quindi anche voi, ciascuno da parte sua, ami la propria moglie come se stesso, e la donna sia rispettosa verso il marito» (Ef 5, 22-33).
Il fatto che San Paolo, dopo l’espressione, così pregnante, «questo mistero è grande», si premuri di aggiungere: «lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa», ha fatto sì che l’attenzione sia stata spesso troppo distratta dalla realtà nuziale, quasi che essa non fosse realmente implicata nella dottrina esposta, in questo luogo, dall’apostolo. Sembra, tuttavia, evidente che riservare l’attenzione esclusivamente al mistero soprannaturale di Cristo e della Chiesa, quasi che il sacramento nuziale avesse con esso un legame puramente estrinseco, non sia giustificato.
Non c’è dobbio, in ogni caso, che questo testo sia servito per rivalutare l’amore umano, anche nel suo significato soprannaturale. Sembra, tuttavia, che questo aspetto meriti di essere ulteriormente approfondito, mettendo in luce i suoi legami sostanziali con la cristologia e la mariologia, come stiamo cercando di fare in queste meditazioni.