Per un rinnovamento della teologia. Introduzione

di Don Massimo Lapponi

Nei precedenti articoli si è cercato di evidenziare la necessità di una teologia con alcuni tratti fondamentali, che possiamo riassumere nei sei punti seguenti:

1. la teologia, come suo carattere sostanziale, non deve essere soltanto teorica, ovvero la relazione tra la sua funzione teorica e la sua funzione pratica dovrebbe essere assai più stretta, e qualitativamente diversa, rispetto a come essa viene generalmente presentata

2. il carattere auspicato, di sostanziale interdipendenza tra la teoria e la sua influenza concreta sulla vita umana, necessariamente dovrebbe comportare un profondo rinnovamento della catechesi

3. dalla stessa fonte da cui si vuol far nascere una rinnovata catechesi dovrebbe scaturire una rinnovata e creativa azione apostolica

4. gli ambiti privilegiati di questa rinnovata azione catechetica ed apostolica dovrebbero essere la famiglia e la parrocchia, e, in una prospettiva ulteriore, la scuola e la società

5. l’ambito privilegiato in cui il rinnovamento teorico-pratico della teologia dovrebbe manifestarsi, e attraveso il quale essa dovrebbe poi irradiarsi nella sfera familiare, scolastica e sociale, è la vita consacrata, anche e “in primis” nella sua forma claustrale – e ciò implica le necessità di un rinnovamento della vita religiosa e monastica

6. come appare ovvio, la prospettiva di questa teologia rinnovata non sarebbe semplicmente di ottenere consensi da parte dei teologi di professione, ma di dare nuova vita al popolo di Dio, perché esso possa rafforzarsi, espandersi e perpeturasi nelle future generazioni

Posto che questi siano i caratteri richiesti da un rinnovamento della teologia, dobbiamo chiederci se è possibile trovare un criterio unitario che faccia come da punto di convergenza delle istanze – certamente distinte tra loro – dogmatiche, morali, catechetiche e sociali.
Questo punto di convergenza sembra mancare, o non essere sufficientemente esplicitato, sia nella teologia classica, sia in quella progressista che ad essa si oppone.
La teologia classica, almeno nella sua forma più diffusa, proponeva in prima istanza un discorso centrale su Dio, quale libero Creatore, autosufficiente in se stesso nella sua natura trinitaria. Un discorso distinto riguardava la morale, e quindi la legge divina e il peccato. Interveniva, poi, il mistero della salvezza, ottenuta attraverso l’incarnazione e soprattutto la passione, morte e resurrezione di Cristo, con un accento particolare sulla passione e morte ed il loro carattere di espiazione per il peccato. La prospettiva sostanziale della salvezza operata da Cristo era la vita eterna di là dalla morte.
A questa teologia classica in tempi relativamente recenti si è opposta una corrente fortemente critica, la quale ha rilevato sostanzialmente, in detta teologia, il difetto di porre al centro del proprio interesse il peccato come offesa a Dio e la salvezza delle anime individuali in una vita ultraterrena, trascurando l’offesa fatta all’uomo, e perciò le ingiustizie della società e delle sue strutture classiste, nazionaliste e razziste, e la salvezza come liberazione terrena dalle medesime.
Sulla base di queste accuse, la teologia progressista, nelle sue varie forme, ha voluto sostituire alla purificazione dal peccato la rivoluzione contro le ingiustizie della società e alla salvezza personale ultraterrena la salvezza come collettiva emancipazione dalle medesime. La rivoluzione in un primo tempo si poneva soprattuto sul piano politico, per spostarsi poi sempre più sul terreno morale, opponendo alla morale tradizionale la rivendicazione dei “diritti” di varie categorie che richiedevano la loro “liberazione” da condanne e discriminazioni sociali – le donne, le unioni “irregolari”, gli omosessuali, gli immigrati etc.
In questa prospettiva la persona di Cristo non era più vista – almeno nella pratica – come “Figlio di Dio” che ci ha redenti dal peccato con il valore divino del suo sacrificio, ma come ideale umano di amore incondizionato verso tutti, e quindi come liberatore dalle ingiustizie attraverso la rivoluzione socio-politica o morale.
Come abbiamo già accennato, nell’una e nell’altra prospettiva non sembra sufficientemente evidenziato un punto di convergenza che permetta un discorso teologico unitario, pur nella distinzione dei diversi ambiti in cui esso si articola.
Diciamo subito che il rinnovamento della teologia che qui si persegue si pone in continuazione sostanziale con la teologia classica, ma nello stesso tempo intende recepire quanto vi è di valido nelle istanze della teologia progressista, mostrando che ad esse si può efficacemente rispondere non stravolgendo i misteri del cristianesimo, ma ripensandoli in una luce nuova, che ne evidenzi, più e meglio di quanto non sia stato fatto in passato, l’inesauribile fecondità per la vita del mondo.
E la via maestra per raggiungere un così auspicabile risultato appare essere proprio il ritrovamento di quel principio unitario di cui si è segnalata la necessità e di cui non si può non avvertire dolorosamente l’assenza.