Per una teologia ispirata alla Regola di San Benedetto. Un invito a pastori, teologi, catechisti e fedeli (19 gennaio 2018)

«Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme» (Lc 9, 30-31).

Nell’episodio della trasfigurazione, accanto a Gesù appaiono Mosè ed Elia, nei quali sembra di poter vedere un’anticipazione profetica della figura di Cristo e della sua lotta contro il potere delle tenebre.

Mosè si trova ad affrontare un potere politico tirannico, il quale ha trasceso i limiti che naturalmente spettano al potere politico arrogandosi il diritto di sentenziare la morte di bambini innocenti. Agli occhi accecati del Faraone, infatti, un calcolo politico, in realtà illusorio e ingannevole, appare più importante delle intangibili leggi divine che sanciscono l’inviolabilità della vita umana.

Anche Elia si scontra con il potere politico, ma sul terreno propriamente religioso: la regina Gezabele, assecondata dal marito, il re Acab, ha introdotto in Israele il culto di Baal, perseguitando e uccidendo i profeti del Dio di Israele. Il popolo si è fatto traviare dalla regina e, pensado di poter conservare quella parte della religione tradizionale che in qualche modo si conciliava con il nuovo culto, aveva messo insieme una parvenza di fedeltà al Dio del Sinai con il culto di Baal e le relative pratiche. Così non aveva fastidi con la “cultura dominante”, mentre pensava di sanare tutti i conti con il Dio di Israele con un’osservanza limitata a ciò che faceva comodo. Elia poteva, perciò, legittimamente rimproverare il popolo con il suo accorato appello: «Fino a quando zoppicherete con i due piedi? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!» (1Re 18,21).

Come, dunque, Mosè opponeva al potere politico, dimentico dei suoi ambiti e dei suoi limiti, il richiamo ad osservare i principi essenziali del vivere civile, senza i quali ogni strategia politica è destinata a fallire, così Elia opponeva ad una religione che aveva abbandonato i fondamenti essenziali della legge divina per restringersi a pratiche facilmente conciliabili con il culto di Baal il richiamo all’essenza irrinunciabile della religione del Dio del Sinai.

Riflettendo su questo parallelo tra i due personaggi e sulla loro comune presenza accanto a Gesù nel suo viaggio drammatico verso la consumazione della sua lotta contro il potere infernale, mi è sembrato di poter fare un confronto istruttivo con la nostra situazione attuale. Infatti anche oggi, come nell’ambito politico è sorta la necessità di opporre il rispetto delle inviolabili leggi divine ad un potere politico che, per i suoi illusori calcoli strategici, le ha relegate tra gli “optional”, così nell’ambito teologico sorge la necessità di richiamare al rispetto dell’inviolabile sostanza della religione del Dio del Sinai e del Calvario una folla di teologi e di fedeli che, zoppicando con i due piedi, credono di fare buon gioco concedendo un contentino di facciata a Gesù Cristo, mentre nella sostanza seguono il culto del moderno Baal.

Con il desiderio di seguire, umilmente ma fermamente, l’esempio di Elia, ho pensato di proporre la formazione di una corrente di pastori, teologi, catechisti e fedeli che, senza farsi illudere dalla propaganda delle moderne Gezabele, si riconoscano esclusivamente in un cristianesimo fondato sulla verità scaturita della luce del Sinai, di Betlemme e del Calvario.

Questa verità, purtroppo, è stata a lungo offuscata dalla mediocrità e da una stanca prassi abitudinaria. Ho pensato, perciò, di proporre, come fondamento di un cristianesimo e di una teologia ancorati alle antiche fonti genuine ma vivi di vita immortale e perciò più attuali di ogni finto adattamento, una rivisitazione della vita e del pensiero cristiano alla luce del messaggio di San Benedetto. Sono convinto, infatti, che San Benedetto non è stato ancora pienamente compreso e che il suo insegnamento è della più grande attualità e può introdurrci al quel vero rinnovamento di cui tutti sentiamo il bisogno.

Con il seguente documento, dunque, scritto originariamente per uso privato e lasciato nella sua forma semplice e spontanea, mi permetto di invitare tutti i pastori, teologi, catechisti e fedeli che vi si riconoscono, a riunirci insieme per un’azione comune: l’azione profetica di Elia, scelto da Cristo stesso come testimone del suo viaggio verso Gerusalemme.

  1. Vorrei almeno accennare a un progetto che sta maturando ormai da una decina d`anni e che ora si sta estendendo dall`ambito della vita familiare, da cui era partito, ad ambiti ampi come la scuola, la vita parrocchiale, la formazione sacerdotale, la teologia. La politica non è assente, ma rimane per ora sullo sfondo. Forse conviene partire dal punto di arrivo, quello che mi si sta svelando solo ora, cioè una sorta di rinnovamento del modo di fare teologia che potrebbe in qualche modo disorientare i vari facinorosi dissacratori mostrando una sorprendente capacità di rinnovamento e di creatività nella fede tradizionale. Il progetto partì intorno al 2008 come riscoperta del valore incomparabile della Regola di San Benedetto, molto al di là della funzione organizzativa della vita monastica. Il primo passo fondamentale fu di vedere la fecondità della sua applicazione alla vita familiare. Ma ora si vede molto di più! San Benedetto, se fosse stato capito fino in fondo, avrebbe rivoluzionato tutto il modo di fare teologia! Ma non è mai troppo tardi. Prima cosa: San Benedetto non è impegnato in una costruzione di pensiero, pure se non ignora affatto l`importanza di una sana conoscenza delle cose di Dio, ma è impegnato essenzialmente a plasmare secondo una forma divina la vita quotidiana degli uomini. Meglio: poiché gli uomini vivono praticamente sempre in comune – per prima cosa in famiglia – e la vita comune determina sostanzialmente la vita individuale, egli intende conferire una forma santa, umana e cristiana, alla vita di una cominità – o famiglia. Così facendo egli porta la teologia dal cielo sulla terra.
  1. Uno spunto offerto dal versetto di un salmo: “Ai tuoi padri succederanno i tuoi figli” (Sl 44, 17). La nostra missione non è principalmente quella di fare una costruzione teologica teorica, per quanto essa possa essere importante, ma di far crescere una nuova generazione di fedeli che prenda il posto, anche ampliandolo, delle generazioni che vanno passando. Purtroppo, però, gli studi teologici sembrano sostanzialmente orientati alla teoria, quando non vanno fuori strada. Anche i nostri giovani benedettini – e da qui è nata la riflessione – studiando la teologia dei preti, finiscono per dimenticare e disprezzare la Regola di San Benedetto. Ma invece gli stessi preti diocesani dovrebbero riformare i loro studi secondo la Regola di San Benedetto! Forse plasmare la vita di tutti i giorni di famiglie, comunità, adulti, giovani e bambini e allevare un`intera nuova generazione di fedeli è una cosa così banale che non vale la pena di prepararla con uno studio immenso di tutta la vita?
  1. Si è parlato di studio. Ma di quale studio? E qui ci soccorre l`episodio cruciale della vita di San Benedetto. Il giovane Benedetto va a studiare a Roma, diciamo all`università. Ma cosa trova a Roma? Gli studenti, dopo le lezioni, si danno alla bella vita. Dunque questi sono i frutti del loro studio? È chiaro che una scuola così non serve a niente! E Benedetto fugge come dalla bocca spalancata dell’inferno, “sapientemente indotto”. Passerà anni di solitudine e di meditazione, e quando il Signore lo chiamerà a formare comunità di giovani, infine egli scrive la sua Regola. E cosa dice all`inizio? Che egli intende creare una scuola del servizio divino. Una scuola, dunque, ma ben diversa dalla scuola del mondo che si è lasciato alle spalle. Ora io domando: se Benedetto ha contestato la scuola di tutti per creare un`alternativa, di là dalle sue intenzioni, la nuova scuola alternativa valeva soltanto per pochi giovani particolari o valeva invece per tutti? Mi sembra che la risposta sia scontata: la scuola di Benedetto costituisce un`alternativa necessaria per tutti, persino riguardo agli studi teologici, nella misura in cui questi rispecchiano i difetti della scuola del mondo.
  1. Se ci affacciamo a questa sigolare scuola, la prima impressione è che ci sia ben poca cultura e, tutto sommato, anche poca spirituità. Dove sono le grandi effusioni liriche di un Sant`Agostino? San Benedetto parla degli orari della sveglia e dei pasti, del modo di ordinare i testi della preghiera liturgica, del modo di servire nella cucina e nelle altre incombenze pratiche, del modo di vestire e di parlare. Sì, parla anche dell`umiltà e della preghiera sincera del cuore, ma in fondo tutto si risolve in una regolamentazione delle ore della giornata, perché ogni cosa si faccia al modo e al tempo debito e nessuno sia turbato nella casa di Dio. Tuttavia, ad una piu` attenta riflessione viene da esclamare: e vi pare poco?! Ma ha ragione San Benedetto! La vita quotidiana non è fatta di queste cose? E se non le sappiamo vivere bene, sono inutili le effusioni liriche e le summe teologiche. Ed è chiaro come il sole che queste cose nella vita di tutti i giorni non si possono ordinare con la semplice formazione personale, per quanto accurata. Per potere sapientemente e divinamente plasmare la vita quotidiana bisogna necessariamente ordinare e governare sapientemente e divinamente la vita comune, come del resto avevano fatto gli apostoli.
  1. Considerando attentamente la Regola e tutto lo sviluppo della tradizione benedettina, cosa abbiamo scoperto? Che per ordinare sapientemente una comunità e una famiglia sono necessarie certamente per prima cosa tutte le virtù pratiche, come la carità, la generosità, l`abnegazione, ma non basta. Dopo la trasformazione dei cuori attraverso l`umile servizio reciproco, quante abilità lavorative, quanta scienza, quanta profonda conoscenza delle cose umane e divine bisogna infondere nella vita familiare di tutti i giorni! La laureata che crede di mortificare i suoi talenti a fare la casalinga non capisce che per governare una “domus”, che sia nello stesso tempo una “domus romana” e una “domus Dei”, di lauree ce ne vorrebbero una ventina! Questa scoperta ci ha portato qualche anno fa a progettare e poi a realizzare una scuola per le famiglie online. E gli insegnamenti che abbiamo ritenuto necessari sono dodici – per questo l`abbiamo chiamata “La corona di dodici stelle”. Vi si può accedere tramite il seguente link:

http://www.abbaziadifarfa.it/formazione.asp

  1. Vediamo quali sono: architettura, abilità pratiche, abilità artistiche, risparmio e cura dell`ambiente, cura di piante e animali, cucina, gioco manuale, musica e canto, poesia e letteratura, calligrafia e scrittura artistica, formazione religiosa e sua trasmissione ai più piccoli, carità e solidarietà familiare e sociale. Niente male! Ma quello che sta venendo in luce solo ora è che questa scuola, pensata modestamente per le famiglie, è per prima cosa una provocazione rispetto all`inadeguatezza della scuola pubblica, e inoltre è una provocazione anche rispetto all`inadeguatezza della scuola teologica e della vita parrocchiale, che ne è condizionata. Partiamo dall`osservazione che mi ha fatto recentemente il confratello Don Giulio: ai sacerdoti non si insegna alcun senso estetico. Per questo poi nella liturgia si introducono le cose peggiori. Allora è inutile fare un “motu proprio” sulla liturgia antica! Ma nella nostra scuola è previsto proprio un insegnamento di architettura, di abilità artistiche, di musica, di letteratura, di scrittura artistica! Vedremo in seguito altri aspetti per cui la nostra scuola appare come un modello per una scuola teologica e per una vita parrocchiale totalmente rinnovate.
  1. Notiamo, intanto, l’indirizzo pratico e rivolto alla vita comunitaria e familiare di questi insegnamenti. Non si tratta, cioè, di diventare architetti o musicisti professionali, ma di imparare a saper collocare e arredare con sapienza gli spazi della casa perché vi si possa svolgere convenientemente la vita secondo un progetto sano e santo, e di essere in grado di guidare i propri figli all’apprezzamento della musica veramente degna di questo nome, come pure di saper realizzare un canto sacro e profano che sia realmente gradevole e favorisca l’elevazione dei sentimenti. E, come è ovvio, queste abilità non sono fini a se stesse, ma devono essere animate dallo spirito di umiltà e di servizio finalizzato a formare una “stirpe santa” che condivida una vita gioiosa nel servizio di Dio: “schola dominici servitii”.
  1. Ma procediamo con ordine. La scuola del servizio divino non incomincia, propriamente, con la “cultura”, ma vi arriva “dal basso”. Per capire meglio questo punto, ricordiamo che, nella vita religiosa, durante il noviziato – cioè l’anno di preparazione all’ingresso ufficiale nella vita monastica, che avviene con la professione – sono proibiti, di regola, gli studi umanistici. Ciò significa che non bisogna mettere i novizi a studiare materie scolastiche – a parte quelle nozioni necessarie per la preghiera, per la conoscenza della Regola e della sua fecondità nella vita del mondo o per qualche servizio particolare – perché il massimo dell’impegno deve essere concentrato sullo scopo essenziale dell’anno di noviziato: la formazione delle virtù necessarie ad una vita santa, cioè l’umiltà, lo spirito di servizio, il lavoro assiduo e faticoso, l’abnegazione, la vittoria sul propro egoismo e sul proprio comodo, l’amore fraterno fattivo e generoso e, ovviamente, come fondamento di tutto, lo spirito di preghiera e l’amore a Gesù, accompagnato dall’imitazione delle sue virtù, e specialmente della sua accettazione della croce in filiale obbedienza al Padre. Su queste virtù si fondano, nella loro sostanza, l’amore fraterno e la solida vita comunitaria. Tutto il resto, cioè le necessarie competenze e abilità, devono germogliare da questo “humus” per essere ciò che devono realmente essere. Altrimenti esse divengono necessariamente causa di presunzione e di rivalità e non di rado, per non dire sempre, la caricatura di se stesse.
  1. Ma la stirpe santa che germoglierà da questo “humus” fecondo avrà poi bisogno di tutte le dodici stelle, le quali si integrano l’una con l’altra e non possono brillare con tutto il loro splendore isolatamente. Prendiamo la stella più importante, cioè l’undicesima: la formazione religiosa e la trasmissione della fede ai più piccoli. È quella che chiameremmo più propriamente la “teologia”. Un tempo, giustamente, essa era considerata la “regina delle scienze”. Come mai oggi è diventata una misera specializzazione intellettualistica, isolata da tutto il resto? Forse perché non germoglia dall’“humus” dell’umiltà benedettina e non è sentita come la sapienza architettonica che deve plasmare la vita quotidiana della comunità familiare, monastica, parrocchiale nella luce di Dio. Ma se per plasmare così il popolo di Dio sono necessarie tutte le dodici stelle e se l’undicesima deve illuminarle tutte con la sua luce celeste, non dovrebbe il sacerdote essere formato come un saggio abate capace di animare e far crescere la casa di Dio regolando santamente e sanamente ogni aspetto della vita comune, piuttosto che come uno specialista di nozioni particolari, avulse dalla vita e isolate da ogni virtù, abilità o cognizione necessarie al buon regolamento della vita umana?
  1. Lo svolgimento della fede nell’undicesima stella è determinato dall’esigenza primaria della sua trasmissione ai più piccoli. Infatti la generazione della vita e la sua illuminazione con la luce divina sono un tutt’uno. Per questo al centro delle riflessioni dell’undicesima stella vi è la sublime realtà dell’amore fecondo degli sposi e della sacralità della generazione della vita. E il libro della Genesi non si apre forse con la celebrazione di queste opere di Dio, che costituiscono il culmine della creazione e nello stesso tempo il salto qualitativo che porta tutta la natura creata, attraverso la coscienza e l’amore dell’uomo e della donna, verso la comunione con il Creatore? In questa prospettiva Dio rivela il suo volto in modo eminente, al di sopra dell’ordine naturale, tramite la coscienza e l’amore della creatura umana, e se la realtà tragica del peccato originale e delle sue conseguenze attraverso la storia, fino ai nostri giorni, viene a sconvolgere il meraviglioso poema dell’amore, essa non infrange il piano divino che, già dall’eternità, ha preordinato che il primo vagito del figlio dell’uomo e della donna contenesse in sé il presentimento e la promessa della generazione del Figlio di Dio nella carne. Così l’intangibilità del mistero dell’uomo e della donna, riflesso luminoso della vita intima della Trinità, e della vita umana da loro generata, riflesso sublime dell’incarnazione di Cristio, si impone fin dall’inizio del discorso della fede e si intreccia con le vicende quotidiane di ogni famiglia umana.
  1. Ma se il mistero dell’uomo, della donna e della loro progenie, avvolto dalla luce della coscienza e dell’amore, riflette tutto il creato e gli dà il suo senso, ogni realtà viene assunta dalla vita quotidiana della famiglia umana per celebrarne la bellezza e per dar lode al Creatore. Se il canto degli uccelli esprime il misterioso richiamo della generazione, il canto umano e la musica che ad esso si ispirano naturalmente accompagnano l’espressione dell’amore e la celebrazione delle nozze dell’uomo e della donna. E il linguaggio, che ci è donato per dar voce al creato, ai nostri sentimenti e alla lode di Dio, non trova nella poesia la sua più connaturale espressione? Dunque le stelle relative alla musica e alla letteratura, come tutte le altre – in primis quella, oggi giustamente molto sentita, della carità e della solidarietà sociale – fanno da necessario corteggio alla stella della fede e della sua trasmissione.  «Tutta la creazione assumeva da capo, nel suo genere, nuova forma, obbedendo ai tuoi comandi, perché i tuoi figli fossero preservati sani e salvi» (Sp 19, 6). Ma un sacredote che non ha gusto e conoscenza della vera musica e non sa distinguerla dalla sua degenerata contraffazione, o che non cura l’espressione della lingua e magari si abbandona al linguaggio imbarbarito oggi diffuso, o che non sa gestire nella pratica un’efficace operosità caritativa – e lo stesso discorso vale per tutte le altre cose – come potrà essere il saggio abate che fa crescere il suo gregge nella casa di Dio, dove ogni cosa è data e ricevuta nel modo e nel tempo debito e dove nessuno si turba e si rattrista? E chi distribuirà alle famiglie il pane di San Benedetto, cioè le dodici stelle necessarie ad allevare la nuova stirpe santa perché possa proseguire ed espandere nel mondo la rigenerazione del genere umano?

di Don Massimo Lapponi

 

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