Perché i gay si vestono da donna?

(inedito)

E’ interessante vedere, nelle parate dei day pride, un variegato popolo di gay travestiti da donna, che, con i loro abiti provocanti e con i loro attegiamenti osés, cercano evidentemente di ostentare il loro vero o presunto sex appeal. Il loro tentativo di imitare le donne vere può essere giudicato ridicolo, ovvero patetico, ma in ogni caso rimane quello che è: una del tutto involontaria ma apodittica auto-confutazione dell’ideologia del gender.
Quest’ultima infatti parte dal presupposto che tutto ciò che la mentalità tradizionale ha assegnato alla donna, ovvero all’uomo, come proprietà naturale qualificante, non è in realtà che un’artificiale costruzione culturale e sociale, a cui la differenza biologica non offre alcun reale fondamento. Quest’ultima poi non è che un fatto casuale sul quale l’uomo può liberamente intervenire per ottenere di essere ciò che desidera, o ciò a cui più si sente inclinato.
Ma cosa si desidera o a cosa ci si sente inclinati? Se i parametri tradizionali e i ruoli in cui essi si esprimono sono soltanto artificiali costruzioni socio-culturali, non si vede proprio perché uno dovrebbe desiderare di esse “donna”, o “moglie”, o “marito”, o “padre, o “madre”. Tutti questo ruoli fanno sempre riferimento ai concetti biologico-culturali tradizionali. Il gay che si traveste da donna è come se dicesse: vorrei essere una donna come lo sono e lo sono state le donne di sempre, e perciò vorrei avere il loro sex appeal, essere desiderata e amata da un uomo, essere moglie, avere figli, essere chiamata madre. E’ questa la mia inclinazione.
Analogamente la lesbica che si traveste da uomo è come se dicese: vorrei essere un uomo, esercitare una professione virile, farmi valere per le mie qualità soldatesche e imprenditoriali, esercitare la relativa attrattiva sessuale sulle donne, amare una donna dalle belle forme, essere marito, padre. Questa è la mia inclinazione.
Che sia così lo dimostra anche la rivendicazione dello stato matrimoniale da parte dei gay. Infatti la legislazione inglese si sta arrampicando sugli specchi per poter assegnare anche a un uomo la qualifica linguistica “wife” e anche a una donna la qualifica linguistica “husband”. E lo stesso vale per le parole “mother” e “father”.
Che i matrimoni gay siano veri matrimoni, o che siano degli scimmiottamenti del vero matrimonio in questo contesto conta poco: in ogni caso quello che, con questi matrimoni, si vuole ottenere non è che una riaffermazione dei ruoli socio-culturali tradizionali. E’ evidente che tutto ciò non è che una involontaria dimostrazione che detti ruoli non sono sentiti affatto come artificiali costruzioni socio-culturali, meno che mai da quelli che affermano di considerarli tali.
Se infatti essi fossero coerenti con l’ideologia del gender, dovrebbero rifiutare ogni riferimento a detti ruoli e caratteri. Anziché da donne o da uomini dovrebbero travestirsi ad esempio da cocodrilli, ovvero da elefanti, o ancor meglio dovrebbero inventare qualche fantasmagorica specie di alieni plurisessuali o asessuali o ipersessuali o iposessuali o che so io.
E poi perché parlare ancora di matrimonio? Non è fin troppo evidente che il matrimonio è l’espressione più eloquente e completa dell’accettazione indiscussa dei ruoli socio-culturali tradizionali? Nel matrimonio infatti trionfano i concetti di sposo, sposa, padre, madre, reciprocità, responsabilità, impegno di fedeltà etc. Quando mai l’ideologia del gender potrebbe farsi carico di simili concetti antidiluviani? Se la vita sessuale deve potersi esprimere in una libera creatività, perché reinventarsi nuove etichette come (uomo)-wife e (donna)-husband, con tutto il codazzo di doveri annessi e connessi? Sarebbe invece logico e conseguente che si abolisse semplicemente l’istituto matrimoniale e che ognuno esercitasse la propria creatività senza alcuna oppressiva normalizzazione.
In modo analogo, se ormai la maternità-paternità “naturale” à riconosciuta come niente affatto naturale, ma soltanto come costruzione socio-culturale, e se i bambini si possono ottenere senza un diretto coinvolgimento psico-fisico di due persone umane diversamente sessuate, ma possono legittimamente essere il risultato di esperimenti di laboratorio, perché poi ambire al titolo antiquato di “genitori”? Perché inventare i termini “genitore” 1, “genitore” 2, “genitore” 3? E perché parlare di “adozione”? Queste espressioni nascondono sentimenti pericolosamente nostalgici e potrebbero domani causare qualche rigurgito reazionario di affettività paternalista.
L’unica soluzione logica, volendo restare in una idelogia del gender imposta per decreto legislativo a tutta la società civile, sarebbe di svincolare definitivamente la produzione dei nuovi esseri umani da ogni relazione con gli antichi modelli di “padre” e di “madre” e di assegnare il compito della loro formazione socio-lavorativa ad istituti statali. Ciò otterrebbe il duplice risultato positivo di liberare definitivamente l’esercizio della sessualità dal suo vecchi legame socio-culturale con la generazione e di togliere agli esseri umani di libero genere ogni residuo di riferimento sentimentale ai concetti reazionari di “padre”, “madre”, “figlio” e “figlia”.

(di D. Massimo Lapponi)

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