Poesia e verità (Dichtung und Wahrheit)

«O voi elfi dei colli e dei ruscelli e degli stagni e delle caverne, e voi che sulle sabbie senza lasciare impronta trascorrete dietro Nettuno quando si ritira e innanzi a lui fuggite se si avanza, e voi gnomi che al chiar di luna disegnate di quei cerchi, danzando, che fan l’erba amara dove più non bruca il gregge, e voi cui solo passatempo è fare nascere i funghi a mezzanotte e tutti vi rallegrate udendo il coprifoco solenne, siete assai deboli spirti e pur col vostro aiuto ho oscurato il sole ardente nel meriggio ed evocando i ribelli venti ho spinto ad aspra guerra il verde mar contro l’azzurro cielo. Ho acceso la folgore urlante e l’alta quercia ho colpito con la fiamma stessa di Giove e i saldi promontori ho scosso ed il cedro e l’abete ho capovolto. Le tombe al mio comando hanno svegliato i dormienti e per virtù della mia arte si sono aperte e li han lasciati liberi. E pure a questo incantamento rinuncio e dopo che avrò ancor richiesto qualche celeste musica – ed è quello che sto facendo – per operar sui loro sensi, che è quanto ha perseguito il mio aereo inganno, romperò per sempre la magica bacchetta, molte braccia sotto terra celandola e fin dove ancor non è disceso lo scandaglio affonderò il mio libro».

È questo il celebre discorso con cui Prospero, protagonista de “La tempesta”, rievoca la potenza della propria arte magica nel momento in cui decide di rinunciarvi per sempre, dopo avere ottenuto, con essa, i suoi scopi benefici.
“La tempesta” è considerata l’ultimo dei maggiori drammi di Shakespeare, ed è spontaneo vedere rappresentato, nel personnaggio di Prospero, lo stesso poeta, il quale, giunto alla fine della sua carriera, nella quale con la sua poesia ha suscitato un meraviglioso mondo fantastico, rinuncia alla sua arte e si ritira in silenzio in attesa della morte.
Questo congedo poetico di Shakespeare dal suo pubblico ha un profondo significato, che è importante mettere in luce.
Già nel più giovanile “Sogno di una notte di mezza estate” il poeta aveva opposto al mondo “diurno” della cruda realtà della vita il mondo “notturno” degli elfi, delle fate e delle altre creature che popolano la scena dopo il calar del sole. Ma già allora il mondo di sogno delle fate e dei folletti era apparso assai meno irreale di quanto si potrebbe pensare a prima vista. Infatti gli esseri fantastici che lo compongono finiscono per influire sui sentimenti dei personaggi e per mutare, così, il loro destino
Può essere irrale un mondo che agisce in modo così determinante sulla vita degli uomini?
“Sogno di una notte di mezza estate” secondo i critici appartiene alla prima fase dell’opera di Shakespeare, nella quale il poeta, pur sempre cosciente degli aspetti tragici della vita, si mostra, tuttavia, sostanzialmente ottimista e portato a cantare, di là dagli eventi più dolorosi, gli aspetti luminosi dell’esistenza.
A questa prima succede la seconda fase, tragica e pessimista, rappresentata dai suoi drammi maggiori: “Amleto”, “Otello”, “Macbeth”, “Re Lear”.
Qui non sembra esservi posto per la giocondità della vita e tutto il campo appare occupato dalla cruda realtà “diurna”, sulla quale incombe inesorabile l’ombra della passione, del delitto e della morte.
Infine, nella terza fase dell’opera shakespeariana, la cui ultima grande espressione è, appunto, “La tempesta”, riappare, anche se con toni “purgatoriali”, la serenità dello sguardo del poeta, il quale, pur contemplando con amarezza il male che è nel mondo, lo trascende attraverso scene di redenzione, di pacificazione e di perdono.
Ne “La tempesta” questa redenzione dal male avviene tramite l’arte magica di Prospero, il quale suscita tutta una serie di eventi misteriosi per riportare al pentimento, e quindi a un buon fine, il fratello Antonio, che aveva usurpato il suo trono, e il re di Napoli, suo alleato. L’ultimo incanto che egli chiede alla sua bacchetta magica, prima di separarsi per sempre da essa, è «qualche celeste musica (…) per operar sui loro sensi» e così convertirli al bene.
Certamente in tutti i prodigi operati da Prospero, e soprattutto in questa «celeste musica», possiamo vedere raffigurata la stessa poesia di Shakespeare, che, con il suo incanto, riesce a trasfigurare i sentimenti, e perciò i destini, degli uomini.
È vero che anche ne “La tempesta” affiora un certo pessimismo, quando il poeta si rammarica che il suo incanto non sia riuscito ad operare sulle nature più corrotte. Parlando, infatti, del malvagio schiavo Calibano, Prospero esclama, scuotendo il capo:
«Egli è un demonio, un demonio la cui natura mai potrà modificarsi e sopra il quale tutte le umane mie cure son state perse. Il suo corpo, con l’età, più brutto diventa e la sua mente incancrenisce».
Ma il pessimismo sfuma nel pensiero che quello che a noi sembra sogno, è invece la vera realtà, mentre questa nostra vita “diurna”, che consideriamo così vera e concreta, non è che un attimo passeggero:
«Noi siamo tessuti con la stessa trama dei sogni e la nostra piccola vita è circondata dal sonno!».
Certamente per la maggior parte degli uomini il mondo “diurno” è il vero mondo, mentre il mondo “metafisico” e “notturno” della poesia non è che una vana illusione.
Ma non è così per il poeta! Egli vede più a fondo del comune sguardo volgare e sa che la sua arte risveglia realmente nel cuore degli uomini la nostalgia per una vita migliore, in cui non regna la bestialità di Calibano, ma la grazia dell’innocente Miranda.
Anche nelle grandi tragedie del secondo periodo, sebbene in esse venga descritto soltanto il crudele trionfo del male, dell’egoismo, del delitto e della morte, segretamente agisce la redenzione operata dalla bacchetta magica del poeta.
L’innocente Cordelia del “Re Lear” soccombe alla malvagità delle sue sorelle Regana e Gonerilla e del crudele Edmondo e non appare alcun segno di redenzione su questa terra.
«La mia innocente pazzerella è strangolata!» esclama disperato Re Lear prima di morire egli stesso. «Niente, niente vita! Perché dovrebbe un cane, un brocco, un topo avere vita, e tu neppure un soffio?… Tu non tornerai più, mai più, mai più!».
Dunque solo nel cielo è relegato il premio della bontà? No!
La magia del poeta compie un’opera di redenzione già su questa terra! Cordelia «non tornerà più, mai più»? O tornerà, invece, infinite volte sotto gli occhi dello spettatore o del lettore di Shakespeare, descritta divinamente nella sua intramontabile santità da un solo magico, indimenticabile verso del poeta?
Con le sue prime parole ella si presenta, e con esse rimane scolpita nel cuore degli uomini attraverso i secoli:

«What shall Cordelia speak? Love and be silent!»

Non si può tradurre senza sciuparla questa «celeste musica» suscitata dal tocco di bacchetta magica del vero Prospero, con la quale egli «opera sui nostri sensi» una redenzione più grande del delitto di Edmondo, Regana e Gonerilla e muta, così, sostanzialmente il destino del genere umano.
Certamente il crudo mondo “diurno” crederà di dominare indisturbato attraverso i vari Creonte, Iago, Edmondo, ma invece esso è destinato a soccombere sotto il potere della magia “notturna” del canto di Antigone, di Desdemona e di Cordelia.
Ad un livello ancora più altro, il Faraone, Erode, Caifa pensavano di dominare senza rivali questo nostro mondo terreno, senza capire che «con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza contro i tuoi avversari, per ridurre al silenzio nemici e ribell» (Sal 8, 3), e che «quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32).
Nuovi emuli di Creonte, di Iago, di Edmondo, del Faraone, di Erode, di Caifa appaiono periodicamente sulla scena della storia. Cambiano divisa, ma fanno parte sempre della stessa armata: l’armata che disprezza e irride il mondo “metafisico” della coscienza umana e crede soltanto nella propria “Realpolitik”. Ma quanto sia poco “reale” la loro politica lo dimostra l’immenso grido che la silenziosa voce di un bambino ha saputo risvegliare in milioni di anime.
Certamente, Calibano sarà sempre incorregibile, ma non spetta infine a lui il governo dell’isola, bensì alle schiere incalcolabili la cui coscienza è stata segnata in modo indelebile dalla «celeste musica» sgorgata dalle labbra silenziose di Cordelia, del Bambino di Betlemme, del piccolo Charlie.

di Don Massimo Lapponi