Profilo della Madre Anna Maria Canopi

a cura delle monache benedettine dell’Abbazia Mater Ecclesiae

Nata il 24 aprile 1931 Rina, questo il suo nome di battesimo, nasce a Pecorara, nel Piacentino, in una famiglia numerosa e profondamente credente. Con la famiglia si sposta a Montalto Pavese. Poi gli studi superiori a Pavia, dove soggiorna anche durante gli anni dell’università. Risale a quegli anni l’amicizia con il teologo don Cesare Angelini, rettore dell’Almo Collegio Borromeo. Si laurea in Lettere alla Cattolica di Milano. La guida spirituale di monsignor Aldo Del Monte, che diventerà vescovo di Novara, l’aiuta a maturare la vocazione monastica. Entra nell’abbazia benedettina dei Santi Pietro e Paolo di Viboldone il 9 luglio 1960 avendo già alle spalle un’esperienza di responsabilità verso gli altri come assistente sociale presso un centro di tutela minorile e anche… un profondo amore alle belle lettere e alla poesia. Lasciando tutto, si consegnò come discepola a chi aveva il compito di formarla alla vita monastica nella «scuola del servizio del Signore». Le tappe si susseguirono regolarmente: il 14 aprile 1961 Rina Cànopi fu ammessa al Noviziato canonico e ricevette il nome nuovo di Anna Maria; il 13 maggio 1962 emise i primi voti, il 30 maggio 1965 i voti perpetui solenni.
Se durante gli anni di noviziato aveva svolto diversi servizi in stamperia, nel laboratorio di ricamo, in guardaroba e stireria, con la professione solenne si susseguirono ininterrottamente lavori da scrivana. La “penna” diventò il suo principale strumento di lavoro: quella penna che aveva pensato di lasciare fuori dalla clausura, il Signore gliela rimise in mano, per non togliergliela più fino agli ultimi, ultimissimi giorni. Le fu affidato il compito – richiesto dalla Curia di Milano – dello spoglio e della schedatura della corrispondenza del Card. Ildefonso Schuster; poi si dedicò per l’Azione Cattolica alla preparazione dei sussidi per la catechesi; in seguito, la Conferenza Episcopale Italiana chiese la collaborazione alla revisione della nuova versione della Bibbia e alla preparazione dei nuovi libri ufficiali della sacra Liturgia.
Arriviamo così al 1973: l’anno della chiamata nella chiamata. Rispondendo alla richiesta rivolta alla comunità monastica di Viboldone dal vescovo di Novara, Mons. Aldo Del Monte, di fondare un monastero sull’Isola San Giulio, per custodire e vivificare l’antichissimo patrimonio di fede, con altre cinque sorelle, per fede, partì dall’amata Abbazia e approdò alla sperduta isoletta, allora quasi deserta. Era l’11 ottobre e il nascente monastero fu dedicato a Maria, «Mater Ecclesiæ», titolo mariano introdotto da Paolo VI durante il Concilio Vaticano II. Il giorno successivo, alla presenza del Vescovo Mons. Del Monte, venne eletta Priora e iniziò quell’avventura che mai si sarebbe immaginata. D’altronde non era nel suo carattere fare grandi progetti, ma piuttosto essere totalmente attenta al momento presente con un «eccomi» continuamente ripetuto alla volontà di Dio, che si manifesta nell’ordinarietà.
Per fede, con la preghiera e il lavoro, gli antichi e… cadenti edifici vennero adattati alla vita monastica, sempre sotto la spinta dell’urgenza, perché il Signore benediceva la piccola, coraggiosa comunità e al primo nucleo si aggiunsero ben presto nuove sorelle decise a servire il Signore nel silenzio e nella solitudine. Gli anni di fondazione furono carichi di tanta, sovrabbondante grazia e l’Isola deserta diventò ben presto oasi di ristoro per molti cercatori di Dio, bisognosi di luce e di conforto che sentivano di poter ricevere condividendo il silenzio e la preghiera della comunità. A motivo del suo rapido sviluppo, il priorato «Mater Ecclesiæ» già nel 1979 fu eretto ad abbazia e il 9 luglio il Vescovo Aldo Del Monte la riconfermò, con la benedizione abbaziale, nel servizio di maternità assunto fin dall’inizio della fondazione.
Con piena dedizione, la Madre svolse il servizio dell’ascolto e della “parola”, con la lectio divina quotidianamente offerta durante la Liturgia cui diede in assoluto il primato, con gli scritti e con una vastissima corrispondenza, sempre scritta a mano, anche quando, avanzando negli anni, questo le costava non poco sacrificio per i dolori articolari e per gli occhi che faticavano a vedere… Gracile di costituzione, non godette mai ottima salute, a partire da quando, prima del suo ingresso in monastero, il medico di famiglia si chiedeva se poteva onestamente rilasciare l’attestato di “sana e robusta costituzione”. Ed ella prontamente: «Sì, perché il Signore è la mia forza». E lo fu realmente, innanzitutto nella guida della comunità che crebbe fino a dar vita a due priorati e a portare aiuto ad altri monasteri; lo fu anche nelle dure prove fisiche, che non le mancarono mai, ma che sempre attraversò come un ramoscello che si piega senza spezzarsi alle raffiche del vento e poi si rialza, rafforzato nel suo vigore. Quanto peso hanno portato le sue spalle, silenziosamente! E noi ci sentivamo pecorelle al sicuro, sempre ricercate nei nostri smarrimenti, sempre sollevate dalle nostre cadute, sempre accolte con instancabile misericordia e grande speranza.
Lentamente l’abbiamo vista incurvarsi, indebolirsi, far fatica a camminare… Lo scorso anno, il mattino del Lunedì Santo – 27 marzo – non è riuscita a venire in Coro per mattutino. Di giorno in giorno l’abbiamo vista aggravarsi e, non senza nostra sorpresa, il Giovedì Santo, raccogliendo tutte le sue forze, è scesa in Capitolo per il rito della lavanda dei piedi. In ginocchio, con gesti di rara intensità nell’estrema debolezza ha lavato e baciato i piedi a dodici sorelle, come a dire all’intera comunità. Poi, ha voluto consumare la cena pasquale con noi in refettorio: gesto delicatissimo di chi sa che potrebbe essere davvero l’ultima cena. Al mattino di Pasqua è ancora venuta in Capitolo per il consueto scambio degli auguri. Ma in quel momento non era “consueto”: è stato un dono inatteso che ha, per così dire, moltiplicato la gioia pasquale. Gioia purissima, unita a grandissima trepidazione. Noi tutte abbiamo temuto che stesse per lasciarci. Solo Lei – e noi quasi pensavamo fosse ignara della sua situazione – si stupiva della nostra trepidazione e parlava di vita e di giovinezza. Il giorno del suo compleanno, 24 aprile, i primi segni di ripresa, lenta ma visibile, pur nella continua debolezza che non la lascerà più.
In quei mesi ha maturato nel suo cuore il suo motto abbaziale, vero specchio della sua vita – humiliter amanter, umilmente amando – e il motto della nostra Comunità, altro dono prezioso e indicazione di vita: Funda nos in pace. Con lei abbiamo ancora vissuto la bella festa del 45º di fondazione (11 ottobre), i commoventi momenti dell’elezione e benedizione abbaziale (9 novembre e 10 febbraio): davvero ci siamo sentite fondate nella pace.
Ma ormai le condizione della nostra «Madre Fondatrice» – il nostro intrepido Mosè con le braccia della preghiera sempre levate – si facevano sempre più critiche e l’affaticamento sempre più grande. Ormai cominciava a sentire che giungeva la sua “ora”. Non poteva più respirare senza l’ossigeno, ha avuto bisogno di essere assistita giorno e notte, meglio notte e giorno, perché era la notte ad intimorirla di più. E la nostra presenza accanto a Lei le dava sollievo.
Fino all’ultimo, ha seguito tutte le celebrazioni dalla sua cella, sempre unita con la comunità, sempre presente con il cuore e con l’offerta della sua sofferenza. La sera del 20 marzo abbiamo comunitariamente recitato il santo Rosario accanto a Lei. Si vedeva che andava declinando. Ma ha ancora ascoltato tutta la Liturgia della festa del Transito di San Benedetto, dalle Vigilie fino alla santa Messa. Poi…, mentre tutte eravamo radunate, il Signore l’ha chiamata e Lei ha risposto, dolcemente, molto dolcemente, il suo ultimo Eccomi, quell’Eccomi di piena e dolce disponibilità con cui era solita rispondere ad ogni chiamata, perché sempre riconosceva la voce del Signore.
Secondo il desiderio espresso in una delle sue ultime preghiere, si tenne «pronta per il nuziale incontro». Le sia concesso, chiusi gli occhi alla luce di questo mondo, di trovarsi immersa nella luce beatificante di Dio a contemplarne il Volto in tutto il suo splendore.