Proposte per una formazione monastica non limitata al noviziato canonico

di Don Massimo Lapponi

I fondamenti della vita monastica non sono particolarmente presi in considerazione nei comuni corsi di teologia. Quale, dunque, dovrebbe essere esattamente e dettagliatamente la formazione, anche teologica, da conferire ai giovani benedettini fin dall’inizio della loro vita religiosa e poi nel corso degli anni successivi al noviziato?
Avevo già osservato, in altra sede, che i nostri giovani, studiando la teologia dei preti, si allontanano dalla formazione ricevuta, spesso in modo insufficiente, durante il noviziato. A questa osservazione di principio ora bisogna far seguire un programma preciso, che realizzi veramente quella teologia ispirata a San Benedetto di cui ci stiamo occupando nel nuovo sito “Rinnovamento benedettino”.
Molti anni fa avevo già pensato di impostare gli studi monastici in modo originale e scrissi anche un articolo su questo argomento, che fu pubblicato nella rivista “Benedictina” (1995). Quello che allora mi sembrava necessario era di presentare la nascita e lo sviluppo della vita monastica non come un fatto isolato, ma come un elemento essenziale della storia della Chiesa. E dato che i tratti essenziali della presenza della Chiesa nel mondo – organizzazione gerarchica, azione caritativa, teologia, liturgia, architettura, iconografia etc. – furono elaborati in modo esemplare nell`età patristica, mi sembrava necessario far rientrare tra le forme essenziali della vita della Chiesa nei primi secoli della sua storia, accanto alle altre, anche il monachesimo. Detto articolo potrebbe costituire il punto di partenza del nostro programma.
In questa ampia prospettiva andrebbe collocato lo studio della Regola, e ciò dovrebbe facilitare il compito di chiarirne il senso e di mostrarne gli sviluppi storici e le problematiche attuali. Da queste si dovrebbe partire per svolgere un programma diversificato.
Proviamo ora a fare una lista, almeno provvisoria, di materie di studio della nostra scuola, divise per i diversi ambiti, e a illustrarne i caratteri:
PREGHIERA LITURGICA

Studio biblico, soprattutto dei salmi.
Sviluppo della liturgia, specialmente nell`età patristica.
Lingua latina.
Musica e canto gregoriano e polifonico.

IL MONACHESIMO NELLA STORIA E NELLA VITA DELLA CHIESA

Il nascere e lo svuppo del monachesimo nella storia della Chiesa.
Importanza dell`età patristica per la costituzione dei tratti essenziali della Chiesa, tra cui il monachesimo.
La regola di San Benedetto.
Storia monastica.
Problematiche attuali

LA PRATICA QUOTIDIANA DELLA VITA MONASTICA E LA FORMAZIONE CHE ESSA RICHIEDE
Le materie che abbiamo indicato nei punti precedenti sono certamente importanti. Ma non dobbiamo dimenticare che il monastero stesso è una scuola, come dice San Benedetto, ma è una scuola diversa da quella del mondo. In questa scuola non ci si propone principalmente di acquisire delle scienze e di confermare ufficialmente l`acquisizione ottenuta con un titolo di studio. Ciò che bisogna principalmente acquisire è l`habitus della vita virtuosa esercitato nella vita quotidiana della cominità. Perciò in questa scuola non ci sono propriamente aule separate dagli ambienti comuni: è nella pratica della vita ordinaria che si acquisiscono e si esercitano le virtù. E non bisogna credere che sorgano inconvenienti dal fatto che gli allievi della scuola vivano insieme a chi già è formato. Infatti in questa scuola tutti sono sempre allievi e non si arriva al “diploma” se non nella vita eterna. E poiché nessuno vive solo e l’ambiente in cui si vive influisce in modo determinante sulla condotta personale, è necessario che le lezioni di vita cristiana abbraccino tutti e diano un’impronta di santità alla vita comune.
Perciò, contrariamente a ciò che si crede, e che spesso si è creduto anche negli stessi monasteri, i religiosi che vanno ad insegnare nelle scuole ordinarie non sono monaci di una categoria superiore, ma, al contrario, nella misura in cui si sottraggono alla vita comunitaria quotidiana e alle sue “lezioni”, rischiano di peredere qualcosa della loro identità.
Le lezioni fondamentali di questa scuola riguardano la pratica dell`umiltà e della carità servizievole, che si esercita nel mettere le proprie membra e la propria presona, specialmente quando ciò richede fatica e pazienza, a servizio dei fratelli, della comunità e delle opere che essa intraprende a vantaggio della Chiesa e della società. La via maestra insegnata da San Benedetto per acquisire questa umile e docile disponibilità a servire con il sacrificio di se stessi è l`obbedienza. Così, attraverso l`obbedienza e la generosa abnegazione, il monaco diviene imitatore di Cristo, obbediente al Padre fino alla morte di croce, e partecipe della sua vita.
Ma in quali opere principalmente si eserciterà il monaco per uniformarsi a Cristo e così servire nella vita quotidiana per il bene della comunità, della Chiesa e della società?
«Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi!» dice il salmista parlando del tempio del Signore. Ma il monastero è un prolungamento del tempio, realizzato dai fedeli che, dopo aver gustato la gioia di essere nella casa di Dio, hanno deciso di vivere tutta la vita nella sua luce. Perciò nel monastero «sempre si canta la tua lode!».
«Nihil operi Dei praeponatur»! Il primo lavoro a cui i monaci devono dedicare il proprio tempo e il proprio impegno è costituito da tutto ciò che serve a far risuonare la lode di Dio nella sua casa, dall`apprendimento dei salmi alla preparazione dei libri, dal canto alle pulizie del coro e della chiesa. Ma la lode di Dio, come deve risuonare nella sua casa, così deve riecheggiare nell`animo dei monaci e, coltivata giorno e notte con la “lectio divina”, formale o informale, deve animare con una divina ispirazone tutto il loro servizio quotidiano.
E cosa sarà il servizio quotidiano se non l`amoroso impegno a rendere la casa di Dio un luogo di pace, nel quale nessuno faccia mancare ciò che ci si aspetta da lui e, anzi, ognuno compia il lavoro affidatogli con tutto il fervore di chi sa che sta edificando non solo la casa di Dio, ma anche il suo regno?
Il lavoro richiesto si estende a tutto ciò di cui la comunità ha bisogno per la sua vita quotidiana e per la sua missione di bene: dalle pulizie alla cucina, al bucato, all`assistenza dei fratelli infermi, all`educazione e istruzione dei più giovani, alla coltivazione delle piante e all`allevamento degli animali, all`amminstrazione dei beni per la vita della comunità e per le opere buone da essa intraprese, agli studi sacri e alla cura delle lettere e delle arti per l`edificazione dei fratelli, degli ospiti e dei lontani, alla saggia gestione dell`ospitalità, dell`eventuale parrocchia e dei mezzi di comunicazione sociale. Tutto questo grande movimento deve essere bene organizzato dall`abate, sentito il parere della comunità e dei decani, e ognuno deve prestarsi ad obbedire con la premura dettata dal timore e dall`amor di Dio, perché tutto si compia nel modo e nel tempo dovuto e tutto si svolga nella pace e senza turbamento degli animi.
Quanto detto significa che i monaci, posto il fondamento della preghiera liturgica e della pratica fervorosa dell`obbedienza e dell`abnegazione, devono impegnarsi ad acquisire, secondo le proprie inclinazioni e il giudizio dell`abate, tutte le abilità e le conoscenze necessarie per svolgere con efficacia i propri ruoli. Questo non a fine di affermazione professionale, ma per meglio servire la comunità e, attraverso la comunità o a nome di essa, la Chiesa e la società.

LA MISSIONE APOSTOLICA E SOCIALE DEL MONACHESIMO

Che il monastero sia la città sul monte e la lampada posta sul lampadario per far luce a tutta la casa non è certamente un concetto nuovo. Tuttavia oggi esso va ribadito mettendone in luce aspetti non sempre considerati in passato.
Una funzione che è sempre stata riconosciuta alla vita claustrale è la sua preghiera di intercessione per tutti gli uomini, avvalorata dalle pratiche di penitenza espiativa per i peccati – pratiche oggi generalmente molto svalutate e poco seguite. Ma la missione apostolica e sociale del monastero non si ferma qui. La preghiera monastica non ha soltanto valore di intercessione. Essa è l`espressione visibile della comunione del cielo e della terra, realizzata da tutta la rivelazione e culminante nel mistero di Cristo, presente nella Chiesa fino alla fine del mondo. Questa misteriosa comunione del cielo e della terra, che costituisce come un meraviglioso poema in cui si risolve tutta la storia del mondo, si rende presente agli occhi degli uomini soprattutto attraverso la liturgia della Chiesa.
Ma i monaci sono una porzione speciale del popolo di Dio che, avendo gustato la comunione dei santi con Cristo nella liturgia del tempio, hanno esclamato: «Beato chi abita la tua casa, Signore: sempre canta le tue lodi!» e hanno deciso di rimanere sempre in comunione con questa presenza di Cristo e dei suoi santi. Per questo hanno fatto della loro casa una sorta di prolungamento del tempio, dedicandosi, in essa, a cantare sempre lodi del Signore. In tal modo il monastero è diventato quasi il tramite attraverso il quale il poema della litirgia si diffonde dal tempio nella vita del popolo dei credenti. Quindi la liturgia monastica è come il riecheggiare della melodia della celeste Gerusalemme tra le case degli uomini.
Certamente le fonti da cui questa melodia deriva sono il tempio e i sacramenti celebrati dai sacerdoti. Ma i monaci hanno fatto di questa melodia celeste il motivo conduttore della loro vita quotidiana, sviluppando, così, attraverso i secoli un`incalcolabile ricchezza di espressioni sensibili che intrecciano nella vita del popolo di Dio i disegni sublimi della vita celeste – e il popolo di Dio è chiamato al monastero per partecipare alla ricchezza della liturgia a cui la famiglia monastica si è votata.
Ma, come si è detto, l’effusione della vita divina nella vita monastica, e la sua fecondità per la vita del mondo, non si limitano alla lode del Signore. Ciò apparirà meglio da un confronto tra il tempio e il monastero.
La differenza della vita monastica dalla vita sacerdotale sta nel fatto che quest`ultima trova la sua essenza nella predicazione della Parola di Dio e nella missione di diffondere nel popolo le grazie divine mediante i sacramenti e la celebrazione della litugia della Chiesa, mentre i religiosi e le religiose nel monastero in prima istanza sentono la chiamata a ricevere in pienezza i doni della Parola di Dio e dei sacramenti e a fare di essi la forma plasmatrice della propria vita quotidiana. Ciò dovrebbe essere realizzato da tutti i fedeli, ma gli impegni della vita coniugale, dell’uso dei beni terreni e dell’affermazione personale nella vita del mondo – e soprattutto gli abusi che tanto facilmente derivano da questi impegni – impediscono o limitano nella loro vita l’azione dei doni celesti. Al contrario, i monaci, liberi da quegli impegni grazie ai voti religiosi, possono mostrare nella vita delle loro comunità tutta la fecondità della grazia celeste nella vita umana.
Solo in seconda istanza e a suo proprio modo, come vedremo, la vita monastica si rende a sua volta apostolica. Volendo, dunque, che la Parola e la grazia divina possano plasmare senza ostacoli la loro vita, i monaci danno uno spazio molto ampio alla celebrazione liturgica, che segna in modo sostanziale le loro giornate. E la forma impressa nella vita monastica dalla Parola e dalla grazia divina dalla celebrazione liturgica rifluisce a plasmare tutta la vita quotidiana della famiglia monastica.
C`è un episodio molto significativo degli Atti degli Apostoli che, mentre mostra il carattere proprio della missione apostolica, indirettamente e per contrasto ci fa capire quale sarebbe stata la missione, diversa e complementare, della vita monastica.
«In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: “Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola”» (At 6, 1-4).
Appare chiaramente da questo episodio che la missione apostolica è essenzialmente rivolta alla predicazione, al fine di diffondere la Parola di Dio tra il popolo. Al contrario, la vita monastica sarà rivolta essenzialmente, in prima istanza, non alla predicazione, ma alla pratica della Parola di Dio, ad incarnare, cioè, la grazia divina nella vita di tutti i giorni. In questa prospettiva la cura delle mense non è affatto considerata profana. Al contrario, San Benedetto nella sua regola scrive: «I fratelli si servano a vicenda e nessuno sia dispensato dal servizio della cucina, se non per malattia o per un impegno di maggiore importanza, perché così si acquista un merito più grande e si accresce la carità» (Cap. 35). Se, infatti, la vita quotidiana cristiana deve essere plasmata dalla grazia celeste, è necessario che quest’ultima, diffusa nei cuori dalla preghiera, discenda poi ad animare tutte le attività di quanti vivono insieme nella casa di Dio.
Ma, se la vita monastica è chiamata in prima istanza alla pratica e non alla predicazione della Parola di Dio, tuttavia essa ha anche una funzione apostolica e sociale importantissima e insostituibile. I monaci, infatti, come sono chiamati a plasmare cristianamente la loro vita quotidiana con la perfezione concessa a chi non pone alcun ostacolo alla grazia divina, così, nello stesso tempo, divengono un esempio e un modello mirabile offerto a tutto il popolo di Dio perché, nella misura e nei modi appropriati, esso possa imitarlo, imparando ad usare, nella luce di Dio, e non ad abusare, lontano dalla luce di Dio, dei beni terreni. E all`esempio si aggiunge anche l`insegnamento che, con l`ospitalità, e oggi anche con i moderni mezzi di comunicazione, i monaci possono dare alle famiglie umane e alle parrocchie perché anch`esse imparino a plasmare la loro vita alla luce della grazia divina.
Così la scuola del servizio divino di San Benedetto diviene un indispensabile elemento della missione apostolica, complementare al sacerdozio. Se, infatti, i sacerdoti nel tempio dicono che tu devi, i consacrati e le consacrate nel monastero mostrano che tu puoi!

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