Proposte per una rinnovata formazione religiosa e umana dei giovani

(inedito)

Se è vero, come mi sembra ovvio, che nell’adolescenza – e già prima naturalmente, ma nell’adolescenza con maggior coscienza, libertà e responsabilità – si pongono le fondamenta di tutta la propria ulteriore esistenza, ne deriva che essa non dovrebbe essere quella stagione leggera e irresponsabile che una miope mentalità, purtroppo universalmente diffusa, vorrebbe farci credere. Ritengo che, al contrario, l’adolescenza dovrebbe essere la stagione più responsabile e seria della vita, proprio per le conseguenze felici ovvero tragiche che essa porta inevitabilmente con sé.
Per chiarire questo punto, si possono enumerare i seguenti aspetti dell’età giovanile, attraverso i quali si realizzano le fatidiche fondamenta della vita umana: la formazione del carattere personale, delle amicizie più significative, dell’indirizzo di studio e di lavoro, dei legami di amore tra i sessi, e, non da ultimo, la formazione religiosa del personale rapporto con Dio.
In questa prospettiva quali sarebbero i caratteri di un’adolescenza segnata dalla negatività del vizio – termine che, come è noto, nella tradizione morale indica comportamenti irregolari e in ultima istanza autolesionisti – e dei tragici effetti che inevitabilmente ne deriverebbero?
Penso che i seguenti orientamenti di fondo possano descriverne efficacemente i tratti essenziali: possessività, autoesaltazione, sfrenatezza.
Nel comportamento e quindi nel destino dell’ipotetico adolescente segnato da queste disposizioni deriverebbero tratti e tendenze che penso si possano descrivere nel modo seguente: nei riguardi del carattere, avidità, presunzione e depravazione; nei riguardi delle amicizie, sfruttamento, prepotenza e connivenza; nei riguardi del lavoro, accaparramento, tirannia e autoreferenza (con relative conseguenze di indifferenza e incuria nel rapporto con la natura); nei riguardi dell’amore tra i sessi, aridità, egoismo e insincerità; nei riguardi della religione, ostilità, appariscenza e falsificazione.
Il dinamismo spirituale che sto cercando di descrivere è unitario, se pure ha diverse manifestazioni; il suo carattere essenziale è infatti il rifiuto del rapporto umano di amore quale vero scopo della vita. Nella prospettiva negativa considerata, al di sopra del rapporto di amore personale passerebbe il rapporto anonimo con le cose, che si manifesta con un impegno nel lavoro a scopo puramente utilitario e edonistico e si riverbera in un rapporto egualmente utilitario e edonistico con le persone.
Al fine dunque di offrire agli adolescenti la possibilità di una formazione che possa evitare i pericoli e le tragiche conseguenze sopra descritte, il compito educativo dovrebbe svolgersi tenendo conto delle prospettive che ora cercherò di esporre nel modo più semplice e immediato possibile, dato l’argomento piuttosto ampio e complesso.

Il compito di “dominare il mondo” affidato da Dio all’uomo non indica, nella sua essenza profonda, il lavoro guidato dall’intelligenza umana per sottomettere le forze della natura ai propri fini pratici – ciò che di per sé non impedisce di fatto all’uomo di essere dominato dalla natura che è in lui – bensì in primis il lavoro dell’uomo su sé stesso – e soltanto in seconda istanza sul mondo esterno – guidato dall’amore personale al fine di sottomettere le forze interiori della natura umana e le forze del mondo naturale al vero bene spirituale proprio e altrui.
Secondo la rivelazione biblica – e anche secondo l’esperienza umana – è prima di tutto l’amore personale dell’uomo verso la donna – e viceversa della donna verso l’uomo – che rivela ad ambedue le finalità superiori del rapporto con le persone, come primario e orientativo del rapporto con le forze esteriori del mondo.
La realtà e la qualità del rapporto tra l’uomo e la donna appare essere, dunque, la chiave di volta del destino umano, anche per quanto concerne da una parte il lavoro e il rapporto dell’uomo con la natura, dall’altra il rapporto con Dio e con se stesso, e quindi la formazione del carattere personale. Infatti è l’incontro tra Adamo ed Eva che suscita in ambedue l’aspirazione a un amore personale che supera se stesso nell’attesa parzialmente inconsapevole di una vita più piena, cioè di fatto infinita e perciò divina, quale pienezza della vita del mondo. Allora, anche le creature del mondo minerale, vegetale e animale non appaiono più soltanto quali mezzi di sussistenza pratica, ma anche e soprattutto come decoro e linguaggio della vita amorosa.
La vita amorosa riecheggia – e sa istintivamente di riecheggiare – l’infinita vita divina trinitaria, la quale, più ancora che creatrice, è generatrice di vita. Per questo l’amore umano, generatore di vita, è la finalità più alta dell’uomo, superiore e orientativa rispetto al lavoro, inteso come gestione del mondo naturale – come la generazione del Figlio di Dio nella Trinità divina è superiore e orientativa rispetto all’opera della creazione.
Essere figlio significa dunque risiedere in una infinitamente gioiosa sicurezza di essere amato da un padre e da una madre – come il Figlio eternamente generato dal Padre è da lui infinitamente amato nel gaudio dello Spirito Santo. Ma il figlio umano a sua volta ricerca una maggiore pienezza di vita e di amore: per questo egli “lascerà il padre e la madre” per cercare quella maggiore pienezza di vita nell’amore della sua sposa. Notiamo però che se ogni generazione si lascia alle spalle la pienezza (relativa) di amore da cui proviene per cercarne una maggiore, è evidente che, se essa effettivamente in questo avvicendamento raggiunge una pienezza di amore più grande, la pienezza da cui successivamente riparte è di fatto sempre maggiore, se pure non sarà mai assoluta finché si rimane nella dimensione puramente umana.
Tuttavia nel corso delle umane generazioni vi è stata un’assoluta novità, alla quale tutte le generazioni aspiravano: la generazione nella carne dello stesso Figlio di Dio, per azione dello Spirito Santo, attraverso la persona umana santissima della Vergine Immacolata. La presenza, ormai definitiva, del Figlio stesso di Dio e della sua Genitrice nelle generazioni umane le trasfigura tutte e rende l’amore di partenza e di arrivo di esse partecipe della pienezza assoluta dell’amore divino. Ciò significa che l’amore sponsale, paterno, filiale, fraterno riflettono ormai essenzialmente la beatitudine dell’infinito amore divino del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, e questa beatitudine – che si sostanzia nell’esperienza di essere, nella viva filialità umana, figli del Padre che è nei cieli nell’amoroso abbraccio dell’Immacolata Madre di Dio e di ogni uomo – si riversa in un rapporto nuovo, non di anonimo sfruttamento ma di decoro e di linguaggio dell’amore, con il mondo minerale, vegetale e animale – e perciò con l’umana esperienza del lavoro.
Rimane sempre, certamente, fino al raggiungimento della pienezza divina, l’aspirazione al superamento dell’ “amore di partenza” attraverso un nuovo “amore di arrivo”. Tuttavia la presenza del Figlio di Dio nella carne, donata a lui da Maria a nome di tutto il creato – presenza ormai amalgamata a tutto il genere umano, e ciò in un certo senso prima ancora dalla sua formale accettazione attraverso la fede esplicita e il battesimo – rende meno reale quel “lascerà il padre e la madre” per ricercare un amore più grande: infatti, l’ “amore più grande” è ormai già stato essenzialmente donato, ricevuto e fruito. E’ però anche vero che questo mistero di Incarnazione di Dio nella paternità-maternità-filialità umana non sarà pienamente realizzato se non quando avrà abbracciato, attraverso la sua sempre più vasta, cosciente e operante diffusione, tutto il genere umano. La spontanea e irresistibile attrazione dell’uomo verso la generazione della vita, persino nelle sue forme più degradate, nasconde in fondo il segreto dinamismo di questo mistero, i cui confini si perdono nell’infinità della vita divina: «Questo mistero è grande!» (Ef 5, 32).
Dopo aver cercato, nella sezione precedente, di esporre le prospettive da cui intendo partire, proverò ora ad abbozzare alcune riflessioni, ad esse conseguenti, in relazione alla formazione degli adolescenti.
L’esperienza dell’ “amore di partenza” deve essere il primo fondamento dell’azione educativa umana e religiosa; in questo amore infatti il giovane, dalla sua stessa nascita, ha sperimentato la gioia di essere, già nella propria filialità umana, “figlio” in un senso più alto e divino. E questa gioia si irradierà nel carattere come virtù forte e operosa, nelle amicizie come amore di figlio verso altri figli pari a lui, nello studio, nel lavoro e nel rapporto con la natura come servizio all’amore, al suo decoro e al suo linguaggio, nella vita amorosa tra i sessi come (relativo) allontanamento dall’ “amore di partenza” e aspirazione a un (relativamente) più alto “amore di arrivo”, fecondo di bene per la vita di tutto il mondo, nella vita religiosa come gioiosa esperienza dell’amore del Padre, che è nei cieli, ma che nello stesso tempo, per mezzo del Figlio divino incarnato e di Maria sua e nostra Madre, irradia ogni filialità, paternità e maternità terrena e ogni felicità che da esse ovunque e in ogni modo deriva.
Se queste riflessioni sono fondate, se ne può con certezza dedurre che la drammatica sfida dei nostri tempi ci pone di fronte una società in cui operano con un’efficacia apparentemente irresistibile e travolgente forze distruttive non soltanto della moralità, ma anche dei fondamenti stessi dell’umanità e della religione. Infatti, la dissoluzione dei legami familiari attraverso le moltiplicate separazioni e confusioni di rapporti parentali, le nuove forme di convivenza, etero e omosessuale, e di paternità e maternità, la negazione della maternità stessa attraverso la provocata sterilità e la soppressione della vita nascente, oltre diversi altri aspetti negativi, hanno principalmente l’effetto di cancellare nelle coscienze l’intuizione dell’amore umano e divino, e con essa l’unico reale fondamento della coscienza spirituale, della comunione reciproca e della felicità degli uomini.
Queste forze negative sono però vincenti soltanto in apparenza. Esse infatti non possono a lungo nascondere la loro intima falsità e il loro demoniaco effetto devastatore e distruttore di ogni gioia umana e di ogni senso della vita.
Alle luminose forze dell’amore e della comunione umana e divina spetta dunque di raccogliere la sfida e di opporre, con l’intima sicurezza della propria invincibilità, alla distruzione la riaffermazione dei più sacri legami umani e celesti, alla desolazione delle coscienze la sempre rinascente gioia di esse amati e di amare.

D. Massimo Lapponi

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