Quali sono i veri continuatori del nazionalsocialismo?

(inedito)

«Se ne riparlerà dopo la guerra!»

(Parole di Adolf Hitler, dopo che, in seguito alle pubbliche denunce dell’Arcivescovo di Münster, Clemens August von Galen, egli dovette sospendere, almeno ufficialmente, il programma di uccisioni di disabili psichici e fisici, malati lungodegenti e terminali e pazienti non tedeschi)

Non pretendo di entrare nel merito di una valutazione della teoria evoluzionistica, perché si tratta di una materia molto controversa nella quale non ho alcuna specifica competenza. Mi sembra però di poter dire che troppo spesso, parlando di questo argomento, si confondono due problemi diversi: uno è il problema di comprendere ciò che l’uomo è, e l’altro è invece quello di spiegare quale è la sua origine. La risposta al secondo quesito non può legittimamente condizionare la risposta al primo. Noi abbiamo elementi più che sufficienti per comprendere quale sia la nostra natura e quali diversi livelli ontologici siano presenti nell’essere umano. Se dunque gli studi sull’origine dell’uomo mi danno, a tutt’oggi, spiegazioni che non rendono conto della effettiva realtà dell’uomo, così come egli è, ciò significa che i dati fin qui raccolti non sono sufficienti a spiegare l’oggetto del mio studio. Ma essi non mi autorizzano a negare una realtà, che per esperienza diretta io ben conosco, soltanto perché non ho la possibilità, allo stato attuale della ricerca, di spiegarne convenientemente l’origine. In modo più esplicito: non ho il diritto di negare la natura spirituale e soprasensibile delle funzioni superiori dell’essere umano soltanto perché i dati fin qui raccolti mi danno la spiegazione soltanto dell’origine del suo organismo materiale e sensibile.
A questa prima chiarificazione è necessario aggiungerne un’altra, relativa alle ambiguità di linguaggio usuali presso scienziati e divulgatori nei loro discorsi sull’evoluzione. L’ambiguità riguarda la stessa parola “evoluzione”, che può essere intesa in due significati molto diversi. In un primo senso “evoluzione” non è affatto il contrario di “involuzione”: essa cioè indica esclusivamente un mutamento nell’ambito di una stessa specie, senza che questo mutamento abbia il senso di una tendenza verso un “miglioramento”, in qualsiasi modo lo si voglia intendere. Ma in un altro senso “evoluzione” indica il contrario di “involuzione”, e implica perciò il passaggio ad uno stato “migliore”, cioè più perfetto, quale che sia poi il senso esatto da attribuire al relativo concetto di “meglio”, “più”, “superiore” o altro termine analogo che si voglia usare.
Dovrebbe essere chiaro che l’evoluzione intesa nel primo senso, se da una parte non esclude affatto il concetto di creazione, in quanto in ogni caso bisogna porre necessariamente un primo inizio all’origine del relativo processo, dall’altra però esclude nel divenire cosmico ogni finalità che in un modo o nell’altro intervenga nell’evoluzione stessa. Al contrario, nel secondo senso l’evoluzione presuppone necessariamente una finalità insita nel processo evolutivo. In qualsiasi modo si voglia spiegare il cambiamento nell’ambito di una specie – ovvero di un complesso di specie, secondo un più recente concetto di evoluzione, intesa quale cambiamento di una complessità (per cui si parla di “scienze della complessità”) – il fatto stesso di valutare il risultato del processo come “migliore”, “più perfetto”, “superiore”, implica necessariamente non solo il concetto di creazione – non escluso neanche dall’altra prospettiva – ma anche quello di un qualche intervento del Creatore nello stabilire una finalità nel processo evolutivo – se pure non fosse per noi possibile determinare le modalità di detto intervento.
Vanamente, infatti, scienziati e filosofi, che tengono a proclamarsi “immanentisti”, cercano di sottrarsi alle necessaria consequenzialità e a pretendere di dare per evidente la possibilità che il “migliore”, il “più perfetto”, il “superiore” sia opera di qualche misterioso meccanismo inerente allo stesso movimento evolutivo. Rimane sempre inconfutabile il principio aristotelico del primato metafisico dell’atto, secondo il quale non potrà mai essere la potenza a spiegare l’atto, ma sarà sempre l’atto a spiegare la potenza. Il che equivale a dire che l’atto – la perfezione – esiste già idealmente – ma realmente – prima ancora che venga realizzato, e che esisterebbe ugualmente anche se non venisse realizzato. Non può infatti il movimento, come tale, imporre a se stesso una finalità, in quanto non può essere in atto e in potenza allo stesso tempo e sotto lo stesso aspetto. Se non è in atto, non si può dare l’atto: l’atto non può che venirgli da un’entità già in atto.
Ora nei discorsi fatti da scienziati e divulgatori si oscilla in continuazione tra l’uno e l’altro senso dell’evoluzione: da una parte si vorrebbe aderire al primo concetto, assolutamente meccanicistico e a-finalistico di essa – e in tal modo si pretende si restare in un ambito perfettamente a-creazionistico e materialistico – mentre dall’altra si introducono in continuazione – “surrettiziamente”, come si diceva una volta – concetti relativi all’evoluzione intesa come elevazione ad uno stato “migliore”, “più perfetto”, “più alto”. Questa ambiguità di linguaggio, mentre permette di rimanere in una concezione generale materialistica e totalmente chiusa ad ogni ipotesi creazionista, dà però l’illusione di poter giustificare senza contraddizione il ricorso a valutazioni di tipo non solo ontologico – questo organismo, questa razza è “superiore” – ma anche morale – questo organismo, questa razza “superiore” ha “diritto” a vivere rispetto a quest’altro organismo, a quest’altra razza “inferiore”.
Le concezioni relative all’evoluzione di cui si è detto, con tutte le loro ambiguità, non sono una cosa nuova, ma già da quasi due secoli hanno pesantemente determinato non solo il pensiero scientifico e filosofico, bensì anche il comportamento umano.
Tra i vari memorabili ambiti in cui dette concezioni hanno giocato un ruolo essenziale, uno dei primi posti spetta al nazionalsocialismo.
Nel volume di Carl Amery “Hitler precursore” (Firenze, LEF, 2011) – volume assai discutibile per altri versi, ma su questo punto perfettamente informato – si fa un’analisi molto puntuale del retroterra culturale da cui sono sorte le teorie e le pratiche del Terzo Reich. Cito dalle pp. 25-26:
«Leggendo il “Mein Kampf” e soprattutto osservando senza timore le varie facce del regime, distinguiamo in modo particolare un altro suo tratto: un darwinismo sociale spietato e materialistico (…) L’orientamento dell’educazione popolare in Germania, in particolare del movimento operaio, ma anche delle vittime frustrate e semianalfabete della modernizzazione, era ateo e materialista. Fu nelle numerose e frequentatissime associazioni per la cultura popolare (…) che si impose la forza spirituale decisiva del XIX secolo, il materialismo – e il darwinismo, la sua espressione più importante. E questo accadde grazie a scritti di divulgazione scientifica (…) Nel 1855 Ludwig Büchner (…) pubblicò “Forza e materia”, mentre nel 1899 Ernst Heinrich Haeckel presentò il suo “I problemi dell’universo”, due opere che divennero gli scritti fondamentali dell’educazione popolare nella Germania dell’Ottocento e dei primi del Novecento. Büchner era ateo e materialista, Haeckel un agguerrito propugnatore del darwinismo, non solo scientifico, ma soprattutto sociale (…) Ovviamente anche il movimento operaio di orientamento marxista poteva avvalersi del darwinismo».
Si può aggiungere, su questo ultimo punto, che Marx, e soprattutto Engels, avevano una grande ammirazione per Darwin e intendevano applicare le sue leggi dell’evoluzione alla società umana. Si sa che Marx avrebbe voluto dedicare a Darwin “Il Capitale” e l’ “Antidühring” di Engels è considerato una sorta di “romanzo darwiniano”, in cui l’evoluzione svolge il ruolo della Provvidenza, la quale dovrebbe portare, attraverso la lotta dialettica della natura e poi delle classi, non si sa bene come, alla società senza classi. Ma se Marx ed Engels si contraddicevano affermando che la lotta per la vita avrebbe condotto ad una società senza lotta, più coerente era Hitler nel suo progetto finalizzato a “salvare” una razza “pura” e “superiore” dalla degenerazione causata dalle razze “inferiori”. Questi sono fatti storici, non teorie, e fatti storici che rispondono ad una logica inesorabile.
A ciò bisogna aggiungere un’osservazione importante: uno degli obiettivi principali di Hitler, nel suo odio verso il popolo ebraico, era che si eliminasse dalla cultura moderna, e in particolare dal cristianesimo, l’Antico Testamento. I cristiani, per quante colpe possano aver avuto attraverso i secoli nei confronti degli ebrei, su questo punto però non accettarono, allora, di piegarsi al volere di Hitler – e ciò dimostra come il loro antisemitismo fosse fondamentalmente diverso da quello del nazionalsocialismo.
Ma come si spiega l’odio di Hitler per l’Antico Testamento? Non potrebbe esso essere ricondotto proprio alle polemiche degli evoluzionisti classici contro la narrazione biblica della creazione? Infatti, se si accetta la dottrina della Genesi, secondo la quale l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio, non c’è più assolutamente posto per un’ideologia che vorrebbe legittimare la lotta spietata per la vita e la prevalenza del più adatto, cioè del più forte. Da ciò doveva necessariamente derivare, da parte di chi pretendeva di imporre le leggi della Natura – “la crudele regina di ogni saviezza”, secondo l’espressione usata da Hilter – in opposizione all’umanitarismo ebraico-cristiano, l’irriducibile ostilità contro il racconto biblico della creazione e contro il popolo che lo aveva diffuso in tutto il mondo e che si era fatto portatore del suo messaggio.
Dobbiamo però ora osservare che, se il papa Pio XI rifiutò solennemente di aderire alle pretese del nazismo di delegittimare l’Antico Testamento, una tendenza cristiana più recente sembra non essere più così ferma in questo proposito, soprattutto per quanto riguarda la difesa della dottrina biblica, rigorosamente conseguente all’idea di creazione, delle leggi inviolabili poste da Dio a salvaguardia del mondo creato e della vita umana.
Nel 1960, l’illustre pensatore, oggi assai ingiustamente dimenticato, Friedrich Wilhelm Förster, ormai novantenne, scriveva quello che potrebbe essere definito il suo testamento spirituale: “Die jüdische Frage. Vom Mysterium Israels” – tradotto in inglese, nello stesso anno, con il titolo “The Jews”.
In quest’opera eccezionale, e per certi aspetti tragica – che, nonostante l’età dell’autore, è di un vigore più unico che raro – Förster denuncia, tra l’altro, l’esistenza di una tendenza, da parte del cristianesimo, ad attenuare la forza delle dottrine veterotestamentarie sulla inviolabile legge di Dio, nell’unilaterale accentuazione della rivelazione dell’amore salvifico di Cristo.
Probabilmente questa preoccupante osservazione dell’autore può essere compresa meglio alla luce degli sviluppi ulteriori che detta tendenza ha avuto negli ultimi decenni. In questa prospettiva, anzi, non sarebbe inesatto affermare che solo ai nostri giorni il messaggio contenuto nel volume in questione possa manifestare tutta la sua forza. Forse infatti oggi soltanto l’insufficiente assimilazione dell’Antico Testamento da parte del mondo cristiano sta portando i suoi frutti più velenosi.
Nel pensiero dell’autore, l’Antico Testamento non si trova semplicemente relegato in un testo scritto, ma vive ancora necessariamente nel popolo che se ne è fatto ragione di vita – e ciò probabilmente spiega più di ogni altra cosa l’odio irriducibile di Hitler nei suoi confronti. Per questo il debito che il genere umano ha verso il messaggio vetero-testamentario non lo ha soltanto verso un testo, ma anche verso un popolo che ieri, oggi e sempre ne è la viva espressione.
La proiezione di tutta la realtà e di tutta la storia del mondo nella luce del Creatore, della sua azione provvidente e della sua legge inviolabile costituisce un “unicum” assolutamente proprio di Israele e di tutta la sua storia spirituale, senza il quale tutta la vita del mondo è destinata a precipitare sempre più in un abisso demoniaco.
Ora, mentre la teologia agostiniana e la più antica tradizione dottrinale e liturgica della Chiesa sono penetrate dallo spirito dell’Antico Testamento, purtroppo la più diffusa mentalità cristiana ha finito quasi per staccare il mistero dell’Incarnazione e il patto di amicizia tra Dio e l’uomo che ne deriva dalle severe dottrine della Torah e del profetismo ebraico.
Ma un cristianesimo che non abbia coscienza di essere un tutt’uno con il suo formidabile fondamento giudaico non è che una debole immagine del vero cristianesimo. E non si può certamente negare che alcune tra le tendenze più diffuse della moderna teologia, della pratica e del sentire cristiano non siano che la rovinosa esasperazione di questa sorta di scissione del cristianesimo dall’ebraismo. Infatti che cosa rappresentano il rifiuto delle leggi biologiche e morali e la confusione della carità cristiana con la negazione della gravità del peccato e con la ricerca di un benessere per tutti – frutto della modernità e della scienza – se non l’oblio delle dottrine ebraiche della creazione e dell’inviolabile santità della legge divina?
Come è avvenuto questo inconsapevole, ma reale, cedimento di un certo cristianesimo diffuso alle suggestioni già a suo tempo e a suo modo avanzate dal nazionalsocialismo? Evidentemente attraverso la penetrazione, nella coscienza cristiana, di una sensibilità influenzata dai concetti contraddittori di un evoluzionismo meccanicistico e anticreazionista e nello stesso tempo finalizzato alla prevalenza del “più adatto”. Qui il cristianesimo sembra aver soggiaciuto alla seduzione di una mentalità secolare che, una volta purificata l’ideologia nazionalsocialista dai suoi aspetti razziali più rozzi e inaccettabili, ne ha però ereditato la più autentica ispirazione, e conseguentemente ha posto come “fine doveroso” dell’evoluzione del mondo la salvaguardia della sola “vita degna di essere vissuta”. E che cosa vi è di più “cristiano”, in questa prospettiva, dell’eliminazione di vite umane indesiderate perché fisicamente e psichicamente disabili, deboli e sofferenti o in qualsiasi modo tali da essere di ostacolo al libero sviluppo di vite sane e “superiori”?
Se l’esplicita e brutale violenza della propaganda nazista non poteva non suscitare l’ostilità dei cristiani consapevoli, sembra che non si possa dire lo stesso di una propaganda più subdola, diffusa da un’ideologia più raffinata, che, rifacendosi ai medesimi concetti di un evoluzionismo orientato, e nello stesso tempo materialistico-immanentistico, che erano stati a fondamento del nazionalsocialismo, vorrebbe estendere a tutto il mondo “civile” una sorta di “selezione naturale” e di “sopravvivenza dei più adatti”. I “più adatti” non saranno più i “puri rappresentanti della razza ariana”, né – almeno esplicitamente – le persone “produttive”, bensì quanti sono in grado di vivere una vita “degna di essere vissuta” – e i parametri per decidere quale sia questa vita saranno agevolmente offerti dagli “ideali” della società del benessere.
Ma, se all’aggettivo “produttivo” si sostituisce l’espressione: “che è in grado di vivere una vita degna di essere vissuta”, le parole con cui l’Arcivescovo von Galen, il 3 agosto 1941, stigmatizzava il programma di eutanasia nazista, non avrebbero oggi il carattere della più drammatica attualità?
«Hai tu, o io, il diritto alla vita soltanto finché noi siamo produttivi, finché siamo ritenuti produttivi da altri? Se si ammette il principio, ora applicato, che l’uomo improduttivo possa essere ucciso, allora guai a tutti noi, quando saremo vecchi e decrepiti. Se si possono uccidere esseri improduttivi, allora guai agli invalidi, che nel processo produttivo hanno impegnato le loro forze, le loro ossa sane, le hanno sacrificate e perdute. Guai ai nostri soldati, che tornano in patria gravemente mutilati, invalidi. Nessuno è più sicuro della propria vita».

di D. Massimo Lapponi

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