Quanto degna sei d’amore

Romanzo storico di Don Massimo Lapponi

Prima parte
La città santa

I

Era ancora buio quando Ludovico fu svegliato dai rintocchi gravi e solenni della campana del duomo. Si riscosse subito dal sonno e, recitata una breve preghiera, si vestì rapidamente. Era eccitatissimo e pieno di gioia. Durante la notte aveva dormito un sonno leggero, spesso interrotto dall’agitazione e dall’attesa ansiosa del giorno dopo. Ogni volta che si riassopiva sognava di viaggiare attraverso paesi fantastici verso una meta meravigliosa, e ogni volta si risvegliava impaziente del momento in cui il sogno avrebbe lasciato il posto alla realtà.
Finalmente i rintocchi della campana avevano posto fine alla sua attesa febbrile ed egli, senza por tempo in mezzo, apprestate le ultime cose per il viaggio, scese quasi di corsa in strada e raggiunse la sagrestia della piccola chiesa della Croce. Lo zio era già lì ad attenderlo, pronto con i paramenti sacri per la celebrazione della messa.
Il canonico Giuliani, zio di Ludovico, era un sacerdote anziano dai capelli bianchi e dall’aspetto imponente. Il suo viso, ancora notevolmente bello nonostante l’età, aveva un’aria severa che ispirava riverenza e timore, anche se a tratti si illuminava di un sorriso affettuoso e paterno. Aveva l’incarico di curare la chiesa della Croce, dove il popolo di Sinigaglia si raccoglieva spesso per l’adorazione del SS. Sacramento. Abitava insieme al nipote, ormai quindicenne, che dall’età di dieci anni gli era stato affidato dai fratelli maggiori in seguito alla morte dei genitori.
I fratelli di Ludovico abitavano fuori città, lungo la strada di Corinaldo, e si occupavano della campagna. Venuti a mancare i genitori, anche in considerazione delle ristrettezze della famiglia, essi avevano deciso di affidare Ludovico allo zio canonico perché lo avviasse allo stato ecclesiastico. Lo zio, nonostante il suo carattere austero, si era molto affezionato al nipote, lieto di vedere in lui i germi di una devozione ingenua e profonda svilupparsi nel terreno fecondo di un’indole umile e remissiva. Anche nello studio il giovane si impegnava con assiduità e il canonico sperava di poterlo portare presto agli ordini minori. Ma, senza trascurare di dargli una solida formazione umanistica e teologica, il canonico preferiva che il ragazzo si esercitasse principalmente nella devozione, e per questo gli raccomandava soprattutto la lettura degli scritti del vescovo Alfonso de’ Liguori.
Quell’anno – il 1795 della nostra salute, per usare il linguaggio degli autori del tempo – in premio della sua diligenza nello studio e nella pietà, Mons. Giuliani aveva deciso di portarlo con sé a Roma per le feste di Pasqua, in occasione di un pellegrinaggio di alcuni membri del clero marchigiano. Finalmente era giunto il giorno tanto atteso della partenza e Ludovico, mentre serviva la messa allo zio, già con la fantasia volava verso la città santa, immaginando quasi che essa si distinguesse soltanto per qualche sfumatura dalla Gerusalemme celeste.
Terminata la messa Ludovico rimase per qualche minuto in devoto raccoglimento, poi, consumata una leggera colazione, insieme allo zio si avviò verso la vicina piazza del duomo. Ormai era quasi giorno, e per le strade della cittadina adriatica si notava una certa animazione di gente curiosa di vedere la partenza del pellegrinaggio.
Di fronte al duomo erano pronte le carrozze, tra cui la più elegante era riservata al vescovo Bernardino Honorati. Tra la folla accorsa sul posto Ludovico scorse i suoi fratelli accompagnati dalle cognate e dalla numerosa prole. Appena essi lo videro gli si accostarono per salutarlo, mentre i nipotini gli facevano festa intorno. Le cognate baciarono rispettosamente la mano a Mons. Giuliani e consegnarono a Ludovico pacchi e pacchetti di provviste e di indumenti, senza trascurare di fargli mille raccomandazioni. A un certo punto si diffuse un mormorio tra la folla e tutti si voltarono verso il duomo. Sulla scalinata era apparso il vescovo.
Gli uomini si scoprirono il capo e molte donne si inginocchiarono cercando di tenere buoni i loro figli. Il vescovo pronunciò un breve discorso, poi impartì a tutti la benedizione.
Ormai era giunto il momento della partenza. Il clero prese posto nelle carrozze, mentre la folla faceva largo intorno. Ludovico abbracciò i suoi familiari, poi si avvicinò alla carrozza dove era lo zio. All’interno però non c’era posto e il canonico, con grande gioia di Ludovico, gli permise di sedersi accanto al cocchiere.
Erano ormai circa le otto del mattino e tutti si erano sistemati al loro posto. I cocchieri gridarono ai cavalli, schioccarono le fruste e, tra il vociare della folla, le carrozze partirono.
Ludovico non stava più nella pelle. Non si era mai allontanato più di qualche miglio da Sinigaglia e la prospettiva di andare ora addirittura fino a Roma era per lui veramente esaltante. Mentre le carrozze si avviavano verso la Porta Maddalena, l’aria fresca del mattino gli accarezzava il viso. Gli uccelli volavano cinguettando sulla sua testa e le ridenti case di mattoni sfilavano intorno. Poco dopo si trovarono fuori delle mura sulla via di Jesi e i cavalli, incitati dalle grida dei cocchieri, accelerarono il passo.
La dolce campagna marchigiana, con la sue colline intensamente coltivate e punteggiate di casolari, si distendeva a perdita d’occhio inondata dai raggi del sole mattutino. Per un lungo tratto di strada a Ludovico si presentarono luoghi familiari. Poi le carrozze incominciarono a inerpicarsi sulle colline in direzione di Belvedere e si lasciarono alle spalle il mondo in cui fino ad allora egli era vissuto.
La campagna ora appariva più mossa, ma sempre fertile e ben coltivata, e le carrozze attraversavano borghi e paesi dall’aspetto prospero e ridente. Per tutta la mattina i cavalli trottarono velocemente senza arrestarsi. Finalmente dopo mezzogiorno discesero a valle ed entrarono nella cittadina di Jesi.
I passeggeri scesero presso la cattedrale, dove furono accolti con dimostrazioni di stima e di deferenza dal clero locale. Furono accompagnati alle loro stanze perché potessero rinfrescarsi dopo il viaggio e poco dopo si ritrovarono nella grande sala da pranzo.
Quel giorno si sarebbero fermati a Jesi, in attesa di un gruppo di altri membri del clero che dovevano unirsi al loro pellegrinaggio. Il Canonico ne approfittò per condurre a passeggio il nipote e intrattenersi un po’ con lui.
“Allora, sei contento del viaggio?” domandò Monsignor Giuliani mentre si sedeva accanto a Ludovico su un muricciolo all’ombra di un tiglio profumato.
“Me lo domanda?!” rispose il nipote con gli occhi luccicanti di gioia, e dopo un momento chiese:
“Monsignore, riusciremo a vedere il Papa?”
Il viso di Monsignor Giuliani assunse un’espressione seria e pensosa.
“Spero che lo potremo incontrare” rispose dopo un momento di riflessione. “Ma la sua augusta persona di questi tempi sarà occupata in faccende di maggior momento, né possiamo pretendere di avere la precedenza su questioni da cui dipende il destino dei popoli.
“Tredici anni fa il Santo Padre venne a Sinigaglia. Era diretto a Vienna, dove avrebbe dovuto trattare di affari importantissimi con Sua Altezza Imperiale. Alloggiò presso il convento dei Servi di Santa Maria ed i canonici ebbero il privilegio di incontrarsi con lui. Io ero più giovane allora e tremavo dall’emozione alla vista della sua figura imponente. Ci parlò delle sue preoccupazioni, delle novità esecrabili che l’imperatore voleva introdurre nella Chiesa, della persecuzione contro gli ordini religiosi, contro la libertà della Chiesa e la fede dei popoli. Ma allora Sua Santità aveva fiducia di poter ottenere un cambiamento nella politica ecclesiastica di Vienna e al momento di congedarsi ci impartì la sua santa benedizione con un sorriso sereno e confidente. Purtroppo però da Vienna il cattivo esempio di Sua Maestà si è diffuso ovunque ed ha trovato sostenitori in tutti i paesi. Ora poi preoccupazioni ancora più grandi ci affliggono e certamente Sua Santità passerà molte notti insonni”.
“Ma Dio non permetterà che nulla di male accada al suo vicario in terra!” esclamò con ingenua fede Ludovico.
“Voglia il cielo che sia così!” rispose il canonico. “Ma sta’ di buon animo. Non vorrei averti rattristato con questi discorsi”.
Il giorno dopo le carrozze, aumentate di numero, ripartirono di buon’ora alla volta di Tolentino.
Ludovico, riguadagnato il suo posto accanto al cocchiere, non cessava di ammirare la campagna intorno a sé. Non avrebbe mai creduto che il mondo fosse così vasto, che vi fossero tante città e paesi e che non si finisse mai di scoprire nuovi orizzonti e nuove terre. Ma dopo il colloquio del giorno prima con lo zio, la sua gioia si era velata di un vago senso di tristezza, una sorta di indefinibile presentimento che tante cose belle e buone fossero in pericolo di scomparire di fronte a un’ignota forza malvagia, proprio quando si rivelavano a lui per la prima volta. La tristezza però durò poco: il passo veloce dei cavalli, le montagne boscose che si avvicinavano sempre più, le grida allegre del cocchiere ben presto gli fecero dimenticare ogni preoccupazione.
Le carrozze girarono intorno a Cingoli e, salendo leggermente lungo i fianchi di quelle prime montagne, nel pomeriggio giunsero a San Severino. Dopo una breve sosta per far riposare un po’ i viaggiatori e per cambiare i cavalli, ripartirono e prima di sera giunsero a Tolentino, dove furono accolti con calorosa ospitalità dai monaci agostiniani.
Il giorno successivo si doveva affrontare la tappa più faticosa del viaggio, perciò i pellegrini si ritirarono per tempo per il necessario riposo.
Sul far del giorno, dopo la celebrazione della messa, le carrozze si mossero, salutate dai monaci e da una folla di devoti e di curiosi.
Per molte ore i cavalli trottarono lungo una strada in leggera ma continua salita, finché una lunga sosta verso mezzogiorno non permise a uomini e bestie di rifocillarsi e di riposare un po’. Ludovico ne approfittò per esplorare i dintorni.
Ora il paesaggio era cambiato. Se le coltivazioni avevano sempre lo stesso carattere di ordine e di cura intensiva, i boschi erano però più fitti e il terreno, maggiormente scosceso, sottraeva più spesso ai raggi del sole zone d’ombra nelle valli e sui fianchi dei rilievi montuosi. Gli alti gioghi degli Appennini incombevano ormai da vicino e l’aria era percorsa da correnti più fredde. Ma sulle coste boscose delle montagne, sulle valli inondate dal sole, sui campi divisi da siepi o da filari di pioppi, sui ruscelli e sui casolari era distesa la stessa coltre dai colori dolci e sfumati che rendeva tanto soave e sognante il paesaggio di tutta la campagna marchigiana.
Nel pomeriggio le carrozze ripartirono e, percorso un breve tratto di strada, voltarono a sinistra e si diressero verso sud, in modo da affrontare per la via più breve la traversata degli Appennini. La strada divenne assai ripida e i cavalli cominciarono ad arrancare faticosamente in salita aizzati ad ogni passo dalle grida e dalle frustate dei cocchieri. Furono necessarie diverse ore di marcia prima che la carovana raggiungesse, alla quota di più di 800 metri di altezza, il Passo delle Fornaci. Attraversato lo spartiacque appenninico, le carrozze discesero a valle lungo una strada molto scoscesa, mentre i cocchieri frenavano le ruote per evitare di travolgere i cavalli. Finalmente i pellegrini entrarono nella cittadina di Visso.
Il parroco, circondato dal clero locale, li accolse calorosamente sulle scale della chiesa, dette subito disposizioni agli stallieri perché si occupassero dei cavalli sfiniti e condusse gli ospiti agli alloggi preparati per loro.
Il giorno dopo era la Domenica delle Palme e i pellegrini fecero sosta a Visso. Quasi tutta la mattina fu occupata dalle sacre funzioni, alle quali accorse numerosissimo popolo, attratto dall’insolita solennità delle celebrazioni. Nel pomeriggio Ludovico, accompagnato da un giovane chierico del posto, uscì per una passeggiata intorno al paese. Fu impressionato dalle ripide gole rocciose, ricche di boschi e di acque sorgive, tra cui si annidava la cittadina. Gli sembrò di essere giunto al centro di una foresta incantata che nascondesse nel suo seno un inesauribile tesoro di meraviglie. Quant’erano diverse quelle contrade dai luoghi in cui era vissuto prima di quei giorni! E quanto era infinitamente più vasto e più vario il mondo di quanto avesse mai immaginato!
Il giorno successivo la carovana, tra le pareti scoscese dei monti gelose dei raggi del sole, percorse tutta la Valnerina, e a Ludovico sembrò di immergersi sempre più nelle fauci misteriose e insondabili di quel paese incantato. Le carrozze serpeggiarono nel fondo valle in lieve ma continua discesa per tutta la giornata, spiate dai piccoli agglomerati di case arrampicati lungo le pareti dei monti e graziosamente incastonati nelle masse rocciose. Boschi dal verde cupo scendevano lungo le coste della valle e attorno al fiume che scorreva sul fondo si distendevano campi e frutteti.
Nel tardo pomeriggio l’attenzione di Ludovico fu attratta da un fragore come di acque impetuose. Poco dopo rimase a bocca aperta di fronte ad uno spettacolo mai visto prima. Da un altissimo strapiombo roccioso un’immensa massa d’acqua si precipitava nel fiume sottostante in ampie volute spumeggianti che rimbalzavano sulle asperità della roccia con un rumore assordante e riempivano l’aria d’intorno di umide stille, come di pioggia leggera. Nella luce del sole pomeridiano la bianca massa spumosa s’irraggiava qua e là dei colori dell’iride e il fragore dei flutti che precipitavano a valle nell’atmosfera, resa più fresca dalle miriadi di gocce d’acqua, sembrava la voce stessa del fiume, incontenibilmente forte e gioiosa.
“Che cos’è?!” sussurrò Ludovico fissando l’insolito spettacolo quasi con timore.
“Sono le Cascate delle Marmore” rispose il cocchiere. “In questo punto il Velino si getta nel Nera”.
Mentre i pellegrini scendevano dalle carrozze per ammirare le celebri cascate, Ludovico rimase come in estatica contemplazione, affascinato dalla sovrumana bellezza di quelle acque tumultuose. Quando finalmente la comitiva riprese il cammino, egli provò un indicibile dispiacere nell’allontanarsi da quel meraviglioso spettacolo naturale che – a quanto gli sembrava – non si sarebbe stancato di ammirare per tutta la vita.
Quella sera, mentre si rifocillava con i suoi compagni di viaggio presso il palazzo vescovile di Terni, era insolitamente loquace e immancabilmente ritornava col discorso sulle cascate, mentre gli occhi gli si illuminavano di un sorriso ingenuo e smagliante. I sacerdoti che gli sedevano accanto cercavano con delicatezza di nascondergli i sorrisi di tenera indulgenza che il suo entusiasmo infantile strappava loro ad ogni momento.
Il giorno dopo, martedì della settimana santa, i pellegrini ripresero il cammino per Narni e la via Flaminia. Si lasciarono alle spalle le asperità delle montagne dell’Umbria e, avvicinatisi all’ampia e sinuosa valle del Tevere e ai primi ameni colli della Sabina, fecero sosta nella cittadina di Magliano. Dopo aver pernottato presso i locali del seminario, discesero sulla sponda del Tevere, lasciarono le carrozze e si imbarcarono su un battello fluviale.
Ludovico si guardava attorno pensoso. Benché fossero ormai tornati in una zona pianeggiante e collinare, quei luoghi non erano come la campagna marchigiana, così prospera e intensamente coltivata. Quel fiume ampio e solenne, quelle distese incolte e semideserte dominate dalla mole maestosa del Soratte, quelle poche e povere case sparse, quei paesi dalle mura pietrose arroccati come fortezze qua e là in cima alle alture avevano tutt’altro aspetto. Tra gli orizzonti vasti e malinconici di quelle plaghe austere già si avvertiva la vicina presenza della città eterna.
Per tutta la giornata il battello discese lentamente lungo il corso serpeggiante del Tevere. Nel pomeriggio, attraverso gli orti e i prati settentrionali, incominciarono ad apparire in lontananza agli occhi sbalorditi di Ludovico la mole di Castel Sant’Angelo e della Basilica di San Pietro e una miriade incalcolabile di tetti, di cupole, di campanili. Il battello scivolava dolcemente lungo le curve del fiume, mentre il cielo sereno, solcato da poche nuvole sparse e acceso dai bagliori del sole primaverile, si rifletteva radioso nei flutti. Sulle sponde del fiume la città si stendeva a perdita d’occhio intorno ai suoi colli, tra giardini, palazzi, insigni monumenti della sua gloria di un tempo e piccole case aggrovigliate le une alle altre in un vivente disordine.
Giunti al porto di Ripetta, i pellegrini lasciarono l’imbarcazione e salirono lungo le scalinate accompagnati dai servitori carichi di bagagli. Ludovico, raggiunta la sommità del porto, si rivolse senza aprir bocca, colmo di ammirazione e di stupore. Sotto il tiepido sole pomeridiano il Tevere serpeggiava placidamente ai suoi piedi percorso da piccole imbarcazioni. Le rondini garrivano volteggiando nel cielo sereno, mentre la gloria luminosa dell’orizzonte, avvampante dei bagliori delle ultime ore del giorno, irradiava tutt’intorno la cupola di San Pietro. Così Roma lo accoglieva con il suo mistico abbraccio, immersa nei fulgori della primavera, che sembravano preservare e proteggere dalle minacce incombenti la sua inviolata e inviolabile eternità.


La città santa

II

I vari membri del pellegrinaggio si diressero alle dimore a loro destinate nella città eterna. Il Canonico Giuliani, Ludovico e alcuni altri sacerdoti di Sinigaglia avrebbero alloggiato presso la chiesa di San Carlo ai Catinari, non lontana dal ghetto degli ebrei, officiata dai religiosi Barnabiti.
Percorrendo le vie che dal porto di Ripetta conducevano alla Chiesa di San Carlo ai Catinari, Ludovico si guardava intorno stupito e affascinato per l’immensità, la bellezza e l’inesauribile varietà della città eterna. Quante case, quante chiese, quanta gente per le strade! E come tutto quel mondo vivace e pittoresco, così diverso dalla sua Sinigaglia, attirava la sua curiosità! Avrebbe voluto percorrere senza fine le vie di Roma, ma la passeggiata non durò a lungo.
In poco tempo il canonico e il suo gruppo giunsero alla casa dei Barnabiti annessa alla chiesa, dove furono accolti con manifestazioni di grande cordialità.
Monsignor Giuliani chiese subito di poter vedere il cardinale di Santa Cecilia, suo amico di vecchia data, ma gli fu detto che in quel momento egli era assente per essersi dovuto recare d’urgenza a Torino, capitale del Regno di Sardegna, di cui era suddito.
Sorpreso e un po’ contrariato, il canonico chiese maggiori spiegazioni. Uno dei padri più anziani della comunità lo trasse in disparte e rimase a lungo in colloquio con lui. Ludovico li vide parlare animatamente tra loro e, scuotendo ripetutamente il capo, manifestare grande preoccupazione.
Di nuovo, come era accaduto durante il viaggio, lo assalì il presentimento di una grave minaccia incombente sul mondo meraviglioso che proprio ora si stava rivelando al suo sguardo.
Quando lo zio, finito il colloquio, gli si accostò, avrebbe voluto fargli qualche domanda, ma, vedendo il suo viso triste e preoccupato, vi rinunciò, sembrandogli poco opportuno.
Subito dopo, i padri ospitanti condussero i pellegrini nei loro alloggi. Ludovico fu sistemato in una stanzetta al primo piano, poco lontana dalla stanza dello zio.
Dopo una mezz’ora, i religiosi della casa incominciarono ad avviarsi in chiesa e i pellegrini, nonostante la stanchezza del viaggio, chiesero di poter partecipare, insieme a loro, all’ufficio delle tenebre, con cui aveva inizio il triduo della Settimana Santa. Anche Ludovico fu invitato dalla zio ad essere presente al sacro rito.
“Ormai non sei più un bambino” gli disse dopo averlo raggiunto nella stanzetta a lui assegnata. “Tra poco spero che potrai ricevere gli ordini minori e bisogna che ti impegni seriamente a partecipare alla preghiera della Chiesa. Sai che questi sono i giorni più santi di tutto l’anno, e tanto più lo sono per noi ora che abbiamo la grazia di celebrarli a Roma, nel luogo più augusto della terra, sacrario degli apostoli e dei martiri e dimora del vicario di Cristo!”.
“Sì, Monsignore!” rispose Ludovico – nel cui animo nel frattempo i funesti presentimenti si erano dileguati – con gli occhi scintillanti di gioia. “Voglio partecipare a tutti i riti della Chiesa! Sono così felice di essere a Roma proprio in questi giorni santi!”.
“Ricordati però” aggiunse lo zio con aria severa “che questi sono giorni di lutto e di dolore, non di allegrezza. Vedrai che l’ufficio divino che si recita in questi giorni reca più di ogni altro i segni dell’antica semplicità, e più di ogni altro contiene i misteri sacri e solenni della nostra religione. Bisogna accostarsi ad essi con studio e attenzione per bene intenderli e con raccoglimento e compunzione per trarne profitto. Nell’ufficio di questi giorni vi è un misto di lutto e di commozione che infonde nell’anima di chi vi assiste devotamente una divina consolazione, ma anche un salutare orrore per l’atrocità del delitto che si commemora e per i peccati scellerati che l’hanno causato”.
“Sì, Monsignore” rispose Ludovico abbassando gli occhi ed assumendo spontaneamente un aspetto compunto e devoto. “Non dubiti che in questi giorni mediterò incessantemente la Passione di Nostro Signore. Anche il vescovo Alfonso De’ Liguori dice che la meditazione della Passione è il mezzo più sicuro per crescere nell’amore di Dio”.
“Bravo, Ludovico! Non lasciare mai la lettura di Alfonso De’ Liguori. Ma ora scendiamo in chiesa. Prima dell’inizio dell’ufficio il rettore vuole spiegare al popolo il significato di questi sacri riti”.
I due scesero in chiesa, dove già i religiosi e gli ospiti avevano preso posto nel coro e intorno all’altare. Anche nelle navate del sacro edificio vi era un buon numero di persone, soprattutto donne, tutte vestite di nero e sedute nelle panche a sinistra dell’ingresso, mentre gli uomini, più scarsi, erano seduti nelle panche di destra.
Oltre alle sei candele che ardevano sull’altare, su un supporto triangolare di legno, posto accanto ad esso, vi erano quindici candele accese, che dovevano essere spente ad una ad una durante l’ufficio dopo la recita di ogni salmo.
Nella chiesa tutte le immagini, compresi i crocifissi, erano coperte da un velo violaceo, secondo l’uso del Tempo di Passione, che incominciava la domenica antecedente la Domenica delle Palme. Anche questo elemento contribuiva a creare l’atmosfera di lutto e di dolore propria del sacro triduo.
Il rettore della chiesa, un anziano padre Barnabita dai capelli bianchi e dal passo incerto e zoppicante, salì sul pulpito e, assumendo un’aria austera e solenne, rivolse ai fedeli presenti queste parole:
“La Chiesa in questi giorni non fa che dimostrazioni di lutto, non ha che sentimenti di dolore, da cui vorrebbe che fossero devotamente animati i suoi figli. Negli altri uffici offre al Signore il sacrifico di lode, ma in questo fa solo un sacrificio di pianto. È per questo che tralascia tutto ciò che è effetto, segno o indicazione di gioia e di festa e, lasciato da parte ogni altro affetto, anche se pio e devoto, si occupa totalmente in pensieri ed affetti di tristezza e di dolore.
“Non comincia l’ufficio con le parole: Domine labia mea aperies, con le quali in altri tempi prega il Signore di aprirle le labbra per cantare le sue lodi e di prestarle il suo aiuto perché possa rendergli un culto degno della sua maestà. Tralascia l’Invitatorio e non conclude i salmi con il Gloria Patri. Non canta gli inni, non chiede la benedizione. Insomma, si può dire che, dimenticata ogni altra cosa, la Chiesa non pensi che a piangere e a dolersi. Ed il motivo che ha di piangere sono i peccati degli uomini e le pene del Redentore.
“Tutto l’ufficio non è che un pianto e un lamento, e vi si osserva un ordine simile a quello che si pratica nelle esequie dei defunti, perché anche in esso vengono celebrate le esequie del Redentore.
“Assistete a questo ufficio, dunque, senza distrazioni o pensieri profani, con i sensi della più profonda contrizione, pregando per i vostri peccati e per quelli di questo mondo sciagurato!”
Terminata la sua esortazione, l’anziano religioso discese zoppicando dal pulpito e prese posto nel coro insieme ai suoi confratelli e agli ospiti.
Per qualche istante tutti rimasero immobili al loro posto, poi il rettore batté un colpo sul banco e tutti si alzarono in piedi, rimanendo immobili per qualche minuto, mentre mentalmente recitavano il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Credo. Poi il sacerdote che fungeva da celebrante intonò l’antifona: Zelus domus tuae comedit me, et opprobria exprobrantium tibi ceciderunt supra me.
Terminata l’antifona, tutti si sedettero e incominciò il lungo ufficio detto delle tenebre.
Si recitarono molti salmi, intervallati prima dal canto struggente delle Lamentazioni di Geremia, poi da brani di Sant’Agostino e di San Paolo, intonati con una caratteristica e monotona cantilena.
Dopo la recita di ogni salmo, un accolito spegneva una candela del triangolo. Infine rimase accesa soltanto quella posta sulla cima
Conclusi i tre notturni dell’ufficio mattutino, seguì la recita delle Lodi, con il cantico di Zaccaria: Benedictus Dominus Deus Israel.
Durante la recita del Benedictus, l’accolito spense, una dopo l’altra, le sei candele che erano sull’altare e, terminato il cantico con l’antifona, furono spente tutte le luci della chiesa. Rimase soltanto la candela in cima al triangolo di legno. L’accolito la prese e si inginocchiò, tenendola in mano davanti all’altare.
Quando il celebrante intonò, come era previsto nel primo ufficio del triduo, la sola prima parte della solenne antifona: Christus factus est pro nobis obediens usque ad mortem, l’accolito portò la candela dietro l’altare. L’antifona risuonò, austera e drammatica, nel buio della chiesa.
Poi tutti recitarono mentalmente il Padre Nostro e a bassa voce il salmo Miserere, mentre un accolito distribuiva delle bacchette di legno.
Terminato il salmo, il celebrante si inginocchiò e cantò recto tono – cioè su una sola nota – l’orazione:
Respice, quaesumus, Domine super hanc familiam tuam, pro qua Dominus Noster Jesus Christus non dubitavit manibus tradi nocentium et crucis subire tormentum.
Al canto dell’ultima sillaba accentata della parola nocentium il celebrante salì di un tono, tornando subito dopo sulla nota di corda. Fece una piccola pausa dopo la stessa parola nocentium, e all’ultima sillaba della parola tormentum scese di un tono, restando poi per qualche istante in silenzio, mentre mentalmente recitava la conclusione dell’orazione: Qui tecum vivit et regnat etc.
Subito dopo l’accolito riportò la candela accesa da dietro l’altare e la pose di nuovo in cima al triangolo di legno, mentre il celebrante e gli altri officianti, battendo ripetutamente le bacchette di legno sui banchi, davano il segno della fine dell’ufficio con uno strepito che voleva simboleggiare lo sconvolgimento di tutte le cose e il terremoto che accompagnò la morte del Redentore.
I fedeli uscirono di chiesa genuflettendo davanti all’altare maggiore con aria compunta e devota, l’altare e il crocifisso furono coperti con un velo bianco, risuonarono tre squilli di campana e i religiosi e gli ospiti uscirono dalla chiesa e si raccolsero in silenzio nel refettorio per una cena frugale.
Durante il pasto nessuno parlò. Intanto si era fatto buio e, terminata la cena, il canonico prese per mano Ludovico e lo accompagnò fino alla sua stanzetta.
“Ora riposa!” gli disse. “Come ti ho detto, e come ha spiegato bene il rettore, questi sono giorni di lutto e di dolore, quindi dobbiamo conservare il raccoglimento, il silenzio e la compunzione del cuore. Ma voglio darti anche una bella notizia: domani mattina potremo vedere il Papa!”.
Gli occhi di Ludovico si illuminarono.
“Veramente, Monsignore?!” esclamò.
“Sì! Nella grande cattedrale di Roma, la basilica di San Giovanni in Laterano, il Papa celebrerà la Missa in Coena Domini e noi potremo assistere alla celebrazione, e avremo dei posti non lontani da Sua Santità”.
“Che bello!” esclamò Ludovico. “Grazie, Monsignore! È proprio una notizia meravigliosa!”
“Ma ora va’ a riposare! Sarai stanco del viaggio e del lungo ufficio. Domani mattina presto reciteremo con i padri Prima, Terza, Sesta e Nona. Poi andremo, insieme con gli altri del nostro gruppo, a San Giovanni in Laterano”.
“Che bello, Monsignore! So che la cattedrale di Roma è la madre di tutte le chiese! Sarà come andare in paradiso!”.
Il canonico sorrise con indulgenza.
“Be’, non proprio” disse, “ma certamente sentiremo l’augusta presenza di Dio! Ora dunque va’ a riposare! Il Signore ti benedica! E domani sii pronto per l’ufficio divino”.
Ludovico non stava più in sé dalla gioia. Vedere il Papa nella basilica lateranense durante la celebrazione della solenne messa del Giovedì Santo! Sarebbe stata un’esperienza assolutamente straordinaria, da ricordare per tutta la vita! Come doveva essere grato al Signore per una grazia così grande! Già immaginava di trovarsi alla presenza del Santo Padre, di cui aveva sentito più volte lodare il portamento nobile e l’aspetto maestoso. Cosa avrebbe fatto? Si sarebbe inginocchiato e avrebbe umilmente e devotamente chiesto la sua benedizione! E certamente il Santo Padre lo avrebbe guardato con affetto paterno e avrebbe fatto discendere su di lui un’abbondanza di grazie celesti!
Ludovico si coricò rimuginando questi pensieri e si addormentò quasi subito, vinto dalla stanchezza causata dalle fatiche del viaggio e dall’austero ufficio delle tenebre.
Sognò di trovarsi al centro di un’immensa chiesa, ricca di splendidi ornamenti, illuminata a festa e risuonante di sacri canti. Intorno a lui c’erano schiere di fedeli inginocchiati in adorazione, mentre davanti all’altare maggiore sfilavano innumerevoli sacerdoti e chierici con cotte e stole bianche.
All’improvviso dalla folla dei fedeli si levò un mormorio indistinto che cresceva sempre più di intensità, fino a culminare in un’esclamazione di esultanza: al seguito della schiera dei sacerdoti e dei chierici era apparsa la solenne figura del Papa, vestito dei bianchi paramenti sacerdotali. Ludovico lo fissava con ammirazione, ed ecco che il Santo Padre si fermava e si rivolgeva proprio verso di lui.
Ludovico si inginocchiò tutto tremante, mentre il Papa fissava lo sguardo indagatore su di lui.
“Santo Padre!” avrebbe voluto esclamare Ludovico. “Perdoni la mia audacia! Mi dia la sua benedizione!”. Ma le parole gli morirono in gola.
Il Papa, intanto, aveva distolto lo sguardo da lui e lo volgeva intorno a sé. La folla sembrava intimorita e, appena il Papa guardava dalla sua parte, si traeva indietro, come fosse presa dal panico. Anche lo sguardo del Papa appariva angustiato, come se scrutasse tutto intorno qualche imminente pericolo.
A un certo punto tutti incominciarono a fuggire e le luci si affievolirono fino a che la chiesa rimase nella semioscurità. Il Papa, rimasto solo, volse le spalle a Ludovico e incominciò ad allontanarsi camminando a fatica, appoggiato al pastorale.
Ludovico fece l’atto di slanciarsi verso di lui, gridando:
“Santo Padre! Sono qua io!”
Il grido uscì dalle sue labbra e il giovane si svegliò di soprassalto.
Si guardò intorno. Dove era? E la bella chiesa, e il Papa, dove erano finiti? Aimé, era stato soltanto un sogno! Ora ricordava che si trovava a Roma nella chiesa dei Padri Barnabiti. Nella sua stanzetta buia e silenziosa un raggio di luna penetrava attraverso il vetro della finestra.
Certamente il sogno gli era stato suggerito dall’attesa di vedere il Santo Padre la mattina dopo nella cattedrale di Roma. Ma perché tutto era finito in un grande spavento? Doveva essere stato quel presentimento di una minaccia incombente sul mondo, che le parole e il contegno dello zio avevano in più occasioni suscitato nel suo animo, a inquinare il suo sogno con immagini di terrore. Ma si trattava soltanto di un turbamento della fantasia, oppure il suo era veramente un sogno premonitore?
“O Signore!” mormorò in cuor suo Ludovico. “Allontana da noi ogni minaccia! Proteggi il tuo vicario in terra e proteggi tutti noi, tuoi fedeli!”.
Con questa breve invocazione la sua agitazione si acquietò. Il giovane si distese nel letto e poco dopo si addormentò.

La città santa

III

Il giorno dopo tutti si levarono per tempo al suono delle campane di Roma. Più tardi, dopo lo squillo che avrebbe accompagnato l’intonazione del Gloria nella Missa in Coena Domini, per due giorni le campane avrebbero taciuto, in segno di lutto per la morte del Redentore. Ma ora si poteva ancora sentire il concerto di tutte le campane della città eterna che salutavano festosamente il sorgere del nuovo giorno.
Ludovico si svegliò con grande emozione. Non aveva mai sentito un concerto di campane come quello! Sembrava che un numero incalcolabile di bronzi risuonanti, dai più grandi e gravi ai più piccoli e squillanti, riempisse senza fine l’atmosfera della città. Quante chiese, infatti, aveva visto Ludovico, pur nel breve tragitto della sera precedente, e quante altre dovevano adornare l’immensa estensione della santa città! E ora da tutte quelle sacre dimore, alcune grandi e solenni, altre povere e modeste, ma sempre impreziosite dall’arte per essere degne case di Dio sulla terra, si levava, come una solenne lode all’Altissimo, quel concerto meravigliosamente sonoro e armonioso.
Ludovico avrebbe desiderato ardentemente che il suono delle campane non finisse più, ma, con suo grande dispiacere, dopo un po’ i bronzi incominciarono a rallentare il loro scampanio e uno dopo l’atro cessarono di squillare.
“Peccato!” pensò Ludovico. “Si vede che soltanto in paradiso ci sarà gioia senza fine!”
Dopo aver recitato le sue preghiere, il giovane si vestì in fretta. Poco dopo Monsignor Giuliani bussò alla sua porta e, invitato premurosamente da Ludovico, entrò nella piccola stanza.
“Buon giorno, Monsignore!” lo salutò Ludovico.
“Buon giorno, caro! Hai dormito bene?”
“Benissimo, grazie!”
“Il tuo confessore ti ha dato il permesso di riceve la comunione oggi?”
“Sì, Monsignore! E anche Domenica di Pasqua!”
“Bene! Allora mi raccomando: ora non fare colazione e non mangiare e non bere nulla! Neanche un bicchier d’acqua! Devi rispettare il digiuno dalla mezzanotte!”
“Certo, Monsignore! Lo so bene!”
“Ora, dunque, scenderemo direttamente in chiesa e reciteremo l’ufficio insieme ai padri. Oggi diremo tutte insieme Prima, Terza, Sesta e Nona, perché poi non ci sarà tempo. Alle otto dobbiamo essere a San Giovanni per la Missa in Coena Domini, seguita daiVespri, dalla spogliazione degli altari e dal Mandatum. Poi in serata ci sarà qui, come ieri, l’ufficio delle tenebre. È un po’ pesante, lo so, ma tu ormai non sei più un bambino e puoi partecipare a tutte le funzioni”.
“Certo, zio! E la assicuro che per me non è affatto pesante!”
“Bravo! Allora se sei pronto possiamo incominciare a scendere”.
Ludovico fissò timidamente lo zio e, dopo un attimo di esitazione, disse:
“Monsignore, posso farle una domanda?”
“Certo, caro! Di’ pure!”
“Che cosa sta succedendo, Monsignore? È vero che siamo minacciati da gravi pericoli?”
“Perché mi fai questa domanda?”
“Oh, Monsignore! Non so! Sento come un presentimento che mi fa paura! Non è vero che in Francia ci sono stati grandi rivolgimenti, con tanti morti e persecuzioni alla Chiesa? E ho visto che anche lei è preoccupata! Che cosa sta succedendo?”
“Ma via! La Francia è lontana!”
“Ma non è vero che i francesi hanno passato le Alpi?”
“Su, non farti prendere dallo spavento! Ora il governo francese è cambiato e i suoi nuovi capi sono più moderati e più inclini alla pace. Loro stessi deprecano le orribili stragi fatte dal precedete governo. Inoltre essi sono impegnati con il Regno di Sardegna e con gli eserciti di Sua Maestà imperiale, e tra loro e noi ci sono la Repubblica di Genova e il Granducato di Toscana. È pur vero che nel Genovesato hanno occupato vasti territori, ma ora sono in pace con il Granduca di Toscana e ne riconoscono la neutralità, e nel Genovesato soffrono la fame per mancanza di vettovaglie. Il mare, infatti, non appartiene a loro, ma agli inglesi, i quali, coadiuvati dal Re di Napoli e da navi corsare, impediscono i rifornimenti ai soldati francesi. In Sardegna non sono riusciti a mettere il piede e dalla Corsica sono stati cacciati e l’isola è ora in mano agli inglesi, come lo è tutto il Mediterraneo. È di pochi giorni la notizia che una flotta francese, partita dal porto di Tolone per riconquistare la Corsica, nel mare di Noli è stata sconfitta dalle navi inglesi ed ha dovuto riparare in Spagna, per poi tornare a Tolone. È vero che gli inglesi sono eretici, ma in Corsica hanno rispettato la nostra santa religione e ora sono in trattative con il Santo Padre per promuovere in tutta l’isola la cura pastorale del popolo. Vedi, dunque, che non c’è da temere!”
“Ma perché il cardinale di Santa Cecilia è andato a Torino?”
“Oh, quante cose vuoi sapere, ragazzo mio! Ora pensa alla Settimana Santa e alla Pasqua e abbi fiducia in Dio, che non permetterà che nulla di male accada al suo vicario in terra e a questa santa città di Roma! D’accordo?”
“Sì, Monsignore! Ha ragione! Farò come mi dice”.
Ludovico abbassò gli occhi, sentendosi imbarazzato per aver forse rivolto domande troppo indiscrete allo zio.
“Su!” disse quest’ultimo sorridendogli e battendogli una mano sulla spalla. “Ora scendiamo e preghiamo il Signore insieme a questi bravi padri. Poi andremo, con gli altri del nostro gruppo a vedere il Santo Padre alla cattedrale di San Giovanni in Laterano. Lì ci saranno anche il nostro Vescovo e gli altri sacerdoti della nostra diocesi. Sei contento?”
“Oh, sì, Monsignore!” esclamò Ludovico rianimandosi. “Non vedo l’ora di vedere il Santo Padre!”
Lo zio sorrise benevolmente e insieme si avviarono verso le scale e scesero in chiesa.
Recitato l’austero ufficio di Prima. Terza, Sesta e Nona, Monsignor Giuliani, Ludovico e gli altri loro compagni uscirono dalla chiesa, attraversarono la piazza antistante e si avviarono lungo le vie circostanti per raggiungere la cattedrale di San Giovanni in Laterano.
Il tempo era sereno e il sole del primo mattino illuminava di un vivace bagliore le vie della città.
Ludovico si guardava intorno trattenendo il fiato per lo stupore e la meraviglia. Frotte di bambini poveramente vestiti giocavano allegramente per le vie fangose correndo dietro ai carretti che percorrevano le strade trasportati da asini e muli, mentre numerosi popolani e massaie apparivano da tutti gli angoli, portando fagotti, secchi, zappe e vari strumenti da lavoro. Camminavano piuttosto lentamente e spesso si fermavano a parlare tra loro.
Qualche brano di conversazione giungeva fino alle orecchie di Ludovico, suscitando in lui stupore e ilarità per quello che gli sembrava un insolito e attraente modo di parlare.
La quantità inesauribile e la bellezza di case, palazzi, chiese e monumenti non cessava di affascinarlo e di suscitare la sua curiosità.
Dopo aver attraversato le caratteristiche vie del quartiere adiacente alla chiesa dei Barnabiti, rigurgitanti di popolani e di botteghe artigiane, i pellegrini si trovarono di fronte ad un’ampia scalinata sormontata dalla facciata di una chiesa.
“Che cos’è?!” chiese Ludovico sgranando gli occhi per la meraviglia.
“È l’Ara Coeli, una chiesa officiata dai frati francescani” rispose Monsignor Giuliani.
“L’Ara Coeli?! È proprio come se fosse la porta del cielo!” esclamò Ludovico al colmo dell’entusiasmo.
“Ora non abbiamo tempo di entrare” disse lo zio sorridendo. “Ma proseguiamo! Ne vedrai tante di belle cose! Ecco qui un’altra scalinata! Questa porta al Campidoglio!”
“Il Campidoglio?!” esclamò Ludovico guardando estasiato il palazzo capitolino elevarsi in cima alla salita. “È il colle di Romolo e Remo!”
“Sì, certamente! E c’è anche la lupa! Ma ora proseguiamo! Non possiamo arrestarci!”
L’entusiasmo di Ludovico raggiunse il culmine quando, poco dopo, ai suoi occhi apparve lo spettacolo del Foro Romano, con l’inesauribile ricchezza dei monumenti e delle rovine dell’antica Roma.
“Monsignore!” esclamò con voce quasi timorosa. “Non possiamo fermarci qui ad ammirare questi luoghi pieni di storia?! Qui sono passati Cicerone, Giulio Cesare, Ottaviano Augusto!..”
Lo zio sorrise e lo prese per mano continuando a camminare.
“Ora non possiamo fermarci” disse. “Ritorneremo un’altra volta. Ma intanto osserva i monumenti più importanti. Guarda! L’arco di Settimio Severo, le colonne del tempio di Saturno, la Curia, la casa delle Vestali, di là il Palatino e più avanti la basilica di Massenzio…”
“Oh, Monsignore! Guardi laggiù! È l’Anfiteatro Flavio! Il Colosseo! Lì ci sono stati i primi martiri cristiani!”
“Sì! Certo! Anche se alcuni sostengono che il martirio dei cristiani sarebbe avvenuto altrove. Ad ogni modo, tra poco ci arriveremo e potrai vederlo da vicino. Però oggi non possiamo fermarci là. Domani ci andremo per la Via Crucis del Venerdì Santo. Sarà guidata da un padre Cappuccino”.
“Oh, Monsignore! Ma Roma è una meraviglia! È il posto più bello della terra! Quanta storia! Quanta fede!”
Quando ebbero attraversato il Foro Romano, Ludovico esclamò:
“Guardi! Il Colosseo proprio davanti a noi! Come è immenso! Oh, non vorrei più andare via di qua!”
“Animo! Ora giriamo intorno al Colosseo, da quella parte. Poi dobbiamo proseguire per la cattedrale di San Giovanni in Laterano. Non possiamo fermarci. Ma, come ti ho detto, torneremo domani così, durante la Via Crucis potrai pregare i santi martiri”.
I pellegrini girarono intorno al Colosseo e, scrutando quasi con timore la sua mole maestosa, si avviarono lungo la salita che conduceva alla cattedrale.
Ludovico a malincuore volse le spalle al grande anfiteatro, ripromettendosi di contemplarlo a lungo durante laVia Crucis del Venerdì Santo.
Intorno a lui e ai suoi compagni numerosi fedeli, singoli, a coppia o in gruppo, si recavano alla stessa meta. Alcuni recitavano il rosario o cantavano le litanie ad alta voce. A destra e a sinistra si estendeva una lunga fila di costruzioni dall’aspetto suggestivo: chiese, case, palazzi signorili.
Dopo un po’ l’attenzione di Ludovico fu attirata da un grande edificio a più piani che sorgeva alla sua destra. Le sue linee architettoniche erano molto armoniose, fregi eleganti incorniciavano le finestre e il portone d’ingresso, in legno massiccio, era sormontato da uno stemma, artisticamente scolpito, rappresentante una grande ostia che si elevava sopra un calice circondata da raggi luminosi.
Ludovico, suggestionato e incuriosito dall’edificio, stava per chiedere informazioni allo zio, quando il portone d’ingresso si aprì e ne uscì, un po’ alla volta, un lungo corteo di giovinette vestite di bianco, precedute da un gonfalone riproducente lo stemma posto sopra l’ingresso del palazzo.
Le ragazze erano molto giovani, dai dieci ai dodici anni, e avevano tutte un velo sul capo e sul viso un’espressione seria e devota. Le guidava una signora anziana, anch’ella vestita di bianco, che si alternava con loro nella recita del rosario. Il risuonare unanime del coro delle voci giovanili in risposta alle invocazioni mariane della loro guida sopraffaceva, con la sua squillante sonorità, ogni altra voce di preghiera lungo la strada, e istintivamente tutti i passanti fecero largo alla schiera delle giovinette e si inchinarono al loro passaggio.
Ludovico rimase a bocca aperta, intento ad osservare con trepida venerazione il corteo delle ragazze e, con voce quasi tremante, chiese allo zio:
“Chi sono?”
“Fanno parte della grande confraternita del Santissimo Sacramento” rispose Monsignor Giuliani. “Per loro il Giovedì Santo, insieme al Corpus Domini, è la festa principale dell’anno”.
“Anche a Sinigaglia c’è la confraternita del Santissimo Sacramento. Ma non è così bella! E quante sono!”
“Naturalmente! Roma è Roma!”
“Oh, sì, Monsignore! È proprio la città santa, la Santa Gerusalemme!”
Monsigor Giuliani sorrise.
“Oh, certamente la Gerusalemme del cielo è infinitamente più bella!”
“E cosa sarà, allora!?”
Il gruppo intanto aveva proseguito il cammino e presto giunse presso la cattedrale di San Giovanni in Laterano e, girando lungo il suo fianco, si trovò nel grande piazzale di fronte alla facciata d’ingresso.
Ludovico non aveva mai visto una chiesa così grande e, mentre rimaneva in silenzio a contemplarla, il corteo delle giovinette biancovestite della confraternita del Santissimo Sacramento, attraversando la folla dei fedeli, sfilò davanti ai suoi occhi come una visione celestiale ed entrò ordinatamente nella cattedrale, accompagnato dal riecheggiare, in lontananza, degli accordi dell’organo.


La città santa

IV

Tra la folla che occupava la piazza antistante la basilica lateranense, ben presto Monsignor Giuliani riconobbe gli altri membri del clero marchigiano e il vescovo di Sinigaglia.
“Uniamoci a loro!” disse prendendo Ludovico per mano, e, seguito dagli altri sacerdoti che lo accompagnavano, raggiunse il gruppo dei corregionali.
Ma Ludovico guardava ansiosamente in direzione della chiesa. Aveva visto la processione delle giovinette biancovestite sfilare all’interno della cattedrale e avrebbe voluto seguirle. Ora invece doveva indugiare, aspettando che il gruppo dei sacerdoti marchigiani si decidesse ad entrare, al seguito del loro vescovo. Sebbene fosse ben esercitato alla sottomissione e all’obbedienza, il giovane faceva fatica a contenere l’impazienza di avviarsi all’interno della grande basilica, per il timore di perdere il contatto con il corteo delle giovinette.
Finalmente il vescovo si mosse verso la cattedrale, seguito dal suo clero.
Monsignor Giuliani continuava a tenere per mano Ludovico, causandogli un certo disagio e l’impressione di essere quasi tenuto forzatamente a freno nel suo desiderio ardente di seguire la processione celestiale nella più augusta chiesa del mondo.
Facendosi largo tra la folla dei fedeli, il gruppo dei sacerdoti marchigiani entrò nella basilica e Ludovico rimase stupefatto alla vista dell’immensa chiesa illuminata a festa da un’infinita quantità di lampade e di candele e ricolma di una folla pittoresca di sacerdoti, frati, suore, signori e signore splendidamente vestiti, che occupavano posti di riguardo, confraternite con le loro divise dai più svariati colori e i loro gonfaloni e una moltitudine incalcolabile di popolani di ogni estrazione. E tutta quella folla cantava, come un’immenso coro di angeli, le litanie della Madonna accompagnata dagli accordi dell’organo.
Ludovico, guardandosi intorno come stordito da una magnificenza che superava ogni sua immaginazione, ricercava con ansia il corteo delle giovinette. Finalmente le scorse ben ordinate tra la folla dei fedeli nei pressi dell’altare papale sormontato dal baldacchino gotico.
“Ci avviciniamo all’altare?” chiese con trepidazione allo zio.
“Certamente!” rispose Monsignor Giuliani. “Abbiamo i posti riservati proprio lì vicino. Ma guardati intorno! Hai mai visto tante cappelle così ricche di segni della nostra fede? Quanta storia e quanta arte c’è in questa cattedrale!”
“Oh, sì, Monsignore! Sembra un sogno! Non vorrei più uscire di qui!”
Intanto il vescovo di Sinigaglia, seguito dal suo clero, percorrendo tutta la lunghezza dell’immensa basilica, si era avvicinato all’altare maggiore. Un canonico della cattedrale lo riconobbe, gli si avvicinò e condusse tutto il gruppo al posto loro assegnato, una decina di metri a destra dell’altare.
Ludovico non stava più in sé dalla gioia, vedendo dalla parte opposta, proprio di fronte a lui, le giovinette della confraternita del Santissimo Sacramento schierate su due file in prima linea, tutte con l’abito e il velo bianco, con il libro delle preghiere in mano e con lo sguardo rapito verso il cielo, mentre ad una sola voce elevavano alla Vergine il loro squillante canto di lode.
“Possono essere più belli gli angeli?” si chiese Ludovico.
Intanto un po’ alla volta la folla si disponeva ordinatamente e i chierici ultimavano i preparativi per la messa.
Il canto delle litanie si concluse e il suono dell’organo cessò. La basilica rimase per qualche tempo in silenziosa attesa. Solo un leggero mormorio si levava di tanto in tanto dalla folla dei fedeli.
Poi improvvisamente risuonarono di nuovo gli accordi dell’organo e il gruppo dei chierici cantori, allineato ordinatamente nel coro ligneo dietro l’altare papale, intonò l’introito della messa.
Dalla sagrestia uscì una lunga schiera di sacerdoti e di chierici, preceduti dai ministri recanti il turibolo con l’incenso e sei candele accese. Dopo la lunga schiera dei sacerdoti e dei chierici seguirono alcuni vescovi e cardinali e infine, splendente nei paramenti bianchi, apparve la figura maestosa del Papa.
Al suo passaggio tutti si inginocchiarono con devozione e timore e Ludovico fissò gli occhi pieni di ammirazione su di lui e non poté più staccarli dalla sua persona.
Il Santo Padre PioVI spiccava per la sua figura grande e solenne e aveva sul viso un’espressione seria ed assorta che incuteva rispetto e soggezione. Avanzava appoggiandosi sul pastorale e benedicendo la folla dei fedeli con la mano destra.
Salì all’altare, lo baciò, lo incensò e andò a sedersi sul trono del celebrante. Poco dopo il coro intonò il Kyrie eleison e poi il Gloria.
Squillarono a lungo campane e campanelli, mentre l’organo riempiva la basilica con i suoi accordi sonori. Appena il coro finì di cantare il Gloria, le campane cessarono di squillare e il suono dell’organo si interruppe. Da quel momento fino al Sabato Santo campane ed organo sarebbero stati in silenzio in segno di lutto per la morte del Redentore. Per chiamare i fedeli si sarebbero usati dei legni battuti l’uno contro l’altro e per accompagnare i canti, dove era possibile, si sarebbe usata una spinetta.
Tutti si sedettero e la messa proseguì con la solenne declamazione dell’epistola e del Vangelo. Poi il Papa si alzò, salì all’altare e rivolse la sua parola ai fedeli. La sua voce stentorea aveva un’intonazione patetica e a volte triste.
“Eminenze ed Eccellenze reverendissime” egli disse, “amati confratelli nel sacerdozio, carissimi chierici, religiosi e religiose, signori della nobiltà e voi tutti fedeli di ogni classe e condizione. Voi siete tutti nostri figli, e tutto il nostro sforzo e il nostro desiderio è stato sempre di condurvi a vivere una vita tranquilla, nella pace e nell’esercizio della virtù, perché poteste essere felici per quanto è possibile in questa vita e meritare la felicità eterna nell’altra. Ma la Provvidenza ha disposto che vivessimo in tempi turbolenti e calamitosi, nei quali i nemici della pace, della virtù e della religione impiegano il loro fervente zelo, degno di miglior causa, per turbare l’ordine e la felicità della società umana.
“Già da tempo abbiamo levato la nostra voce a denunciare la mancanza di freno di quanti proclamano che non sia degno dell’uomo sottostare ad alcun giogo di legge, umana o divina, e spingono il popolo alla ribellione e al disprezzo di ogni più sacra autorità. E purtroppo i popoli, sedotti dal miraggio di una libertà e di una licenza sottratte ad ogni regola ed ad ogni sanzione, hanno ascoltato le false promesse di questi empi tribuni e si sono lasciati andare ad abominevoli fatti di sangue, giungendo fino a mettere a morte i loro sacerdoti, i loro benefattori e i loro sovrani! E il fuoco sollevato dalla rivolta, nonostante le promesse fatte con le labbra, non accenna a placarsi.
“Oh, come vorremmo, in queste sacre solennità, dire a voi parole di rassicurazione e di speranza! Ma purtroppo il nostro ministero di verità ci obbliga a dichiararvi che sul nostro futuro incombe un’ombra minacciosa. Che cosa avverrà? Non lo sappiamo! Il futuro è nella mani di Dio. Servirà la sacralità di questa santa Sede Apostolica e di questa alma città a stornare da noi l’odio furente di quanti hanno dichiarato guerra a quanto vi è di nobile e di sacro? Umanamente parlando abbiamo tutte le ragioni di dubitarne. Ma il braccio del Signore non si è accorciato ed egli può sempre intervenire a fermare, con la sua mano onnipossente, le orde degli eserciti umani.
“Ma cari fedeli! Perché noi possiamo sperare fondatamente nell’intervento della Provvidenza, dobbiamo meritarlo. Forse che possiamo pretendere che Dio abbia cura di noi se temerariamente lo bestemmiamo, o se non ci curiamo di obbedire ai suoi comandamenti? Possono confidare nella protezione dell’Onnipotente l’assassino, il ladro, l’adultero, il dispregiatore della religione? Ebbene, sì! Possono confidare nel suo aiuto dal momento in cui si convertono dalla loro condotta perversa e, facendo penitenza con un sincero ravvedimento, con invocazioni, pianti, lamenti e digiuni ritornano alla casa paterna, confessano la loro indegnità e, moltiplicando le opere buone, dimostrano con i fatti di non essere più figli ingrati degni dell’ira divina!
“A tutti voi noi ci appelliamo! Nessuno che ora si trova in questa sacra basilica esca senza aver deciso sinceramente in cuor suo di obbedire a questo nostro urgente richiamo: pieghiamo il cuore paterno di Dio con la nostra penitenza! Strappiamo dalle sue viscere di misericordia il perdono per i nostri innumerevoli peccati con le nostre suppliche, opportune ed importune! Otteniamo dal Signore degli eserciti che, non considerando la nostra passata infedeltà, ponga fine, con la sua mano onnipotente, alle scelleratezze degli uomini e ci sottragga alla loro furia ed al meritato castigo!
“Ma, cari fedeli, se le nostre colpe sono troppo gravi, se ormai è troppo tardi per ottenere il mutamento dei giusti decreti della Provvidenza, allora chiniamo il capo agli imperscrutabili disegni di Dio e, con umile e rassegnata sottomissione, accogliamo quanto egli dispone per noi, fosse pure la più infame abiezione, a sconto dei nostri peccati e ad implorazione della sua misericordia per i nostri persecutori.
“Né l’esilio, né la confisca dei beni, né da distruzione della patria, e neanche la morte più atroce, nostra e dei nostri cari, ci separi mai dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore!
“Ed ora, con umile e fiducioso abbandono ai misteriosi disegni della Provvidenza, proseguiamo con fede la celebrazione di queste sante solennità”.
Ludovico aveva ascoltato con la più viva attenzione e commozione le parole appassionate del Papa e più di una volta gli era sembrato che lo sguardo del Santo Padre si fissasse su di lui, come se intendesse rivolgersi a lui personalmente.
Il discorso penetrò profondamente nel suo cuore, come un’impronta indelebile stampata nello sbocciare della sua giovane vita e destinata a segnare tutto il suo futuro destino.
“Dunque” egli pensava con un fremito nel suo cuore, “i miei presentimenti erano veri! La Francia non è così lontana come sembra e da un momento all’altro i suoi eserciti potrebbero riversarsi in questa nostra penisola e distruggere tutto! Potrebbero perfino occupare questa santa città e fare del male al Papa! Ma come è possibile! Dio non può permetterlo! Eppure il Papa stesso non ha escluso che ciò possa avvenire! È per i nostri peccati! Ma non certo per i peccati del Papa! Un uomo così santo! Oh, Signore! Non lo permettere! Ecco! Sono pronto ad offrirti la mia vita per il Santo Padre! Oh! Vorrei essere come Giovanna d’Arco e mettermi alla guida di un esercito per affrontare le armate nemiche che minacciano questa penisola e questa città!”
Intanto la celebrazione proseguiva, tra riti suggestivi e canti solenni e Ludovico riversò tutta la sua ansiosa preoccupazione nella preghiera e nell’abbandono fiducioso al Signore.
Al momento della comunione egli si accostò devotamente alla mensa eucaristica, un po’ dispiaciuto di non ricevere la sacra ostia dalla mani stesse del Papa.
Mentre, in ginocchio, faceva il ringraziamento, il suo sguardo estasiato si fissò sulla schiera delle giovinette della Confraternita del Santissimo Sacramento che, inginocchiate a turno alla balaustra dell’altare, ricevevano la comunione.
Era uno spettacolo meraviglioso vedere quel lungo corteo di fanciulle innocenti, vestite nel loro abito immacolato e con il bianco velo sul capo, accostarsi alla sacra mensa e tornare poi al loro posto con il viso trasfigurato dalla gioia di avere Gesù nel cuore.
“Tutto questo sarà distrutto e cancellato?!” si chiese Ludovico con angoscia.
Quando le giovinette furono tutte tornate al loro posto, Ludovico chiuse gli occhi, appoggiò il viso sulle mani e si immerse in una patetica implorazione a Dio perché non permettesse che una mano sacrilega venisse a fare del male a quelle fanciulle nel cuore della stessa città di Roma.
Fu lo zio a riscuoterlo dalla sua concentrazione, invitandolo ad alzarsi in piedi ed a seguire la processione del Santissimo Sacramento all’altare della reposizione, allora comunemente chiamato “sepolcro”.
Il coro, seguito dalla folla dei fedeli, intonò l’inno “Pange lingua”, il Papa, con il piviale e il bianco velo omerale, prese il calice con l’ostia consacrata e la processione si avviò dall’altare papale alla cappella dell’adorazione.
Il corteo percorse la basilica al canto dell’inno eucaristico, poi il Papa entrò nella cappella, consegnò il Sacramento al diacono, che lo depose sull’altare, splendidamente adornato di luci e di fiori, e si inginocchiò. Mentre un ministro incensava il Sacramento, il coro e i fedeli intonarono le ultime due strofe dell’inno – “Tantum ergo sacramentum veneremur cernui” – e alle parole “Genitori Genitoque” il diacono ripose il Sacramento nel tabernacolo. Poi tutti rimasero per qualche minuto in silenziosa adorazione, prima di avviarsi ordinatamente in sagrestia.
“È troppo grande” pensò Ludovico, “troppo santo, troppo bello questo mistero, celebrato qui nella chiesa più sacra dell’universo! Oh, no, Signore! Non è possibile che tu permetta che gli eserciti di questa terra giungano a profanare un luogo così santo!”


La città santa

V

Il giorno dopo, Venerdì Santo, fu una giornata molto intensa e sofferta per Ludovico.
La sera prima, mentre assisteva all’ufficio delle tenebre nella chiesa dei Barnabiti, la sua mente non poteva staccarsi dal ricordo delle emozioni vissute nella basilica lateranense e dalla bianca figura del papa, che aveva presieduto la Missa in Coena Domini. La sua mente indugiava anche sul ricordo del corteo delle giovinette della Confraternita del Santissimo Sacramento, che, dopo la processione e la reposizione, erano rimaste a lungo in ginocchio, in silenziosa adorazione, di fronte al sepolcro splendidamente adornato, e infine si erano dirette, allineate in perfetto ordine, a due a due, verso l’uscita della basilica. Avrebbe voluto seguirle e non perderle mai di vista, pieno di ammirazione per la loro bellezza celestiale, ma si era dovuto trattenere nella cattedrale insieme allo zio e al clero marchigiano per assistere ai vespri, alla spogliazione degli altari e al “Mandatum”.
Quest’ultima celebrazione ricordava il “comandamento nuovo” di Cristo, che egli aveva lasciato agli apostoli quale suo proprio “mandato”, di amarsi gli uni gli altri, così come egli li aveva amati. Per far rivivere questo momento così significativo dell’ultima cena, il papa aveva personalmente servito in tavola dodici poveri, che impersonavano gli apostoli, e aveva poi lavato loro i piedi.
Era stata una mattinata estremamente impegnativa, con la serie ininterrotta delle celebrazioni, incominciate verso le otto e terminate soltanto nel primo pomeriggio. Nulla di strano che le giovinette della confraternita del Santissimo Sacramento, ancora troppo piccole per sopportare cerimonie così lunghe e faticose, fossero state condotte via dalla loro direttrice dopo l’adorazione al sepolcro.
Ma Ludovico era rimasto fino alla fine e non aveva sentito la stanchezza. Lo splendore della basilica, la solennità delle celebrazioni, la sublimità dei canti, la partecipazione corale di tutto il popolo, il corteo delle giovinette vestite di bianco lo avevano così profondamente impressionato e coinvolto, da renderlo insensibile alla stanchezza e alla fame.
Il clima festoso della Missa in Coena Domini si era repentinamente mutato nel clima penitenziale, proprio del Venerdì Santo, al momento della spogliazione degli altari.
Un cantore aveva intonato l’antifona “Diviserunt sibi vestimenta mea, et super vestem meam miserunt sortem” e il coro aveva proseguito con il canto del salmo “Deus Deus meus, respice in me, quare me dereliquisti?”, mentre i chierici toglievano le tovaglie e tutti gli ornamenti dell’altare maggiore – tranne il crocifisso, che era stato ricoperto con un velo violaceo – e poi di tutti gli altari della basilica. Infine erano state spente tutte le luci, tranne quelle che ornavano il sepolcro, come segno che, durante la tragedia della passione, si era spento Cristo, luce del mondo.
La celebrazione del “Mandatum”, in cui il papa stesso aveva dato l’esempio dell’umile servizio che gli uomini devono rendersi reciprocamente, aveva risvegliato il fervore della memoria dell’ultima cena e aveva lasciato nell’animo di Ludovico l’immagine indelebile del santo pontefice che lavava i piedi ai poveri.
Tutte queste sublimi impressioni lo avevano accompagnato anche durante la celebrazione vespertina dell’austero ufficio delle tenebre nella chiesa dei Barnabiti. Ma il giorno dopo, con il severo digiuno di tutta la giornata e le lunghe celebrazioni, improntate al più rigoroso spirito penitenziale, era subentrato il clima patetico e angoscioso della passione e morte di Cristo e l’animo di Ludovico era stato come ricoperto da un velo di devota tristezza.
La mattina, sul presto, lo zio lo aveva portato nella chiesa di San Salvatore in Lauro, appartenente al Pio Sodalizio dei Piceni, e lì avevano assistito alla solenne celebrazione del Venerdì Santo, detta anche “Messa dei presantificati”. Non era, in realtà, una vera messa, perché non si riteneva conveniente celebrare sacramentalmente il sacrificio di Cristo il giorno in cui si commemorava il suo sacrificio cruento sulla croce. Non vi era, perciò, il canone con la consacrazione eucaristica e al popolo non si distribuiva la comunione. Soltanto il celebrante si comunicava, utilizzando l’ostia consacrata il giorno precedente – e da qui derivava il nome: “Messa dei presantificati”.
La celebrazione era durata più di tre ore e Ludovico era rientrato nella casa dei Barnabiti dopo mezzogiorno, stanco per la lunga cerimonia e per la camminata e indebolito dal digiuno.
Non volle, però, riposarsi, pensando che erano proprio quelle le ore della passione del Signore, e preferì rimanere in orazione in chiesa, aspettando il momento di recarsi con lo zio e gli altri sacerdoti al Colosseo per la Via Crucis.
Dovevano trovarsi lì prima delle tre del pomeriggio, ora solenne della morte di Cristo. Allora un padre cappuccino avrebbe guidato la Via Crucis più significativa dell’anno, perché celebrata nel giorno e nell’ora stessa della tragedia del Calvario.
Poco dopo le due il gruppo si mosse dalla chiesa dei Barnabiti e si avviò alla volta del Colosseo.
Ludovico, come tutti gli altri, osservava il più rigoroso silenzio, non volendo distrarre l’animo dalla contemplazione amorosa della passione di Cristo. Non poté fare a meno, tuttavia, di indugiare con lo sguardo sulle chiese e sui monumenti della città eterna che incontravano nel loro cammino.
“O, Roma!” esclamava in cuor suo. “Quanti tesori di fede e di storia racchiude questa santa città!”
Intorno a lui si scorgevano folle di persone di umile condizione, tutte con sul viso i segni del dolore e della compunzione che ispirava loro il vivo ricordo della morte di Cristo.
Giunti al Colosseo, Ludovico rimase a lungo a contemplare il grandioso edificio. Sebbene lo zio, grande erudito, gli avesse detto che alcuni storici dubitavano che fosse lì il luogo del martirio dei primi martiri cristiani, il giovane pensò che non si trattasse che di una questione cavillosa di qualche spirito originale e richiamò con commozione alla mente le memorie di tanti innumerevoli santi, noti e sconosciuti, che, su quelle pietre, avevano versato il sangue per Cristo: uomini, donne, giovinette, bambini anche, che non avevano tremato di fronte alle fauci spalancate dei leoni o alle lance e alle spade dei persecutori!
Lo zio lo richiamò alla realtà prendendolo per mano e conducendolo all’interno dell’Anfiteatro, presso uno degli altari che segnavano le stazioni della Via Crucis.
Lì si era radunata una numerosa folla, e soprattutto molti membri della confraternita dei Camaldolesi, con il loro abito grigio e il cappuccio, che copriva anche la faccia e lasciava intravedere soltanto gli occhi attraverso due piccole aperture.
Poco prima delle tre arrivò un frate cappuccino e incominciò il suo sermone – come spesso succedeva allora, piuttosto arido e convenzionale. Era un frate molto semplice e, come si poteva capire facilmente, privo di istruzione. Ma, di là dai concetti piuttosto banali del suo sermone, la sua fisionomia esprimeva una sincera devozione, ed essa divenne improvvisamente travolgente quando il frate, conclusa la sua predica, sollevò in alto il crocifisso, si prostrò con la faccia a terra ed esclamò a gran voce:
“Miserere nostri, Domine! Miserere nostri!”
I presenti, seguendo il suo esempio, si gettarono in terra e gridarono ad una sola voce:
“Miserere nostri, Domine! Miserere nostri!”
Il grido risuonò, patetico e fragoroso, tra gli antichi portici del Colosseo.
Anche Ludovico si inginocchiò, associandosi al grido della folla, e rimase a lungo prostrato in terra con il volto bagnato di lacrime di commozione, mentre la folla seguiva il cappuccino nella processione della Via Crucis.
Improvvisamente sentì una voce che gli sembrò fosse rivolta a lui:
“Buon ragazzo!”
Si guardò intorno e vide un giovane elegantemente vestito in piedi accanto a lui. Lo guardò con aria stupita e con lo sguardo interrogativo.
“Buon ragazzo!” ripeté lo sconosciuto. “Posso parlare con te?”
Il giovane aveva un accento strano.
“Sarà un forestiero?” si chiese Ludovico. e, alzandosi in piedi, disse:
“Mi scusi! Forse, senza volerlo, ho invaso il suo spazio!”
Il giovane sorrise con indulgenza.
“O, no! No!” disse. “Vorrei soltanto parlare un po’ con te. Sono forestiero e da diversi giorni non ho nessuno con cui parlare. Tu mi sembri un buon giovane, e vedo che sei sinceramente devoto”.
“Mi dispiace che sia così solo, signore! Ha detto che è forestiero. Da dove viene?”
“Sono scozzese”.
Ludovico sgranò tanto d’occhi.
“Scozzese?!” esclamò. “Come la regina Maria Stuarda?!”
Il giovane sorrise.
“Sì, certo!” disse. “Ma… devo confessarti che… che non sono cattolico!”
A queste parole Ludovico lo guardò stupito e un po’ turbato. Aprì la bocca per dire qualche cosa, ma le parole gli morirono in gola.
“Non sono cattolico” riprese il giovane abbassando la testa. “E veramente le cerimonie di questa Settimana Santa a Roma mi sono sembrate un po’ esteriori e poco sentite. Ma sono rimasto molto impressionato dal’invocazione del padre cappuccino e della folla dei fedeli. Questo appello del dolore alla bontà, della terra al cielo, ha scosso la mia anima nel suo santuario più intimo, e ho visto riflessa nei tuoi occhi la mia stessa emozione. Anche se non sono cattolico, condivido con te lo stesso sentimento di religione!”
“Ma…” balbettò Ludovico intimorito e confuso, “ma… voi in Scozia ora siete protestanti, vero?”
“Sì, per la maggior parte. Ma, ti prego, non giudicarmi per questo! Vorrei proprio che tra di noi ci capissimo, di là da questa differenza. Vi è un’altra persona, anche lei cattolica, con la quale vorrei capirmi, superando ogni ostacolo. E sto molto soffrendo per questo!”
“Un’altra persona? E chi è? Non ha detto che è solo?”
“Si tratta di una giovane che ho conosciuto in questi mesi a Roma. Ora però si è assentata per un ritiro in preparazione alla Pasqua. Forse oggi la rivedrò. La amo tanto e sento dolorosamente la sua lontananza! E poi ho un grande rimorso nel cuore, che mi tormenta acerbamente e mi impedisce di prendere una decisione”.
“Il rimorso non è una buona cosa! Se abbiamo fatto qualche cosa di male, il vero rimedio è il sincero pentimento davanti a Dio, accompagnato dalla fiducia nella sua misericordia e dalla confessione sacramentale”.
Il giovane scosse il capo tristemente.
“Sì, hai ragione! Il rimorso dovrebbe lasciare il posto al pentimento! Ma noi protestanti non abbiamo la confessione sacramentale!”
“Mi dispiace! Deve essere molto triste!”
“Lo è! Ma vorrei chiederti di pregare per me! Tu sei un giovane devoto e sincero! Chiedi al Signore che mi illumini! La mia colpa più grave è che, quando mio padre era infermo, mi sono trattenuto lontano da lui per una passione ingannevole, e quando sono tornato in patria, egli era già morto. Soffro immensamente al pensiero di averlo lasciato morire senza confortarlo con la mia presenza e di non aver avuto la sua ultima benedizione, né le sue ultime raccomandazioni paterne. Ora sono in un dubbio crudele: amo appassionatamente questa giovane, ma cosa direbbe mio padre? So che egli pensava di destinarmi ad un’altra giovane!”
“Le prometto che pregherò per lei! Ma deve pensare che Dio è misericordioso e ascolta le nostre preghiere. Chissà che in punto di morte egli non abbia illuminato suo padre, rassicurandolo sulla sua sorte! E allo stesso modo può illuminare lei, mostrandole la scelta migliore da fare, e forse anche…” qui Ludovico si interruppe, per il timore di essere indiscreto con il suo interlocutore.
Ma il giovane capì le parole inespresse di Ludovico e sorrise scuotendo il capo:
“Abbandonare la religione dei propri padri” disse “non è cosa che si possa fare così facilmente! No! Vi sono troppe memorie sante che non mi è lecito abbandonare e, come ti ho detto, ho visto troppa esteriorità qui a Roma! Ma ti assicuro che ammiro la tua fede e la tua devozione, come anche quella della giovane che amo. Forse in un matrimonio fedele la nostra religione, apparentemente diversa, potrebbe diventare quasi una cosa sola!”
Ludovico abbassò il capo e, dopo un attimo di silenzio disse:
“Pregherò per lei e per la giovane che ama! Ma posso sapere il suo nome?”
“Mi chiamo Osvaldo! E tu?”
“Io sono Ludovico!”
“Allora addio, Ludovico! Sono felice di averti conosciuto! Prega per me e per la mia giovane amica!”
“Non dubiti!”
Osvaldo gli strinse calorosamente la mano e, dopo un ultimo saluto, si allontanò da lui.


La città santa

VI

La sera di quello stesso giorno Ludovico si recò, insieme allo zio e al clero marchigiano, nella Cappella Sistina ad assistere all’uffico delle tenebre. La celebre cappella era immersa nella penombra e le grandiose immagini michelangiolesche, sobriamente illuminate dalla luce che penetrava attraverso le sacre vetrate, dominavano la folla dei fedeli e le infondevano un sentimento di devota compunzione e di ansiosa attesa dell’imminente giudizio di Dio sui peccati del mondo.
Tra la folla dei fedeli vi erano molti stranieri, giunti a Roma come pellegrini in occasione della settimana Santa e ora desiderosi di ascoltare il solenne Miserere, la cui fama era diffusa in tutta Europa.
Appena il coro, nascosto dietro una tribuna, intonò la melodia del salmo, tutti tacquero e molti si inginocchiarono. I versetti gregoriani si alternavano con sublimi evoluzioni polifoniche, suggerendo una sorta di dialogo tra la travagliata vita terrena e la beata vita celeste, dalla quale un dolce sguardo misericordioso sembrava discendere sulla miseria umana. Infine l’alternarsi delle voci del suggestivo dialogo si concluse con un’ultima prolungata polifonia, che, elevando sempre più in alto l’intreccio delle voci, sollevò gli animi dei fedeli verso un’ineffabile pace celestiale.
Ludovico rimase a lungo in ginocchio, estasiato dalle suggestioni della pittura e del canto. Quando l’ufficio delle tenebre finì, si accodò alla processione silenziosa dei fedeli che discendeva in basilica per l’adorazione della croce.
Mentre procedeva in silenzio, scorse tra la folla dei fedeli il giovane scozzese che aveva incontrato nel primo pomeriggio al Colosseo. Il giovane sembrava vivamente emozionato e non cessava di scrutare davanti a sé verso il gruppo delle donne che apriva la devota processione.
Giunti in basilica, i fedeli fecero ala intorno al grande crocifisso che risplendeva solitario, illuminato da alcuni ceri, nell’oscurità in cui era immerso l’immenso edificio.
Di fronte alla croce era inginocchiato il Santo Padre, vestito di bianco, attorniato dai suoi cardinali.
L’adorazione silenziosa durò una mezz’ora e tutti si associarono, con religioso rispetto, alla preghiera che il santo vegliardo elevava nel suo cuore per quel mondo travagliato di cui la divina provvidenza gli aveva affidato la cura suprema.
Quando il Santo Padre si alzò in piedi, Ludovico vide Osvaldo rivolgersi verso una bella giovane, un po’ pallida in volto, ma sorridente, che, dal gruppo delle donne si avviava verso di lui.
Accadde, però, una cosa strana, che lasciò interdetto Ludovico. Intorno alla giovane subito si formò un gruppo di persone che incominciarono a parlare animatamente tra loro come se si trovassero non nella basilica di San Pietro la sera del Venerdì Santo, ma nei pubblici giardini in un giorno di festa. Ludovico osservò che anche Osvaldo era rimasto sorpreso di questa facilità dei romani di passare con tanta disinvoltura dalla più austera devozione alle conversazioni mondane, e lo vide appartarsi con aria quasi sdegnata. Ma subito la giovane lo raggiunse e incominciò tra loro una lunga e intensa discussione.
Ludovico, dopo un attimo di esitazione, rinunciò a salutare il suo amico scozzese, come avrebbe desiderato, non volendo interferire nella sua conversazione con la bella giovane, che certamente doveva essere la persona di cui egli gli aveva parlato qualche ora prima.
Ma il ricordo della scena di cui era stato testimone lo accompagnò durante le ora seguenti, ed egli non mancò di pregare il Signore perché Osvaldo trovasse la pace del cuore e infine ritornasse all’ovile della Chiesa cattolica.
Il giorno successivo, Sabato Santo, secondo il costume e le norme di allora, non potendosi celebrare la messa dopo mezzogiorno, quella che doveva essere la solenne veglia pasquale, e perciò la celebrazione della risurrezione di Cristo, doveva essere anticipata alla mattina del medesimo giorno.
Con lo zio e gli altri sacerdoti che dimoravano a San Carlo ai Catinari, Ludovico uscì per tempo e, attraversato il pittoresco quartiere in cui sorgeva la chiesa, giunse in vista del Foro Romano e salì la scalinata dell’Ara Coeli.
Entrato nella basilica, mentre si avvicinava insieme agli altri suoi compagni all’altare maggiore, rimase come incantato ad ammirare la decorazione barocca della chiesa. Poco dopo un frate francescano salì sul grande pulpito che spiccava nella parete della navata destra e, rivolto alla folla dei fedeli, disse con voce stentorea:
«Cari fratelli, la messa che stiamo per celebrare è centrata nella commemorazione della risurrezione di Cristo. Essa, dunque, deve essere considerata non come messa del giorno di sabato, ma come messa della notte di Pasqua. E per questo, benché si dica di giorno, pure vi si trovano le medesime espressioni appartenenti alla notte. Si dice, infatti, nell’orazione: Deus, qui hanc sacratissimam noctem, per conservare la memoria dell’uso antico. È dunque questa la messa della notte, ossia della vigilia di Pasqua, che cominciava sull’imbrunire del sabato dopo nona, verso il tramontar del sole. La funzione durava fino all’aurora del giorno seguente e l’intera notte era impiegata in letture, preghiere, istruzioni per i fedeli e nella celebrazione del sacrificio. I fedeli si trattenevano in chiesa fino alla resurrezione del Signore, che si crede fosse nelle prime ore della mattina.
«Mi chiederete perché in questo giorno si fa la solenne benedizione del fuoco acceso con la pietra. E la risposta è che si tratta di un vestigio dell’antichità. Una volta si ricavava ogni giorno il fuoco dalla pietra, e ci si serviva di esso per accendere i ceri e le lampade della chiesa. Ma prima si faceva la benedizione di questo nuovo fuoco, perché la chiesa non ha mai avuto il costume di servirsi di cosa alcuna nelle ufficiature sacre se prima non fosse stata benedetta. Con più solennità oggi si fa la benedizione del fuoco, perché quel fuoco, ricavato dalla pietra, rappresenta Cristo nuovamente risorto».
Il frate discese dal pulpito e poco dopo ebbe inizio la funzione, che si protrasse per più di tre ore.
Dopo la benedizione e la processione del cero, seguì il canto del preconio pasquale, nel quale risuonò la celebre e commovente espressione, ricordata anche dal filosofo Leibniz, che così apostrofa il peccato di Adamo: O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere redemptorem!
Furono poi proclamate le dieci letture bibliche, seguite dalla benedizione dell’acqua battesimale e dalle litanie dei santi.
Dopo queste prolisse celebrazioni, finalmente incominciò la messa pasquale con il canto del Kyrie eleison. Appena il celebrante intonò il Gloria proruppero i solenni accordi dell’organo e le campane suonarono a festa – e ben presto si udì un infinito scampanio gioioso per tutta la città.
Erano incominciate, con l’anticipo di molte ore, le solennità pasquali.
Dopo la lettura dell’epistola, il coro intonò l’alleluia, il cui canto per tutta la quaresima era stato sospeso.
Un residuo del tempo penitenziale rimaneva nel costume di non dare la comunione al popolo fino al giorno successivo.
Ma ormai l’austerità quaresimale era finita e, tornando alla chiesa di San Carlo ai Catinari dopo la funzione, Ludovico trovò la tavola imbandita con uno squisito pranzo pasquale.
I commensali si trattennero a lungo a tavola, rievocando le emozioni sperimentate nel solenne triduo celebrato nella stessa città dei papi. Per molti era un’esperienza nuova e non si saziavano di esprimere la loro riconoscenza verso chi aveva organizzato questo gradito avvenimento.
Ma nessuno era così coinvolto dal clima religioso di quei giorni come Ludovico. Nella sua ingenua anima adoloscenziale si erano impressi in modo indelebile tutti i suggestivi apparati rituali che avevano rievocato, nella città eterna, con tanta grandiosità e tra la devozione penitente delle folle dei fedeli, la passione redentrice e la resurrezione gloriosa di Cristo, e gli sembrava che in tutta Roma aleggiasse una presenza soprannaturale, che apriva ai pellegrini le porte della vita celeste.
Quando, il giorno dopo, si recò con lo zio e gli altri sacerdoti del suo gruppo in Pazza San Pietro per la benedizione papale, avvertì la gioiosa atmosfera pasquale diffusa ovunque e rallegrata dalla bella giornata primaverile.
La piazza era piena di popolo e quando il Santo Padre apparve sul balcone, si udì un diffuso mormorio e tutti si inginocchiarono devotamente.
Mentre il Papa dava la solenne benedizione urbi et orbi, Ludovico lo gurdò con commossa ammirazione e mormorò in cuor suo:
«Addio, Santo Padre! Domani ritorno al mio paese, ma ti conserverò per sempre nel mio cuore!».
Poi abbassò il capo e si chinò per ricevere la benedizione apostolica.
Quando si risollevò scorse, non lontano da sé, il suo amico scozzese e la bella giovane romana che aveva visto accanto a lui la sera del Venerdì Santo. Ambedue si erano inginocchiati per la benedizione del papa e ora, visibilmente emozionati, si stavano rialzando.
Ludovico si avvicinò ai due giovani e salutò il suo amico;
“Buona Pasqua, Osvaldo!”
Osvaldo lo guardò sorpreso e gli sorrise esclamando:
“Buona Pasqua, Ludovico!”
Poi, rivolto alla giovane che era con lui e che guardava Ludovico con simpatia e curiosità, aggiunse:
“Questo è il giovane di cui ti ho parlato. Penso che facciamo bene a raccomandarci alle sue preghiere!”
La ragazza sorrise benevolmente a Ludovico e, dandogli la mano, disse:
“Osvaldo mi ha parlato molto di te, Ludovico. Vedo che sei un bravo giovane! Prega per noi! Ne abbiamo tanto bisogno!”
“Certamente, signora!” rispose Ludovico guardando un po’ imbarazzato la ragazza.
Poi, rivolto a Osvaldo, aggiunse:
“Domani parto per la Marca di Ancona. Forse non ci vedremo più!”
“Forse no!” disse Osvaldo con un sospiro di tristezza. “Ma almeno speriamo di vederci in cielo, dove tutti i nostri affanni saranno passati!”
“Addio, Osvaldo! Addio, signora!” disse ancora Ludovico salutando i due giovani. Poi si allontanò da loro e raggiunse lo zio che lo aspettava per rientrare alla chiesa di San Carlo ai Catinari, dove li attendava la preparazione dei bagagli per il viaggio di ritorno del giorno successivo.


La città santa

VII

Il giorno dopo, lunedì dell’angelo, tutta Roma era in festa. Fin dalle prime ore della mattina la città risuonava di interminabili scampanii, mentre, approfittando del clima ameno e della bella giornata primaverile, famiglie di tutte le condizioni sociali, uscite per tempo dalle case e dalle chiese, affollavano a frotte le strade della città per recarsi ai Prati di Castello e fuori porta per una gioiosa scampagnata.
Monsignor Giuliani e i sacerdoti che alloggiavano nella chiesa di San Carlo ai Catinari insieme a Ludovico, dopo la messa e la colazione, ringraziarono cordialmente i loro ospiti barnabiti, lasciando un particolare saluto per il Cardinale di Santa Cecilia, che ancora non era rientrato in sede, e poi si avviarono verso Piazza del Popolo, dove avevano appuntamento con il vescovo di Sinigaglia e gli altri membri del clero marchigiano per riprendere insieme la via del ritorno.
Non essendo agevole risalire la corrente del fiume, erano state noleggiate alcune carrozze che li avrebbero portati fino al seminario di Magliano. Da lì, riprese le loro vetture, avrebbero ripercorso la via che, passando per Terni, la Val Nerina, Visso, Tolentino, San Severino, Jesi, li avrebbe ricondotti alle loro sedi nella Marca di Ancona.
Ludovico era emozionatissimo, mentre, insieme allo zio e agli altri sacerdoti, percorreva le strade di Roma in mezzo alla folla festante dei popolani. Il clima pasquale e primaverile sembrava contagiare tutto e tutti. I bambini correvano ridendo di qua e di là, richiamati a fatica dai loro genitori, che si affannavano in tutti i modi perché non si allontanassero da loro, mentre sui volti di tutti aleggiava un sorriso di spontanea affabilità.
Nessuno sembrava un estraneo: tutti si scambiavano saluti e auguri, come se appartenessero alla stessa famiglia, e saluti particolarmente calorosi erano rivolti, da ogni parte, a Monsignor Giuliani, ai sacerdoti che erano con lui e a Ludovico. Questi si guardava intorno sorridendo e ricambiando con ingenua cordialità i saluti dei romani, e in cuor suo avrebbe quasi voluto staccarsi dagli austeri sacerdoti per accompagnarsi a qualcuna della tante famiglie che affollavano le strade e alle numerose frotte di bambini e bambine che ridevano e correvano di qua e di là pieni di gioia.
Ma sapeva che ciò non gli era consentito e questa consapevolezza tingeva di una leggera malinconia l’atmosfera gioiosa che lo contagiava.
Quanto avrebbe desiderato restare ancora nella santa città e godere, insieme agli altri ragazzi come lui e alle loro famiglie, il clima festoso del tempo pasquale!
A un certo punto vide, in prossimità di Piazza del Popolo, una schiera di ragazzette molto giovani vestite tutte con la stessa divisa azzurra che avanzavano in doppia fila guidate da una signora anziana.
“Zio!” esclamò Ludovico pieno di meraviglia. “Quelle bambine sono della confraternita del Santissimo sacramento?!”
“Ma no! Che dici!? Sono delle orfanelle che vanno fuori porta per la scampagnata del lunedì dell’angelo”.
“Come sono belle!” pensò in cuor suo Ludovico, che ancora ricordava con commozione la processione delle giovinette il Giovedì Santo a San Giovanni in Laterano. “Oh! Quanto mi dispiace ora andare via da Roma! Quante meraviglie ci sono! Quanta fede! Quanta felicità!”
Intanto erano arrivati a Piazza del Popolo, dove si erano ricongiunti al numeroso gruppo dei sacerdoti marchigiani che, guidati dal vescovo di Sinigaglia, già si apprestavano a salire sulle carrozze pronte per il viaggio di ritorno.
“Ludovico!” disse Monsignor Giuliani rivolto al nipote. “Noi ci accomodiamo in questa carrozza. Se vuoi, puoi prendere posto accanto al cocchiere”.
A Ludovico brillarono gli occhi di felicità.
“Grazie zio!” esclamò pieno di gioia. “Lo speravo proprio!”
Mentre lo zio e gli altri viaggiatori si accomodavano nelle carrozze, Ludovico salì accanto al cocchiere e si guardò intorno per non perdere nulla dello spettacolo della grande piazza affollata di gente.
Tra le numerose famiglie di popolani spiccava ancora, in un angolo della piazza, il gruppo delle orfanelle vestite di azzurro. Ludovico agitò verso di loro la mano in segno di saluto e le giovinette risposero ridendo e gridando allegramente al suo saluto, senza badare ai rabuffi della loro direttrice, che le richiamava a mantenere la compostezza.
Intanto le carrozze si erano allineate, pronte per la partenza. Il vescovo, che era ancora a terra, circondato da alcuni membri del clero, recitò una preghiera e impartì a tutti la benedizione, mentre la folla intorno si inginocchiava devotamente. Poi salì anche lui in carrozza.
I cocchieri fecero schioccare le fruste e la carovana si mise in moto.
Dal suo posto elevato Ludovico dominava con lo sguardo la folla variegata dei popolani e delle loro famiglie che, lungo le strade della città, si accalcava intorno alle carrozze salutando e gridando senza fine auguri di buona Pasqua.
Intanto le carrozze si avviavano fuori porta e presto raggiunsero la via Salaria.
Lungo la strada Ludovico osservò un gruppo di pastori e pastorelle che, conducendo le greggi al pascolo, cantavano insieme, con ingenua allegria, accompagnandosi con due mandolini.
“Come è bella Roma!” pensò Ludovico, rallegrato e commosso dal festoso spettacolo. “Quanto mi dispiace andare via proprio ora! Chissà se ritornerò mai!? Quale sarà il mio destino!? Che grande grazia è stata per me questa permanenza a Roma per le feste di Pasqua! Sarà una promessa? Ma di cosa? Di un’immensa felicità? O, al contrario, sarà un addio? Un assaggio di qualche cosa che è troppo bella per essere di questa terra?”
Tra questi pensieri, insieme gioiosi e malinconici, si svolse la prima parte del viaggio, fino a quando, a metà mattina, giunte a poche miglia di distanza dalla città sulla via Salaria, le carrozze si fermarono presso un’osteria per una mezz’ora di riposo e per permettere ai viaggiatori di rifocillarsi.
Sceso dalla carrozza, Ludovico rimase in silenzio a contemplare il Tevere che scorreva maestoso nella solitaria campagna romana.
Gli si avvicinò lo zio e, prendendolo per mano, gli chiese:
“Allora! Sei stato contento di questo viaggio a Roma per le feste di Pasqua?”
“Me lo cbiede, Monsignore?! È una cosa che non dimenticherò mai!”
“Bravo, Ludovico! Sono certo che questa esperienza rafforzerà il tuo amore alla Chiesa e al Santo Padre!”
“Lo può ben dire! E devo confessare che mi dispiace molto che siamo ripartiti così presto. Quanto sarei stato felice di rimanere, non so neanch’io quanto! Forse per sempre! Ma spero che un giorno vi ritornerò”.
“Lo spero per te! Ma non sappiamo che cosa ci riserva l’avvenire”.
Mentre Monsignor Giuliani diceva queste parole, il suo viso si rabbuiò. Ludovico se ne accorse ne fu rattristato.
“Monsignore!” disse. “Ha sentito che anche il Papa ha parlato di grandi calamità che ci minacciano? Che cosa succederà? Veramente tutte le cose belle che abbiamo visto potrebbero essere distrutte?”
Monsignor Giuliani non rispose subito. Si guardò intorno imbarazzato, poi condusse Ludovico in un luogo più appartato, vicino alla sponda del fiume.
“Ascolta!” disse. “Ormai non sei più un bambino e certe cose che non ho mai detto a nessuno penso che ora debbo dirle a te. Sai che ogni anno vado a Loreto per la festa dell’8 settembre. Ma non ti ho mai detto una cosa che mi accadde lì qualche anno fa.
“Ero nella basilica e stavo uscendo dal confessionale, dove ero stato a lungo a disposizione dei fedeli, quando vedo un mendicante molto malconcio che mi si accosta. Aveva un aspetto insolito, che attirò la mia attenzione. Generalmente non mi fido molto dei mendicanti, perché molti di loro sono soltanto degli approfittatori, e prima di dare loro qualche cosa mi informo bene per sapere se veramente hanno bisogno. Ma questa volta sentii che non avevo alcuna ragione di diffidare.
“Il mendicante non era vecchio e, pure se era assai malandato, aveva un viso molto fine e pieno di devozione e di umiltà. Mi si avvicinò, ma non mi chiese soldi. Mi disse soltanto che desiderava parlare con un sacerdote. Dal suo accento capii subito che era francese. Ma parlava bene l’italiano.
«Padre!» mi disse. «Sono sempre in pellegrinaggio da un santuario all’altro. Ho visitato i santuari più importanti di tutta Europa, ma ora viaggio sempre tra Roma e Loreto. Prego tanto, perché nel mio cuore sento una grande tristezza. Sento che si stanno avvicinando tempi molto drammatici, nei quali si vedranno crudeltà inaudite. Molti perderanno violentemente la vita e tante ricchezze andranno distrutte.
«Il fuoco divamperà dalla mia patria, la Francia, e sconvolgerà tutto il mondo, perché i peccati degli uomini hanno raggiunto il colmo. Ormai la punizione divina è vicina e, se gli uomini non si ravvederanno, all’improvviso essa piomberà su di loro come il ladro di notte!
«Lo dica nelle sue prediche, padre! Lo ripeta a tempo opportuno e inopportuno! Che gli uomini si ravvedano e facciano penitenza, perché il castigo è vicino, è alle porte!
«Non mi creda uno squilibrato, padre! Io prego notte e giorno e con una vita di volontaria povertà spero di richiamare tutti a disprezzare le false promesse del mondo. Questo secolo crede di brillare per i suoi progressi, e non si accorge che sta, invece, precipitando verso la sua rovina!
«Addio, padre! Ora la lascio! Quello che dovevo dirle lo ho detto! Non dimentichi le mie parole! Vi è un solo bene che non tradisce e non delude: l’amore sincero di Gesù e della sua vergine Madre e la conversione dal peccato. Tutto il resto è vanità! Lo predichi, padre! Lo predichi! Che gli uomini si convertano, prima che sia troppo tardi! Addio, padre! Addio! E si ricordi di me nelle sue preghiere!».
“Generalmente io non do importanza a certi visionari, ma questa volta è stato diverso. Quel mendicante aveva qualche cosa di speciale! Non era uno sfaccendato! A mio giudizio era un santo, vorrei dire quasi un profeta inviato da Dio! Non l’ho mai dimenticato e, anche se non ne ho parlato mai con nessuno, ho messo in pratica quanto mi ha suggerito.
“Quante volte nella predicazione ho richiamato alla penitenza e ho avvertito che, se non ci convertiamo, grandi castighi ci aspettano!”.
“Si, Monsignore! Ricordo che tante volte ha insistito su questo punto. Ma allora, che cosa dobbiamo aspettarci? Cosa succederà alla santa città di Roma? Il Santo Padre corre pericolo? Non possiamo fare niente per impedirlo?”
“Sì, Ludovico! Possiamo fare qualche cosa! Dobbiamo convertirci dai nostri peccati ed esortare tutti a fare lo stesso! Quando diventerai sacerdote, sarà questa la tua missione! E non c’è missione più grande!”.
“Sì, Monsignire!” mormorò Ludovico.
Monsignor Giuliani, dopo avergli stretto a lungo la mano in segno di incoraggiamento, si allontanò da lui ed egli rimase in silenzio da solo, fissando il fiume che scorreva lentamente nella pianura.
Era triste e, ripensando alle scene più suggestive della città eterna, al Santo Padre, alle grandi basiliche piene di popolo devoto, alle schiere delle fanciulle vestite di bianco e di azzurro, si chiedeva con angoscia:
“Cosa sarà di tutte queste meraviglie?! Non le vedrò mai più? Che cosa ci riserva l’avvenire? O Signore! Cosa sarà di me?!”

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