Quanto degna sei d’amore

romanzo storico di Don Massimo Lapponi – prima e seconda parte
la terza parte sarà aggiunta in seguito
tramite il seguente link si può scaricare il pdf del romanzo:

quanto degna sei d'amore-convertito

Prima parte
La città santa

I

Era ancora buio quando Ludovico fu svegliato dai rintocchi gravi e solenni della campana del duomo. Si riscosse subito dal sonno e, recitata una breve preghiera, si vestì rapidamente. Era eccitatissimo e pieno di gioia. Durante la notte aveva dormito un sonno leggero, spesso interrotto dall’agitazione e dall’attesa ansiosa del giorno dopo. Ogni volta che si riassopiva sognava di viaggiare attraverso paesi fantastici verso una meta meravigliosa, e ogni volta si risvegliava impaziente del momento in cui il sogno avrebbe lasciato il posto alla realtà.
Finalmente i rintocchi della campana avevano posto fine alla sua attesa febbrile ed egli, senza por tempo in mezzo, apprestate le ultime cose per il viaggio, scese quasi di corsa in strada e raggiunse la sagrestia della piccola chiesa della Croce. Lo zio era già lì ad attenderlo, pronto con i paramenti sacri per la celebrazione della messa.
Il canonico Giuliani, zio di Ludovico, era un sacerdote anziano dai capelli bianchi e dall’aspetto imponente. Il suo viso, ancora notevolmente bello nonostante l’età, aveva un’aria severa che ispirava riverenza e timore, anche se a tratti si illuminava di un sorriso affettuoso e paterno. Aveva l’incarico di curare la chiesa della Croce, dove il popolo di Sinigaglia si raccoglieva spesso per l’adorazione del SS. Sacramento. Abitava insieme al nipote, ormai quindicenne, che dall’età di nove anni gli era stato affidato dai fratelli maggiori in seguito alla morte dei genitori.
I fratelli di Ludovico abitavano fuori città, lungo la strada di Corinaldo, e si occupavano della campagna. Venuti a mancare i genitori, anche in considerazione delle ristrettezze della famiglia, essi avevano deciso di affidare Ludovico allo zio canonico perché lo avviasse allo stato ecclesiastico. Lo zio, nonostante il suo carattere austero, si era molto affezionato al nipote, lieto di vedere in lui i germi di una devozione ingenua e profonda svilupparsi nel terreno fecondo di un’indole umile e remissiva. Anche nello studio il giovane si impegnava con assiduità e il canonico sperava di poterlo portare presto agli ordini minori. Ma, senza trascurare di dargli una solida formazione umanistica e teologica, il canonico preferiva che il ragazzo si esercitasse principalmente nella devozione, e per questo gli raccomandava soprattutto la lettura degli scritti del vescovo Alfonso de’ Liguori.
Quell’anno – il 1795 della nostra salute, per usare il linguaggio degli autori del tempo – in premio della sua diligenza nello studio e nella pietà, Mons. Giuliani aveva deciso di portarlo con sé a Roma per le feste di Pasqua, in occasione di un pellegrinaggio di alcuni membri del clero marchigiano. Finalmente era giunto il giorno tanto atteso della partenza e Ludovico, mentre serviva la messa allo zio, già con la fantasia volava verso la città santa, immaginando quasi che essa si distinguesse soltanto per qualche sfumatura dalla Gerusalemme celeste.
Terminata la messa Ludovico rimase per qualche minuto in devoto raccoglimento, poi, consumata una leggera colazione, insieme allo zio si avviò verso la vicina piazza del duomo. Ormai era quasi giorno, e per le strade della cittadina adriatica si notava una certa animazione di gente curiosa di vedere la partenza del pellegrinaggio.
Di fronte al duomo erano pronte le carrozze, tra cui la più elegante era riservata al vescovo Bernardino Honorati. Alcuni uomini a cavallo con i fucili in mano avrebbero accompagnato i pellegrini per difenderli da eventuali briganti.
Tra la folla accorsa sul posto Ludovico scorse i suoi fratelli accompagnati dalle cognate e dalla numerosa prole. Appena essi lo videro gli si accostarono per salutarlo, mentre i nipotini gli facevano festa intorno. Le cognate baciarono rispettosamente la mano a Mons. Giuliani e consegnarono a Ludovico pacchi e pacchetti di provviste e di indumenti, senza trascurare di fargli mille raccomandazioni. A un certo punto si diffuse un mormorio tra la folla e tutti si voltarono verso il duomo. Sulla scalinata era apparso il vescovo.
Gli uomini si scoprirono il capo e molte donne si inginocchiarono cercando di tenere buoni i loro figli. Il vescovo pronunciò un breve discorso, poi impartì a tutti la benedizione.
Ormai era giunto il momento della partenza. Il clero prese posto nelle carrozze e gli uomini della scorta a cavallo si misero in testa alla carovana, mentre la folla faceva largo intorno. Ludovico abbracciò i suoi familiari, poi si avvicinò alla carrozza dove era lo zio. All’interno però non c’era posto e il canonico, con grande gioia di Ludovico, gli permise di sedersi accanto al cocchiere.
Erano ormai circa le otto del mattino e tutti si erano sistemati al loro posto. I cocchieri gridarono ai cavalli, schioccarono le fruste e, tra il vociare della folla, le carrozze partirono.
Ludovico non stava più nella pelle. Non si era mai allontanato più di qualche miglio da Sinigaglia e la prospettiva di andare ora addirittura fino a Roma era per lui veramente esaltante. Mentre le carrozze si avviavano verso la Porta Maddalena, l’aria fresca del mattino gli accarezzava il viso. Gli uccelli volavano cinguettando sulla sua testa e le ridenti case di mattoni sfilavano intorno. Poco dopo si trovarono fuori delle mura sulla via di Jesi e i cavalli, incitati dalle grida dei cocchieri, accelerarono il passo.
La dolce campagna marchigiana, con le sue colline intensamente coltivate e punteggiate di casolari, si distendeva a perdita d’occhio inondata dai raggi del sole mattutino. Per un lungo tratto di strada a Ludovico si presentarono luoghi familiari. Poi le carrozze incominciarono a inerpicarsi sulle colline in direzione di Belvedere e si lasciarono alle spalle il mondo in cui fino ad allora egli era vissuto.
La campagna ora appariva più mossa, ma sempre fertile e ben coltivata, e le carrozze attraversavano borghi e paesi dall’aspetto prospero e ridente. Per tutta la mattina i cavalli trottarono velocemente senza arrestarsi. Finalmente dopo mezzogiorno discesero a valle ed entrarono nella cittadina di Jesi.
I passeggeri scesero presso la cattedrale, dove furono accolti con dimostrazioni di stima e di deferenza dal clero locale. Furono accompagnati alle loro stanze perché potessero rinfrescarsi dopo il viaggio e poco dopo si ritrovarono nella grande sala da pranzo.
Quel giorno si sarebbero fermati a Jesi, in attesa di un gruppo di altri membri del clero che dovevano unirsi al loro pellegrinaggio. Il Canonico ne approfittò per condurre a passeggio il nipote e intrattenersi un po’ con lui.
“Allora, sei contento del viaggio?” domandò Monsignor Giuliani mentre si sedeva accanto a Ludovico su un muricciolo all’ombra di un tiglio profumato.
“Me lo domanda?” rispose il nipote con gli occhi luccicanti di gioia, e dopo un momento chiese:
“Monsignore, riusciremo a vedere il Papa?”
Il viso di Monsignor Giuliani assunse un’espressione seria e pensosa.
“Spero che lo potremo incontrare” rispose dopo un momento di riflessione. “Ma la sua augusta persona di questi tempi sarà occupata in faccende di maggior momento, né possiamo pretendere di avere la precedenza su questioni da cui dipende il destino dei popoli.
“Tredici anni fa il Santo Padre venne a Sinigaglia. Era diretto a Vienna, dove avrebbe dovuto trattare di affari importantissimi con Sua Altezza Imperiale. Alloggiò presso il convento dei Servi di Santa Maria ed i canonici ebbero il privilegio di incontrarsi con lui. Io ero più giovane allora e tremavo dall’emozione alla vista della sua figura imponente. Ci parlò delle sue preoccupazioni, delle novità esecrabili che l’imperatore voleva introdurre nella Chiesa, della persecuzione contro gli ordini religiosi, contro la libertà della Chiesa e la fede dei popoli. Ma allora Sua Santità aveva fiducia di poter ottenere un cambiamento nella politica ecclesiastica di Vienna e al momento di congedarsi ci impartì la sua santa benedizione con un sorriso sereno e confidente. Purtroppo però da Vienna il cattivo esempio di Sua Maestà si è diffuso ovunque ed ha trovato sostenitori in tutti i paesi. Ora poi preoccupazioni ancora più grandi ci affliggono e certamente Sua Santità passerà molte notti insonni”.
“Ma Dio non permetterà che nulla di male accada al suo vicario in terra!” esclamò con ingenua fede Ludovico.
“Voglia il cielo che sia così!” rispose il canonico. “Ma sta’ di buon animo. Non vorrei averti rattristato con questi discorsi”.
Il giorno dopo le carrozze, aumentate di numero, ripartirono di buon’ora alla volta di Tolentino precedute dalla loro scorta armata.
Ludovico, riguadagnato il suo posto accanto al cocchiere, non cessava di ammirare la campagna intorno a sé. Non avrebbe mai creduto che il mondo fosse così vasto, che vi fossero tante città e paesi e che non si finisse mai di scoprire nuovi orizzonti e nuove terre. Ma dopo il colloquio del giorno prima con lo zio, la sua gioia si era velata di un vago senso di tristezza, una sorta di indefinibile presentimento che tante cose belle e buone fossero in pericolo di scomparire di fronte a un’ignota forza malvagia, proprio quando si rivelavano a lui per la prima volta. La tristezza però durò poco: il passo veloce dei cavalli, le montagne boscose che si avvicinavano sempre più, le grida allegre del cocchiere ben presto gli fecero dimenticare ogni preoccupazione.
Le carrozze girarono intorno a Cingoli e, salendo leggermente lungo i fianchi di quelle prime montagne, nel pomeriggio giunsero a San Severino. Dopo una breve sosta per far riposare un po’ i viaggiatori e per cambiare i cavalli, ripartirono e prima di sera giunsero a Tolentino, dove furono accolti con calorosa ospitalità dai monaci agostiniani.
Il giorno successivo si doveva affrontare la tappa più faticosa del viaggio, perciò i pellegrini si ritirarono per tempo per il necessario riposo.
Sul far del giorno, dopo la celebrazione della messa, le carrozze si mossero, salutate dai monaci e da una folla di devoti e di curiosi.
Per molte ore i cavalli trottarono lungo una strada in leggera ma continua salita, finché una lunga sosta verso mezzogiorno non permise a uomini e bestie di rifocillarsi e di riposare un po’. Ludovico ne approfittò per esplorare i dintorni.
Ora il paesaggio era cambiato. Se le coltivazioni avevano sempre lo stesso carattere di ordine e di cura intensiva, i boschi erano però più fitti e il terreno, maggiormente scosceso, sottraeva più spesso ai raggi del sole zone d’ombra nelle valli e sui fianchi dei rilievi montuosi. Gli alti gioghi degli Appennini incombevano ormai da vicino e l’aria era percorsa da correnti più fredde. Ma sulle coste boscose delle montagne, sulle valli inondate dal sole, sui campi divisi da siepi o da filari di pioppi, sui ruscelli e sui casolari era distesa la stessa coltre dai colori dolci e sfumati che rendeva tanto soave e sognante il paesaggio di tutta la campagna marchigiana.
Nel pomeriggio le carrozze ripartirono e, percorso un breve tratto di strada, voltarono a sinistra e si diressero verso sud, in modo da affrontare per la via più breve la traversata degli Appennini. La strada divenne assai ripida e i cavalli cominciarono ad arrancare faticosamente in salita aizzati ad ogni passo dalle grida e dalle frustate dei cocchieri. Furono necessarie diverse ore di marcia prima che la carovana raggiungesse, alla quota di più di 800 metri di altezza, il Passo delle Fornaci. Attraversato lo spartiacque appenninico, le carrozze discesero a valle lungo una strada molto scoscesa, mentre i cocchieri frenavano le ruote per evitare di travolgere i cavalli. Finalmente i pellegrini entrarono nella cittadina di Visso.
Il parroco, circondato dal clero locale, li accolse calorosamente sulle scale della chiesa, dette subito disposizioni agli stallieri perché si occupassero dei cavalli sfiniti e condusse gli ospiti agli alloggi preparati per loro.
Il giorno dopo era la Domenica delle Palme e i pellegrini fecero sosta a Visso. Quasi tutta la mattina fu occupata dalle sacre funzioni, alle quali accorse numerosissimo popolo, attratto dall’insolita solennità delle celebrazioni. Nel pomeriggio Ludovico, accompagnato da un giovane chierico del posto, uscì per una passeggiata intorno al paese. Fu impressionato dalle ripide gole rocciose, ricche di boschi e di acque sorgive, tra cui si annidava la cittadina. Gli sembrò di essere giunto al centro di una foresta incantata che nascondesse nel suo seno un inesauribile tesoro di meraviglie. Quant’erano diverse quelle contrade dai luoghi in cui era vissuto prima di quei giorni! E quanto era infinitamente più vasto e più vario il mondo di quanto avesse mai immaginato!
Il giorno successivo la carovana, tra le pareti scoscese dei monti gelose dei raggi del sole, percorse tutta la Valnerina, e a Ludovico sembrò di immergersi sempre più nelle fauci misteriose e insondabili di quel paese incantato. Le carrozze serpeggiarono nel fondo valle in lieve ma continua discesa per tutta la giornata, spiate dai piccoli agglomerati di case arrampicati lungo le pareti dei monti e graziosamente incastonati nelle masse rocciose. Boschi dal verde cupo scendevano lungo le coste della valle e attorno al fiume che scorreva sul fondo si distendevano campi e frutteti.
Nel tardo pomeriggio l’attenzione di Ludovico fu attratta da un fragore come di acque impetuose. Poco dopo rimase a bocca aperta di fronte ad uno spettacolo mai visto prima. Da un altissimo strapiombo roccioso un’immensa massa d’acqua si precipitava nel fiume sottostante in ampie volute spumeggianti, che rimbalzavano sulle asperità della roccia con un rumore assordante e riempivano l’aria d’intorno di umide stille, come di pioggia leggera. Nella luce del sole pomeridiano la bianca massa spumosa s’irraggiava qua e là dei colori dell’iride e il fragore dei flutti che precipitavano a valle nell’atmosfera, resa più fresca dalle miriadi di gocce d’acqua, sembrava la voce stessa del fiume, incontenibilmente forte e gioiosa.
“Che cos’è?!” sussurrò Ludovico fissando l’insolito spettacolo quasi con timore.
“Sono le Cascate delle Marmore” rispose il cocchiere. “In questo punto il Velino si getta nel Nera”.
Mentre i pellegrini scendevano dalle carrozze per ammirare le celebri cascate, Ludovico rimase come in estatica contemplazione, affascinato dalla sovrumana bellezza di quelle acque tumultuose. Quando finalmente la comitiva riprese il cammino, egli provò un indicibile dispiacere nell’allontanarsi da quel meraviglioso spettacolo naturale che – a quanto gli sembrava – non si sarebbe stancato di ammirare per tutta la vita.
Quella sera, mentre si rifocillava con i suoi compagni di viaggio presso il palazzo vescovile di Terni, era insolitamente loquace e immancabilmente ritornava col discorso sulle cascate, mentre gli occhi gli si illuminavano di un sorriso ingenuo e smagliante. I sacerdoti che gli sedevano accanto cercavano con delicatezza di nascondergli i sorrisi di tenera indulgenza che il suo entusiasmo infantile strappava loro ad ogni momento.
Il giorno dopo, martedì della settimana santa, i pellegrini ripresero il cammino per Narni e la via Flaminia. Si lasciarono alle spalle le asperità delle montagne dell’Umbria e, avvicinatisi all’ampia e sinuosa valle del Tevere e ai primi ameni colli della Sabina, fecero sosta nella cittadina di Magliano. Dopo aver pernottato presso i locali del seminario, discesero sulla sponda del Tevere, lasciarono le carrozze e si imbarcarono su un battello fluviale.
Ludovico si guardava attorno pensoso. Benché fossero ormai tornati in una zona pianeggiante e collinare, quei luoghi non erano come la campagna marchigiana, così prospera e intensamente coltivata. Quel fiume ampio e solenne, quelle distese incolte e semideserte dominate dalla mole maestosa del Soratte, quelle poche e povere case sparse, quei paesi dalle mura pietrose arroccati come fortezze qua e là in cima alle alture avevano tutt’altro aspetto. Tra gli orizzonti vasti e malinconici di quelle plaghe austere già si avvertiva la vicina presenza della città eterna.
Per tutta la giornata il battello discese lentamente lungo il corso serpeggiante del Tevere. Nel pomeriggio, attraverso gli orti e i prati settentrionali, incominciarono ad apparire in lontananza agli occhi sbalorditi di Ludovico la mole di Castel Sant’Angelo e della Basilica di San Pietro e una miriade incalcolabile di tetti, di cupole, di campanili. Il battello scivolava dolcemente lungo le curve del fiume, mentre il cielo sereno, solcato da poche nuvole sparse e acceso dai bagliori del sole primaverile, si rifletteva radioso nei flutti. Sulle sponde del fiume la città si stendeva a perdita d’occhio intorno ai suoi colli, tra giardini, palazzi, insigni monumenti della sua gloria di un tempo e piccole case aggrovigliate le une alle altre in un vivente disordine.
Giunti al porto di Ripetta, i pellegrini lasciarono l’imbarcazione e salirono lungo le scalinate accompagnati dai servitori carichi di bagagli. Ludovico, raggiunta la sommità del porto, si rivolse senza aprir bocca, colmo di ammirazione e di stupore. Sotto il tiepido sole pomeridiano il Tevere serpeggiava placidamente ai suoi piedi percorso da piccole imbarcazioni. Le rondini garrivano volteggiando nel cielo sereno, mentre la gloria luminosa dell’orizzonte, avvampante dei bagliori delle ultime ore del giorno, irradiava tutt’intorno la cupola di San Pietro. Così Roma lo accoglieva con il suo mistico abbraccio, immersa nei fulgori della primavera, che sembravano preservare e proteggere dalle minacce incombenti la sua inviolata e inviolabile eternità.


La città santa

II

I vari membri del pellegrinaggio si diressero alle dimore a loro destinate nella città eterna. Il Canonico Giuliani, Ludovico e alcuni altri sacerdoti di Sinigaglia avrebbero alloggiato presso la chiesa di San Carlo ai Catinari, non lontana dal ghetto degli ebrei, officiata dai religiosi Barnabiti.
Percorrendo le vie che dal porto di Ripetta conducevano all’alloggio loro destinato, Ludovico si guardava intorno stupito e affascinato per l’immensità, la bellezza e l’inesauribile varietà della Città Eterna. Quante case, quante chiese, quanta gente per le strade! Tutto quel mondo vivace e pittoresco, così diverso dalla sua Sinigaglia, attirava la sua curiosità ed avrebbe voluto percorrere senza fine le vie di Roma. Ma la passeggiata non durò a lungo.
In poco tempo il canonico e il suo gruppo giunsero alla casa dei Barnabiti annessa alla chiesa, dove furono accolti con manifestazioni di grande cordialità.
Monsignor Giuliani chiese subito di poter vedere il cardinale di Santa Cecilia, suo amico di vecchia data, ma gli fu detto che in quel momento egli era assente per essersi dovuto recare d’urgenza a Torino, capitale del Regno di Sardegna, di cui era suddito.
Sorpreso e un po’ contrariato, il canonico chiese maggiori spiegazioni. Uno dei padri più anziani della comunità lo trasse in disparte e rimase a lungo in colloquio con lui. Ludovico li vide parlare animatamente tra loro e, scuotendo ripetutamente il capo, manifestare grande preoccupazione.
Di nuovo, come era accaduto durante il viaggio, lo assalì il presentimento di una grave minaccia incombente sul mondo meraviglioso che proprio ora si stava rivelando al suo sguardo.
Quando lo zio, finito il colloquio, gli si accostò, avrebbe voluto fargli qualche domanda, ma, vedendo il suo viso triste e immerso nei suoi pensieri, vi rinunciò, sembrandogli poco opportuno.
Subito dopo, i padri ospitanti condussero i pellegrini nei loro alloggi. Ludovico fu sistemato in una stanzetta al primo piano, poco lontana dalla stanza dello zio.
Dopo una mezz’ora, i religiosi della casa incominciarono ad avviarsi in chiesa e i pellegrini, nonostante la stanchezza del viaggio, chiesero di poter partecipare, insieme a loro, all’ufficio delle tenebre, con cui aveva inizio il triduo della Settimana Santa. Anche Ludovico fu invitato dalla zio ad essere presente al sacro rito.
“Ormai non sei più un bambino” gli disse dopo averlo raggiunto nella stanzetta a lui assegnata. “Tra poco spero che potrai ricevere gli ordini minori e bisogna che ti impegni seriamente a partecipare alla preghiera della Chiesa. Sai che questi sono i giorni più santi di tutto l’anno, e tanto più lo sono per noi ora che abbiamo la grazia di celebrarli a Roma, nel luogo più augusto della terra, sacrario degli apostoli e dei martiri e dimora del vicario di Cristo”.
“Sì, Monsignore!” rispose Ludovico – nel cui animo nel frattempo i funesti presentimenti si erano dileguati – con gli occhi scintillanti di gioia. “Voglio partecipare a tutti i riti della Chiesa! Sono così felice di essere a Roma proprio in questi giorni santi”.
“Ricordati però” aggiunse lo zio con aria severa “che questi sono giorni di lutto e di dolore, non di allegrezza. Vedrai che l’ufficio divino che si recita in questi giorni reca più di ogni altro i segni dell’antica semplicità, e più di ogni altro contiene i misteri sacri e solenni della nostra religione. Bisogna accostarsi ad essi con studio e attenzione per bene intenderli e con raccoglimento e compunzione per trarne profitto. Nell’ufficio di questi giorni vi è un misto di lutto e di commozione che infonde nell’anima di chi vi assiste devotamente una divina consolazione, ma anche un salutare orrore per l’atrocità del delitto che si commemora e per i peccati scellerati che l’hanno causato”.
“Sì, Monsignore” rispose Ludovico abbassando gli occhi ed assumendo spontaneamente un aspetto compunto e devoto. “Non dubiti che in questi giorni mediterò incessantemente la Passione di Nostro Signore. Anche il vescovo Alfonso De’ Liguori dice che la meditazione della Passione è il mezzo più sicuro per crescere nell’amore di Dio”.
“Bravo, Ludovico! Non lasciare mai la lettura di Alfonso De’ Liguori. Ma ora scendiamo in chiesa. Prima dell’inizio dell’ufficio il rettore vuole spiegare al popolo il significato di questi sacri riti”.
I due scesero in chiesa, dove già i religiosi e gli ospiti avevano preso posto nel coro e intorno all’altare. Anche nelle navate del sacro edificio vi era un buon numero di persone, soprattutto donne, tutte vestite di nero e sedute sulle panche a sinistra dell’ingresso, mentre gli uomini, più scarsi, erano seduti su quelle della navata di destra.
Oltre alle sei candele che ardevano sull’altare, su un supporto triangolare di legno, posto accanto ad esso, vi erano quindici candele accese, che dovevano essere spente ad una ad una durante l’ufficio dopo la recita di ogni salmo.
Nella chiesa tutte le immagini, compresi i crocifissi, erano coperte da un velo violaceo, secondo l’uso del Tempo di Passione, che incominciava la domenica antecedente la Domenica delle Palme. Anche questo elemento contribuiva a creare l’atmosfera di lutto e di dolore propria del sacro triduo.
Il rettore della chiesa, un anziano padre barnabita dai capelli bianchi e dal passo incerto e zoppicante, salì sul pulpito e, assumendo un’aria austera e solenne, rivolse ai fedeli presenti queste parole:
“La Chiesa in questi giorni non fa che dimostrazioni di lutto, non ha che sentimenti di dolore, da cui vorrebbe che fossero devotamente animati i suoi figli. Negli altri uffici offre al Signore il sacrifico di lode, ma in questo fa solo un sacrificio di pianto. È per questo che tralascia tutto ciò che è effetto, segno o indicazione di gioia e di festa e, lasciato da parte ogni altro affetto, anche se pio e devoto, si occupa totalmente in pensieri ed affetti di tristezza e di dolore.
“Non comincia l’ufficio con le parole: Domine labia mea aperies, con le quali in altri tempi prega il Signore di aprirle le labbra per cantare le sue lodi e di prestarle il suo aiuto perché possa rendergli un culto degno della sua maestà. Tralascia l’Invitatorio e non conclude i salmi con il Gloria Patri. Non canta gli inni, non chiede la benedizione. Insomma, si può dire che, dimenticata ogni altra cosa, la Chiesa non pensi che a piangere e a dolersi. Ed il motivo che ha di piangere sono i peccati degli uomini e le pene del Redentore.
“Tutto l’ufficio non è che un pianto e un lamento, e vi si osserva un ordine simile a quello che si pratica nelle esequie dei defunti, perché anche in esso vengono celebrate le esequie del Redentore.
“Assistete a questo ufficio, dunque, senza distrazioni o pensieri profani, con i sensi della più profonda contrizione, pregando per i vostri peccati e per quelli di questo mondo sciagurato!”
Terminata la sua esortazione, l’anziano religioso discese zoppicando dal pulpito e prese posto nel coro insieme ai suoi confratelli e agli ospiti.
Per qualche istante tutti rimasero immobili al loro posto, poi il rettore batté un colpo sul banco e tutti si alzarono in piedi, rimanendo immobili per qualche minuto, mentre mentalmente recitavano il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Credo. Poi il sacerdote che fungeva da celebrante intonò l’antifona: Zelus domus tuae comedit me, et opprobria exprobrantium tibi ceciderunt supra me.
Terminata l’antifona, tutti si sedettero e incominciò il lungo ufficio detto delle tenebre.
Si recitarono molti salmi, intervallati prima dal canto struggente delle Lamentazioni di Geremia, poi da brani di Sant’Agostino e di San Paolo, intonati con una caratteristica e monotona cantilena.
Dopo la recita di ogni salmo, un accolito spegneva una candela del triangolo. Infine rimase accesa soltanto quella posta sulla cima
Conclusi i tre notturni dell’ufficio mattutino, seguì la recita delle Lodi, con il cantico di Zaccaria: Benedictus Dominus Deus Israel.
Durante la recita del Benedictus, l’accolito spense, una dopo l’altra, le sei candele che erano sull’altare e, terminato il cantico con l’antifona, furono spente tutte le luci della chiesa. Rimase soltanto la candela in cima al triangolo di legno. L’accolito la prese e si inginocchiò, tenendola in mano davanti all’altare.
Quando il celebrante intonò, come era previsto nel primo ufficio del triduo, la sola prima parte della solenne antifona: Christus factus est pro nobis obediens usque ad mortem, l’accolito portò la candela dietro l’altare. L’antifona risuonò, austera e drammatica, nel buio della chiesa.
Poi tutti recitarono mentalmente il Padre Nostro e a bassa voce il salmo Miserere, mentre un accolito distribuiva delle bacchette di legno.
Terminato il salmo, il celebrante si inginocchiò e cantò recto tono – cioè su una sola nota – l’orazione:
Respice, quaesumus, Domine super hanc familiam tuam, pro qua Dominus Noster Jesus Christus non dubitavit manibus tradi nocentium et crucis subire tormentum.
Al canto dell’ultima sillaba accentata della parola nocentium il celebrante salì di un tono, tornando subito dopo sulla nota di corda. Fece una piccola pausa dopo la stessa parola nocentium, e all’ultima sillaba della parola tormentum scese di un tono, restando poi per qualche istante in silenzio, mentre mentalmente recitava la conclusione dell’orazione: Qui tecum vivit et regnat etc.
Subito dopo l’accolito riportò la candela accesa da dietro l’altare e la pose di nuovo in cima al triangolo di legno, mentre il celebrante e gli altri officianti, battendo ripetutamente le bacchette di legno sui banchi, davano il segno della fine dell’ufficio con uno strepito che voleva simboleggiare lo sconvolgimento di tutte le cose e il terremoto che accompagnò la morte del Redentore.
I fedeli uscirono di chiesa genuflettendo davanti all’altare maggiore con aria compunta e devota, l’altare e il crocifisso furono coperti con un velo bianco, risuonarono tre squilli di campana e i religiosi e gli ospiti uscirono dalla chiesa e si raccolsero in silenzio nel refettorio per una cena frugale.
Durante il pasto nessuno parlò. Intanto si era fatto buio e, terminata la cena, il canonico prese per mano Ludovico e lo accompagnò fino alla sua stanzetta.
“Ora riposa!” gli disse. “Come ti ho detto, e come ha spiegato bene il rettore, questi sono giorni di lutto e di dolore, quindi dobbiamo conservare il raccoglimento, il silenzio e la compunzione del cuore. Ma voglio darti anche una bella notizia: domani mattina potremo vedere il Papa!”.
Gli occhi di Ludovico si illuminarono.
“Veramente, Monsignore?!” esclamò.
“Sì! Nella grande cattedrale di Roma, la basilica di San Giovanni in Laterano, il Papa celebrerà la Missa in Coena Domini e noi potremo assistere alla celebrazione, e avremo dei posti non lontani da Sua Santità”.
“Che bello!” esclamò Ludovico. “Grazie, Monsignore! È proprio una notizia meravigliosa!”
“Ma ora va’ a riposare! Sarai stanco del viaggio e del lungo ufficio. Domani mattina presto reciteremo con i padri Prima, Terza, Sesta e Nona. Poi andremo, insieme con gli altri del nostro gruppo, a San Giovanni in Laterano”.
“Che bello, Monsignore! So che la cattedrale di Roma è la madre di tutte le chiese! Sarà come andare in paradiso!”.
Il canonico sorrise con indulgenza.
“Be’, non proprio” disse, “ma certamente sentiremo l’augusta presenza di Dio! Ora dunque va’ a riposare! Il Signore ti benedica! E domani sii pronto per l’ufficio divino”.
Ludovico non stava più in sé dalla gioia alla prospettiva di vedere il Papa nella basilica lateranense durante la celebrazione della solenne messa del Giovedì Santo. Sarebbe stata un’esperienza assolutamente straordinaria, da ricordare per tutta la vita! Come doveva essere grato al Signore per una grazia così grande! Già immaginava di trovarsi alla presenza del Santo Padre, di cui aveva sentito più volte lodare il portamento nobile e l’aspetto maestoso. Cosa avrebbe fatto? Si sarebbe inginocchiato e avrebbe umilmente e devotamente chiesto la sua benedizione! E certamente il Santo Padre lo avrebbe guardato con affetto paterno e avrebbe fatto discendere su di lui un’abbondanza di grazie celesti!
Ludovico si coricò rimuginando questi pensieri e si addormentò quasi subito, vinto dalla stanchezza causata dalle fatiche del viaggio e dall’austero ufficio delle tenebre.
Sognò di trovarsi al centro di un’immensa chiesa, ricca di splendidi ornamenti, illuminata a festa e risuonante di sacri canti. Intorno a lui c’erano schiere di fedeli inginocchiati in adorazione, mentre davanti all’altare maggiore sfilavano innumerevoli sacerdoti e chierici con cotte e stole bianche.
All’improvviso dalla folla dei fedeli si levò un mormorio indistinto che cresceva sempre più di intensità, fino a culminare in un’esclamazione di esultanza: al seguito della schiera dei sacerdoti e dei chierici era apparsa la solenne figura del Papa, vestito dei bianchi paramenti sacerdotali. Ludovico lo fissava con ammirazione, ed ecco che il Santo Padre si fermava e si rivolgeva proprio verso di lui.
Ludovico si inginocchiò tutto tremante, mentre il Papa fissava lo sguardo indagatore su di lui.
“Santo Padre!” avrebbe voluto esclamare Ludovico. “Perdoni la mia audacia: mi dia la sua benedizione!”. Ma le parole gli morirono in gola.
Il Papa, intanto, aveva distolto lo sguardo da lui e lo volgeva intorno a sé. La folla sembrava intimorita e, appena il Papa guardava dalla sua parte, si traeva indietro, come fosse presa dal panico. Anche lo sguardo del Papa appariva angustiato, come se scrutasse tutto intorno qualche imminente pericolo.
A un certo punto tutti incominciarono a fuggire e le luci si affievolirono fino a che la chiesa rimase nella semioscurità. Il Papa, rimasto solo, volse le spalle a Ludovico e incominciò ad allontanarsi camminando a fatica, appoggiato al pastorale.
Ludovico fece l’atto di slanciarsi verso di lui, gridando:
“Santo Padre! Sono qua io!”
Il grido uscì dalle sue labbra e il giovane si svegliò di soprassalto.
Si guardò intorno. Dove era? La bella chiesa, e il Papa, dove erano finiti? Ahimè, era stato soltanto un sogno! Ora ricordava che si trovava a Roma nella chiesa dei Padri Barnabiti. Nella sua stanzetta buia e silenziosa un raggio di luna penetrava attraverso il vetro della finestra.
Certamente il sogno gli era stato suggerito dall’attesa di vedere il Santo Padre la mattina dopo nella cattedrale di Roma. Ma perché tutto era finito in un grande spavento? Doveva essere stato quel presentimento di una minaccia incombente sul mondo, che le parole e il contegno dello zio avevano in più occasioni suscitato nel suo animo, a inquinare il suo sogno con immagini di terrore. Ma si trattava soltanto di un turbamento della fantasia, oppure il suo era veramente un sogno premonitore?
“O Signore” mormorò in cuor suo Ludovico, “allontana da noi ogni minaccia! Proteggi il tuo vicario in terra e proteggi tutti noi, tuoi fedeli!”.
Con questa breve invocazione la sua agitazione si acquietò. Il giovane si distese nel letto e poco dopo si addormentò.

La città santa

III

Il giorno dopo tutti si levarono per tempo al suono delle campane di Roma. Più tardi, dopo lo squillo che avrebbe accompagnato l’intonazione del Gloria nella Missa in Coena Domini, per due giorni le campane avrebbero taciuto, in segno di lutto per la morte del Redentore. Ma ora si poteva ancora sentire il concerto di tutte le campane della città eterna che salutavano festosamente il sorgere del nuovo giorno.
Ludovico si svegliò con grande emozione. Non aveva mai sentito un concerto di campane come quello! Sembrava che un numero incalcolabile di bronzi risuonanti, dai più grandi e gravi ai più piccoli e squillanti, riempisse senza fine l’atmosfera della città. Quante chiese, infatti, aveva visto Ludovico, pur nel breve tragitto della sera precedente, e quante altre dovevano adornare l’immensa estensione della santa città! E ora da tutte quelle sacre dimore, alcune grandi e solenni, altre povere e modeste, ma sempre impreziosite dall’arte per essere degne case di Dio sulla terra, si levava, come una solenne lode all’Altissimo, quel concerto meravigliosamente sonoro e armonioso.
Ludovico avrebbe desiderato ardentemente che il suono delle campane non finisse più, ma, con suo grande dispiacere, dopo un po’ i bronzi incominciarono a rallentare il loro scampanio e uno dopo l’atro cessarono di squillare.
“Peccato!” pensò Ludovico. “Si vede che soltanto in paradiso ci sarà gioia senza fine.”
Dopo aver recitato le sue preghiere, il giovane si vestì in fretta. Poco dopo Monsignor Giuliani bussò alla sua porta e, invitato premurosamente da Ludovico, entrò nella piccola stanza.
“Buon giorno, Monsignore.” lo salutò Ludovico.
“Buon giorno, caro. Hai dormito bene?”
“Benissimo, grazie.”
“Il tuo confessore ti ha dato il permesso di riceve la comunione oggi?”
“Sì, Monsignore. E anche Domenica di Pasqua”.
“Bene. Allora mi raccomando: ora non fare colazione e non mangiare e non bere nulla, neanche un bicchier d’acqua. Devi rispettare il digiuno dalla mezzanotte.”
“Certo, Monsignore. Lo so bene”.
“Ora, dunque, scenderemo direttamente in chiesa e reciteremo l’ufficio insieme ai padri. Oggi diremo tutte insieme Prima, Terza, Sesta e Nona, perché poi non ci sarà tempo. Alle otto dobbiamo essere a San Giovanni per la Missa in Coena Domini, seguita daiVespri, dalla spogliazione degli altari e dal Mandatum. Poi in serata ci sarà qui, come ieri, l’ufficio delle tenebre. È un po’ pesante, lo so, ma tu ormai non sei più un bambino e puoi partecipare a tutte le funzioni”.
“Certo, zio! E la assicuro che per me non è affatto pesante.”
“Bravo! Allora se sei pronto possiamo incominciare a scendere”.
Ludovico fissò timidamente lo zio e, dopo un attimo di esitazione, disse:
“Monsignore, posso farle una domanda?”
“Certo, caro. Di’ pure.”
“Che cosa sta succedendo, Monsignore? È vero che siamo minacciati da gravi pericoli?”
“Perché mi fai questa domanda?”
“Oh, Monsignore! Non so. Sento come un presentimento che mi fa paura. Non è vero che in Francia ci sono stati grandi rivolgimenti, con tanti morti e persecuzioni alla Chiesa? E ho visto che anche lei è preoccupata! Che cosa sta succedendo?”
“Ma via! La Francia è lontana!”
“Ma non è vero che i francesi hanno passato le Alpi?”
“Su, non farti prendere dallo spavento. Ora il governo francese è cambiato e i suoi nuovi capi sono più moderati e più inclini alla pace. Loro stessi deprecano le orribili stragi fatte dal precedete governo. Inoltre essi sono impegnati con il Regno di Sardegna e con gli eserciti di Sua Maestà imperiale, e tra loro e noi ci sono la Repubblica di Genova e il Granducato di Toscana. È pur vero che nel Genovesato hanno occupato vasti territori, ma ora sono in pace con il Granduca di Toscana e ne riconoscono la neutralità, e nel Genovesato soffrono la fame per mancanza di vettovaglie. Il mare, infatti, non appartiene a loro, ma agli inglesi, i quali, coadiuvati dal Re di Napoli e da navi corsare, impediscono i rifornimenti ai soldati francesi. In Sardegna non sono riusciti a mettere il piede e dalla Corsica sono stati cacciati e l’isola è ora in mano agli inglesi, come lo è tutto il Mediterraneo. È di pochi giorni la notizia che una flotta francese, partita dal porto di Tolone per riconquistare la Corsica, nel mare di Noli è stata sconfitta dalle navi inglesi ed ha dovuto riparare in Spagna, per poi tornare a Tolone. È vero che gli inglesi sono eretici, ma in Corsica hanno rispettato la nostra santa religione e ora sono in trattative con il Santo Padre per promuovere in tutta l’isola la cura pastorale del popolo. Vedi, dunque, che non c’è da temere”.
“Ma perché il cardinale di Santa Cecilia è andato a Torino?”
“Oh, quante cose vuoi sapere, ragazzo mio! Ora pensa alla Settimana Santa e alla Pasqua e abbi fiducia in Dio, che non permetterà che nulla di male accada al suo vicario in terra e a questa santa città di Roma! D’accordo?”
“Sì, Monsignore. Ha ragione. Farò come mi dice”.
Ludovico abbassò gli occhi, sentendosi imbarazzato per aver forse rivolto domande troppo indiscrete allo zio.
“Su!” disse quest’ultimo sorridendogli e battendogli una mano sulla spalla. “Ora scendiamo e preghiamo il Signore insieme a questi bravi padri. Poi andremo, con gli altri del nostro gruppo a vedere il Santo Padre alla cattedrale di San Giovanni in Laterano. Lì ci saranno anche il nostro Vescovo e gli altri sacerdoti della nostra diocesi. Sei contento?”
“Oh, sì, Monsignore!” esclamò Ludovico rianimandosi. “Non vedo l’ora di vedere il Santo Padre”.
Lo zio sorrise benevolmente e insieme si avviarono verso le scale e scesero in chiesa.
Recitato l’austero ufficio di Prima. Terza, Sesta e Nona, Monsignor Giuliani, Ludovico e gli altri loro compagni uscirono dalla chiesa, attraversarono la piazza antistante e si avviarono lungo le vie circostanti per raggiungere la cattedrale di San Giovanni in Laterano.
Il tempo era sereno e il sole del primo mattino illuminava di un vivace bagliore le vie della città.
Ludovico si guardava intorno trattenendo il fiato per lo stupore e la meraviglia. Frotte di bambini poveramente vestiti giocavano allegramente per le vie fangose correndo dietro ai carretti che percorrevano le strade trasportati da asini e muli, mentre numerosi popolani e massaie apparivano da tutti gli angoli, portando fagotti, secchi, zappe e vari strumenti da lavoro. Camminavano piuttosto lentamente e spesso si fermavano a parlare tra loro.
Qualche brano di conversazione giungeva fino alle orecchie di Ludovico, suscitando in lui stupore e ilarità per quello che gli sembrava un insolito e attraente modo di parlare.
La quantità inesauribile e la bellezza di case, palazzi, chiese e monumenti non cessava di affascinarlo e di suscitare la sua curiosità.
Dopo aver attraversato le caratteristiche vie del quartiere adiacente alla chiesa dei Barnabiti, rigurgitanti di popolani e di botteghe artigiane, i pellegrini si trovarono di fronte ad un’ampia scalinata sormontata dalla facciata di una chiesa.
“Che cos’è?!” chiese Ludovico sgranando gli occhi per la meraviglia.
“È l’Ara Coeli, una chiesa in cui officiano i frati francescani” rispose Monsignor Giuliani.
“L’Ara Coeli?! È proprio come se fosse la porta del cielo!” esclamò Ludovico.
“Ora non abbiamo tempo di entrare” disse lo zio sorridendo. “Ma proseguiamo. Ne vedrai tante di belle cose! Ecco qui un’altra scalinata, che conduce sino al Campidoglio.”
“Il Campidoglio?!” esclamò Ludovico guardando il palazzo capitolino elevarsi in cima alla salita. “È il colle di Romolo e Remo!”
“Sì, certamente. E c’è anche la lupa. Ma ora proseguiamo. Non possiamo arrestarci.”
L’ammirazione di Ludovico raggiunse il culmine quando, poco dopo, ai suoi occhi apparve lo spettacolo del Foro Romano, con l’inesauribile ricchezza dei monumenti e delle rovine dell’antica Roma.
“Monsignore!” esclamò con voce quasi timorosa. “Non possiamo fermarci qui ad ammirare questi luoghi pieni di storia?! Qui sono passati Cicerone, Giulio Cesare, Ottaviano Augusto!..”
Lo zio sorrise e lo prese per mano continuando a camminare.
“Ma ora vedi che ci sono greggi di pecore al pascolo!” disse. “ In ogni caso adesso non possiamo fermarci. Ritorneremo un’altra volta. Ma intanto osserva i monumenti più importanti. Guarda: l’arco di Settimio Severo, le colonne del tempio di Saturno, la Curia, la casa delle Vestali, di là il Palatino e più avanti la basilica di Massenzio…”
“Oh, Monsignore! Guardi laggiù: il Colosseo, dove ci sono stati i primi martiri cristiani!”
Il Monsignor sorrise benevolmente e corresse il nipote. “Si tratta di una falsa opinione, anche se molto diffusa. In realtà il Colosseo è sorto dopo la persecuzione di Nerone, come indica il suo stesso nome di anfiteatro Flavio. Esso, infatti, fu eretto per volontà di quel grande imperatore che fu Vespasiano. Ad ogni modo, tra poco ci arriveremo e potrai vederlo da vicino. Però oggi non possiamo fermarci là. Domani ci andremo per la Via Crucis del Venerdì Santo. Sarà guidata da un padre Cappuccino”.
“Oh, Monsignore, che meraviglia è Roma! È il posto più bello della terra. Quanta storia! Quanta fede!”
Quando ebbero attraversato il Foro Romano, Ludovico esclamò:
“Guardi! Il Colosseo proprio davanti a noi. Come è immenso! Oh, non vorrei più andare via di qua!”
“Animo! Ora giriamo intorno al Colosseo, da quella parte. Poi dobbiamo proseguire per la cattedrale di San Giovanni in Laterano. Non possiamo fermarci. Ma, come ti ho detto, torneremo domani così, durante la Via Crucis potrai pregare i santi martiri”.
I pellegrini girarono intorno al Colosseo e, scrutando quasi con timore la sua mole maestosa, si avviarono lungo la salita che conduceva alla cattedrale.
Ludovico a malincuore volse le spalle al grande anfiteatro, ripromettendosi di contemplarlo a lungo durante laVia Crucis del Venerdì Santo.
Intorno a lui e ai suoi compagni numerosi fedeli, singoli, a coppia o in gruppo, si recavano alla stessa meta. Alcuni recitavano il rosario o cantavano le litanie ad alta voce. A destra e a sinistra si estendeva una lunga fila di costruzioni dall’aspetto suggestivo: chiese, case, palazzi signorili.
Dopo un po’ l’attenzione di Ludovico fu attirata da un grande edificio a più piani che sorgeva alla sua destra. Le sue linee architettoniche erano molto armoniose, fregi eleganti incorniciavano le finestre e il portone d’ingresso, in legno massiccio, era sormontato da uno stemma, artisticamente scolpito, rappresentante una grande ostia che si elevava sopra un calice circondata da raggi luminosi.
Ludovico, suggestionato e incuriosito dall’edificio, stava per chiedere informazioni allo zio, quando il portone d’ingresso si aprì e ne uscì, un po’ alla volta, un lungo corteo di giovinette vestite di bianco, precedute da un gonfalone riproducente lo stemma posto sopra l’ingresso del palazzo.
Le ragazze erano molto giovani, dai dieci ai dodici anni, e avevano tutte un velo sul capo e sul viso un’espressione seria e devota. Le guidava una signora anziana, anch’ella vestita di bianco, che si alternava con loro nella recita del rosario. Il risuonare unanime del coro delle voci giovanili in risposta alle invocazioni mariane della loro guida sopraffaceva, con la sua squillante sonorità, ogni altra voce di preghiera lungo la strada, e istintivamente tutti i passanti fecero largo alla schiera delle giovinette e si inchinarono al loro passaggio.
Ludovico osservò con ammirazione il corteo delle ragazze e, con voce quasi tremante, chiese allo zio:
“Chi sono?”
“Fanno parte della grande confraternita del Santissimo Sacramento” rispose Monsignor Giuliani. “Per loro il Giovedì Santo, insieme al Corpus Domini, è la festa principale dell’anno”.
“Anche a Sinigaglia c’è la confraternita del Santissimo Sacramento, ma è meno numerosa e le sue processioni sono meno belle.”
“Naturalmente, Roma è Roma!”
“Oh, sì, Monsignore! È proprio la città santa, la Santa Gerusalemme!”
Monsignor Giuliani sorrise.
“Oh, certamente la Gerusalemme del cielo è infinitamente più bella.”
“Che cosa sarà, allora!?”
Il gruppo intanto aveva proseguito il cammino e presto giunse presso la cattedrale di San Giovanni in Laterano e, girando lungo il suo fianco, si trovò nel grande piazzale di fronte alla facciata d’ingresso.
Ludovico non aveva mai visto una chiesa così grande e, mentre rimaneva in silenzio a contemplarla, il corteo delle giovinette biancovestite della confraternita del Santissimo Sacramento, attraversando la folla dei fedeli, sfilò davanti ai suoi occhi come una visione celestiale ed entrò ordinatamente nella cattedrale, accompagnato dal riecheggiare, in lontananza, degli accordi dell’organo.


La città santa

IV

Tra la folla che occupava la piazza antistante la basilica lateranense, ben presto Monsignor Giuliani riconobbe gli altri membri del clero marchigiano e il vescovo di Sinigaglia.
“Uniamoci a loro.” disse prendendo Ludovico per mano, e, seguito dagli altri sacerdoti che lo accompagnavano, raggiunse il gruppo dei corregionali.
Ma Ludovico guardava ansiosamente in direzione della chiesa. Aveva visto la processione delle giovinette biancovestite sfilare all’interno della cattedrale e avrebbe voluto seguirle. Ora invece doveva indugiare, aspettando che il gruppo dei sacerdoti marchigiani si decidesse ad entrare, al seguito del loro vescovo. Sebbene fosse ben esercitato alla sottomissione e all’obbedienza, il giovane faceva fatica a contenere l’impazienza di avviarsi all’interno della grande basilica, per il timore di perdere il contatto con il corteo delle giovinette.
Finalmente il vescovo si mosse verso la cattedrale, seguito dal suo clero.
Monsignor Giuliani continuava a tenere per mano Ludovico, causandogli un certo disagio e l’impressione di essere quasi tenuto forzatamente a freno nel suo desiderio ardente di seguire la processione celestiale nella più augusta chiesa del mondo.
Facendosi largo tra la folla dei fedeli, il gruppo dei sacerdoti marchigiani entrò nella basilica e Ludovico rimase incantato alla vista dell’immensa chiesa illuminata a festa da un’infinita quantità di lampade e di candele e ricolma di una folla pittoresca di sacerdoti, frati, suore, signori e signore splendidamente vestiti, che occupavano posti di riguardo, confraternite con le loro divise dai più svariati colori e i loro gonfaloni e una moltitudine incalcolabile di popolani di ogni estrazione. Tutta quella folla cantava, come un immenso coro di angeli, le litanie della Madonna accompagnata dagli accordi dell’organo.
Ludovico, guardandosi intorno impressionato da una magnificenza che superava ogni sua immaginazione, ricercava con ansia il corteo delle giovinette. Finalmente le scorse ben ordinate tra la folla dei fedeli nei pressi dell’altare papale sormontato dal baldacchino gotico.
“Ci avviciniamo all’altare?” chiese con trepidazione allo zio.
“Certamente.” rispose Monsignor Giuliani. “Abbiamo i posti riservati proprio lì vicino. Ma guardati intorno. Hai mai visto tante cappelle così ricche di segni della nostra fede? Quanta storia e quanta arte c’è in questa cattedrale!”
“Oh, sì, Monsignore! Sembra un sogno! Non vorrei più uscire di qui.”
Intanto il vescovo di Sinigaglia, seguito dal suo clero, percorrendo tutta la lunghezza dell’immensa basilica, si era avvicinato all’altare maggiore. Un canonico della cattedrale lo riconobbe, gli si avvicinò e condusse tutto il gruppo al posto loro assegnato, una decina di metri a destra dell’altare.
Ludovico fu molto felice di vedere dalla parte opposta, proprio di fronte a lui, le giovinette della confraternita del Santissimo Sacramento schierate su due file in prima linea, tutte con l’abito e il velo bianco, con il libro delle preghiere in mano e con lo sguardo rapito verso il cielo, mentre ad una sola voce elevavano alla Vergine il loro squillante canto di lode.
“Possono essere più belli gli angeli?” si chiese Ludovico.
Intanto un po’ alla volta la folla si disponeva ordinatamente e i chierici ultimavano i preparativi per la messa.
Il canto delle litanie si concluse e il suono dell’organo cessò. La basilica rimase per qualche tempo in silenziosa attesa. Solo un leggero mormorio si levava di tanto in tanto dalla folla dei fedeli.
Poi improvvisamente risuonarono di nuovo gli accordi dell’organo e il gruppo dei chierici cantori, allineato ordinatamente nel coro ligneo dietro l’altare papale, intonò l’introito della messa.
Dalla sagrestia uscì una lunga schiera di sacerdoti e di chierici, preceduti dai ministri recanti il turibolo con l’incenso e sei candele accese. Dopo la lunga schiera dei sacerdoti e dei chierici seguirono alcuni vescovi e cardinali e infine, splendente nei paramenti bianchi, apparve la figura maestosa del Papa.
Al suo passaggio tutti si inginocchiarono con devozione e timore e Ludovico fissò gli occhi pieni di ammirazione su di lui e non poté più staccarli dalla sua persona.
Il Santo Padre PioVI spiccava per la sua figura grande e solenne e aveva sul viso un’espressione seria ed assorta che incuteva rispetto e soggezione. Avanzava appoggiandosi sul pastorale e benedicendo la folla dei fedeli con la mano destra.
Salì all’altare, lo baciò, lo incensò e andò a sedersi sul trono del celebrante. Poco dopo il coro intonò il Kyrie eleison e poi il Gloria.
Squillarono a lungo campane e campanelli, mentre l’organo riempiva la basilica con i suoi accordi sonori. Appena il coro finì di cantare il Gloria, le campane cessarono di squillare e il suono dell’organo si interruppe. Da quel momento fino al Sabato Santo campane ed organo sarebbero stati in silenzio in segno di lutto per la morte del Redentore. Per chiamare i fedeli si sarebbero usati dei legni battuti l’uno contro l’altro e per accompagnare i canti, dove era possibile, si sarebbe usata una spinetta.
Tutti si sedettero e la messa proseguì con la solenne declamazione dell’epistola e del Vangelo. Poi il Papa si alzò, salì all’altare e rivolse la sua parola ai fedeli. La sua voce stentorea aveva un’intonazione patetica e a volte triste.
“Eminenze ed Eccellenze reverendissime” egli disse, “amati confratelli nel sacerdozio, carissimi chierici, religiosi e religiose, signori della nobiltà e voi tutti fedeli di ogni classe e condizione. Voi siete tutti nostri figli, e tutto il nostro sforzo e il nostro desiderio è stato sempre di condurvi a vivere una vita tranquilla, nella pace e nell’esercizio della virtù, perché poteste essere felici per quanto è possibile in questa vita e meritare la felicità eterna nell’altra. Ma la Provvidenza ha disposto che vivessimo in tempi turbolenti e calamitosi, nei quali i nemici della pace, della virtù e della religione impiegano il loro fervente zelo, degno di miglior causa, per turbare l’ordine e la felicità della società umana.
“Già da tempo abbiamo levato la nostra voce a denunciare la mancanza di freno di quanti proclamano che non sia degno dell’uomo sottostare ad alcun giogo di legge, umana o divina, e spingono il popolo alla ribellione e al disprezzo di ogni più sacra autorità. E purtroppo i popoli, sedotti dal miraggio di una libertà e di una licenza sottratte ad ogni regola ed ad ogni sanzione, hanno ascoltato le false promesse di questi empi tribuni e si sono lasciati andare ad abominevoli fatti di sangue, giungendo fino a mettere a morte i loro sacerdoti, i loro benefattori e i loro sovrani! E il fuoco sollevato dalla rivolta, nonostante le promesse fatte con le labbra, non accenna a placarsi.
“Oh, come vorremmo, in queste sacre solennità, dire a voi parole di rassicurazione e di speranza! Ma purtroppo il nostro ministero di verità ci obbliga a dichiararvi che sul nostro futuro incombe un’ombra minacciosa. Che cosa avverrà? Non lo sappiamo! Il futuro è nella mani di Dio. Servirà la sacralità di questa santa Sede Apostolica e di questa alma città a stornare da noi l’odio furente di quanti hanno dichiarato guerra a quanto vi è di nobile e di sacro? Umanamente parlando abbiamo tutte le ragioni di dubitarne. Ma il braccio del Signore non si è accorciato ed egli può sempre intervenire a fermare, con la sua mano onnipossente, le orde degli eserciti umani.
“Ma cari fedeli! Perché noi possiamo sperare fondatamente nell’intervento della Provvidenza, dobbiamo meritarlo. Forse che possiamo pretendere che Dio abbia cura di noi se temerariamente lo bestemmiamo, o se non ci curiamo di obbedire ai suoi comandamenti? Possono confidare nella protezione dell’Onnipotente l’assassino, il ladro, l’adultero, il dispregiatore della religione? Ebbene, sì! Possono confidare nel suo aiuto dal momento in cui si convertono dalla loro condotta perversa e, facendo penitenza con un sincero ravvedimento, con invocazioni, pianti, lamenti e digiuni ritornano alla casa paterna, confessano la loro indegnità e, moltiplicando le opere buone, dimostrano con i fatti di non essere più figli ingrati degni dell’ira divina!
“A tutti voi noi ci appelliamo! Nessuno che ora si trova in questa sacra basilica esca senza aver deciso sinceramente in cuor suo di obbedire a questo nostro urgente richiamo: pieghiamo il cuore paterno di Dio con la nostra penitenza! Strappiamo dalle sue viscere di misericordia il perdono per i nostri innumerevoli peccati con le nostre suppliche, opportune ed importune! Otteniamo dal Signore degli eserciti che, non considerando la nostra passata infedeltà, ponga fine, con la sua mano onnipotente, alle scelleratezze degli uomini e ci sottragga alla loro furia ed al meritato castigo!
“Ma, cari fedeli, se le nostre colpe sono troppo gravi, se ormai è troppo tardi per ottenere il mutamento dei giusti decreti della Provvidenza, allora chiniamo il capo agli imperscrutabili disegni di Dio e, con umile e rassegnata sottomissione, accogliamo quanto egli dispone per noi, fosse pure la più infame abiezione, a sconto dei nostri peccati e ad implorazione della sua misericordia per i nostri persecutori.
“Né l’esilio, né la confisca dei beni, né da distruzione della patria, e neanche la morte più atroce, nostra e dei nostri cari, ci separi mai dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore!
“Ora, con umile e fiducioso abbandono ai misteriosi disegni della Provvidenza, proseguiamo con fede la celebrazione di queste sante solennità”.
Ludovico aveva ascoltato con la più viva attenzione e commozione le parole appassionate del Papa e più di una volta gli era sembrato che lo sguardo del Santo Padre si fissasse su di lui, come se intendesse rivolgersi a lui personalmente.
Il discorso penetrò profondamente nel suo cuore, come un’impronta indelebile stampata nello sbocciare della sua giovane vita e destinata a segnare tutto il suo futuro destino.
“Dunque” egli pensava con un fremito nel suo cuore, “i miei presentimenti erano veri! La Francia non è così lontana come sembra e da un momento all’altro i suoi eserciti potrebbero riversarsi in questa nostra penisola e distruggere tutto. Potrebbero perfino occupare questa santa città e fare del male al Papa. Ma come è possibile? Dio non può permetterlo! Eppure il Papa stesso non ha escluso che ciò possa avvenire. È per i nostri peccati. Ma non certo per i peccati del Papa. Un uomo così santo! Oh, Signore, non lo permettere! Ecco: sono pronto ad offrirti la mia vita per il Santo Padre! Oh! Vorrei essere come Giovanna d’Arco e mettermi alla guida di un esercito per affrontare le armate nemiche che minacciano questa penisola e questa città.”
Intanto la celebrazione proseguiva, tra riti suggestivi e canti solenni e Ludovico riversò tutta la sua ansiosa preoccupazione nella preghiera e nell’abbandono fiducioso al Signore.
Al momento della comunione egli si accostò devotamente alla mensa eucaristica, un po’ dispiaciuto di non ricevere la sacra ostia dalla mani stesse del Papa.
Mentre, in ginocchio, faceva il ringraziamento, il suo sguardo si fissò sulla schiera delle giovinette della Confraternita del Santissimo Sacramento che, inginocchiate a turno alla balaustra dell’altare, ricevevano la comunione.
Era uno spettacolo meraviglioso vedere quel lungo corteo di fanciulle innocenti, vestite nel loro abito immacolato e con il bianco velo sul capo, accostarsi alla sacra mensa e tornare poi al loro posto con il viso trasfigurato dalla gioia di avere Gesù nel cuore.
“Tutto questo sarà distrutto e cancellato?!” si chiese Ludovico con angoscia.
Quando le giovinette furono tutte tornate al loro posto, Ludovico chiuse gli occhi, appoggiò il viso sulle mani e si immerse in una patetica implorazione a Dio perché non permettesse che una mano sacrilega venisse a fare del male a quelle fanciulle nel cuore della stessa città di Roma.
Fu lo zio a riscuoterlo dalla sua concentrazione, invitandolo ad alzarsi in piedi ed a seguire la processione del Santissimo Sacramento all’altare della reposizione, allora comunemente chiamato “sepolcro”.
Il coro, seguito dalla folla dei fedeli, intonò l’inno “Pange lingua”, il Papa, con il piviale e il bianco velo omerale, prese il calice con l’ostia consacrata e la processione si avviò dall’altare papale alla cappella dell’adorazione.
Il corteo percorse la basilica al canto dell’inno eucaristico, poi il Papa entrò nella cappella, consegnò il Sacramento al diacono, che lo depose sull’altare, splendidamente adornato di luci e di fiori, e si inginocchiò. Mentre un ministro incensava il Sacramento, il coro e i fedeli intonarono le ultime due strofe dell’inno – “Tantum ergo sacramentum veneremur cernui” – e alle parole “Genitori Genitoque” il diacono ripose il Sacramento nel tabernacolo. Poi tutti rimasero per qualche minuto in silenziosa adorazione, prima di avviarsi ordinatamente in sagrestia.
“È troppo grande” pensò Ludovico, “troppo santo, troppo bello questo mistero, celebrato qui nella chiesa più sacra dell’universo. Oh, no, Signore! Non è possibile che tu permetta che gli eserciti di questa terra giungano a profanare un luogo così santo!”


La città santa

V

Il giorno dopo, Venerdì Santo, fu una giornata molto intensa e sofferta per Ludovico.
La sera prima, mentre assisteva all’ufficio delle tenebre nella chiesa dei Barnabiti, la sua mente non poteva staccarsi dal ricordo delle emozioni vissute nella basilica lateranense e dalla bianca figura del papa, che aveva presieduto la Missa in Coena Domini. La sua mente indugiava anche sul ricordo del corteo delle giovinette della Confraternita del Santissimo Sacramento, che, dopo la processione e la reposizione, erano rimaste a lungo in ginocchio, in silenziosa adorazione, di fronte al sepolcro splendidamente adornato, e infine si erano dirette, allineate in perfetto ordine, a due a due, verso l’uscita della basilica. Avrebbe voluto seguirle e non perderle mai di vista, pieno di ammirazione per la loro bellezza celestiale, ma si era dovuto trattenere nella cattedrale insieme allo zio e al clero marchigiano per assistere ai vespri, alla spogliazione degli altari e al “Mandatum”.
Quest’ultima celebrazione ricordava il “comandamento nuovo” di Cristo, che egli aveva lasciato agli apostoli quale suo proprio “mandato”, di amarsi gli uni gli altri, così come egli li aveva amati. Per far rivivere questo momento così significativo dell’ultima cena, il papa aveva personalmente servito in tavola dodici poveri, che impersonavano gli apostoli, e aveva poi lavato loro i piedi.
Era stata una mattinata estremamente impegnativa, con la serie ininterrotta delle celebrazioni, incominciate verso le otto e terminate soltanto nel primo pomeriggio. Nulla di strano che le giovinette della confraternita del Santissimo Sacramento, ancora troppo piccole per sopportare cerimonie così lunghe e faticose, fossero state condotte via dalla loro direttrice dopo l’adorazione al sepolcro.
Ma Ludovico era rimasto fino alla fine e non aveva sentito la stanchezza. Lo splendore della basilica, la solennità delle celebrazioni, la sublimità dei canti, la partecipazione corale di tutto il popolo, il corteo delle giovinette vestite di bianco lo avevano così profondamente impressionato e coinvolto, da renderlo insensibile alla stanchezza e alla fame.
Il clima festoso della Missa in Coena Domini si era repentinamente mutato nel clima penitenziale, proprio del Venerdì Santo, al momento della spogliazione degli altari.
Un cantore aveva intonato l’antifona “Diviserunt sibi vestimenta mea, et super vestem meam miserunt sortem” e il coro aveva proseguito con il canto del salmo “Deus Deus meus, respice in me, quare me dereliquisti?”, mentre i chierici toglievano le tovaglie e tutti gli ornamenti dell’altare maggiore – tranne il crocifisso, che era stato ricoperto con un velo violaceo – e poi di tutti gli altari della basilica. Infine erano state spente tutte le luci, tranne quelle che ornavano il sepolcro, come segno che, durante la tragedia della passione, si era spento Cristo, luce del mondo.
La celebrazione del “Mandatum”, in cui il papa stesso aveva dato l’esempio dell’umile servizio che gli uomini devono rendersi reciprocamente, aveva risvegliato il fervore della memoria dell’ultima cena e aveva lasciato nell’animo di Ludovico l’immagine indelebile del santo pontefice che lavava i piedi ai poveri.
Tutte queste sublimi impressioni lo avevano accompagnato anche durante la celebrazione vespertina dell’austero ufficio delle tenebre nella chiesa dei Barnabiti. Ma il giorno dopo, con il severo digiuno di tutta la giornata e le lunghe celebrazioni, improntate al più rigoroso spirito penitenziale, era subentrato il clima patetico e angoscioso della passione e morte di Cristo e l’animo di Ludovico era stato come ricoperto da un velo di devota tristezza.
La mattina, sul presto, lo zio lo aveva portato nella chiesa di San Salvatore in Lauro, appartenente al Pio Sodalizio dei Piceni, e lì avevano assistito alla solenne celebrazione del Venerdì Santo, detta anche “Messa dei presantificati”. Non era, in realtà, una vera messa, perché non si riteneva conveniente celebrare sacramentalmente il sacrificio di Cristo il giorno in cui si commemorava il suo sacrificio cruento sulla croce. Non vi era, perciò, il canone con la consacrazione eucaristica e al popolo non si distribuiva la comunione. Soltanto il celebrante si comunicava, utilizzando l’ostia consacrata il giorno precedente – e da qui derivava il nome: “Messa dei presantificati”.
La celebrazione era durata più di tre ore e Ludovico era rientrato nella casa dei Barnabiti dopo mezzogiorno, stanco per la lunga cerimonia e per la camminata e indebolito dal digiuno.
Non volle, però, riposarsi, pensando che erano proprio quelle le ore della passione del Signore, e preferì rimanere in orazione in chiesa, aspettando il momento di recarsi con lo zio e gli altri sacerdoti al Colosseo per la Via Crucis.
Dovevano trovarsi lì prima delle tre del pomeriggio, ora solenne della morte di Cristo. Allora un padre cappuccino avrebbe guidato la Via Crucis più significativa dell’anno, perché celebrata nel giorno e nell’ora stessa della tragedia del Calvario.
Poco dopo le due il gruppo si mosse dalla chiesa dei Barnabiti e si avviò alla volta del Colosseo.
Ludovico, come tutti gli altri, osservava il più rigoroso silenzio, non volendo distrarre l’animo dalla contemplazione amorosa della passione di Cristo. Non poté fare a meno, tuttavia, di indugiare con lo sguardo sulle chiese e sui monumenti della città eterna che incontravano nel loro cammino.
“O, Roma!” esclamava in cuor suo. “Quanti tesori di fede e di storia racchiude questa santa città!”
Anche i popolani della Città Eterna attiravano la sua attenzione con il loro abiti poveri e dimessi e con il loro accento dialettale caratteristico che, quando gli giungeva all’orecchio lo faceva sorridere
Intorno a lui, per le vie polverose e fangose percorse da carretti portati a mano o trainati da asini o muli, si scorgevano folle di persone di umile condizione, tutte con sul viso i segni del dolore e della compunzione che ispirava loro il vivo ricordo della morte di Cristo.
Ogni tanto passava anche qualche elegante carrozza nobiliare dalle forme eleganti, trasportata da bei cavalli di razza, dai cui finestrini si scorgevano eleganti signori e dame. Anch’essi avevano l’aria seria e contrita che la solenne ricorrenza richiedeva, anche se non sempre essa sembrava sincera.
Giunti al Colosseo, Ludovico rimase a lungo a contemplare il grandioso edificio. Sebbene lo zio, grande erudito, gli avesse detto che era impossibile che esso fosse il luogo del supplizio dei primi martiri cristiani sotto il folle Nerone, il giovane pensò che non si trattasse che di una questione cavillosa, dato che le persecuzioni erano durate ben oltre il tempo di Nerone, e richiamò con commozione alla mente le memorie di tanti innumerevoli santi, noti e sconosciuti, che, su quelle pietre, avevano versato il sangue per Cristo: uomini, donne, giovinette, bambini anche, che non avevano tremato di fronte alle fauci spalancate dei leoni o alle lance e alle spade dei persecutori.
Lo zio lo richiamò alla realtà prendendolo per mano e conducendolo all’interno dell’Anfiteatro, presso uno degli altari che segnavano le stazioni della Via Crucis.
Lì si era radunata una numerosa folla, e soprattutto molti membri della confraternita dei Camaldolesi, con il loro abito grigio e il cappuccio, che copriva anche la faccia e lasciava intravedere soltanto gli occhi attraverso due piccole aperture.
Poco prima delle tre arrivò un frate cappuccino e incominciò il suo sermone – come spesso succedeva allora, piuttosto arido e convenzionale. Era un frate molto semplice e, come si poteva capire facilmente, privo di istruzione. Ma, di là dai concetti piuttosto banali del suo sermone, la sua fisionomia esprimeva una sincera devozione, ed essa divenne improvvisamente travolgente quando il frate, conclusa la sua predica, sollevò in alto il crocifisso, si prostrò con la faccia a terra ed esclamò a gran voce:
“Miserere nostri, Domine! Miserere nostri!”
I presenti, seguendo il suo esempio, si gettarono in terra e gridarono ad una sola voce:
“Miserere nostri, Domine! Miserere nostri!”
Il grido risuonò, patetico e fragoroso, tra gli antichi portici del Colosseo.
Anche Ludovico si inginocchiò, associandosi al grido della folla, e rimase a lungo prostrato in terra con il volto bagnato di lacrime di commozione, mentre la folla seguiva il cappuccino nella processione della Via Crucis.
Improvvisamente sentì una voce che gli sembrò fosse rivolta a lui:
“Buon ragazzo!”
Si guardò intorno e vide un giovane con un vestito elegante e piuttosto insolito in piedi accanto a lui. Indossava un soprabito bruno, sulla camicia bianca dal colletto inamidato, con lunghe code che scendevano fino a terra. I suo pantaloni bianco-grigi avevano un aspetto un po’ militaresco.
Ludovico lo guardò con aria stupita e con lo sguardo interrogativo.
“Buon ragazzo!” ripeté lo sconosciuto. “Posso parlare con lei?”
Il giovane aveva un accento strano e si esprimeva faticosamente, quasi cercasse le parole.
“Sarà un forestiero?” si chiese Ludovico, e, alzandosi in piedi, disse:
“Mi scusi!” Forse, senza volerlo, ho invaso il suo spazio”.
Il giovane sorrise con indulgenza.
“O, no, no!” disse. “L’ho vista pregare con molta devozione e mi è sorto il desiderio di parlarle. È di Roma?”
“No, sono della Marca di Ancona”.
Il giovane lo guardò stupito.
“Ancona? Sono passato proprio da Ancona prima di venire a Roma. Bella città! Quando ero lì ci fu anche un incendio”.
“Io non sono di Ancona, ma di Sinigaglia, una città vicina ad Ancona, ma più piccola”.
“Potrei parlare un po’ con lei? Sono forestiero e da diversi giorni non ho nessuno con cui parlare. Lei mi sembra un buon giovane, e vedo che è sinceramente devoto”.
“Mi dispiace che sia così solo, signore! Ha detto che è forestiero. Da dove viene?”
“Sono scozzese”.
Ludovico sgranò tanto d’occhi.
“Scozzese?!” esclamò. “Come la regina Maria Stuarda?”
Il giovane sorrise.
“Sì, certo!” disse. “Ma Maria Stuarda era cattolica, mentre io sono presbiteriano”.
A queste parole Ludovico lo guardò stupito e un po’ turbato. Aprì la bocca per dire qualche cosa, ma le parole gli morirono in gola.
“Non sono cattolico” riprese il giovane abbassando la testa. “E veramente le cerimonie di questa Settimana Santa a Roma mi sono sembrate un po’ esteriori e poco sentite. Ma sono rimasto molto impressionato dall’invocazione del padre cappuccino e della folla dei fedeli. Questo appello del dolore alla bontà, della terra al cielo, ha scosso la mia anima nel suo santuario più intimo, e ho visto riflessa nei suoi occhi la mia stessa emozione. Anche se non sono cattolico, condivido con lei lo stesso sentimento di religione!”
“Ma…” balbettò Ludovico intimorito e confuso, “ma… voi in Scozia ora siete protestanti, vero?”
“Sì, per la maggior parte. Ma preferiamo essere chiamati presbiteriani. In ogni caso, vorrei proprio che tra di noi ci capissimo, di là da questa differenza. Anzi, potrei darti del tu?”
“Sì, certamente”.
“Vi è un’altra persona, anche lei cattolica, con la quale vorrei capirmi, superando ogni ostacolo. Sto molto soffrendo per questo!”
“Un’altra persona? Non ha detto che è solo?”
“Si tratta di una giovane che ho conosciuto in questi mesi a Roma. Ora però si è assentata per un ritiro in preparazione alla Pasqua. Forse oggi la rivedrò. La amo tanto e sento dolorosamente la sua lontananza! E poi ho un grande rimorso nel cuore, che mi tormenta acerbamente e mi impedisce di prendere una decisione”.
“Il rimorso non è una buona cosa! Se abbiamo fatto qualche cosa di male, il vero rimedio è il sincero pentimento davanti a Dio, accompagnato dalla fiducia nella sua misericordia e dalla confessione sacramentale”.
Il giovane scosse il capo tristemente.
“Sì, hai ragione! Il rimorso dovrebbe lasciare il posto al pentimento! Ma noi presbiteriani non abbiamo la confessione sacramentale!”
“Mi dispiace! Deve essere molto triste!”
“Lo è! Ma vorrei chiederti di pregare per me! Tu sei un giovane devoto e sincero! Chiedi al Signore che mi illumini! La mia colpa più grave è che, quando mio padre era infermo, mi sono trattenuto lontano da lui per una passione ingannevole, e quando sono tornato in patria, egli era già morto. Soffro immensamente al pensiero di averlo lasciato morire senza confortarlo con la mia presenza e di non aver avuto la sua ultima benedizione, né le sue ultime raccomandazioni paterne. Ora sono in un dubbio crudele: amo appassionatamente questa giovane, ma cosa direbbe mio padre? So che egli pensava di destinarmi ad un’altra giovane!”
“Le prometto che pregherò per lei! Ma perché si trova a Roma?”
“Dopo la morte di mio padre sono stato molto male di salute, oltre che nell’animo, e i medici mi hanno ordinato di venire nel Mediterraneo per respirare un’aria più calda. La Scozia è molto fredda”.
“Capisco. Ma deve pensare che Dio è misericordioso e ascolta le nostre preghiere. Chissà che in punto di morte egli non abbia illuminato suo padre, rassicurandolo sulla sua sorte? E allo stesso modo può illuminare lei, mostrandole la scelta migliore da fare, e forse anche…” qui Ludovico si interruppe, per il timore di essere indiscreto con il suo interlocutore.
Ma il giovane capì le parole inespresse di Ludovico e sorrise scuotendo il capo:
“Abbandonare la religione dei propri padri” disse “non è cosa che si possa fare così facilmente! No! Vi sono troppe memorie sante che non mi è lecito abbandonare e, come ti ho detto, ho visto troppa esteriorità qui a Roma! Ma ti assicuro che ammiro la tua fede e la tua devozione, come anche quella della giovane che amo. Forse in un matrimonio fedele la nostra religione, apparentemente diversa, potrebbe diventare quasi una cosa sola!”
Ludovico abbassò il capo e, dopo un attimo di silenzio disse:
“Pregherò per lei e per la giovane che ama! Ma posso sapere il suo nome?”
“Mi chiamo Osvaldo Nelvil. E tu?”
“Io sono Ludovico Giuliani”.
“Allora addio, Ludovico. Sono felice di averti conosciuto. Prega per me e per la mia giovane amica.”
“Non dubiti”.
Osvaldo fece un inchino a Ludovico, che cortesemente lo ricambiò, e, dopo un ultimo saluto, si allontanò da lui.


La città santa

VI

La sera di quello stesso giorno Ludovico si recò, insieme allo zio e al clero marchigiano, nella Cappella Sistina ad assistere all’uffico delle tenebre. La celebre cappella era immersa nella penombra e le grandiose immagini michelangiolesche, sobriamente illuminate dalla luce che penetrava attraverso le sacre vetrate, dominavano la folla dei fedeli e le infondevano un sentimento di devota compunzione e di ansiosa attesa dell’imminente giudizio di Dio sui peccati del mondo.
Tra la folla dei fedeli vi erano molti stranieri, giunti a Roma come pellegrini in occasione della settimana Santa e ora desiderosi di ascoltare il solenne Miserere, la cui fama era diffusa in tutta Europa.
Appena il coro, nascosto dietro una tribuna, intonò la melodia del salmo, tutti tacquero e molti si inginocchiarono. I versetti gregoriani si alternavano con sublimi evoluzioni polifoniche, suggerendo una sorta di dialogo tra la travagliata vita terrena e la beata vita celeste, dalla quale un dolce sguardo misericordioso sembrava discendere sulla miseria umana. Infine l’alternarsi delle voci del suggestivo dialogo si concluse con un’ultima prolungata polifonia, che, elevando sempre più in alto l’intreccio delle voci, sollevò gli animi dei fedeli verso un’ineffabile pace celestiale.
Ludovico rimase a lungo in ginocchio, estasiato dalle suggestioni della pittura e del canto. Quando l’ufficio delle tenebre finì, si accodò alla processione silenziosa dei fedeli che discendeva in basilica per l’adorazione della croce.
Mentre procedeva in silenzio, scorse tra la folla dei fedeli il giovane scozzese che aveva incontrato nel primo pomeriggio al Colosseo. Il giovane sembrava vivamente emozionato e non cessava di scrutare davanti a sé verso il gruppo delle donne che apriva la devota processione.
Giunti in basilica, i fedeli fecero ala intorno al grande crocifisso che risplendeva solitario, illuminato da alcuni ceri, nell’oscurità in cui era immerso l’immenso edificio.
Di fronte alla croce era inginocchiato il Santo Padre, vestito di bianco, attorniato dai suoi cardinali.
L’adorazione silenziosa durò una mezz’ora e tutti si associarono, con religioso rispetto, alla preghiera che il santo vegliardo elevava nel suo cuore per quel mondo travagliato di cui la divina provvidenza gli aveva affidato la cura suprema.
Quando il Santo Padre si alzò in piedi, Ludovico vide Osvaldo rivolgersi verso una bella giovane, un po’ pallida in volto, ma sorridente, che, dal gruppo delle donne si avviava verso di lui.
Accadde, però, una cosa strana, che lasciò interdetto Ludovico. Intorno alla giovane subito si formò un gruppo di persone che incominciarono a parlare animatamente tra loro come se si trovassero non nella basilica di San Pietro la sera del Venerdì Santo, ma nei pubblici giardini in un giorno di festa. Ludovico osservò che anche Osvaldo era rimasto sorpreso di questa facilità dei romani di passare con tanta disinvoltura dalla più austera devozione alle conversazioni mondane, e lo vide appartarsi con aria quasi sdegnata. Ma subito la giovane lo raggiunse e incominciò tra loro una lunga e intensa discussione.
Ludovico, dopo un attimo di esitazione, rinunciò a salutare il suo amico scozzese, come avrebbe desiderato, non volendo interferire nella sua conversazione con la bella giovane, che certamente doveva essere la persona di cui egli gli aveva parlato qualche ora prima.
Ma il ricordo della scena di cui era stato testimone lo accompagnò durante le ora seguenti, ed egli non mancò di pregare il Signore perché Osvaldo trovasse la pace del cuore e infine ritornasse all’ovile della Chiesa cattolica.
Il giorno successivo, Sabato Santo, secondo il costume e le norme di allora, non potendosi celebrare la messa dopo mezzogiorno, quella che doveva essere la solenne veglia pasquale, e perciò la celebrazione della risurrezione di Cristo, doveva essere anticipata alla mattina del medesimo giorno.
Con lo zio e gli altri sacerdoti che dimoravano a San Carlo ai Catinari, Ludovico uscì per tempo e, attraversato il pittoresco quartiere in cui sorgeva la chiesa, giunse in vista del Foro Romano e salì la scalinata dell’Ara Coeli.
Entrato nella basilica, mentre si avvicinava insieme agli altri suoi compagni all’altare maggiore, rimase come incantato ad ammirare la decorazione barocca della chiesa. Poco dopo un frate francescano salì sul grande pulpito che spiccava nella parete della navata destra e, rivolto alla folla dei fedeli, disse con voce stentorea:
«Cari fratelli, la messa che stiamo per celebrare è centrata nella commemorazione della risurrezione di Cristo. Essa, dunque, deve essere considerata non come messa del giorno di sabato, ma come messa della notte di Pasqua. E per questo, benché si dica di giorno, pure vi si trovano le medesime espressioni appartenenti alla notte. Si dice, infatti, nell’orazione: Deus, qui hanc sacratissimam noctem, per conservare la memoria dell’uso antico. È dunque questa la messa della notte, ossia della vigilia di Pasqua, che cominciava sull’imbrunire del sabato dopo nona, verso il tramontar del sole. La funzione durava fino all’aurora del giorno seguente e l’intera notte era impiegata in letture, preghiere, istruzioni per i fedeli e nella celebrazione del sacrificio. I fedeli si trattenevano in chiesa fino alla resurrezione del Signore, che si crede fosse nelle prime ore della mattina.
«Mi chiederete perché in questo giorno si fa la solenne benedizione del fuoco acceso con la pietra. E la risposta è che si tratta di un vestigio dell’antichità. Una volta si ricavava ogni giorno il fuoco dalla pietra, e ci si serviva di esso per accendere i ceri e le lampade della chiesa. Ma prima si faceva la benedizione di questo nuovo fuoco, perché la chiesa non ha mai avuto il costume di servirsi di cosa alcuna nelle ufficiature sacre se prima non fosse stata benedetta. Con più solennità oggi si fa la benedizione del fuoco, perché quel fuoco, ricavato dalla pietra, rappresenta Cristo nuovamente risorto».
Il frate discese dal pulpito e poco dopo ebbe inizio la funzione, che si protrasse per più di tre ore.
Dopo la benedizione e la processione del cero, seguì il canto del preconio pasquale, nel quale risuonò la celebre e commovente espressione, ricordata anche dal filosofo Leibniz, che così apostrofa il peccato di Adamo: O felix culpa, quae talem ac tantum meruit habere redemptorem!
Furono poi proclamate le dieci letture bibliche, seguite dalla benedizione dell’acqua battesimale e dalle litanie dei santi.
Dopo queste prolisse celebrazioni, finalmente incominciò la messa pasquale con il canto del Kyrie eleison. Appena il celebrante intonò il Gloria proruppero i solenni accordi dell’organo e le campane suonarono a festa – e ben presto si udì un infinito scampanio gioioso per tutta la città.
Erano incominciate, con l’anticipo di molte ore, le solennità pasquali.
Dopo la lettura dell’epistola, il coro intonò l’alleluia, il cui canto per tutta la quaresima era stato sospeso.
Un residuo del tempo penitenziale rimaneva nel costume di non dare la comunione al popolo fino al giorno successivo.
Ma ormai l’austerità quaresimale era finita e, tornando alla chiesa di San Carlo ai Catinari dopo la funzione, Ludovico trovò la tavola imbandita con uno squisito pranzo pasquale.
I commensali si trattennero a lungo a tavola, rievocando le emozioni sperimentate nel solenne triduo celebrato nella stessa città dei papi. Per molti era un’esperienza nuova e non si saziavano di esprimere la loro riconoscenza verso chi aveva organizzato questo gradito avvenimento.
Si parlò anche di Roma e delle tante cose che avevano attirato l’attenzione dei pellegrini. A confronto delle cittadine marchigiane la Città Eterna appariva immensa e piena di inesauribili sorprese. Ai lati delle vie fangose, nelle quali transitavano asini, buoi e altro bestiame, si accalcavano le dimore caratteristiche dei popolani, a volte soltanto poveri tuguri, che facevano contrasto con i magnifici palazzi della nobiltà.
I popolani erano spesso rozzi nel loro modo di parlare e non mancavano tra la folla figure molto losche e poco raccomandabili. Ma, specialmente tra le donne, vi erano molte persone umili, devote e caritatevoli. Anche tra la nobiltà vi erano signore pie, dedite alle opere buone. Molte di loro erano organizzate in pii sodalizi per il sollievo di bisognosi, infermi e mendicanti. Tra gli uomini di classe elevata queste virtù erano più rare e più facilmente essi spiccavano per il loro orgoglio e la loro ambizione.
“L’altro giorno” disse un giovane sacerdote di Treia “ho incontrato un uomo vestito di tutto punto. Portava una giacca di velluto azzurro e un mantello grigio. Parlando con me non si è neanche tolto il suo bellissimo cappello piumato. Vedendo che ero forestiero, mi ha chiesto di dove fossi. Quando gli ho detto che ero di Treia, nella Marca di Ancona, ha fatto un gesto di disprezzo e ha detto, con molto sussiego: ‘Pensavo che fosse di Bologna. Conosco bene l’Arcivescovo di Bologna e avrei voluto mandargli i miei saluti. Mio padre era in amicizia con papa Lambertini, che gli chiedeva sempre consiglio. Per questo siamo rimasti in buoni rapporti con la curia di Bologna. Noi non siamo una famiglia qualsiasi, siamo i Colonna!’ Avrei voluto rispondergli: ‘E io sono stato incaricato da papa Sisto V di riscuotere i tributi dai nobili romani’ ma ho fatto un fioretto e sono stato zitto”.
Tutti scoppiarono a ridere.
“Ah, Sisto V!” intervenne un sacerdote più anziano. “Sapete che una volta un sacredote riceveva soldi dai fedeli grazie a un crocifisso che sanguinava – ma in realtà dentro vi era nascosta una spugna imbevuta di sangue di gallina. Sisto V andò a verificare e disse: ‘Come Cristo ti adoro, ma come legno ti spacco!’”
La battuta fu accolta con grande ilarità e qualcuno esclamò: “Il nostro grande Sisto V! Altro che papa Lambertini!”
“Purtroppo” aggiunse il Monsignore “molta parte della nobiltà romana è piena di boria. Ma non tutti! Il Cardinale di Santa Cecilia mi ha parlato di alcuni nobili che, esortati dalle loro mogli, spendono parte del loro patrimonio per sostenere le opere pie e gli ospedali. Vi è un giovane nobiluomo che va più volte a settimana a suonare l’organo che si trova tra le corsie dell’ospedale di Santo Spirito per confortare gli infermi. I poveri ricoverati gliene sono molto grati e aspettano con ansia che venga a suonare per loro”.
“Bisogna dire” aggiunse un altro sacerdote “che, sebbene tra i nobili – ma anche tra la plebe, se pure per diverse ragioni – ci siano persone da cui è meglio stare alla larga, tuttavia il clima che abbiamo respirato a Roma in questi giorni è stato di grande devozione, come mai avevo sperimentato prima. Dobbiamo veramente ringraziare Sua Eccellenza per averci permesso di trascorrere questo giorni santi presso le tombe degli apostoli e dei martiri!”
Tra i pellegrini del gruppo nessuno era stato così coinvolto dal clima religioso di quei giorni come Ludovico. Egli non aveva fatto molto caso agli aspetti meno edificanti del popolo romano e nella sua ingenua anima adolescenziale si erano impressi in modo indelebile tutti i suggestivi apparati rituali che avevano rievocato, nella città eterna, con tanta grandiosità e tra la devozione penitente delle folle dei fedeli, la passione redentrice e la resurrezione gloriosa di Cristo, e gli sembrava che in tutta Roma aleggiasse una presenza soprannaturale, che apriva ai pellegrini le porte della vita celeste.
Quando, il giorno dopo, si recò con lo zio e gli altri sacerdoti del suo gruppo in Pazza San Pietro per la benedizione papale, avvertì la gioiosa atmosfera pasquale diffusa ovunque e rallegrata dalla bella giornata primaverile.
La piazza era piena di popolo e quando il Santo Padre apparve sul balcone, si udì un diffuso mormorio e tutti si inginocchiarono devotamente.
Mentre il Papa dava la solenne benedizione urbi et orbi, Ludovico lo guardò con commossa ammirazione e mormorò in cuor suo:
«Addio, Santo Padre! Domani ritorno al mio paese, ma ti conserverò per sempre nel mio cuore!».
Poi abbassò il capo e si chinò per ricevere la benedizione apostolica.
Quando si risollevò scorse, non lontano da sé, il suo amico scozzese e la bella giovane romana che aveva visto accanto a lui la sera del Venerdì Santo. Ambedue si erano inginocchiati per la benedizione del papa e ora, visibilmente emozionati, si stavano rialzando.
Ludovico si avvicinò ai due giovani e salutò il suo amico;
“Buona Pasqua, signor Nelvil!”
Osvaldo lo guardò sorpreso e gli sorrise esclamando:
“Buona Pasqua, Ludovico!”
Poi, rivolto alla giovane che era con lui e che guardava Ludovico con simpatia e curiosità, aggiunse:
“Questo è il giovane di cui ti ho parlato. Penso che facciamo bene a raccomandarci alle sue preghiere.”
La ragazza sorrise benevolmente a Ludovico e, facendogli un inchino, disse:
“Osvaldo mi ha parlato molto di te, Ludovico. Vedo che sei un bravo giovane. Prega per noi. Ne abbiamo tanto bisogno!”
“Certamente, signora!” rispose Ludovico guardando un po’ imbarazzato la ragazza.
Poi, rivolto a Osvaldo, aggiunse:
“Domani parto per la Marca di Ancona. Forse non ci vedremo più”.
“Forse no” disse Osvaldo con un sospiro di tristezza. “Ma almeno speriamo di vederci in cielo, dove tutti i nostri affanni saranno passati”.
“Addio, signor Nelvil! Addio, signora!” disse ancora Ludovico salutando i due giovani. Poi si allontanò da loro e raggiunse lo zio che lo aspettava per rientrare alla chiesa di San Carlo ai Catinari, dove li attendava la preparazione dei bagagli per il viaggio di ritorno del giorno successivo.


La città santa

VII

Il giorno dopo, lunedì dell’angelo, tutta Roma era in festa. Fin dalle prime ore della mattina la città risuonava di interminabili scampanii, mentre, approfittando del clima ameno e della bella giornata primaverile, famiglie di tutte le condizioni sociali, uscite per tempo dalle case e dalle chiese, affollavano a frotte le strade della città per recarsi ai Prati di Castello e fuori porta per una gioiosa scampagnata.
Monsignor Giuliani e i sacerdoti che alloggiavano nella chiesa di San Carlo ai Catinari insieme a Ludovico, dopo la messa e la colazione, ringraziarono cordialmente i loro ospiti barnabiti, lasciando un particolare saluto per il Cardinale di Santa Cecilia, che ancora non era rientrato in sede, e poi si avviarono verso Piazza del Popolo, dove avevano appuntamento con il vescovo di Sinigaglia e gli altri membri del clero marchigiano per riprendere insieme la via del ritorno.
Non essendo agevole risalire la corrente del fiume, erano state noleggiate alcune carrozze che li avrebbero portati fino al seminario di Magliano. Da lì, riprese le loro vetture, avrebbero ripercorso la via che, passando per Terni, la Val Nerina, Visso, Tolentino, San Severino, Jesi, li avrebbe ricondotti alle loro sedi nella Marca di Ancona.
Ludovico si guardava intorno molto eccitato e pieno di curiosità, mentre, insieme allo zio e agli altri sacerdoti, percorreva le strade di Roma in mezzo alla folla festante dei popolani. Il clima pasquale e primaverile sembrava contagiare tutto e tutti. I bambini correvano ridendo di qua e di là, richiamati a fatica dai loro genitori, che si affannavano perché non si allontanassero da loro, mentre sui volti di tutti aleggiava un sorriso di spontanea affabilità.
Nessuno sembrava un estraneo: tutti si scambiavano saluti e auguri, come se appartenessero alla stessa famiglia, e saluti particolarmente calorosi erano rivolti, da ogni parte, a Monsignor Giuliani, ai sacerdoti che erano con lui e a Ludovico. Questi si guardava intorno sorridendo e ricambiando con ingenua cordialità i saluti dei romani, e in cuor suo avrebbe quasi voluto staccarsi dagli austeri sacerdoti per accompagnarsi a qualcuna della tante famiglie che affollavano le strade e alle numerose frotte di bambini e bambine che ridevano e correvano di qua e di là pieni di gioia.
Ma sapeva che ciò non gli era consentito e questa consapevolezza tingeva di una leggera malinconia l’atmosfera gioiosa che lo contagiava.
Quanto avrebbe desiderato restare ancora nella santa città e godere, insieme agli altri ragazzi come lui e alle loro famiglie, il clima festoso del tempo pasquale!
A un certo punto vide, in prossimità di Piazza del Popolo, una schiera di ragazzette molto giovani vestite tutte con la stessa divisa azzurra che avanzavano in doppia fila guidate da una signora anziana.
“Zio!” esclamò Ludovico pieno di meraviglia. “Quelle bambine sono della confraternita del Santissimo sacramento?”
“Ma no! Che dici!? Sono delle orfanelle che vanno fuori porta per la scampagnata del lunedì dell’angelo”.
“Come sono belle!” pensò in cuor suo Ludovico, che ancora ricordava con commozione la processione delle giovinette il Giovedì Santo a San Giovanni in Laterano. “Oh! Mi dispiace immensamente proprio ora di andare via da Roma. Quante meraviglie ci sono! Quanta fede! Quanta felicità!”
Intanto erano arrivati a Piazza del Popolo, dove si erano ricongiunti al numeroso gruppo dei sacerdoti marchigiani che, guidati dal vescovo di Sinigaglia, già si apprestavano a salire sulle carrozze pronte per il viaggio di ritorno.
“Ludovico” disse Monsignor Giuliani rivolto al nipote, “noi ci accomodiamo in questa carrozza. Se vuoi, puoi prendere posto accanto al cocchiere”.
A Ludovico brillarono gli occhi di felicità.
“Grazie zio!” esclamò pieno di gioia. “Lo speravo proprio!”
Mentre lo zio e gli altri viaggiatori si accomodavano nelle carrozze, Ludovico salì accanto al cocchiere e si guardò intorno per non perdere nulla dello spettacolo della grande piazza affollata di gente.
Tra le numerose famiglie di popolani spiccava ancora, in un angolo della piazza, il gruppo delle orfanelle vestite di azzurro. Ludovico agitò verso di loro la mano in segno di saluto e le giovinette risposero ridendo e gridando allegramente al suo saluto, senza badare ai rabuffi della loro direttrice, che le richiamava a mantenere la compostezza.
Intanto le carrozze si erano allineate, pronte per la partenza. Il vescovo, che era ancora a terra, circondato da alcuni membri del clero, recitò una preghiera e impartì a tutti la benedizione, mentre la folla intorno si inginocchiava devotamente. Poi salì anche lui in carrozza.
I cocchieri fecero schioccare le fruste e la carovana si mise in moto.
Dal suo posto elevato Ludovico dominava con lo sguardo la folla variegata dei popolani e delle loro famiglie che, lungo le strade della città, si accalcava intorno alle carrozze salutando e gridando senza fine auguri di buona Pasqua.
Intanto le carrozze si avviavano fuori porta e presto raggiunsero la via Salaria.
Percorso un piccolo tratto, Ludovico osservò un gruppo di pastori e pastorelle che cantavano insieme, con ingenua allegria, accompagnandosi con due mandolini, mentre le loro greggi avanzavano belando lungo la strada polverosa e nel prato vicino.
“Come è bella Roma!” pensò Ludovico, rallegrato e commosso dal festoso spettacolo. “E proprio ora devo andarmene. Chissà se ritornerò mai? Quale sarà il mio destino? Che grande grazia è stata per me questa permanenza a Roma per le feste di Pasqua! Sarà una promessa? Ma di cosa? Di un’immensa felicità? O, al contrario, sarà un addio? Un assaggio di qualche cosa che è troppo bella per essere di questa terra?”
Tra questi pensieri, insieme gioiosi e malinconici, si svolse la prima parte del viaggio, fino a quando, a metà mattina, giunte a poche miglia di distanza dalla città sulla via Salaria, le carrozze si fermarono presso un’osteria per una mezz’ora di riposo e per permettere ai viaggiatori di rifocillarsi.
Sceso dalla carrozza, Ludovico rimase in silenzio a contemplare il Tevere che scorreva maestoso nella solitaria campagna romana.
Gli si avvicinò lo zio e, prendendolo per mano, gli chiese:
“Allora! Sei stato contento di questo viaggio a Roma per le feste di Pasqua?”
“Me lo chiede, Monsignore? È una cosa che non dimenticherò mai”.
“Bravo, Ludovico! Sono certo che questa esperienza rafforzerà il tuo amore alla Chiesa e al Santo Padre.”
“Lo può ben dire! E devo confessare che mi dispiace molto che siamo ripartiti così presto. Quanto sarei stato felice di rimanere, non so neanch’io quanto! Forse per sempre. Ma spero che un giorno vi ritornerò”.
“Lo spero per te. Ma non sappiamo che cosa ci riserva l’avvenire”.
Mentre Monsignor Giuliani diceva queste parole, il suo viso si rabbuiò. Ludovico se ne accorse ne fu rattristato.
“Monsignore!” disse. “Ha sentito che anche il Papa ha parlato di grandi calamità che ci minacciano? Che cosa succederà? Veramente tutte le cose belle che abbiamo visto potrebbero essere distrutte?”
Monsignor Giuliani non rispose subito. Si guardò intorno imbarazzato, poi condusse Ludovico in un luogo più appartato, vicino alla sponda del fiume.
“Ascolta” disse. “Ormai non sei più un bambino e certe cose che non ho mai detto a nessuno penso che ora debbo dirle a te. Sai che ogni anno vado a Loreto per la festa dell’8 settembre. Ma non ti ho mai detto una cosa che mi accadde lì qualche anno fa.
“Ero nella basilica e stavo uscendo dal confessionale, dove ero stato a lungo a disposizione dei fedeli, quando vedo un mendicante molto malconcio che mi si accosta. Aveva un aspetto insolito, che attirò la mia attenzione. Generalmente non mi fido molto dei mendicanti, perché molti di loro sono soltanto degli approfittatori, e prima di dare loro qualche cosa mi informo bene per sapere se veramente hanno bisogno. Ma questa volta sentii che non avevo alcuna ragione di diffidare.
“Il mendicante non era vecchio e, pure se era assai malandato, aveva un viso molto fine e pieno di devozione e di umiltà. Mi si avvicinò, ma non mi chiese soldi. Mi disse soltanto che desiderava parlare con un sacerdote. Dal suo accento capii subito che era francese. Ma parlava bene l’italiano.
«Padre» mi disse, «sono sempre in pellegrinaggio da un santuario all’altro. Ho visitato i santuari più importanti di tutta Europa, ma ora viaggio sempre tra Roma e Loreto. Prego tanto, perché nel mio cuore sento una grande tristezza. Sento che si stanno avvicinando tempi molto drammatici, nei quali si vedranno crudeltà inaudite. Molti perderanno violentemente la vita e tante ricchezze andranno distrutte.
«Il fuoco divamperà dalla mia patria, la Francia, e sconvolgerà tutto il mondo, perché i peccati degli uomini hanno raggiunto il colmo. Ormai la punizione divina è vicina e, se gli uomini non si ravvederanno, all’improvviso essa piomberà su di loro come il ladro di notte.
«Lo dica nelle sue prediche, padre! Lo ripeta a tempo opportuno e inopportuno. Che gli uomini si ravvedano e facciano penitenza, perché il castigo è vicino, è alle porte.
«Non mi creda uno squilibrato, padre. Io prego notte e giorno e con una vita di volontaria povertà spero di richiamare tutti a disprezzare le false promesse del mondo. Questo secolo crede di brillare per i suoi progressi, e non si accorge che sta, invece, precipitando verso la sua rovina.
«Addio, padre. Ora la lascio. Quello che dovevo dirle lo ho detto. Non dimentichi le mie parole! Vi è un solo bene che non tradisce e non delude: l’amore sincero di Gesù e della sua vergine Madre e la conversione dal peccato. Tutto il resto è vanità. Lo predichi, padre, lo predichi! Che gli uomini si convertano, prima che sia troppo tardi. Addio, padre, addio! Si ricordi di me nelle sue preghiere».
“Generalmente io non do importanza a certi visionari, ma questa volta è stato diverso. Quel mendicante aveva qualche cosa di speciale. Non era uno sfaccendato. A mio giudizio era un santo, vorrei dire quasi un profeta inviato da Dio. Non l’ho mai dimenticato e, anche se non ne ho parlato mai con nessuno, ho messo in pratica quanto mi ha suggerito.
“Quante volte nella predicazione ho richiamato alla penitenza e ho avvertito che, se non ci convertiamo, grandi castighi ci aspettano!”.
“Si, Monsignore! Ricordo che tante volte ha insistito su questo punto. Ma allora, che cosa dobbiamo aspettarci? Cosa succederà alla santa città di Roma? Il Santo Padre corre pericolo? Non possiamo fare niente per impedirlo?”
“Sì, Ludovico! Possiamo fare qualche cosa. Dobbiamo convertirci dai nostri peccati ed esortare tutti a fare lo stesso. Quando diventerai sacerdote, sarà questa la tua missione. E non c’è missione più grande”.
“Sì, Monsignore!” mormorò Ludovico.
Monsignor Giuliani, dopo avergli stretto a lungo la mano in segno di incoraggiamento, si allontanò da lui ed egli rimase in silenzio da solo, fissando il fiume che scorreva lentamente nella pianura.
Era triste e, ripensando alle scene più suggestive della città eterna, al Santo Padre, alle grandi basiliche piene di popolo devoto, alle schiere delle fanciulle vestite di bianco e di azzurro, si chiedeva con angoscia:
“Cosa sarà di tutte queste meraviglie? Non le vedrò mai più? Che cosa ci riserva l’avvenire? O Signore! Cosa sarà di me?”



Seconda parte
Sogno di primavera

I

Nel corso dell’anno 1795 diversi avvenimenti dovevano mutare le sorti d’Italia e d’Europa. L’esercito francese, penetrato in Piemonte e nel Genovesato l’anno precedente, pur ridotto in una situazione precaria per la mancanza di vettovaglie e la difficoltà dei rifornimenti, occupava ancora importanti territori e rappresentava una minaccia costante per il regno di Sardegna e per l’impero d’Austria.
Con il trattato di Valenciennes, del 9 maggio 1794, il regno di Sardegna aveva stretto alleanza con l’Austria e, trascorso in relativa pace l’inverno, gli alleati austro-sardi e i repubblicani francesi erano ormai pronti ad affrontarsi.
Se l’esercito austro-sardo era superiore di numero e meglio equipaggiato, i francesi avevano il vantaggio di una maggiore flessibilità tattica, più dinamica ed elastica rispetto al vecchio ordinamento lineare di fanteria, ed il favore di una parte della popolazione italiana, grazie anche alla loro abile e spregiudicata propaganda.
Nei regni di Sardegna e di Napoli, a Genova, nel Milanese, nello Stato della Chiesa, ardevano focolai rivoluzionari, che i governi si sforzavano di soffocare adottando misure severe. Queste assunsero i toni più odiosi soprattutto nel reame borbonico, dove, grazie anche all’influenza dell’inglese Lord Acton, ministro e uomo di fiducia della regina Maria Carolina, si diffuse un clima di cupo sospetto, e le delazioni, le incarcerazioni sommarie, le torture e le condanne alla pena capitale fomentarono una diffusa ostilità verso il governo e prepararono la strada alla rivoluzione.
A loro volta i francesi, dietro la propaganda di liberazione dei popoli dai governi tirannici, nascondevano l’avidità di accaparramento delle ricche regioni d’Italia ed una aggressiva politica ad esclusivo interesse della Francia, come ben presto i fatti avrebbero dimostrato.
A favore della repubblica rivoluzionaria intervenne, il 5 aprile 1795, il trattato di Basilea, con il quale la Prussia usciva dall’alleanza con Austria e Inghilterra e concludeva una pace separata con la Francia.
Poco prima, Parigi aveva siglato accordi di pace e di rispetto della neutralità con il Granducato di Toscana e con la repubblica di Venezia – patti che in seguito non avrebbe affatto mantenuto, adottando la legge del più forte verso due piccoli stati quasi disarmati – e nel mese di luglio del 1795, quando già avevano avuto inizio i combattimenti con gli austro-sardi, firmava la pace con la Spagna, e poteva, così, concentrare le truppe già impegnate nei Pirenei sui fronti della Liguria e del Piemonte.
Le ostilità, aperte dal generale francese Kellerman nel mese di maggio, si inasprirono nel mese successivo, quando l’esercito austro-sardo, guidato dal generale Devins, attaccò con determinazione i francesi, inferiori di numero, concentrando soprattutto il suo sforzo nel Genovesato, al fine di tagliare ogni possibilità di rifornimento dal mare e ridurre l’esercito francese alla fame.
Ma i francesi risposero al poderoso impeto degli austro-sardi con prodigi di valore e, dopo essere stati respinti e costretti a ritirarsi dalle loro postazioni di San Giacomo, di Melogno e di Vado, concentrarono le proprie forze a Borghetto, dove, nonostante l’impeto di un nemico numericamente superiore e le difficoltà logistiche, resistettero ostinatamente, cosicché agli austro-sardi non fu possibile scacciarli dai territori liguri e piemontesi.
Inoltre il Devins, valoroso generale, ma ormai anziano e portato ad eccessiva prudenza, non seppe approfittare delle vittorie conseguite e, con una tregua che si protrasse per tutta l’estate e parte dell’autunno, permise ai francesi di riorganizzarsi, e soprattutto di rafforzarsi con le truppe dei Pirenei, che si ricongiunsero con l’esercito d’Italia dopo la pace stipulata con la Spagna.
In tal modo la posizione dell’esercito austro-sardo risultava fortemente indebolita, e la situazione si sarebbe ulteriormente aggravata se il re di Sardegna avesse accettato le generose ed allettanti profferte di pace che allora il Direttorio parigino gli fece pervenire con la mediazione di Madrid, le quali avrebbero consentito alla sua casata d’acquisire la Lombardia a scapito dell’Austria in cambio della cessione della Savoia.
In realtà la tentazione di cambiare alleato aveva una sua forte attrattiva anche per le condizioni in cui il reame era ridotto in seguito alla lunga e dura guerra contro i francesi, per l’esistenza di fermenti rivoluzionari in Piemonte e per la diffidenza verso l’infido alleato imperiale, cosicché non erano mancate all’interno della classe dirigente piemontese le pressioni in tal senso. Preso tra due scelte, ambedue piene di rischi e di incognite, il re optò per la decisione più onorevole ed anche più consona alle sue disposizioni, non favorevoli alla Francia rivoluzionaria, e non venne meno al patto firmato con l’Impero l’anno precedente.
Intanto, trascorsa l’estate e parte dell’autunno in relativa pace, mentre gli austro-sardi mantenevano le proprie posizioni, avvantaggiati dalla loro superiorità numerica, dall’accorta collocazione delle truppe da parte del generale Devins, dalla situazione di penuria dei soldati della repubblica e dall’inclemenza della stagione, i francesi, affrontando coraggiosamente tutte queste circostanze a loro sfavorevoli, si preparavano ad un attacco risoluto.
Al Kellerman, quale generale supremo dell’esercito repubblicano in Italia, era succeduto Scherer, sotto il cui comando si sarebbero distinti i generali Augereau, Serrurier e soprattutto Massena, a cui furono affidati i tre corpi in cui era divisa l’armata.
Massena, che aveva alle sue dirette dipendenze il centro, era un italiano amante della bella vita e piccolo di statura, ma intelligente e vigoroso d’aspetto e d’animo, e fin dall’inizio si sarebbe rivelato uno dei migliori tra i marescialli napoleonici.
Nella notte del 22 novembre egli rivolse alle truppe francesi un infiammato discorso, con cui esortava i soldati a non temere gli aspri dirupi tra i quali si erano asserragliati gli imperiali. «Che rupi o quali precipizj possono trattenere i soldati della repubblica?», egli esclamava.
I suoi fedeli soldati, già ben determinati a combattere senza risparmio, incitati dalle sue parole, si disposero ad affrontare animosamente le insidiose alture rocciose dietro le quali si nascondeva il nemico, rese più minacciose dalla notte oscurissima e dalla pioggia tempestosa.
All’alba del 23 novembre il corpo mediano dei repubblicani assaliva con impeto irresistibile il campo di Roccabarbena, mettendo in scompiglio il centro dell’esercito austriaco, comandato dal generale Argenteau, che, per non aver predisposto in tempo un’efficace difesa, fu la vera causa della pesante sconfitta degli austro-sardi.
Mentre il Devins, per una grave infermità sopravvenuta, era costretto a lasciare il comando supremo al Wallis, l’impeto dei francesi travolgeva gli imperiali al centro ed a sinistra, mentre i piemontesi dell’ala destra resistevano valorosamente sotto il comando del barone Colli.
I repubblicani, concentrati i loro sforzi sulla riviera ligure, sbaragliavano presso Loano l’ala sinistra dei confederati, che furono costretti a ritirarsi verso Finale.
Dopo una notte funestata da una tempesta di pioggia e grandine, allo spuntar del giorno successivo i francesi ripresero il loro impeto contro il nemico in ritirata. I combattimenti si protrassero per diversi giorni e i francesi fecero molti prigionieri e si impadronirono di armi, munizioni e vettovaglie in quantità. Soltanto il Colli oppose una ferma resistenza al comandante francese Serrurier, e poté infine ritirarsi ordinatamente nel campo trincerato di Ceva.
Fu questa la battaglia di Loano, in seguito alla quale i francesi, stabilitisi tra Vado e Savona, entrarono in possesso di tutta la riviera del Ponente ligure, pronti, passato l’inverno in tutta sicurezza, se pure in condizioni di notevole penuria e disagio, a dilagare nella penisola.
Ormai le porte d’Italia erano aperte agli eserciti stranieri e le violenze efferate praticate sugli indifesi civili sia dai francesi, sia dagli imperiali, nonostante le minacce di punizioni esemplari da parte dei loro generali, erano certo e funesto presagio del tragico avvenire che incombeva sul giardino d’Europa.
Con l’appressarsi della primavera del 1796, un avvicendamento alla guida dell’esercito repubblicano in Italia doveva segnare in modo determinante le sorti d’Italia e d’Europa.
Il governo francese accolse il piano strategico di un ambiziosissimo comandante, appena ventisettenne, ma che già si era distinto nell’assedio di Tolone e nella spietata repressione di una rivolta monarchica a Parigi, e dava perciò a bene sperare per il successo dell’ardua guerra contro gli austro-sardi. Pertanto il Direttorio rivoluzionario rimosse Scherer ed affidò al giovane generale il comando della campagna d’Italia. Il suo nome era Napoleone Buonaparte.

II

Già prima di prendere il comando, nel proclama di Nizza del 31 marzo 1796, rivolto ai soldati a lui affidati, il nuovo comandante aveva espresso chiaramente quali fossero le sue intenzioni riguardo all’Italia:
«Siete nudi e mal nutriti. Il governo ha con voi molti obblighi e nulla può fare per voi. La pazienza, il valore mostrato fra queste montagne sono mirabili, ma non vi procacciano gloria, né illustrano il vostro nome. Io vi condurrò nelle più fertili pianure del mondo; città grandi, doviziose province, verranno colà in vostra mano; colà troverete onore, ricchezze, gloria».
Anche al comando dell’esercito imperiale vi era stato un avvicendamento. Al posto dello sconfitto Devins era stato messo Beaulieu, perché, sebbene più anziano, era più determinato ed intraprendente. Ma il nuovo generale si era trovato subito in una situazione sfavorevole.
L’Argenteau, che era stato la causa principale della sconfitta dell’anno precedente, era rimasto al suo posto. Lo stesso Beaulieu, sebbene avesse una notevole esperienza militare, consolidata durante la guerra di Fiandra, aveva però il difetto di non conoscere i luoghi del conflitto, non avendo mai combattuto in Italia. Inoltre era sorta una certa diffidenza tra i piemontesi e gli austriaci per le malcelate aspirazioni di Vienna di impadronirsi del Piemonte, e con essa una mancanza di disponibilità ad una totale collaborazione tra il Beaulieu e il Colli. Quest’ultimo, infatti, sebbene fosse stato prestato all’esercito sardo dall’Austria, non era stato messo al corrente delle istruzioni segrete che il governo di Vienna aveva dato a Beaulieu.
Lo spirito con cui i repubblicani da una parte e gli austro-sardi dall’altra affrontavano il conflitto era diverso.
Il comando politico e militare francese aveva un programma coerente e determinato, che prevedeva una duplice offensiva in Germania meridionale ed in Italia settentrionale, con l’armata del Buonaparte che avrebbe avuto il compito d’avanzare su Torino e Milano, costringere il regno di Sardegna alla pace e impegnare quanto più possibile le forze austriache, distraendole così dalla guerra nel continente.
Negli alleati, invece, gli scopi in parte divergevano. Ambedue erano interessati a respingere i francesi di là dalle Alpi, ma mentre per i piemontesi il principale obiettivo era di difendere il Piemonte, collocato proprio lungo il fronte, l’Austria intendeva soprattutto salvaguardare i propri possessi in Lombardia. Per questo motivo, le unità sarde ed imperiali erano geograficamente separate, poiché le prime coprivano principalmente il territorio della madrepatria, le seconde invece erano disposte più arretrate e a protezione soprattutto del ducato lombardo.
A Napoleone non sfuggiva la differenza di prospettive tra i due alleati ed egli mirava a sfruttarla, attaccando il nemico al centro, scarsamente difeso, per dividere così i due eserciti e costringere l’Austria a ritirarsi dal Piemonte e il re di Sardegna, abbandonato e rimasto isolato, a distaccarsi dalla lega e a fare pace con la Francia. Ma egli cercò abilmente di nascondere il suo scopo, fingendo di volersi subito gettare sulla strada per Milano, in modo da distogliere le forze imperiali dal centro. Per questo concentrò il grosso delle truppe a Voltri ed alla Bocchetta, da cui agevolmente si poteva raggiungere la capitale lombarda.
Napoleone fu però preceduto nell’offensiva da Beaulieu, che intendeva evitare l’ala destra francese e colpire i francesi al centro, raggiungere Savona e tagliare in due l’esercito nemico.
In realtà ambedue i generali avevano fatto lo stesso errore di tenere troppo sguarnito il centro, Beaulieu per la preoccupazione di impedire ai francesi la strada per Milano e Napoleone per l’interesse a mettere in sospetto l’avversario concentrando le proprie forze a Voltri.
Beaulieu aveva inviato un forte contingente austro-sardo a Sassello, con l’intenzione – che non sarebbe dovuta sfuggire a Napoleone – di passare per Montenotte e raggiungere Savona. Ma proprio Montenotte non era stata sufficientemente guarnita dal generalissimo francese, e mancò poco che ciò ribaltasse le sorti della battaglia in favore degli austriaci.
Nel pomeriggio del 10 aprile le truppe di Beaulieu assalivano Voltri e in quella prima giornata ebbero il sopravvento. Ma con il calare della notte si interruppero i combattimenti ed i francesi ebbero il tempo di ritirarsi a Varaggio e alla Madonna di Savona in attesa di rinforzi.
Nel frattempo Argenteau e Roccavina attaccavano Montenotte e, forti del numero, riuscivano ad occupare le due trincee inferiori, mentre la trincea più elevata resisteva sotto il comando del colonnello Rampon.
Il combattimento era ineguale e le probabilità di vittoria erano a favore degli austriaci. Ma Rampon – che fu il vero eroe di quel primo scontro, determinante per il futuro d’Italia – oppose una così inaudita resistenza da riuscire ad impedire agli imperiali l’accesso alla trincea, fino a che il calar della notte costrinse i due schieramenti ad interrompere i combattimenti.
Napoleone, accortosi per tempo dell’errore compiuto, si affrettò a ripararlo, e la notte stessa tra il 10 e l’11 aprile mandò rinforzi a Montenotte e marciò lui stesso in aiuto di Rampon.
Il mattino dell’11 Argenteau avanzò verso la trincea nemica sicuro della vittoria, ma le sue truppe furono sorprese da un agguato preparato dai francesi tra le boscaglie, mentre da una parte e dall’altra giungevano le truppe di Laharpe e del Buonaparte. Per non essere totalmente annientati, gli austriaci dovettero ritirarsi a Magliano, a Dego e a Pareto, lungo una linea di ripiegamento che li allontanava dall’alleato sardo.
Rimasto solo, anche il Colli, nonostante la sua valorosa resistenza, fu costretto a ritirarsi verso la fortezza di Ceva.
Napoleone riusciva, così, nel suo intento di dividere gli austriaci dai piemontesi, e per rendere più sicuro il successo, senza lasciare tempo ai confederati di riorganizzarsi, immediatamente puntava su Magliano e su Millesimo.
Vi furono allora prodigi di valore da ambedue la parti e ci fu un momento in cui, grazie all’intrepido colonnello Wukassovich, le sorti della battaglia sembrarono volgersi in favore degli austriaci. Ma ancora una volta l’Argeanteau, con il suo agire incerto e contraddittorio e con il ritardo dei suoi movimenti, impedì che fosse scongiurata la vittoria francese.
L’esercito sardo era stato separato da quello austriaco e i dissensi tra i due erano aggravati dalle reciproche accuse sulla responsabilità della sconfitta. Inoltre, mentre il Colli era occupato ad impedire ai francesi l’invasione del Piemonte, da parte sua ormai il Beaulieu pensava soltanto a sbarrare al nemico la strada per Milano.
Il generale sardo, perseguito senza respiro dalle prevalenti forze francesi, aveva, però, mantenuto l’ordine nelle truppe e si era stabilito a Fossano e a Cherasco sulla Stura per difendere Torino, ancora forte di 25.000 uomini e confidente in un prossimo soccorso austriaco.
Da parte sua Napoleone, contravvenendo agli ordini del Direttorio, aveva trascurato, per il momento, di incalzare gli austriaci e si era rivolto verso il Piemonte, con l’intento di costringere il re di Sardegna a chiedere la pace e a separarsi dall’alleato imperiale. Per questo, oltre ad ordinare a Laharpe di occupare Alba e di minacciare i piemontesi alle spalle, aveva fatto in modo da fomentare sommosse di rivoluzione antimonarchica e repubblicana tra i sudditi del re.
Il Colli, vedendo il pericolo, si era ritirato a Carignano per difendere Torino con maggior sicurezza e mettere il re in condizioni più vantaggiose per qualsiasi decisione egli avesse voluto prendere.
A questo punto Vittorio Amedeo III, messo a mal partito dalla vittoria francese e angustiato dalle agitazioni rivoluzionarie che serpeggiavano in una parte, se pure limitata, della popolazione, si trovò di fronte ad una decisione di importanza storica cruciale. Doveva mantenere fede all’alleanza con l’Austria, o era più conveniente, per il bene del suo regno, fare una pace separata con la Francia e distaccarsi dal suo alleato imperiale?
Il 21 aprile fu radunato a Torino il consiglio straordinario del regno, nel quale il ministro dell’Inghilterra a Genova, Drake, ed il ministro dell’Austria, marchese Gherardini, con grande eloquenza parlarono a favore del mantenimento dell’alleanza con l’impero e contro un accordo con la Francia, mettendo in rilievo i pericoli ed il disonore che quest’ultimo avrebbe causato al regno. Era della stessa opinione il principe di Piemonte, futuro erede al trono, non però per motivi politici, bensì per motivi religiosi.
Il futuro Carlo Emanuele IV era stato, infatti, discepolo del pio e dotto barnabita Giacinto Sigismondo Gerdil, elevato poi al cardinalato, ed aveva avuto in sorte, come sua sposa, quella Maria Clotilde di Borbone, sorella di Luigi XVI, che doveva morire a Napoli, dopo una vita travagliatissima, nel 1802, in concetto di santità. Il principe stesso, dopo la santa morte della moglie, avrebbe abdicato definitivamente al trono e si sarebbe poi spento a Roma nel 1819 come novizio della ricostituita Compagnia di Gesù.
Dunque, di fronte alla sua coscienza, così profondamente religiosa, la pace con i repubblicani francesi, resisi colpevoli di tante infamie contro la Chiesa negli anni più cruenti della rivoluzione e ancora animati da forti sentimenti anticristiani, appariva come una pace con i nemici di Dio.
Ma contro questi pareri prevalse, infine, il consiglio del cardinal Costa, arcivescovo di Torino, il quale, meno scrupoloso del principe ereditario e diffidente dell’alleato austriaco, suggerì invece, come maggiormente conveniente per gli interessi del regno, di addivenire ad un accordo di pace con la Francia.
Presto si avviarono i primi contatti per la sospensione del conflitto armato, in vista di una pace negoziata con il governo francese.
Intanto Napoleone faceva occupare la Trinità, Fossano e Cherasco, e da quest’ultimo luogo il 26 aprile, due giorni prima dell’armistizio, nel proclama dettato per essere letto davanti alle truppe e poi stampato e distribuito alla popolazione, dichiarava:
«Soldati! In quindici giorni avete riportato sei vittorie, avete preso ventuno bandiere, cinquantacinque pezzi d’artiglieria, numerose piazzeforti, avete conquistato la parte più ricca del Piemonte, fatto quindicimila prigionieri, ucciso e ferito otre diecimila uomini; prima avevate combattuto per il possesso di sterili rupi, illustrate dal vostro valore, ma inutili alla patria. Ma oggi, con i servizi resi, eguagliate gli eserciti d’Olanda e del Reno. Privi di tutto, avete affrontato tutto; avete vinto battaglie senza cannoni, attraversato fiumi senza ponti, compiuto marce forzate senza scarpe, bivaccato senza acquavite e spesso senza pane. Le falangi repubblicane, i soldati della libertà erano gli unici in grado di sopportare quello che voi avete sopportato. Grazie vi rende la patria, grazie vi rendo io, o soldati! (…) Eppure, soldati, è necessario dirvi la verità: voi non avete fatto ancora nulla, perché molto vi rimane ancora da fare».
Ed egli additava ai suoi mete più lontane: Torino, Milano, Roma, e, dopo aver, con reboante eloquenza, minacciato di severissime punizioni quanti dei suoi soldati si sarebbero dati al saccheggio, rassicurava delle sue buone intenzioni gli italiani:
«Popoli d’Italia, l’esercito francese ha infranto le vostre catene: il popolo francese è l’amico di tutti i popoli; venite con fiducia incontro ad esso: le vostre proprietà, la vostra religione e i vostri costumi saranno rispettati! Noi facciamo la guerra quali generosi avversari e non combattiamo se non i tiranni che vi asserviscono».
Ma cosa dovessero realmente aspettarsi gli italiani già lo si era visto dalle enormità commesse dai soldati francesi a danno delle inermi popolazioni civili durante il conflitto, ad onta dei severi richiami del loro comandanti e dei proclami propagandistici del Buonaparte. Gli stessi generali Serrurier, Chamberlac, Maugras e Laharpe avevano denunciato con sdegno la scelleratezza delle loro truppe, fino al punto di desiderare di ritirarsi dalla guerra per non dover sopportare uomini così incivili. E quale fosse l’amicizia dei francesi verso gli altri popoli lo si sarebbe visto già la notte del giorno successivo, quando i mandatari del re furono costretti a sottoscrivere le condizioni più umilianti per ottenere la cessazione delle ostilità.
I piemontesi si sarebbero ben presto pentiti della scelta fatta in favore della pace con il loro secolare nemico, la Francia, che iniziò da subito ad infrangere proditoriamente gli accordi. Ma ormai di fronte al Buonaparte era aperta la strada per l’invasione della penisola.

III

Le notizie relative alla guerra tra i repubblicani francesi a gli austro-sardi si diffondevano rapidamente nella penisola, ma, specialmente nelle province meno direttamente esposte al pericolo, esse pervenivano come un’eco smorzata dalla lontananza e non agitavano gli animi della popolazione.
Anche nella Marca di Ancona, territorio appartato e pacifico dello Stato Pontificio, gli avvenimenti bellici del Piemonte e della Liguria per lo più non suscitavano preoccupazione nel popolo. I membri meglio informati della classe dirigente e del clero non erano altrettanto tranquilli, ma cercavano di non far trasparire le loro preoccupazioni alla gente comune al fine di mantenere gli animi nella serenità e nella pace.
Nella cittadina di Sinigaglia, dopo il pellegrinaggio del clero a Roma nella Pasqua dell’anno precedente, la vita si era svolta senza gravi incidenti – a parte il passaggio di truppe inglesi e borboniche il giorno 19 di marzo – e la popolazione aveva goduto un anno di tranquillità e di moderato benessere.
Ludovico, sotto la guida di Monsignor Giuliani, che badava a tenere il giovane lontano da ogni preoccupazione che potessero destare nel suo animo gli avvenimenti politici, aveva proseguito regolarmente i suoi studi e il suo impegno nella vita di pietà in preparazione agli ordini minori, quale primo gradino per ascendere al suddiaconato, al diaconato e al sacerdozio.
In quelle prime settimane di primavera il tempo era stato particolarmente mite e tutta la natura era risorta gioiosamente dal lungo e gelido letargo invernale con una vegetazione lussureggiante, ricca di colori smaglianti, di vita e di profumi gradevoli. Gli animi dei semplici popolani e contadini della cittadina e del territorio circostante, rallegrati dall’amenità della stagione e dalle celebrazioni pasquali, inaugurate ai primi di aprile con la liturgia del Sabato Santo, erano spontaneamente inclinati alla gioia e al buon umore.
Nel pomeriggio del lunedì successivo alla domenica di Pasqua di quell’anno, 1796, Monsignor Giuliani si accorse che le provviste di vino per la messa si erano fortemente ridotte in seguito alle celebrazioni dei giorni precedenti. Non trovando personale disponibile, mandò a chiamare il nipote Ludovico.
“Ascolta!” gli disse appena il giovanetto gli si presentò con la sua abituale aria timida e rispettosa. “Tu conosci il casale della famiglia Federici, sulla strada di Corinaldo? Non è lontano dalla casa dei tuoi fratelli e ci sei già stato altre volte”.
“Sì, Monsignore”, rispose prontamente il ragazzo mantenendo il suo contegno modesto “conosco la famiglia Federici”.
“Abbiamo quasi finito il vino per la messa. Tempo fa i Federici me ne hanno promessi diversi litri come offerta alla Chiesa. Ora i vari servitori sono occupati. Non potresti andare tu con il carretto dai Federici a prenderlo? Te ne sarei grato”.
“Certamente, Monsignore! Ricorda che ci sono già andato qualche altra volta? Ma devo andare subito?”
“Sarebbe meglio. Più tardi si farà notte e non è prudente andare in giro con il buio”.
“Va bene, zio! Ora scendo nel cortile e mi faccio preparare il carretto”.
“Benissimo! Mi raccomando! Non ti fermare a lungo, e cerca di tornare prima che faccia scuro!”
“Va bene, Monsignore!”
Il giovane si inchinò rispettosamente e si avviò subito ad eseguire la commissione affidatagli.
Monsignor Giuliani lo guardò mentre si allontanava con aria compiaciuta.
“Veramente è un bravo giovane!” pensò con soddisfazione. “Spero veramente che non si guasti e che giunga presto al sacerdozio”.
Postosi a sedere presso la sua scrivania, incominciò a leggere con preoccupazione le notizie diffuse da giornali e comunicati sulla situazione politica e militare nel Nord Italia.
Al momento tutto era in sospeso: già da diversi mesi i due schieramenti nemici osservavano una sorta di tregua, soprattutto a causa della rigida stagione invernale. Ma sarebbe durata? Già si parlava di manovre in preparazione al combattimento, sia da parte austriaca, sia da parte francese. E cosa pensare degli avvicendamenti alla testa dei due eserciti?
Scuotendo il capo perplesso, Monsignor Giuliani mise via giornali e comunicati e, affidando a Dio ogni sua preoccupazione, si immerse nella recita del breviario. Poco dopo, involontariamente, vinto dall’età e dalla stanchezza, si addormentò.
Quando si riscosse dal sonno si avvide che era già sopraggiunta l’oscurità.
“Perbacco!” pensò guardando la pendola. “Si è fatto tardi! Devo aver dormito a lungo! È già ora di cena. Spero che Ludovico sia ritornato!”
Si alzò e si diresse nella sala da pranzo, dove la domestica stava finendo di apparecchiare per la cena e si accingeva a portare in tavola.
“È tornato Ludovico?” le chiese Monsignor Giuliani.
“Sì!” rispose la domestica mentre posava sulla tavola una brocca d’acqua. “L’ho visto salire le scale ed entrare nella sua stanza. Ora dovrebbe venire per la cena”.
Infatti dopo pochi istanti il ragazzo si affacciò sulla soglia della sala da pranzo. Ma subito Monsignor Giuliani si avvide che c’era in lui qualche cosa di insolito.
“Ludovico!” gli disse con accento preoccupato. “Hai portato il vino?”
“Sì, zio!” ripose il ragazzo arrossendo e abbassando gli occhi a terra.
“Bene! Lo hai messo al solito posto?”
“Sì, certo, Monsignore!”
“Ma cos’hai? Ti vedo un po’ turbato. Non ti senti bene?”
“No, no! Sto bene, Monsignore!”
“Dunque, cosa c’è? Hai fatto qualche brutto incontro? Forse sono stato imprudente a mandarti da solo!”
“No, Monsignore! Non ho fatto cattivi incontri”.
“Insomma! Vuoi dirmi che cosa c’è che non va? Certamente ha l’aria turbata!”
Il ragazzo scoppiò a piangere e cadde a terra in ginocchio.
“Ludovico!” esclamò Monsignor Giuliani con accento severo e con aria fortemente inquieta. “Hai fatto qualche cosa di male? Avanti parla!”
Continuando a singhiozzare, Ludovico scosse il capo e riuscì a fatica a mormorare:
“No, Monsignore! Non ho fatto nulla di male!”
Il canonico si sentì un po’ sollevato, ma continuava a guardare il nipote con preoccupazione, chiedendosi quale fosse la causa di quell’insolito comportamento.
“Se non hai fatto nulla di male” disse con voce un po’ raddolcita “perché sei così afflitto? Avanti! Deciditi a parlare una buona volta!”
Il ragazzo, dopo aver indugiato per qualche istante ed essersi asciugati gli occhi con un fazzoletto, vincendo la sua timidezza disse con voce un po’ stentata:
“Monsignore, devo dirle una cosa, ma temo tanto che lei si inquieterà con me”.
“Dunque è vero che hai fatto qualche cosa di male!”
“No, Monsignore! Non ho fatto nulla di male! Ma vorrei dirle che… che ho preso una decisione… e temo che lei non l’accetterà e che mi rimprovererà aspramente”.
“Una decisione?! Che decisione?!”
“Monsignore! Io… io sento che il sacerdozio non fa per me!”
Il canonico fu come folgorato da questa inaspettata dichiarazione del nipote. Impallidì e si irrigidì, sentendosi quasi paralizzare dallo stupore e dallo sgomento.
“Come?!” esclamò infine. “Il sacerdozio non fa per te?! Ma cosa dici?! Ti stai preparando con tanto impegno e devozione e ti sei mostrato sempre tanto fervoroso! Ora invece vuoi cambiare idea? Avanti! Come ti è venuta in mente una simile assurdità?!”
Rimanendo in ginocchio e abbassando il capo, Ludovico si coprì il viso con le mani e riprese a singhiozzare.
“Monsignore!” balbettò. “Oggi… oggi è successa una cosa che mi ha fatto capire… che il sacerdozio non fa per me!”
“È successa una cosa?! Che cosa è successo di così grave?! Avanti! Sono tutte fantasie giovanili! Smettila di dire sciocchezze!”
Ludovico non rispose, ma continuò a singhiozzare in silenzio.
“Allora!” riprese il canonico. “Ti vuoi spiegare, sì o no?! Che cosa ti è successo che ti ha così sconvolto il cervello?!”
“Monsignore!” disse infine Ludovico tra i singhiozzi. “Oggi lei mi ha mandato dai Federici a prendere il vino per la messa… “
“Sì! E allora?!”
“Allora, sono andato, e i Federici sono stati molto gentili con me. Hanno caricato sul carretto la botte con il vino e mi hanno invitato a prendere un biscotto in casa loro”.
“Allora?” mormorò il canonico con aria severa di disapprovazione.
“Sono stato un po’con loro, nella loro casa. C’erano anche i figli: Claudio, Federico, Mauro e la piccola Gemma, di dodici anni”.
“Sì, li conosco! Ebbene!”
“Oh, Monsignore! Quella piccola Gemma è una creatura celestiale! Ero già stato altre volte dai Federici e sempre avevo gradito molto la presenza di Gemma. Ma la vedevo soltanto come una bambina ingenua e graziosa. Oggi è stato diverso! Gemma è cresciuta, è diventata una ragazzetta incantevole, anche se ha ancora l’innocenza e la semplicità dell’infanzia. Io non riuscivo a staccare gli occhi da lei! E prima di partire, quando abbiamo detto tutti insieme l’Angelus, il suo viso si è così trasfigurato che sembrava veramente un angelo disceso dal cielo! Da allora non ho fatto che pensare a lei! Oh, Monsignore! Sento che non posso vivere senza di lei! Sento un amore troppo forte! Vorrei soltanto sposarla, rinunciare al sacerdozio e sposarla! La tratterei bene! Sarà la vera gemma dei miei occhi, la perla più preziosa della mia vita!”
Monsignor Giuliani rimase impietrito e per qualche istante non riuscì a parlare. Poi improvvisamente il sangue gli affluì alla testa e fu preso da un moto di collera irrefrenabile.
“Sposarla! Rinunciare al sacerdozio! Ma cosa stai dicendo?! Come puoi anteporre i piaceri della vita secolare alla sacralità del sacerdozio e della consacrazione a Dio! La vita del mondo è tutta una vanità e un inganno! Ti seduce con mille promesse di felicità, ma poi non ti riserva altro che amarezze e delusioni! Cosa sono banchetti e festini, balli e divertimenti al confronto della grazia di appartenere interamente a Dio?!
“A te piace leggere gli scritti di Alfonso de’ Liguori? Ebbene, proprio lui lo dice, in una pagina eloquentissima! Tutti i piaceri del mondo – scrive – non valgono un’ora sola spesa di fronte al tabernacolo… Come dice esattamente? Aspetta! Ora ti leggo le sue stesse parole… Sentirai!”
Nel dir così, il canonico si appressò ad uno scaffale che occupava una parete della stanza e incominciò a cercare tra i diversi volumi allineati lungo i ripiani. Estrasse un volume e lo sfogliò.
“Vediamo! Ecco, forse è qua… No!”
Lo rimise a posto e ne estrasse un altro.
“Ecco! Forse è qua…”
Aprì il volume e i suoi occhi caddero su una canzoncina devota del santo vescovo Alfonso de’ Liguori che si trovava in fondo alla pagina. Così dicevano i primi versi:

«Il tuo gusto e non il mio
amo solo in te, o mio Dio!
Voglio solo, o mio Signore,
ciò che vuol la tua bontà!»

“Già!” stava per dire “Ecco! Questo fa proprio per…”, ma si arrestò e rimase in silenzio, fissando lo sguardo sul volume.
Un pensiero improvviso gli era sorto involontariamente nell’animo, mentre un sudore freddo gli imperlava la fronte.
“Questo fa proprio per… per chi?!” pensò. “Per Ludovico o per me?”
Chi era che non voleva accettare la volontà di Dio? Il nipote o lo zio? Quale era la volontà di Dio? Essa non necessariamente coincideva con la sua.
Certamente da anni egli aveva programmato per il nipote la carriera ecclesiastica, e ai suoi occhi essa era quasi un fatto naturale. Così naturale che ogni obiezione gli sembrava assurda. Ma questo suo progetto, ormai passato in giudicato, era realmente il volere della Provvidenza o non era, piuttosto, che un desiderio coltivato esclusivamente per la sua personale soddisfazione, o per fare bella figura di fronte al vescovo e ai suoi confratelli nel sacerdozio?
Il canonico rimase a lungo in silenzio, mentre Ludovico, sempre inginocchiato con il capo chino in terra, si stupiva che la grandine indugiasse a cadere su di lui.
Infine Monsignor Giuliani si riscosse e disse con voce stranamente calma e impacciata:
“Ora… ora basta! Lasciamo stare! Tu… tu va’ pure a cena… e poi va’ a riposare… Iacta cogitatum tuum in Domino e dormi tranquillo… Io… io questa sera non ho voglia di cenare!”
“Ma Monsignore!” esclamò il ragazzo con voce afflitta. “Mangi qualche cosa! È colpa mia! Non volevo…”
“No! Sta’ tranquillo! Tu non hai colpa! Alla mia età un po’ di digiuno serale fa bene alla salute. Fa’ come ti ho detto: cena e va’ a riposare, senza pensare a nulla. Affida tutto al Signore!”
Ciò detto, si avviò verso la porta della stanza dopo aver rivolto al nipote, che lo fissava stupito, uno sguardo enigmatico.
Quando il canonico fu uscito, Ludovico si alzò, si asciugò gli occhi e si mise in tavola per la cena.
La domestica, che dalla cucina aveva ascoltato tutto il colloquio tra lo zio e il nipote, lo servì senza dire nulla, ma non cessava di scrutare il viso del giovane, ancora rosso per il pianto e segnato dal dispiacere e dalla perplessità.
“Povero ragazzo!” pensava. “Certo quella Gemma è proprio un angioletto!”
Finita la cena, Ludovico ringraziò gentilmente la domestica e si ritirò nella sua stanza.
Ma quella notte non riuscì a dormire se non dopo lunghe ore di agitazione e di angoscia, chiedendosi se la sua decisione fosse giusta e se per caso il Signore non fosse adirato con lui. Voltare le spalle al sacerdozio e far soffrire lo zio, che lo aveva trattato come un figlio! Ma sempre ritornava nel suo animo l’immagine incancellabile della piccola Gemma, con i suoi capelli biondi e i suoi azzurri occhi innocenti. Come sentiva di amarla! No! Non poteva più vivere senza di lei! Ma poi tornava lo scrupolo: quale sarebbe stato il giudizio di Dio su di lui?
“Cosa debbo fare?! Oh Signore! Illuminami tu! Sono disperato!”
Così, tra ondeggiamenti e angosce dell’animo, il giovane si rivoltò a lungo nel letto, finché, sul far del mattino, si addormentò.

IV

Il giorno dopo Ludovico si alzò a fatica, con la testa intorpidita per la notte parzialmente insonne che aveva trascorso. Si vestì e si recò in chiesa per servire la messa al canonico.
Monsignor Giuliani appariva anch’egli stanco e preoccupato. Era molto taciturno e Ludovico non osò rivolgergli alcuna domanda.
Non sapeva che cosa pensare e si poneva numerosi interrogativi senza risposta. Lo zio era ancora inquieto con lui? Che cosa aveva in mente? Meditava qualche progetto? Forse voleva allontanarlo da Sinigaglia per sottrarlo al pericolo di rivedere Gemma! In tal caso, dove lo avrebbe mandato? Forse al seminario di Fermo, dove aveva degli amici? Pensando a questa possibilità, che lo avrebbe allontanato dall’ambiente a lui familiare, Ludovico si sentiva venir meno. Cosa sarebbe stato di lui? Doveva veramente dimenticare la piccola Gemma? Ma come avrebbe potuto? Gli sarebbe stato impossibile, poiché giorno e notte la sua immagine appariva al suo sguardo interiore riempiendolo di dolce nostalgia. Come poteva dimenticarla e rinunciare a lei? Innamorato di questa ragazza, ma pieno di scrupolo religioso, si domandava se il suo sentimento non fosse peccaminoso, poiché lo distoglieva dal sacerdozio.
“No, Signore! No!” pensava pieno di angoscia, e i suoi occhi si riempivano di lacrime.
Finita la messa, senza proferire parola, il canonico si era allontanato e per tutta la mattina non si era fatto vedere. Ludovico aveva cercato di dedicarsi ai suoi studi, ma senza successo. Il suo animo era troppo turbato e incerto su quanto si prospettava per la sua vita.
All’ora di pranzo il canonico era riapparso. Ma durante il pasto aveva detto solo poche parole e non aveva quasi toccato cibo, mentre ogni tanto rivolgeva al nipote occhiate perplesse.
Ludovico lo sbirciava cercando di interpretare le sue intenzioni, ma tutto rimaneva in un’incertezza angosciosa. Cosa intendeva fare lo zio? Il suo sguardo non sembrava severo, ma nello stesso tempo era come sfuggente e misterioso.
Finito il pranzo Monsignor Giuliani si alzò da tavola, recitò le preghiere di ringraziamento e disse a Ludovico poche parole di raccomandazione, esortandolo a stare tranquillo e a dedicarsi agli studi.
Il tono della sua voce era dolce e paterno ed egli non mancò di incoraggiare il giovane con un’affettuosa carezza.
Ludovico, non sapendo cosa pensare, si ritirò nella sua stanza e si distese sul letto con l’animo turbato e ansioso.
Poco più tardi il canonico uscì di casa senza avvertire nessuno dei domestici e si avviò con aria cupa e assorta lungo il corso della cittadina. Attraversato il fiume, uscì dalla Porta Lambertina e si diresse verso le colline dell’entro terra. La campagna era deserta nel primo pomeriggio ardente e lungo la strada si estendevano a perdita d’occhio i campi accuratamente lavorati e suddivisi per culture e per proprietà, disseminati di rustici casolari. Il canonico non avvertiva né fame né stanchezza, tanto era turbato dalla preoccupazione che dalla sera precedente lo ossessionava. Non sapeva esattamente neanche lui cosa stesse facendo, ma sentiva dentro di sé una forza irresistibile che lo trascinava verso la casa dei Federici.
Il Monsignore, uomo colto e devoto, possedeva un carattere impetuoso e talora collerico, ciò che l’aveva spinto, la sera prima, a rimproverare di primo acchito con una certa asprezza il nipote, e anche ora agiva in modo impulsivo.
Giunto in cima ad una collina, imboccò risolutamente il vialetto di ingresso di un casolare. Fu accolto dall’abbaiare di un cane legato alla catena. Senza badarci salì la scala esterna che, accanto all’entrata della stalla, conduceva al primo piano, dove era l’abitazione dei contadini. Giunto sulla porta d’ingresso si fermò.
Cosa era andato a fare fino lì? Il progetto che vagamente gli frullava per la testa tutto sommato poteva essere imprudente o prematuro. In fondo Ludovico era un ragazzo e non bisognava dare troppo peso a quanto diceva. Il tempo, confidava il Monsignore, avrebbe dimostrato l’infondatezza dei suoi sentimenti e la sua primitiva destinazione avrebbe finito per prevalere. Non era conforme alla sua dignità di canonico né alla sua matura anzianità mostrarsi così precipitoso. Si voltò sui suoi passi e il suo sguardo cadde sul terreno della fattoria. I campi erano molto curati e nell’aia erano disposte ordinatamente le balle di fieno. Il cane aveva smesso di abbaiare e si era raggomitolato in un angolo accanto al pagliaio.
“Cosa sono venuto a fare?” pensò il canonico, e si mosse per ritornare indietro. Improvvisamente sentì aprirsi l’uscio alle sue spalle e istintivamente si voltò. Una bambina di dodici anni gli piombò addosso e tutta spaventata si voltò e rientrò in casa veloce come un fulmine. Il canonico capì che era troppo tardi per tornare indietro. Chiese permesso ed entrò nell’abitazione.
La famiglia Federici era seduta intorno alla tavola. Tre giovanottelli robusti e rubicondi sedevano di fronte ai genitori, mentre la piccola era andata a rifugiarsi tra le braccia della mamma. I due adulti guardavano stupiti il canonico.
“Monsignore!” disse dopo un attimo di esitazione il capofamiglia. “Si accomodi! Come mai questa visita?”
I Federici erano una tipica famiglia di contadini marchigiani, laboriosa e devota. Per quei tempi non potevano considerarsi poveri, anche se, soprattutto nei mesi invernali, dovevano fare molti sacrifici per andare avanti. Per loro vedere del denaro era cosa rara e per pagare l’una o l’altra prestazione, ad esempio del medico o dell’arrotino, ricorrevano a donazioni di uova, frutta o vino, che nella buona stagione abbondavano, ma non altrettanto in inverno.
Antonio, il capofamiglia, era piuttosto basso e tarchiato, con le membra irrobustite dal lavoro dei campi. Aveva circa quarantacinque anni e, pur essendo piuttosto rozzo, un po’ troppo amante del vino e un po’ troppo attaccato al poco denaro che circolava per casa, aveva un’istintiva bontà d’animo.
La moglie, Maria, era di poco più giovane. Veniva da una famiglia molto povera, ma molto religiosa. Il padre era stato per alcuni anni nel Lazio, arruolato nella milizia pontificia, e aveva avuto modo di fare la triste esperienza del brigantaggio che infestava la campagna romana, e specialmente la Ciociaria. Tornato nelle Marche, aveva sposato una giovane religiosissima, dalla quale aveva avuto due maschi e due femmine. La maggiore delle femmine era stata monacata presso il monastero delle benedettine di Santa Cristina, grazie alla dote donata generosamente dal marchese Grossi, presso il quale la madre delle due ragazze prima di sposare aveva prestato servizio, facendosi stimare per la sua pietà ed onestà. Per Maria, la più piccola, era stato trovato quello che per la povera famiglia era considerato un ottimo partito: il contadino Antonio Federici, abbastanza benestante e di animo buono.
Avendo ereditato la profonda pietà materna, Maria aveva portato nella sua nuova famiglia un respiro di profonda devozione, che certamente aveva influito sul carattere, già ben disposto, del marito e sui loro figli.
Per questo la visita di un sacerdote nella loro casa era bene accetta, anche se, arrivando così inaspettata, ne erano rimasti piuttosto sorpresi
“Su Gemma” disse la mamma della piccola, “non fare la sciocchina. È il canonico Giuliani!”
“Non la sgridi, povera bambina” disse il canonico. “È colpa mia che non mi sono subito annunciato. Scusate se vi disturbo a quest’ora.”
“Le pare?” rispose la signora. “Ci fa una bella sorpresa”.
Il canonico si sedette, mentre tutti lo guardavano con curiosità.
“Vieni qua” disse il canonico a Gemma. La bambina si avvicinò timidamente. Era una graziosa forosetta bionda con gli occhi azzurri innocenti e profondi come l’Adriatico. Il canonico la osservò benignamente.
“Sei buona?” le chiese. La bambina non rispose e guardò la mamma.
“Insomma!” intervenne quest’ultima. “Ogni tanto qualche raddrizzatina ci vuole anche per lei!” Ma il sorriso tradiva un senso di compiacimento per la figlia.
“Vuoi bene a Gesù e a Maria?” chiese ancora il canonico. La bambina annuì timidamente.
“Ogni sera diciamo il rosario” intervenne ancora la mamma.
“Gemma poi” disse il babbo “prepara i fiori per metterli davanti alla Madonna. Ci tiene molto!”
“Hai fatto la prima comunione?” chiese ancora il canonico.
“Sì” rispose la bambina con un sorriso ingenuo e incantevole.
Il canonico trasalì e pensò alle parole del Vangelo: “Hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti… ”
“Brava bambina” disse. “Ora però va’ fuori a fare ciò che devi fare; e voi, ragazzi, accompagnatela.”
Il signor Federici fece un cenno ai figli e tutti e quattro uscirono e corsero saltando e ridendo giù per le scale.
I genitori guardarono il canonico con aria interrogativa e un po’ apprensiva.
“Scusate se vengo a disturbarvi a quest’ora” egli disse dopo una breve pausa. “Sono venuto a parlarvi… di Gemma.”
La madre credette di avere infine capito e subito intervenne con aria preoccupata:
“Le siamo molto grati, Monsignore, per essersi interessato di Gemma. Ma deve capire che per noi è l’unica femmina e che è troppo giovane ancora per pensare di monacarla…”
Il canonico l’interruppe con un gesto.
“No, no!” disse. “Non si tratta di questo. Abbiate un po’ di pazienza e cercherò di spiegarvi”.
“Signor canonico” intervenne il padre di Gemma, con il suo fare un po’ rozzo e bonaccione. “Sa che noi siamo stati sempre gente religiosa e l’abbiamo sempre rispettata. Se possiamo fare qualche cosa per lei ne saremo lieti. Ma perché si interessa tanto di nostra figlia? Non avrà fatto qualche cosa di male spero!”
Il canonico sorrise e rassicurò il padre della bambina:
“No, Antonio! Che male deve aver fatto? Ma… ieri ho mandato Ludovico con un carretto a prendere del vino per le messe. Vi ricordate?”
“Sì” rispose Antonio. “Si è anche trattenuto un po’ con noi”.
“Come si è comportato?” chiese il canonico.
“C’è da chiederlo?” intervenne la madre di Gemma. “È un ragazzo d’oro. Sembrava quasi che si vergognasse e avesse paura di disturbare. Gli abbiamo offerto un po’ di dolce e un po’ di vino. Abbiamo fatto male?”
“No, no!” riprese il canonico. “Cerchi di capire, signora Maria. Ludovico è un giovane molto educato e sensibile. Quando ha perduto i genitori aveva nove anni e i fratelli lo hanno affidato a me. Da allora è stato sempre con me: obbediente, laborioso, studioso, di fede sincera e pieno di buona volontà. Ma soltanto ora mi rendo conto che gli è mancato troppo il calore della famiglia. È vissuto troppo con persone più grandi di lui e l’affetto che può dare un vecchio zio prete non è quello che possono dare genitori e fratelli. L’altro giorno, dopo essere stato da voi, è tornato a casa con l’animo molto turbato”.
“Mi dispiace” intervenne Maria. “Forse non ci siamo comportati bene con lui; lo abbiamo trattato con troppa familiarità. Ma è un giovane così semplice e anche le altre volte che è venuto da noi… “
“No, no assolutamente!” disse il canonico. “Voi non avete alcuna colpa. Vedete… il giovane… cercate di capirmi… ha sempre avuto pochi contatti con un ambiente familiare affettuoso come il vostro e… Capisco che è ancora giovane, ha solo sedici anni, ma… ”
I due coniugi lo ascoltavano con attenzione, cercando di capire dove voleva arrivare. Maria fu la prima a sospettare la verità.
“Signor canonico” disse per aiutare monsignor Giuliani a uscire dall’imbarazzo. “Non abbia paura di noi. Dica pure quello che crede. Noi vogliamo bene a lei e a Ludovico e qualsiasi cosa possiamo fare per voi la faremo ben volentieri.”
Il canonico si sentì incoraggiato. “Vedete” disse sforzandosi di vincere l’emozione e mostrandosi confuso ed incerto nel trovare le parole. “Mio nipote è rimasto… è rimasto impressionato… sì, giustamente, è rimasto molto impressionato dall’aspetto così… ingenuo e grazioso, dal carattere gentile di… di Gemma, che ormai incomincia a svilupparsi e a crescere, come è normale all’età sua e… Capisco che in fondo è ancora una bambina e non vorrei che mi fraintendeste… Si tratta solo… se voleste un po’ curare la piccola perché altri non… Si capisce: se quando saranno più grandi lei mostrerà inclinazione e… ”
I due coniugi lo guardarono stupiti e quasi divertiti del suo imbarazzo.
“Ma Monsignore” interruppe Antonio. “Perché tante difficoltà a parlare? Per me non ho alcuna difficoltà a promettere Gemma a Ludovico, e certamente anche lei ne sarà contenta… ”
“Antonio!” intervenne Maria con un po’ di apprensione e di diffidenza. Infatti, sebbene ella fosse molto religiosa e molto rispettosa dei sacerdoti e benché avesse concepito un’ottima opinione di Ludovico, il pensiero dei cattivi esempi di signorotti che spesso si approfittavano delle giovani campagnole senza poi giungere al matrimonio le causava istintivamente una certa ansietà. “Bisogna essere prudenti” disse. “Sì, capisco che Ludovico ora dice così, ma durerà? E poi la piccola non è alla sua altezza, è figlia di contadini, senza istruzione…”
“Se è per questo” disse il canonico, che aveva riacquistato la sua sicurezza, “non ci sono problemi. Anche Ludovico è figlio di contadini e Gemma ha tante qualità che valgono più dell’istruzione. Ma è giusto che non bisogna dare troppo peso alle prime impressioni. Per questo io vorrei fare una proposta. Non dite niente a Gemma, ma permettete che di tanto in tanto Ludovico venga a trovarla, naturalmente sempre alla vostra presenza. Se il ragazzo si comporta bene – e potete immaginare quanto farò da parte mia per questo – e se persiste nei suoi sentimenti, si potrà allora osservare con discrezione se anche Gemma mostra affezione verso di lui. Allora si deciderà. Ma nel frattempo mettiamoli alla prova. Voi cercate di spronare in tutti i modi la piccola alla virtù e alla religione e io mi impegno a portare avanti con tutto lo zelo possibile l’educazione di Ludovico, sia perché cresca sempre più nella bontà e nella fede, sia perché si prepari a guadagnare da vivere alla sua futura famiglia con una onesta professione”.
La signora Federici ascoltava attentamente e, pur con un residuo di apprensione, si sentiva rassicurata.
“Che te ne pare, Antonio?” disse.
Il marito rimase per un po’ soprappensiero. Capiva le perplessità della moglie, ma, conoscendo e stimando il canonico, gli sembravano fuori luogo. Se, come egli credeva, certi timori erano infondati, non c’era dubbio che la proposta del Monsignore fosse estremamente allettante. A quel tempo e in quell’ambiente un uomo come Antonio non guardava tanto al lato sentimentale della questione, quanto piuttosto a quello economico, alla dote da versare, alla prospettiva di un avanzamento sociale e al prestigio che un’alleanza con la famiglia del Monsignore poteva avere, oltre che per la piccola, anche per lui e per i suoi.
“A me sembra” rispose infine “che Monsignore ci stia facendo un onore più grande dei nostri meriti e che non potremmo desiderare niente di meglio per nostra figlia. Mi sembra che sia proprio una scortesia opporgli difficoltà.”
“Non voglio opporre difficoltà” si scusò la moglie “e sono profondamente grata a Monsignore per la sua richiesta. Ma bisogna essere prudenti. Però la sua ultima proposta mi sembra molto buona e non ho difficoltà ad accettarla.”
“Allora” concluse Antonio, che evidentemente non stava più in sé dalla gioia, “credo proprio che possiamo rassicurare Monsignore di tutta la nostra disponibilità. Dica pure a Ludovico che venga a trovarci quando vuole e che terremo la piccola lontana da altre occasioni, in attesa di giungere ad una decisione definitiva.”
I tre rimasero ancora un po’ di tempo a discutere del loro progetto. Poi infine il canonico si alzò e, ringraziando con sincera riconoscenza i due coniugi, uscì dalla casa e discese le scale.
Presso la stalla dei buoi vide i tre giovanottelli e la bambina che giocavano insieme ridendo. Fece loro un saluto e si avviò verso casa. 
V

Il giorno successivo, subito dopo il pranzo, Antonio e Maria, insieme con i loro figli, erano seduti intorno alla tavola, quando si udì bussare alla porta.
All’invito di Antonio apparve sulla soglia Ludovico con alcuni fogli sotto il braccio.
Rosso in viso per l’emozione, il giovane rimase immobile guardandosi intorno, quasi timoroso di parlare.
“Ludovico!” disse Maria sorridendogli, mentre Antonio si alzava e gli andava incontro esclamando:
“Avanti! Avanti, Ludovico! Vieni pure dentro! Sei il benvenuto!”
“Scusate!” balbettò il giovane imbarazzato. “Non vorrei disturbare! Mio zio mi ha incaricato di… di venire per… per insegnare a… a leggere e a scrivere… a… alla piccola Gemma… Ma spero di non…”
Mentre Gemma arrossiva e correva a rifugiarsi tre la braccia della mamma, Antonio indicava a Ludovico una sedia invitandolo a sedersi.
“Ma sì, ma sì” disse. “Certo! Eravamo d’accordo con il canonico che era bene che Gemma imparasse a leggere e a scrivere. Non è vero Maria?”
“Sì… certo!” rispose la moglie accarezzando la bambina. “Su, Gemma! Non fare così! Non sei contenta di imparare a leggere e a scrivere?”
“No!” rispose la piccola, nascondendo il viso tra le pieghe del vestito della madre.
Ludovico, che nel frattempo si era seduto, fece per alzarsi e disse timidamente:
“Ma non fa niente! Se Gemma non vuole, vado via!”
“No, no!” esclamò Antonio trattenendolo. “La bambina dice così soltanto perché non è abituata agli estranei. Gemma!” aggiunse poi rivolgendosi alla piccola con aria severa. “Ti sembra questo il modo di accogliere Ludovico? Vuoi che vada via?”
“No!” piagnucolò Gemma senza sollevare il viso dal vestito della madre. “Ma non voglio imparare a leggere e a scrivere!”
“Su, Gemma!” le disse Maria obbligandola a distaccare il viso da lei. “Non essere capricciosa! Noi vogliamo che impari a leggere e a scrivere per il tuo bene. Oggi leggere e scrivere è necessario per la vita. Magari lo avessero insegnato anche a noi!”
La donna diceva così soprattutto per compiacere Ludovico e il Monsignore, perché in quegli anni la consapevolezza dell’importanza dell’alfabetizzazione era estranea a larga parte dei popolani.
“Ma perché devo imparare io e non Claudio, Federico e Mauro?”, domandò la ragazzina.
“Ma loro sono occupati nei lavori dei campi!”
“Anche io li aiuto, pulisco la stalla e do da mangiare agli animali!”
“Ma tu hai più tempo, e poi sei una femminuccia! Sei meno adatta al lavoro dei campi. Non sei contenta che venga Ludovico a insegnarti?”
Gemma sollevò il capo e guardò Ludovico con i suoi occhi ingenui e innocenti. Il suo sguardo esprimeva curiosità mista a un po’ di timore.
Il giovane rimase come folgorato dagli occhi azzurri della piccola che lo fissavano. Impallidì e in cuor suo pregò ardentemente il Signore che la bambina non gli si mostrasse ostile.
Dopo un attimo di incertezza Gemma abbassò gli occhi e disse:
“Ludovico è buono e io gli voglio bene. Ma non voglio imparare a leggere e a scrivere!”
Le parole della bambina mandarono Ludovico in una specie di estasi. Gli sembrò quasi di toccare il cielo con un dito. Dunque la piccola aveva simpatia per lui!
Da quando, la sera prima lo zio, con delicatezza, lo aveva messo al corrente della sua decisione e lo aveva informato dell’accordo che aveva preso con i genitori dei Gemma, il giovane non stava più in sé dalla gioia. Dopo aver quasi soffocato lo zio con un interminabile abbraccio e con infiniti ringraziamenti, era corso in chiesa a ringraziare il Signore e aveva anche pianto di gioia.
Da quel momento la sua vita era diventata come sogno, nel quale ad ogni momento gli appariva il viso di Gemma. Aveva aspettato con ansia e con viva trepidazione il momento di poterla incontrare e di incominciare, con tutte le dovute cautele raccomandategli dallo zio, la sua storia di amore.
Per facilitare l’attuazione dell’accordo preso con i genitori della piccola, il canonico aveva escogitato lo stratagemma delle lezioni di lettura e scrittura. Ludovico era stato molto felice dell’idea, ed ora che la bambina aveva espresso con tanta semplicità e candore la sua simpatia per lui, sperava che si convincesse anche ad accettare le sue lezioni. Così avrebbe avuto modo di avvicinarla spesso, senza destare sospetti nel suo animo innocente.
“Gemma!” disse con voce lievemente tremante. “Vedrai che ti piacerà. Sarà come un gioco e ti divertirai! Io ho incominciato a imparare quando ero più piccolo di te e ancora ricordo che mi piaceva molto. Il mio maestro era simpatico e mi faceva ridere. Cercherò anch’io di farti ridere e di non farti stancare”.
Gemma lo guardò con i suoi due profondi occhi azzurri, fissandolo con uno sguardo dubbioso. Infine sul suo visetto apparve un sorriso smagliante e, come presa da un’improvvisa ispirazione, disse:
“Perché invece non vieni a giocare con me, Claudio, Federico e Mauro?”
Tutti scoppiarono a ridere e Maria abbracciò la figlia coprendola di baci.
“Su!” le disse ridendo anche lei. “Ora non fare la sciocchina! Ludovico ha studiato e conosce tante cose. Non è abituato a giocare come voi. Ma ti vuole bene e vuole insegnare anche a te tante cose belle! Vedrai che ti piacerà!”
“Però” disse Gemma dopo un momento di esitazione “voglio che ci sia anche mamma ad imparare insieme a me!”
Tutti risero di nuovo e Maria disse:
“Per me temo che sia un po’ tardi. Ma certamente ti starò vicina e ti aiuterò”.
“Ragazzi!” disse infine Antonio. “Ora andiamo al lavoro e lasciamo Ludovico insieme a Gemma e alla mamma, così potrà incominciare la sua lezione… Mi raccomando, Ludovico! Comportati bene! E tu, Gemma, non fare i capricci! Chiaro?!”
“Mi impegno davanti a Dio!” esclamò Ludovico arrossendo e mettendosi la mano sul petto, mentre Gemma annuiva stringendosi alla madre quasi a cercare la sua protezione.
Quando Antonio e i ragazzi furono usciti, Maria fece sedere Gemma accanto a Ludovico e quest’ultimo, cercando di nascondere la sua emozione, le sorrise e chiese alla mamma:
“Che lavori sa fare Gemma?”
“Aiuta i fratelli e il padre a pulire la stalla” rispose Maria accarezzando la bambina, “dà da mangiare agli animali e lava le botti per il vino. Aiuta anche me in cucina.”
“Non fa anche lavori manuali?”
“Oh sì! Le ho insegnato a cucire, e anche a ricamare. Sta diventando brava!”
“Ecco! Vedi Gemma, certamente tu hai le braccia robuste per aiutare a pulire la stalla e per fare altri lavori pesanti. Ma per scrivere non servono le braccia robuste. Invece bisogna saper usare le mani e le dita, come per cucire e ricamare. Ti piace ricamare?”
“Sì!” rispose la bambina arrossendo.
“Ecco! Allora vedrai che ti piacerà anche scrivere. Ora la prima cosa è che tu impari a tenere bene la matita tra le dita. Ecco: questa è una matita”.
Ciò dicendo Ludovico mostrò alla bambina una matita ben temperata e le mise davanti alcuni fogli bianchi.
“Ora” proseguì “guarda come faccio io”.
Prese la matita tra le dita e fece vedere a Gemma come tenerla per poter scrivere correttamente.
“Hai visto? Ora prova tu”.
La bambina, un po’ intimidita e un po’ curiosa, prese la matita e cercò di tenerla tra le dita nel modo giusto.
“No! Non così!” disse Ludovico, e, prendendo la mano della piccola corresse la posizione della matita.
“Ecco! Così va bene!” disse sorridendole, mentre in cuor suo si sentiva avvampare di tenerezza verso di lei.
“Ora la prima cosa che devi fare è imparare a tracciare sul foglio una fila di corte righe diritte, una dopo l’altra, alla stessa distanza. Guarda! Ti faccio vedere!”
Ciò dicendo prese un’altra matita e tracciò sul foglio una serie di aste in successione.
“Hai visto? Ora prova tu!”
La bambina, molto impacciata, si chinò sul foglio e cercò goffamente di copiare quello che aveva fatto Ludovico. Ma il risultato fu molto deludente: le righe erano storte e disordinate.
Gemma lasciò andare la matita, abbassò la testa e disse con aria scontenta:
“No! Non ci riesco!”
“Calma, calma!” disse Ludovico. “Non ti scoraggiare! Ci vuole pazienza! Anche per ricamare hai dovuto imparare un po’ per volta!”
“Sì, ma ricamare mi piaceva! Invece scrivere non mi piace!”
Ludovico rimase per qualche istante impacciato. Poi improvvisamente ebbe un’idea.
“Guarda!” disse. “Con la matita, oltre a scrivere, si possono fare cose bellissime!”
E subito disegnò sul foglio una casetta, ringraziando il cielo in cuor suo di aver acquisito una buona pratica di disegno, al quale era portato.
La bambina sorrise guardando ammirata il bel disegno fatto da Ludovico.
“Che bella!” esclamò. “Ma sai disegnare anche la Madonna?”
“Sì, certo!” disse Ludovico, contento di aver suscitato l’interesse della piccola. Poi prese la matita e su un altro foglio abbozzò la figura della Madonna con il bambino in braccio.
“Che bella!” esclamò Gemma, mentre prendeva il foglio in mano e devotamente dava un bacio alla Vergine. “Insegni anche a me?”
“Certo, certo! Ma prima devi imparare a fare bene le righe e a fare altri esercizi. Così poi potrai un po’ per volta scrivere e disegnare. Riprova a fare le aste!”
La bambina, presa dal desiderio di imparare a disegnare, si mise con maggiore impegno a tracciare le aste sul foglio e il risultato fu migliore della sua prima prova.
“Ecco! Questa volta hai fatto meglio!” esclamò Ludovico in tono incoraggiante. “Ma ora non voglio stancarti troppo. Ti lascio la matita e qualche foglio. Tu continua ad esercitarti a fare le aste. Cerca di farle sempre meglio, belle diritte e tutte in fila. Poi domani faremo qualche altro esercizio”.
La bambina lo guardò perplessa e disse:
“Ma ora vai via? Perché non rimani ancora?”
Ludovico arrossì, intimamente felice per le parole della piccola, ma cercò di non mostrare la propria emozione e le disse sorridendo:
“Non voglio stancarti in questa prima lezione. Ma, come ho detto, domani tornerò alla stessa ora, se per voi va bene, e continuerò ad insegnarti”.
“Sì!” intervenne Maria. “L’orario va benissimo. Penserò io a fare esercitare la bambina. Vedrai, Gemma, che presto imparerai! Anzi, mi ci metto anch’io! Anche se sono vecchia ormai, ora che mi ci trovo penso che mi piacerebbe molto imparare, e quasi mi dispiace che non me lo abbiano insegnato da piccola. Ma erano altri tempi!”
“Allora, mamma” disse la bambina animandosi, “anche tu farai le aste?”
“Certo! Ma vorrei dire un’altra cosa. Ludovico ha studiato e conosce bene la dottrina cristiana. Tu sei stata al catechismo per prepararti alla prima comunione. Però è troppo poco! Noi non siamo capaci di insegnarti. Allora, Ludovico, perché non insegni a Gemma anche la religione? Che impari a scrivere mi fa piacere, ma è più importante che sia una buona cristiana. E tu, Ludovico, devi darle il buon esempio!”
“Certo, Signora!” disse Ludovico alzandosi. “Le prometto che, oltre ad insegnarle a leggere e a scrivere, mi impegnerò ad istruire Gemma anche nella religione, e che le darò il buon esempio, perché tutte e due diventiamo sempre più dei buoni cristiani”.
“Bravo!” esclamò Maria alzandosi a sua volta, imitata dalla bambina. “Ora diciamo una preghiera alla Madonna. Mi raccomando, Gemma: sta’ composta!”
Ciò detto incominciò a recitare l’Ave Maria in latino, suscitando l’ilarità di Ludovico per le scorrettezze del suo latino popolare, molto approssimativo.
Anche Gemma si unì alla preghiera e il suo viso assunse un’espressione di così ingenua e profonda devozione che Ludovico, sbirciandola con ammirazione, rimase come incantato e si impegnò solennemente in cuor suo, davanti a Dio, a preservare l’innocenza della bambina e a proteggerla da ogni pericolo.

VI

Uscendo dalla casa dei Federici, Ludovico si sentiva come trasportato in una dimensione sopraterrena. La sua anima era immersa in una gioia paradisiaca, irradiata dal viso sorridente di Gemma e dai suoi occhi azzurri che sembravano riflettere il cielo.
“Oh Signore!” mormorava il ragazzo giungendo le mani. “Si può essere così felici già in questa vita?! Quale sarà, allora, la gioia del paradiso?! E quale dovrà essere d’ora in poi il mio canto di riconoscenza e di lode verso di te? Ma ti prego! Fa’ che questa meravigliosa storia d’amore tra la piccola Gemma e me non abbia mai fine! E fa’ che essa non sia mai inquinata dalla più piccola ombra di peccato! Preserva sempre intatta l’innocenza di Gemma, e rendimi ogni giorno più degno di lei! Non voglio in alcun modo turbare la sua serenità con discorsi inopportuni. Fa’ che tutto si svolga nella tua pace e nella tua grazia e che, quando sarà il momento, il legame che già ci unisce ci conduca, senza alcun turbamento, al tuo santo altare! Oh Signore! Mi fa quasi paura la gioia così grande che mi dai! Da una parte ho il timore che non possa durare, ma dall’altra essa mi sembra così celestiale da essere quasi sottratta alle vicende di questo mondo!”
Mentre egli percorreva il vialetto che dalla casa dei Federici conduceva alla strada principale immerso nel suo sogno di amore, non sapeva che nello stesso momento stavano risuonando le prime scariche di artiglieria nel lontano territorio di Montenotte e che, con l’inizio della lunga serie delle battaglie vittoriose del Buonaparte, si sarebbe aperta un’interminabile stagione di guerre e di rivolgimenti politici, che avrebbero sconvolto tragicamente l’intera penisola.
Ma quegli eventi bellici dovevano passare quasi inavvertiti alla coscienza di Ludovico in questa fase della sua vita. Ai suoi occhi interiori la realtà non erano gli avvenimenti politici e militari, bensì le emozioni che infiammavano il suo giovane cuore.
Se ora ci chiedessimo quale fosse la vera realtà, quella dei fatti della storia esteriore o quella dei segreti movimenti che agitavano l’animo del giovane, non sapremmo che cosa rispondere. Ma quelle due realtà, che sembravano procedere del tutto estranee l’una dall’altra, come due parallele protratte all’infinito, erano invece destinate a giungere ad uno scontro drammatico, come quello di due eserciti in battaglia. Quale delle due avrebbe prevalso?
Ludovico, del tutto ignaro di tutto ciò, nelle settimane che seguirono la sua prima lezione di lettura e scrittura alla piccola Gemma, viveva immerso nel suo sogno e prodigava tutte le sue cure affettuose alla bambina, sotto la vigile sorveglianza della madre di lei, che era molto felice di poter apprezzare i rapidi progressi e la vivace intelligenza della piccola. Personalmente ella faceva un po’ fatica a tenerle dietro, ma osservava con soddisfazione sua figlia che, dopo un primo momento di riluttanza, incoraggiata dai suoi successi, diveniva ogni giorno più entusiasta delle nuove abilità che stava rapidamente acquistando sotto la guida premurosa di Ludovico.
Nello stesso tempo la bambina si affezionava sempre più al suo giovane insegnante e appena egli si presentava per le lezioni, correva subito felice ad abbracciarlo. Il giovane, che aveva promesso ai genitori della piccola, e prima ancora a Dio, di mantenere sempre un comportamento irreprensibile, cerava di moderare le sue ingenue effusioni, ma in cuor suo esultava di felicità a vedersi oggetto di tanta affezione da parte di lei.
Faceva le sue lezioni regolarmente a giorni alterni e la domenica si recava presso la famiglia Federici la mattina sul presto e tutti insieme, con un grande carretto trainato da due puledri, andavano ad ascoltare la messa presso il convento dei francescani di Santa Maria della Grazie, non molto lontano dalla casa dei contadini.
I Federici erano molto legati ai frati francescani del convento e avevano avuto il permesso dal parroco della chiesa del Porto di far preparare da loro la piccola Gemma alla prima comunione. Gemma, da parte sua, era molto affezionata al convento, dove qualche volta il Padre Guardiano la faceva entrare per farle ammirare gli affreschi della vita di San Francesco. Quando si recavano nella chiesa, ella rimaneva a lungo a contemplare, con ingenua ammirazione, l’espressivo quadro della Madonna in trono, situato nell’abside.
Da parte sua Ludovico non aveva dimenticato l’impegno assunto con la madre di Gemma di istruire e guidare la piccola, anche con il proprio esempio, nella vita cristiana. Per questo spesso le leggeva e commentava, con parole adatte alla sua età, le pagine devote del santo vescovo Alfonso de’ Liguori, e soprattutto i trattati spirituali “Pratica di amar Gesù Cristo” e “Le glorie di Maria”.
Le ferventi esortazioni del santo vescovo e le spiegazioni, altrettanto ferventi, del giovane si imprimevano in modo indelebile nell’animo semplice e innocente della piccola, ed ella sentiva crescere ogni giorno di più nel suo animo l’amore e la devozione verso Dio, Gesù e la Madonna.
Nello stesso tempo anche la persona del suo giovane amico diveniva parte integrante della sua vita ed ella quasi non poteva fare a meno di lui ed aspettava con impazienza le sue frequenti visite.
Antonio e Maria sorvegliavano attentamente la loro bambina e il suo precettore ed erano felici di vedere che tutto si svolgeva nella semplicità e nella pace, senza che alcun comportamento sconveniente da parte di Ludovico potesse suscitare la loro preoccupazione. Al contrario, il giovane, pur manifestando ai loro occhi con tutta evidenza il suo amore per Gemma, era sempre così candido e innocente nell’aspetto sorridente del viso e nel suo modo di trattare con la piccola, che ambedue ringraziavano il Signore del dono di un futuro genero così affidabile, buono e devoto.
Anche Monsignor Giuliani osservava attentamente il comportamento del nipote e non mancava di esortarlo ad essere serio e responsabile e a non trascurare i suoi doveri di devozione e di studio. Pensava che, data la sua buona formazione umanistica, oltre che cristiana, Ludovico potesse, in un prossimo futuro, avere un buon impiego in seminario, come insegnante di umanità, o in curia, come scrivano o come segretario del vescovo. Ma per raggiungere questi obiettivi era necessario che completasse la sua formazione e che perciò non si facesse distrarre dai suoi doveri.
Ludovico seguiva docilmente le esortazioni dello zio e, se pure il suo cuore era sempre vicino alla piccola, avendo ben presente il suo obbligo di prepararsi a provvedere alla sua futura famiglia, si impegnava seriamente nello studio. Nello stesso tempo l’immensa gratitudine che provava verso il Signore e il sentimento vivissimo della propria responsabilità per il bene spirituale della bambina lo spronavano ardentemente ad un’intensa vita di pietà, nutrita da frequenti visite in chiesa e dalle pie letture e sacre istruzioni che lo zio non mancava di procurargli.
Spesso il canonico faceva visita ai Federici e si intratteneva con loro a parlare dei due giovani e del loro futuro. I genitori della piccola erano molto felici delle sue visite, che servivano a confermarli nell’ottima opinione, che si era ormai consolidata in loro, a riguardo di Ludovico.
Commentavano con compiacenza i segni visibili dei progressi che la bambina faceva nella scrittura, nella lettura e nel disegno, e soprattutto nella virtù e nella devozione, e si chiedevano quando sarebbe giunto il momento di farle capire che era loro desiderio destinarle Ludovico come suo sposo.
“A luglio” osservò un giorno Maria durante un colloquio con il marito e Monsignor Giuliani nella sala da pranzo della famiglia, “Gemma compirà tredici anni. Non sarebbe il caso di incominciare a farle capire quanto noi desideriamo per lei? Vedete come sta crescendo rapidamente! Tra poco non sarà più una bambina!”
Il canonico ed Antonio rimasero per un po’ in silenzio a riflettere. Poi Monsignor Giuliani disse:
“Sì, Maria! Mi sembra che quello che dici non sia fuori posto. Naturalmente si tratta di un discorso molto delicato e penso che la persona più indicata a farlo sia proprio tu! Tra madre e figlia potete intendervi perfettamente e soltanto tu potresti guidare Gemma nel modo giusto e più adatto alla sua età a comprendere certe cose. Per un uomo, fosse anche suo padre, la cosa sarebbe poco opportuna”.
“Certamente!” intervenne Antonio. “Sono cose che dovete trattare tra voi donne!”
Maria sorrise timidamente e disse:
“Penso che abbiate ragione. Dunque rimaniamo d’accordo che, quando Gemma avrà compiuto tredici anni, le parlerò in privato e proverò a farle capire che vorremmo destinarla a Ludovico. Non credo che la bambina avrà nulla in contrario. È già così affezionata al ragazzo che sembra che non possa vivere senza di lui!”
“Già!” disse Antonio scuotendo il capo e sorridendo. “Sono già adesso una bella coppia! Sapete che a volte i fratelli ci scherzano? Ma la bambina non capisce certe loro allusioni. Sì, veramente è bene che le si faccia capire al più presto cosa le si prospetta”.
“Preghiamo il Signore che tutto vada bene” disse Monsignor Giuliani “e che l’uno e l’altra perseverino nei buoni sentimenti reciproci e nella devozione verso Dio e la Madonna. I tempi sono difficili e non sappiamo che cosa ci attende. Ma ho fiducia che Ludovico sappia comportarsi da persona maura e da buon cristiano e che sappia proteggere la piccola da ogni pericolo”.
“Non ne dubito!” esclamò Antonio. “E devo dire che, quando li vedo insieme tanto sereni e felici, mi sento rassicurato, non solo per loro, ma anche per tutti noi, nonostante tutto quello che si dice”.
L’accordo raggiunto contribuì a confermare i genitori della piccola nella bontà della scelta che era stata loro proposta dal canonico e che essi avevano accettato con tanta gioia e riconoscenza.
Così il tempo scorreva apparentemente tranquillo nella cittadina adriatica e il sogno d’amore tra Ludovico e la piccola Gemma sembrava procedere indisturbato, come le acque di un fiume dal corso calmo e regolare.
Ma intanto gli avvenimenti precipitavano e la tempesta si avvicinava minacciosa anche dove ci si credeva al sicuro, come nella pacifica Marca di Ancona.

VII

Se Ludovico era così assorbito dalla sua storia d’amore da rimanere quasi indifferente agli avvenimenti politici e militari, al contrario Monsignor Giuliani seguiva assiduamente gli eventi sui giornali e sui bollettini informativi con crescente preoccupazione. Nel corso del mese di aprile il suo animo fu molto turbato dalle notizie sull’avanzata francese e sul catastrofico armistizio di Cherasco tra la Francia e il regno di Sardegna. Ma ancor più lo divenne nel successivo mese di maggio, quando le truppe francesi, sempre più agguerrite e determinate ad invadere la Lombardia, dimostrarono di non poter più essere arrestate dall’esercito imperiale, fortemente danneggiato dalla perdita dell’alleato sardo e perseguitato, oltre che dall’abilità del comandante francese, anche dall’avversa fortuna.
Giorno dopo giorno giungevano notizie sulle rapide vittorie del giovane generale Buonaparte.
Con l’apparente intenzione di voler attraversare il Po presso Valenza, questi aveva attirato da quella parte il grosso delle forze austriache. Ma il 7 maggio aveva invece varcato il fiume alle foci del Ticino, presso Piacenza, minacciando di tagliare agli austriaci la ritirata verso il Tirolo.
Informato dell’improvvisa ed imprevista mossa del generale francese, subito Beaulieu aveva cercato di correre ai ripari e aveva inviato un forte contingente di soldati a Fombio, di rimpetto a Piacenza, sulla riva sinistra del Po, per tentare di fermarli. Ma l’8 maggio gli austriaci, nonostante la loro strenua difesa, erano stati infine messi in rotta dai francesi e costretti a ritirarsi verso Codogno, sotto la provvidenziale protezione della cavalleria borbonica, guidata dal colonnello Federici.
I francesi avevano cercato di approfittare della vittoria incalzando il nemico verso Codogno. Ma durante la notte un nuovo contingente di soldati austriaci, inviato da Beaulieu, mise lo scompiglio nelle truppe francesi. In quella circostanza, colpito da una palla mortale, perse la vita il valoroso e virtuoso generale Laharpe. La fortuna francese sembrava tracollare, ma, riorganizzati in tutta fretta dal generale Berthier, che sarebbe diventato successivamente l’inestimabile capo di stato maggiore di Napoleone, i repubblicani, più forti di numero, sul far del mattino si avventarono sulle schiere nemiche senza lasciar loro tregua. Ancora una volta gli austriaci dovettero ritirarsi verso Lodi, assecondati dalla cavalleria napoletana del Federici.
Ormai a Beaulieu rimaneva da giocare soltanto la carta della resistenza ad oltranza a Lodi per impedire ai francesi di passare l’Adda e di giungere fino a Milano. Nello stesso tempo il generale austriaco prendeva le sue misure per garantirsi la ritirata verso il Trentino e per fortificare la città di Mantova, destinata a diventare l’ultimo caposaldo austriaco in Lombardia.
La giornata del 10 maggio 1796 è passata alla storia per la prodigiosa conquista francese del ponte di Lodi, difeso strenuamente dalla potentissima artiglieria austriaca. Grazie all’impetuosa volontà del Buonaparte, al coraggio indomabile delle truppe repubblicane, all’eroico ardimento dei generali Berthier, Massena, Cervoni, Dallemagne, Lannes e Dupas, che si misero alla testa dei loro soldati sotto il diluvio del fuoco nemico, ed infine al provvidenziale accorrere delle schiere dell’Augerau, uomo rozzo e aggressivo, solito esprimersi nel volgare argot di Parigi, i francesi superarono il ponte di Lodi, costrinsero gli austriaci a ritirarsi verso il Mincio e Mantova e dilagarono, ormai inarrestabili, nella pianura lombarda.
La vittoria militare era stata accompagnata dalla rapacità del generale francese, che con la requisizione, dalle città di Piacenza e di Modena, non solo di denaro e di provvigioni per l’esercito, ma anche di opere d’arte, «per abbellire il regno della libertà», già mostrava quale sarebbe stata la sorte della misera Italia.
Già il 9 maggio l’arciduca Ferdinando, vedendo precipitare gli avvenimenti e non avendo più alcuna possibilità di arrestare l’avanzata francese, dopo aver organizzato una sorta di governo provvisorio, era partito da Milano alla volta di Mantova.
Il mite popolo milanese, per nulla desideroso di innovazioni, aspettava con ansia l’arrivo dei nuovi padroni, della cui avidità si era già sparsa la fama. Si temeva anche che, mentre, grazie ai buoni rapporti che univano tra loro le diverse classi sociali, non vi erano in Milano malumori di gente scontenta, la presenza dei repubblicani francesi avrebbe attirato nella città gli scontenti delle altre parti d’Italia, governate con maggior durezza, portandovi lo scompiglio.
Quale sarebbe stata la sorte della ricca ed allettante metropoli ambrosiana, priva di un’efficace difesa e posta alla mercè dell’uno o dell’altro esercito vincitore?
Il 14 maggio Massena entrava in Milano e il giorno successivo vi giungeva il Buonaparte, accolto non con la sobrietà repubblicana, bensì con fasto regale e con le più altisonanti adulazioni. Il ducato di Lombardia, privo d’indipendenza ormai da quasi tre secoli, trascorsi prima sotto il dominio spagnolo, poi sotto quello austriaco, mostrava di sapere accettare il nuovo padrone con facilità, essendo aduso a servire.
Come si prevedeva, molti amatori delle novità accorsero a Milano, alcuni ingenuamente vagheggianti gli ideali della libertà repubblicana, altri mossi dall’ambizione di ottenere cariche importanti e autorevoli, altri ancora con l’intenzione di mestare nel torbido e di arricchirsi. Buonaparte, irridendo i primi e cercando di tenere a bada gli ultimi, guardava di buon occhio soprattutto i secondi, considerandoli soggetti utili per i suoi disegni.
Intanto, tra balli, canti, festini e alberi della libertà, si inneggiava e si declamava in lode della repubblica francese, ma non ci si avvedeva che, dietro le parole di libertà, la Francia non cercava altro che i propri interessi ed era pronta – come presto avrebbe dimostrato – a consegnare l’una o l’altra parte d’Italia in potere dell’Austria per il proprio esclusivo tornaconto. Già il Buonaparte, dopo aver promesso il rispetto per la religione, la proprietà e le persone, aveva imposto un tributo di ventinove milioni, svuotato le casse dello stato, dell’Ospedale Maggiore, del Capitolo della Metropolitana e delle opere pie, portato via e spedito oltralpe opere d’arte e cimeli preziosi dalla Biblioteca di Brera e dell’Ambrosiana e pregevoli raccolte scientifiche. Buon ultimo aveva imposto requisizioni militari, prendendo per il suo esercito cavalli da sella e molte migliaia di fucili.
In tutta Italia popoli e governi guardavano sbigottiti e intimoriti il giovane appena ventottenne che, pochi mesi prima ignoto ai più, in poco tempo si era reso padrone di una parte tanto ricca e potente della penisola e già minacciava di invadere il resto.
L’ambiziosissimo generale si compiaceva dell’ammirazione e delle lodi che gli giungevano, ma già mirava ad altri traguardi. Il 20 maggio rivolgeva ai suoi soldati un infiammato discorso, in cui, dopo averli lodati con termini altisonanti per le loro fulminee vittorie, aggiungeva:
«Sì certamente, o soldati, molto avete fatto; ma forse non vi resta altro da fare? Diranno di voi i contemporanei, diranno i posteri, che abbiamo saputo vincere, ma non usare la vittoria? Ci accuseranno di aver trovato Capua in Lombardìa? No, che già vi vedo correre alle armi vittoriose, già vi vedo sdegnosi di un vile riposo, già sento che i giorni passati senza gloria sono giorni perduti per voi. Orsù, partiamo: ci restano viaggi da fare in fretta, nemici ostinati da vincere, allori gloriosi da cingere, crudeli ingiurie da vendicare. Tremi chi accese i fuochi della guerra civile, tremi chi uccise i ministri della repubblica, tremi chi arse Tolone, tremi chi rapì le navi: già suona contro di loro nell’aria una terribile vendetta. Pure stiano senza timore i popoli: noi siamo amici di tutte le nazioni, specialmente siamo amici dei discendenti di Bruto, degli Scipioni, di tutti gli uomini grandi, che ci siamo proposti di imitare. Restaurare il Campidoglio, rimettervi in onore le statue degli eroi, per cui tanto esso è famoso al mondo, destare dal lungo sonno il popolo romano, toglierlo alla schiavitù di tanti secoli, sarà frutto delle vostre vittorie: vi acquisterete una gloria immortale, cambiando in meglio la parte più bella d’Europa. Il popolo Francese libero, rispettato dai popoli, darà all’Europa una pace gloriosa, che la ristorerà di tanti danni sofferti, di tante fatiche sopportate. Ritornerete allora fra le paterne mura e i concittadini. mostrandovi a dito, diranno: questo fu un soldato dell’esercito Italico».
Dietro a questa retorica reboante ed alle promesse di «cambiare in meglio la parte più bella d’Europa» e di «dare all’Europa una pace gloriosa», Monsignor Giuliani e moltissimi altri scorgevano una terribile minaccia per l’Italia intera ed i suoi stati ancora indipendenti, primo tra tutti lo Stato Pontificio, oggetto di ripetute truculente allusioni del generale Buonaparte. La repubblica di Venezia, il Granducato di Toscana, il regno del papa, i minuscoli ducati di Parma e Modena, erano quasi totalmente inermi per la debolezza estrema delle loro forze armate. Il regno di Napoli sulla carta aveva un esercito numeroso, ma la sua qualità si sarebbe presto dimostrata scadente. Rotta la barriera che le armate austro-sarde avevano opposto per lunghi anni sulle Alpi all’invasore, le brigate francesi sarebbero potute avanzare nel cuore della penisola quasi senza incontrare resistenza, come una baionetta nella carne viva.
Scriveva il Direttorio al Buonaparte:
«Andate e correte contro il gran duca di Toscana, che è servo degli Inglesi a Livorno; andate, ed occupate Livorno; non aspettate che vi consenta il gran duca; lo sappia quando voi già sarete padrone di quel porto; confiscatevi le navi e le proprietà inglesi, napoletane, portoghesi, e di altri stati nemici della repubblica; sequestrate le proprietà dei loro sudditi; se il gran duca si opponesse, sarebbe perfidia, e allora trattate la Toscana come se fosse alleata dell’Inghilterra e dell’Austria; comandate a quel principe che ordini immediatamente che quanto appartiene ai nostri nemici, sia messo in nostro potere, e risponda egli del sequestro: pascete le genti della repubblica in Toscana, e date in contraccambio polizze del ricevuto da scontarsi alla pace generale. Fate poi la mossa di voltarvi verso Roma e Napoli per metter timore nel pontefice e nel re; assicurate Livorno con un forte presidio, e fate che sia punto di avvio per sollevare la Corsica e per toglierla al giogo della superba casa di Brunsvick-Luneburgo e riportarla di nuovo sotto il dominio della repubblica».
Né sorte migliore era riservata alle neutrali Genova e Venezia o ai ducati di Parma e di Modena.
Quanto alle popolazioni, se pure vi erano numerosi seguaci delle nuove idee repubblicane, le masse popolari erano piuttosto spaventate dall’irresistibile avanzata di un esercito di cui si narravano atti nefandi contro la vita, la proprietà e la religione.
Già si diffondevano notizie spaventose sull’incendio della ribelle Binasco e sul sacco della ribelle Pavia del 25 e 26 maggio, seguiti dalla violazione della neutralità di Venezia con l’irruzione dei francesi nei territori veneti a caccia degli austriaci, i quali già a loro volta avevano violato la neutralità della repubblica con l’occupazione di Peschiera.
Si giungeva così al mese di giugno, e, mentre proseguiva la cacciata degli austriaci dall’Italia nord-orientale, l’interesse del Buonaparte si rivolgeva ormai verso il resto della penisola. Il 5 concludeva la tregua con il regno di Napoli, al quale imponeva di ritirare l’appoggio marittimo agli inglesi e il sostegno della cavalleria borbonica agli austriaci. Poi, domata nel sangue una ribellione scoppiata a Tortona e posto l’assedio a Mantova, si rivolse verso lo stato pontificio, occupando, tra il 18 e il 23 giugno, Forte Urbano, Bologna, Ferrara, Ravenna, Imola e Faenza.
Al pontefice, spaventato dalla minaccia francese, il Buonaparte richiese, per ottenere la tregua, stipulata il 23 giugno, di rinunciare alle legazioni di Bologna e Ferrara, di accogliere un presidio francese ad Ancona, di indennizzare la famiglia del diplomatico francese Ugo di Basseville, ucciso dalla plebaglia a Roma nel 1793, di scarcerare i prigionieri politici, di consegnare cinquecento codici e cento opere d’arte, di pagare ventun milioni di lire e di scrivere un breve ai cattolici francesi per esortarli all’obbedienza al nuovo governo repubblicano.
In tutti i territori occupati il Buonaparte, oltre a riscuotere tributi e a richiedere approvvigionamenti per l’esercito, manometteva i depositi dei monti di pietà e spogliava chiese, pinacoteche e musei.
Era ormai chiaro agli occhi atterriti di Monsignor Giuliani che la tempesta si avvicinava anche alla Marca di Ancona. Già in questa città giungeva un presidio francese. Cosa ne sarebbe stato di Sinigaglia e delle altre fiorenti cittadine adriatiche?

VIII

La presenza francese in Italia causava un generale turbamento degli animi, oltre che per le violenze e sopraffazioni operate dal Buonaparte e dai suoi soldati nella valle padana, nella Liguria, nella Romagna e nella Toscana, anche per le continue minacce fatte dal generale francese ai governi e ai popoli italiani, accusati, con i più fragili pretesti, di cospirare contro la Francia.
Ma nel mese di luglio il generale francese non volle proseguire la sua marcia conquistatrice verso il sud. Non che non lo attirassero le ricchezze ben poco difese della penisola, né certamente avrebbe disdegnato un’accoglienza trionfale nella città dei Cesari, ma sapeva che l’Austria non se ne stava in ozio e che non avrebbe tollerato di perdere le sue province italiane senza reagire. Egli, dunque, preferì indugiare nei territori già occupati e tenere un occhio desto verso la Lombardia e il Veneto – non così desto, tuttavia, che al momento opportuno non si trovasse impreparato e che non rischiasse, per questo, di perdere tutto il vantaggio conseguito con tanti sanguinosi conflitti.
In questa situazione di indugio, nelle regioni ancora libere dal giogo francese gli animi rimanevano in sospeso.
Nella Marca di Ancona per il momento la vita proseguiva con il suo ritmo abituale. Monsignor Giuliani cercava di non manifestare, né a Ludovico né ai semplici fedeli, la sua grande preoccupazione. Ma egli non si faceva illudere dal temporaneo arresto dell’avanzata francese. Sapeva che nella diocesi di Sinigaglia avevano trovato rifugio ben 46 membri del clero refrattario francese, cioè di quei sacerdoti che non avevano accettato di sottoscrivere il giuramento imposto dal governo rivoluzionario, in violazione dei diritti della Santa Sede. In Francia un gran numero di essi erano stati crudelmente perseguitati e martirizzati e, per sfuggire alla stessa sorte, molti si erano rifugiati all’estero. Non sarebbe stato, questo, un ottimo pretesto, per il generale francese, per invadere il territorio?
Se molti dei popolani senza istruzione e male informati non erano altrettanto ansiosi, tuttavia un certo malessere si avvertiva sotto la routine della vita ordinaria.
In alcuni luoghi dell’entroterra gli animi sembravano particolarmente eccitati, soprattutto in seguito ad alcune voci secondo le quali nell’uno o nell’altro luogo si era vista l’immagine della Madonna lacrimare. I vescovi della zona si erano subito allarmati e avevano inviato alcuni sacerdoti nei luoghi maggiormente a rischio di fanatismo religioso per cercare di calmare gli animi.
La tensione si era manifestata soprattutto nel territorio di San Lorenzo in Campo e nei comuni limitrofi, e da lì si era estesa anche nella diocesi di Sinigaglia. Monsignor Giuliani era stato incaricato dal vescovo di recarsi a Monteporzio, una località non lontana da San Lorenzo in Campo, nella quale si era sparsa la voce che nella chiesa parrocchiale il quadro della Madonna aveva pianto.
Giunto sul posto, il canonico aveva radunato i contadini della zona in chiesa e, dopo aver recitato alcune preghiere insieme a loro, li aveva esortati a mantenere la calma e a non farsi ingannare dai facinorosi che parlavano di un sollevamento contro i francesi. Stessero tranquilli – aveva detto loro – e non commettessero imprudenze. Se veramente la Madonna aveva lacrimato, non era certo per esortarli alla violenza. La Madonna non viene a portare la guerra, ma la pace. Certamente ella non chiede spargimento di sangue, ma che i peccatori si convertano. Cercassero tutti, dunque, di cambiare vita e di rompere ogni relazione con il peccato. Non più ubriachezza, non più maltrattamenti, non più bestemmie, non più avarizia e disprezzo dei più poveri e sofferenti. Piuttosto si impegnassero a soccorrere chi ha bisogno e a non contristare più il cuore della loro Madre celeste. Si ricordassero che tutti abbiamo peccati da espiare e che soltanto la carità, e non la guerra, può ottenerci il perdono da Dio.
Ricordassero, inoltre, che i francesi hanno dimostrato di saper vincere ogni opposizione, che hanno costretto alla pace il re di Sardegna e sconfitto gli eserciti di Sua Maestà imperiale. Cosa potrebbero fare contro di loro pochi contadini armati di forconi? Non stessero ad ascoltare quanti li invitano a confidare nell’aiuto di Dio. Dio aiuta i prudenti, non i temerari, e non fa miracoli per soddisfare i nostri capricci. Prendessero piuttosto esempio dal Santo Padre, il quale ha preferito trattare pacificamente con i francesi, anche a costo di cedere qualche cosa, piuttosto che turbare la pace dei popoli.
Con queste ed altre esortazioni il canonico era riuscito a fatica a raffrenare gli animi eccitati dei popolani. Ma si avvertiva che il fuoco ardeva ancora sotto la cenere.
Anche la famiglia Federici non era tranquilla. Maria, a cui il padre aveva più volte raccontato, fin da quando era piccola, le crudeli violenze dei briganti della Ciociaria, era molto sensibile ai pericoli della gente armata ed era perciò particolarmente ansiosa nell’udire le voci sull’avanzata francese.
Intanto, però, proseguiva l’ingenuo idillio tra Ludovico e l’inconsapevole Gemma e i due coniugi, osservando la loro sorridente e innocente serenità, si sentivano in qualche modo confortati.
Si avvicinava, ormai, il compleanno della piccola e Maria avvertiva con una certa apprensione la responsabilità, che si era assunta, di manifestarle le intenzioni che ella e suo marito avevano su di lei, e anche il dovere di prepararla a un futuro incerto e pieno di pericoli.
I tempi esigevano, infatti, che Gemma non rimanesse più a lungo nella spensieratezza dell’infanzia, ma che, oltre ad essere informata sul matrimonio a cui era stata destinata, la si esortasse a divenire, per quanto era possibile alla sua età, responsabile e cosciente delle dure prove alle quali la vita avrebbe potuto facilmente esporla. E dove la bambina avrebbe potuto trovare un sostegno, in queste gravi circostanze, se non nella religione e nella protezione di Dio e della Vergine?
Per questo Maria aveva deciso, per celebrare degnamente il tredicesimo compleanno della piccola, di condurla con sé ad ascoltare la messa, la mattina presto, al santuario di Santa Maria delle Grazie. In quel luogo santo avrebbe colto l’occasione per manifestarle la decisione presa da lei e dal marito di darla in sposa, a suo tempo, a Ludovico, e per esortarla a chiedere a Dio la forza per affrontare un momento di così grande pericolo.
Informata la sera prima della decisione della mamma, la mattina del giorno del suo compleanno Gemma si era alzata al primo canto del gallo e, recitate insieme alla madre le preghiere mattutine, si era affrettata a vestirsi per essere pronta a recarsi al convento dei francescani in tempo per la messa.
Madre e figlia non fecero colazione, intenzionate ad ottenere dal padre guardiano il permesso di ricevere la comunione – ciò che a quel tempo richiedeva il digiuno dalla mezzanotte – e appena pronte scesero nel prato di fronte alla casa, dove le attendevano il padre di Gemma e Renzo, un suo anziano cugino che abitava a poca distanza da loro. Antonio lo aveva incaricato di accompagnare madre e figlia al convento, e già il carretto con i puledri era pronto.
I due uomini fecero i loro auguri alla bambina per il suo compleanno. Gemma baciò il padre, salutò e ringraziò lo zio e salì sul carretto insieme alla madre. Era molto emozionata ed eccitata per quella gita mattutina, in una giornata così importante per lei.
Già il sole incominciava a spuntare e, mentre lo zio avviava i puledri al trotto con esortazioni vocali e con le briglie agitate dalla sua mano esperta, la bambina osservava intorno a sé i campi ben conosciuti, e tuttavia sempre pieni di aspetti sorprendenti, che risplendevano alle prime luci del giorno.
Fin da piccola Gemma aveva ammirato la forma sinuosa della stradina bianca che si snodava armoniosamente tra i campi verdeggianti, distesi sulle colline ondulate, e che le suggeriva mete lontane e misteriose a cui certamente essa doveva condurre. Finora non si era spinta mai oltre il convento di Santa Maria delle Grazie, ma chissà se un giorno non sarebbe andata lontano lontano, verso terre sconosciute!
Già intanto quella gita inaspettata aveva un sapore di novità, perché era lei la protagonista dell’avventura. Era il suo compleanno e tutti si erano mossi per lei. La mamma avrebbe informato della sua festa anche il Padre Guardiano, il quale certamente avrebbe pregato per lei durate la messa.
“Che bello!” pensava la bambina. “La chiesa e la messa tutte per me! E anche la mia bella strada bianca oggi è tutta per me!”
La bambina si guardava intorno con l’animo colmo di felicità. Quei luoghi, che ormai conosceva a menadito, quel giorno le apparivano nuovi, e il crescente splendore del sole sembrava volerli rendere sempre più ridenti, perché potessero adornare, durante il suo passaggio, la via che la conduceva alla meta desiderata.
Dopo una ventina di minuti il carretto, trainato dai due puledri, superata una curva della strada, giunse in vista del sacro edificio. Gli occhi della bambina si illuminarono. Come era bello il convento sulla collina rischiarato dai raggi del sole nascente! Lì l’attendeva la Madonna delle Grazie. Oh, quante grazie le avrebbe fatto quel giorno, con il suo dolce sorriso nella tela sopra l’altare! Anche San Francesco era pronto ad accoglierla. Quante volte era rimasta incantata ad ammirare le scene della sua vita dipinte nel chiostro del convento, che il Padre Guardiano le aveva spesso illustrato dettagliatamente!
Scesa dal carretto insieme alla madre sul piazzale antistante il convento, Gemma aveva sbirciato per qualche istante il disco solare che, ormai levatosi sopra l’orizzonte, mandava i suoi raggi luminosi attraverso i rami degli ulivi e delle viti che ammantavano generosamente le colline circostanti. Poi si era stropicciata gli occhi con le mani e, rallegrata dallo splendore dei raggi solari e dalle verdi fronde dei campi, aveva seguito la madre che si incamminava verso l’ingresso della chiesa, mentre lo zio rimaneva ad aspettarle sul carretto.
Le due donne si coprirono il capo con un velo, entrarono in chiesa e si inginocchiarono nell’ultimo banco. Per qualche minuto rimasero a pregare in silenzio.
Vi era qualche altra donna, salita al convento per la prima messa, e tutte pregavano sommessamente nella fresca penombra della chiesa.
Poco dopo apparve il Padre Guardiano e Maria si alzò per andargli incontro. Lo informò del compleanno della piccola e gli chiede di ascoltare le confessioni di ambedue e di dar loro il permesso di accostarsi alla comunione. Gli chiese anche se, dopo la comunione della bambina, volesse benedirla, mentre ella recitava la sua consacrazione alla Madonna. Il frate annuì ed entrò nel confessionale.
Maria diede la precedenza alla piccola e rimase ad aspettare in ginocchio nel banco vicino.
Gemma, inginocchiatasi nel confessionale al posto del penitente, balbettò le sue innocenti mancanze e ricevette, con l’assoluzione, il permesso di accostarsi, per quel giorno, alla mensa eucaristica.
Poi la bambina, mentre la madre si intratteneva a sua volta nel confessionale, andò ad inginocchiarsi in uno dei primi banchi della chiesa e posò gli occhi sul quadro della Vergine, collocato sopra l’altare maggiore, che ella aveva sempre ammirato.
Quella mattina il dipinto le sembrava più bello del solito e quando un raggio di sole si posò sul viso della Vergine, mettendone il risalto la dolce e materna espressione, la bambina rimase come incantata ad ammirare la soave immagine della sua Madre celeste.
Passò qualche minuto, poi la sua madre terrena, dopo essersi confessata, si accostò a lei e si accorse che la bambina aveva le lacrime agli occhi.
“Gemma!” esclamò. “Che cosa ti succede? Perché piangi? Non sei contenta di essere nella casa di Gesù?”
“Oh, sì, mamma!” rispose la piccola con un sospiro. “Sono tanto felice! Ma poco fa mi è sembrato che la Madonna mi sorridesse e ho sentito dentro di me come una voce che mi diceva: ancora un anno. Oh, mamma! Forse la Madonna voleva dirmi che tra un anno mi aspetta in paradiso?”
“Oh, no, piccola mia!” esclamò Maria abbracciandola, un po’ turbata nell’animo. “Che cosa dici?! Certamente la Madonna voleva dirti un’altra cosa. Anzi, credo di sapere ciò che voleva dirti”.
“Davvero, mamma? Allora dimmelo! Che cosa voleva dire la Madonna? Una cosa bella?”
“Sì, cara. Una cosa molto bella. E anzi, proprio di questo vorrei parlarti prima che incominci la messa. Stammi a sentire”.
Le due donne si sedettero sul banco e Gemma rivolse alla mamma uno sguardo interrogativo, pieno di curiosità.
“Ascolta, Gemma” esordì la mamma parlando con voce sommessa per non disturbare le altre fedeli presenti. “Oggi tu compi tredici anni e ormai stai crescendo rapidamente. Non sei più una bambina. Non voglio ora spaventarti, ma tu hai sentito le voci su certi pericoli che sembra che si stiano avvicinando. Mio padre mi ha parlato spesso del male che sanno fare le genti armate – che abbiano o non abbiano una divisa conta poco. Sono tutti uguali! Se dovessero arrivare fino qui a fare la guerra, la nostra vita sarebbe in grave pericolo. Dio non voglia!” E la donna si fece il segno della croce con aria spaventata. “Noi donne, poi, siamo indifese. Non sappiamo usare le armi – grazie al cielo – e gli uomini sono più forti di noi. Dunque possiamo contare soltanto su due cose: la protezione di Dio e della Madonna e il sostegno di uomini che ci vogliono bene e che sono pronti a difenderci, anche a costo della vita.
“Dunque oggi, nel giorno in cui compi tredici anni e diventi ormai una donnina, voglio affidarti, d’accordo con tuo padre, alla protezione di Dio e degli uomini. Tu già sei religiosa e devota, ma da oggi ti chiedo di esserlo ancora di più. Devi molto pregare e chiedere ad ogni momento la protezione della Vergine. Se realmente verranno tempi brutti, rifugiati tre la braccia di Maria! È la nostra Madre e mai ci abbandonerà. Vorrei che proprio oggi ti consacrassi alla Madonna e che le promettessi di esserle sempre fedele. Tu sai che la Chiesa esorta i fedeli a consacrarsi alla Madonna con un voto speciale di devozione e di fedeltà, e ci assicura che, in cambio, la santa Vergine ci proteggerà in vita e soprattutto nell’ora della morte. Morire in grazia di Dio è la cosa più importante!”
“Oh, sì, mamma!” rispose la bambina inginocchiandosi e facendosi il segno della croce. “Voglio consacrarmi alla Madonna e chiederle che mi protegga sempre e che mi faccia morire in grazia di Dio!”
“Brava! Ora diciamo un’Ave Maria e poi, durante la messa, e soprattutto al momento della comunione, rinnoverai nel tuo cuore la tua consacrazione, e dopo la comunione ho chiesto al Padre Guardiano di benedirti, mentre tu ripeterai: Maria Santissima, madre di Dio e madre mia, ora mi consacro a te per sempre!”
La donna si inginocchiò accanto alla bambina e ambedue recitarono insieme la preghiera alla Vergine.
“Ma ora ascolta” riprese a dire Maria dopo essersi di nuovo seduta nel banco, imitata dalla bambina. “Non basta la protezione di Dio e della Madonna. È necessaria anche la protezione degli uomini. Tu sai che gli uomini spesso sono cattivi e che si approfittano della loro forza contro di noi, che siamo più deboli. Ma se ci sono degli uomini che ci vogliono bene, allora la loro forza la usano per lavorare per noi e per proteggerci contro i cattivi. Vedi, dunque, che è necessario che noi donne troviamo uomini che ci vogliano bene. Tu hai tuo padre e i tuoi fratelli. Ma non basta. Tuo padre ben presto diventerà vecchio e i tuoi fratelli andranno per la loro strada. Ci sono donne che il Signore chiama a servirlo nel monastero, come zia Suor Matilde, e lì sono protette dalla clausura e dai sacerdoti. Ma per te tuo padre ed io abbiamo deciso diversamente. Vorremmo che tu trovassi un buon giovane che ti voglia bene e che sappia proteggerti e che ti sposassi con lui”.
La bambina impallidì ed ebbe un sussulto, mentre fissava la madre quasi terrorizzata.
“Che mi sposassi?!” esclamò. “Ma io sono piccola!”
“Bambina mia!” disse la mamma abbracciandola con tenerezza. “Ormai stai crescendo, e poi non ho detto che devi sposarti domani! Dovranno passare, penso, almeno tre anni”.
Gemma la guardò allarmata e confusa. Che cosa era questa storia? Non stava bene con la mamma, il papà e i fratelli? Che c’entrava ora sposarsi?
“Mamma!” disse con voce tremante. “Ma io voglio restare con voi! Non voglio sposarmi!”
“Bambina mia! Certo che resterai con noi! Ma ormai è tempo di pensare al futuro. Anche tu avrai bisogno della tua famiglia, di un marito, dei figli…”
“Un marito? Dei figli? Ma queste sono cose da grandi!”
“Ascolta, Gemma. Non devi illuderti. Ormai tu incominci ad essere grande e tra pochi anni sarai una ragazza da marito. È bene che incominci a pensarci fin da ora”.
Gemma rimase pensierosa in silenzio. Infine disse:
“E chi dovrei sposare?’
“Una persona a cui vuoi molto bene, e che ti vuole molto bene”.
“E chi è?!”
“Prova a indovinare”.
La bambina rimase interdetta per qualche istante. Infine si riscosse e disse, con voce un po’ eccitata: “Mamma! C’è una sola persona che vorrei sposare, ma non so se è quella a cui avete pensato voi. È Ludovico!”
Maria la abbracciò con le lacrime agli occhi.
“Oh, sì, Gemma! Sarà proprio lui il tuo sposo!”
“Veramente, mamma?!” esclamò la bambina confusa ed emozionata. “Ma ora cosa succede?”
“Niente, bambina mia! Soltanto devi capire che adesso tu stai crescendo e che Ludovico non è più per te soltanto un insegnante e un amico. Quindi quando viene non devi correre ad abbracciarlo. Devi essere più modesta e riservata. Puoi fargli un inchino e dirgli che sei contenta di vederlo. Per il resto devi continuare ad impegnarti nell’apprendere la scrittura e devi mostrarti più obbediente e rispettosa verso di lui. Lo sai, poi, che Ludovico ti vuole bene e che non ti tratterà mai male. Anzi, sarà sempre pronto a difenderti da ogni pericolo”.
“E poi dopo tre anni ci sposeremo?”
“Sì, certo! Ludovico avrà diciannove anni e tu sedici. Sarebbe l’età giusta. Penso che non convenga aspettare oltre”.
“E perché prima mi hai detto che sapevi che cosa mi succederà tra un anno?”
“Vedi, Gemma, come ti ho detto, ora tra te e Ludovico non cambierà nulla, se non che tu devi diventare più modesta e obbediente. Ma tra un anno faremo il fidanzamento ufficiale. Ludovico di regalerà l’anello di fidanzamento e faremo sapere a tutti che siete promessi sposi”.
“Oh, mamma! Non mi sembra vero!”
“Ma non sei contenta?”
“Forse sì, ma non lo so”.
In quel momento il Padre Guardiano uscì dalla sagrestia con i paramenti sacri, un altro frate suonò il campanello e la messa incominciò.


IX

Il pomeriggio di quello stesso giorno Ludovico bussava alla porta dei Federici tenendo nascosta dietro la schiena una rosa bianca. Antonio e Maria lo avevano informato in precedenza che quel giorno, in occasione del tredicesimo compleanno della piccola, le avrebbero parlato della loro intenzione di fidanzarla con lui. Per questo egli era molto emozionato, non sapendo come la bambina avesse reagito e come avrebbe dovuto comportarsi con lei. Con la scusa di farle un regalo per il suo compleanno, le aveva portato la bella rosa che ora teneva timidamente nascosta dietro la schiena.
La voce di Maria lo invitò ad entrare e il giovane, rosso in viso per l’emozione, aprì la porta e rimase immobile e incerto sulla soglia.
“Avanti, avanti!” disse Maria sorridendo. “Vieni pure Ludovico. Sai che oggi è il compleanno di Gemma?”
“Sì, certo…” balbettò il giovane facendo qualche passo avanti.
La bambina era seduta al tavolo e guardava Ludovico con un misto di curiosità e di timidezza. Appena il giovane fu entrato, si alzò, gli si avvicinò e gli fece un inchino dicendo:
“Buona sera, Ludovico. Sono contenta di vederti”.
Il suo viso esprimeva un certo imbarazzo, ma nello stesso tempo sembrava che sbirciasse il giovane con curiosità, quasi volesse vedere che cosa era cambiato in lui dopo che ella era diventata, anche se in forma non ufficiale, la sua promessa sposa.
Il giovane rimase un po’ confuso vedendo il nuovo atteggiamento, riservato e rispettoso, ma anche un po’ sbarazzino, della bambina.
Maria intuì l’imbarazzo del giovane e disse, per giustificare il comportamento della figlia e per cercare di metterlo a suo agio:
“Ho detto a Gemma che ora che ha compiuto tredici anni non è più una bambina e che, perciò, non deve più permettersi troppa confidenza con le persone. Per questo le ho insegnato a salutarti come si conviene”.
“Sì, sì, certo!” balbettò Ludovico, guardando con emozione e ammirazione l’espressione un po’ perplessa, ma ingenuamente affettuosa, del viso della sua piccola fidanzata. “Sono contento di vedere che stai crescendo e… per festeggiare il tuo compleanno… ti ho portato questo regalo”.
Ciò dicendo offrì alla bambina la rosa bianca che teneva nascosta dietro la schiena.
Era un regalo abbastanza insolito in una famiglia contadina, in cui i doni, se e quando si facevano, erano abitualmente d’altro tipo. Alle donne si donavano preferibilmente abiti od accessori personali, anche piccoli gioielli, se le disponibilità economiche lo consentivano. La pratica di regalare un fiore era abbastanza inconsueta nell’Italia rurale di fine Settecento, ma il dono fu molto apprezzato dalla ragazzina.
“Oh, grazie Ludovico!” esclamò contenta. “La metterò davanti alla Madonna! Lo sai che oggi mi sono consacrata alla Madonna?”
“Brava!” rispose il giovane commosso dalla semplicità della fede della piccola. “Hai fatto bene! Lo farò anch’io”.
“Ma siediti, Ludovico!” intervenne Maria. “Oh! Ho dimenticato il lavoro a maglia. Ora vado di là a prenderlo e torno subito. Mi raccomando, Gemma, impegnati bene ad imparare e sii obbediente al tuo insegnante!”
“Sì mamma!” rispose Gemma abbassando il capo.
I due giovani si sedettero al tavolo, mentre la madre della bambina si avviava verso la sua stanza da letto. Appena Maria si fu allontanata, Gemma si rivolse a Ludovico con aria misteriosa:
“Ludovico!” disse con voce un po’ sommessa, ma molto eccitata. “Lo sai che mamma mi ha detto che fra tre anni noi due ci sposeremo?!”
Incantato dell’ingenuità della piccola, Ludovico la guardò arrossendo e disse con voce leggermente tremante:
“Veramente? Sono proprio felice! E tu sei contenta?”
“Sì! Tanto! All’inizio non volevo, ma poi, quando mamma mi ha detto che lo sposo eri tu, sono stata contenta. Ma ora devo comportarmi più da persona grande e devo essere molto rispettosa con te”.
In quel momento rientrò la madre della bambina e i due giovani istintivamente assunsero un atteggiamento serio e distaccato.
“Allora!” disse Maria sedendosi accanto a Gemma. “Vediamo un po’ se questa signorina ha fatto progressi”.
Ludovico incominciò la sua lezione, cercando di non mostrare la propria emozione e di non fissare troppo lo sguardo sulla figura incantevole di Gemma. Ora che la bambina era stata messa al corrente dei progetti che i suoi genitori avevano su di lei, aveva istintivamente assunto verso di lui un atteggiamento diverso, nello stesso tempo più sottomesso e più affettuoso e confidente, e questo contribuiva a farla apparire agli occhi di lui con una bellezza nuova, dalla quale non avrebbe mai voluto distogliere lo sguardo. Ma capiva che doveva mantenere nel segreto questo suo sentimento e non manifestarlo con sguardi troppo frequenti e insistenti.
La lezione si prolungò per un paio d’ore, e furono ore indimenticabili per il giovane insegnante.
Quando finalmente egli uscì dalla casa dei Federici, si sentiva come trasportato in una dimensione estatica. L’immagine della bambina, tutta impegnata a mostrare la sua serietà nello studio e nell’obbedienza umile e devota al suo insegnante, che non era più soltanto il suo insegnante, e nello stesso tempo come illuminata da un sorriso quasi impercettibile per la consapevolezza appena acquisita del legame nuovo che era sorto tra loro, si era impressa nei suoi occhi e sembrava non doverlo più abbandonare.
Scendendo le scale e avviandosi sul prato alla luce del sole ormai prossimo al tramonto, gli sembrava di camminare su una strada fiorita e di avviarsi verso una felicità sovrumana, e che la piccola Gemma lo precedesse e quasi lo guidasse verso la meta, risplendete ancora, e più di prima, della sua innocenza infantile.
Ma cosa avveniva, intanto, in quella dimensione politica e militare alla quale egli badava così poco?
Napoleone, trattenuto nel nord della penisola, sebbene stesse in sospetto, aspettandosi un rinnovato tentativo dell’Austria di riconquistare i suoi possessi in Italia, quando, alla fine di luglio, un nuovo esercito imperiale di cinquantamila uomini, sotto la guida del generale Wurmser, discese dal Tirolo verso la pianura veneta, si trovò impreparato. Già gli austriaci, dilagando verso Verona e Salò, prevalevano su Massena e Sauret, ed il Buonaparte non aveva ancora provveduto a raccogliere insieme le forze francesi, dislocate nei territori conquistati.
In due occasioni il generalissimo, smarrito di fronte alla rovina che sembrava imminente, fu rianimato e riportato al suo primitivo vigore soltanto grazie alle virili esortazioni dell’Augereau e alle entusiastiche acclamazioni dei suoi soldati.
Riavutosi, infine, dal suo temporaneo smarrimento e aiutato anche dalla fortuna, il Buonaparte reagiva con impeto contro il nemico e ai primi di agosto, nelle battaglie di Lonato e di Castiglione sconfiggeva gli austriaci infliggendo loro gravi perdite.
Il conflitto, però, non era concluso perché Wurmser, con un esercito ancora agguerrito, non intendeva cedere il terreno. Napoleone dovette di nuovo affrontare gli austriaci, riuscendo a prevalere su di loro ai primi di settembre a Rovereto a ad impadronirsi di Trento.
A questo punto egli avrebbe voluto realizzare il suo sogno, da lungo tempo accarezzato, di inoltrarsi direttamente in Austria per ricongiungersi con Moreau e con l’armata francese in Germania, sollevare la Baviera contro l’impero e minacciare la stessa capitale, costringendo così l’imperatore alla pace.
Era, infatti, supremo interesse della Francia addivenire ad una pace vantaggiosa con l’Impero, non solo per conservare i Paesi Bassi, recentemente conquistati, ma soprattutto per ottenere da una potenza europea così importante il riconoscimento del nuovo governo repubblicano. Ciò avrebbe rafforzato immensamente il suo prestigio, in particolare di fronte alla nemica Inghilterra. Ma, mentre il Direttorio pensava di raggiungere la pace con l’Impero grazie alla vittoria dell’esercito del Reno in Germania, il genio di Napoleone aveva intuito che essa si sarebbe ottenuta, invece, attaccando l’Austria dall’Italia. Ovviamente questo risultato, una volta raggiunto, avrebbe grandemente accresciuto da sua gloria e rafforzato il suo potere personale, che già stava rapidamente crescendo di giorno in giorno.
Questo piano, tuttavia, al momento gli fu impedito da Wurmser, il quale, volendo distogliere l’armata francese dalla sua patria, ridiscese la valle del Brenta e, sebbene sconfitto a Primolano e Bassano, superando estreme difficoltà, con la perdita di uomini e munizioni, riuscì a rinchiudersi nella città fortificata di Mantova.
Napoleone dovette rivolgersi di nuovo verso l’Italia e concentrare i suoi sforzi nell’assedio dell’avamposto nemico, di fondamentale importanza strategica.
Sembra che poche righe scritte e pochi nomi consacrati dalla storia siano sufficienti a rievocare questi epici conflitti. Ma nella realtà dei fatti le battaglie tra francesi e austriaci furono sanguinosissime e la fortuna rimase a lungo in bilico, prevalendo ora l’una ora l’altra parte prima dell’esito finale. Le vittorie francesi furono ottenute a caro prezzo e un prezzo altrettanto, se non più pesante, dovettero pagarlo le povere popolazioni civili, angariate dalle violenze efferate della soldataglia di entrambi gli eserciti ed affamate dalla voracità dei commissari delegati alla raccolta di denaro e di beni necessari al sostentamento dei repubblicani, ma in realtà dediti ad arricchire stessi e a sperperare quanto era stato violentemente arraffato ai popolani indifesi. Tutto ciò commuoveva profondamente gli animi e fomentava nel popolo l’odio contro gli stranieri, e soprattutto contro i francesi.
Intanto dalla fine di luglio, le voci sull’avanzata austriaca si erano diffuse nella penisola e avevano riacceso negli animi di popoli e governi la speranza di una liberazione dal minaccioso giogo dell’esercito repubblicano. Mentre il papa, rinfrancato dalle recenti notizie, tergiversava nelle trattative di pace con Parigi, non essendo disposto ad accettare le immoderate richieste del Direttorio, e il re di Napoli risollevava la testa intravvedendo una possibilità di riscatto, le popolazioni nelle campagne si animavano, causando una vivissima preoccupazione nelle autorità religiose.
Anche nella Marca di Ancona tra i contadini dell’entroterra, come si è visto, già da un po’ di tempo serpeggiavano moti di insofferenza verso i “giacobini”, nemici della religione, e i sacerdoti più responsabili e prudenti, sollecitati dai loro vescovi, si prodigavano per calmare gli animi e ricondurli alla moderazione e alla pace.
Una sera dei primi giorni di agosto Monsignor Giuliani chiamò Ludovico e, accertatosi che nessuno potesse udirli, gli rivolse questo discorso, con tono di voce sommesso, ma estremamente preoccupato:
“Ascolta, Ludovico. Tu vai spesso alla casa dei Federici per fare scuola alla piccola Gemma. Penso che vi andrai anche domani. Vero?”
“Sì, certamente, Monsignore” rispose Ludovico, perplesso di fronte al tono enigmatico dello zio.
“Allora ti prego: dopo la lezione, fa finta di tornare a casa, ma rimani nascosto vicino alla casa dei Federici”.
“Perché, Monsignore?” chiese il giovane stupito ed allarmato.
“Ascolta. Antonio è un brav’uomo, ma è un sempliciotto e temo che si stia mettendo in un pasticcio. Ho sentito dire che sulla strada di Mondolfo, nella casa di una vedova del posto, si è visto il quadro della Madonna lacrimare. Sembra che ora dappertutto si veda piangere la Madonna! Deve essere una vera mania! Fatto sta che un gruppo di popolani si riunisce tutte le sere in quella casa per pregare la santa Vergine. Fin qui niente di male. Ma ho il sospetto che, oltre a pregare, quei contadini, forse sollecitati da qualcuno, si stiano organizzando per raccogliere armi nell’eventualità, tutt’altro che improbabile, che i francesi invadano le nostre terre. Ho saputo che anche in altre località delle Marche e dell’Italia centrale alcuni gentiluomini ed anche, purtroppo, qualche sacerdote esagitato ed imprudente stanno soffiando sul fuoco, sobillando i nostri devoti rustici per prepararli ad una sollevazione armata contro i repubblicani. Le autorità laiche ed ecclesiastiche hanno avuto sentore di questi torbidi e sono contrarie, ma non sarà facile sedare gli animi.
“Tu capisci che, se il gruppo che si riunisce in quella casa si mette su questa strada, la faccenda si fa pericolosa. Cosa vuoi che facciano pochi contadini contro un esercito che ha già sconfitto tre generali austriaci! In questo modo si preparano soltanto a riempire la campagna di vedove, se non peggio! Saresti contento che la tua Gemma restasse orfana prematuramente per mano dei soldati francesi?”
“Oh, no, Monsignore!” esclamò Ludovico impallidendo.
“Dunque ti prego: domani sera, dopo la lezione, nasconditi vicino alla casa dei Federici. Se Antonio esce, seguilo senza farti vedere e osserva bene dove va e che cosa fa. Se va nella casa di quella vedova, cerca di capire quali sono gli intenti della gente che si riunisce là. Se si limitano a pregare, poco male. Ma se ti accorgi che si raccolgono armi e senti voci di preparazione alla guerra contro i francesi, la faccenda è molto grave. Spero veramente che non sia così, ma ci sono delle indiscrezioni che mi fanno temere il peggio ed è necessario accertarsi. Penso che tu sia la persona più adatta a farlo, anche perché è tuo interesse proteggere da ogni pericolo la piccola Gemma e la sua famiglia”.
Ludovico abbassò il capo e mormorò con voce triste e preoccupata:
“Sì, Monsignore, farò come lei mi dice”.

X

La sera del giorno successivo, come era stato deciso, Ludovico, dopo la lezione di scrittura alla piccola Gemma, invece di tornare in città, si nascose dietro l’angolo della casa dei Federici, in modo da vedere senza essere visto, e aspettò pazientemente di sapere cosa facesse Antonio.
Dopo un tempo abbastanza lungo, quando ormai si era fatto buio, si aprì la porta della casa dei contadini e si udirono risuonare le voci dei due sposi.
“Esci anche questa sera?” chiese Maria in tono allarmato.
“Sì” rispose Antonio. “Ma non preoccuparti. Tornerò presto”.
“Vai dalla Giovanna?”
“Sì, certo!”
“E sei sicuro che non ci sia sotto qualche imbroglio?”
“Ma no! Che imbroglio vuoi che ci sia?! È una povera vedova e andiamo lì per pregare”.
“Va bene. Ma sta’ attento! Già non ho piacere che vai in giro di notte da solo. E poi chissà se qualcuno vuole approfittare di questi incontri per qualche cosa di losco!”
“Ma cosa dici?! E poi la Giovanna è vicina. In poco tempo ci arrivo. Starò lì un’oretta e ritorno a casa”.
“Perché non ti fai accompagnare?”
“Va bene! Domani chiederò a Renzo se vuole venire anche lui. Ma ora lasciami andare. Ti ho detto che tornerò presto”.
“Va bene. Ti aspetto. Mi raccomando: non tardare!”
La porta si richiuse e Antonio scese le scale e si avviò lungo il vialetto che conduceva alla strada principale. Ludovico rimase nascosto al suo posto. Conosceva la casa della vedova Giovanna e poteva raggiungerla senza rischiare di farsi vedere da Antonio.
Attese qualche minuto e poi si mosse evitando di far rumore. Percorse il vialetto di ingresso al casolare e imboccò la strada. Antonio si vedeva da lontano camminare sul tracciato sassoso al chiarore della luna.
Ludovico avanzò con prudenza, cercando di nascondersi dietro le siepi che costeggiavano la strada. Seguì Antonio sulla strada per Mondolfo e dopo una decina di minuti lo vide entrare nel casolare della vedova. Una delle finestre al pianterreno era illuminata.
Ludovico percorse il viale di ingresso, si avvicinò alla casa e, con prudenza, sbirciò attraverso il vetro della finestra.
All’interno della povera abitazione si vedeva il focolare acceso – evidentemente, data la stagione estiva, più per far luce che per riscaldare – e intorno al fuoco un gruppo di contadini in piedi sul pavimento di terra battuta. I presenti fissavano un quadro della Madonna appeso alla parete a destra del caminetto e rispondevano alle preghiere della vedova, una donna anziana dall’aspetto malaticcio che, seduta su una poltrona molto malandata, sgranava una corona del rosario recitando le Ave Maria nello scorretto latino degli incolti contadini.
Ludovico riconobbe diverse facce conosciute e con sollievo poté accertarsi che tra i presenti non c’erano i suoi fratelli.
I contadini sembravano sinceramente devoti. Qualcuno di loro nel corso della preghiera si era messo in ginocchio.
“Sembra che non ci sia nulla di preoccupante” pensò Ludovico. “Ma è meglio che aspetti per vedere se succede qualche altra cosa”.
Si scostò dalla finestra e si nascose dietro una balla di fieno.
Passò un tempo abbastanza lungo e dalla casa della vedova continuavano a risuonare le Ave Maria del rosario. Ludovico si sentiva stanco e annoiato e già pensava di andarsene, quando udì il rumore di un carro che si avvicinava. Rimase nel suo nascondiglio e tese le orecchie.
Poco dopo un carro trainato dai buoi entrò nel viale di ingresso e si accostò al casolare. Sopra vi erano due contadini che si guardavano intorno con aria sospettosa. Assicuratisi che nessuno fosse in vista, scesero dal carro. Intanto qualcuno aveva aperto la porta della casa.
I due uomini scambiarono un gesto di intesa con il contadino che era apparso sulla soglia e poi incominciarono a scaricare alcuni oggetti dal carro.
Incuriosito Ludovico si sporse dal suo nascondiglio per vedere meglio, e subito rimase come pietrificato dallo spavento. Alla luce della luna si scorgevano senza difficoltà gli oggetti che quegli uomini stavano scaricando dal carro: erano fucili!
Il lavoro di scarico durò abbastanza a lungo, perché i fucili erano numerosi. Il contadino che aveva aperto la porta e alcuni altri uscirono per aiutare i compagni a trasportare le armi all’interno dell’abitazione.
Dunque i sospetti dello zio erano fondati! Quegli uomini stavano organizzando la lotta armata contro i francesi e anche Antonio vi era implicato! Una luce sinistra veniva ad offuscare il suo sogno d’amore con Gemma.
Il bagliore della guerra, finora quasi rimosso dalla coscienza del giovane, penetrava ora con prepotenza anche in quel santuario, che egli aveva creduto inviolabile. Se Antonio si comprometteva con i contadini in rivolta, tutta la sua famiglia era in pericolo, Gemma compresa! Questo pensiero lo raggelava.
Appena gli uomini furono entrati nel casolare e la porta fu chiusa, Ludovico non aspettò oltre. Cercando di mantenere la calma e di evitare ogni rumore, sebbene fosse turbato fino all’eccesso, si allontanò dalla casa e, giunto sulla strada, si mise a correre a perdifiato verso Sinigaglia.
Percorse le strade sassose della campagna rischiarate dal pallido chiarore lunare e in una mezz’ora raggiunse Porta Lambertina. A quell’ora la porta era chiusa, ma gli uomini che erano di guardia lo conoscevano e non ebbero difficoltà a farlo entrare.
“Come mai così tardi, Ludovico?” gli chiese uno di loro.
“Ho dovuto fare una commissione per zio Monsignore” rispose il giovane, “e si è fatto tardi”.
“Va bene. Ma non è prudente andare in giro di notte di questi tempi”.
“Sì, lo so. Farò in modo che non si ripeta”.
Il giovane salutò e ringraziò le guardie ed entrò all’interno delle mura. Tutto era buio e silenzioso.
Il giovane attraversò il ponte sul Misa, percorse le vie solitarie della cittadina e rapidamente raggiunse la casa dello zio.
Monsignor Giuliani lo stava aspettando con impazienza seduto nel suo studio, sforzandosi di concentrarsi su un libro alla luce di un candeliere, sebbene la sua mente vagasse altrove. Appena vide il nipote, subito si alzò ed esclamò in tono preoccupato:
“Allora, hai potuto scoprire qualche cosa?”
“Sì, Monsignore! Purtroppo aveva ragione! Nella casa della Giovanna, oltre a pregare la Madonna, raccolgono una grande quantità di fucili”.
“Santo cielo!” esclamò il Monsignore stringendo i pugni. “E anche Antonio era lì?”
“Sì, certo. L’ho seguito fino alla casa. Ho visto anche altri che conosco, ma grazie al cielo non vi erano i miei fratelli”.
“Mi fa piacere! Ma deve esserci dietro qualcuno. Dove li trovano quei contadini i mezzi per procurarsi quelle armi?! In ogni caso ora dobbiamo fare qualche cosa. Dovrò anche informare il Vescovo”.
“Sì, Monsignore! Bisogna a tutti i costi intervenire. Antonio sta mettendo in pericolo tutta la sua famiglia. Dalla conversazione che ha avuto con la moglie prima di andare dalla Giovanna ho capito che Maria non sa niente, ma che sospetta qualche cosa”.
“Povera donna! Oltre tutto ha il terrore delle genti armate. E quella povera bambina! Ma cosa possiamo fare? Come ho detto, ne parlerò con il Vescovo, ma bisogna trovare il modo di far recedere almeno Antonio, e possibilmente anche gli altri, da questa faccenda. Fammici pensare… Aspetta! Ora che ci penso… Quei poveri uomini sono devoti della Madonna e dicono che quel quadro ha lacrimato… Già! Non manca molto all’8 settembre… Potrebbe essere una buona idea! Almeno con Antonio dovrebbe funzionare, e forse anche con gli altri.
“Ascolta! Domani non andare a fare scuola alla piccola. Andrò io dai Federici e parlerò con Antonio. Credo che riuscirò ad ottenere qualche cosa da lui”.
“Cosa intende fare, Monsignore?”
“Per ora preferisco non dirti niente. Poi, se la cosa funziona, ovviamente ti informerò, e, anzi, dovrò chiedere la tua collaborazione. Intanto domattina, se il Vescovo può ricevermi, lo informerò e gli esporrò la mia idea. Poi, se lui è d’accordo, subito dopo pranzo andrò a parlare con Antonio. Tu prega la Madonna che tutto vada bene!”
“Non dubiti, Monsignore! Può immaginare come mi sento”.
“Lo capisco, povero giovane! Quanto desidererei che potessi concludere i tuoi studi ed accasarti con Gemma in tutta pace e tranquillità! Ma purtroppo viviamo in tempi tormentati, in cui sembra che tutto vada in malora e che non si possa condurre una vita tranquilla. Bisogna avere pazienza e accettare ciò che Dio permette. Se è la punizione per i nostri peccati, come mi aveva predetto quel mendicate di cui ti ho parlato, dobbiamo chinare il capo alla volontà divina e rinunciare alla pace terrena nella speranza della pace celeste. Per tanti anni abbiamo goduto di una vita serena, e purtroppo non l’abbiamo accolta con gratitudine né usata con saggezza e santità di costumi. Almeno ora che stiamo perdendo tutto, convertiamoci a Dio con cuore sincero e affrontiamo con rassegnazione le prove che egli ci invia”.
Ludovico abbassò il capo, mentre due lacrime gli spuntavano negli occhi.
“Sì, Monsignore!” disse con voce triste. “Può ben credere quanto desidererei che tutto si svolgesse nella pace e che, senza traumi e sconvolgimenti, potessi giungere a portare Gemma all’altare! Ma se il Signore non lo permette e vuole che viviamo in mezzo alle tribolazioni, dobbiamo chinare il capo ed accettare ciò che lui dispone. Ma almeno speriamo che, se pure tra tante difficoltà, possiamo infine coronare il nostro amore”.
“Te lo auguro di vero cuore! Ma intanto dobbiamo a tutti i costi ritrarre Antonio, e possibilmente anche i suoi compagni, da questa storia”.
“Sì, certo, Monsignore”.
“Ora, dunque, va’ a riposare e cerca di stare tranquillo. Ho un’idea che, con l’aiuto di Dio, potrebbe avere un buon effetto. Tu prega la Madonna che ci aiuti e sta’ tranquillo. Mi raccomando! Non agitarti. Oltre tutto con l’agitazione non puoi cambiare nulla”.
“Sì, Monsignore. Farò come mi dice”.
Ciò detto Ludovico si ritirò e lo zio si sedette e rimase a lungo a riflettere.
“Sì!”, pensava. “Domani il Vescovo dovrebbe essere in sede. Se è d’accordo… Ho una certa influenza su Antonio e penso che lui potrebbe, a sua volta, convincere i suoi compagni. A Maria per il momento è meglio non dire nulla di quello che stanno combinando, ma sarebbe bene coinvolgerla, e, anzi, coinvolgere tutta la famiglia… E anche i fratelli di Ludovico. Così forse anche gli altri aderirebbero. Speriamo che la Madonna ci faccia questa grazia!”
Dopo aver riflettuto a lungo, infine il Monsignore si alzò e si ritirò nella sua stanza a riposare.
Ludovico intanto si era coricato, ma, nonostante la promessa fatta allo zio, non riusciva a reprimere l’ansietà che aveva nel cuore e rimase a lungo a rivoltarsi nel letto pieno di tristi presentimenti.
Tutto era sembrato procedere bene, ed ecco che ora improvvisamente una grave minaccia incombeva sul suo sogno d’amore. E, anzi, in questo frangente egli era costretto ad aprire gli occhi e a prendere coscienza che pericoli di guerra, di morte e di strage minacciavano da tempo non soltanto lui e i suoi cari, ma tutto il territorio e l’intera penisola. Aveva ragione quel mendicante di cui lo zio gli aveva parlato: tutto questo era la punizione per i peccati degli uomini! Ma tra questi peccati non c’era forse anche il suo, quello, cioè, di avere abbandonato la via del sacerdozio per amore di Gemma?
“Oh, Signore, no! Non punirmi per questo! Tu sai che non l’ho fatto per disprezzo verso di te. Guarda a noi due come un tempo guardasti a Tobia e Sara e benedici il nostro amore, e fa’ in modo che, se pure non possiamo godere più di quella pace che per tanto tempo ci hai concesso e della quale abbiamo abusato, un giorno Gemma ed io giungiamo a consacrare il nostro amore davanti al tuo altare! Offriremo a te e alla tua santa Madre i figli che tu vorrai mandarci e con essi accresceremo il numero dei tuoi fedeli. Non abbandonarci e non punirci, Signore! Abbi pietà di noi, della nostra terra, della nostra Italia!”
Così il giovane continuò a lungo a tormentarsi e solo molto tardi si addormentò, ma dormì un sonno molto agitato e pieno di angoscia.

XI
La mattina dopo il Monsignore fu ricevuto dal Vescovo nel suo palazzo e gli riferì quanto stavano tramando i contadini che si riunivano nella casa della vedova Giovanna, certamente con la complicità di qualcuno. Il Vescovo ne fu molto allarmato e non ebbe difficoltà ad approvare l’idea suggerita dal canonico. Lo esortò, anzi, a non indugiare a metterla in pratica.
Monsignor Giuliani lo ringraziò per la fiducia accordatagli e si ritirò, rassicurato della bontà della sua iniziativa.
Il giorno stesso, subito dopo il pranzo, si avviò verso la casa dei Federici, pregando in cuor suo il Signore che la sua missione avesse un buon esito.
Giunto sul viale di ingresso, attraversò il prato, salì la scala e, dopo aver bussato educatamente alla porta, entrò nell’abitazione dei contadini.
Come al solito, trovò la famiglia riunita intorno alla tavola per un momento di riposo prima della ripresa dei lavori campestri.
I due sposi furono felici di vederlo e lo invitarono a sedere insieme a loro e a bere un bicchiere di vino. Il Canonico accettò e si sedette accanto ad Antonio.
La piccola Gemma e i suoi fratelli guardavano il canonico con un po’ di soggezione mista a curiosità.
“Allora” chiese il Monsignore. “Come vanno questi giovanotti?”
“Insomma!” rispose Antonio sorridendo. “Il più grande ormai è un ometto e se la cava bene. Gli altri speriamo che seguano il suo esempio”.
“E la nostra piccola scolara procede bene?”
Gemma arrossì e abbassò gli occhi, mentre la madre, sorridendo compiaciuta, diceva:
“Sta facendo grandi progressi. Credo che il suo insegnante sia molto soddisfatto”.
“Bene, bene! Ma per favore, signora Maria, potrebbe portare questi bravi giovani e la piccola a giocare fuori? Ho bisogno di parlare da solo con Antonio”.
“Sì, certo” disse Maria guardandolo un po’ allarmata. “Venite ragazzi. Andiamo fuori”.
Gemma con i suoi fratelli si affrettarono a seguire la mamma fuori della casa e scesero sul prato ridendo allegramente.
Antonio si era messo subito sulla difensiva. Che cosa voleva da lui il canonico? Che avesse saputo qualche cosa dei loro incontro serali?
“Antonio” esordì il Monsignore “spero che la campagna vada bene”.
“Grazie al cielo per ora sembra di sì” rispose il contadino guardando il canonico con aria sospettosa. “Non abbiamo una terra buona come quella di Giovanni, il figlio della Luisa, ma il tempo finora è stato favorevole e abbiamo già fatto un buon raccolto. Tra pochi giorni dovrebbe passare Armando di Filippetto per la trebbiatura. Anche il granoturco promette bene. E così le viti, sembra. Speriamo che non grandini”.
“E tra Ludovico e Gemma tutto procede?”
“Direi proprio di sì. Ludovico è proprio un bravo ragazzo, e ora che la piccola sa che l’abbiamo destinata a lui come sua sposa è diventata una donnina. Tutta sottomessa e obbediente e sempre impegnata ad imparare bene i lavori di casa. La vedo anche molto contenta e sempre molto devota alla Madonna”.
“A proposito della Madonna, so che anche tu e alcuni tuoi amici vi riunite spesso per pregarla”.
Antonio incominciò a sudare freddo.
“Sì” disse con aria un po’ impacciata. “Lo sa, Monsignore, che il quadro della Madonna nella casa della Giovanna ha lacrimato?”
“L’ho sentito dire. Ma sarà vero?”
“È verissimo, Monsignore! La Giovanna ha giurato di averlo visto con i suoi occhi”.
Il canonico, uomo di fede, ma anche di cultura ed esperienza, era cauto nell’accogliere per buoni i racconti d’eventi miracolosi, ben sapendo come la Chiesa fosse sempre stata prudente nel valutarli, prima, eventualmente, di riconoscerli per veridici.
Inoltre, il caso in oggetto ed altri simili – perché da un po’ di tempo la Madonna si vedeva lacrimare in molti luoghi della Marca di Ancona – suscitavano perplessità sia in lui sia negli altri religiosi della diocesi, a partire dal Vescovo, perché parevano, più che miracoli, malaugurati episodi di sfruttamento della religiosità per fini politici. Ma egli nascose cautamente i suoi dubbi dinanzi all’interlocutore.
“Va bene” disse. “Ma perché, secondo te, la Madonna ha pianto?”
“Monsignore! Sa bene quello che sta succedendo!”
“Che cosa? Che tanti uomini bestemmiano Dio, la Madonna e i santi, che la domenica non vanno a messa e lavorano i campi, che si ubriacano, trattano male le mogli e i figli, vanno a divertirsi fuori casa, bisticciano tra di loro fino a minacciarsi con i coltelli, sono avari e non fanno l’elemosina ai poveri?”
Antonio abbassò il capo e rimase imbarazzato in silenzio per qualche istante.
“Purtroppo succede anche questo” disse infine, “ma il peggio è che gente senza Dio minaccia le nostre terre e le nostre chiese”.
“E tu pensi che la Madonna pianga per questo?”
“Certamente”.
“Ammesso che sia così, che cosa vuole la Madonna da noi? Che cosa dovremmo fare davanti a questi pericoli?”
L’uomo ondeggiò sulla sedia e rimase titubante, prima di rispondere con qualche imbarazzo e sottovoce, come confidasse un segreto pericoloso:
“Dobbiamo prepararci”.
“O piuttosto dobbiamo convertirci?”
Antonio rimase in silenzio fissando gli occhi a terra.
“Ascolta, Antonio” riprese il Monsignore. “I pericoli che ci minacciano sono la punizione per i nostri peccati. Abbiamo goduto di una lunga pace, ma come l’abbiamo usata? Ricordi che l’anno scorso Giacomino è stato accoltellato da quell’Agostino, o come lo chiamate voi…”
“’Gustì de Celè”.
“Ecco, sì, il nipote di Celeste. Ha accoltellato quell’altro perché diceva che se la spassava con sua moglie. E questa è una delle tante. Quanti figli di nessuno sono abbandonati nelle ruote dei monasteri? E finché si tratta di quelle povere famiglie che sono costrette a vivere tutte insieme in una stanzaccia, si può avere un occhio di misericordia. Ma troppo spesso si sa bene che ci sono di mezzo persone benestanti, e anche nobildonne. E certe donnette devote che la domenica vanno a messa e poi, per risolvere i loro problemi, si rivolgono a quella megera dietro al cimitero degli ebrei? E che bei riti mischiati con le preghiere, o anche con i sacramenti, insegna loro! Così si convincono che non c’è niente di male! Non parliamo, poi, della disonestà negli affari! Non ne sai niente tu? Sì, certo, bisogna sopravvivere, ma insomma ci sono dei limiti! Anche qui, alla povera gente tante cose si possono perdonare, ma cosa dire di certi ricconi? E almeno poi facessero un po’ di elemosina per le opere della Chiesa! Chi li mantiene quei bambini abbandonati? E anche tra di voi, quanta avarizia! D’accordo, c’è la povertà. Ma tante volte è soltanto una scusa. Non parlo della tua famiglia, perché so che Maria, se pure tra tante ristrettezze, non manca di fare del bene quando può. Ma… è meglio che non faccia nomi! Non è per queste cose che il cielo ci punisce e ci manda contro gli eserciti? Dunque, se vogliamo veramente consolare le lacrime della Madonna, quello che dobbiamo fare è correggerci dai nostri vizi e peccati, non raccogliere armi”.
Antonio ebbe un sussulto e guardò il Monsignore con aria spaventata.
“Che dice, Monsignore?!” esclamò. “Di che armi parla?!”
“Antonio” rispose il canonico scuotendo il capo, “adesso non aggiungere alle altre magagne anche la falsa testimonianza. È inutile che cerchi di nasconderlo. So bene che nella casa della Giovanna state raccogliendo le armi per combattere contro i francesi”.
“Ma…”
“Su, Antonio! Non dire bugie. È vero o non è vero?”
Antonio abbassò gli occhi e per qualche istante rimase in silenzio con aria imbarazzata e vergognosa. Infine disse con un sospiro:
“Sì, Monsignore. È vero, ma…”
“Sta’ a sentire, Antonio. Noi ormai siamo quasi parenti e puoi capire che quello che succede nella tua famiglia mi riguarda da vicino. Ora la prospettiva che Maria rimanga presto vedova e Gemma orfana non mi piace affatto!”
“Ma Monsignore, come possiamo permettere senza reagire che quei diavoli senza Dio invadano le nostre terre, arraffino i nostri beni e spoglino le nostre chiese? Non sa che a Milano, a Bologna e non so dove hanno messo le mani non soltanto sui beni dei ricchi, ma anche sui risparmi della povera gente, e che hanno rubato l’oro e gli ornamenti delle chiese? Dicono che hanno l’ordine di andare a trafugare perfino i tesori della Santa Casa di Loreto! Quei tizzoni d’inferno fanno violenza alle donne, e che sarà di mia moglie e di mia figlia se arriveranno qui? Agiscono come i briganti e dove arrivano fanno man bassa, rubano il bestiame e i raccolti, portano via dalle case dei contadini quel poco che hanno di buono. Lo sanno tutti!”.
“E tu non sai che cosa hanno fatto nel Milanese? Hanno incendiato Binasco, messo al sacco Pavia, fucilati i caporioni dei rivoltosi! Quello è un esercito terribile e il loro generale sta facendo tremare tutta la terra. Ha sconfitto tre generali austriaci e ha messo in fuga un esercito di cinquantamila uomini armati fino ai denti. Che volete fare voi poveri contadini con pochi fucili? Se veramente invaderanno le nostre terre, ci sono i soldati regolari…”
“I soldati regolari!” intervenne Antonio alzando le spalle. “Mio suocero ci ha raccontato quanto valgono i soldati del papa! Non sono capaci di tenere testa neanche ai briganti!”
“E voi pensate di essere più bravi? Andiamo, Antonio, sii ragionevole! Pensa che è Dio che governa tutte le cose e che se ha permesso che l’esercito francese, che sembrava tanto malandato, riuscisse a superare il re di Sardegna e l’imperatore d’Austria e dilagasse in Italia, contro ogni previsione, ciò è per punizione dei nostri peccati e non c’è nulla da fare. Dobbiamo accettare la sua volontà!”
“Ma Monsignore…”
“Ascolta. Non so quanti siete e non mi interessa. Quello che è certo è che dietro c’è qualcuno. Ora non ti chiedo di fare la spia e non voglio sapere chi è. Sarà qualche nobiluomo, o forse anche qualche prete. Lasciamo stare. Tu, però, non devi farti raggirare, e neanche gli altri contadini. Per il momento è bene che abbandoniate ogni progetto di armamento. A quello che vi fornisce i mezzi, chiunque sia, dite che intendete aspettare e vedere come si svolgono gli avvenimenti. Per ora il generale francese è occupato con gli austriaci e non ci minaccia direttamente. Ditegli che lasciate le armi dalla Giovanna in attesa degli eventi e che per ora non intendete più riunirvi segretamente…”
“Monsignore, i contadini qui sono tutti infervorati e non sarà facile farli recedere. Hanno tutti fiducia nella Madonna, che ha pianto, e non solo in casa della Giovanna…”
“Ecco, qui ti volevo. Tutti abbiamo fiducia nella Madonna. Ma che io sappia la Madonna non cerca gente armata. Quello che vuole è che cambiamo vita e che la invochiamo con cuore sincero. Prima hai parlato di Loreto. Ci sei mai stato?”
“No, Monsignore”.
“Dunque ora ti faccio una proposta. Tra poco è l’8 settembre, la festa della Santa Casa. Dunque io propongo che si organizzi un pellegrinaggio di tutti voi contadini con le vostre famiglie a Loreto in occasione della festa. Per le spese, specialmente per i più indigenti, provvederà il Vescovo. Vi accompagnerò io, e lì, durante la celebrazione della messa, tutti si impegnarono a cambiare vita e a rinunciare ai peccati che ci attirano la punizione divina. Ci vogliono circa cinque ore ad arrivare là. Partiremo la mattina presto e appena arrivati celebreremo la messa. Vi porterete da mangiare e dopo la messa faremo un bel pranzo in fraternità. Chi è più benestante provvederà anche per i più poveri. Il vino lo fornirà la curia. La cosa importante è che, durante la messa, tra gli impegni di conversione che tutti dovranno prendere, ci sia anche quello di rinunciare alle armi, almeno per il momento. Poi, se in futuro Dio vorrà diversamente, si vedrà. Non credi che sia questo che la Madonna vuole da noi?”
Antonio aveva ascoltato con vivo interesse, anche se con molte perplessità, la proposta del canonico. Dopo tutto andare a Loreto per la festa dell’8 settembre, a spese del Vescovo, era veramente una cosa molto allettante per lui, che non c’era mai stato, e certamente anche per tutti gli altri contadini. Ma questo implicava poi la rinuncia alla lotta armata. Come avrebbero reagito gli altri? C’era, però, il fatto che Loreto era il santuario della Madonna più importante d’Italia. Non era stata proprio lei a suggerire al Monsignore di prendere questa iniziativa? L’idea era buona e non era escluso che molti l’avrebbero accettata. La possibilità di recarsi a spese della curia fino al santuario era una ghiotta occasione per uomini che la dignitosa povertà rendeva economi ed attenti anche alle più piccole somme.
“Va bene” disse infine Antonio con un sospiro, dopo qualche istante di silenzio imbarazzato. “Proviamo! Forse la sua è un’ispirazione del cielo. Proverò a parlarne con gli altri. Non so cosa diranno, ma può darsi che accettino. Mi lasci qualche giorno e poi le farò sapere”.
“D’accordo! Dunque, Antonio, conto su di te. Inviteremo anche i fratelli di Ludovico e gli altri contadini della zona, non soltanto quelli che si riuniscono dalla Giovanna”.
“Sì, certamente! E penso che verrà anche Ludovico”.
“Naturalmente! Anche per lui e per la piccola serve la benedizione della Madonna. Allora siamo d’accordo. Al più presto fammi sapere”.
“Non dubiti, Monsignore”.
“Dunque, tra pochi giorni ci rivediamo”.
Ciò detto il Monsignore si alzò, salutò cordialmente il contadino, che lo guardava con aria imbarazzata, e si avviò all’esterno della casa.
Nel prato i ragazzi stavano giocando insieme alla loro sorellina, mentre Maria era affaccendata a raccogliere i panni stesi al sole.
Appena la donna vide il canonico uscire dalla casa, subito gli si accostò e gli chiese con voce ansiosa:
“Che cose è successo, Monsignore? perché ha voluto parlare con Antonio? Non avrà fatto qualche cosa di male, spero!”
Il canonico le sorrise benevolmente.
“No, no!” disse con aria rassicurante. “Ho voluto comunicargli un progetto che credo ti farà molto piacere. Per ora non ti dico niente…”
“Non mi dice niente, Monsignore?” esclamò Maria piena di curiosità. “È una cosa bella?”
“Bellissima! Ma prima di dirlo voglio essere sicuro che si possa fare”.
“Va bene!” disse Maria con aria rassegnata. “L’importante è che non ci sia alcun pericolo in giro”.
“No, no! Ti assicuro. È tutto tranquillo.
Maria ringraziò, facendosi il segno della croce, e il canonico, dopo aver dato la benedizione a lei, ai figli e alla piccola Gemma, che si erano avvicinati, sia allontanò. 
XII

La sera di quello stesso giorno Antonio si recò, come al solito, alla riunione segreta a casa della vedova Giovanna. Era molto nervoso e preoccupato, perché prevedeva che la proposta di cui si faceva latore per iniziativa del canonico non sarebbe stata bene accetta, almeno in un primo momento. Infatti non si sbagliava.
Appena egli ebbe accennato, dopo aver fatto il nome di Monsignor Giuliani, all’ipotesi di una sorta di tregua d’armi in nome di una più sincera devozione alla Madonna, con un pellegrinaggio a Loreto l’8 settembre a spese della curia, immediatamente si scatenò un putiferio. I contadini si sollevarono in massa, affermando che, come al solito, i preti facevano il doppio gioco e che per conservare il potere erano pronti anche ad intendersela con i “giacobini”.
“Sai cosa fanno i preti?” intervenne a un certo punto uno di loro “Ti dicono: «Porta inferi!». Se non porti gli «inferi» non ti fanno neanche il funerale!”
“È vero!” esclamarono altri. “Anche se la Madonna piange, per loro va tutto bene. L’importante è che possano godersi in pace le loro prebende”.
Quando finalmente l’eccitazione si fu un po’ calmata, Antonio provò a riprendere la parola.
“Amici” disse. “Ora non scaldatevi troppo. È vero che tanti preti sono dei lavativi e degli approfittatori, ma non potete dire questo di Monsignor Giuliani! Se c’è un sacerdote di santa vita è lui”.
“Dici così perché sei mezzo imparentato con lui!”
Antonio ebbe un fremito.
“Che ne sai tu!” esclamò preoccupato, trattandosi di una cosa che doveva rimanere segreta.
“Eh, su! Lo sanno tutti!”
“Queste donne!” pensò irritato Antonio. “Che lingua maledetta hanno! È proprio vero ciò che ho sentito in chiesa, che le femmine dovrebbero tacere ed ubbidire ai padri e ai mariti!”
“Ma insomma!” riprese cercando di dominarsi e di essere convincente – egli aveva infatti una certa autorevolezza nel suo ambiente sociale e sapeva persuadere toccando le corde giuste. “Lasciamo stare queste chiacchiere. Come potete parlar male di Monsignor Giuliani? Tu ’Gustì che ne dici? Non è stato lui a tirarti fuori dai guai l’anno scorso?”
L’uomo chiamato ’Gustì abbassò il capo imbarazzato e non disse nulla.
“Invece tu, Giuliano, hai dimenticato che l’altro inverno è stato proprio Monsignor Giuliani a farti portare quel carico di legna, perché morivate di freddo?”
“Sì, sì! È vero!” esclamarono molte voci. “Monsignor Giuliani è un galantuomo”.
“E allora, perché non ascoltare quello che ci consiglia? In fondo non ha detto che dobbiamo rinunciare alle armi. Ha detto solo che per il momento conviene aspettare e, soprattutto, che dobbiamo convertirci. Certo, se la Madonna ha pianto, è inutile raccogliere le armi per difendere la fede se poi la offendiamo con i peccati!”
“Antonio non ha torto” disse a questo punto il contadino più anziano. “Noi siamo ignoranti, ma almeno i comandamenti li sappiamo tutti. Ma li rispettiamo? Forse se la Madonna ha pianto è anche per questo. L’altra sera, mentre Federico trasportava i fucili, non gli è uscita una bestemmia? È questo il modo di far contenta la Madonna?”
“Già!” intervenne un altro. “Quanti di noi la domenica rinunciano a lavorare i campi?”
L’argomento prescelto era spinoso, perché gli agricoltori, specialmente nelle fasi più intense dell’annata agraria, erano pressoché obbligati a lavorare anche nei giorni festivi, pena una diminuzione dei raccolti, che poteva volere dire anche la fame. Si udirono pertanto mormorii di dissenso. Ma coloro che preferivano ascoltare i consigli di Monsignor Giuliani erano ormai in maggioranza.
“L’altro giorno” intervenne Giovanna “non è venuta la Sandrina da me a piangere perché il marito, ubriaco, l’aveva di nuovo picchiata?”
“Sentite!” disse a questo punto Antonio, fiutando il vento favorevole ed agendo con scaltrezza. “Chi di voi è già stato a Loreto?”
Solo Giovanna fece un cenno con la mano per far capire che c’era stata. Degli altri nessuno fiatò.
“Ecco!” riprese Antonio. “Ci si offre l’occasione di andarci tutti insieme con le nostre famiglie, e a spese del Vescovo. Che ve ne pare? Non vi sembra una bella cosa andare lì a chiedere perdono alla Madonna per i nostri peccati e ad impegnarci, d’ora in poi, ad essere un po’ più buoni cristiani? Intanto un bel po’ di armi le abbiamo raccolte e le lasciamo qui dalla Giovanna. Se veramente i francesi verranno e faranno i diavoli come hanno fatto altrove, avremo sempre tempo per difenderci”.
L’idea di fare un pellegrinaggio, di poter al contempo godersi alcuni brevi momenti di svago, inconsueti a lavoratori indefessi, e di rimandare la prospettiva di uno scontro armato con i temibili francesi era molto allettante. Restavano però alcuni dubbi.
“E che diremo al marchese?” chiese perplesso uno dei contadini.
“Gli diremo che le armi le abbiamo e che per il momento abbiamo pensato che sia meglio aspettare. È inutile andargli a parlare di Monsignor Giuliani e del pellegrinaggio a Loreto”.
Per un po’ di tempo i presenti rimasero in silenzio, pensierosi e perplessi, attendendo che qualcuno dichiarasse per primo ciò che ormai era la volontà collettiva. Infine uno dei più giovani disse:
“Io sto con Antonio!”
Un altro si associò:
“Anch’io!”
“Veramente” disse uno dei più anziani “ho sempre desiderato andare a Loreto”.
“Io” disse Giovanna “sono stata a Loreto tantissimi anni fa. È un paradiso! Ora, purtroppo, sono troppo malridotta per venire. Ma vi consiglio proprio di approfittarne. Chissà se vi capiterà un’altra occasione come questa! E se è vero che i francesi desiderano depredarla, è meglio andarci ora. Poi chissà come la ridurranno!”
“Allora, ragazzi” disse a questo punto il più anziano. “Siamo tutti d’accordo?”
Alcuni subito esclamarono: “Sì, certo! È l’idea migliore”
Altri per un po’ rimasero incerti, ma alla fine tutti si associarono.
Molto contento dell’insperato successo, Antonio si fece avanti con una certa ingenua aria di importanza e disse:
“Dunque ora passate la parola agli altri. Naturalmente non dite niente delle armi, ma soltanto che il Vescovo ci invita, con le nostre famiglie, a un pellegrinaggio a Loreto a sue spese. Cercate di far aderire la maggior parte o, se possibile, tutti. Sarà una festa da ricordare! E così poi tutti ci comporteremo meglio e speriamo che la Madonna ci dia la sua benedizione”.
“Va bene!” esclamarono diverse voci. “Allora ci ritroviamo domani sera per sentire se tutti hanno aderito”.
“Ora, ragazzi” disse a questo punto Giovanna, “recitiamo il rosario”.
La sera stessa, appena tornato a casa, Antonio informò la moglie sul pellegrinaggio a Loreto e le chiese di collaborare a convincere le altre donne del vicinato ad aderire con i loro mariti e le loro famiglie. Maria capì che si trattava della sorpresa a cui aveva accennato Monsignor Giuliani e ne fu felicissima.
“A Loreto!” esclamava quasi incredula. “A Loreto! Quanto l’ho desiderato! Mia madre una volta c’è stata e me ne parlava come se fosse stata in cielo!”
I membri del mondo rurale d’Italia, e non solo d’Italia, in quel tempo viaggiavano poco. Ai contadini gli spostamenti anche solo di decine di chilometri sembravano lunghi ed erano inconsueti. Le esigenze lavorative, la scarsità e il pessimo stato delle strade, la povertà di molti, che impediva di ricorrere a cavalli o carrozze, la minaccia dei briganti, riducevano le possibilità dei rurali di compiere viaggi. Chi si era recato anche solo una volta a Roma al suo ritorno nel piccolo cosmo contadino poteva divenire una specie di celebrità.
Il giorno dopo furono informati anche i ragazzi e la piccola Gemma. Quest’ultima non stava più in sé dalla gioia e saltellava di qua e di là come una farfalla battendo le mani.
“Che bello! A Loreto! Verrà anche Ludovico?”
“Certo!” le disse la mamma “Ma mi raccomando: sta’ sempre vicina a me e non dargli troppa confidenza! Ormai sei una signorina e devi essere riservata e modesta. Poi durante il pellegrinaggio bisogna pregare e chiedere perdono per i peccati, non stare a chiacchierare e a divertirsi. Chiaro?!”
“Sì, certo mamma!” ripose la bambina abbassando il capo. “A Loreto voglio consacrarmi alla Madonna ancora di più!”
Maria sorrise e abbracciò la bambina pregando in cuor suo che il Signore la conservasse sempre nella sua innocenza.
Intanto Antonio e gli altri contadini, approfittando dei contatti che avvenivano in quei giorni tra i vari coltivatori della zona in occasione degli accordi sulla trebbiatura e della grande fiera annuale, che si svolgeva tra la seconda metà di luglio e parte del mese di agosto, diffusero la voce tre le famiglie della zona, ottenendo una vasta adesione. L’iniziativa provocava un generale entusiasmo.
Infatti, ben pochi avevano avuto l’opportunità di recarsi al santuario di Loreto. Ma esso era noto e venerato in tutta la cattolicità e tutti nelle Marche desideravano andarci almeno una volta nella vita.
Così, nella riunione della sera dello stesso giorno a casa della Giovanna, Antonio, con grande soddisfazione, poté raccogliere la risposta positiva di numerose famiglie del contado e si impegnò a riferirla il giorno dopo a Monsignor Giuliani.
Con lui si dovevano anche decidere i particolari del pellegrinaggio, fissato, come si era detto fin dall’inizio, per l’8 settembre, che era la festa mariana principale del santuario.
Puntualmente, subito dopo pranzo del giorno successivo, il canonico si presentò nella casa dei Federici, dove fu accolto da genitori e figli con esclamazioni di gioia e di simpatia.
Il Monsignore, ben felice del buon esito della missione di Antonio, si sedette presso la tavola da pranzo della famiglia e, sorridendo compiaciuto, accolse con benevolenza i ringraziamenti di giovani e adulti per la sua inaspettata iniziativa. In particolare Gemma non stava in sé dalla gioia e saltellava intorno a lui con un ingenuo e incantevole sorriso di fiducia e di gratitudine.
Il canonico la accarezzò affettuosamente pensando in cuor suo che Ludovico aveva avuto buon fiuto a scegliere la piccola come sua promessa sposa.
“Ora, però” disse a un certo punto, “lasciatemi solo con Antonio e Maria, perché dobbiamo parlare di questioni pratiche per l’organizzazione del pellegrinaggio”.
“Su, ragazzi” intervenne Antonio, “andate a giocare fuori”.
I tre giovanottelli e la piccola Gemma salutarono rispettosamente il Monsignore e si avviarono all’esterno dell’abitazione.
“Dunque” disse il canonico quando i ragazzi si furono allontanati, “hanno aderito molte le famiglie?”
“Moltissime!” rispose con soddisfazione Antonio.
“E quante sono? Anzi, vorrei anche sapere quante hanno un carretto loro con bestie da tiro, puledri, asini o muli, e quante, invece ne sono sprovviste”.
“In tutto siamo diciannove famiglie. Le più povere, che non hanno un carretto proprio, sono sei. Le altre possono provvedere da sole”.
“Bene. Dunque la curia provvederà sei carretti con tutto l’occorrente”.
“Lei, Monsignore, potrebbe andare con mio cugino Renzo, che è solo con la moglie, e Ludovico naturalmente può venire con noi”.
“Va bene. Però mi raccomando! Non tenete Ludovico troppo vicino a Gemma e non lasciateli mai soli. Ludovico è un ragazzo d’oro e Gemma è un angioletto, ma dobbiamo usare la massima prudenza, e anche evitare le chiacchiere della gente”.
“Certo, Monsignore” intervenne Maria. “Penserò io a tenere Gemma sempre vicina a me. Per lei sarà anche l’occasione di una rinnovata consacrazione alla Madonna. Non sa quanto ci tiene!”
“Io avrei voluto che la faccenda tra Gemma e Ludovico non si sapesse” disse Antonio scuotendo il capo e guardando la moglie con aria di disapprovazione. “Ma non si sa come, sembra che tutti ne siano informati”.
“Perché guardi me?” esclamò Maria risentita. “Io non ho detto niente a nessuno”.
“Allora chi ha parlato?”
“Non lo so proprio! Io non ho detto nulla”.
“Su, ora basta!” intervenne il Monsignore. “Ormai la frittata e fatta e è inutile andare a vedere di chi è la colpa. Tanto più dobbiamo essere prudenti per evitare chiacchiere. Ma parliamo dell’organizzazione del pellegrinaggio. Sarebbe bene che tutti vi alziate molto presto, direi verso le quattro, o anche prima. Alle cinque dovete essere tutti a Porta Lambertina, dove mi farò trovare con i sei carri per le famiglie più povere. Il viaggio dura almeno cinque ore e bisogna partire presto. Dovete raccomandare a tutti di essere puntuali”.
“Per noi è un orario normale” disse Antonio. “Le famiglie senza carretto dovranno alzarsi un po’ prima per arrivare a piedi in tempo all’appuntamento. Ma sono certo che non mancheranno. Non sembra loro vero di partecipare al pellegrinaggio a spese del Vescovo”.
“Poveretti!” esclamò Maria alzando gli occhi al cielo. “Quella povera Annetta era così sbalordita, quando lo ha saputo, che non voleva crederci. Poi ha incominciato a piangere per la commozione. Mi sarei messa a piangere anch’io insieme a lei. La povertà è una brutta cosa! Lo so bene io! Ma spesso i più poveri sono anche i più buoni”.
“Davvero!” disse il canonico. “Sono proprio felice che sia stato possibile far venire anche loro. Sua Eccellenza è stato generoso”.
“Che Dio glie ne renda merito!” esclamò Maria.
“Mi raccomando” disse il canonico, “che ognuno porti da mangiare, e che basti per tutti. Per il vino, come ho detto, penserà la curia. Se il Vescovo è stato generoso, dovete prendere esempio”.
“Sì, certo!” dissero insieme Antonio e Maria.
“Appena arriveremo al santuario” riprese il Monsignore, “celebrerò la messa, e durante la messa faremo una solenne promessa di convertirci dal peccato e di non immischiarci con le armi”.
“Ma” intervenne Antonio con aria ansiosa, “si era detto che in futuro per le armi forse si sarebbe potuto… Anche per questo tutti hanno accettato”.
“Che è questa storia?” intervenne Maria allarmata. “Per amor del cielo, lasciamo stare le armi! Non stavamo parlando di convertirci e di affidarci alla Madonna?”
“Sì, sì, certo!” rispose il canonico, cercando di buttare l’acqua sul fuoco. “Antonio stava parlando di certi contadini un po’ troppo agitati. Per farli star buoni diremo che in questa situazione di percolo ci affidiamo alla Madonna, confidando nella sua protezione, che intendiamo meritare convertendoci dai nostri peccati e dai nostri vizi, e non nelle armi umane. In questo modo mi sembra che dovrebbe andare bene per tutti”.
“Sembra anche a me” disse Antonio, rimproverandosi in cuor suo per essere stato troppo imprudente nel parlare di armi davanti alla moglie.
“Non capisco proprio” disse Maria guardando il marito con aria sospettosa “che bisogno c’è di nominare le armi. Non vorrei che in quegli incontri dalla Giovanna…”
“Ma no, no, Maria!” esclamò il canonico con aria bonaria. “Lo sai che ci sono in giro delle teste calde e che perciò è bene che tutti si impegnino a starsene buoni. È per questo che sarà opportuno dire con chiarezza che c’impegniamo a confidare nella Madonna e nella nostra conversione, e non nelle armi umane. Altrimenti, perché facciamo il pellegrinaggio?”.
“Mah!” mormorò Maria poco convinta. “Sa lei, Monsignore, quello che conviene fare! Ma non vorrei che tra le teste calde ci fosse anche mio marito”.
“Ma no! Che cosa vai a pensare?” disse ancora il canonico cercando di sdrammatizzare. “Piuttosto ora dobbiamo completare l’organizzazione della giornata. Dopo la messa andremo su un prato a mangiare, sperando che il tempo lo permetta. Altrimenti dovremo trovare un posto riparato. Subito dopo il pranzo dobbiamo ripartire. Per fortuna le giornate sono ancora abbastanza lunghe. Ma è certo che arriveremo a casa piuttosto tardi”.
“Ne vale la pena!” disse Antonio. “Non sei contenta, Maria?” aggiunse rivolto alla moglie, con l’intento di distrarla dai suoi sospetti.
“Sì, certo” ripose la donna. “Ma lo sarei di più se non si fosse parlato di armi”.
“Su, basta così” disse il canonico alzandosi in piedi. “Ora sta’ tranquilla. Dunque accordatevi con gli altri e predisponete ogni cosa per la mattina dell’8 settembre. Da parte mia farò in modo che tutto sia pronto e che non manchi nulla”.

XIII

Nelle prime ore della mattina di giovedì 8 settembre 1796, la luna era ormai tramontata e soltanto un lieve chiarore stellare rischiarava leggermente le balze collinose del territorio compreso tra la costa a nord ovest di Sinigaglia e il convento di Santa Maria delle Grazie. Al primo canto del gallo, dai casolari campestri, alcuni piuttosto grandi e di buona fattura, altri più piccoli o anche assai modesti e malandati, uscirono, a piedi o su carretti trainati da bestie da soma, numerosi gruppi familiari, e tutti, facendosi luce con deboli lanterne, si affrettarono, sui sassosi sentieri, a raggiungere la bianca strada principale che conduceva alla Porta Lambertina.
Nello stesso momento, a centinaia di miglia di distanza, gli eserciti francese ed austriaco si preparavano ad affrontarsi nella sanguinosa battaglia di Bassano. Ma, ignari di tutto ciò, contadini e contadine, ragazzetti e ragazzette, bambini e bambine, pieni di eccitazione, incontrandosi lungo la strada che li conduceva al luogo dell’appuntamento con il canonico Giuliani, si scambiavano cordiali saluti e strette di mano.
In breve tempo si formò un lungo corteo che, procedendo con un certo disordine, faceva risuonare di un inconsueto vociare vivace e rumoroso le amene colline del contado, fino ad allora immerse nel silenzio e avvolte nel buio della notte e che ora insensibilmente emergevano dall’oscurità e si risvegliavano ad una nuova vita.
Ormai, infatti, come richiamate dalle esclamazioni dei pellegrini, le prime luci del giorno incominciavano a rischiarare il cielo orientale, riflettendosi nell’ampia superficie del mare, solcata da lievi increspature.
Il cielo era terso e si annunciava una giornata serena.
Gli animi dei pellegrini era pieni di gioiosa eccitazione. Bambini e bambine manifestavano nel modo più vivace il loro entusiasmo, con grida, risate e corse da una parte all’altra del corteo e facilmente sfuggivano al controllo dei genitori. La piccola Gemma, ormai cosciente di essere una signorina e una promessa sposa, si teneva modestamente raccolta accanto a sua madre sul carretto guidato da Antonio, mentre in cuor suo attendeva con ansia che Ludovico si aggiungesse al suo gruppo familiare.
Dopo circa mezz’ora di cammino, il corteo giunse in prossimità della Porta Lambertina. Ad attenderli, subito fuori le mura della città, vi erano sette carretti, uno con il carico di vino offerto dalla curia per il pellegrinaggio, e gli altri per le sei famiglie indigenti, che non avevano un loro mezzo di trasporto. In piedi, accanto ai carretti, vi erano Monsignor Giuliani e Ludovico, che già da un certo tempo attendevano con ansia l’arrivo dei pellegrini.
“Monsignore!” gridarono appena giunti a portata di udito molte voci, soprattutto femminili, del gruppo dei pellegrini. “Monsignor Giuliani! Grazie! Grazie di questa bella iniziativa! Che Dio glie ne renda merito!”
“Bene, bene!” rispondeva il Monsignore sorridendo. “Presto, ora. Le famiglie che non hanno un mezzo loro si sistemino nei carri procurati dalla curia. Fate tutto con ordine e attenti che i bambini non si facciano male. Tu Ludovico va’ pure con i Federici. Ma mi raccomando: giudizio! Renzo! Io vengo con voi. Va bene?”
“Benissimo, Monsignore!” esclamò Renzo togliendosi il cappello e facendo un rispettoso inchino al canonico. “Onoratissimo! Su, Concetta, mettiti dietro e fa’ posto al Monsignore”.
La moglie di Renzo fece a sua volta un inchino al canonico, sorridendo modestamente, e gli lasciò il posto accanto al marito, ritirandosi sul fondo del carretto.
Mentre le famiglie più povere, dopo aver espresso quasi con vergogna la loro gratitudine a Monsignor Giuliani, si sistemavano trepidanti e piene di ingenua allegria, per un lusso per loro così inconsueto, sui veicoli a loro destinati, Ludovico salì sul carro dei Federici e salutò tutti con cordialità, lanciando uno sguardo particolarmente affettuoso a Gemma. Quest’ultima abbassò modestamente il capo, stringendo fortemente la mano della madre, quasi a chiedere la sua protezione contro qualche non ben definito pericolo. Come era stato in precedenza convenuto, Claudio, il più grande dei fratelli di Gemma, lasciò il sedile accanto al padre, che guidava il carro, e cedette il posto a Ludovico.
“Ora” gridò ad alta voce il canonico, quando tutti si furono sistemati, “giriamo intorno alla città verso l’interno. Poi ci riavviciniamo al mare e seguiamo la costa fin verso Case Bruciate. Poi dovremo proseguire nell’entroterra. Coraggio! Possiamo andare!”
I cocchieri frustarono le bestie da soma e i carri si mossero. Il carro di Renzo, con sopra il canonico, precedeva il gruppo, seguito da quello dei Federici.
Mentre i carri, fiancheggiando le mura, giravano intorno alla città per raggiungere la strada lungo il mare, Gemma ammirava con gioioso stupore le verdi colline che si stendevano a perdita d’occhio in tutte le direzioni, rischiarate dal primo chiarore del giorno. Come era bella e immensa la sua campagna! Con il procedere del viaggio essa svelava una ricchezza sempre più abbondante, incomparabilmente più vasta di quanto ella aveva visto fino ad allora.
Quando la carovana, dopo aver girato intorno alle mura della cittadina, giunse sulla strada che fiancheggiava il mare e si avviò sulla via di Ancona, in direzione sud-est, lo sguardo della bambina si soffermò a lungo sulle acque dell’Adriatico, illuminate dal disco solare che sorgeva all’orizzonte dalle onde del mare.
Poi la ragazzetta timidamente posò gli occhi su Ludovico, che le voltava le spalle sedendo accanto al padre al posto di guida.
Quanto avrebbe desiderato essergli vicino e intrattenersi in colloquio con lui, senza la continua presenza della madre! Ma capiva che, finché erano soltanto fidanzati, e per di più in modo non ufficiale, non era conveniente che stessero insieme da soli.
Ormai sapeva interpretare i gesti, gli sguardi e le parole con cui egli esprimeva la sua premura verso di lei. Capiva quanto le fosse affezionato e per questo nutriva per lui una grande riconoscenza e un’assoluta fiducia. Se era vero, come le aveva detto la madre, che, come donna, la sua più sicura protezione in un mondo di uomini violenti e cattivi era trovare un uomo che le volesse bene e che fosse pronto a difenderla anche a costo della vita, ebbene, chi più Ludovico poteva svolgere questo compito? Che le volesse bene e che per lei sarebbe stato pronto a qualsiasi sacrificio non c’era alcun dubbio. Dunque di che doveva temere? Il suo dovere e il suo interesse, ma soprattutto la sua gioia, era di ricambiare il suo amore con assoluta e incondizionata fiducia.
Ora le voltava le spalle, ma ella era certa che stava pensando a lei e che avrebbe desiderato, se fosse stato possibile, di voltarsi a guardarla, o meglio di essere accanto a lei come quando le faceva le lezioni di scrittura.
A proposito delle lezioni di scrittura, una cosa che avrebbe voluto chiedergli era se, quando era venuto la prima volta a farle lezione, non avesse già, d’accordo con i suoi genitori, l’intenzione di fidanzarsi con lei. Veramente su questo punto pensava che non ci fosse neanche bisogno di interrogarlo, perché ormai, riflettendo su quanto era accaduto, si era convinta che Ludovico avesse pensato di sposarla fin dal principio. Ora, infatti, che sapeva interpretare il modo particolare con cui egli la guardava, le sembrava che anche prima, sebbene ella allora non ne fosse cosciente, il suo sguardo e i suoi modi verso di lei avessero la stessa intenzione affettuosa.
Questo pensiero la faceva sorridere e immaginava quanto Ludovico sarebbe rimasto stupito e imbarazzato quando ella le avesse detto di aver capito che egli aveva architettato tutto fin dal principio. Chissà quando se ne sarebbe presentata l’occasione! Ma prima o poi si sarebbe presentata, ed era una scenetta che non voleva perdere.
Naturalmente non lo avrebbe lasciato nell’imbarazzo, ma, sorridendogli affettuosamente, gli avrebbe detto di essere felicissima della scelta da lui fatta e del modo in cui aveva realizzato il suo desiderio.
Veramente Ludovico era molto buono ed ella doveva ringraziare Dio di averle concesso uno sposo come lui. Ora, in occasione di questo meraviglioso pellegrinaggio, nel più bel santuario del mondo, tutti e due insieme avrebbero messo il loro amore ai piedi della Vergine, pregandola di preservarli da ogni cosa che potesse dispiacerle e di condurli al più presto all’altare.
Certamente i tempi erano minacciosi e vi era il timore che la loro vita non sarebbe stata tranquilla e serena, come sarebbe avvenuto nei tempi passati. Ma ella aveva fiducia che, in occasione del pellegrinaggio, la Vergine santissima avrebbe steso il velo della sua protezione su di loro e li avrebbe condotti per una strada tranquilla fino a coronare la loro storia d’amore.
Intanto la carovana proseguiva il suo viaggio lungo il mare, mentre da tutti i carri si levava la voce implorante delle donne che recitavano il rosario. Anche Gemma si unì alla preghiera comune e affidò tutti i suoi pensieri alla sua madre celeste.
Ludovico, come Gemma aveva intuito, pensava sempre alla sua piccola fidanzata e ogni tanto si voltava per sbirciarla almeno per un momento. Che gioia provava ad andare insieme a lei e a tutta la sua famiglia al santuario di Loreto! Anche per lui era la prima volta e sentiva il suo fervore verso la Vergine crescere di minuto in minuto. Con tutta spontaneità si unì al coro delle donne che recitavano il rosario, tanto più che sentiva risuonare, tra le altre, la voce ingenua di Gemma che recitava le Ave Maria alle sue spalle nel solito latino storpiato dei contadini, al quale ormai aveva fatto l’abitudine. Aveva anche rinunciato a correggerla per non umiliare i suoi genitori. Del resto, neanche il canonico era mai intervenuto su questo punto, certamente per lo stesso motivo.
Giunta presso Case Bruciate, la comitiva voltò a destra per la strada che conduceva a Chiaravalle. Lì il Monsignore aveva previsto un momento di riposo presso il monastero dei monaci cistercensi. Poi avrebbero proseguito senza altre soste per Loreto passando alle spalle di Ancona.
Il programma fu rispettato. La carovana raggiunse il monastero di Chiaravalle, dove i pochi monaci ivi residenti accolsero i pellegrini con cordialità, offrirono loro acqua da bere – ma le donne non vollero accettarla per non interrompere il digiuno eucaristico e così potersi accostare alla comunione – e, dopo una breve sosta, li congedarono con affettuosi saluti e benedizioni.
La comitiva riprese il cammino con grande allegria. Tutti ammiravano le amene colline intensamente coltivate della campagna marchigiana, che si estendevano senza limiti in tutte le direzioni, punteggiata da casolari e da piccoli borghi e paesi. Per la maggior parte dei pellegrini era la prima occasione di vedere un mondo così vasto e vario, al di fuori del loro ambiente abituale.
Gemma non cessava di guardarsi intorno, scrutando con immenso stupore le verdi balze campestri, le rustiche case e la variopinta popolazione di contadini, donne del popolo, adolescenti, bambini e bambine che sfilavano senza interruzione sotto i suoi occhi.
“Guardate Ancona, il monte Conero e San Ciriaco lì a sinistra!” gridò ad un certo punto Monsignor Giuliani facendo un gesto con il braccio.
Verso nord, in lontananza, appariva l’imponente rilievo del monte Conero, con le mura romaniche della cattedrale di San Ciriaco, che sovrastava la città di Ancona. Tutti guardarono con curiosità e interesse in direzione della più importante città delle Marche. Pochi vi erano stati ed essa era considerata come un posto un po’ altolocato e distaccato dal resto del territorio, con il suo grande porto e la sua popolazione mista di cattolici, greci di religione ortodossa e giudei, che vivevano pacificamente insieme.
Pensando ai non cattolici di Ancona, le donne si fecero il segno della croce, alzando con timore gli occhi al cielo, e proseguirono nella recita ininterrotta del rosario.
Erano circa le dieci e mezzo del mattino, quando in lontananza, verso il meridione, apparvero, alte sulla campagna, la cupola e il campanile sovrastanti la basilica di Loreto, racchiusa entro la grande muraglia di protezione. Il canonico si alzò in piedi ed esclamò, indicando con il braccio la meta ormai vicina:
“Ecco, cari pellegrini! Ecco laggiù la nostra Gerusalemme! Lode alla madre di Dio, che si è degnata di far portare dagli angeli la sua umile dimora di Nazaret qui, nella nostra terra!”.
Gli uomini si tolsero il cappello e le donne si inginocchiarono facendosi il segno della croce. Da tutti i carri si levò un mormorio di ammirazione e di esultanza. Veramente agli occhi di quei semplici contadini il santuario che rendeva così preziosa e celebre in tutto il mondo la loro terra e che ora si presentava per la prima volta ai loro occhi stupiti era come una nuova Gerusalemme.
Anche Gemma si inginocchiò insieme alla madre, si fece con devozione il segno della croce e, intensificando le invocazioni alla Vergine, rimase come incantata ad ammirare la grande cupola che a poco a poco si approssimava e diveniva sempre più visibile.
Poi i suoi occhi caddero su un bambino e una bambina che, ridendo allegramente, si rincorrevano tra i cespugli accanto alla strada campestre.
“Che felicità” pensò “vivere in vista del santuario ed essere sempre sotto la protezione della madre di Dio!”
Intanto la carovana proseguiva il suo viaggio tra gli innumerevoli carriaggi e tendaggi dei pellegrini venuti a Loreto per la festa, accampati in un pittoresco disordine lungo le balze collinose su cui sorgeva il santuario e, dopo una ventina di minuti, percorsa con fatica la tortuosa strada d’accesso, giungeva presso le mura della celebre città mariana.

XIV

Varcate le mura della cittadina, la lunga carovana si arrestò e le numerose famiglie discesero dai carri, affollando, con un certo disordine, le stradine interne, selciate o in terra battuta.
Tutta la città era in festa per la ricorrenza dell’8 settembre. Le accoglienti case paesane erano rese ancor più aggraziate dalle decorazioni di fiori e drappi ricamati su balconi e finestre, schiere di pellegrini di ogni parte d’Italia e d’Europa, con i loro abiti caratteristici, percorrevano le strade, frammisti ai popolani del luogo, recitando preghiere e cantando inni alla Madonna, qua e là alcuni dragoni a cavallo, con la loro uniforme azzurra, controllavano la folla.
I fedeli di Sinigaglia – un centinaio di persone – in un primo tempo crearono un po’ di scompiglio e si sentirono imbarazzati e spaesati in mezzo a tanta gente estranea. Ma presto si adattarono alla situazione ed entrarono in amichevole conversazione con gli abitanti della cittadina, umile gente del popolo come loro, molto disponibile e gentile. Nello stesso tempo si sentivano come trasportati in un’atmosfera di letizia spirituale, quasi avvertissero la Madonna presente ad ogni angolo della città, celebrata dalle numerose immagini e decorazioni, ovunque diffuse, venerata dalle folle e onorata, a nome di tutti i popoli della terra, dagli esotici gruppi dei pellegrini stranieri.
Monsignore Giuliani si mise alla testa dei suoi fedeli e, con un po’ di fatica, riuscì a farli mettere in una certo ordine. Poi, dopo aver loro raccomandato serietà e raccoglimento, si incamminò davanti a loro verso il santuario, mentre le donne intonavano il rosario.
Dopo pochi minuti, percorse le stradine della città, la numerosa comitiva attraversò il portale d’ingresso della grande spianata e si trovò al cospetto della basilica lauretana.
Di fronte allo spettacolo della bianca facciata rinascimentale illuminata dal sole settembrino, della vasta piazza ricolma di pellegrini oranti, circondata da eleganti file di portici e da ridenti palazzi in mattoni dai colori tenui, tipici delle abitazioni marchigiane, e rallegrata dalla bella fontana al centro e da stormi di piccioni in volo, i semplici popolani di Sinigaglia emisero un mormorio di stupore e di ammirazione.
“Madre del cielo!” esclamavano le donne congiungendo le mani. “Ma questo è il paradiso!”
“Aveva ragione la Giovanna” disse uno dei contadini più anziani. “Abbiamo fatto bene a venire. Chissà come la ridurranno quelle bestie dei francesi!”
“La difenderemo noi!” mormorò un altro a bassa voce, per non farsi sentire dal canonico.
“Eh!” intervenne un terzo. “Guarda che oggi dobbiamo impegnarci a lasciar da parte le armi”.
L’altro alzò le spalle e mormorò:
“Si vedrà!”
Intanto Gemma, tenuta per mano dalla madre, guardava estasiata la candida facciata della basilica, illuminata dal sole mattutino.
“Oh, mamma!” esclamò. “Ma il paradiso non può essere più bello! Mi sembra di sentire che la Madonna è qui, è in quella chiesa bianca, è in questa piazza così grande e bella!”
“Sì, piccola mia!” rispose la madre commossa, stringendole le mano. “È proprio vero! Si sente che la Madonna è qui!”
“Ora” disse il canonico ad alta voce “entreremo nella basilica e ci prepareremo per la messa. Mi raccomando! Silenzio e rispetto per il luogo sacro. Seguitemi. Vi condurrò davanti all’altare dove dovrò celebrare la messa e poi andrò in sagrestia per prepararmi. Chi vuole avrà il tempo per confessarsi. Vi sono molti confessionali a disposizione. Tu, Ludovico, rimani accanto a me. Andiamo!”
Il gruppo si mosse, attraversò la piazza facendosi strada tra la folla dei pellegrini e raggiunse la scalinata di accesso al santuario.
“Chi è quel santo?” chiese una donna del gruppo a Monsignor Giuliani indicando la grande statua bronzea a sinistra dei gradini d’ingresso.
“Non è un santo” rispose sorridendo il canonico. “È il nostro grande papa marchigiano Sisto V”.
Tutti si fecero il segno della croce, ammirando la scultura del loro illustre concittadino. Poi le donne si coprirono il capo con il velo e tutti, seguendo il canonico, si diressero verso l’ingresso della chiesa
Entrati nella basilica, rimasero a bocca aperta alla vista delle bianche navate adornate da così varie e belle decorazioni e rese più splendenti dalla luce del sole mattutino.
La basilica di Loreto, costruita a partire dall’anno 1468, aveva subito molte importanti modifiche attraverso i secoli. In particolare, nel corso del secolo XVI erano state risistemate e decorate le cappelle delle navate laterali, del transetto e del capocroce, e le originali strutture gotiche, presenti soprattutto nel soffitto delle navate e dell’abside, giudicate “tedesche” e di cattivo gusto, erano state nascoste da volte a botte e ornate di preziosi stucchi.
Alla struttura architettonica e alla decorazione del sacro edificio, lungo circa 90 metri e con un transetto a croce latina di circa 60 metri, avevano contribuito numerosi eccellenti artisti tra i secoli XV e il XVIII, quali gli architetti Marco Cedrino, Baccio Pontelli, Giuliano da Sangallo, Bramante, Andrea Sansovino, Antonio da Sangallo il giovane, il pittore Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio, e lo scultore Tiburzio Vergelli.
In occasione della grande festa mariana le cappelle erano piene di fiori, di candele e di lampade, si sentivano risuonare gli accordi dell’organo e numerosissimi pellegrini affollavano gli spazi dell’edificio, intenti ad ascoltare le messe celebrate ai diversi altari o in processione per la visita alla Santa Casa.
La celebre reliquia, umile dimora terrena della Madre di Cristo, che secondo la tradizione era stata recata in volo dagli angeli da Nazareth, in Palestina, alla fine del secolo XIII, era racchiusa nel sacello marmoreo, meravigliosamente abbellito da sculture rinascimentali, nell’ottagono sotto la cupola del santuario, affrescata dal Pomarancio, dietro l’altare centrale dell’Annunziata. Quest’ultimo era così chiamato perché si trovava in prossimità della raffigurazione marmorea dell’annunciazione, sul sacello della Santa Casa. A quel tempo era sormontato da un baldacchino barocco.
Monsignor Giuliani guidò i suoi fedeli attraverso la navata principale della basilica fin presso l’altare maggiore, dove una messa era in corso di celebrazione. Indicò ai fedeli i molti confessionali disponibili lungo le navate della basilica e disse che lasciava loro un po’ di tempo per le confessioni delle donne, e possibilmente anche degli uomini. Poi, lasciando il gruppo sotto la custodia di Ludovico, si recò a sinistra del transetto ed entrò in una grande ala, distinta dal fabbricato della chiesa e splendidamente affrescata dal Pomarancio, chiamata sala del tesoro, nella quale erano raccolti tutti gli oggetti preziosi e gli ex-voto donati da personaggi illustri o da semplici figli del popolo, e che fungeva anche da sagrestia.
Il canonico, sebbene conoscesse già il luogo, non poté non rimanere ammirato dagli oggetti preziosi esposti sotto vetro nei grandi armadi lungo le pareti della sala: corone d’oro di vari sovrani d’Europa, statue e tele artistiche della Vergine e dei santi, calici argentei, portareliquie gemmati, innumerevoli testimonianze di grazie ricevute.
Il Monsignore rimase per qualche istante in silenzio a contemplare tante meraviglie. Ben presto gli addetti alla sagrestia lo riconobbero e gli dissero che, data la sua dignità di canonico, gli avrebbero riservato l’altare dell’Annunziata per la celebrazione della messa.
Il Monsignore ringraziò e rispose che avrebbe aspettato che i suoi fedeli avessero il tempo di confessarsi. Poi si raccolse in silenzio per preparare le parole di affidamento alla Vergine. Poco dopo gli si accostò un anziano sacerdote del posto con cui era in amicizia da molto tempo.
“Benvenuto, Monsignore” gli disse. “Vuole un predicatore durante la messa?”
“Buon giorno, caro!” rispose il canonico sorridendo all’amico. “No, grazie. Dopo la messa vorrei salire sul pulpito, perché con i miei fedeli dobbiamo fare uno speciale atto di consacrazione alla Madonna”
“Bene. La farò accompagnare”.
“Grazie! È sempre bellissima questa sala. Quanti tesori preziosi!”
Il sacerdote si guardò intorno quasi ad accertarsi che nessuno lo ascoltasse. Poi disse a bassa voce in tono apprensivo:
“Monsignore! Credo che presto porteranno tutto via”.
“Come?!” esclamò il canonico. “Cosa è questa storia?!”
“Ascolti. A Parigi le trattative con il governo francese si stanno arenando. Il Santo Padre sperava, e spera ancora, negli eserciti di Sua Maestà Imperiale, ma le prospettive non sono buone. I nostri inviati a Parigi hanno confermato che il Buonaparte ha ordine, da parte del suo governo, di depredare i tesori della Santa Casa di Loreto. Non sappiamo se e quando ciò avverrà, ma si teme il peggio e non c’è tempo da perdere. Prima che arrivino qui le sue mani rapaci è necessario portare via tutti gli oggetti preziosi. Saranno portati a Roma, forse al Castel Sant’Angelo. Mi piange il cuore di fronte a tanta desolazione, ma non c’è altro da fare”.
Il Monsignore impallidì.
“Siamo a questo punto!” disse scuotendo il capo preoccupato. “Durante la messa non mancherò di pregare la Madonna per questo santo luogo”.
Il sacerdote gli strinse la mano scuotendo anche lui il capo e si allontanò in silenzio.
Il canonico si guardò attorno sgomento, aggrottando la fronte. Le parole del suo amico lo avevano profondamente turbato.
Dunque la situazione stava veramente precipitando! L’indugio del Buonaparte nel nord per contrastare gli austriaci non doveva creare illusioni. Già i piani a Parigi erano stati fatti e non c’era dubbio che, una volta impostosi agli imperiali, il generale francese si sarebbe affrettato ad eseguire gli ordini e avrebbe portato la desolazione nel luogo santo.
Di tutto questo, naturalmente, i suoi fedeli non dovevano sapere nulla, pena la vanificazione del suo tentativo di placare gli animi e di scongiurare una sollevazione popolare armata. Doveva farsi forza e non mostrare all’esterno alcun segno di preoccupazione.
Quando pensò che la messa in corso fosse terminata e che i suoi fedeli avessero avuto il tempo di confessarsi, Monsignor Giuliani chiamò un accolito e gli chiese di accompagnarlo all’altare.
L’accolito lo precedette, portando un cestello con le ostie e le ampolline, ed egli lo seguì fino all’altare dell’Annunziata. Simulando a fatica i suoi sentimenti, il canonico rivolse un sorriso ai suoi fedeli, che intanto avevano occupato i primi banchi della navata centrale, gli uomini a destra e le donne a sinistra. Fece poi cenno a Ludovico che si accostasse all’altare per servire la messa. Appena il nipote si fu inginocchiato accanto a lui, fatto il segno della croce, intonò l’antifona iniziale del sacro rito:
“Introibo ad altare Dei”, alla quale Ludovico rispose con il versetto seguente: “Ad Deum qui laetificat iuventutem meam”.
La celebrazione proseguì con le solenni preghiere e letture latine. Ma Monsignor Giliani, come usava fare nelle messe domenicali e festive, volle leggere il testo del Vangelo anche in italiano.
Durante il canone eucaristico, recitato dal celebrante con somma devozione a bassa voce, i fedeli si inginocchiarono. Le donne chinarono il capo velato in profonda adorazione. Molte di loro sgranavano in silenzio la corona del rosario. Gli uomini prestavano invece meno attenzione alla messa, facilmente si distraevano dal rito e si guardavano intorno con curiosità.
Finita la messa, un accolito si accostò a Monsignor Giuliani e lo invitò a seguirlo fino al quarto pilastro, a sinistra della navata centrale, dove a quel tempo era collocato il pulpito.
Il canonico seguì l’accolito e salì sul pulpito affacciandosi al parapetto. Tutti i suoi fedeli si voltarono verso di lui.
«Carissimi» esordì Monsignor Giuliani con voce stentorea, «sappiamo tutti perché siamo qui. Non possiamo nasconderci che i tempi sono difficili. Gravi pericoli ci minacciano e purtroppo molti uomini scellerati oggi hanno perso anche il rispetto per la religione e per le sue sante leggi, e perciò dobbiamo temere che non siano disposti ad arrestarsi, nel fare il male, neanche di fronte ai giusti ammonimenti dei ministri di Dio, fossero questi vescovi, o lo stesso Santo Padre. Ma in questo santo luogo noi sentiamo che, al di sopra degli uomini, anche dei più potenti e orgogliosi, vi è la mano di Dio, a cui nessuno può sfuggire, e sentiamo altresì che Cristo, nostro Signore, non ha detto invano al suo discepolo prediletto, accennando alla santa Vergine, “Ecco la tua madre”. Vi sono molte madri qui tra noi, e tutti sappiamo bene che cosa significa una madre! Cosa non farebbe una madre per amore delle sue creature?! Ebbene, come una madre è pronta a dare la vita per i suoi figli, così noi siamo certi che Maria Santissima sarà pronta a fare ogni cosa per i figli che le sono stati affidati. E chi sono questi figli? Gesù ha detto “Ecco è la tua madre” al suo discepolo prediletto. Ma chi è il discepolo prediletto di Gesù? Tutti noi lo siamo! Tutti siamo suoi discepoli e per tutti noi egli ha un amore di predilezione, soprattutto se noi obbediamo ai suoi comandamenti e se ricambiamo con amorosa docilità l’amore della madre a cui egli ci ha affidati.
«Ora, cosa si aspetta da noi la Madre di Dio di fronte ai pericoli che ci minacciano? Si aspetta forse che noi, vedendo uomini scellerati, diventiamo a nostra volta scellerati anche noi come loro? O non si aspetta, piuttosto, che, ravvisando nei peccati la vera causa delle nostre sciagure, ammaestrati dalla sventura, ritorniamo in noi stessi e ci convertiamo abbandonando le nostre scelleratezze?
«Ora, dunque, cari fedeli, rivolgiamoci con fede alla madre che Gesù ci ha donato e impegniamoci a convertirci, una volta per tutte, dai nostri peccati e ad affidarci, non alle armi degli uomini, ma alla sua santa protezione, chiedendole che ella voglia essere per noi madre di misericordia e, come tale, tenerci tra le sue braccia e proteggerci da tutti i pericoli che incombono su di noi.
«Ora, carissimi fratelli, vi chiedo di associarvi tutti insieme ad una solenne rinuncia e ad un solenne affidamento».
A questo punto il Monsignore si sporse dal pulpito e, alzando le mani al cielo, esclamò:
«Rinunciate alle armi degli uomini, lasciando a Dio e a chi ne ha ricevuto da lui l’autorità di opporsi all’ingiustizia e alla violenza? Dite tutti insieme: rinunciamo!»
Tutti i pellegrini del gruppo risposero ad una sola voce:
«Rinunciamo!»
Poi il Monsignore riprese la parola ed esclamò:
«E ora tutti ci affidiamo a Maria, come alla più tenera della madri, con piena fiducia che ella saprà proteggerci da ogni male. Dite tutti insieme: ci affidiamo a te, santa madre di Dio!».
Le donne del gruppo si inginocchiarono e tutti i pellegrini insieme ripeterono:
« Ci affidiamo a te, santa madre di Dio!»
«Ed ora» aggiunse ancora il canonico, «cantiamo insieme le lodi della Vergine!»
Ciò detto, intonò un canto alla Madonna di Alfonso de’ Liguori, allora molto popolare.
«Salve, del Ciel Regina, Madre pietosa a noi. Proteggi i figli tuoi, o Madre di pietà».
Tutti i fedeli si unirono al canto e proseguirono intonando il ritornello e la successiva strofa:
«Vita dell’alme nostre, dolcezza di chi t’ama, speranza di chi brama la bella eternità.
« Alziamo a te la voce, d’Eva infelici figli. Esuli nei perigli, noi ricorriamo a te».
Finito il canto, il canonico aggiunse, indicando il percorso che dalla navata laterale destra conduceva dietro l’altare maggiore:
«Ora con ordine mettetevi in processione e, una famiglia per volta, andate a far visita alla Santa Casa e a chiedere alla Vergine Santissima tutte le grazie di cui avete bisogno, nel luogo stesso dell’annunciazione dell’angelo Gabriele e dell’incarnazione del Figlio di Dio. Se qualcuno vuole, può percorrere in ginocchio il perimetro che circonda la custodia della Santa Casa. Molti devoti e molti santi hanno fatto con frutto questo pio esercizio».
I pellegrini si disposero per famiglie e si avviarono verso la navata destra, accodandosi alla fila già molto lunga degli altri fedeli che erano in processione per la visita alla Santa Casa.
Ludovico si unì alla famiglia Federici, cercando di tenersi il più possibile vicino a Gemma. Ma la madre della ragazza, che non si scostava mai da lei, fece in modo di trovarsi tra la figlia e Ludovico. Quest’ultimo ne fu un po’ dispiaciuto, ma accettò con pazienza questo disappunto e lo offrì alla Madonna, chiedendole di proteggere la sua piccola fidanzata da ogni pericolo per l’anima e per il corpo.
Quando giunse, finalmente, il loro turno, i Federici insieme a Ludovico si accostarono al sacello e, attraverso la porta d’ingresso, entrarono all’inteno.
Varcata la soglia della Santa Casa, Gemma fu colta da un’improvvisa emozione. La vista della piccola dimora palestinese con la sua luce sommessa, con le sue povere mura in mattoni, affumicate dalle candele accese da tanti secoli dai fedeli, con la sua raccolta atmosfera familiare, quasi custodita dallo sguardo materno di Maria, la impressionò fino al punto di sentirsi quasi trasportata in una dimensione sopraterrena. Cadde in ginocchio e, fissando la statua nera della Vergine, collocata sopra l’altare, le parve che la Madonna la guardasse con un tenero sorriso materno.
«Mamma!» mormorò stringendo con forza la mano di sua madre. «La Madonna mi chiama! Mi vuole con sé!»
«Ma che cosa dici, piccola mia!?» esclamò Maria chinandosi, commossa e turbata, verso la figlia. «La Madonna è qui per proteggerti e per benedirti. Chiedile che ti conceda tutte le grazie di cui hai bisogno».
La bambina sembrò non udirla. Tenendo sempre gli occhi fissi sulla Vergine, allungò il braccio e prese per mano Ludovico. Il giovane, che aveva ascoltato con grande emozione e turbamento le parole della bambina, strinse la sua mano e le si avvicinò.
«Ludovico» mormorò la piccola, «inginocchiati e preghiamo insieme la Madonna!»
A questo punto la mamma non volle interferire e si scostò un po’ indietro. Ludovico si inginocchiò accanto alla sua fidanzatina con il cuore che avvampava di tenerezza verso di lei. Tenendosi per mano i due giovani rimasero per qualche minuto in silenzio, pregando la Madonna nel loro cuore.
Dopo un po’ Ludovico si volse leggermente verso Gemma e posò gli occhi su di lei. Vedendo il suo visino come trasfigurato nella contemplazione della Vergine, un pensiero inaspettato lo colpì:
«Madre del cielo!» esclamò in cuor suo. «Forse io non sono degno di una creatura così innocente! Oh, ti prego! Trasforma tu il mio cuore! Ottienimi la grazia di rendere il mio amore santo, come è santa questa tua figlia, di cui non sono degno!»
Ciò dicendo abbassò gli occhi e rimase raccolto in preghiera.
Dopo qualche istante Gemma si staccò da lui, si alzò in piedi, si gettò tra le braccia della mamma e scoppiò in un pianto dirotto.
Tutti le furono intorno, mentre la mamma, fortemente turbata e ansiosa, esclamava:
«Gemma, piccola mia! Che cosa ti succede? Perché piangi?»
«Non lo so, mamma! Ma sono tanto, tanto felice! Oh, non vorrei mai più uscire da questa casa così bella! Vorrei state sempre qui, insieme alla Madonna, e non lasciarla mai!»

XV

Dopo la messa e la visita alla santa dimora della Vergine, i pellegrini di Sinigaglia consumarono in allegra e cordiale fraternità il pasto portato da casa, con il vino offerto dalla curia, su un prato sotto le mura della cittadina. Intorno a loro vi erano numerosi tendaggi e carriaggi di pellegrini di altre parti d’Italia, e anche un carro proveniente dall’Ungheria. Ciò offrì l’occasione per conversazioni e scambi di gentilezze con i fedeli di diversa provenienza, tutti accomunati dalla fervente devozione alla Madre di Dio e dalla gioia di trovarsi presso il bel santuario, sorto a custodia della sua Santa Casa recata in volo dagli angeli, nel giorno solenne della sua festa.
Nel primo pomeriggio, finito il pranzo, dopo aver salutato cordialmente gli altri fedeli con cui erano entrati in conversazione, i pellegrini risalirono sui carri e ripartirono per tornare a casa.
Mentre la carovana lentamente si avviava verso il nord, lungo la strada sassosa, i pellegrini fissavano con nostalgia la cupola del santuario che a poco a poco si allontanava.
«Addio, bella basilica! Addio, Santa Casa di Nazareth!» mormorò una donna con le lacrime agli occhi. «Non ti vedremo mai più!»
Il marito, che le sedeva accanto, commentò con una certa durezza e con il viso scuro:
«Sarà meglio che non la vedremo più! Si avvicinano tempi duri per il santuario, e anche per noi!»
Non era difficile per l’incolto contadino essere un buon profeta.
Mentre i pellegrini si incamminavano pacificamente per la via del ritorno a Sinigaglia, nel nord-est d’Italia il comandante austriaco Wurmser, sconfitto a Bassano dai francesi, raccoglieva le sue ultime forze e, protetto validamente dal generale Ott, dopo una marcia forzata di qualche giorno, il 12 settembre entrava in Mantova con seimila soldati. Incalcolabili erano state le sue perdite, ma perdite non meno gravi egli aveva inflitte ai repubblicani.
Dopo qualche giorno il Buonaparte, riordinate le sue forze e lasciato un presidio a Mantova sotto il comando del generale Kilmaine, si recava a Milano per le solenni celebrazioni del quinto anniversario della repubblica francese.
L’assedio di Mantova si sarebbe protratto a lungo, grazie al valore del Wurmser, che, pur ridotto agli estremi a causa della difficoltà di procurare i mezzi di sostentamento, del gran numero di feriti e del clima malsano della città, oppose un’ostinata difesa alle forze assedianti francesi.
Giunto il Buonaparte a Milano, la guerra con l’Austria passò quasi in secondo piano di fronte al conflitto impari che egli si trovò ad affrontare per cercare, senza successo, di estirpare la mala pianta degli approfittatori e degli sciacalli, transalpini e italiani, che, godendo di innumerevoli protezioni dall’alto, anche nella capitale francese, si arricchivano spudoratamente ai danni delle popolazioni italiane e degli stessi soldati della repubblica. Questi ultimi, trovandosi a mal partito, a loro volta cercavano di rifarsi saccheggiando le proprietà dei privati, ricchi e poveri, nelle città e nella campagna, e commettendo ogni genere di violenza. Ad essi il generalissimo, nonostante il suo proclamato impegno di rispettare i beni e le persone e di punire severamente i colpevoli, di fatto lasciava mano libera, al fine di potersene servire per i suoi scopi di immoderata conquista.
Ma l’interesse del Buonaparte era rivolto soprattutto a rafforzare la presenza francese in Italia. Per questo da una parte provvedeva a firmare convenzioni e trattati di pace, favorevoli alla Francia, con Genova, con il regno di Napoli e con il ducato di Parma, dall’altra si impegnava con successo a strappare la Corsica all’Inghilterra e a creare uno stato nominalmente indipendente in Emilia. Con il regno di Sardegna, sul cui trono Carlo Emanuele IV era succeduto a Vittorio Amedeo III, rimaneva un accordo provvisorio. Venezia, da parte sua, non volle abbandonare la sua condizione di neutralità, nonostante le forti pressioni della Francia per un’alleanza antiaustriaca – in realtà studiata perfidamente al fine rendere ostile l’Austria a Venezia e così favorire la cessione della repubblica veneta all’impero in cambio dei Paesi Bassi e dell’accettazione della pace con la Francia – poiché il senato della repubblica veneziana aveva subodorato l’inganno.
A questo punto l’unico potentato italiano che rimanesse, almeno apertamente, in ostilità con la Francia era lo stato pontificio, avendo ormai, nel corso del mese di settembre, rinunciato a trattare. Esso non aveva una consistente forza politica o militare, ma disponeva pur sempre di un forte ascendente spirituale sulle popolazioni italiane, che, come abbiamo visto, in molti luoghi erano in fermento e pronte ad una sollevazione antifrancese.
L’atteggiamento delle autorità religiose verso questi fermenti era ambiguo. Nell’insieme vescovi e sacerdoti a diretto contatto con le realtà locali si mostravano contrari a una rivolta popolare, se pure con numerose eccezioni. Da parte sua il papa, chiuse ormai le trattative con Parigi e trepidante per le sconfitte degli austriaci, nei quali aveva confidato, non era alieno dall’approvarla, ed anche dal sostenerla. Di fronte all’aggravarsi del pericolo, negli ultimi mesi del 1796, il governo pontificio giunse a diffondere in tutto lo stato una lettera in cui si si invitavano vescovi, parroci, magistrati a incoraggiare i popoli, con il suono della campana a martello, a prendere le armi nel caso di invasione francese.
Questo manifesto, diffuso soprattutto ad opera dei parroci, avrebbe continuato a risuonare nelle orecchie delle popolazioni anche quando il precipitare della situazione politica avrebbe costretto il governo ponitifico a cambiare orientamento e a richiamare i popoli alla pace. Del resto, come si è detto, molti vescovi e sacerdoti, e anche molti nobili, vicini alle situazioni locali, non erano favorevoli alle sollevazioni popolari, tanto che qualcuno in seguito avrebbe ascritto alla loro mancata collaborazione il sostanziale insuccesso della lotta popolare contro le ruberie e le sopraffazioni francesi.
Il Buonaparte, messo in allarme da questi fermenti popolari favoriti dal governo di Roma, volle opporre al temuto fanatismo religioso dei “pretacci” – come egli li chiamava – una sorta di fanatismo civile, favorendo la formazione di uno stato repubblicano che riunisse insieme le province di Ferrara, Bologna, Modena e Reggio e creasse una propria milizia civica.
In questo egli fu favorito da un movimento che si andava formando tra gli uomini più avveduti, laici ed ecclesiastici, che, in seguito alle vittorie francesi, ormai almeno apparentemente consolidate, incominciavano a prospettare un effettivo miglioramento della società italiana. I più anziani procedevano secondo una linea più realistica e moderata, mirando a riformare con saggezza i diversi stati in cui era divisa la penisola, mentre i più giovani già accarezzavano il sogno di un’Italia unita.
I francesi guardavano con sospetto questi ultimi, e li chiamavano, esagerandone l’effettiva consistenza, la “lega nera”, mentre guardavano con simpatia e incoraggiavano gli altri. Ma esponenti di ambedue i gruppi riuscivano ad ottenere posti autorevoli nelle amministrazioni, sia francesi sia austriache, e preparavano il terreno per una rinascita d’Italia.
A livello nazionale questo primo movimento non ebbe efficacia, perché i vari governi in cui era divisa la penisola guardavano ognuno al suo proprio tornaconto immediato, né era possibile allora che sorgesse in Italia una personalità politica o militare capace di unificare e guidare un movimento a carattere nazionale.
Al contrario, in una prospettiva locale, nel milanese e specialmente in Emilia, questo nuovo spirito di moderata riforma civile non mancò di produrre i suoi frutti, se pure fragili e destinati, per il momento, a breve durata.
Come si è detto, il Buonaparte mirava a riunire le province di Ferrara, Bologna, Modena e Reggio. Tra esse la più agitata era Reggio, che mal sopportava il governo del duca di Modena. La notte del 25 agosto la città insorse e proclamò la propria libertà repubblicana e l’indipendenza dal ducato modenese. Il movimento di rivolta si estese nel territorio circostante, nella Lunigiana e nella Garfagnana, e fu salutato con entusiasmo dai milanesi. Ma il tentativo di far rivoltare la stessa città di Modena non riuscì, per la fedeltà della popolazione al suo duca. Quest’ultimo si trovava al sicuro a Venezia e da lì fece pervenire le proprie felicitazioni e la propria gratitudine ai suoi sudditi.
Ma Napoleone non era uomo da farsi arrestare da un primo insuccesso. Il 4 ottobre pubblicò a Milano un manifesto contro il duca di Modena pieno di pretestuose accuse di ostilità alla Francia. Fu revocata la tregua e Modena e Reggio furono poste sotto la protezione dell’esercito francese. Immediatamente Modena fu occupata, e il 13 ottobre vi faceva il suo ingresso Napoleone tra l’esultanza dei novatori.
Convocati i rappresentanti delle altre città emiliane, Napoleone li esortò, con la sua efficace abilità oratoria, a riunirsi in un’unica repubblica cispadana ed a creare una propria milizia civica. Solo con l’unità e la forza delle armi – egli diceva – si può edificare la libertà dei popoli.
Le sue esortazioni caddero su un terreno già ben disposto. Con grande entusiasmo gli emiliani accolsero il consiglio del Buonaparte e il 16 ottobre si riunirono a Modena deputati bolognesi, ferraresi, modenesi e reggiani per accordarsi sulla costituzione della nuova repubblica.
In questa riunione prevalsero i moderati e si misero da parte le antiche rivalità cittadine. Furono proposti saggi ordinamenti e si stabilì di armare una milizia di quattromila soldati a difesa della repubblica, sotto la protezione della Francia. La milizia cispadana fu modellata su quella lombarda, formatasi a Milano il 9 ottobre sotto il comando di Giuseppe Lahoz.
Ci si accordò di riunirsi ancora nel mese di novembre, per sancire la costituzione della nuova repubblica. Ma il previsto convegno si dovette rimandare, perché una nuova, già presentita, tempesta si affacciava all’orizzonte: alla fine di ottobre un minaccioso esercito austriaco scendeva in Italia dal Tirolo.
La prospera fortuna dei francesi in Italia aveva inizialmente fatto inclinare i governi della lega, compresa l’Inghilterra, a fare qualche passo in favore della pace. Da parte loro il direttorio a Parigi e Napoleone in Italia cercarono di far pressione sull’Imperatore perché si addivenisse ad un accordo. A questo scopo, da una parte gli si faceva balenare la possibilità di rifarsi della perdita dei Paesi Bassi con l’acquisizione dei territori veneziani, dall’altra lo si minacciava di danneggiare, tramite l’occupazione di Trieste, tutti i suoi possessi nell’Adriatico.
Al fine, poi, di aver territori da scambiare, per ottenere una pace favorevole, il governo francese cercava di fare accordi con Genova, per poterla poi consegnare al re di Sardegna in cambio della stessa Sardegna, oltre che di Nizza e Savoia, che egli non si stancava di rivendicare, e, come si è detto, con Venezia, per renderla ostile all’imperatore e così far apparire agli occhi di quest’ultimo accettabile l’occupazione dell’antica repubblica, con la quale egli era tradizionalmente in buoni e rispettosi rapporti.
Quanto a Mantova – il cui possesso costituiva in qualche modo il punto di equilibrio dell’egemonia in Italia dell’Austria ovvero della Francia – il governo francese, ormai aduso alle pretese più scellerate, ammoniva il valoroso Wurmser che, qualora non cedesse immediatamente la città, una volta conquistata, egli sarebbe stato processato alla stregua di un fuoriuscito francese.
Queste lusinghe e minacce da parte del direttorio e del suo generale in Italia, sommate alla connivenza di Parigi con gli sciacalli francesi e italiani nella penisola, confermano quanto ebbe a scrive lo storico Duff Cooper: quali che siano stati gli effetti a lunga scadenza della rivoluzione francese, il suo effetto immediato fu di procurare alla Francia il governo più corrotto che essa avesse mai avuto.
Le trattative di pace furono ben presto interrotte, soprattutto grazie alle vittorie che l’arciduca Carlo stava conseguendo in Germania, le quali risollevavano gli animi dei confederati a nuove speranze.
Come si è accennato, il punto nevralgico della situazione in Italia era il possesso di Mantova.
Ormai la difesa della città, nonostante l’ostinata resistenza di Wurmser, non era più sostenibile, a causa della penuria dei viveri, del numero dei feriti e delle malattie. A suo sostegno alla fine di ottobre scendeva dal Tirolo un nuovo esercito di più di cinquantamila uomini sotto il comando dell’Alvinzi, generale di artiglieria già pratico delle guerre d’Italia.
La minaccia per l’esercito francese, inferiore di numero, se pure sostenuto alle spalle dalle milizie italiche di Milano e della Cispadana, e alle prese con gravi problemi di sostentamento a causa degli approfittatori e delle inadempienze del governo di Parigi, era gravissima e il Buonaparte ne fu enormemente allarmato. Ma dopo un breve smarrimento, egli si rianimò e si impegnò ad affrontare il pericolo con lucidità e determinazione, approfittando soprattutto del difetto ricorrente degli austriaci, cioè la troppa lentezza nelle decisioni, alla quale egli seppe opporre un’eccezionale rapidità di movimento congiunta ad una geniale astuzia.
Del resto, anch’egli fece dei gravi errori, che causarono ingenti danni all’esercito repubblicano e in più di un punto misero in forse le sorti dei combattimenti.
La lentezza austriaca si rivelò micidiale per la loro causa soprattutto quando il generale Davidovich, dopo aver conquistato Trento e Rovereto, ai primi di novembre, con sanguinosissimi conflitti con i repubblicani francesi del Vaubois, che opposero una strenua e valorosa resistenza, anziché perseguire il nemico, senza lasciargli il tempo di riorganizzarsi, e ricongiungersi al più presto con il grosso dell’esercito imperiale, che, al comando dell’Alvinzi aveva passato il Brenta nei pressi di Bassano, si fermò per più di dieci giorni a Rovereto, permettendo così al Buonaparte di rovesciare l’esito della guerra.
In un primo momento la fortuna francese sembrò pericolosamente declinare. Infatti alla perdita di Trento e Rovereto si aggiunsero le sanguinose battaglie di Carmignano, del sei novembre, e di Caldiero, del 12 novembre, nelle quali il Buonaparte non riuscì a prevalere contro gli austriaci dell’Alvinzi e dovette infine ritirarsi a Verona dopo aver subito ingenti perdite.
Il generalissimo francese stava per perdersi d’animo e già gli si profilava la perdita definitiva di Mantova e un mutamento di fortuna in tutta Italia. Ma, come si è detto, le lentezze austriache e la sua pronta intraprendenza dovevano mettergli in mano la vittoria.
Mentre l’Alvinzi aspettava inutilmente che il Davidovich, superati i campi della Corona e di Rivoli, scendesse alle spalle del Buonaparte, lo stesso generalissimo austriaco, anziché perseguire immediatamente il nemico sconfitto e demoralizzato e correre alla liberazione di Mantova, indugiava per due giorni a Caldiero in deliberazioni.
L’animo del Buonaparte subito si riscosse. Alvinzi aveva lasciato il grosso delle artiglierie, delle munizioni, dei carri e dei bagagli a Villanova. Con una mossa geniale, la notte del 13 novembre Napoleone ordinò a Massena e ad Augereau di passare l’Adige a Verona, di correre lungo la ripa destra del fiume e di riattraversarlo a Ronco su un ponte di barche, in modo da piombare all’improvviso su Villanova passando per Arcole. In tal modo il generalissimo francese avrebbe ottenuto, non solo di sorprendere gli austriaci alle spalle, ma anche di richiamare verso Villanova l’Alvinzi, impedendogli così di ricongiungersi con il Davidovich.
Questo capolavoro di strategia militare fruttò la vittoria al Buonaparte, nonostante gli errori da lui commessi, che gli costarono perdite ingenti di soldati e di munizioni e gravi danni, con il rischio di danni peggiori, non soltanto per i suoi ufficiali, ma anche per sé stesso.
L’Augereau, giunto il 15 novembre presso il ponte di Arcole sul torrente Alpone, che egli doveva attraversare per raggiungere Villanova, vi fu fermato dalle poderose artiglierie poste dagli austriaci a difesa del ponte. Ben presto alla battaglia accorsero tutte le forze disponibili dell’una e dell’altra parte.
L’epico conflitto si prolungò per tre giorni per l’ostinazione di Napoleone di volere a tutti i costi forzare il ponte di Arcole, forse nella speranza di replicare la gloriosa giornata di Lodi. Ma questa volta gli eroici sforzi dei soldati francesi, dei loro comandanti e di Napoleone in persona – che poco mancò che cadesse nelle mani del nemico – non riuscirono a prevalere sulla possente artiglieria austriaca.
Convintosi, infine, di dover cambiare strategia, dopo un tentativo andato a monte il 16 novembre, nella notte tra il 16 e il 17 il Buonaparte riuscì a costruire un ponte di barche sull’Alpone, verso il luogo in cui esso si getta nell’Adige, in modo da evitare il ponte di Arcole.
La mattina del 17, assecondato dall’intrepido Massena – che fu il principale artefice della vittoria – l’Augereau passava l’Albone e si gettava sulla sinistra degli austriaci. La mischia durò a lungo con esito incerto, finché il prevalere di Massena sul fianco destro e l’arrivo di nuove truppe francesi da Legnago forzarono gli austriaci a cedere il campo.
Ritirandosi l’Alvinzi verso il vicentino, i suoi soldati si dettero ai più sfrenati eccessi nei già desolati paesi.
Intanto finalmente il Davidovich, sconfitto il Vaubois e impadronitosi di prigionieri e di cannoni, si avvicinava a Verona. Ma era ormai tardi. Il Buonaparte, vittorioso ad Arcole, lo debellava a Campara.
Gli austriaci si ritirarono nel vicentino, nel padovano e sulle rive del Brenta, sconfitti ma non annientati e pronti a rimettersi in campo una volta che avessero ricevuti nuovi rinforzi da Vienna. Da parte sua Wurmser, nonostante il mancato soccorso e il deteriorarsi della sua situazione, persisteva eroicamente a difendere Mantova, riuscendo anche, con improvvise sortite, a procurarsi viveri e munizioni.
Napoleone era ben cosciente dell’incombere minaccioso di un nuovo sforzo bellico da parte degli imperiali. Ma la vittoria di Arcole gli aveva dato una certa sicurezza e anche un po’ di respiro.
In questa condizione potevano ormai riprendere le trattative per la creazione della repubblica cispadana.


XVI

Le quattro città che avevano partecipato al convegno di Modena del 16 ottobre erano in fermento. Il 4 dicembre si tenne un’assemblea a Bologna, nella cattedreale di San Petronio, per l’accettazione della nuova costituzione della repubblica bolognese, che fu approvata a larghissima maggioranza dai rappresentanti del popolo. Prima della votazione fu cantato l’inno allo Spirito Santo e dopo l’approvazione della costituzione si eseguì il Te Deum. Vi furono poi festeggiamenti per tutta la città. Ovunque si respiravano gioia ed esaltazione.
Lo stesso clima di entusiasmo fuor di misura si registrò a Reggio il 27 dicembre, quando i rappresentanti delle quattro maggiori città emiliane si ritrovarono per sancire l’unione dei loro popoli in un solo stato. Bologna inviò trentasei delegati, Ferrara venti, Modena ventidue, Reggio ventidue.
Il Buonaparte avrebbe voluto che il convegno si tenesse prima e che vi partecipassero soprattutto nobili, preti, cardinali e cittadini autorevoli. Egli, infatti, da una parte intendeva incutere timore al papa, quando ancora si poteva sperara in una ripresa delle trattative, dall’altra, con un realismo del tutto estraneo all’estremismo giacobino, inclinava verso un governo aristocratico e non vedeva di buon occhio i mestatori democratici e popolari. Ma le operazioni militari non permisero di riunire il consesso prima di quella data e, da parte loro, i commissari del direttorio, Garrou e Saliceti, ignorando le direttive del Buonaparte, favorivano gli elementi più democratici.
Sebbene Bologna tenesse ad una sua supremazia e fosse un po’ gelosa della propria forma di governo, già votata il 4 dicembre, l’entusiasmo per l’unione prevalse ed essa fu accettata all’’unanimità.
L’euforia salì al massimo grado e ad essa si associarono i delegati di Milano, che portarono le loro felicitazioni ai connazionali. Da dichiarazioni e discorsi sembrava che si fosse alla vigilia di una rigenerazione di tutta Italia nella fratellanza e nella libertà, sotto la protezione della pretesa generosità della repubblica francese.
Il congresso si prolungò fino al 9 gennaio dell’anno succesivo e ricevette incoraggiamenti dal generale Marmont, inviato di Napoleone, e dal Buonaparte in persona, il quale esortò la neonata repubblica a completare l’opera della libertà riconquistata con l’organizzazione di un’efficace forza militare, e aggiunse che il nuovo stato, più fortunato della Francia, aveva conquistato la libertà senza delitti e spargimento di sangue.
Ma Napoleone e i sui generali non furono ugualmente soddisfatti quando il moto di rinnovamento civile si diffuse anche a Milano, tanto che il generale Baraguey d’Hilliers, comandante della piazza della città, fece arrestare i capi del movimento.
Il 9 gennaio Napoleone in persona intervenne al convegno di Reggio, chiamò a sé due delegati e fece radunare il congresso in forma segreta la mattina stessa perché si stabilisse di sospendere la giunta generale, di mantenere per il momento i governi provvisori delle quattro città e di affidare ad un comitato l’incarico di scrivere entro dieci giorni la nuova costituzione, che sarebbe stata poi presentata in una successiva assemblea a Ferrara.
Del convegno di Reggio, dopo tanto entusiasmo, rimaneva ora soltanto il principio di voler formare una repubblica «una e indivisibile».
In realtà il Buonaparte si era mosso così all’improvviso perché il giorno precedente, 8 gennaio, la prima avanguardia dell’esercito austriaco, di nuovo sul piede di guerra, sotto la guida di Provera, era uscita da Padova e, prevalendo sulle forze francesi, aveva occupato Bevilacqua, con l’intenzione di passare l’Adige e poi correre in soccorso di Mantova.
L’esercito imperiale, infatti, era stato riorganizzato dall’Alvinzi con l’apporto di genti del Tirolo, del Reno, dell’Ungheria e degli stati ereditari, e anche con quattromila giovani, molti dei quali provenienti dalle prime famiglie viennensi, che, per patriottismo e fedeltà al Kaiser, avevano lasciato le comodità di una vita agiata per riscattare l’onore dell’impero e riacquistargli i territori perduti in Italia.
Napoleone si faceva beffe di questi giovani “novellini”, ma la prova dei fatti dimostrò che essi erano, invece, valenti soldati, capaci di mettere in seria difficoltà l’avversario.
L’Alvinzi aveva ordinato l’esercito in tre corpi principali, dei quali il centro, sotto il comando di Quosnadovich, doveva dirigersi verso Verona, per congungersi poi con il grosso dell’esercito, che scendava a destra dal Tirolo, mentre la sinistra, guidata da Provera avrebbe dovuto pasare l’Adige nei pressi di Porto Legnago.
Lo sforzo maggiore doveva essere fatto dall’ala destra tra l’Adige e il Mincio, ma, per confondere il Buonaparte, l’Alvinzi, oltre ad inviare Quosnadovich contro Verona e Provera a passare l’Adige, aveva mandato il fuoruscito francese Laudon con una truppa di soldati armati alla leggera contro Brescia e un altro contingente a rumoreggiare verso Ferrara e Bologna, dove Napoleone stava organizzando la guerra contro il papa. Quest’ultimo, infatti, rotte le trattaive con la Francia e sperando in un successo austriaco e in una consguente sollevazioni delle popolazioni italiane, come anche in una risoluzione antifrancese del regno di Napoli, si preparava allo scontro e aveva fatto radunare le sue truppe sulle rive del Senio.
Anche Napoleone aveva ricevuto nuove forze dalla Francia, sebbene il suo esercito non eguagliasse i cinquantamila uomini dell’esercito austriaco. Egli aveva diviso le sue truppe in cinque schiere, tra Mantova, Verona, le sponde del Brenta, l’accesso al Tirolo e il territorio tra Brescia e il Garda inferiore. Appena gli giunsero le notizie dell’avanzata dell’esercito Austriaco, da Bologna comandò a duemila soldati, già pronti per la guerra contro il papa, di raggiungere l’Augereau, accorso da Verona a difendere le rive dell’Adige contro Provera.
Ma il Buonaparte era incerto sulle intenzioni del nemico, il quale cercava appositamente di nascondere le sue intenzioni attaccando contemporaneamente su più fronti.
La mattina del 12 gennaio il generale francese, dopo essere passato per Mantova, si dirigeva a Verona, dove Massena era impegnato a contrastare Quesnadovich. Nello stesso tempo Provera avanzava sull’Adige, e riusciva a passarlo, se pure con difficoltà, il giorno 13, e l’Alvinzi, in Titolo, sconfiggeva Joubert e lo costringeva a ritirarsi nella fortificazione di Rivoli.
Napoleone si fermò a Verona, cercando di indovinare le intenzioni degli austriaci. A questo punto gli venne in soccorso una spia.
Come, quando era stato trascinato dal suo cavallo nelle paludi di Arcole, il Buonaparte era stato salvato da un veneziano – il quale non sapeva quale tiro mancino il generale francese stava tramando, e avrebbe poi condotto a termine, contro la sua patria – così a sollevarlo ora dall’imbarazzo fu un veronese, che parteggiava per i francesi, ma che, nello stesso tempo, era amico dell’Alvinzi. Potendosi intrattenere con quest’ultimo per tre giorni, ebbe tutto l’agio di trovare e copiare il piano di guerra del generale austriaco e di affidarlo, una volta tornato a Verona ad un certo Pico, piemontese, ma ribelle alla monarchia sarda e già da tempo ricoverato in Francia. Immediatamente Pico consegnò il prezioso documento al Buonaparte.
Furono, dunque, gli stessi italiani guadagnati alla rivoluzione a favorire il generale francese, non sempre, però, a beneficio della loro patria.
Questa informazione segreta, insieme all’incredibile rapidità di movimento del Buonaparte, gli assicurò la vittoria.
Saputo che il principale sforzo del nemico sarebbe partito dal Tirolo per colpire tra l’Adige e il Mincio, Napoleone immediatamente ordinò a Massena e ai principali corpi repubblicani di recarsi in Tirolo, e lui stesso si mise in marcia la notte del 13.
Non era ancora spuntata l’alba del 14 gennaio, quando il Buonaparte, giunto sul luogo del conflitto, assaliva l’esercito imperiale. L’Alvinzi, che aveva previsto uno scontro con il solo Joubert, e aveva perciò diviso le sue forze in gruppi distinti, ebbe la sorpresa di trovarsi di fronte quasi l’intero esercito repubblicano. Ritirarsi sarebbe stato rovinoso. Non gli restava altra scelta che quella di affrontare il conflitto nella situazione di disorientamento e di svantaggio in cui si trovava.
Già alle cinque del mattino la battaglia infuriava e ben presto lo sforzo maggiore di ambedue gli eserciti si concentrò sulla fortificazione di Rivoli.
Prodigi di valore furono fatti da ambedue gli schieramenti e la sorte della battaglia rimase a lungo in bilico, in uno scontro che, al suo tempo, fu stimato il più epico fatto d’armi che fosse mai avvenuto.
Infine, soprattutto grazie all’impossibilità degli austriaci di raccogliere insieme le forze, che secondo il piano originario dell’Alvinzi erano state separate, e al valore del Buonaparte e dei suoi generali, la fortuna arrise ai repubblicani e gli austriaci dovettero ritirarsi disordinatamente verso il nord, inseguiti da Joubert.
Intanto, però, Provera si avvicinava pericolosamente a Mantova, minacciando così di ribaltare l’esito della guerra. Immediatamente Napoleone, appena debellati gli austriaci in Tirolo, corse verso Mantova, portando con sé Massena. Ancora una volta la straordinaria velocità dei movimenti del generale corso doveva rivelarsi decisiva.
Dopo un primo momento, in cui Provera, con il soccorso di Wurmser, sembrava prevalere, il generale austriaco, circondato da ogni parte dalle truppe accorse dal Tirolo, dovette arrendersi.
Con la sua schiera furono fatto prigionieri anche i volontari di Vienna, i quali, condotti in Francia, furono trattati con ogni riguardo dai vincitori, che erano rimasti ammirati dal loro eroismo, dettato da amor di patria.
Ormai i giorni di Mantova erano contati e tutta l’Italia era sottomessa al generale francese, o per conquista, o per terrore.
Napoleone non volle lasciare l’opera a metà e, senza alcun indugio, continuò a perseguire i resti dell’esercito austriaco, ricacciandolo verso Bolzano e il Cadore. Vicenza, Padova, Treviso, lo stesso Tirolo e la città imperiale di Trento erano ormai in mano francese.
La caduta di Mantova era soltanto questione di tempo. Essa avvenne, infatti, il 2 febbraio.
Wurmser, vedendo il presidio ormai scemato per le frequenti morti e indebolito per le febbri pestilenziali, gli ospedali e le case piene di soldati moribondi, la popolazione ridotta alla fame e tormentata dalle malattie, senza che si potessero avere nuove scorte di alimenti e di farmaci, era ormai incline ad arrendersi. Nella città assediata, già celebre per le memorie di Virgilio e dei Gonzaga, regnavano la fame ed il più desolato squallore e, quando pervenne la notizia che trentadue barche cariche di vettovaglie inviate dall’Alvinzi, nel tempo in cui questi era ancora nella possibilità di farlo, erano state depredate dai francesi, il generale austriaco capì che non c’era più speranza di sostenere l’assedio.
Dopo qualche trattativa con il Serrurier, si raggiunse l’accordo che il presidio uscisse onoratamente, secondo l’uso di guerra, deponesse le armi fuori della barriera e restasse prigioniero fino agli scambi; Wurmser, i suoi aiutanti, duecento soldati e cinquecento civili uscissero liberamente e, rinunciando a militare contro la Francia per tre mesi, raggiungessero Gorizia attraverso Legnago, Padova e Treviso.
Il Buonaparte non volle essere presente alla cessione di Mantova, forse per riguardo al vecchio generale austriaco, del quale – cosa rara in lui – scrivendo al direttorio, fece un caldo e sicero elogio, sottolineando il suo coraggio invitto, nonostante i suoi settant’anni e l’avversa fortuna. Dopo la sconfitta di Bassano egli aveva avuto l’animo di attraversare fiumi, prostrare le resistenze dei repubblicani e raggiungere Mantova con una marcia forzata di cinque giorni. Più volte aveva fatto sortite con i suoi soldati malandati per le infermità e, se pure la sorte gli era stata avversa, aveva sempre combattuto da valoroso, né, certamente, sarebbe mancato all’eroico maresciallo l’immeritato biasimo da parte dei malevoli.
Ormai il Buonaparte poteva proseguire indisturbato l’invasione dello stato della Chiesa, già proclamata ed avviata prima della cessione di Mantova.

XVII

Dopo il pellegrinaggio a Loreto dell’8 settembre, nel territorio di Sinigaglia, come in tutta la Marca di Ancona, si respirava un’aria di grande tensione. Sebbene al momento i francesi fossero impegnati a conbattere contro l’Austria, notizie allarmanti venivano dalla vicina Romagna, a diretto contatto con la nascente repubblica cispadana.
Alle persone meglio informate, come Monsignor Giuliani, non erano ignoti i preparativo del Buonaparte per una spedizione militare contro lo stato pontificio. A conferma di ciò, ben presto giungeva la lettera del governo di Roma che invitava le popolazioni a suonare le campane a martello e a resistere all’imminente invasione francese.
Il manifesto fu fatto conoscere dai parroci e risvegliò l’animo battagliero di molti popolani, tra i quali i contadini che avevano frequentato la casa della vedova Giovanna ed avevano poi fatto il pellegrinaggio a Loreto. Ma le autorità locali non erano favorevoli alle direttive del governo centrale, tanto che il luogotenente di Sinigaglia scrisse al gonfaloniere, residente ad Urbino, di “non fare alle truppe francesi veruna opposizione, che anzi siano trattate con tutta l’amicizia e si somministri loro tutto ciò che può bisognare”.
Monsignor Giuliani condivideva questi sentimenti di prudente moderazione, ma non gli era facile ammansire gli animi degli indocili contadini del territorio, surriscaldati dal bellicoso manifesto proveniente da Roma.
A ciò si aggiungeva che verso la fine dell’anno il generale Colli, distintosi nelle guerre della coalizione austro-sarda in Piemonte contro l’invasione francese ed ora nominato generale delle truppe pontificie, era passato per Sinigaglia per un’ispezione delle difese militari.
La tensione era già altissima, quando giusero le notizie sulla sconfitta degli austriaci a Rivoli, del 14 gennaio, e sulla successiva rapida organizzazione di un esercito franco-italico pronto ad invadere lo stato pontificio.
La signora Maria non aveva ormai più il coraggio di fare aperta opposizione al marito, che, insieme agli altri contadini della zona, aveva ripreso a frequentare le riunioni serali nella casa della vedova Giovanna. Ma in cuor suo la povera donna era lacerata da una crudele ansietà, e, mentre cercava in tutti i modi di tenere Gemma all’oscuro di quanto stava accadendo e vigilava sui figli maschi perché non si immischiassero con le segrete attività del padre, appena ne aveva l’occasione si sfogava con Monsignor Giuliani e con Ludovico e li implorava di fare qualche cosa per convincere il marito a rimanere fuori dalle torbide trame dei contadini della zona.
Si trattava, però, di un compito molto arduo, per non dire impossibile, perché Antonio evitava di affrontare il discorso con il canonico e con suo nipote e, se era messo alle strette, negava la fondatezza dei sospetti della moglie e offriva insincere assicurazioni. Monsignor Giuliani e Ludovico dovettero presto capire che la situazione stava sfuggendo loro di mano.
Dopo l’attesa febbrile del mese di gennaio, la situazione precipitò. Il Buonaparte proclamò la fine dell’armistizio con il papa e il due febbraio truppe francesi, transpadane, cispadane e polacche – queste ultime, costituite da disertori e da prigionieri austriaci, si sarebbero ben presto distinte nelle guerre italiche – sotto il comando del generale Victor, si scontravano con le truppe pontificie presso il fiume Senio. Lo scontro era impari: i pontifici erano male armati e male organizzati e lo stesso generale Colli non era presente al conflitto. Ben presto le truppe papaline dovettero cedere il campo.
Sconfitti i pontifici, rapidamente gli invasori occuparono, una dopo l’altra, le cittadine del litorale adriatico, accolti da una parte della popolazione, soprattutto borghesi, ma anche membri della nobiltà e del clero, come liberatori.
Il 5 febbraio i repubblicani entravano a Pesaro, la notte tra il 5 e il 6 occupavano la fortezza di San Leo, il 6 entravano a Fano, il 7 a Senigaglia, l’8 ad Ancona, dove il Colli – che nel frattempo aveva ordinato il già progettato tresferimento a Roma dei tesori della Santa Casa di Loreto – tentò un’ultima resistenza.
Respinto il generale pontificio verso Foligno e Spoleto, e poi verso Roma, quasi tutte le Marche cetro-settentrionali e la maggior parte dell’Umbria cadevano in mano del Buonaparte.
L’8 febbraio Monsignor Giuliani assisteva con grande costernazione all’ingresso del generalissimo francese a Sinigaglia, accolto con onori trionfali dai novatori, che vedevano in lui il nuovo Brenno, venuto a restituire ai discendenti dei Galli Senoni la loro libertà. Tra grandi festeggiamenti, si piantò l’albero della libertà e si proclamò l’istituzione della municipalità repubbicana.
Il pomeriggio del giorno successivo, quando Ludovico si presentò in casa dei Federici, Gemma gli si precipitò tra le braccia tutta piangente, senza che Maria facesse nulla per trattenerla.
“Cosa sta succedendo?” esclamò la ragazza con voce angosciata. “Papà e mamma non mi dicono niente e continuano a ripetere che va tutto bene e che devo restare tranquilla. Ma si sentono tante voci intorno, c’è tanta agitazione! Ho visto anche delle truppe di solodati a cavallo che andavano verso la città. Oh, Ludovico, ti prego, dimmi la verità! Che cosa succede! Questa notte ho sofferto tanto! Mi sembrava che il nostro bel santuario di Loreto andasse in fiamme. Dimmi che non è vero! Ti prego, dimmi che non è vero!”
Ludovico, emozionato e confuso, abbracciò con tenerezza la ragazza e cercò di confortarla.
“Non essere turbata, Gemma! Abbi fiducia in Dio. No, non è vero che Loreto è in fiamme. I francesi sono entrati nella Marca e sono venuti anche qua. Ora vanno verso Ancona, ma per il momento la nostra città è tranquilla. Ricordati che ti sei consacrata alla Madonna e che devi avere fidcia in lei. E poi c’è la tua famiglia che ti protegge e ci sono io. Lo sai che sarei pronto a dare la vita perché non ti succeda nulla di male”.
“Oh, sì, Ludovico! Lo so che tu mi vuoi bene. Ma ho tanta paura!”
“Stiamo tranquilli e rimettiamoci nelle mani di Dio. Ora calmati e diciamo insieme il rosario, ve bene?”
“Sì, Ludovico!” disse Gemma svincolandosi da lui e tenendo gli occhi bassi, quasi vergognosa di essersi permessa troppa confidenza con lui e di avre mancato di fiducia in Dio.
Anche Maria, che era rimasta in un angolo trattenendo a stento le lecrime, si avvicinò e, prendendo la figlia per mano, disse:
“Su, Gemma, ascolta quello che ti dice Ludovico. Ora calmati, sediamoci e diciamo insieme il rosario. La Madonna ci proteggerà. Ma noi dobbiamo confidare in lei, altrimenti che fede è la nostra?!”
“Hai ragione, mamma! Perdonami, Ludovico se non sono stata al posto mio!”
Ludovico, guardando la sua piccola fidanzata con ammirazione e tenerezza, le fece una carezza di incoraggiamento e disse:
“Non hai nulla di cui scusarti, cara. Ora sediamoci e preghiamo insieme la Madonna”.
Tutti e tre si accomodarono attorno al tavolo e incominciarono la recita del rosario.
Sebbene cercasse di nasconderlo, Ludovico era fortemente turbato per la drammatica situazione in cui versava tutto il territorio a causa dell’invasione francese, dello scioglimento repentino del governo pontificio e della costituzione di effimere municipalità locali.
Gli era giunta anche la voce che proprio quel giorno le truppe francesi erano entrate a Loreto ed avevano incominciato a depredare il santuario e il palazzo apostolico. Nonostante le sue gravi preoccupazioni, egli comprendeva che non era il caso di far sapere queste cose alla piccola Gemma, la quale, dopo il pellegrinaggio dell’8 settembre, aveva sempre nel cuore la fortissima dolce emozione che aveva provato nella Santa Casa e ripensava al santuario come ad un luogo celestiale.
Finita la recita del rosario, Ludovico, Maria e Gemma rimasero in conversazione, cercando di farsi coraggio a vicenda.
Era ormai quasi sera, quando Antonio e i fratelli di Gemma rientrarono dai lavori dei campi.
“Buona sera, Ludovico!” disse Antonio, accomodandosi al tavolo accanto al giovane. “Che novità ci sono?”
Ludovico notò nello sguardo del suo futuro suocero un lampo di furbizia. Certamente Antonio doveva essere bene informato sulla situazione, grazie ai contatti con gli altri contadini della zona, che erano in fermento e pronti ad una sollevazione antifrancese. Antonio, però, cercava di nascondere queste trame, sia per non allarmare la moglie e la figlia, sia perché non voleva che Lodovico e il canonico intervenissero di nuovo per cercare di impedire ai contadini di organizzarsi. Ormai su questo punto, dopo che il parroco della chiesa del Porto aveva informato i fedeli del manifesto di resistenza diffuso dal governo di Roma, si sentiva più sicuro.
Anche Ludovico e Monsignor Giuliani, in seguito al manifesto pontificio, capivano di avere le mani legate e che erano in qualche modo impediti di intervenire, almeno direttamente. In conversazioni private con i popolani più moderati ambedue, come facevano molti membri del clero, cercavano di pacificare gli animi e di prospettare i pericoli di una corsa alle armi e l’opportunità di cercare un accordo con gli invasori per limtare i danni. Ma dovevano rassegnarsi al fatto che questo discorso ormai con Antonio non funzionava.
Lo aveva capito anche Maria, la quale, se pure agitata da una crescente ansietà e sempre con gli occhi rossi per il pianto, non provava più neanche a trattenere il marito quando egli usciva la sera per incontrarsi con gli altri contadini della zona.
Alla domanda di Antonio, Ludovico rispose accennando alle voci sull’avanzata dei francesi e, dopo aver osservato che ormai si era fatto tardi, dette una carezza affettuosa alla sua fidanzata, salutò i suoi futuri suoceri e si avviò verso casa.
Uscito Ludovico, Antonio si unì alla sua famiglia nella consueta recita del rosario. Poi si mise a tavola cercando di mostrarsi tranquillo.
Dopo cena disse che doveva sistemare qualche cosa nella stalla dei buoi e uscì di casa. Maria non fece commenti, ma sapeva bene che il marito, dopo essere stato nella stalla, sarebbe andato al solito incontro serale con i contadini più scalmanati. Si fece il segno della croce sospirando e cercò di mostrarsi indifferente, per non mettere in sospetto Gemma e i suoi fratelli. Di essi la preoccupava soprattutto Claudio, il maggiore, il quale mostrava, con i suoi sguardi furtivi, quanto avrebbe desiderato accompagnare il padre. Fortunatamente – pensava Maria – lo tratteneva il rispetto per la madre, di cui intuiva la lacerante preoccupazione.
Come Maria aveva previsto, Antonio, dopo essere stato qualche minuto nella stalla, si avviò per il sentiero di ingresso, prese la strada principale e in pochi minuti raggiunse la casa della vedova Giovanna.
Già numerosi contadini si erano radunati nella stanza del camino e si stavano scaldando al fuoco.
“Ci sono novità?” chiese Antonio entrando.
“Sì, purtroppo!” rispose uno dei più giovani. “Oggi quei maledetti francesi hanno occupato Loreto ed hanno devastato il santuario e il palazzo. Ho una rabbia che non riesco a contenere. Quel bel santuario! Quel paradiso! Vorrei essere stato là per fare a pezzi quelle canaglie!”
“A meno che” lo rimbeccò un contadino anziano “non ti facevano a pezzi loro!”
“Già” intervenne Antonio con voce cupa. “Non possiamo affrontarli così. Dobbiamo organizzarci. Ma non aveva detto Guido che nella valle del Cesano i nostri si stavano preparando?”
“Sì” disse il contadino chiamato Guido. “Mio cugino da Montalfoglio mi ha fatto sapere che a San Lorenzo stanno raccogliendo le armi. Appena quei briganti proveranno a requisire i nostri beni o a mettere mano alle chiese, quelli di San Lorenzo daranno loro la lezione che meritano!”
“Teniamoci pronti anche noi” disse Antonio. “Ma siamo prudenti. Dobbiamo evitare di danneggiare le nostre donne i nostri figli. Quei mascalzoni sono pronti a tutto!”
“Avete saputo” intervenne un altro “che spettacolo ha fatto quel generale oggi in città? Altro che repubblicani! Questi sono peggio dei nostri signorotti! E almeno i nostri nobili, anche se ci sfruttano, sono sempre gente nostra. Questi sono forestieri e pensano solo a rubare”.
“E quegli scansafatiche della città” aggiunse un altro stringendo i pugni ed agitandoli rabbiosamente per aria “a fargli tanti salamelecchi! Gridano: la libertà, la libertà! Vedranno che bella libertà!”
“E quel tuo Monsignore, quello che sa tante cose, che cosa dice?” chiese con voce provocatoria un altro contadino ad Antonio.
“Monsignor Giuliani è un galantuomo!” esclamò Antonio risentito. “Si capisce che, come uomo di chiesa, deve predicare la pace, ma…”
“Mica tutti sono così!” lo interrupe un altro. “Ho saputo che a Monte Secco il parroco appoggia segretamente i contadini. E non è il solo”.
“Sì, certamente” rispose Antonio. “Ma il canonico ha una posizione speciale. È vicino al vescovo e non può compromettersi”.
“Ora basta, ragazzi!” intervenne a questo punto la vedova Giovanna. “Recitiamo il rosario!”

XVIII

La situazione amministrativa delle Marche occupate dai francesi era estremamente confusa. Le effimere e fragili municipalità istituite sulla scia delle conquiste degli invasori in realtà avevano ben poca libertà di azione, trovandosi costantemente sotto la minacciosa tutela della armi repubblicane. Intanto a Roma cresceva sempre più il terrore, alimentato da voci incontrollabili sull’imminente arrivo di nemici che erano stati spesso descritti dai pulpiti come barbari senza pietà né religione. Ricchezze pubbliche e private, e gli stessi tesori della Santa Casa lauretana trasferiti da poco a Roma, prendevano la strada per Terracina. Le strade erano ingombre di gente terrorizzata in fuga: ecclesiastici e religiosi di ogni sorta, nobili, borghesi grandi e piccoli, popolani, che cercavano scampo a Terracina o in Toscana.
Il Papa, trovandosi al centro di una tempesta che non era stato in grado di evitare, inviò i suoi rappresentanti ad incontrare il generale vincitore con proposte di pace, pronto a sacrificare le proprie prerogative temporali, ma anche a difendere strenuamente quanto si riferiva alla sua missione spirituale di guida della cristianità.
Napoleone, con sano realismo, non volle esigere, come aveva fatto imprudentemente il direttorio, rinunce e ritrattazioni che compromettessero l’autorità spirituale della Santa Sede, ma, nel trattato di pace, firmato il 19 febbraio a Tolentino, impose al pontefice condizioni molto gravose sul piano temporale. Il Papa si impegnava a cedere alla Francia, oltre alla città di Avignone, le legazioni di Bologna, Ferrara e Ravenna e permetteva l’occupazione di Ancona fino alla pace generale. Doveva inoltre completare i versamenti previsti dall’armistizio di Bologna – restavano 15 milioni di lire tornesi da pagare – versare in più un’altra aliquota identica e completare la consegna delle opere d’arte. I francesi promettevano d’evacuare l’Umbria e Camerino una volta pagati i primi 15 milioni, Macerata e Fano dopo altri 5 milioni, Urbino dopo il versamento di ulteriori 5 milioni. Tutti questi pagamenti dovevano pesare enormemente sulle finanze vaticane e sulla popolazione di Roma e dello stato pontificio.
Il trattato per qualche tempo non fu conosciuto nel territorio marchigiano, o, se conosciuto, fu creduto una diceria creata ad arte dagli invasori per tenere in rispetto i popoli. Questa opinione fu rafforzata dal fatto che i francesi si dettero a saccheggiare le province che dovevano essere riconsegnate al pontefice, causando così, in diversi luoghi, l’insurrezione delle popolazioni.
Già prima della pace di Tolentino si erano verificati episodi di ostilità verso i francesi, ma solo dopo il 19 febbraio, quando nell’entroterra marchigiano giunsero i commissari francesi con l’ordine dei comandi militari di compiere la requisizione delle armi, degli argenti delle chiese, degli animali, delle vettovaglie e di ogni altro genere necessario alle truppe, scoppiò la sollevazione generale.
L’insorgenza si manifetò inizialmente ad Urbania, il 23 febbraio, e rapidamente di diffuse ad Urbino e nel territorio circostante. Contemporaneamente scoppiavano sollevazioni nel Montefeltro, nella valle del Cesano a San Lorenzo in Campo, nel maceratese a Cingoli e a Sant’Elpidio.
Le truppe francesi e quelle italiane loro alleate reagirono con estrema violenza, ma ad Urbino ed altrove, furono obbligate a cedere ai ribelli. Il 6 marzo gli insorgenti della valle del Cesano, dopo aver resistito al cannoneggiamento di San Lorenzo in Campo, al grido di “Viva Gesù! Viva Maria!”, infliggevano gravi perdite ai francesi in località Ponte Rotto e li costringevano a ritirarsi.
La collera delle popolazioni era giunta al calor bianco per vessazione sia materiali sia morali, che ledevano gli interessi e i sentimenti più cari dei marchigiani. Anche a Sinigaglia il 2 marzo erano state prelevate ingenti quantità di argenteria dalle chiese. Ma ormai il governo della regione stava ritornando sotto il controllo dello stato pontificio. Il 10 marzo alcuni delegati di San Lorenzo in Campo firmavano, a Sinigaglia, una dichiarazione di sottomissione e di accordo con il comandante francese.
I sollevamenti popolari si erano verificati soprattutto nelle colline dell’entroterra, mentre la costa era rimasta sotto il controllo delle autorità civili e militari. Anche Antonio e i contadini del territorio a nord-ovest di Sinigaglia, pur seguendo con passione le prodezze dei loro amici della valle del Cesano, erano rimasti tranquilli, con grande sollievo della signora Federici, la quale faceva di tutto perché la famiglia, e soprattutto la piccola Gemma, rimanesse tranquilla e lontana dalle agitazioni popolari.
Una domenica di metà marzo, dopo aver ascoltato, insieme ai suoi e a Ludovico, la messa al convento di Santa Maria delle Grezie, Maria, sapendo che il marito doveva recarsi in città, lo pregò di portarla con sé, perché desiderava andare a far visita alla sorella, monaca presso il monastero delle benedettine di Santa Cristina. Era più di un anno che non vedeva la sorella e desiderava molto intrattenersi con lei, sia per chiedere preghiere per sé, per Gemma e per tutta la famiglia, sia per sfogare con lei l’agitazione che era costretta a tenere nascosta nell’animo.
Ma vi era un’altra ragione che la spingeva ad incontrare la sorella monaca. Aveva saputo che il 19 febbraio, il giorno stesso della pace di Tolentino, il generale Buonaparte era tornato a Sinigaglia e vi aveva passato la notte ospite del marchese Grossi, nel suo grande e lussuoso palazzo non lontano dalla chiesa della Maddalena. Proprio in quel palazzo la madre delle due sorelle aveva prestato serivizio prima di accasarsi, e Maria non vedeva l’ora di dare l’informazione alla sorella e di parlare con lei di questo singolare avvenimento.
Antonio non si fece pregare e, dopo aver ricondotto la famiglia a casa, ripartì con il carretto trainato da due puledri alla volta di Sinigaglia, portando con sé Maria e Ludovico.
“Allora, Ludovico” chiese Antonio con voce allegra al giovane, mentre frustava i puledri, “che notizie ci sono?”
“Per ora è tutto tranquillo” rispose il giovane, cercando di mostrarsi sereno e ottimista per non turbare ulteriormente la futura suocera. Poi, per cambiare discorso, aggiunse:
“Quando potremo fare il fidanzamento ufficiale Gemma ed io?”
“Sarebbe fissato a luglio, in occasione del compleanno della piccola” rispose Antonio.
“Io veramente avrei un’altra idea. Già ne ho parlato con il padre guardiano e con qualche amica” intervenne Maria.
“Con il marito per ultimo!” esclamò Antonio un po’ risentito.
“Non c’è mai tempo di parlare con te!” si scusò la moglie. “O stai nei campi, o non si sa dove, o sei troppo stanco!”
Indovinando il sottinteso delle parole “non si sa dove” della moglie, riferite senza dubbio ai suoi incointri a casa della vedova Giovanna, Antonio preferì non insistere.
“Allora, che cosa vorresi fare per il fidanzamento di Gemma? E che cosa ti ha detto il Padre Guardiano?”
“Visto che la piccola tiene tanto alla Santa Casa e che conserva un così bel ricordo del pellegrinaggio dell’anno scorso, abbiamo pensato – e il Padre Guardiano è d’accordo – che si potrebbe fare il fidanzamento l’8 settembre. Oltre tutto a luglio c’è troppo trambusto per la fiera della Maddalena. E poi sarebbe bello andare tutti alla messa per la festa della Madonna a Santa Maria delle Grazie. Certo non è Loreto!”
“Loreto!” intervenne Antonio. “Se sapessi quello che hanno combinato a Loreto i francesi!”
“Non voglio neanche saperlo! E mi raccomando: non dite niente di questo a Gemma! Ne morirebbe dal dispiacere”.
“Ha ragione, signora” disse Ludovico. “Ogni volta che Gemma ricorda la visita alla Santa Casa le si illuminano gli occhi e sembra trasfigurata. Non so proprio come posso ringraziare il Signore per avermi concesso una fidanzata come lei. A volte penso di non meritarla”.
“Eh, su, non esageriamo!” disse Antonio ridendo. “Di bricconate ne combina anche lei!”
“No, non ci credo!” esclamò Ludovico un po’ risentito. “Gemma è un angioletto!”
Mentre Maria stringeva affettuosamente la mano a Ludovico, Antonio rise di cuore e commentò:
“Eh! L’amore è cieco!”
Intanto il carretto aveva percorso la lunga strada bianca che conduceva in città ed era giunto alla porta Lambertina. Le guardie che erano di servizio, vedendo persone ben conosciute, lasciarono entrare il carretto senza difficoltà.
Attraversato il Misa, il carretto proseguì fino alla piazza del duomo, dove Ludovico, dopo aver salutato i futuri suoceri, scese, avviandosi poi verso la chiesa della Croce.
Antonio frustò ancora i puledri e condusse la moglie fino al monastero delle benedettine, che a quel tempo si trovava nella zona a sud della Rocca.
Maria scese e disse al marito:
“Passa a riprendermi tra un’oretta”.
“Basterà?” chiese Antonio sorridendo malizioso.
“E su! Quanto vuoi che mi fermi?!”
“Con voi donne non si sa mai. Quando incominciate a spettegolare…”
“Via, smettila! Sai che Suor Matilde è una santa religiosa”.
“Sì, ma è sempre una donna!”
“Va bene! Cercheremo di non stare troppo a lungo. Ma anche voi uomini…”
Antonio rise.
“A più tardi” disse. “Ora devo andare a sentire un po’ quanto si valuta il grano. Chiedi a Suor Matilde di pregare per noi. Che il Signore ci protegga!”
“Va bene. Ti aspetto qua fuori quando ho finito con Suor Matilde”.
Antonio fece un segno di saluto, frustò i puledri e si allontanò con il carretto.
Maria rimase un attimo a guardarlo, un po’ indispettita per suoi apprezzamenti poco lusinghieri sulla loquacità delle donne. Poi, con un’alzata di spalle, si avviò verso il monastero.
L’ingresso al parlatorio delle monache era accanto alla piccola chiesa. Anche lì si vedevano i segni dello sconquasso generale: la porta della chiesetta era stata danneggiata quando, pochi giorni prima, i commissari dell’esercito francese, per ordine dell’agente militare Rochejean, avevano asportato dal monastero 8 libbre di argenteria.
Turbata alla vista del danno, Maria volle entrare in chiesa per raccomandarsi al buon Dio. Dopo essersi segnata con l’acqua benedetta, si inginocchò davanti all’altare centrale, sovrastato da un quadro raffigurante Santa Cristina, patrona del monastero, e rimase per qualche tempo in preghiera. Infine si alzò, uscì dalla chiesa e suonò il campanello del parlatorio delle monache.
Poco dopo una voce femminile risuonò da dietro la grata della porta:
“Deo gratias! Sia lodato Gesù Cristo!”
“Sempre sia lodato, suora. Sono Maria, la sorella di Suor Matilde. Posso vederla?”
“Benevenuta signora Maria! Non so se Donna Matilde è occupata ora”.
“La prego! È più di un anno che non vedo Suor Matilde…”
“Donna Matilde” corresse la monaca.
“Oh, andiamo! Lo sappiamo che siete donne! Per favore, vada a chiamare Suor Matilde!”
“Va bene. Ora vedo se può venire. Sia lodato Gesù Cristo!”
“Sempre sia lodato!”
Maria aspettò con un po’ di impazienza. Che avevano da fare qulle monache? Possibile che per parlare con loro dovessero esserci tanti problemi? Ma l’attesa non fu lunga. Dopo pochi minuti la monaca si presentò di nuovo dietro la porta di ingresso e disse, attraverso la grata:
“Entri pure nel parlatorio, signora Maria. Le apro. Tra poco verrà Donna Matilde”.
“Grazie!” disse Maria, scuotendo il capo e mormorando dentro di sé per il modo strano con cui le benedettine si facevano chiamare.
Dopo che la monaca ebbe aperta la porta del parlatorio, Maria entrò e si trovò in una piccola stanza semibuia con due sedie, sulla quale si apriva una grata doppia, sistemata in modo che difficilmente le persone potessero vedersi.
Borbottando anche per quest’altra stranezza, Maria si accomodò e aspettò pazientemente che “Donna Matilde” si degnasse di presentarsi.
Non dovette aspettare a lungo. Dopo qualche minuto si aprì una porta dalla parte della clausura e una monaca dall’età indefinibile, con il viso racchiuso entro il velo nero, la fascia bianca e il soggolo, entrò nel parlatorio salutando con cordialità la nuova venuta.
“Sia lodato Gesù Cristo! Che sorpresa, Maria! Erano secoli che non ti facevi vedere!”
Maria si alzò in piedi cercando in qualche modo di porgere la mano alla sorella attraverso la grata.
“Sempre sia lodato, cara!” disse. “Hai ragione, ma tu non sai che cosa è la vita qua fuori. Beata te che te ne stai lì al sicuro!”
“Ma prego, accomodati. Abbiamo tante cose da dirci!”

XIX

Le due sorelle rimasero per qualche istante in silenzio, cercando di guardarsi attravesro le maglie della doppia grata. Erano ambedue felicissime di incontrarsi dopo tanto tempo. Maria fu la prima a incominciare la conversazione.
“Suor Matilde, finalmente ci rivediamo! Non sai quanto mi sei mancata. Tante volte ti invidio. La vita fuori è un inferno. Per questo sono venuta a chiederti preghiere per tutti noi, e soprattutto per la piccola Gemma”.
“Oh, Gemma! Quanto è graziosa! Ancora la ricordo quando aveva appena un anno. Sai che avevo quasi sperato che la portassi qui. Ma sono contenta ugualmente. Ludovico è proprio un bravo ragazzo”.
Maria fissò la sorella stupita e contrariata.
“Allora sai?..” incominciò a dire. Ma la sorella subito la interruppe.
“Veramente Gemma è fortunata. Sono certa che Ludovico troverà un buon lavoro in seminario. È così bravo! Non so se Gemma riuscirà ad imparare a scrivere bene, ma non fa niente. Intanto a luglio farete il fidanzamento”.
“Ah, no, cara!” la interruppe Maria, felice di prendere la sorella in fallo. “C’è stato un cambiamento!”
“Oh, che sbadata! È vero! La bambina è rimasta così impressionata dalla Santa Casa a Loreto l’anno scorso, durante il pellegrinaggio, che avete deciso di fare il fidanzamento l’8 settembre”.
“Senti un po’!” esclamò Maria indispettita. “Mi sai spegare come fate voi qua dentro a sapere sempre tutto?”
“E via, tutto! Appena qualche cosa! Una parolina qua, una parolina là…”
“Lasciamo stare, va’! Ci sono cose più importanti. Vorrei che pregassi molto per mio marito. Sono preoccupata per lui”
“Hai ragione. Quei contadini che si incontrano lì dalla Giovanna non promettono nulla di buono!”
“Dunque lo sai?” domandò Maria spalancando gli occhi dallo stupore.
“E sà!” esclamò Suor Matilde con un’espressione dialettale. “E d’altra parte, poveri uomini, che debbono fare di fronte a tante soperchierie? Tu non sai quello che è successo a Loreto”.
“Veramente no, e non voglio neanche…”
“Pensa che c’è stato di mezzo perfino un prete! “
“Un prete?!”
“E va?!” confermò Suor Matilde con un’altra espressione dialettale. “Don Ludovico, che era arcidiacono lì a Loreto. Si è messo la coccarda…”
“La coccarda? Che cos’è?!”
“È una pezza che si mettono i giacobini, sul petto o sul cappello, bianca rossa e verde. Insomma Don Ludovico è andato in Ancona a prendere i commissari francesi. Poi a Loreto ha fatto il diavolo a quattro. Si è fatto nominare governatore e ha spogliato la chiesa e il palazzo, più di quello che avevano fatto i soldatacci francesi. Pensa che a un certo punto è andato insieme ai suoi sgherri dietro l’altare e voleva distruggere la Santa Casa. Ma a quel punto la popolazione è insorta. Un altro po’ e lo facevano a pezzi. Si è salvato per miracolo. Intanto, però, è riuscito a far prelevare la statua della Madonna, a incartarla e a spedirla a Parigi”.
“No!” esclamò Maria impallidendo. “Non è possibile! Come hanno osato!”
“Eh! Quelli sono senza Dio! Non guardano in faccia a nesuno!”
“Ma un prete! È veramente troppo! Arraffare la Madonna e spedirla a Parigi! Questa è una cosa che Gemma non deve sapere! Assolutamente! Ne morirebbe dal dispiacere!”
“E lo sai che in Ancona hanno visto gli occhi della Madonna di San Ciriaco muoversi? Pensa che lo ha saputo perfino quel generale francese – che poi non è francese! Buonaparte non è un nome francese! – Si trovava in Ancona e, quando lo ha saputo, ha voluto vedere il quadro. Però allora gli occhi non si sono mossi. Lo ha fatto riportare in chiesa, ma ha voluto che restasse coperto. Secondo me ha avuto paura”.
“Oh, quello non ha paura di niente! Se avesse paura non avrebbe permesso che la Madonna di Loreto fosse rubata e mandata in Francia”.
“E lo sai che hanno anche provato a fargli la pelle? Quando il 13 si è presentato a Loreto, un tale da un bastione ha provato a sparargli. Ma il moschetto si è inceppato e così è mancato il colpo. Purtroppo non è mancato il colpo quando poi quel tale lo hanno fucilato”.
“Mamma mia! Allora siamo proprio in mezzo agli assassini! Quante cose ci ha raccontato nostro padre su quei mascalzoni con le armi in mano! Oh, Signore! Fa’ che almeno Antonio metta giudizio e non si immischi in queste faccende!”
“Insomma, poi i francesi hanno fatto man bassa a Loreto di tutto quello che c’era. Per fortuna il grosso era stato portato via in tempo. Ma quello che hanno trovato, quadri, calici, gioielli, hanno arraffato tutto! E ciò che non hanno potuto prendere lo hanno bruciato o sfigurato. Hanno scalpellato anche le insegne pontificie”.
Maria si coprì gli occhi e scoppiò a piangere.
“No! No! No!” balbettò tra i singhiozzi. “Quella bella basilica! La casa della Madonna! Tutto distrutto e rovinato! Perché il Signore ha permesso uno sfregio simile? Deve essere per i nostril peccati ma … se lo sapesse Gemma! No! No! No! Non deve saperlo! Ma anche a me sembra di morire dal dispiacere. Tu non sai che cosa era Loreto! Era un sogno! Sembrava di essere in paradiso! E ora che cosa rimane? Almeno hanno risparmiato la Santa Casa?”
“Sì, la Santa casa è salva. Come ti ho detto, Don Ludovico voleva distruggerla, ma glielo hanno impedito. Sai che a Cingoli e in altri posti i contadini si sono ribellati? È ciò che vorrebbero fare quei contadini che si riuniscono dalla Giovanna. Di fronte a queste cose devo dire che non hanno torto. Quelli di Cingoli gliele hanno suonate ai francesi! Magari avessero fatto lo stesso a Loreto! Ma sono i preti che si oppongono. Non proprio tutti, veramente”.
Maria si asciugò gli occhi e mormorò:
“Non lo so. Io preferirei che Antonio non si impicciasse di queste cose”.
Tacque per un po’ e poi aggiunse:
“Ma una cosa forse non sai. Quel generale è tornato a Sinigaglia da Tolentino…”
“Ed è andato ad alloggiare al palazzo Grossi. Sì lo so”.
“Davvero? E ti immagini il generale in quella bella casa, dove ha lavorato mamma? Quante volte ce ne ha parlato! La ricordava con tanta nostalgia, con le sue grandi stanze, piene di affreschi, di ornamenti e di quadri”.
“Già. E quando il generale è arrivato con la sua carrozza nel cortile del palazzo, il marchese e la marchesa lo attendevano con tutta la servitù. Non ti dico che inchino gli ha fatto il marchese! Allora il generale ha baciato la mano della marchesa, che è andata tutta in brodo di giuggiole. Ahahah! E poi lo hanno accompagnato nel palazzo e nella sua stanza. Naturalmente hanno scelto la più elegante. Il generale è rimasto incantato a vedere tutti quei begli ornamenti e ha fatto mille complimenti al marchese e alla marchesa. Ha detto che in Francia non vi è neanche la metà delle bellezze che ha visto in Italia”.
“Per questo ne ha rubate tante per portarsele in Francia!”
“Già! Ahahah! E la mattina dopo gli hanno offerto una colazione da re e il generale ha lasciato un biglietto di ringraziamento che la marchesa ha messo al sicuro come se fosse una reliquia”.
“Che bella reliquia! La reliquia di un mascalzone! E come è andata qui quando sono venuti a rubare l’argenteria?”
“Oh, non mi dire! Certi ceffi da fare spavento. Ma la Madre Abbadessa gliele ha cantate! ‘Questa argenteria è sacra’ ha detto loro. ‘State commettendo un sacrilegio e finirete tutti all’inferno!’ Ma quelli, ti immagibi! Ridacchiavano come se si stessero divertendo. Vorrei proprio vedere come andrà a finire. Ride bene chi ride ultimo!”
“Senti Suor Matilde, le notizie che arrivano da tutte le parti fanno spavento e io tremo dalla paura a pensare quello che potrebbe succedere anche a noi. Antonio si sta mettendo in pericolo, e sta mettendo in pericolo anche noi. Per fortuna i figli sono riuscita a tenerli fuori, almeno per ora. Ma se penso a quell’angioletto di mia figlia e a quello che potrebbe succederle mi sento morire. Ringrazio il Signore che abbiamo vicini a noi Ludovico e il Monsignore. Almeno non siamo soli. Ma anche loro, che cosa possono fare? Ludovico è tanto affettuoso e lo consideriamo già parte della famiglia. E poi ha studiato da prete e non si è mai immischiato con le armi. Ringrazio proprio il Signore che almeno lui non si farà trascinare a fare qualche pazzia. In mezzo a tanti guai ci rimane soltanto la religione a confortarci. Mi raccomando, Suor Matilde, prega tanto per noi! Noi diciamo il rosario tutti i giorni e ho molto insistito con Gemma che si tenesse sempre vicina a Dio”.
“Ho saputo che si è consacrata alla Madonna”.
“Sì, certo. Glielo ho suggerito io. Già prima aveva tanta devozione alla Madonna, ma ora ancora di più. Non ti dico come si è commossa a Loreto nella Santa Casa! Per questo non voglio assolutamente che sappia nulla sul quel maledetto saccheggio. E sai che dopo il pellegrinaggio, ha fatto un grande cambiamento? È ancora una bambina, ma sembra più grande. Ogni tanto rimane a lungo come trasognata. Ripensa alla Madonna. È come se lì, nella Santa Casa, la Madonna le avesse parlato. A volte mi spaventa. E non ti dico Ludovico come la guarda! La considera una specie di santa. Mio marito ci scherza, ma ho l’impressione che Ludovico non abbia torto. È proprio un agioletto! Ma mi raccomando, prega tanto per lei. Se le succedesse qualche cosa di male, penso che ne morirei dal dispiacere”.
“Ci puoi contare. Del resto ho sempre pregato per tutti voi, e ora lo farò ancora di più. Noi preghiamo per tutti. Anche per quei mascalzoni di francesi e per Don Ludovico, e anche per il generale. Chissà che il Signore non gli tocchi il cuore, sempre che ce l’abbia! Ma sai cosa dice il proverbio: sic transit gloria mundi! Cioè, tutta la gloria del mondo passa via. Vorrei proprio sapere che fine farà questo generale, che ora crede di essere padrone del mondo”.
“Se anche dovesse dominare e fare il prepotente per tutta la vita, alla fine dovrà rendere conto a Dio. E sarà un bel conto davvero! Non vorrei essere al posto suo”.
“Intanto, però, ci tocca sopportarlo!”
“Ma senti, ora è meglio che vada. Mio marito deve passare a prendermi e già mi ha criticata perché parlo troppo, prima ancora di incominciare. Mah! Non sai quanto ti invidio!”
“Ahahah! A volte sono io a invidiare te! Avere tanti bei figli, e una bambina come Gemma!”
“Mah! Non so che dire! Le cose belle della vita si pagano un po’ troppo! Ma dobbiamo accettare la volontà di Dio. Allora, mi raccomando: prega tanto per noi! Dillo anche alla Madre Abbadessa e alle altre suore. Noi facciamo quello che possiamo, ma le occupazioni e le preoccupazioni sono tante che non ci basta il tempo”.
“Va bene. Per questo puoi stare tranquilla. Allora te ne vai?”
“Sì, è meglio che mi muova. Spero che Antonio non stia già qua fuori ad aspettarmi. Chissà quante me ne dice se ritardo!”
Ciò dicendo Maria si alzò, imitata dalla sorella.
“Allora ci salutiamo” disse quest’ultima cercando di porgere la mano a Maria attraverso la grata.
“Sì, cara. E non so proprio quando ci rivedremo. Che il Signore ci protegga in questo terremoto!”
“Ci affidiamo a lui. Arrivederci! Sia lodato Gesù Cristo!”
“Sempre sia lodato! Arrivederci”.
Dopo un ultimo segno di saluto, Maria uscì dal parlatorio e guardò nella strada per vedere se il marito la stava aspettando. Non vedendo nessuno, entrò nella chiesina, si segnò con l’acqua benedetta e andò ad inginocchiasi di fronte a una statua della Madonna.
“Madonna santissima” disse, pregando fra sé. “Sono tanto spaventata. Che sarà di noi? Ti prego: proteggici da tante disgrazie che ci minacciano. Tieni lontano Antonio da ogni pericolo e fa che abbia più giudizio. Ti raccomando Claudio, Federico e Mauro, e soprattutto la piccola Gemma. Fa’ che possa presto accasarsi con Ludovico e che trascorrano una vita tranquilla. Che questa tempesta passi via e ritorni la pace! Sono i nostri peccati che ci hanno attirato tutti questi guai. Madonna santa, perdonaci! Riportaci la pace e fa’ che il tuo santuario ritorni bello come prima!”
Ripensando al saccheggio che i francesi, con la complicità di quel sacerdote, avevano perpetrato a Loreto, le vennero le lacrime agli occhi. Rimase per un po’ a pregare in silenzio. Poi si asciugò gli occhi, cercò di ricomporsi, si fece il segno della croce e si avviò fuori della chiesa.
Proprio in quel momento il marito stava arrivando con il carretto. Maria si fece avanti e Antonio l’aiutò a salire sul veicolo.
“Tutto bene?” chiese. “Come sta Suor Matilde?”
“Sta bene” rispose la moglie. “Le ho raccomandato di pregare tanto per noi. Non sai quello che mi ha detto di Loreto. Quei mascalzoni l’anno massacrata! E c’è di mezzo anche un prete”.

XX

Dato un primo vigoroso scossone al fragile stato pontificio, in attesa di assestargli il colpo definitivo, le ambizioni smisurate del Buonaparte si rivolgevano, almeno nell’immediato, altrove. Da una parte vi era l’impero, sempre in agguato, che bisognava costringere alla pace e possibilmente sconvolgere dall’interno, dall’altra i diversi stati italiani, da depredare e da rimescolare per renderli servi della Francia e per farne merce di scambio con l’imperatore, mentre sullo sfondo vi era la stessa Francia, terreno di affermazione personale del generale corso.
I mesi che seguirono la pace di Tolentino furono testimoni della crescente popolarità del Buonaparte in Europa, grazie alle sue ulteriori vittorie sull’impero e ai maneggi con cui egli preparava la propria ascesa al governo della Francia. Nello stesso tempo gli stati italiani dovevano subire un tragico stravolgimento, che, lasciandosi alle spalle un funebre corteo di tradimenti, di stermini, di incendi e di rovine, avrebbe creato uno scenario totalmente inedito, ormai irreversibile, nella penisola.
Nella primavera e nell’estate del 1797 gli avvenimenti si accavallano e precipitano. Tra marzo e aprile Napoleone, ancora una volta vittorioso sull’esercito austriaco, comandato dall’arciduca Carlo, invade gli stati ereditari dell’impero e costringe l’Austria alla pace, con accordi segreti che sanciscono la fine di Venezia. A maggio l’antica repubblica veneta è costretta a sciogliersi per dar vita ad una fantomatica repubblica democratica, il cui solo scopo sarà di favorire la sua annessione all’Austria. Il 4 giugno, domenica di Pentecoste, viene piantato in piazza San Marco l’albero della libertà tra spettacolari festeggiamenti, grottesca mascherata di uno stato effimero, il cui destino è ormai già segnato. Tra maggio e giugno anche Genova viene costretta a liquidare la sua secolare signoria aristocratica e a trasformarsi in una repubblica democratica, sotto la stretta tutela della Francia, mentre tumulti e disordini si susseguono fino al mese di settembre. A luglio viene inaugurata la nuova repubblica cisalpina, comprendente, oltre la Lombardia, molti territori della precedente repubblica cispadana.
Ma tutti questi stati non saranno altro che pedine nello scacchiere della politica francese e domini asserviti da depredare dei loro beni e dei loro tesori artistici per impinguare le insaziabili finanze e soddisfare la altrettanto insaziabile vanità della repubblica transalpina e di patrimoni privati, o per sfogare la barbara passione di distruggere ciò che tanti secoli di civiltà avevano edificato.
Solo il regno di Sardegna mantiene ancora, ma non per molto tempo, una certa sovranità, grazie al suo esercito regolare, bene organizzato.
All’inizio di questa stagione di tragici rivolgimenti, lo scontro delle truppe francesi con l’arciduca Carlo non fu condotto senza gravi difficoltà e Napoleone, inoltrandosi nei territori austriaci, si trovò in pericolo di essere isolato alle spalle dalle popolazioni insorgenti, fedeli all’imperatore. Fu, infine, il prevalere, a Vienna, del partito della pace a dargli la vittoria, analogamente a quanto era avvenuto a Torino l’anno precedente.
Nei preliminari del trattato pace con l’impero – firmato poi a Leoben il 18 aprile – in un primo tempo il Buonaparte aveva progettato di dare all’Austria, in compenso dei Paesi Bassi e del milanese, l’Istria, la Dalmazia, il bresciano, il bergamasco e parte del veronese, e inoltre anche Mantova. A questo fine, a partire dal mese di marzo, erano state favorite rivolte democratiche antiveneziane a Bergamo, a Brescia e a Crema e si erano fomentati disordini, poi finiti tragicamente, a Verona. Per compensare Venezia delle terre perdute, il generale francese aveva progettato di dare alla repubblica veneta i territori delle ex-legazioni pontificie. Si volevano, dunque, annettere ad un governo aristocratico città e province che pochi mesi prima erano state indotte alla ribellione con il miraggio di costituirsi in libere repubbliche democratiche.
Il direttorio non volle accettare il progetto del Buonaparte, perché, con la cessone di Mantova, esso avrebbe garantito all’Austria una presenza troppo invadente in Italia, ai confini con il milanese. Si decise, dunque, di annettere Mantova alla repubblica transpadana e di compensare l’imperatore con il restante dello stato veneto e con la stessa città di Venezia, decretando, così, la dissoluzione dell’antica gloriosa repubblica lagunare.
Queste condizioni rimasero segrete fino al mese di ottobre, e ciò permise la farsa della costituzione di una repubblica democratica a Venezia – condizione preliminare perché l’imperatore accettasse di annettersi i domini veneti – per poterla poi consegnare ad un governo aristocratico.
In tutti questi tempestosi frangenti, la Marca di Ancona godeva di un’apparente tranquillità, turbata, però, sia dalla presenza di truppe francesi, incaricate ufficialmente di garantire l’esecuzione delle clausole del trattato di pace, ma sempre pronte a sobillare le cospirazioni dei novatori, sia dalla inquietante prossimità della repubblica cisalpina, dalla quale facilmente potevano sconfinare truppe italiche, francesi o polacche, sia dalle intenzioni del governo di Parigi, ben note ai più informati, di provocare al più presto qualche pretesto per invadere nuovamente lo stato pontificio, destituire il papa e creare uno stato vassallo, prono agli interessi della Francia.
Il ristabilito governo pontificio in questa situazione godeva di ben poca autorità, anche a causa del malumore popolare per l’incapacità degli ammnistratori a scuotere la tradizionale inerzia e per il risentito spirito di rivalsa dei nobili dopo i rivolgimenti democratici che avevano accompagnato l’invasione francese. Inoltre il governo pontificio era costretto a porre pesanti tassazioni per poter pagare gli oneri imposti dal trattato di pace, e ciò contribuiva ad alienargli l’animo delle popolazioni. Queste ultime, segnate dall’esperienza delle sollevazioni antifrancesi, covavano un diffuso spirito di rivolta anche verso l’autorità pontificia, giudicata debole e connivente con gli invasori e con le soperchierie della classe nobiliare.
Benché, però, il malessere si avvertisse come il fuoco sotto la cenere della normale vita civile, nei mesi primaverili ed estivi che seguirono la pacificazione, nella cittadina di Sinigaglia tutto sembrò procedere senza incidenti.
Grande importanza ebbe, come tutti gli anni, tra luglio e agosto, la fiera della Maddalena, che quell’anno registrò numerosa affluenza e gudagni superiori agli anni precedenti, tanto che si decise di prolungarla di sei giorni. Durante la fiera, la città fu pattugliata da duecentocinquanta ussari e dragoni francesi agli ordini del tenente Goiffen, ma tutto si svolse regolarmente, senza che francesi o popolani agitati dessero occasione a qualche disordine.
Nel mese di luglio cadeva anche il quattordicesino compleanno della piccola Gemma. La mamma l’aveva informata della decisione di rimandare il fidanzamento ufficiale tra lei e Ludovico all’8 settembre e, per compensarla in qualche modo della prolungata attesa, le aveva promesso che, insieme al padre e a Ludovico, l’avrebbe portata a vedere la fiera della Maddalena.
La fiera di Sinigagla era una delle più importanti della riviera adriatica, soprattutto in seguito alla decadenza dei centri commerciali di Ancona e di Recanati. Molti prodotti di prima necessità, come tessuti e pelli conciate, ferro e rame lavorati, avevano un grande smercio durante la fiera, anche perché le relative industrie produttrici avevano subito una grave crisi nella legazione di Urbino verso la fine del secolo precedente.
Uno degli aspetti più vistosi della fiera era il suo carattere internazionale, che superava barriere geografiche, politiche e religiose. Sotto i portici situati lungo la destra del fiume Misa – chiamati “Ercolani” dal nome del Monsignore che ne aveva progettato la costruzione su commissione del Papa Benedeto XIV – e nelle strade e le piazze di qua e di là dal fiume, nei giorni della fiera confluivano mercanti dall’Austria, dalla Germania, dalla Francia, dall’Inghilterra, dal Belgio, dalla Danimarca, dalla Grecia, dalla Turchia, dalla Siria, dalla Libia, dall’Egitto, da Cipro, dalla Giordania. Tutta la zona intorno al fiume e al porto diventava un enorme e pittoresco bazar, in cui si potevano acquistare ferraglie, armi, tessuti, abiti nuovi e usati, cuoio, spezie, sapone, olio, vino, gioielli, ceramiche, ombrelli, terraglie, pelli, canapa, cordami, legname, tabacchi, strumenti musicali, cristalli, vetri, giocattoli, orologi, pesce salato, salumi, scarpe, stivali, pantofole, seterie, cappotti, libri, quadri, laterizi, delle più diverse provenienze.
I legati pontifici avevano favorito in tutti i modi il buon andamento della fiera con avveduti provvedimenti. Un tribunale apposito dirimeva rapidamente le controversie, la sorveglianza militare preveniva disordini e vigilava sulla sicurezza dei mercanti, la circolazione ordinaria nelle strade e nelle piazze della fiera era sospesa, vi erano consolati delle diverse nazioni che tutelavano gli interessi dei loro rispettivi mercanti, ai forestieri, raggruppati secondo la nazionalità, venivano assegnate aree di commercio e botteghe in affitto.
Un colpo di cannone sparato dalla Rocca segnava l’inizio e la fine della fiera.
Antonio aveva scelto una mattina dell’ultima settimana di luglio per accompagnare alla fiera con il carretto, trainato dai due puledri, Maria e Gemma. La giovinetta era tutta eccitata e non vedeva l’ora di raggiungere Ludovico presso la Porta Lambertina e di avventurarsi, insieme a lui e ai suoi genitori, tra i banchi e i tendaggi della fiera, per ammirare l’affascinante varietà di tante meravigliose mercanzie. Le grame finanze della famglia non le avrebbero consentito di acquistare altro che qualche dolcetto, ma la stessa incalcolabile abbondanza dei più svariati prodotti e l’affluenza di gente delle più diverse parti d’Europa, dell’Asia minore e del nord Africa, con i loro costumi e linguaggi esotici, era uno spettacolo straordinario, che la giovinetta già pregustava in anticipo con grande emozione.
Negli anni precedenti i genitori, considerandola troppo piccola per condurla in mezzo ad una folla in cui facilmente poteva accadere qualche incidente, l’avevano tenuta lontana dalla fiera e la bambina ne aveva soltanto sentito parlare, con descrizioni mirabolanti ed esclamazioni estasiate, dalle cugine e dalle amiche più grandi di lei. Ma ormai ella era una ragazza da marito e tra poche settimane il suo promesso sposo le avrebbe messo ufficialmente l’anello di fidanzamento al dito. Dunque non c’era più ragione di tenerla lontana dall’avvenimento più importante della vita cittadina.
Pensando a queste cose, Gemma guardava la mamma con gratitudine per aver avuto la bella iniziativa di condurla alla fiera insieme a Ludovico. Maria, da parte sua, non si saziava di sbirciare l’espressione ingenuamente felice della sua bambia e pregava in cuor suo il cielo che ella si mantenesse sempre nella sua innocente semplicità.
Giunti presso la Porta Lambertina, subito si fece loro incontro Ludovico, con il viso sorridente, felicissimo di trascorrere la mattina tra i banchi della fiera insieme alla sua piccola fidanzata ed ai suoi futuri suoceri.
I Federici scesero dal carretto e salutarono il giovane con grande cordialità. Poi tutti insieme s’inoltrarono tra i banchi e i tendaggi della fiera, guardando con ammirazione la sterminata abbondanza e varietà delle mercanzie esposte.
Maria teneva Gemma per mano, Antonio camminava accanto alla moglie e Ludovico accanto alla giovinetta. Ormai Maria aveva incominciato a lasciare che i due giovani stessero vicini, senza continuamente interporsi tra loro, come faceva prima. Aveva visto crescere, a poco a poco, la confidenza e la familiarità tra Gemma e Ludovico e, osservando i loro visi sereni e privi di ogni malizia, si sentiva tranquilla a loro riguardo e non aveva scrupoli a che stessero l’uno accanto all’altra, purché ciò avvenisse alla sua presenza.
Soprattutto dopo il pellegrinaggio a Loreto e la visita alla Santa Casa, Maria aveva osservato un cambiamento profondo nella piccola. Da quell’esperienza ella sembrava essere uscita quasi trasfigurata. Appariva più seria, cosciente e responsabile e con un’espressione di così intensa devozione durante la preghiera e quando, senza forse avvedersene, si astraeva dall’ambiente circostante e si concentrava su qualche suo pensiero personale, da causare una sorta di imbarazzo in chi la guardava. Anche Ludovico aveva notato questo cambiamento nella piaccola Gemma, e ne aveva concepito una sorta di timore reverenziale, che lo portava a trattarla con il più grande rispetto e a considerarla quasi appartenente ad una sfera superiore.
Di questi sentimenti della madre e del fidanzato la giovinetta non aveva la minima coscienza. Ella restava sempre la stessa umile campagnola, profondamente riconoscente a Ludovico per essersi degnato di sceglierla come sua fidanzata, nonostante la differenza di classe sociale e di cultura.
La mattina passò allegramente, tra sorrisi ed esclamazioni gioiose davanti allo spettacolo entusiasmante di tanta incalcolabile varietà di prodotti dell’arte e dell’industria umana e di così diversi linguaggi e costumi.
Dopo aver girovagato a lungo tra i banchi delle mercanzie più familiari, provenienti dalle principali città delle Marche e dalle diverse parti d’Italia, Gemma si fermò a lungo preso un banco di cristalli di Boemia, affascinata dallo scintillio, dai colori e dalle forme artistiche degli oggetti esposti. Quanto avrebbe desiderato essere più ricca per poterne acquistare almeno qualcuno! Ma, aimé, doveva rassegnarsi soltanto ad ammirarli.
Fu più fortunata con i datteri provenienti dalla Siria, nella zona assegnata ai venditori dell’Asia minore. Costavano poco ed Antonio, storcendo il naso e borbottando, dopo molte insistenze da parte della moglie, si decise finalmente a comprargliene alcuni. Alla giovinetta sembrò di aver toccato il cielo con un dito quando potè assaporare la squisita dolcezza di quei frutti esotici.
In quella parte della fiera la ragazza fu un po’ intimorita, ma anche molto incuriosita, dalla vista dei mercanti mediorientali, con i loro turbanti bianchi, le loro vesti lunghe, i loro dialetti arabici ed i loro visi bruni, che passavano rapidamente dai sorrisi accattivanti, rivolti ai loro clienti, ad espressioni di collera aggressiva quando si bisticciavano tra loro.
Quando ormai, verso mezzogiorno, stavano avviandosi per ritornare a casa, Ludovico volle fare un regalo alla sua fidanzatina. Si diresse, seguito dagli altri, verso un banco colmo di eleganti veli, cappelli ed altri oggetti di vestiario, acquistò un bellissimo ventaglio veneziano e lo porse a Gemma, mormorandole all’orecchio: “Questo è un anticipo dell’anello che presto ti metterò al dito!”

XXI

Durante il mese di agosto lo scenario politico e militare si incupì. Truppe irregolari cisalpine invasero il Montefeltro ed a stento furono ricacciate dalle milizie pontificie e dalla popolazione. Si avvertiva una sorta di pressione minacciosa, che, come una morsa, mirava a schiacciare la regione, tra i repubblicani cisalpini a nord, pronti a sconfinare, e la guarnigione francese di Ancona a sud.
Con preoccupazione ed impazienza la famiglia Federici, Ludovico e Monsignor Giuliani aspettavano la festa dell’8 settembre, ansiosi di poter celebrare il programmato fidanzamento prima che scoppiasse qualche grave trambusto.
Finalmente giunse il giorno tanto desiderato, e già verso le otto del mattino Ludovico, accompagnato dal canonico, dai suoi fratelli, dalle cognate e dai nipotini, si presentò sul prato del casale dei Federici per recarsi, insieme a Gemma e ai suoi familiari e parenti più stretti, al convento di Santa Maria delle Grazie, dove il Padre Guardiano avrebbe celebrato la messa per raccomandare al Signore i due fidanzati. Subito dopo la cerimonia Ludovico avrebbe messo al dito di Gemma l’anello di fidanzamento e i due giovani avrebbero ricevuto la bendizione del celebrante.
Mentre aspettavano che i Federici uscissero di casa, Ludovico e i suoi parenti furono raggiunti da Renzo, dalla moglie e da altri congiunti di Antonio e di Maria. I due fratelli di quest’ultima erano accompagnati dalle rispettive consorti e dai loro figli.
Poco dopo i Federici uscirono di casa e salutarono cordialmente tutti i convenuti. Gemma si teneva stretta a sua madre e mostrava segni di ansietà e di agitazione. Ludovico se ne avvide e pensò che fosse meglio tenersi lontano da lei fino al momento del fidanzamento ufficiale per non causarle maggiore imbarazzo.
Giorgio, uno dei fratelli di Maria, si scusò che il suo figlio maggiore, Pinuccio, non fosse potuto intervenire, perché troppo occupato in varie faccende. Maria per un istante si chiese, incuriosita, quali fossero le “varie faccende” che tenevano tanto occupato Pinuccio, ma poi, tutta presa dalla celebrazione del fidanzamento, non ci pensò più.
Appena pronti, tutti si accomodarono sui loro mezzi di trasporto e si avviarono allegramente verso il convento di Santa Maria delle Grazie.
Il Padre Guardiano era ad attenderli di fronte alla chiesa. Appena li vide fece loro un cortese segno di saluto e s’accostò al carretto dei Federici, augurando a tutta la famiglia, e a Gemma in particolare, le benedizioni del cielo.
Tutti scesero dai veicoli e, seguendo il Padre Guardiano, si diressero verso la chiesa.
Entrati in chiesa, i convenuti si disposero nei banchi, gli uomini a destra e le donne a sinistra. Questa ultime chiesero al Padre Guardiano di ascoltare le loro confessioni. Dopo un attimo d’imbarazzo, alcuni degli uomini seguirono il loro esempio. Il Padre Guardiano entrò nel confessionale e per una ventina di minuti fu accupato ad ascoltare le confessioni dei penitanti. Terminata questa incombenza, si avviò in sagrestia per prepararsi a celebrare la messa.
Poco dopo il sagrestano suonò la campanella e la messa incominciò.
Ludovico, cercando di non darlo a vedere, sbirciava Gemma, un po’ preoccupato per averla vista così ansiosa. Ma durante la celebrazione della messa la giovinetta si mostrò più distesa e, come sempre quando era in preghiera, molto concentrata e devota. Ludovico notò che, al momento dell’elevazione dell’ostia e del calice, il viso della ragazza sembrò come illuminarsi di un sorriso celestiale e che, nel prosieguo della messa, i suoi occhi rimasero a lungo fissi sul quadro della Madonna sopra l’altare.
Dopo la comunione e prima della benedizione finale, il Padre Guardiano invitò i due giovani ad inginocchiarsi davanti all’altare. Maria prese per mano Gemma e l’accompagnò accanto a Ludovico, che l’aspettava in piedi di fronte alla balaustra. La ragazza teneva gli occhi bassi, con timidezza mista a pudore.
Poi i due giovani s’inginocchiarono uno accanto all’altra. Il celebrante si accostò a loro, prese l’anello che Ludovico teneva in mano, lo benedisse e disse:
“Ora Ludovico metti l’anello al dito della tua fidanzata”.
Ludovico prese, con mano tremante, la sinistra della ragazza e le infilò l’anello al dito.
Gemma era impallidita e non cessava di fissare il quadro della Madonna. Ma improvvisamente il suo viso si rischiarò ed ella si volse a guardare il suo fidanzato con uno sorriso gioioso. Il giovane la fissò, ammirando estasiato la sua verginale bellezza, e di nuovo fu preso da un sentimento d’indegnità di fronte all’innocente creatura che il cielo gli aveva destinato e che ora gli affidava.
“Non siete ancora sposi” disse il celebrante. “Ma già da questo momento vi impegnate, davanti a Dio, a conservare incontaminata la vostra reciproca fedeltà. Ora tornate ai vostri posti”.
I due giovani, alzatisi, si inchinarono al sacerdote e tornarono a sedersi nei banchi.
Il Padre Guardiano augurò a tutti la protezione del cielo e, con la benedizione finale, concluse la celebrazione della messa.
Per qualche minuto tutti rimasero in silenzio per il ringraziamento. Poi si alzarono e circondarono i fidanzati con un’infinità di complimenti e di auguri affettuosi.
Gemma sorrideva felice. Ludovico era commosso fino alle lacrime e non cessava di contemplare il viso incantevole della giovinetta, che, pur non essendo più una bambina, non aveva perso nulla della sua ingenua semplicità.
Poi tutti risalirono sui loro carretti e si avviarono si nuovo verso la casa dei Federici.
Giunti sul prato della fattoria, le donne scesero dai carri e si affrettarono a mettersi al lavoro per preparare il pranzo, che doveva essere all’altezza della festa della Madonna e della augurale celebrazione.
Radunatesi in cucina, furono presto indaffarate intorno alle bistecche, alle torte ed alle altre leccornie, come la lasagna in princisgrass, che era la ricetta culinaria per così dire antenata dei famosi vincisgrassi marchigiani, tipo di pasta al forno divenuta popolarissima in tutta l’Italia nell’Ottocento.
Frattanto gli uomini si erano dispersi per il prato in piccoli gruppi, dandosi a conversare tra loro.
“Allora” disse Giorgio ad Antonio. “Contento?”
“Non contento, contentone!”
“Hai ragione! Un genero come Ludovico bisogna cercarlo con il lumicino. E Gemma si è fatta proprio una bella donnina!’
“Veramente! Speriamo che il cielo li protegga tutti e due, di questi tempi!”
“Speriamo proprio! A proposito” aggiunse abbassando la voce e attirando il cognato in disparte per non farsi sentire dagli altri. “Ho saputo che dalla Giovanna avete ripreso ad incontrarvi”.
“Sì, infatti. Già da un po’. E voi, siete sempre in contatto con quelli di San Lorenzo?”
“Sì, certo. Non l’ho detto a Maria, ma Pinuccio oggi doveva incontrarsi con alcuni di loro. Per questo non è venuto. Arrivano notizie sempre più allarmanti di quegli indemoniati”.
“Lo credo bene. Dobbiamo essere pronti, per quando arriveranno anche da noi. Veramente già ci stanno, ma per il momento qui sono tranquilli. Durante la fiera ce n’erano a decine in giro. Ma avevano un’aria pacifica. Dicono che i giacobini cisalpini sono peggio dei francesi”.
“Sì, l’ho sentito anch’io. Ad ogni modo, ora aspetto che Pinuccio mi porti le ultime notizie. Sembra che un plotone di francesi si prepari a scendere verso Ancona. Se Pinuccio lo conferma, domani lo mando da te ad avvertirti”.
“Bene! Domani sera dobbiamo incontrarci dalla Giovanna. Passerò la voce. Ma Pinuccio non è troppo giovane per arrischiarsi così?”
“No. È abbastanza maturo. Ha ventidue anni. È vero che ha il difetto di parlare un po’ troppo. Lo devo sempre riprendere. Bisogna essere prudenti a parlare! Non solo perché non ci si può fidare di tutti, ma anche per non creare allarmi, a volte senza motivo. Ma lui è un impulsivo, e quando una cosa gli brucia dentro, sembra che non riesca a tenerla per sé. Però a forza di richiami ora è migliorato. E poi ha un coraggio da leone!”
“Mi fa piacere. È quello che ci vuole! Lo avessero certi nostri governanti!”
“Ma ora riavviciniamoci agli altri. È meglio non destare sospetti. È vero che siamo tra gente fidata, ma anche senza volerlo c’è il pericolo che qualcuno parli troppo”.
“Non dobbiamo fare come Pinuccio!” disse Antonio con voce allegra.
“Già, infatti!” commentò Giorgio battendo affettuosamente una mano sulla spalla di Antonio.
I due uomini si riaccostarono al resto della compagnia, che, tutta raccolta intorno a Ludovico e al Monsignore, non cessava di complimentare il giovane per la felice scelta della sua fidanzata.
“Speriamo soltanto” disse uno dei fratelli di Ludovico “che la situazione si mantenga calma e che possiate presto accasarvi senza problemi”.
“Speriamo, veramente” commentò Monsignor Giuliani. “Dobbiamo pregare molto per ottenere questa grazia dal cielo. E soprattutto dobbiamo convertirci. Ma non voglio ora farvi la predica”.
In quel momento una delle donne si affacciò dalla porta della casa e gridò:
“Presto, accomodatevi! Il pranzo è pronto”.
Tutti si affrettarono verso l’aia, dove era stato allestita una grande tavolata, pregustando allegramente il pranzo, che si prevedeva eccezionalmente abbondante e gustoso, e innaffiato da ottimo vino.
In quel tempo i pranzi offerti in occasione delle festività religiose, di matrimoni, ed a volte anche di fidanzamenti e di battesimi, erano fra le rare occasioni in cui nel mondo contadino si usciva dall’abituale povera alimentazione composta principalmente di polenta, di patate e di legumi.
Tutti si accomodarono nell’aia, intorno alla grande tavolata, e le massaie incominciarono a servire i loro manicaretti.
Gemma e Ludovico sedevano l’uno accanto all’altra. Maria aveva preso posto alla sinistra di Gemma e Monsignor Giuliani alla destra di Ludovico. Gemma continuava a tenere timidamente gli occhi bassi ed evitava, per qunto poteva, di guardare Ludovico. Quest’ultimo la sbirciava spesso, cercando di non darlo a vedere, ed era profondamente commosso ed emozionato.
Il pranzo si svolse gioiosamente, tra auguri ed applausi sempre rinnovati ai fidanzati. Verso la fine il canonico, battendo ripetutamente un cucchiaio contro una bottiglia ormai vuota, chiese la parola, si alzò in piedi e disse:
“Carissimi Ludovico e Gemma e voi tutti cari parenti e amici. Questa è una giornata di grande gioia per noi qui riuniti per festeggiare voi, cari giovani, e viene quasi a temperare le gravi preoccupazioni che tutti abbiamo per la situazione di incertezza in cui ci troviamo. Vorrei ora approfittare per invitarvi a cogliere l’occasione di questo memonto di sollievo, che il Signore ci concede, per rafforzare la vostra confidenza in lui, che governa tutte le cose e che non ci abbandonerà, anche in mezzo alle più gravi tempeste. Non dobbiamo pensare che gli avvenimenti in cui ci troviamo sfuggano alla sua Provvidenza, né che dipenda dai nostri sforzi e dalle nostre iniziative cambiare il corso degli eventi. Purtroppo facilmente dimentichiamo che Dio tiene nella sua mano ogni cosa e che non lascia nulla al caso o al capriccio degli uomini, e così succede che pretendiamo di affidarci alla nostra propria iniziativa. Ma vedete come il Signore, nonostante tutto, ci conforta e ci fa sperimentare tangibilmente la sua protezione e la sua condiscendenza verso di noi. Dunque cerchiamo tutti di non porre la nostra fiducia nelle industrie umane, ma piuttosto nella nostra conversione dal peccato ad una vita santa e virtuosa. Questi bravi giovani, che oggi festeggiamo, ci danno l’esempio. Sono ambedue devoti e consacrati alla Madonna e soltanto dalla sua benedizione aspettano di poter avere una vita felice. Ma sanno anche che non possono pretendere di essere benedetti dal cielo se, da parte loro, non si impegnano a meritarlo con una condotta irreprensibile. Ora dunque, mentre auguriamo loro con tutto il cuore di mantenersi sempre nella grazia di Dio, impegnamoci anche noi a fare altrettanto e ad evitare, per quanto è possibile, azioni inconsiderate, di cui domani potremmo forse pentirci. A voi, dunque, cari giovani, vanno tutti i notri auguri. Vi accompagnamo con la nostra preghiera e tutti ci auguriamo che presto potrete compiere il vostro desiderio con la benedizione nuziale davanti all’altare del Signore. Ed ora alziamoci in piedi e recitiamo tutti insieme un’Ave Maria per ringraziare ed implorare la Madonna nel giorno della sua festa”.
Tutti si alzarono e recitarono con devozione l’invocazone alla Vergine.
Poi un po’ per volta gli ospiti si congedarono e incominciarono a dileguarsi. Ludovico e il Monsignore salutarono i Federici, Gemma fece un rispettoso inchino al fidanzato, ritirandosi poi con modestia accanto a sua madre, e zio e nipote si avviarono per tornare alla loro abitazione in città.
Più tardi Gemma, rimasta sola con la madre, le si accostò e le disse con voce emozionata:
“Oh, mamma! Tu non sai! Durante la messa la Madonna mi ha sorriso! Mi sembrava di essere nella Santa Casa! Oh, mamma! Non vedo l’ora di ritornare a Loreto! Vorrei rimanere sempre là, nella casa di Nazareth, e vivere sotto lo stesso tetto con la Madonna, San Giuseppe e Gesù bambino! Quando potremo tornare a Loreto, mamma? Lo sai che tanto spesso sogno, di notte, di essere nella Santa casa e che la Madonna mi sorrida?”
Maria abbracciò teneramente la figlia, turbata nell’anima per ciò che sapeva di Loreto e che la figlia ignorava.
“Sì, bambina mia!” disse sospirando. “Un giorno ci torneremo a Loreto! Ma sarà quando Dio vorrà!”

XXII

Il giorno dopo Gemma si svegliò serena e sorridente. Durante la notte aveva di nuovo sognato di essere nella Santa Casa e ciò la rendeva molto felice.
Dopo aver fatto colazione, si mise a riordinare la casa, ancora un po’ in subbuglio per la festa del giorno precedente, e poi uscì nel prato a stendere i panni.
Mentre era intenta alla sua occupazione, si sentì chiamare dal cancello di ingresso:
“Gemma! Gemma”
Incuriosita la ragazza si avvicinò al cancello e lì vide suo cugono Pinuccio che le faceva segno con la mano.
“Ciao, Pinuccio! Che fai qua?” chiese la ragazza.
“Sto cercando zio Antonio. Devo parlargli. Sai dove posso trovarlo?”
“Dovebbe essere laggiù, nella vigna”
“Grazie! Ora vado a cercarlo. Scusami se ieri non sono potuto venire. So che è stata una festa bellissima”.
“Oh, sì, Pinuccio! Non ti dico! Credo che non la dimenticherò mai!”
“Mi immagino che pranzo!”
“Sì, certo. Ma per me il pranzo conta poco. Lo sai” agiunse abbassando la voce e guardandosi intorno per essere certa che nessun altro la ascoltasse “che durante la messa la Madonna mi ha sorriso? Mamma mia! Mi sembrava di essere di nuovo nella Santa Casa di Loreto! Sai che ci siamo stati in pellegrinaggio l’anno scorso. Mamma mia! Vorrei tanto ritornarci!”
Pinuccio si rabbuiò e, stringendo i pugni con rabbia, eclamò tra i denti:
“Se fossi in te non ci andrei proprio a Loreto!”
Gemma ebbe un fremito.
“Perché dici così?!” esclamò presentendo qualche notizia funesta.
“Non sai che i francesi hanno depredato il santuario, hanno rubato la statua della Madonna e l’hanno spedita a Parigi?”
Gemma impallidì.
“No!” esclamò con voce alterata. “Dimmi che non è vero! Dimmi che non è vero!”
“È verissimo, invece!” proruppe il giovane alzando i pugni minacciosi al cielo. “Oh, se potessi averli tra le mani quei mascalzoni!”
Gemma, pallida come un cadavere, rimase muta, con lo sguardo fisso davanti a sé. Improvvisamente si animò e chiese a Pinuccio, puntando l’indice verso la strada:
“Chi sono quei soldati?”
Il giovane si voltò e vide una truppa di militari avvicinarsi a cavallo sulla strada sassosa in direzione di Sinigaglia.
“Maledetti!” esclamò Pinuccio digrignando i denti. “Sono francesi. Sapevo che oggi una numerosa truppa dei loro – circa cinquecento – sarebbe passata di qua per raggiungere Ancona. Ma fermati! Dove vai?!”
Improvvisamente Gemma era schizzata in avanti lungo la strada in direzione della truppa a cavallo.
“Fermati Gemma!” gridò il giovane correndole dietro. “Fermati! È pericoloso!”
Ma la giovinetta sembrava avere le ali ai piedi e Pinuccio non riuscì a raggiungerla.
Anche una donna che stava in un campo vicino, vedendo il pericolo, si precipitò sulla strada cercando di afferrare la ragazza.
Troppo tardi!
Come se fosse invasata, Gemma correva incontro alla truppa francese stringendo i pugni contro di loro. Rapidamente i cavalieri le si avvicinavano. Uno dei soldati si trovò a due passi da lei. La ragazza gli si avventò contro gridando:
“Maledetti! Avete rubato la statua della Madonna! Andrete all’inferno! Riportatela a Loreto, nella Santa Casa!”
Il cavaliere, infastidito da quella donna che gli gridava contro come una forsennata cose incomprensibili, non esitò un istante ad usare la sciabola per allontanarla da sé. Sguainò la sua lama e la colpì con rapidità e sicurezza, frutto del lungo esercizio. L’intento del francese, un ufficiale degli ussari, non era quello d’ucciderla. Il suo fendente colpì in un punto che non sarebbe dovuto essere letale, almeno nelle sue intenzioni.
Con la spalla destra squarciata, Gemma cadde a terra macchiata di sangue, mentre la truppa proseguiva indifferente per la sua strada.
Subito Pinuccio e la donna che era accorsa le furono accanto.
“Gemma! Gemma!” gridava Pinuccio fuori di sé. “Che cosa ti ha fatto quel tizzone d’inferno?! Maledetti! Scomunicati!”
“Scostati!” disse la donna. “Và a chiamare gente. Bisogna portarla subito in casa e chiamare il medico. Non vedi quanto sangue sta perdendo?”
Pinuccio si prese la testa tra le mani ed esclamò con rabbia:
“Maledetta la mia lingua e quando le ho riferito di Loreto! Ma non immaginavo che l’avrebbe presa in quel modo!”
Poi si riscosse e subito corse a cercare aiuto. Intanto la donna accudiva ai primi soccorsi. La ferita appariva grave e la ragazza gemeva e si contorceva per il dolore. La donna cercò di confortarla e, usando un indumento che le copriva le spalle, provò a tamponare il sangue.
Poco dopo accorsero altre persone, sollevarono la ragazza e, portandola di peso, la condussero in casa.
Maria, richiamata dalle insolite grida, corse all’ingresso della casa e, vedendo Gemma in quello stato, si mise le mani nei capelli e incominciò a gridare:
“Gemma! Figlia mia! Che cosa è successo? Chi è stato? Presto! Chiamate il medico! Figlia mia! Figlia mia! “
Si precipitò sulla ragazza, la abbracciò come una disperata e scoppiò in un pianto dirotto.
I soccorritori portarono la ragazza nella sua stanza e la distesero sul letto, mentre le donne più esperte cercavano di lavare e tamponare la ferita. Maria rimaneva abbracciata alla figlia e piangeva disperatamente. Gemma sembrava senza coscienza. Gemeva debolmente con gli occhi chiusi e con un’espressione sofferente sul viso.
“Presto!” disse una delle soccorritrici. “Andate a chiamare Antonio, Claudio, Federico e Mauro. Pinuccio è già andato a chiamare il medico. Ma conviene chiamare anche Monsignor Giuliani e Ludovico”.
“Vado io a chiamare il Monsignore!” disse uno dei contadini che erano accorsi udendo le grida e il clamore.
Poco dopo si precipitavano nella stanza il padre e i fratelli di Gemma.
“Gemma! Figlia mia!” gridò Antonio fuori di sé. “Cosa è stato?! Che ti hanno fatto?!”
I tre ragazzi rimasero accanto al letto pallidi e sgomenti, mentre Antonio, inginocchiatosi accanto alla moglie, copriva la figlia di baci piangendo come un bambino.
“Gemma! Gemma! Figlia mia! Chi è stato?! Chi è stato?!” gridava disperato.
Le donne che cercavano di curare la ferita della giovinetta, con delicatezza chiesero a Maria e ad Antonio di non impedire il loro lavoro. I due poveri genitori, fuori di sé dallo strazio, si scostarono dal letto e si abbracciarono piangendo dirottamente.
“È grave!” mormorò una delle donne più esperte, cercando di non farsi sentire dai genitori della ragazza. “Speriamo che venga presto il medico. Non si riesce a tamponare il sangue”.
Il colpo dell’ussaro, assestato con vigore e maestria, aveva provocato uno squarcio profondo. Per di più lo sciabolone da cavalleria impiegato era spesso e pesante, cosicché la ferita era anche larga. La piaga sanguinava copiosamente e non vi era modo né di tamponare la ferita, nè di rinchiuderla; almeno, un modo che fosse conosciuto dalle brave contadine che soccorrevano Gemma.
Passò una mezz’ora di angoscia, poi finalmente la porta si aprì ed entrarono nella stanza contemporaneamente il medico, Ludovico e Monsignor Giuliani.
Ludovico, avvicinatosi di corsa al letto dell’inferma con le lacrime agli occhi, si contorceva le mani senza trovare neanche la forza di parlare. Il canonico cercava di confortarlo, ma lui stesso era totalmente sconvolto.
Intanto il medico, esaminata la ragazza, parve fiducioso. Lavò accuratamente la ferita e la disinfettò, poi applicò una sutura per chiuderla. Terminata l’operazione, disse che Gemma avrebbe avuto bisogno di riposo e che si doveva prestare la massima attenzione e cautela per evitare che la sutura si rompesse. Per il resto, si sarebbe dovuto soltanto attendere che la natura facesse il suo corso e che l’organismo si sanasse da sé. Detto ciò, il medico se ne andò, dopo aver fatto tutto quello che poteva, che era all’ingrosso quello che la scienza medica dell’epoca era in grado di eseguire.
Gemma, sebbene dolorante per la carne tagliata sino all’osso ed indebolita dalla perdita di sangue, pareva ora tranquilla. Il resto della giornata trascorse pacificamente. La ragazza riposava sul suo lettuccio o, di tanto in tanto, si alzava per sgranchirsi le membra e fare qualche passo. Ma in serata sorse una febbre improvvisa e violenta, prima forte, poi fortissima.
Il maggiore pericolo per i feriti di guerra era dato, prima della scoperta degli antibiotici, dalle frequentissime infezioni, che uccidevano più soldati delle pallottole e delle baionette. Anche se il medico aveva disinfettato l’impressionante apertura nella carne viva, un’aggressiva colonia batterica aveva già fatto irruzione nel corpo dell’adolescente e si era diffusa a grande rapidità. L’alta temperatura corporea era l’unica manifestazione tangibile, mentre il corpo di Gemma lottava per sopravvivere. Ma l’infezione era troppo potente e dinamica e la ragazza era condannata.
Suo padre, scorgendo la figlia in preda al deliquio ed inconsciente per la febbre altissima, corse a casa del medico, nonostante fosse ormai notte fonda, ma il dottore, accorso, non poté fare nulla per aiutare Gemma, tranne che cercare di abbassarle la temperatura praticandole un salasso.
Nel frattempo Gemma si era risvegliata, aveva ripreso a lamentarsi ad alta voce e invocava la mamma.
Maria si inginnocchiò accanto a lei coprendola di baci, mentre Antonio, accostatosi al medico, gli chiese, con voce supplichevole:
“Come sta mia figlia? Guarirà? Mi dica la verità! Non mi inganni, la prego!”
Il medico scosse il capo e mormorò:
“Non c’è speranza. Ha solo poche ore di vita”.
Se anche il dottore non fosse stato un semplice medico di provincia, contro un’infezione come quella la medicina del XVIII secolo era praticamente impotente.
Antonio cadde a terra in ginocchio e scoppiò a piangere disperatamente.
“Signore!” gridava. “No, Signore! Non lo permettere! No! No! No!”
Mentre il canonico cercava di confortare Antonio, Ludovico si inginocchiò accanto a Maria presso il letto della ragazza e incominciò a piangere dirottamente e ad esclamare:
“Gemma! Gemma! Angelo mio! No! Non volare al cielo! Non lasciarci! No, Signore! No!”
Accanto a lui Maria sembrava imbambolata, con la testa abbandonata sul petto della figlia.
Improvvisamente il canonico si riscosse.
“Claudio!” disse. “Presto! Portami in città. Avanti! Non c’è tempo da perdere!”
Stupito, Claudio si mosse e scese rapidamente a prendere il carretto, seguito dal Monsignre.
Intanto nella stanza era tutto un gemito. Il medico e le donne cercavano di alleviare le sofferenze della ragazza incoraggiandola, mentre Antonio, Maria e Ludovico la accarezzavano e la baciavano piangendo.
Gemma era tornata completamente in sé e, pur lamentandosi per la grande sofferenza, cercava di confortare i genitori e il fidanzato esortandoli alla rassegnazione cristiana.
Era passato molto tempo, quando Monsignor Giuliani si ripresentò. Indossava una cotta e una stola bianca e teneva in mano il rituale. Lo accompagnava un chierico con il secchiello dell’acqua santa e il vaso dell’olio degli infermi.
Pensando che il canonico si preparasse ad amministrare alla ragazza l’estrema unzione, tutti si scostarono emettendo un sospiro di sconforto. Il Monsignore si avvicinò a Gemma, la prese per mano e le chiese:
“Gemma, piccola mia, mi senti?”
“Sì, Monsignore” rispose la ragazza con un fil di voce.
“Sei lucida e cosciente? Sei padrona della tua volontà?”
“Sì, Monsignore. Soffro molto, ma sono cosciente”.
“Dunque puoi esprimere liberamente il tuo volere?”
“Sì, Monsignore”.
“Allora ti chiedo: sei disposta ora, in articulo mortis, cioè di fronte alla morte ormai certa ed imminente, ad unirti in matrimonio, prima di rendere l’anima a Dio, con il tuo fidanzato Ludovico? Se tu e Ludovico accettate di unirvi ora, subito, in matrimonio, io ho la facoltà, conferitami dal vescovo, di dispensarvi, in una circostanza così grave, dagli impedimenti dell’età, dalle regolari pubblicazioni e da ogni altra formalità canonica. Vuoi dunque che la santa Chiesa benedica ora e subito il vostro matrimonio?”
Gemma sollevò il capo sorridendo ed esclamò, con voce debole ma ferma:’
“Sì, Monsignore, lo voglio. Che Dio la benedica!”
I presenti avevano ascoltato le parole del Monsignore con il fiato sospeso. Dopo la dichiarazione della ragazza tutti scoppiarono a piangere. Ludovico era inginocchiato accanto al letto dell’inferma e singhiozzava coprendosi il viso con le mani.
“Ludovico” disse rivolto a lui il canonico. “Hai ascoltato la tua fidanzata consentire alla celebrazione immediata del vostro matrimonio. Vuoi consentire anche tu?”
Ludovico si tolse le mani dal viso e fissò Gemma con uno sguardo di stupore e quasi di incredulità. Poi si rivolse al Monsignore e disse;
“Oh, Monsignore! Veramente si può fare?”
“Sì, Ludovico. Sto aspettando il tuo consenso”.
Il giovane si alzò e si gettò nello braccia dello zio scoppiando di nuovo in lacrime.
“Me lo chiede, Monsignore?!” esclamò tra i singhiozzi. “Certamente! Potrei non consentire? Grazie, Monsignore! Grazie! Lei ha portato un lampo di gioia in questo immenso dolore!”
Anche i genitori di Gemma si mostrarono commosi e in qualche misura confortati dall’iniziativa del canonico e si alzarono in piedi per rispetto alla celebrazione del sacramento in un momento così solenne.
Ludovico si accostò al letto dell’inferma. Provava verso di lei un affetto inesprimibile, quale mai aveva sperimentato in precedenza. Gemma si sollevò un po’ sul letto e sorrise dolcemente a Ludovico.
“Ora Gemma” disse il monsignore “togliti l’anello di fidanzamento e poggialo sul letto. Servirà come anello nuziale”.
La ragazza obbedì e si tolse l’anello appoggiandolo sul letto. Poi il canonico aprì il rituale che portava in mano e lesse, traducendo in italiano la formula latina:
“Ludovico, vuoi prendere la qui presente Gemma come tue legittima sposa, secondo il rito di santa madre Chiesa?”
“Sì, lo voglio” rispose Ludovico con la voce tremante per l’emozione.
“Gemma” riprese il canonico, “vuoi prendere il qui presente Ludovico come tuo legittimo sposo, secondo il rito di santa madre Chiesa?”
“Sì, lo voglio” rispose Gemma con voce debole e sofferente, ma con un’espressione di grande dolcezza e soavità.
“Datevi la mano destra” disse il canonico. Poi aggiunse: “Ludovico e Gemma, vi unisco in matrimonio, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Tutti i presenti mormorarono:
“Amen”.
Si era creata un’atmosfera irreale. Tutti trattenevano il fiato e fissavano il viso sorridente e felice della ragazza che teneva teneramente per mano il suo novello sposo. Sembrava agli astanti che ella già godesse la beata pace del paradiso.
Poi il il rito proseguì in latino:
“Adjutorium nostrum in nomine Domini”.
“Qui fecit caelum et terram”.
“Domine exaudi orationem meam”.
“Et clamor meus ad te veniat”.
“Dominus vobiscum”.
“Et cum spiritu tuo”.
“Oremus. Benedic, Domine, annulum hunc, quem nos in tuo nomine benedicimus, ut quae eum gestaverit, fidelitatem integram suo sponso tenens, in pace, et voluntate tua permaneat atque in mutua caritate semper vivat. Per Christum Dominum nostrum. Amen”.
Poi il canonico asperse con l’acqua benedetta l’anello di fidanzamento, divenuto anello nuziale, e Ludovico lo mise nuovamente al dito di Gemma, pensando in cuor suo, con grande commozione, che mai il giorno prima avrebbe immaginato di doverlo usare così presto per consacrare la loro unione sponsale.
“Ora” disse il Monsignore “la sposa è sofferente e si prepara ad andare incontro al Signore. Perciò, dispensando dalle altre orazioni, le amministrerò l’estrema unzione e poi usciremo tutti dalla stanza e la lasceremo in compagnia dei suoi genitori, dei suoi fratelli e del suo sposo”.
Ciò detto il Monsignore, dopo aver conferito l’olio santo alla ragazza, condusse fuori della stanza tutti gli astanti, lasciando l’inferma sola con i suoi più stretti congiunti.
Tutti si radunarono nella sala da pranzo e rimasero in silenzio, ancora indicibilmente impressionati dall’improvvisa e inaspettata cerimonia nuziale.
Passò un tempo molto lungo, senza che nessuno osasse muoversi. Finalmente la porta si aprì e il giovane Caludio si affacciò sulla soglia e disse, con la voce tremante, che quasi gli mancava:
“Potete entarare. Mia sorella è volata in cielo!”

XXIII

La mattina dopo Ludovico si svegliò tutto intorpidito, dopo aver dormito poco più di un’ora, seduto su una sedia nella sala da pranzo dei Federici. Aveva trascorso la notte insieme ad Antonio e a Maria, tra pianti, angosce e momenti di profonda commozione, presso il letto su cui giaceva la salma della piccola Gemma. La giovinetta era stata convenientemente ricomposta nella pace della morte dalle donne amiche della famiglia, con le mani giunte sul petto e una corona del rosario tra le dita. Il suo viso appariva sereno e sorridente e infondeva, in chi lo guardava, sentimenti nello stesso tempo di straziante nostalgia e di celestiale speranza.
Al momento del suo risveglio Ludovico provò un senso di profonda desolazione. La stanza povera e spoglia in cui si trovava gli parve riflettere il vuoto in cui era precipitata la sua vita. Ma presto gli tornarono in mente le scene indimenticabili degli ultimi istanti di vita della sua sposa e le successive ore di commozione e di angoscia trascorse insieme ai suoi suoceri accanto al suo letto.
Dopo essere rimasta sola con i suoi genitori e fratelli e con Ludovico, Gemma, tenendo sempre la mano in quella del suo novello sposo, aveva incominciato a respirare affannosamente, causando rinnovata apprensione e scoppi di pianto nei circostanti. Vedendo i visi angosciati dei suoi cari, la giovinetta li aveva esortati alla rassegnazione critiana con parole che essi non avrebbero mai dimenticato.
“Papà, mamma, Ludovico, fratelli miei” aveva detto, “vi prego! Non vi angustiate! È la Madonna che mi chiama! Mi vuole con sé. Ricordi, mamma, l’anno scorso, quando mi hai portato alla messa al convento per il mio compleanno? Ti dissi che avevo sentito una voce che mi diceva: ancora un anno! Allora tu mi dicesti che quelle parole si riferivano al mio fidanzamento ufficiale con Ludovico. Ma in fondo io ero convinta che la Madonna, in realtà, mi chiamava a raggiungerla in cielo dopo un anno. Oh, mamma! Non te l’ho mai detto, ma, quando siamo stati a Loreto, nella Santa Casa, ho sentito ancora la voce dalla Madonna che mi chiamava, e quanto ho desiderato stare sempre con lei! Anche ieri, durante la messa, all’inizio ero tanto turbata! Mi sembrava che quella cerimonia di fidanzamento mi allontanasse da Dio. Ma poi la Madonna mi ha sorriso e mi ha fatto capire che tutto andava bene e che mi stavo avvicinando a lei. Vedete, dunque! Tutto è voluto dal cielo e ora io vado a raggiungere la mia madre celeste, che mi attende con il suo sorriso. La sua immagine, anche un’immagine santa come quella di Loreto, qui sulla terra può essere rubata dai malvagi Ma la Madonna che vedrò tra poco in cielo, no! Quella nessuno potrà mai togliermela! No! Non piangete! Io vado in paradiso! E da lì pregherò per voi e vi sarò sempre vicina! Ludovico! Ora sono la tua sposa! Quanto è stato buono il Monsignore a darci questa gioia così grande! Non piangere! Devi essere felice che la tua sposa vola al cielo, che tra poco si troverà tra le braccia della nostra madre celeste, che sarà sempre la tua sposa, che ti sarà sempre vicina e che il tuo cuore sarà sempre vicino a lei, vicino alla Madonna, lassù nel cielo…”
Pronunciate queste parole, la giovinetta aveva incominciato a tossire con insistenza e a respirare con sempre maggiore difficoltà. Poi si era sollevata sui coscini e aveva posato un dolce sguardo prima sul padre e poi sulla madre. Infine aveva levato gli occhi in alto, come se vedesse qualche apparizione divina davanti a lei, e si era dolcemente accasciata sul letto. Dopo pochi istanti aveva cessato di respirare.
Tutti erano scoppiati in lacrime, mentre Caludio dava l’annucio della morte della sorella alle persone che aspettavano nella sala da pranzo. La stanza da letto della giovane si era subito riempita e tutti, profondamente commossi, avevano cercato di confortare i genitori e gli altri stretti congiunti della defunta.
Poi, a poco a poco, la maggior parte degli astanti era partita e i pochi rimasti avevano vegliato la spoglia mortale della giovane insieme ai genitori, ai fratelli e allo sposo. Le donne avevano sistemato la salma e avevano incominciato la recita ininterrotta del rosario. Il risuonare delle Ave Maria era accompagnato dai gemiti incontenibili di Antonio, di Maria e di Ludovico, che non si scostavano dal letto della defunta e non cessavano di coprirla di baci.
Soltanto il ricordo della ultime parole di Gemma lenivano il loro dolore e portavano un raggio di luce e di speranza nella loro anima così profondamente affranta dal dolore.
Quando ormai stava per fare giorno, mantre Antonio e Maria giacevano inginocchiati in terra accanto al letto di Gemma storditi dall’afflizione e dalla stanchezza, Ludovico si era accomodato su una sedia nella sala da pranzo per riposarsi dalle troppe emozioni.
Dopo aver ripreso coscienza e essersi riscosso dal suo inziale stato di prostrazione, si accorse che già il giorno era spuntato. Affacciandosi alla finestra, vide un carretto guidato da un frate francescano entrare dal cancello della fattoria. Il carretto si avvicinò e Ludovico riconobbe, al posto di guida, il Padre Guardiano. Scese le scale per andargli incontro e il frate, disceso dal carretto, lo abbracciò esclamado:
“Ludovico! Ho saputo tutto! È stata una grande disgrazia! Ma ora cerca di farti coraggio. Il Monsignore ha avuto una bellissima idea, di sposarvi in articulo mortis. Ora pensa che Gemma è la tua sposa e ti è sempre vicina”.
“Grazie, padre! Sì! Questo è tutto il mio conforto. Ma può immaginare come stanno Antonio e Maria!”
“Sì, certo. Vedo subito da loro”.
Il Padre Guardiano salì le scale e raggiunse i due poveri genitori, che proprio allora stavano riscuotendosi dal torpore che li aveva colti sul far del mattino.
“Antonio! Maria!” disse con voce commossa il frate. “Che cosa ho sentito! Venite qui e lasciate che vi benedica!”
I due sposi si alzarono da terra e si avvicinarono al frencescano. Maria si gettò piangendo tra le sue braccia, mentre Antonio abbassva gli occhi con aria affranta.
“Suvvia!” li esortò il frate. “Fatevi coraggio! La vostra bambina è morta da santa e questo deve cofortarvi. Pensate quante tragedie sono avvenute e stanno avvenendo in questi tempi tempestosi. Quanti giovani e giovinette muoiono tra guerre, saccheggi e violenze di ogni genere. Almeno voi avete la consolazione che la vostra cara figlia è morta nel suo letto con i conforti della religione”.
“Ha ragione, padre” rispose Maria tra i singhiozzi. “Ma è più forte di me! Non psso guardarla senza sentirmi straziare”.
Antonio si inginnocchiò davanti al frate.
“Padre!” disse con voce tremante. “Solo la religione ci conforta in questi momenti. La prego! Ci dia la sua benedizione!”
Maria si inginocchiò accanto al marito e il frate frece su di loro il segno della croce pronunciando le parole solenni:
“Benedicat vos omnipotens Deus, Pater et Filius et Spiritus Sanctus!”
Tutti gli astanti mormorarono:
“Amen!”
Poi il frate aiutò i due coniugi ad alzarsi da terra e disse loro:
“Ascoltate. Ho già parlato con il parroco del Porto. Possiamo celebrare la messa delle esequie al convento. Poi penserò io a sistemare i registri della parrocchia. Penso che vi faccia piacere che si faccia tutto al convento e che anche Gemma lo avrebbe gradito”.
“Sì, Padre! Senz’altro” risposero insieme i due coniugi.
“Dunque quando siete pronti venite alla chiesa, durante la mattina. Penserò io ad avvertire i fedeli. Non abbiate fretta. Purché arriviate prima di mezzogiorno. Vi aspetto. E… naturalmente l’inumazione, cioè la sepoltura, sarà fatta accanto alla chiesa”.
“Sì, certo, padre” disse Maria abbassando il capo con un sospiro. “Purtroppo è necessario fare anche questo. E la cosa migliore è seppellirla vicino al convento, al quale era tanto affezionata!”
Dette queste parole scoppiò nuovamente a piangere. Il marito l’abbracciò e la accarezzò, piangendo anche lui.
Intanto diverse donne e altre persone stavano tornando per fare la condoglianze alla famiglia e per cercare di dare un aiuto nella confusione generale. Venne anche Monisgnor Giuliani e sia Ludovico sia i genitori di Gemma lo abbracciarono commossi, rinnovando tutti i loro ringraziamenti per quello che aveva fatto per loro.
Finalmente, quando tutto fu sistemato, la salma della giovinetta fu collocata sul carretto e tutti gli astanti, con i loro mezzi di trasporto, si avviarono verso il convento.
Antonio e Maria vollero restare sul carretto accanto alla figlia, mentre Ludovico e i fratelli di Gemma seguivano il corteo a piedi.
Procedevano lentamente, recitando il rosario e le preghiere per i defunti.
Dopo più di mezz’ora la processione arrivò al convento. Il padre Guardiano li aspettava davanti alla chiesa con la cotta e la stola nera.
Dopo la benedizione della slama, tutti entrarono in chiesa, mentre le campane suonavano a morto.
La cerimonia fu semplice, ma molto sentita. Il Padre Guardiano fece un caldo elogio della giovane defunta, che commosse fino alle lacrime tutti gli astanti. Dopo la benedizione finale in chiesa, la salma fu portata sul terreno accanto al convento e, tra rinnovati pianti e gemiti angosciosi, fu inumata.
Conclusa la sepoltura, tutti andarono ad abbracciare i genitori, i fratelli e lo sposo della defunta cercando di cosolarli con parole di condoglianza. Anche Ludovico andò ad abbracciare Antonio e Maria, e quat’ultima gli disse, con le lacrime agli occhi e la voce affranta dal dolore:
“Ludovico, ti scongiuro, ora non abbandonarci! Veni smpre a trovarci! Stacci vicino! Ormai fai parte della nostra famiglia e vedendo te ci sembra di rivedere ancora Gemma”.
“Non dubiti, signora!” rispose il giovane con voce affettuosa. “Ormai voi siete per me come un padre e una madre. Vi sarò sempre vicino. Ora, però, ho bisogna di stare un po’ solo. Ho bisogno di pregare e di ripensare a tante cose. Non vi dispiace, vero, se per un po’ mi allontano?”
“No, certamente. Ma ora sai che ti aspettiamo sempre”.
“Sì. Non dubitate”.
Ciò detto Ludovico abbracciò ancora Maria ed Antonio, si congedò dalla zio, dai parenti e dai conoscenti e si avviò verso la città.
Discese dal convento sulla strada principale e la percorse lentamente gurdando intorno a sé la campagna, illuminata dall’ultimo sole estivo. In cuor suo pensava che per tanto tempo gli occhi di Gemma avevano contemplato quelle dolci colline e che, perciò, qualche cosa di lei vi era rimasto impresso. Per questo voleva soffermarsi ad ammirare quei luoghi, testimoni degli innocenti pensieri e delle devote preghiere dalla sua sposina.
Così, avanzando senza fretta lungo la strada, Ludovico raggiunse infine la Porta Lambertina. Le guardie, informate di quanto era accaduto, gli fecero le loro sincere condoglianze e il giovane, fatto loro un segno di saluto, proseguì il suo cammino.
Giunto sul Misa, attraversò il ponte e si incamminò sul lungofiume, in direzione del porto.
Alla sua destra sfilavano i bei portici Ercolani, che gli ricordavano l’indimenticabile visita alla fiera che egli aveva fatto insiene a Gemma e ai suoi genitori poco più di un mese prima. Chi lo avrebbe mai pensato, allora, che tutto sarebbe presto finito con la scomparsa della povera giovane? Ma chi avrebbe mai pensato che così presto ella sarebbe diventata sua sposa, in circostanze così dolorose?
Il giovane proseguì il suo cammino e raggiunse il canale, nel quale erano ormeggiate molte barche da pesca, con le vele ammainate o spiegate al vento e pronte per prendere il largo. Alla sua destra molti orti e frutteti si spingevano fin quasi sulla spiaggia del mare.
Ludovico si avventurò sul molo – che a quel tempo non aveva l’estensione che avrebbe sviluppato più tardi – e, giunto alla sua estremità, si sedette su un grosso masso di pietra.
Rimase così, in silenzo, a contemplare la superficie ondulata del mare, mentre un leggero vento gli accarezzava il viso.
Quante acque e quante terre vi erano di là dalla linea dell’orizzonte! E non era ciò quasi un simbolo della vita umana? Quanto egli aveva potuto ammirare ad amare nella piccola Gemma, era solo una minima parte di lei. Di là dalla sua vita terrena, non vi era un immenso mondo misterioso, come di là da quell’orizzonte? E come le incalcolabili meravigliose mercanzie che avevano invaso la fiera, trasportate attraverso il mare, erano il segno tangibile di tanti regni misteriosi che si nascondevano oltre il limitato orizzontre marino, così la presenza tra noi di Gesù, della Madonna e della schiera innumerevole dei santi, non era il segno tangibile del mistrioso regno divino verso il quale aveva preso il largo la sua innocente sposina, che la Madonna stessa aveva praparato a lasciare la spiaggia di qusto mondo per condurla presso di sé?
Ludovico non sapeva che il mare che ondeggiava ai suoi piedi, agitato dal lieve vento settembrino, tra poco più di un meso sarebbe stato testimone della crudele scomparsa di quella repubblica Serenissima che per secoli era stata la sua regina. Non sapeva che, prima di consegnarla proditoriamente agli austriaci, affinché non restasse loro nulla che potesse avvantaggiarli, i francesi avrebbro arso gli arsenali e le navi che non potevano portare con sé e avrebbero trafugato, sfigurato o distrutto statue, opere d’arte, decorazioni che avevano adornato Venezia come simboli della sua gloriosa storia, lasciando ai suoi nuovi padroni una città desolata e spenta.
Tutto questo era ignoto al giovane. Egli vedeva soltanto l’azzurra superficie del mare che rispecchiava la volta del cielo e che gli parlava di un regno divino intangibile dalle vicende di questo mondo, il quale offriva un porto sicuro alle speranze umane, oltre la morte, oltre la distruzione di ogni gloria terrena.
Gli tornarono allora alla mente quei versi del Vescovo Alfonso de’ Liguori che avevano segnato, in modo quasi miracoloso, l’inizio della sua storia d’amore:

«Il tuo gusto e non il mio
amo solo in te, o mio Dio!
Voglio solo, o mio Signore,
ciò che vuol la tua bontà!»

Sì, certamente! Se queste parole avevano convinto lo zio a permettergli di abbandonare la via del sacerdozio e di fidanzarsi e poi di sposarsi con Gemma, perché ora non dovevano convincere lui ad accettare, con la pace nel cuore, quanto il Signore aveva disposto del suo destino e del destino della sua indimenticabile Gemma?
“Le vie di Dio non sono le nostre vie” pensò il giovane, “e certamente attraverso le sue vie misteriose il Signore ci conduce per una strada di bene, di un bene così grande che ora non possiamo vederlo, come non possiamo vedere cosa c’è oltre quel lontano orizzonte”.
E, meditando questi pensieri, mentre il vento soffiava sul suo volto e le onde del mare andavano a morire sul molo sotto di lui, Ludovico mormorò dolcemente, con voce sommessa, le note della canzoncina di Alfonso de’ Liguori:

«Il tuo gusto e non il mio
amo solo in te, o mio Dio!
Voglio solo, o mio Signore,
ciò che vuol la tua bontà!
Quanto degna sei d’amore
o divina volontà!»