Quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti (Mt 10,27)

di Don Massimo Lapponi

È stato osservato che, mentre la celebre “Preghiera di Mosè” del “Mosè in Egitto” (1818) di Gioacchino Rossini è esclusivamente una preghiera, l’ancora più celebre coro “Va, pensiero” del “Nabucco” (1841) di Giuseppe Verdi non è soltanto una preghiera, ma al testo biblico a cui si ispira – il salmo 136 – aggiunge qualche cosa di importante, cioè un elemento sentitamente patriottico. Avviene, dunque, che le cetre appese ai salici del salmo, nel coro verdiano diventano le arpe canore dei «fatidici vati», e questi ultimi non sono soltanto i profeti ebraici, bensì anche le voci di quanti hanno tramandato e conservato le italiche «memorie (…) del tempo che fu».
Cosa era successo negli anni che separano il “Mosè” di Rossini dal “Nabucco” di Verdi?
Nel 1836 Giuseppe Mazzini aveva pubblicato, sulla rivista “L’italiano”, il saggio “La filosofia della musica”, nel quale, passando in rassegna le opere dei musicisti italiani dei primi lustri dell’Ottocento, lamentava ciò che a lui sembrava una certa languidezza sentimentale e una conseguente mancanza di impegno civile per la riscossa nazionale – lo stesso difetto da lui attribuito a “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni.
Se anche possiamo credere che Giuseppe Verdi avesse una sua distinta fisionomia rispetto a Mazzini, ciò non toglie che lo scritto del grande genovese ne abbia fortemente influenzato l’ispirazione musicale. Quando, dunque, ascoltiamo i celebri versi:

Arpa d’ôr dei fatidici vati
Perché muta dal salice pendi?

il nostro pensiero, oltre che ai profeti biblici, va spontaneamente verso i poeti, e soprattutto i musicisti, che hanno illustrato, attraverso i secoli, la cultura italiana. Alla loro “arpa d’ôr” il grande compositore si rivolge esclamando:

Le memorie nel petto raccendi,
Ci favella del tempo che fu!

Un’eco appena embrionale di questi pensieri mi risuonava già da un po’ di tempo qualche mese fa. Il paragone con una gloriosa stagione operistica, che dai suoi inizi seicenteschi giunge fino ai primi decenni del Novecento, mi faceva apparire veramente misera la nostra situazione attuale. Mi sembrava quasi che personaggi quali Rossini, Verdi, Puccini, Mascagni, Cilea ci guardassero sdegnati dal cielo scuotendo il capo ed esclamassero: “Ahi serva Italia di dolore ostello! Come siamo ridotti!”
Già in passato, pur con tutti i limiti di un’educazione musicale incompleta, mi ero cimentato con la lirica e perciò sapevo per esperienza quale lavoro ingrato sia affrontare la composizione di un’opera, anche se breve, da inventare di sana pianta. Passaggi inevitabili ti aspettano, tra incertezze di chi si muove nel buio ed esasperanti esercizi di pazienza. E poi, sarà vero che in passato qualche cosa è stato realizzato, ma il tempo scorre e le forze diminuiscono. Forse l’ispirazione è svanita per sempre!
Nello stesso tempo, però, mi si affacciava un pensiero che era da lungo in incubazione. Già quando ero ragazzo, mentre leggevo la “Storia di Israele” di Giuseppe Ricciotti, ero rimasto fortemente colpito dall’episodio della vita di Giosia narrato nei capitoli 22 e 23 del secondo Libro dei Re. Ora quell’emozione mi ritornava, accompagnata dalla sensazione che quella pagina contenesse un messaggio eccezionalmente attuale. Sarebbe stato, veramente, un ottimo soggetto per un’opera!
Faccio qualche prova, ma, dopo un primo tentativo fallito mi metto l’anima in pace: non è per me! Senonché sotto sotto la coscienza brontola e, accadendomi in quello stesso tempo di vedere due vecchi film in bianco e nero su Verdi e su Mascagni, per quanto certamente romanzati, mi sembra che i due vecchi venerabili, circondati da tutti i loro colleghi, mi guardino con disapprovazione scuotendo il capo.
E va bene! Proviamo ancora! Dopo un inizio stentato, sembra che qualche cosa di accettabile venga fuori. Ma so bene che, se l’opera va fatta, non basta una paginetta: bisogna accumulare materiale sufficiente per sostenere l’intero lavoro!
C’è poi una novità che da un po’ di tempo mi condiziona. Ricordo che già molti anni fa un amico maestro di musica mi aveva detto che da quando si stava dedicando alla musica antica non voleva più sentir parlare di Beethoven e di Chopin. Lì per lì mi erano sembrate affermazioni paradossali, ma negli ultimi anni ho finito per dargli ragione. Effettivamente il confronto tra la musica barocca e la musica romantica è di gran lunga favorevole alla prima. Oggi, poi, anche grazie ai più moderni mezzi di comunicazione, sta rivenendo a nuova vita un mondo incredibile di musicisti e di opere che erano stati dimenticati e che si credevano sepolti per sempre. Ancora sessant’anni fa si potevano leggere giudizi estremamente riduttivi su quei musicisti, accusati di vuoto virtuosismo. Ma il fatto che un’adolescente russa, Julia Lezhneva, dopo aver ascoltato i virtuosismi barocchi della nostra Cecilia Bartoli, decide di dedicarsi anima e corpo alla musica barocca e in pochi anni diviene degna emula del suo modello, tanto da lasciare gli ascoltatori a bocca aperta, dimostra che tutto sommato non ci sia, poi, tanto “vuoto” in quei vrituosismi, dal momento che essi riescono ad entusiasmare ancora la nostra esigente gioventù!
Come che sia, dopo un inizio un po’ stentato, incomincio a riascoltare, oltre ai più noti Händel, Vivaldi, Pergolesi, autori quali Hasse, Graun, Leonardo Vinci, Antonio Caldara, Baldassarre Galuppi, Leonardo Leo, Nicola Porpora. Sembra che al fuoco ardente anche lo stoppino più umido dia segni di vita! Fatto sta che un po’ alla volta il materiale cresce, fino a raggiungere il “punto di non ritorno”. Ormai sarebbe un peccato rinunciare, anche se si prevedono angosce e fatiche a non finire!
Così si procede fino a raccogliere più o meno tutto il materiale melodico necessario.
Ora, però, incomincia il tragico! Copia tutto in bella a matita – non uso computer per queste cose – con tanto di armonia corretta! E qui casca l’asino! I miei studi di armonia sono molto elementari. Ad ogni modo, se pure ogni tanto mi sorprendo a dover correggere quinte e ottave, in sequenza o in relazione, sfuggite al controllo, almeno una parvenza di “compitino ben fatto” si riesce ad abbozzare! Ma portare avanti il lavoro per 47 pagine non è un divertimento!
A questo segue, poi, il momento più angoscioso: mettere insieme le parole del libretto – qui si procede in questo modo! Passano giornate intere a scongiurare Metastasio, Felice Romani e Arrigo Boito di venirmi in soccorso. Ma, come Dio vuole, anche a questa tortura si mette il punto finale.
Fatto? No, naturalmente! Ora c’è da completare lo spartito con i segni dinamici e con le legature di frase, poi da fotocopiare tutto per un’eventuale versione in singalese, e infine, ultima ingrata corvée, da copiare tutto il libretto sullo spartito. Giorni di esasperante e paziente applicazione per rendere, infine, fruibile a tutti il lavoro intrapreso.
Così finalmente, la sera del 17 marzo, festa di San Patrizio, patrono d’Irlanda, arriva la parola FINE!
Deo gratias!
Ma qui mi tornano in mente con insistenza le parole del “Va, pensiero”, non più soltanto per un generico richiamo ai “fatidici vati”, ma perché realmente, in modo puntuale e disarmante, sembra che la composizione, realizzata quasi contro voglia – la sacra rappresentazione “La profetessa” – risponda alla lettera all’auspicio del poeta:

O simìle di Solima ai fati
Traggi un suono di crudo lamento,
O t’ispiri il Signore un concento
Che ne infonda al patire virtù!

Chi ha voglia di farlo, può verificarlo direttamente sul testo, consultando il libretto, o anche lo spartito, che qui vengono messi in anteprima a disposizione.
Che il grido della profetessa, suggerito nel segreto, possa realmente risuonare suoi tetti?

Tramite il seguente link si può leggere il libretto della sacra rappresentazione e accedere al pdf, diviso in tre parti, dello spartito musicale:

https://massimolapponi.wordpress.com/ebook-don-massimo-lapponi-la-profetessa-sacra-rappresentazione/

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