Manifesto del movimento giuridico femminile contro la ginecofobia (redazione alternativa)

Secondo una prassi che si sta diffondendo già in molte scuole di ogni ordine e grado, in conformità – in Italia – con le direttive della legge denominata “La Buona Scuola”, attraverso l’ideologia del gender si insegna, fin dalla più tenera età, che sia l’essere biologico-strutturale della donna sia quello dell’uomo non costituiscono una realtà naturale da rispettare come fonte di identità e di diritti, ma che entrambi i complessi psico-identitari, femminile e maschile, sono un puro prodotto socio-culturale, per sua struttura soggetto a possibili transizioni ad ogni possibile orientamento sessuale (genere neutro).

La suddetta prassi, assieme all’ideologia su cui essa si fonda, anziché costituire – come vorrebbe promettere – una misura di tutela di una minoranza che è stata vittima di violenza e discriminazione, si rivela di fatto essere una forma di violazione e discriminazione ancor più grave della precedente, in quanto non risolve il problema, bensì ne allarga il potere deleterio ad un numero molto più vasto di persone.

Ne abbiamo già storicamente un esempio su cui possiamo riflettere. Se facciamo un passo indietro, infatti, notiamo come le correnti più estremiste del femminismo – che rivendicavano in maniera assolutamente esasperata la liberazione della donna dai “vincoli” dei ruoli imposti da una tradizionale cultura “patriarcale” – siano approdate alla messa in discussione della stessa natura psicofisica femminile orientata alla maternità. “Liberando” la donna dal suo ruolo di madre, le femministe estremiste pretendevano di immettere massicciamente le donne nei ruoli considerati maschili, colpevolizzando il maschio fino a esigere un radicale ridimensionamento della sua figura virile. Il risultato non è stato soltanto quello di colpire l’uomo, rendendolo debole e insicuro, ma contemporaneamente quello di ferire seriamente anche la donna, privandola della sua specifica missione e dignità e appiattendola su un modello convenzionale di “mascolinità”.

Da tale esperienza dobbiamo attingere per evitare di ripetere un analogo, se non più grave, errore, che metterebbe a repentaglio il benessere e la dignità di ogni persona umana, uomo, donna o persona omosessuale che sia. La rivendicazione di quelli che ultimamente si definiscono “diritti” degli omosessuali e conseguenze che si vogliono far scaturire dai presunti “studi” sul gender, vanno a ledere nel profondo l’essere della donna, il ruolo e i diritti che da esso derivano, i quali appartengono alla metà del genere umano e sono intimamente legati alla vita della società e dell’umanità intera.

Se, infatti, neghiamo alla persona umana, fin dall’inizio della sua esistenza, la realtà del suo essere biologico e i diritti ad esso legati e contemporaneamente affermiamo come inviolabile una presunta e indimostrabile (e comunque di certo non definitiva) non coincidenza tra la sua identità psichica e il suo essere biologico-strutturale – attribuendole a volte perfino diritti di rango superiore – è evidente che stiamo assistendo ad una manipolazione, ad una discriminazione e ad una grave violazione dei diritti fondamentali, oltre che ad un innegabile paradosso.

La contraddizione appare palese se si considera che in alcune nazioni, mentre si proibiscono le terapie per ricondurre gli omosessuali all’eterosessualità, anche se da loro richieste, si propongono fin dall’infanzia percorsi psichici e fisici per transire dal genere femminile al maschile e viceversa. Ne consegue la paradossale affermazione che lo stato psichico omosessuale è intoccabile anche per l’adulto che in esso si sente a disagio, al contrario di quello bio-psichico femminile o maschile del bambino, che è anomalo al punto di poter essere pubblicamente dichiarato manipolabile in tenera età, senza alcun consenso da parte della famiglia.

In questo quadro confuso e contraddittorio la figura maggiormente presa di mira è quella della donna. La prassi educativa scaturente dall’ideologia gender infatti, con un modo di procedere legittimamente definibile “ginecofobico”, vorrebbe imporre alla donna, fin dall’infanzia, di considerare il suo proprio essere come non esistente in quanto realtà strutturale, e perciò intercambiabile. E, conseguentemente, alla stessa vengono negati i diritti che da esso naturalmente derivano: il diritto, cioè, di essere la naturale partner del maschio e soprattutto la sola naturale procreatrice, insieme al suo partner maschile, della vita umana nascente. La negazione del diritto della donna a essere se stessa, cioè essere femminile, si accompagna con la contraddittoria pretesa di conferire questo diritto a persone che hanno dalla nascita un essere biologico-strutturale maschile. Non si tiene conto del fatto che, da parte di questi ultimi, il modo in cui i suddetti diritti vengono esercitati è necessariamente diminuito, snaturato e svilito.

Ne consegue, dunque, che si abbiano, in successione temporale e logica, le seguenti mutazioni del concetto di diritto connaturato alla persona:

1. L’essere donna viene definito una semplice e mutevole convenzione sociale

2. Persone aventi per nascita un essere biologico-strutturale maschile, pretendono di sostituirsi a lei

3. Il ruolo femminile viene esercitato in forma svilita e falsa rispetto alla sua forma naturale (si pensi all’illusione di creare chirurgicamente un organo femminile amputando e manipolando quello maschile – e molte testimonianze di chi ci è passato confermano che si tratta di un palliativo illusorio e deludente – o all’inadeguatezza di dialogo con la prole che necessiti il confronto con un modello genitoriale del medesimo o opposto sesso).

Da questa ricostruzione deriva che, come si definisce “omofobia” la violazione dei diritti e discriminazione nei confronti di persone in conflitto con il loro sesso biologico, analogamente, e con maggior ragione, va introdotto il termine “ginecofobia” per indicare la violazione dei diritti e la discriminazione nei confronti dell’identità psichica della donna, in quanto inalienabilmente fondata sul suo essere biologico-strutturale innato.

Infatti, se alla bambina viene negato, fin dalla nascita, il diritto di essere ciò che è, affinché l’altro possa essere ciò che non è – si pensi all’uso, che si vorrebbe imporre fina dalle prime classi scolastiche, di sostituire con un asterisco la desinenza maschile o femminile di sostantivi, aggettivi e participi – a lei non resterà che crescere considerandosi soltanto una forma socio-culturale artificiale e mutevole, dai diritti altrettanto artificiali e mutevoli: gli stessi conferiti a chi la defrauda dei suoi diritti naturali. Questo provoca una grave deviazione. La sua psicologia sarà compromessa, mentre a livello sociale il suo rapporto con il coniuge sarà parimenti privo di obblighi o dimensioni affettive e/o spirituali proprie e il suo rapporto con la prole – rinunciando, come l’ideologia gender vuole, alle “obsolete” figure di uomo/padre e donna/madre – non sarà altro che quello di un qualsiasi responsabile affidatario, privo di un preciso ruolo psicologico e fisico insostituibile.

Il fondamento di questa degradazione della donna e la conseguente discriminazione di essa da parte di una minoranza di persone con identità psichica difforme dalla propria realtà strutturale, è appunto la “ginecofobia”, cioè la paura e il rifiuto della donna come realtà unica e insostituibile nel suo genere, al fine di cederne prepotentemente il ruolo a persone incapaci di sostituirla in ciò che la sua natura la rende predisposta ad essere. Il culmine raggiunto di tale degradazione e umiliazione della donna è rappresentato dal ridurre la stessa a macchina per “produrre” figli (maternità surrogata), laddove coloro che la definiscono solo uno stereotipo culturale necessitano di lei loro malgrado. Quando, come già si prospetta, fosse inventato l’utero artificiale, la ginecofobia avrebbe raggiunto il suo apice, ma è presumibile che ciò farà collassare la società umana, in maniera assai più grave di quanto non sia stato fatto con l’umiliazione dell’uomo e della donna da parte del femminismo.

Contro questa violazione, che con pretestuose motivazioni giuridiche si sta diffondendo in tutto il mondo, molte donne, sostenute da molti uomini, hanno deciso di unirsi in un movimento giuridico internazionale affinché, contro ogni ginecofobia e con la ferma determinazione a non esserne defraudate, possano riaffermare la realtà assolutamente inalienabile del loro essere biologico-strutturale, con tutti i diritti che necessariamente ne derivano; in particolare il diritto ad essere considerate le sole vere detentrici della facoltà di generare ed educare figli, in piena armonia di vita comune con il proprio partner maschile, senza in alcun modo tollerare che tale diritto venga esteso a chi non detiene la realtà del loro unico essere naturale.

Si invitano pertanto tutte le donne coscienti della loro dignità minacciata ad aderire fattivamente a questo movimento e ad impegnarsi per vedere riconosciuta come inammissibile in tutte le sedi istituzionali, nazionali e internazionali, la violazione ginecofobica, e la conseguente discriminazione della loro natura femminile e dei diritti che da essa derivano.

A cura di Claudia Graziani