Riflessioni sull’educazione sessuale nella scuola. A proposito di un articolo recente

L’articolo di Chiara Iannareli sul questionario del piano nazionale per la fertilità, pubblicato su “La Croce” del 15 luglio 2017, è molto inquietante per due ragioni. La prima è l’ovvia impostazione ideologica del questionario, che, come osserva l’autrice dell’articolo, mira ad instillare nei giovani idee e sentimenti del tutto erronei sulla sessualità umana. La seconda è che, l’articolo stesso, sebbene nell’insieme encomiabile, inavvertitamente sembra prestarsi alla logica della “finestra di Overton”, nel senso che ciò che un tempo era considerato argomento da trattare con la massima discrezione, e anche in larga misura da evitare, oggi, anche quanti difendono la morale cristiana tradizionale, si mostrano disposti a trattarlo senza riserve di fronte ad un pubblico di giovani di ambo i sessi, ovviamente a fin di bene. Ma a mio giudizio non si accorgono che già concedere che si parli senza veli in una classe mista di giovani di questioni così delicate, che lo stesso senso naturale del pudore suggerisce di non mettere in pubblico, è un cedimento e un primo passo verso un rovesciamento delle prospettive tradizionali.
Ripeto che l’articolo è, nell’insieme, assolutamente encomiabile e che la stessa concessione, che a me sembra un discutibile cedimento, è espressa in una forma che potrebbe essere interpretata in modo del tutto accettabile. E tuttavia forse, dietro l’apparenza e la più che buona intenzione, potrebbe celarsi il pericolo.
«È appena il caso di sottolineare» scrive la Iannarelli «che non si tratta qui neanche di porre un veto all’educazione sessuale tout court, poiché un approccio educativo integrale alla sfera affettiva e sessuale potrebbe efficacemente educare a comportamenti sessuali responsabili e magari rilanciare l’importanza di fare figli da giovani».
A questa opinione – che, in ogni caso, con le dovute riserve, potrebbe essere anche accettabile – si può opporre l’insegnamento del grande pensatore cristiano Friedrich Wilhelm Förster (1869-1966), il quale, nel suo insuperato, ma purtroppo dimenticato, capolavoro “Etica e pedagogia della vita sessuale” (prima edizione tedesca 1907, seconda edizione, quasi triplicata, 1909, traduzione italiana della seconda edizione pubblicata a Torino nel 1911), insiste più di ogni altra cosa proprio sul fatto che su questo argomento rimane perennemente valida l’antica saggezza, la quale custodiva i grandi misteri dell’umana generazione sotto il velo del silenzio.
Il Förster osserva che il naturale senso del pudore costituisce una sorta di monito a non dare in pasto alla fragile luce della ragione realtà che agiscono sul più profondo dell’inconscio e che richiedono un approccio del tutto diverso da quello della semplice cognizione scientifica.
Egli riprende da Nietzsche un’interpretazione molto suggestiva del mito di Eros e Psiche: quando Psiche, disobbedendo agli ordini degli dei, contempla Eros, diviene preda degli inferi. Analogamente, la fredda luce della conoscenza razionale, quando si avventura su un terreno che non è in grado di padroneggiare, finisce per asservirsi alle forze più tenebrose dell’istinto ed a portare lo scompiglio in un regno che il pudore istintivo aveva la sacra missione di salvaguardare.
Rientra nella stessa prospettiva la raccomandazione di SanPaolo: «Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità o cupidigia, neppure se ne parli tra voi» (Ef 5, 3).
Le suggestioni che agiscono profondamente sull’inconscio nella sfera sessuale non possono essere padroneggiate da concetti puramente razionali.
«Anche il più esteso sapere intorno all’igiene e ai pericoli sessuali» scrive il Förster «non serve a nulla, quando l’uomo, nell’istante della tentazione, non abbia la forza di agire in conformità ad esso».
E l’uomo non ha la forza di agire in conformità con asettiche raccomandazioni sanitarie, e neanche con vaghi principi di responsabilità sociale, quando si è messo in movimento un mondo di suggestioni che agiscono su un piano molto più profondo di quello della pura razionalità.
Ora, le lezioni sulla sessualità, tanto più quando sono svolte secondo ideologie materialistiche e piattamente edonistiche, non servono che a risvegliare le suggestioni dei sensi, contro le quali la più estesa conoscenza dei pericoli igienici cui si può andare incontro non ha alcuna efficacia. Ciò è confermato dal fatto, recentemente rilevato, che in Inghilterra nelle scuole in cui sono stati effettuati corsi di istruzione sulla contraccezione, le gravidanze adolesceziali, anziché diminuire, sono notevolmente aumentate, mentre dove quei corsi non sono stati effettuati, o sono stati soppressi, il numero delle gravidanze adolescenziali è risultato molto inferiore.
«Vorrei con la più grande energia» scrive il Förster «mettere in guardia dall’esagerare il valore dell’insegnamento puramente intellettuale in questo campo. Cosa affatto caratteristica, nella nostra epoca d’intellettualismo il movimento pedagogico-sessuale è incominciato coll’“istruzione sessuale” (la cosiddetta “Aufklärung”), con un’azione cioè diretta puramente all’intelligenza. Per me l’idea, oggidì espressa con tanta unanimità, che la depravazione e la sovreccitazione sessuale della odierna gioventù siano il risultato di un’imperfetta conoscenza della questione sessuale, è un errore veramente pericoloso della pubblica opinione; la vera e sola causa di questi mali sta nella spaventosa decadenza dell’educazione del carattere, e nella generale frenesia di godere dei tempi nostri. Che importanza può avere qui il semplice insegnamento? (…) La semplice conoscenza delle cose sessuali non ci difende affatto, se la violenza degl’impulsi inferiori non vien prevenuta con una universale e sistematica educazione del carattere, e più che tutto con una vigorosa ginnastica della volontà. Il preparare la volontà a far fronte all’istinto sessuale, quando si desterà, è mille volte più importante della preparazione intellettuale».
A suo giudizio, l’educazione sessuale non deve essere un disciplina a parte, ma un aspetto dell’intera educazione dell’uomo ad una visione superiore e profonda della vita.
«La condotta sessuale di un giovane» egli scrive «è il risultato della sua educazione tutta quanta; se questa fu rilassata o superficiale, o esclusivamente intellettuale, il giovane, sia pure istruito nel miglior modo possibile, cadrà vittima della prima tentazione; se invece l’educatore si è sforzato sempre di fortificare, per dir così, il senso d’onore spirituale contro ogni cosa carnale e volgare, allora il giovane, anche senza essere istruito su queste cose, sa benissimo quel che debba evitare; così come Parsifal, appena è toccato da Kundry, ha la visione fulminea di tutto il mondo che si cela dietro le lusinghe di costei (…) Considerata da un tal punto di vista, la mancanza di ritegno della odierna gioventù nella vita sessuale è un vero Giudizio Universale di tutto quanto l’attuale sistema di educazione, che assorbe talmente l’energia spirituale dei giovani nella fatica dell’appropriarsi il sapere, da non lasciarne loro più affatto pel soggiogamento degl’istinti. A che ci serve dunque tutta questa educazione dello spirito, se poi non manda nella vita che uomini sensuali senza fermezza, e se l’esperienza dimostra che proprio le scuole superiori, i più alti istituti di educazione, sono troppo spesso veri vivai del vizio e della mancanza di carattere nei rapporti sessuali?».
Nella necessaria educazione del carattere ad un alto sentimento della vita e dell’onore un ruolo essenziale lo ha avuto, attraverso i secoli, la religione.
Ora, scrive ancora il Förster, «in migliaia di famiglie tace da molti anni il sublime: “Tu devi” della religione e il suo toccante appello all’aspirazione di libertà spirituale dell’uomo; ma nessuno ha sostituito a ciò qualcosa di nuovo».
Il Förster non crede affatto che “qualcosa di nuovo” possa sostituire il ruolo della religione in questo campo, ma avverte drammaticamente l’urgenza che da una parte la religione si rigeneri e prenda nuova coscienza della sua immensa responsabilità e dei tesori che essa custodisce, ma ha troppo poco, finora, saputo valorizzare, e che, d’altra parte, la cultura laica, posta di fronte ad un problema di civiltà così assolutamente centrale per la vita del mondo, abbandoni i suoi pregiudizi secolaristi e accetti di collaborare lealmente con la religione per la formazione dei giovani.
«Finora» egli scriveva all’inizio del Novecento «la società e la religione, lo Stato e la Chiesa vennero collegati fra loro con metodi coercitivi, derivanti da un grado inferiore di civiltà sociale; questi metodi, nella gran crisi che oggidì attraversa la civiltà, verranno messi in disparte. E sarebbe un errore il volerli mantenere, per far sussistere un legame artificiale fra società e religione dove le intime condizioni per siffatto legame più non esistono. Noi dobbiamo invece lavorare a convincere più profondamente l’“elemento laico” della fondamentale e perenne importanza pedagogica della religione; di qui risulterà un nuovo e più forte legame tra la religione e l’educazione della gioventù.
«Come due coniugi separati alle volte s’inducono a viver di nuovo insieme per prodigare le cure necessarie al loro figliuolo, così lo studio veramente concreto dell’educazione del carattere riunirà di nuovo in un comune lavoro, in condizioni rinnovate, le forze della pedagogia laica e della pedagogia religiosa, ora fra loro estranee e divise».
Purtroppo né l’una né l’altra raccomandazione del Förster finora sono state ascoltate. La religione non ha saputo rigenerarsi per risvegliare nell’uomo la sue più profonde aspirazioni spirituali e morali e lo stato si è sempre più allontanato dall’idea di una collaborazione, nel campo dell’educazione della gioventù, con l’antica saggezza della religione.
Eppure il Förster ha messo in luce in pagine mirabili come esclusivamente l’ispirazione proveniente da una vita superiore, quale soltanto la religione può suscitare nell’uomo, è in grado di dare un senso spirituale, cioè realmente umano e morale, a quell’aspirazione alla felicità che la vita sessuale risveglia, ma che, se non è sollevata in alto da una forza superiore e rimane perciò abbandonata a se stessa, trascina l’uomo nel fango.
Avvertendo, però, che la sua voce non sarebbe stata ascoltata, egli scriveva, con mirabile chiaroveggenza profetica:
«Può darsi che la storia universale ci prepari almeno per breve tempo e fino ad un certo grado questo salutare esperimento; la distruzione ed il disprezzo delle influenze religiose hanno senza dubbio ancor da raggiungere proporzioni immensamente maggiori; lo sfrenato soggettivismo d’una cosiddetta “etica autonoma” manifesterà sempre più chiaramente le sue più profonde conseguenze, dissolvendo tutte le verità degne sul serio di servir di legge all’uomo – e in connessione di ciò si vedrà diffondersi una spaventosa degenerazione: vizio e perversità non saranno più ristretti a determinate cerchie di persone, ma s’avanzeranno sfrenati calpestando le più venerande tradizioni, come un tempo Giulia, la figlia di Cesare, uscì dal suo palazzo per farsi prostituta di strada. Allora si vedrà che l’uomo si serve della sua cosiddetta ragione solo per essere più bestiale delle bestie, quando la sublime spiritualità della religione non sia lì a distogliere l’anima sua dal farsi serva dei sensi, non sia lì a destarla alla sua vera vita».
Nell’appendice al mio romanzo “Di generazione in generazione”, pubblicato nel 2000 e di cui dovrebbe presto uscire la seconda edizione, a cura dell’Editore Marco Solfanelli, ho cercato, pur senza avere la necessaria adeguata formazione, di trovare fondamenti scientifici più rigorosi alle intuizioni del Förster, basandomi soprattutto sugli scritti del neurologo John Eccles, premio Nobel per la Fisiologia e la Medicina nel 1963.
La suddetta appendice consiste in un’immaginaria tesi di laurea del nipote di un immaginario scienziato, il Dottor Alessandro Bonich, il quale avrebbe lasciato manoscritti preziosi sul problema sessuale. Nella sua tesi, il nipote del Dottor Bonich presenta il pensiero del suo illustre antenato confrontandolo con i dati più recenti della neurologia.
Questa tesi di laurea immaginaria, sebbene scritta senza le competenze di base – ma vi dedicai circa tre anni – è stata apprezzata anche da qualche “addetto ai lavori”.
Il principio da cui partivo, a monte delle questioni propriamente neurologiche, era che, se le realtà non visibili – quali sono i principi della vita morale – scompaiono dalla coscienza degli uomini perché messe in forse e perciò rese inoperanti nella vita sociale, necessariamente prevarranno sugli animi le realtà visibili: queste, infatti, nessuno le metterà mai in dubbio, né per esse esisterà mai alcun relativismo. Se, dunque, in una società relativista, denaro, sesso e potere sono destinati a dominare senza rivali, non può esistere uno “stato neutro” fondato sul relativismo, perché il suo “agnosticismo” si convertirà necessariamente in un materialismo pratico.
Così osservava il nipote del Dottor Bonich nella sua tesi di laurea:
«“Lo stato” scrive il Bonich “può ben rinunciare a metter mano all’educazione interiore degli uomini, ma non ad organizzar le proprie forze economiche e materiali. Ora, questa organizzazione, se non tien conto delle esigenze morali dell’interiore carattere, avverrà non solo senza, ma contro di esse. Infatti ai problemi che nascon dall’uso dei beni materiali si vuol dare una risposta immediata, che guardi all’ottenimento di immediati e palpabili vantaggi, a scapito anche degl’impalpabili beni dell’anima”.
«In questo senso non solo le dittature, ma anche le democrazie non sfuggono ad una logica totalitaria. Da una parte infatti lo stato prenderà in proprio iniziative improntate ad un’assenza di prospettive morali – ad esempio nel campo dell’educazione sessuale – dall’altra, mentre impedirà in nome della libertà alle forze morali di esercitare una reale influenza pubblica, lascerà libero corso alle forze materiali ed economiche di determinare senza ostacoli il clima culturale della società – e in questo clima, tra l’altro, sarà di fatto coartata la libertà dei genitori, giacché si tenderà a sottrarre i giovani alla loro influenza da parte delle forze convergenti dello stato e dell’interesse commerciale».
Come si vede, già allora l’autore della tesi prevedeva l’imposizione di un’educazione sessuale materialista da parte dello stato e la sottrazione dei figli alla responsabilità educativa dei genitori.
A questa inquietante prospettiva il Bonich, come il suo giovane interprete, avrebbe voluto opporre l’autorità, non solo della religione e della filosofia, ma anche di una scienza libera da condizionamenti ideologici e sincera ricercatrice della verità.
«Negli ultimi secoli» scriveva il Bonich in un testo riportato dal nipote nella sua tesi «l’umana coscienza ha fatto grandi progressi. Essa si è emancipata dalla Chiesa e le ha anche sottratto una parte delle sue competenze, penetrando nel territorio sacro dell’anima. Ivi ha trovato il tesoro prezioso della sua dignità, della sua libertà, infine della sua misteriosa natura psico-fisiologica. Ciò che un tempo era appannaggio esclusivo della teologia è divenuto oggetto di scienza. Ma conquistando alla Chiesa parte del suo territorio, la scienza non può non assumerne anche la responsabilità. E’ dunque almeno parzialmente vero ciò che afferma Comte, esser passata l’autorità morale dalla Chiesa alla scienza: conoscendo ormai questa tanti segreti dell’anima non potrà più lasciare soltanto alla Chiesa l’onore e l’onere della salvezza di essa. La Chiesa non ha competenze di psico-neurologia. Essa potrà bensì difendere i più preziosi beni dello spirito umano, ma non potrebbe da sola assumersi il compito di guarire la patologia individuale e sociale dei tempi moderni. Alla scienza spetta la sua parte, e se essa si sottrae a questa sua funzione, non sussisterà nella moderna civilizzazione quella autorità morale emancipata dalla politica che Comte giustamente ritien necessaria. La scienza diverrà allora uno strumento ossequioso della politica e questa sarà a sua volta subordinata alle utilità del commercio e all’edonismo di una natura umana spontanea che alcuna forza morale non ha voluto o saputo educare».
Purtroppo l’auspicio del Bonich è stato in gran parte tradito, perché una porzione fin troppo ampia della classe scientifica ha chinato il ginocchio a Baal. Fortunatamente anche in quella classe vi è una parte di quei “settemila” che non l’hanno fatto (cf 1Re 19, 18), e il loro contributo determinante dovrà essere altamente valorizzato.
A conclusione di queste osservazioni, vorrei ribadire che alla minaccia incombente di un’educazione sessuale di stato fortemente ideologizzata, quale appare dal questionario esaminato puntualmente dalla Iannarelli, non è sufficiente opporre una correzione dei suoi contenuti. Occorre molto di più! Bisogna rimettere in questione la stessa educazione sessuale e richiamare lo stato ad assumersi la responsabilità di una vera educazione morale integrale della gioventù.
A questo proposito mi permetto di fare una proposta che ritengo di fondamentale importanza. Il Popolo della Famiglia dovrebbe prepararsi adeguatamente ad affrontare questa sfida. Per questo tra i corsi di formazione alla dottrina sociale della Chiesa i responsabili – e penso principalmente all’amico Giuseppe Brienza – dovrebbero introdurre un insegnamento relativo all’educazione sessuale, il quale, a mio giudizio, dovrebbe consistere soprattutto in una commento attualizzato del volume del Förster. Detto volume si può leggere, nell’edizione italiana, tramite il seguente link: http://www.orsinionline.it/Foerster/Etica_e_Pedagogia.pdf
Credo che la suddetta iniziativa non sarebbe un fatto marginale, ma sarebbe, al contrario, un punto assolutamente centrale del programma del Popolo della Famiglia.

di Don Massimo Lapponi