Risposta alle obiezioni contro la formazione di un partito “cattolico”

Tra le varie reazioni alla formazione del Popolo della Famiglia che mi è capitato di leggere o di avvertire tra le righe, due in particolare mi hanno colpito: una di marca cattolica e l’altra di marca liberale. In fondo si tratta di obiezioni analoghe.
I cattolici eredi della tradizione democratica popolare si richiamano al principio dell’aconfessionalità di un partito che, ponendosi in stretta collaborazione democratica con i partiti “laici”, ne condivideva le ispirazioni umanitarie e cercava di trovare con essi intese morali rivolte al bene comune. In questa prospettiva lo spirito democratico si fondava sul rispetto per la libertà di tutti e sul principio che ogni scelta rivolta al pubblico bene comune scaturisce da un accordo raggiunto in piena libertà. L’aconfessionalità del partito consentiva ad esso di dialogare senza pregiudizi con tutte le parti sociali e politiche mirando ad un’opera di convincimento fondata esclusivamente sulla ragione e sulla buona volontà. Al contrario, presentarsi come “partito confessionale” rivolto a difendere i “principi non negoziabili” sembra richiamare in vita un clima dogmatico e intollerante che già un tempo era stato rinfacciato da liberali, repubblicani e socialisti a comunisti e cattolici.
L’accusa di dogmatismo intollerante era fondata anche su una visione, molto diffusa, della storia contemporanea, secondo la quale i movimenti nazifascisti “reazionari” sarebbero stati la conseguenza inevitabile di una concezione “dogmatica” della religione, in quanto chi pretende di possedere la verità reagirebbe automaticamente con la violenza contro chi ha un’altra opinione e contro lo stesso inarrestabile corso della storia.
Per tutte queste ragioni un credente non ha esitato ad affermare in un post che il Popolo della Famiglia è “troppo cattolico”.
Per rispondere a obiezioni di questo tipo, è opportuno richiamare la grande lezione di Augusto Del Noce, la cui opera, purtroppo, non è oggi valorizzata come meriterebbe.
Per prima cosa egli dimostrò che i movimenti nazifascisti non nascevano dalla reazione della religione e della morale tradizionali contro il corso della storia, ma, al contrario, erano espressione dello stesso spirito immanentista e rivoluzionario dei loro avversari comunisti e anarchici, e, molto opportunamente, insistette nel sottolineare l’influenza deleteria di un’interpretazione errata della storia contemporanea sulle più importanti scelte ideali e politiche attuali.
Inoltre egli, già negli anni settanta e ottanta del Novecento, metteva in guardia sul rapido cambiamento culturale che stava avvenendo nel mondo “laico” e che metteva in crisi lo schema adottato dalla grande tradizione popolare. Questa tradizione, infatti, si era formata in un tempo in cui i valori morali fondamentali erano ampiamente condivisi dalle varie componenti della società, non solo italiana, indipendentemente dal loro credo religioso. Esempio eloquente di questo clima è la lettera scritta da Gaetano Salvemini al sua amico cattolico Giovanni Modugno nel 1946:
«E se la gente mi domanda che mi spieghi meglio, dichiaro che sono cristiano perché accetto incondizionatamente gl’insegnamenti morali di Gesù Cristo, e cerco di praticarli per quanto la debolezza della natura umana me lo consente; quanto ai dogmi che sono andati sovrapponendosi nei secoli agl’insegnamenti morali di Cristo, non me ne importa proprio nulla; non li accetto, non li respingo, non li discuto; la mia fede in certe norme di condotta morale non dipende dal credere che Cristo era figlio di Dio».
Se questo era il clima in cui la proposta popolare aveva potuto validamente affermarsi, trent’anni più tardi la situazione era così profondamente mutata da richiedere un radicale cambiamento di prospettiva. Purtroppo l’invito al necessario ripensamento, richiesto dalla nuova situazione, insistentemente ripetuto da Del Noce, non fu recepito dalla classe politica democristiana.
Eppure esso poteva trovare una conferma “ante litteram” in quanto aveva scritto, già all’inizio del Novecento, il grande pensatore cristiano Friedrich Wilhelm Förster. Egli aveva osservato che la società del suo tempo assomigliava agli eredi di un grande patrimonio, i quali sperperano spensieratamente i beni che sono stati loro trasmessi dagli antenati senza prevedere che essi, non più sostenuti da una sana attività economica, ben presto finiranno. Analogamente, la società occidentale secolarizzata della “belle époque” viveva ancora dell’eredità morale delle precedenti generazioni e della maestà degli antichi ordinamenti religiosi, senza rendersi conto che, una volta scalzato il loro fondamento, essa in poche generazioni sarebbe scomparsa.
Così scriveva il Förster in una pagina memorabile già nel 1909:
«Può darsi che la storia universale ci prepari almeno per breve tempo e fino ad un certo grado questo salutare esperimento; la distruzione ed il disprezzo delle influenze religiose hanno senza dubbio ancor da raggiungere proporzioni immensamente maggiori; lo sfrenato soggettivismo d’una cosiddetta “etica autonoma” manifesterà sempre più chiaramente le sue più profonde conseguenze, dissolvendo tutte le verità degne sul serio di servir di legge all’uomo – e in connessione di ciò si vedrà diffondersi una spaventosa degenerazione: vizio e perversità non saranno più ristretti a determinate cerchie di persone, ma s’avanzeranno sfrenati calpestando le più venerande tradizioni, come un tempo Giulia, la figlia di Cesare, uscì dal suo palazzo per farsi prostituta di strada. Allora si vedrà che l’uomo si serve della sua cosiddetta ragione solo per essere più bestiale delle bestie, quando la sublime spiritualità della religione non sia lì a distogliere l’anima sua dal farsi serva dei sensi, non sia lì a destarla alla sua vera vita».
Settant’anni dopo, Del Noce, pur non conoscendo l’opera del Förster, poteva fare da liquidatore del patrimonio morale dissipato dagli spensierati eredi dell’antica civiltà religiosa e civile. Egli, infatti, osservava che il mondo cattolico, almeno fino ad una certa data, aveva identificato il suo principale avversario nel comunismo e aveva cercato, contro di esso, il proprio alleato nel liberalismo e nella socialdemocrazia – e, dato che in Italia era presente il Partito Comunista più forte dell’occidente, aveva guardato con simpatia all’Europa laica liberale – senza rendersi conto che proprio in quel mondo laico non comunista stava crescendo un avversario della religione e della morale assai più temibile del comunismo classico.
Il mondo liberale, infatti, prendendo in prestito dal marxismo il suo aspetto più irreligioso – cioè il materialismo storico – al fine di eliminare il suo inquietante aspetto messianico, aveva finito per tagliare i ponti con la sua alleanza tradizionale con la morale cristiana e aveva così aperto la strada ad una dissoluzione ideale che coinvolgeva, insieme all’aspetto messianico del marxismo, anche tutta la tradizione religiosa dell’occidente, in modo ancora più radicale del comunismo classico, che ancora conservava a sua modo una dimensione religiosa e morale.
Nel nuovo quadro che così si era formato, la vecchia formula popolare della democrazia aconfessionale non era più proponibile per un cattolico. Essa, infatti, si reggeva sulla condivisione, con i mondo laico, degli stessi principi morali sui quali si fondava anche il concetto stesso di democrazia, intesa non come semplice meccanismo, bensì come ideale morale di rispetto per la dignità di ogni persona.
Una volta scalzato il fondamento morale di un comune accordo, la base per una collaborazione democratica paritaria veniva meno. Il mondo laico, infatti, fondava il suo ideale democratico su una contraddizione: da una parte faceva appello alla dignità di ogni uomo, mentre dall’altra proponeva una visione del mondo di stampo assolutamente materialista. Nietzsche aveva già previsto, al suo tempo, che questa contraddizione non poteva durare e che tutta la tradizione morale su cui si fondavano gli ideali umanitari della civiltà moderna sarebbe crollata, lasciando il posto alla sola volontà di potenza.
In questa situazione, il concetto di democrazia necessariamente tende a trasformarsi da un ideale morale ad un semplice meccanismo parlamentare – e già a suo tempo Tocqueville, un classico del liberalismo, ammoniva che il solo meccanismo parlamentare, senza il contrappeso dell’ideale morale che lo legittima, potrebbe diventare più tirannico delle forme di governo apertamente dispotiche.
E questo ci porta a considerare le obiezioni che vengono da parte liberale. I liberali, infatti, o ostentano semplicemente di ignorare la presenza in Italia del Popolo della Famiglia, ovvero fanno valere contro di esso l’obiezione che sollevano contro ogni forma di politica da loro ritenuta illiberale: il fatto di muoversi fuori dell’aula parlamentare attraverso manifestazioni di piazza, allo stesso modo dei fascisti e di altri movimenti anti-democratici, e di richiamarsi a principi dogmatici “non negoziabili” – e da qui è scaturita l’accusa ai rappresentanti del Popolo della Famiglia, spesso ripetuta, di essere “talebani” – mentre la tradizione liberale è tutta fondata sul rispetto per le forme stabilite e sul libero confronto delle idee.
Ma è proprio quest’ultima affermazione che deve essere contestata! Il liberalismo classico non era fondato soltanto sul libero scambio delle idee, ma aveva una base morale implicita che lo giustificava. Se ora questa base è venuta meno, i liberali non possono evitare di confessare a se stessi che il liberalismo sta attraversando una crisi esattamente parallerla alla crisi del cattolicesimo e del marxismo. Tutte e tre le reltà storiche si trovano ad affrontare una situazione culturale nuova ed inedita, per la quale molti dei loro tradizionali fondamenti non sono più adeguati.
Sia da parte cattolica, sia da parte liberale non è più sufficiente richiamarsi al semplice “rispetto delle regole” della dialettica parlamentare. Rigorose analisi sociologiche mostrano come nelle assemblee in cui si discute insieme, e specialmente nei parlamenti, se non esistono regole morali superiori, vi è un’alta percentuale di probabilità che prevalga l’opinione peggiore. Infatti, le persone serie sono anche quelle più modeste, che non alzano la voce e non fanno affermazioni campate in aria, mentre i sofisti fanno tutto il contrario, con la più grande sfacciataggine. Inoltre, le persone responsabili generalmente sono impegnate in importanti compiti professionali e facilmente, quando i tempi di diuscussione si prolungano troppo e i discorsi vanno fuori strada, finiscono per allontanarsi disgustati per andare ad occuparsi di cose più serie. Al contrario, i sofisti sono abituati a perdere tempo indefinitamente, non avendo alcun senso di responasbilità professionale, e perciò rimangono padroni del campo.
Ciò spega come, in pochi decenni, nelle varie assemblee nazionali e internazionali, si sia riusciti a stravolgere completamente i diritti dell’uomo, quali erano stati definiti nell’ambito delle Nazioni Unite nel 1948. Ciò che si richiede, dunque, non è il semplice richiamo al rispetto di determinate regole procedurali, ma tanto i liberali quanto i cattolici devono operare una grande revisione culturale, che rientra nella “meta-politica” e che si svolge, prima che nelle aule parlamentari, nell’ambito del pensiero e della comunicazione e, se necessario, anche nelle piazze. Si tratta, infatti, di mettere in luce i fondamenti irrinunciabili di ogni vera democrazia che non voglia ridursi ad una semplice tecnica formale.
E si badi che questi fondamenti irrinunciabili non sono affatto semplici dogmi di fede cattolica – se lo fossero l’accusa di essere “talebani” sarebbe pienamente giustificata – ma sono principi che scaturiscono dalla stessa natura umana e che, perciò, ogni persona di buona volontà e di retto giudizio è in grado di comprendere e di condividere, anche se la fede religiosa conferisce ad essi un’assai più luminosa e incrollabile forza di convinzione.
In questa prospettiva, un partito cattolico non può evitare di presentarsi ai suoi elettori come difensore di quei principi che la sofistica contemporanea, cadendo in molteplici e plateali contraddizioni, vorrebbe sempre più pericolosamente scalzare, ma che la saggezza umana e religiosa di millenni di civiltà ha sempre giustamente considerato quali fondamenti intoccabili della società umana.

di Don Massimo Lapponi

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