Salve Regina, Mater miserocordiae

Una riflessione al margine del sinodo dei giovani
di Madre Lioba

Il denaro è certamente un bene che tutti spontaneamente desiderano avere. Ma molti non hanno coscienza che esso è frutto del lavoro e che gettarvisi sopra avidamente e spenderlo per soddisfare ogni desiderio, dimenticando la fonte da cui esso deriva e perciò trascurando il lavoro e rendendosene incapaci, finisce per dissipare la disponiilità di denaro ed inaridirne la sorgente. Quanti rampolli di ricche e nobili famiglie si sono adagiati su sostanziosi patrimoni ricevuti in eredità e li hanno dissipati con la loro vita viziosa, finendo così nella più squallida miseria?
Ciò che si è detto del denaro vale per ogni bene di cui si vorrebbe godere aggrappandosi all’apparenza fino al punto di distruggerne la sostanza, e così vanificarlo e perderlo.
Un aspetto che caratterizza il magistero di papa Francesco è certamente l’amore misericordioso. Ma qual è, secondo le parole del papa, la fonte sostanziale dell’amore e della misericordia?
«La Chiesa è donna, è madre» egli scrive, e quando questo aspetto viene a mancare, essa diviene «un’associazione di beneficenza o una squadra di calico». Quando «la Chiesa è maschile», essa diviene tristemente «una Chiesa di vecchietti, incapaci di amare, incapaci di fecondare».
Maria è sempre presentata come «la Madre di Gesù». Il suo carattere materno primeggia su quello di sposa o di vedova. I Padri della Chiesa lo hanno messo in luce molto presto. Solo una chiesa al femminile potrà evere «un’attitudine feconda» secondo le intenzioni di Dio, che «ha volute nascere da una donna per insegnarci questa strada propria della donna».
«Una Chiesa che è madre procede sulla via della tenerezza. Ella conosce il linguaggio della saggezza delle carezze, dello sguardo pieno di compassione, di silenzio». Una persona che vive questa appartenenza alla Chiesa deve, anch’ella, seguire questa stessa via e divenire «una persona dolce, tenera, sorridente, piena d’amore» (omelia per la memoria della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa, 21 marzo 2018, da lui istituita il 3 marzo 2018).
«Nessuno come Maria» scrive ancora il papa «ha conosciuto la profondità del mistero di Dio fatto uomo. Tutto nella sua vita è stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne. (…) Scelta per essere la Madre del Figlio di Dio, Maria è stata da sempre preparata dall’amore del Padre per essere “Arca dell’Alleanza” tra Dio e gli uomini. Ha custodito nel suo cuore la divina misericordia in perfetta sintonia con il suo Figlio Gesù» (Misericordiae Vultus, 24).
La stessa lingua ebraica ci aiuta a vedere il nesso inscindibile che esiste tra maternità e misericordia. Se Maria è “Arca della Misericordia”, lo è per quel sentimento profondo che fin dall’annunciazione ella conserva nel proprio grembo, “rechem”: utero in ebraico (da cui rachamim, compassione: l’amore viscerale del Padre, cfr. Geremia 31,20).
Dunque l’amore profondo e viscerale, che ha la sua manifestazione privilegiata nella misericordia, si rivela nella vita del genere umano proprio attraverso la donna e la sua missione materna. Ma la Bibbia ci insegna che questa rivelazione trova la sua vera sorgente nella vita stessa di Dio. Dunque la donna-madre è, di fatto, l’icona dell’amore fecondo e misericordioso di Dio stesso, del Padre, che, nell’abbraccio amoroso dello Spirito Santo, genera il Figlo nell’eternità, e, a suggello del mistero d’amore rivelato dalla dona, lo genera nel tempo attraverso Maria.
Per questo anche noi religiose, se pure consacrate nella verginità, partecipiamo pienamente a questo amore materno: esso, infatti, trova il suo fondamento nel mistero stesso di Dio, cosicché la sponsalità e la maternità, lungi dall’essere uno sterotipo culturale – come perfino qualche teologo ha detto – è veramente l’icona dell’amore trinitario partecipato agli uomini attraverso Cristo, figlio di Dio e figlio di Maria.
Se la verginità di Maria è feconda, lo è perché la sorgente della fecondità non è nella carne, bensì nello spirito, e sostanzialmente nello Spirito Santo. Anche la verginità della donna consacrata a Dio è feconda e, sebbene soltanto in Maria l’opera dello Spirito Santo ha generato Cristo anche nella carne, ciò non toglie che l’amore verginale si irradi ad illuminare di una luce divina l’amore fecondo di tutte le spose e di tutte le madri.
Questo amore è la sorgente di ogni amore che trasforma la società umana da «una squadra di calcio», o più facilmente da una conflittualità bellica, o anche belluina, in una famiglia. La donna, infatti, è stata creata quale culmine della creazione, quale ultimo tocco, destinato a dare al mondo la sua perfezione. Prima della sua comparsa l’uomo non trovava altro scopo della sua vita oltre il dominio del mondo inferiore. Con l’apparire della donna, ecco che ai suoi occhi si svela una missione infinitamente più alta: l’amore, la paternità, la maternità, la filialità, la fraternità. Era il preludio della civiltà dell’amore, la rivelazione del vero volto di Dio, la promessa della nascita di Cristo nel mondo e della partecipazione del genere umano all’eterna felicità divina.
Ma cosa avviene quando la donna rinuncia, con il peccato, ad essere il tramite dell’amore di Dio per voler essere, invece, simile a Dio? Che l’uomo, seguendola nello stesso peccato, regredisce dalla vocazione all’amore al solo dominio materiale del mondo, e perciò dalla civiltà dell’amore alla civiltà dell’odio.
Per questo l’alba della redenzione non poteva manifestarsi se non con l’apparire di una donna che, libera da ogni ombra di peccato, donasse finalmente al genere umano quel compimento e quella perfezione già annunciata con la creazione della prima donna e si facesse, così, vero tramite tra l’uomo e la sua vera vocazione, tra l’uomo e il vero volto di Dio.
Ora il genere umano è chiamato a rigenerarsi nell’amore che gli si schiude attraverso la sponsalità e la maternità di Maria, il cui frutto è l’uomo nuovo, Gesù, modello del novo genere umano, chiamato ad essere figlio di Dio perché figlio di Maria, che in ogni madre riverbera il suo amore santificato.
Che la donna voglia riacquisire il ruolo centrale che il peccato le ha fatto perdere è più che comprensibile. Ma se pretende di conquistare il suo posto sulla scena del mondo rinnegando di nuovo la sua missione materna, ciò non può risoloversi se non in un ulteriore arretramento del genere umano dalla dimensione divina dell’amore al solo compito di dominare il mondo, compito al quale ora ella vuole partecipare in prima persona, aggravando così ulteriormente la condizione umana. Come non vedere profilarsi all’orizzonte un’inquietante civiltà dell’odio?
Certamente questo nessuno lo vorrebbe! E mai come oggi si è parlato di amore! “Love is love!” Quanto attrae l’amore! E l’attrattiva si esercira a tutti i livelli, ma troppo spesso al livello più basso! Anche la ricchezza attrae, e anch’essa attrae troppo spesso al livello più basso: il poter disporre del denaro per soddisfare tutti i propri desideri.
E come le masse si gettano sul denaro, credendo che esso sia la fonte della ricchezza, e, disprezzando la fatica di guadagnarlo onestamente, finiscono per esaurirne la sorgente, così le folle si gettano sulle piacevolezze dell’amore, fisiche o psicologiche, e finiscono per distruggerne la vera scaturigine.
Alcuni, in occasione del sinodo dei giovani – ma già da prima – hanno enfaticamente affermato, illudendosi di interpretare il pensiero di papa Francesco, di voler costruire ponti: ponti, cioè, per aprire a tutti le porte dell’amore. Ma c’è il pericolo che, senza avvedersene, essi costruiscano ponti soltanto per le piacevolezze superficiali dell’amore e dimentichino le sue vere sorgenti, fino a farle inaridire – come certi speculatori attirano le folle con il miraggio dei soldi, ma preparano per loro una nuova Wall Street.
Il fascino dell’amore è immenso, e non c’è da stupirsi che alcuni uomini, non paghi di intrecciare un rapporto con la donna, giungano a desiderare di esserle assimilati, e non stupisce che alcune donne vogliano rinchiudersi in un mondo esclusivamente femminile. Ma, come il luccichio del denaro fa perdere la visione della vera ricchezza e delle sue condizioni indispensabili, così le piacevolezze dell’amore muliebre fanno dimenticare il suo vero posto e la sua vera missione. E tuttavia l’eco del modello originario dell’amore ancora si fa sentire, tanto che uomini con uomini e donne con donne si mettono in coppia, cercando di imtare in qualche modo il modello originario dell’amore, fino al punto, anzi, di volerne imitare anche al fecondità.
Ma per quanto si facciano chiamare “mamma” e “papà”, pur non essendolo, rimane il fatto che quell’utero che in ebraico dava il nome alla misericordia non c’era, o non è stato attivo. Perciò l’imitazione, quando a poco a poco l’eco del modello originario si attenuerà, diventerà sempre più tenue, fino a scomparire.
Allora la stessa coppia esploderà, e già se ne vedono le avvisaglie con il diffondersi del “poliamore”, e si cesserà di chiamare i minori con il nome usurpato di “figli”. Così chi voleva costruire ponti per allargare la civiltà dell’amore non avrà fatto altro che costruire voragini per abissarla e per spianare la strada alla civiltà dell’odio.
Non era certamente questa la sua intenzione, ma, come l’erede spovveduto di un patrimonio accumulato con le fatiche di tante generazioni, abbagliato dal miraggio dell’oro, finisce per trovarsi a custodire i porci, così il costruttore di ponti per le piacevolezze epidermiche dell’amore, finirà per uccidere l’icona mariana e muliebre della fecondità e della misericordia divina e per trascinare i poveri illusi, da lui storditamente ingannati, a vagare tra le rovine di una felicità perduta nella nostagica ricerca di quella sorgente materna che, per volersene indebitamente appropriare, hanno distrutta con le loro mani.