San Benedetto e i carcerati

di Don Massimo Lapponi

Il crollo della chiesa di San Benedetto a Norcia ha risvegliato una grande commozione e un rinnovato interesse per il santo patrono d’Europa. Sono state scritte molte pagine sulla missione civile, oltre che religiosa, dei monasteri benedettini e molti stanno collaborando alla ricostruzione della chiesa e del monastero di Norcia.
Questo interesse non deve, però, farci trascurare la grande crisi che, da decenni, sta attraversando l’ordine benedettino, in una società che sempre meno sa apprezzare l’operosità racchiusa tra le mura di quelle case religiose che assai impropriamente vengono comunemente definite di “vita contemplativa”. Se il motto benedettino è “ora et labora”, ci si può, infatti, chiedere in che modo esso si possa legittimamente coniugare con l’espressione “vita contemplativa”.
Si dirà che, mentre i domenicani sono dediti alla predicazione e altri ordini religiosi all’assistenza dei bisognosi, i benedettini lavorano, sì, ma tra le mura del monastero. A questo si potrebbe rispondere: se i domenicani predicano, i benedettini “praticano” – così come tante madri di famiglia non spiccano per il fatto di andare in giro a fare opere sociali, ma mettono in pratica il Vangelo per prima cosa nelle loro famiglie. Anche questo è necessario, tanto che madre Teresa diceva alle famiglie: non tutti possiamo fare tutto; voi non potere fare quello che faccio io, e io non posso fare quello che fate voi; ma se ognuno fa la sua parte, insieme possiamo fare molto.
Analogamente, chi si occupa dei bisognosi ha bisogno che alle sue spalle vi siano persone che vivano le virtù cristiane nelle loro case, altrimenti non ci sarebbe né un modello da additare a chi viene aiutato ad uscire dal suo stato di bisogno, né una riserva di ricchezze materiali, umane e spirituali da condividere con i bisognosi.
Negli infuocati anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II, un benedettino ormai anziano, che al tempo della sua conversione aveva fatto molto scalpore e aveva scritto bei libri spirituali, preso dalla vertigine delle novità aveva scritto questa riflessione: il buon samaritano raccoglie il malcapitato dalla strada, il levita e il sacerdote passano oltre, il monaco neanche esce dal monastero!
A questa dura provocazione si potrebbe rispondere, per prima cosa, che, invece di leggere soltanto la prima parte del decimo capitolo del Vangelo di Luca e poi aggiungere commenti ispirati alla saggezza umana, sarebbe meglio leggere il capitolo intero, nel quale, immediatamente dopo la parabola del buon samaritano, segue l’episodio di Marta e Maria – che certamente avrebbe messo in serio imbarazzo il nostro benedettino pentito.
Ma un’altra osservazione che si potrebbe fare è che, se il buon samaritano ha potuto assistere il malcapitato assalito dai briganti, ciò è stato perché aveva un asino, dell’olio, del vino e del denaro. E questo era dovuto al fatto che aveva una casa ben regolata e una moglie che, senza uscire da casa, gli aveva preparato tutto l’occorrente per il viaggio e che, inoltre, al suo ritorno, anziché riempirlo di improperi per aver perso tempo e dissipato le sostanze della famiglia, si sarebbe commossa al racconto della triste sorte del pover’uomo male incappato e avrebbe fatto economia per rifornire il marito di altri beni da consegnargli nel suo prossimo viaggio.
Ciò non toglie che la provocazione del nostro benedettino ipercritico possa servire almeno come stimolo ad approfondire il rapporto tra vita monastica e carità verso il prossimo.
La recente catechesi del papa sulle opere di misericordia corporale, e in particolare sulla visita ai carcerati, mi ha suggerito di parlare di una vicenda un po’ personale – e me ne scuso perché non è una cosa che faccio volentieri.
Non c’è dubbio che il progetto di estendere l’osservanza della Regola benedettina alle famiglie sia stato in qualche modo inconsciamente sollecitato, in parte, dal desiderio di un chiarimento con l’autore di quella singolare lettura della parabola del buon samaritano. Ma succede che, purtroppo, le buone idee si trasformano poi in duro lavoro, e che perciò non tutti hanno voglia di realizzarle. E così il progetto, per quanto apprezzato, nella pratica stenta molto ad avviarsi.
Cosa fare? Intanto, quello che non si vede nella realtà si può provare a realizzarlo nella fantasia! È successo che in questi ultimi anni, per circostanze varie, ho avuto l’ispirazione di scrivere una serie di romanzi per ragazzi. Mi è venuto, perciò, spontaneo inserire negli avvenimenti narrati anche la creazione di un gruppo di ragazze che, in amicizia e collaborazione con un monastero di benedettine, si dedicano a realizzare il progetto di estendere l’osservanza degli insegnamenti di San Benedetto nella vita familiare e sociale.
Per molte cose, infatti, un monastero non può irradiare la sua ricchezza spirituale e umana se non per mezzo di un gruppo di persone amiche, e perciò il mio desiderio sarebbe stato che si formasse, appunto, una sorta di giovani “nuove oblate benedettine”, intenzionate a diffondere ovunque le regole di vita saggia e santa che scaturiscono dalla Regola e dalla tradizione monastica.
Ma, aimé, in molti anni non sono riuscito a trovare la ragazza disposta a fare da portabandiera – la nuova Francesca Cabrini che esclami: “Questo mondo è troppo piccolo per il mio cuore!” – e poi parta in quarta!
Ehi, ragazze! Siamo proprio a terra! E poi parlano delle “quote rosa”!
Ad ogni modo, siamo a questo punto. E dunque, non trovandola, me la sono immaginata.
Ovviamente nei romanzi – non vi preoccupate: sono brevi! – non si parla solo di questo. Ti immagini che noia! Ma è un aspetto che ha un suo ruolo importante. E ora posso spiegare che cosa c’entra la cetechesi del papa sui carcerati.
Tutto è nato dal suggerimento datomi da una persona amica che mi disse: ma non si potrebbe applicare questo progetto alle carceri? Il suggerimento mi ha colpito, e così ho messo in movimento le mie oblate immaginarie, le quali, sotto la guida dall’abbadessa immaginaria del monastero immaginario di Acquafredda, e insieme ad altri amici immaginari delle monache, si dedicano ad insegnare ai carcerati ad applicare, nelle loro celle, la Regola di San Benedetto.
Ora l’editore Marco Solfanelli vuole pubblicare tutta la la serie dei miei romanzi – sono trenta, più uno fuori serie! Ma chissà quanto tempo passerà prima che le immaginarie prodezze delle mie oblate immaginarie possano fare la loro apparizione in pubblico! ?! – Una novità: finalmente una parte dei romanzi è stata pubblicata (con la copertina morbida), e presto seguiranno gli altri! Vedi: https://massimolapponi.wordpress.com/le-vie-segrete-del-cuore-la-storia-avventurosa-di-una-serie-di-romanzi-per-adolescenti/.
E così ho pensato, sollecitato dalla catechesi papale, di anticipare qui almeno la parte dell’immaginario statuto delle immaginarie oblate relativo ai carcerati e una pagina sulla sua immaginaria realizzazione. Chissà che la nuova Francesca Cabrini finalmente non esca fuori dal suo nascondiglio!

Dal romanzo “Un sogno infranto”:

«Vi è anche un altro ambiente che potrebbe imparare molto dall’insegnamento benedettino sulla vita comune, e perciò dalla nuova “scuola del servizio divino”: l’ambiente triste delle carceri. I carcerati, infatti, sono costretti a vivere “in clausura” una “vita comune”, dalla quale aspirano disperatamente a fuggire il prima possibile. La benedettina “scuola del servizio divino”, che vuole richiamare la famiglia moderna a valorizzare e a bene organizzare la vita che si svolge tra le mura domestiche, potrà anche insegnare ai carcerati a valorizzare e a bene organizzare l’ambiente di “clausura” in cui essi vivono e il tempo che vi trascorrono. Sarà perciò impegno particolare delle oblate far penetrare, direttamente o indirettamente, la luce di questa scuola nel tetro ambiente delle prigioni».

Dal romanzo “Il grande consesso”:

«“Oh, Madre!” rispose Linda timidamente. “Le devo raccontare quello che è successo da quando ci siamo lasciate. Suor Scolastica mi ha messo in contatto con i vostri collaboratori, Marcello, Chiara, Carmela e Giovanni. Con loro sono andata più volte a Rebibbia, dove stanno facendo un lavoro splendido! Con il permesso della direzione della prigione, hanno proposto a un gruppo di carcerati di riorganizzare la loro vita all’interno del carcere. Pensi che vi erano dei carcerati così grassi e sformati che facevano spavento! Avevano perso ogni interesse nella vita, e per questo l’unica loro soddisfazione era il mangiare! Ma mi hanno detto che alcuni di questi, dopo che hanno accettato di seguire il progetto benedettino, a poco a poco sono cambiati, e si sono anche fisicamente ridimensionati! Si sono messi a studiare il modo di ammobiliare e decorare le loro celle secondo i modelli forniti loro dai vostri amici. Anch’io, da quando vado, sto collaborando! Insieme abbiamo cercato libri e illustrazioni sull’architettura degli ambienti, i mobili, i quadri! Poi abbiamo anche fornito loro testi di istruzione sulla pittura e l’intaglio del legno. Già qualcuno ha imparato a fare qualche cosa di bello. Uno di loro, un certo Guido, dopo aver studiato e fatto esercizio, ha fatto delle bellissime mensole da mettere al muro per appoggiare libri o altri oggetti. Sono piaciute tanto che anche altri carcerati glie ne hanno chieste per loro! Ora stiamo cercando di insegnare loro a cantare, sia per poter fare una bella preghiera insieme, sia per momenti di ricreazione. E ho trovato molti bei testi da leggere. Vogliamo che imparino, la sera, a riunirsi per leggere insieme! E già lo stanno facendo!”».

Un’altra cosa che mi è venuta in mente successivamente: come le monache di clausura si dedicano a lavori utilissimi per i sacerdoti, che questi ultimi non possono fare, come confezionare o aggiustare i paramenti, confezionare le ostie etc., così i carcerati possono fare cose utilissime per le famiglie, che i familiari, presi da troppe attività, non possono fare. Ad esempio, se imparano la scrittura artistica, come è previsto dal progetto, quante cose potrebbero scrivere per le famiglie: preghiere, poesie, ricordi etc. Allo stesso modo, possono fare registrazioni foniche di testi poetici e lettarari e mille altre cose, in una collaborazione utilissima e feconda per ambedue. Per capirlo meglio, bisognerebbe conoscere bene il progetto “San Benendetto e la vita familiare”.