San Benedetto e la vita familiare: attività svolta tra il 2009 e il 2014

ABBAZIA BENEDETTINA DI FARFA

RELAZIONI DEGLI INCONTRI MENSILI TENUTI PRESSO L’ABBAZIA DI FARFA DALLE FAMIGLIE E DALLE PERSONE INTERESSATE ALL’INSEGNAMENTO DELLA REGOLA BENEDETTINA APPLICATO ALLA MODERNA VITA FAMILIARE

Relazione incontro famiglie del 29.11.2009 presso l’Abbazia di Farfa

L’appuntamento era prima delle ore 13,00 nel cortile d’ingresso. Alcuni sono arrivato molto prima. Oltre a coppie di sposi e di fidanzati, c’erano alcuni bambini, due scapoli, una signora sola e un benedettino americano interessato alla spiritualità familiare. In tutto una trentina di persone. Degli invitati mancavano soltanto due fidanzati impediti dall’influenza. La maggior parte degli intervenuti non si conoscevano tra loro e alcuni non avevano ancora letto il volume e non sapevano esattamente di che cosa si trattava.
Il pranzo è stato servito verso le ore 13,15 nel cosiddetto refettorio scout e si è svolto con grande serenità e fraternità. Poi ci siamo spostati nella sala audiovisivi della Biblioteca, dove mi sono sforzato di illustrare lo spirito dell’iniziativa evitando lungaggini inutili e pesantezza. Sembra che tutti abbiano capito e apprezzato il progetto.
Sono seguiti alcuni interventi con proposte di approfondire i diversi aspetti della questione, anche con l’interveto di esperti, o piuttosto di proseguire intanto gli incontri familiari lasciando ad eventuali esperti un ruolo soltanto ausiliario, o anche di mettere in programma una residenza di più giorni nel monastero.
La decisione finale, da tutti accettata, è stata di programmare una giornata in monastero “ad experimentum” dopo le feste di Natale. Il programma della giornata, secondo le indicazioni del P. Priore, dovrebbe articolarsi tra la messa conventuale delle ore 11,00 e i vespri serali delle ore 18,00. In tal modo i partecipanti avranno a disposizione per iniziative comuni il tempo tra la messa e il pranzo e la prima parte del pomeriggio. In particolare vorrei dedicare questo secondo spazio di tempo per mettere in pratica quanto illustrato nel libro sulle varie attività che dovrebbero arricchire le giornate, e soprattutto le serate, delle famiglie per favorire l’amore alla casa, l’unione e il dialogo tra i membri. Un posto importante lo avrebbe la formazione musicale, ma l’intenzione è di coltivare anche altri aspetti della vita comune, così come esposto nel volume. Dunque non ci si vuole limitare affatto ai soli interessi di preghiera, di lectio divina e di culto e assolutamente si vogliono evitare la pesantezza e la noia. Lo scopo è di offrire un modello di serata familiare alternativo sia all’impero assoluto della televisione, sia alle giovanili uscite notturne con i loro purtroppo frequenti esiti più o meno sregolati e i rientri ad orari proibitivi.
Per quanto riguarda la ritualità della preghiera liturgica e della mensa, si vorrebbe fin dall’inizio mettere in atto quanto esposto nell’articolo “Preghiera, vita, rito, educazione” – che dovrebbe apparire in appendice nella prossima ristampa del volume, ora esaurito – sottolineando la funzione fortemente educativa della puntualità, della ritualità condivisa in coro e a mensa, di una regola non rigida di buone maniere nello stare insieme, soprattutto a tavola.

D. Massimo

Relazione sulla giornata del 7 febbraio 2010

Dopo diversi contatti con gli interessati, finalmente si è stabilito di incominciare, con la prima domenica di febbraio, gli incontri in monastero delle famiglie interessate a seguire la Regola di S. Benedetto, anche se per questo primo incontro si prevedevano poche persone. Tutto però si è svolto bene.
Prima della messa conventuale delle ore 11,00 le persone invitate si sono riunite davanti alla chiesa. Le persone presenti erano: Nicola Capozza con la moglie Anna Maria e con la sorella Raffaella, Birgit Heneker, Alessandro Pelliccioni, Alessandro Possenti con la sua amica Cristina, Flavio Rogato con la moglie Francesca e i figli Claudio, Massimo e Francesco. Nel pomeriggio si è aggiunta Elena Onori.
Dopo la messa e una breve passeggiata al sole, i partecipanti si sono riuniti in biblioteca con D. Massimo per parlare dell’organizzazione della giornata. Alle ore 13,00 hanno partecipato insieme alla comunità alla recita di sesta e nona e poi si sono recati insieme a D. Massimo per il pranzo nel refettorio degli ospiti. All’inizio del pranzo, secondo una ritualità benedettina che si vorrebbe seguire sempre, si è incominciato con la preghiera comune e con la lettura del Vangelo. Due dei partecipanti sono stati incaricati del servizio e alla fine tutti hanno aiutato per riordinare la mensa.
Dopo pranzo i partecipanti insieme a D. Massimo si sono riuniti in biblioteca, dove si sono affrontati alcuni dei temi principali del progetto.
D. Massimo ha ricordato che uno degli scopi principali del progetto è di riportare la famiglia moderna a vivere nella propria casa, anziché disperdersi fuori. Ciò implica la disponibilità a impiegare molto più tempo nella cura dell’abitazione e nelle attività che vi si svolgono. Secondo lo spirito benedettino, questa cura e questa attività non solo non sono inferiori agli studi accademici e alle attività professionali, ma sono ad essi superiori, perché coinvolgono l’impegno di tutti se stessi nella fatica del lavoro manuale e del servizievole amore personale. Se infatti le attività domestiche si fanno con tutta la cura dettata dall’amore, in esse una persona può realizzare al meglio se stessa, umanamente e spiritualmente. Bisogna anche aggiungere che l’attività manuale, quando è guidata dall’intelligenza e dalla passione, oltre ad essere per certi aspetti migliore di quella mentale, è anche al fondamento di una vita mentale sana. Infatti la vita dell’intelligenza umana si nutre necessariamente di esperienza sensibile e di attività personale. Grave errore è dunque la valutazione esclusiva della formazione mentale scolastica e dell’attività professionale fuori casa. Le arti belle generalmente non sono nate dalla scuola, ma dal lavoro domestico e dell’officina paterna. Non c’è dunque nulla di sconveniente nel fatto che una laureata impieghi le proprie doti per abbellire la propria casa e per animare la vita della propria famiglia, anziché spendere le proprie energie in un lavoro professionale fuori casa.
Poste queste premesse, si è cercato di applicarle a due aspetti fondamentali della vita domestica: l’aspetto sacro e l’aspetto umano, il culto e la cultura.
Per quanto riguarda il primo aspetto, si è osservato che la preghiera negli ultimi decenni è stata gravemente mortificata, sia come costume familiare, sia come pratica personale, e ciò perché anche qui ha prevalso unilateralmente il suo aspetto mentale. L’uomo non è un angelo, e la sua missione è quella di dare forma visibile, nel mondo materiale, allo spirito. In ciò è adombrato il mistero specificamente cristiano dell’Incarnazione. Dunque la preghiera domestica implica la creazione di un “angolo cultuale”, non meno importante dell’ “angolo cottura”! Si tratta di realizzare con le mani di tutti i familiari una cosa bella. A questo proposito si può osservare che, di fronte ad un lavoro professionale spesso anonimo e meccanico, almeno in casa si dovrebbe fare con gioia e soddisfazione un lavoro creativo, espressione di se stessi. Dunque la preghiera ha bisogno, per essere bella e attraente per i piccoli e i grandi, di segni visibili artistici, come statue, quadri, fiori, candele, tovaglie, centrini etc. – qualcuno ha suggerito anche una “intronizzazione” della Bibbia, come fanno i mussulmani con il Corano. Tutto ciò non è affatto inutile e risponde pienamente alla tradizione bimillenaria del culto cristiano dell’oriente e dell’occidente.
Ma questo è solo l’inizio. La preghiera deve essere bella, oltre che per l’ambiente, anche per i testi utilizzati. Perché le nostre preghiere devono essere scialbe e ripetitive? Non sono i salmi il modello di ogni preghiera? E i salmi non sono sublimi poesie che commuovono il cuore? Dunque una scelta personalizzata di testi salmici e di testi poetici offerti da tutta la tradizione cristiana, antica e moderna, non dovrebbe venire ad arricchire la preghiera della famiglia e a renderla così entusiasmante per tutti?
Ma la poesia liturgica non è soltanto recitata, è anche scritta. Perché non imitare i nostri padri antichi e comporre con le proprie mani fascicoli manoscritti con scrittura artistica e con disegni ornamentali per le nostre preghiere? Non sarebbero così piccoli e grandi invogliati a pregare con molto più gusto?
La preghiera infine non è soltanto recitata e scritta, ma è anche cantata. Non sarebbe dunque auspicabile che in famiglia si coltivasse il canto per la preghiera, scegliendo le melodie più commoventi del repertorio antico e moderno?
Con questi mezzi la preghiera cesserebbe di essere un dovere noioso, e infine rifiutato, per le diverse età e diverrebbe uno dei momenti più emozionanti della giornata.
Venendo poi alla preghiera personale, non c’è dubbio che anch’essa si nutrirebbe delle suggestioni della preghiera liturgica. Come ciò avviene con la liturgia pubblica della Chiesa, allo stesso modo avverrà con le liturgie familiari.
Passando poi all’aspetto umano e alla cultura, si è sottolineata la necessità di formare l’intelligenza e il sentimento dei giovani – e degli adulti – attraverso quelle esperienze di lavoro creativo, di arte, di lettura che incidono profondamente sulla psiche e sull’inconscio degli uomini. Come si è detto, nell’uomo l’attività psichica è necessariamente legata all’esperienza sensibile e se questa è stravolta – come avviene oggi attraverso l’abuso dell’elettronica in tutte le sue forme – gli effetti sull’interiorità umana saranno devastanti. Bisogna dunque che almeno in famiglia si curino tutte quelle forme di esperienza e di attività che siano sanamente educative per la crescita umana. Vediamo di farne un elenco almeno approssimativo: 1. Il lavoro manuale creativo si estende dalla più semplice cura per l’ordine e l’igiene della casa, alla buona cucina, all’attività artigianale e artistica. Sono cose da coltivare per sviluppare la laboriosità, lo spirito di servizio, la precisione, la vittoria su se stessi, il dominio sugli strumenti di lavoro, il gusto di fare una cosa propria, la gioia di creare una cosa bella per la casa, per i propri cari, per fare un dono. 2. Lavorare così in casa, per la propria casa, per e con i propri cari rivaluta il tempo e l’impegno speso nell’ambiente domestico e rafforza i vincoli affettivi tra i congiunti. 3. Tra le arti ha un posto eminente la musica, vocale e strumentale, come formatrice di sentimenti e generatrice di energie inconsce, positive, se la musica ha vero valore estetico, negative se essa è deteriore, come purtroppo spessissimo avviene con l’attuale musica commerciale, di cui tanto si nutrono i giovani con l’ausilio dei moderni mezzi elettronici che li accompagnano giorno e notte quasi in ogni situazione. E’ chiaro che, nel caso diffusissimo di musica degenere e di un suo enorme abuso, gli effetti saranno devastanti. Per questo i genitori hanno l’obbligo morale di crearsi una vera competenza musicale, come cultura e come tecnica, vocale e strumentale. Si propone perciò di organizzare un’adeguata formazione, rivolta ad apprendere le necessarie tecniche e la conoscenza del vastissimo patrimonio della più bella musica vocale e strumentale, popolare e classica, antica e moderna. 4. Infine si segnala l’importanza della lettura, tanto della poesia quanto della prosa. La lettura – nel caso della poesia è evidente – per sua natura non dovrebbe essere individuale e mentale, ma vocale e pubblica, e anche adeguatamente espressiva. Così una volta le nonne raccontavano le fiabe ai nipotini. Il poeta T.S. Eliot ha sottolineato genialmente l’importanza grandissima della poesia e della lettura per l’elevazione dei sentimenti al di sopra della rozza brutalità. Oggi, quando i modelli poetici e letterari sono pochissimo frequentati fuori della scuola, sostituiti piuttosto da una sottocultura generalmente squallida se non apertamente immorale, e la lingua parlata si imbarbarisce sempre di più con espressioni triviali, quale sarebbe il ruolo di una rivitalizzazione della lettura familiare della migliore poesia e prosa antica e moderna!
Si è anche detto che tutte queste attività troverebbero il loro momento privilegiato negli incontri familiari serali, in cui, relegando ad un ruolo subordinato e saltuario la televisione ed escludendo le dissipatrici uscite notturne, spente le forti luci del giorno e gli affanni prosaici per i problemi immediati – effettivi o artificiosi – lo sguardo dell’anima si risveglia alla più alte finalità della vita: costume oggi quasi universalmente perduto, che però è urgente ristabilire nelle nostre famiglie.
Alcuni dei partecipanti sono dovuti ripartire con un certo anticipo. A quelli che sono rimasti fino alla fine sono stati proposti alcuni esempi di poesia e di musica da coltivare. Si è richiamato quanto scrisse Pietro Rebora a proposito del costume dei fidanzati di fare un pellegrinaggio a Verona alla casa di Giulietta: “Triste giorno quando non lo faranno più!” Perché ciò significa che il sentimento amoroso non sarà più elevato dalla sublime poesia di Shakespeare.
Si è così parlato della grande tradizione della poesia amorosa, fortemente influenzata dal cristianesimo, e di come essa una volta facesse parte del costume e influenzasse a sua volta i sentimenti dei popoli. Come esemplificazione di ciò si è parlato del “Mefistofele” di Arrigo Boito, in particolare della scena della prigione, e si sono proposte all’ascolto e alla visione dei presenti alcune scene de “La Sonnambula” di Bellini, in cui il sentimento amoroso viene espresso in modo sublime.
Come era previsto, con i Vespri – a cui soltanto Elena Onori ha potuto partecipare – si è conclusa la giornata. Tutti hanno mostrato apprezzamento per l’iniziativa, e si è deciso di ripeterla, orientativamente, la prima domenica di ogni mese.

La clausura monastica, luce irradiante per il mondo di oggi
di D. Massimo Lapponi

Ecco, questi sono gli strumenti dell’arte spirituale!.. L’officina poi in cui bisogna usare con la massima diligenza questi strumenti è formata dai chiostri del monastero e dalla stabilità nella propria famiglia monastica… Il monastero, poi, dev’essere possibilmente organizzato in modo che al suo interno si trovi tutto l’occorrente, ossia l’acqua, il mulino, l’orto e i vari laboratori, per togliere ai monaci ogni necessità di girellare fuori, il che non giova affatto alle loro anime.
Regola di S. Benedetto, cc. IV e LXVI
La Regola di S. Benedetto non è un trattato di teologia né un’apologia della vita monastica. Per chi avesse voluto avere una spiegazione sull’utilità della istituzioni monastiche nella Chiesa e nella società, S. Benedetto avrebbe potuto rimandare alla vasta letteratura prodotta dal monachesimo nei circa due secoli ormai già trascorsi dalla sua origine, ad esempio a S. Giovanni Crisostomo o a Cassiano. Quest’ultimo richiama esplicitamente l’immagine del Corpo Mistico, in cui le diverse membra hanno diverse funzioni, e in cui perciò la vita monastica, appartata e dedita alla preghiera e alla purificazione del cuore, non ha la stessa funzione dell’attività caritativa e missionaria dei diaconi, dei sacerdoti, dei semplici fedeli.
Ciò non significa che i monaci fossero esentati da tali attività, ma che il loro modo di attuarle era diverso da quello della diaconia diocesana, gerarchica o laicale. Infatti già gli antichi monaci del basso Egitto e della Tebaide si dedicavano, tra le altre cose, alla confezione di stuoie, ceste ed utensili vari per poi venderli sui mercati di Alessandria e distribuirne il ricavato ai poveri. Anche l’attività missionaria era stata svolta dai monaci già prima di S. Benedetto, tanto in oriente quanto in occidente, come dimostra tra l’altro l’esempio del monachesimo persiano e dell’apostolo del Norico S. Severino. Più tardi i monasteri medievali d’Europa si sarebbero distinti per secoli per l’accoglienza dei pellegrini e degli infermi, per la formazione artigiana e scolastica dei borghigiani e dei coloni da loro dipendenti, per la loro protezione, amministrazione e assistenza nella vecchiaia, per la distribuzione quotidiana dei pasti a centinaia o migliaia di poveri. E l’esempio di S. Severino e degli altri monaci missionari antichi fu gloriosamente emulato da uomini quali S. Agostino di Canterbury, S. Bonifacio, S. Adalberto e molti altri.
Quando dunque S. Benedetto raccomanda ai monaci di uscire il meno possibile dalla clausura, non lo fa certamente per distoglierli dall’attività caritativa e apostolica, ma per richiamarli all’adempimento della loro specifica missione. In questa prospettiva la rigorosa restrizione delle uscite dal monastero ha due aspetti, uno negativo e uno positivo. Per quanto riguarda il primo, S. Benedetto ammonisce i monaci di evitare occasioni di dissipazione che nuocciono al bene delle loro anime, giacché bisogna “farsi estranei ai costumi del mondo” (c. IV). Ma è più importante l’altro aspetto: il monaco è chiamato ad esercitare la carità in primo luogo nell’ambito della propria comunità. Questo obbligo non deve mai venire meno, né le attività esterne, fossero pure altamente caritative o missionarie, possono mai dispensare da esso.
Il valore e le conseguenze di questo semplice principio sono incalcolabili, anche se generalmente non ci si pone attenzione. La prima cosa da notare è che evidentemente il monaco che, dopo aver lavorato per nutrire i poveri o dopo aver predicato la Parola di Dio, tratta male i propri confratelli o si dispensa, senza valido motivo, dal servirli nelle necessità della vita di tutti i giorni si dimostra quanto meno incoerente. Infatti egli non potrebbe svolgere le sue attività caritative o missionarie se non godesse del sostegno materiale e spirituale della comunità in cui vive, che gli procura il vitto, il vestiario, l’alloggio, gli strumenti di lavoro, la collaborazione fraterna per lo svolgimento ordinato di una vita comune cristiana, di una liturgia ben fatta, di una presenza costante della Parola di Dio declamata, meditata, commentata, vissuta etc. Senza tutti questi supporti il monaco non avrebbe né i mezzi per sostentare i poveri, né la disponibilità personale per fare il bene, né la formazione della mente, del cuore, della volontà necessaria per una testimonianza apostolica efficace. E’ dunque tanto suo dovere quanto suo interesse collaborare perché nella vita comune del suo monastero tutte le attività di lavoro, di preghiera, di studio si svolgano nel migliore dei modi, a beneficio di tutti e di ciascuno e a edificazione del popolo di Dio. Senza contare il fatto del tutto ovvio che predicare la carità e l’umiltà cristiana senza poi viverle si risolve in un vaniloquio freddo e inefficace e nello scandalo dei fedeli. La vera eloquenza che scalda i cuori invece non può nascere che dall’esperienza vissuta delle virtù umane e cristiane praticate eroicamente nella vita di tutti i giorni, cioè per prima cosa nella vita della comunità di cui si è parte.
Domandiamoci ora cosa succede quando in una famiglia religiosa ognuno si crea il suo personale spazio di attività apostoliche fuori della comunità, mentre la vita comune è ridotta a incontri tra poco meno che estranei per i necessari atti comuni di vitto e di culto. Naturalmente la cura domestica della casa viene affidata o a religiosi considerati di seconda categoria, perché non possono svolgere ruoli “apostolici”, o a personale laico, stipendiato o volontario, e in ultima analisi viene più o meno abbandonata alla trascuratezza, alla sporcizia e al disordine. Ma non ci si accorge che in questo modo alla pratica della carità e del servizio personale, della laboriosità, della precisione, della pazienza, della creatività e della riflessione che sgorgano spontanee dal lavoro e dal culto eseguiti con intelletto d’amore si sostituiscono una vuota loquacità accademica e un efficientismo esteriore. Ha dunque tutte le ragioni S. Benedetto di ammonire che l’officina in cui si devono esercitare le virtù cristiane è costituita essenzialmente e a preferenza di ogni altra dai chiostri del monastero e dalla stabilità nella propria famiglia monastica. Così i monasteri di clausura, proprio a motivo di essa, risultano essere modelli di vita umana e cristiana anche per le famiglie religiose dedite ad attività sociali ed apostoliche.
Ma chiediamoci: non sono essi splendidi e luminosi modelli di vita anche per le famiglie naturali? Non è forse vero che, soprattutto oggi, i membri della comunità familiare sono tentati di disertare le mura domestiche nell’illusione di far valere assai meglio altrove le proprie doti naturali e acquisite e nel vano timore che invece nell’ambito dell’ambiente domestico si sia confinati in un’esistenza squallida e infruttuosa? La stessa logica ingannevole che abbiamo rilevato presso certe comunità religiose la ritroviamo essenzialmente identica presso tante famiglie moderne: il lavoro domestico abbrutisce ed è di seconda categoria, mentre ciò che fa la dignità delle persone, tanto più se hanno titoli di studio, è il lavoro professionale fuori casa. E i risultati di questa logica sofistica sono gli stessi: la casa abbandonata a personale stipendiato, alla trascuratezza, alla sporcizia e al disordine e la crescente rovina, nei membri della famiglia, della carità servizievole, della laboriosità, dello spirito di sacrificio, dell’affezione reciproca, il tutto sostituito dall’ostentazione di un’erudizione sempre più astratta ed esangue e dal culto del successo esteriore.
Ammettiamolo dunque: anche per i membri della famiglia naturale vale l’ammonizione di S. Benedetto che non esiste vera virtù che non si eserciti tra le mura domestiche e a beneficio dei propri conviventi. Buona volontà, amore reciproco, abnegazione, laboriosità, ingegno, doti naturali, abilità acquisite, vera cultura dell’intelletto possono e devono esercitarsi in primo luogo nell’ambito della propria casa. Dà infinitamente più gioia un ambiente domestico spazzato, spolverato, riordinato, arredato, ornato con le proprie mani, con la propria intelligenza creativa e con il proprio cuore che non uno stipendio faticosamente ottenuto con un lavoro impersonale e monotono per poi magari riversarlo nelle mani di una domestica infida o di una pericolosa babysitter. Val più spendere le proprie doti di intelligenza, di cultura, di cuore, di voce, di eloquenza, di senso artistico a beneficio dei propri figli e dei propri cari che non miseramente sciuparle in un tribunale, in un ufficio, in un albergo o simili, con la triste necessità di lasciare per tutto il giorno i propri pargoli all’asilo-nido o alla signorina stipendiata.
Quale modello più luminoso, dunque, per la famiglia moderna della comunità monastica claustrale, in cui la clausura stessa educa le monache fin dai primi passi della loro vita consacrata a spendere se stesse per la propria famiglia religiosa, perché essa – attraverso l’esempio di una quotidiana carità fraterna, di una laboriosità umile e amorosa, di un decoro domestico frutto di religiosa dedizione, di una preghiera liturgica resa splendente alla vista e seducente ai cuori con tutti i mezzi suggeriti dalla fede, dalla devozione, dall’aspirazione dell’anima ad una bellezza che non è di questo mondo e che solo il concorso di tutte le arti può adombrare – possa offrire a tutte le comunità familiari la guida sicura verso un migliore avvenire?

Relazione viaggio a Milano

Il viaggio a Milano, da giovedì 18 a sabato 20 febbraio, è stato un po’ faticoso, ma molto proficuo. Per prima cosa sono stato ospite del monastero delle Benedettine dell’Adorazione Perpetua in via Bellotti. La costruzione è di stile francese fine Ottocento, quindi di un gotico un po’ pesantino e a volte un po’ oscuro, ma tuttavia bello, grande e suggestivo. La comunità è molto diminuita ed ha dovuto chiudere la scuola. Però ci sono alcune giovani e il monastero è molto frequentato da oblati e da vari gruppi o persone, anche giovani, per esperienze, istruzioni sulla preghiera e la vita monastica e particolarmente per imparare l’arte delle icone, nella quale alcune monache sono bravissime. Ho potuto vedere opere di grande bellezza, che potrebbero ispirare quell’ornamento sacro della casa di cui ho più volte parlato.
Una cosa mi ha molto colpito: a compieta – l’ultima preghiera – dopo l’esame di coscienza sulle colpe della giornata, diverse monache, a cominciare dalla Priora, si sono accusate ad alta voce di mancanze di carità, di mancanze pazienza, di pigrizia o di altri difetti. Mi è venuto il pensiero: se i membri di una famiglia facessero lo stesso con semplicità per costume giornaliero, non si eviterebbero musi lunghi e rancori di durata indefinita, con conseguenze imprevedibili sulla comunione reciproca e sull’unità della famiglia?
Un’altra cosa importante è che sono stato all’Università Cattolica, dove una docente mia amica mi ha messo in contatto con un ottimo sacerdote che insegna etica sociale, al quale ho potuto illustrare il nostro progetto. Si è vivamente interessato e si è impegnato ad usare il libro per le sue lezioni e a presentare il progetto al Centro Famiglia dell’Università, al Forum delle famiglie e ai responsabili della pastorale familiare – che sono due coniugi – della diocesi di Milano, considerata la più grande diocesi del mondo. Gli ho dato tre copie del volume e ci siamo scambiati i rispettivi recapiti per tenerci in contatto.
Ho avuto anche altri incontri interessanti, ma relativi ad altri argomenti. Eventualmente ve ne parlerò a voce.
A presto
D. Massimo

Relazione dell’incontro del 21 marzo 2010

A questo secondo incontro di famiglie interessate al progetto “San Benedetto e la vita familiare”, nonostante alcune assenze dovute a motivi di salute o ad altri contrattempi, i partecipanti sono stati molto numerosi: in tutto quarantasei persone (per brevità non faccio l’elenco). Da notare la coincidenza con la festa tradizionale di S. Benedetto.
L’appuntamento era alle ore 11,00 davanti alla chiesa. Qualcuno è arrivato in anticipo per sistemare gli ambienti e il materiale. C’è stato anche qualche ritardatario per cause di forza maggiore, ma la maggior parte dei partecipanti poco dopo le ore 11,00 era presente e tutti si sono riuniti in biblioteca.
Dopo una breve preghiera, D. Massimo ha cercato di riassumere gli scopi dell’iniziativa e di introdurre ai lavori programmati per la giornata. Questo richiamo era necessario perché quasi tutti i partecipanti erano presenti per la prima volta e molti non avevano ancora letto il volume relativo al progetto.
Ispirandosi a quanto era stato illustrato nell’incontro precedente, D. Massimo ha richiamato l’opportunità che la famiglia ritorni a valorizzare la vita che si svolge tra le pareti domestiche, rinunciando per questo all’eccesso di attività, professionali di studio o di svago, fuori casa. In particolare ha richiamato i genitori a investire la parte migliore delle proprie energie e competenze nella cura diretta dei figli. Scusandosi per il paragone apparentemente poco rispettoso, ha ricordato il detto paesano che il maialino è un salvadanaio, perché tutto il lavoro che si investe nel relativo allevamento lo si ritrova in abbondanza di nutrimento di prima qualità. Analogamente anche, e assai più, i figli sono un salvadanaio, perché tutto il tempo e l’energia che si dedica loro lo si ritrova anche sul piano economico. Infatti il guadagno di uno stipendio in più, ottenuto trascurando i propri figli per esercitare una professione, lo si dovrà poi ripagare ad usura per rimediare ai danni di una cattiva formazione (consumi eccessivi di ragazzi viziati, psicologo, struttura di recupero, mantenimento di scapoli disoccupati impenitenti, pagamento degli alimenti alla moglie divorziata etc.). Al contrario, i frutti di un’educazione attenta e puntuale si raccoglieranno attraverso il comportamento di figli morigerati, studiosi, laboriosi, riconoscenti verso i genitori anziani, a loro volta buoni sposi e buoni genitori. Con ciò non si vuole escludere un moderato lavoro professionale, purché esso si possa contemperare con un’assidua presenza in casa presso i propri figli. Per quanto riguarda i problemi economici immediati di una famiglia che sia disposta a rinunciare a eccessivi impegni fuori casa, si è accennato all’opportunità di una cambiamento di mentalità che favorisca la collaborazione e l’integrazione di più famiglie interessate a proteggere e a sviluppare la propria vita domestica. Ciò potrebbe ovviare anche al rischio che i bambini si sentano troppo diversi dagli altri, trovandosi a contatto con altri piccoli della loro età che vivono la stessa realtà. Per il momento si è lasciato all’ulteriore riflessione dei partecipanti questo argomento importante che merita di essere approfondito.
Ha poi individuato due ambiti in cui impiegare le proprie energie per l’animazione della vita domestica: l’ambito religioso e l’ambito umano. Per ambedue gli ambiti ha sottolineato la necessità di ravvivare i sentimenti, religiosi e umani, con tutti i linguaggi di cui necessariamente si serve l’uomo e con il recupero di una vastissima tradizione in cui questi linguaggi si sono espressi. In particolare ha ricordato: le arti figurative, le decorazioni tessili, la scrittura artistica, la poesia, la musica. Senza questi linguaggi la preghiera languisce e i sentimenti umani si imbarbariscono. Ora le due cose vanno insieme: è illusorio cercare di risvegliare il sentimento religioso in mancanza di delicati sentimenti umani, e viceversa è illusorio voler coltivare i più alti sentimenti umani senza la luce superiore del sentimento religioso. Non si può negare che i linguaggi di cui si è parlato, oggi sono per lo più sostituiti o usurpati da espressioni deteriori, che vanno dai poster pubblicitari alle fiction televisive alla pseudo-musica commerciale. Lasciando il discorso sulla musica al pomeriggio, in mattinata si è voluta proporre qualche esperienza relativa agli altri linguaggi da reintrodurre nella vita delle nostre famiglie. Per quanto riguarda la preghiera, si è voluta proporre la creazione di espressioni artistiche per la realizzazione di un “angolo del culto” familiare: un altarino con statue, immagini, lumi, fiori, centrini, e inoltre testi di belle preghiere con scrittura artistica e decorazione visiva. Analogamente per coltivare i sentimenti umani si è proposta una cura particolare per l’abbellimento dell’abitazione, specialmente per l’ambiente destinato al dialogo e alla condivisione dei linguaggi del lavoro artigianale e dell’arte.
Dopo una testimonianza dell’educatrice Tiziana Vergine su un angolo domestico da lei dedicato alla Madonna, su un album di pensieri profondi copiati dai testi dei più vari scrittori e sul suo impegno a guidare i piccoli a lei affidati all’amore per la bellezza naturale e alla relativa espressione grafica, si è passati a dividere i presenti in quattro gruppi: Angela Longobucco e Eleonora Cristofani si sono incaricate di intrattenere i più piccoli con lavori creativi nella biblioteca parrocchiale, la pittrice Emanuela Troiani e l’arredatrice Alessia D’Attilio hanno guidato un gruppo nella realizzazione di immagini per lo spazio sacro, Elisabetta Mei ha guidato un altro gruppo in un’esperienza di ricamo e di confezione tessile e D. Massimo ha affrontato con un gruppo più ristretto l’argomento dei testi da scegliere per la preghiera e per la lettura finalizzata alla formazione umana. A quest’ultimo gruppo è stata fatta osservare la caduta di stile nell’iconografia sacra e profana in decenni recenti e la necessità di ridare importanza all’aspetto grafico dei testi. Si sono poi lette preghiere molto espressive tratte dalla Bibbia e da autori antichi e moderni, sottolineando la necessità di arricchire con testi di pari valore la preghiera familiare, anziché limitarsi alla stanca ripetizione delle pochissime formule consuete che ancora non si sono dimenticate. Anche per l’aspetto più umano si sono portati esempi di poesia e di narrativa atti a suscitare emozioni profonde, entusiasmo e motivazioni per una vita migliore. Purtroppo la tradizione della frequentazione familiare della poesia e della lettura scelta è stata oggi quasi universalmente soppiantata dalla valanga incontrollabile delle scialbe fiction televisive. L’interesse dei partecipanti a tutti i gruppi è stato vivissimo, tanto che alcuni hanno chiesto di poter continuare il lavoro nel pomeriggio.
Intanto il tempo era passato e si è dovuto rinunciare a partecipare all’ora media insieme alla comunità monastica. Così, dopo una breve preparazione, ci si è recati direttamente al piano inferiore per il pranzo, preceduto dalla preghiera e dalla lettura di una pagina della Regola di S. Benedetto.
Nel pomeriggio, dopo un breve intervallo, si è tornati in biblioteca, dove si è affrontato l’importante discorso della musica. D. Massimo ha sottolineato il fortissimo influsso della musica sui più profondi sentimenti dell’uomo, e tanto più del giovane: influsso altamente benefico se la musica è di vera qualità artistica e, al contrario, altamente malefico se essa è soltanto un’espressione degradata di rozze e brutali emozioni. Purtroppo è quest’ultima la qualità che ha invaso quasi tutto lo spazio di attenzione della gioventù, grazie anche ai potenti mezzi tecnici moderni, alle discoteche, alle cuffie etc., tra l’irresponsabile indifferenza degli educatori laici ed ecclesiastici. Questa degenerazione spesso ha riguardato, purtroppo, anche la musica liturgica. Di fronte a questa drammatica situazione è assoluto dovere dei genitori acquisire una e competenza musicale che permetta loro di guidare i propri figli su un terreno così infido. Si avrebbe perciò l’intenzione di promuovere un’istruzione adeguata in materia, non a finalità scolastica, ma familiare. In questo si potrà usufruire della collaborazione della Maestra Donata Cielinska, direttrice della Scuola di Musica di Fara Sabina.
La Maestra Cielinska era presente all’incontro fin dalla mattina e, insieme a lei e a tre dei suoi allievi, si sono fatte alcune prove di canto e di musica strumentale. Si sono scelti facili canti religiosi, antichi e moderni, particolarmente espressivi, e si è provato a farli imparare e gustare ai presenti. Le prove di canto sono state intervallate da esecuzioni strumentali con tastiera, chitarra e violoncello. Dopo l’esperimento, necessariamente limitato, si è espressa l’intenzione di programmare in futuro un insegnamento regolare, almeno per le famiglie della zona.
Alcuni dei presenti si sono dovuti congedare in anticipo e alla fine soltanto pochi hanno potuto partecipare alla messa delle ore 17,00. Tutti hanno espresso grande soddisfazione per la giornata trascorsa e il desiderio di proseguire l’esperienza. Si è proposta, per il prossimo incontro, la data di domenica 18 aprile.

Relazione dell’incontro del 18 aprile 2010

La mattina di domenica 18 aprile ci sono stati alcuni momenti di “panico”. Mentre pochi giorni prima il numero dei partecipanti risultava intorno alla cinquantina, in seguito a diverse disdette, la cifra era scesa a 42, più altri 2 attesi per il pomeriggio. Ma la mattina del 18, poco prima dell’inizio dell’incontro, giungevano una dopo l’altra ben 8 defezioni, per lo più per improvvise malattie dei bambini. Avverti in fretta la cucina, dove già incomincia a serpeggiare il malumore. Quando poi a poco a poco si radunano i partecipanti la situazione si rovescia: 7 presenze non previste. Avverti di nuovo la cucina – fortunatamente attraverso il citofono non passano i corpi contundenti! Insomma alla fine le presenze risultavano 41 la mattina più 2 nel pomeriggio.
Come previsto dal programma, dopo la messa delle ore 11,00 tutti si sono radunati in Biblioteca, dove il P. Priore ha fatto un breve discorso di accoglienza, in cui, senza formalità e con spirito molto familiare, ha auspicato che l’iniziativa possa portare copiosi frutti attraverso la collaborazione tra il monastero e le famiglie che desiderano ispirarsi agli insegnamenti di S. Benedetto.
Allontanatosi il P. Priore, i numerosi bambini sono stati accompagnati nella cosiddetta “Biblioteca parrocchiale”- luogo veramente molto suggestivo -, dove Angela, Eleonora, Alessandra e Antonietta li hanno intrattenuti in attività adatte alla loro età.
Gli adulti sono rimasti con D. Massimo, il quale questa volta si era preparato una traccia per non dover improvvisare il suo intervento. C’erano diverse presenze nuove e perciò bisognava riprendere un po’ il filo del discorso, cercando nello stesso tempo di ampliare e di sviluppare in modo nuovo le prospettive già precedentemente illustrate.
Riportiamo qui la prima parte della traccia preparata in precedenza.

Si propone un cambiamento di stile di vita. Probabilmente per molti, almeno all’inizio, questo cambiamento non potrà attuarsi integralmente e bisognerà fare qualche “compromesso” – ma, come mi è stato ricordato da qualcuno di voi, un maestro di vita osservava che nel vocabolo “compromesso” è racchiusa nascostamente la parola “promessa”.
Come ho già detto in precedenza, uno degli obiettivi più tangibili del cambiamento che si propone è di riportare la famiglia a vivere insieme nella propria casa, diminuendo in grande misura le attività esterne, che attualmente assorbiscono il meglio delle energie dei membri della comunità familiare.
Tento di fare una breve descrizione della situazione attuale, distinguendo quattro ambiti.
1. La scuola. E’ indirizzata per prima cosa ad una formazione di base, poi ad una cultura generale, che può avere vari indirizzi e che oggi a giudizio di molti può essere anche fuorviante, infine ad una specializzazione in vista di un lavoro retribuito. In tutte queste fasi della formazione domina quasi sempre l’aspetto mentale, a scapito dell’attività manuale e della formazione del cuore e della volontà.
2. La religione. Per lo più ci si limita al catechismo in vista dei sacramenti, anche qui con una forte accentuazione dell’aspetto mentale. Per alcuni restano significative le funzioni religiose in chiesa e a volte le attività caritative di gruppo.
3. Attività extra-scolastiche dei minori. Dominano piscina, sport, danza, palestra, lingue e simili. A quale scopo? Soprattutto per tenere i figli impegnati mentre i genitori sono occupati fuori casa e per tentare così di allontanarli dai pericoli.
4. Lavoro professionale dei genitori. Lo scopo è prevalentemente economico e di valorizzazione delle proprie capacità naturali o acquisite e dei propri titoli di studio.
Cosa rimane per la cura della vita della famiglia e per la casa? Quale investimento di tempo, di cura educativa, di energia, di passione si attua per questi scopi? Mi sembra che si possa rispondere: senz’altro troppo poco – e non sono il solo a pensarlo.
Risultato: la vita familiare e la cura della casa sono lasciate all’improvvisazione e spesso richiedono spese aggiuntive di personale, di iscrizione a piscine, palestre etc., di materiali sportivi, mentre l’educazione dei figli in misura assai larga è delegata. A chi?
Proviamo ora ad inventarci una piccola-grande rivoluzione, sapendo che richiederà grande impegno, potrà sembrare utopistica e probabilmente molti, almeno all’inizio, come si è detto, potranno realizzarla soltanto in parte. Ma ricordiamo che senza impegno non si fa niente di buono nella vita. E quanto impegno mettiamo in cose per cui non ne varrebbe neanche la pena, come invece – a quanto credo – ne vale per questo! Ricordo poi quanto ho detto prima sul “compromesso” e sul suo grande valore.
Anche qui procediamo con ordine.
1. Scuola e attività extra-scolastiche dell’età formativa. Non si può certamente non prendere in considerazione la scuola d’obbligo, ma si dovrebbe anche inventare il modo di influire su di essa. E’ un argomento che per il momento tralascio. Dobbiamo però puntare ad ottenere che, nell’età formativa, i minori acquisiscano le qualità umane necessarie non per affrontare gli esami scolastici o per coltivare una scienza o per esercitare un lavoro professionale, ma per arricchire con la loro presenza, il loro cuore, la loro opera la comunità in cui vivono e in cui vivranno, per prima cosa, dunque, la comunità familiare. Dette qualità si potrebbero così elencare: a. Buona volontà e laboriosità. b. Cura amorosa e attenta dei lavori domestici e utili. c. Abilità tecnica per fornire e curare personalmente le utilità della tecnica moderna. c. Passione e abilità necessarie per la cura estetica e artistica dell’abitazione familiare. d. Qualità espressive nella parola, nel canto, nella musica strumentale per la fruizione familiare e comunitaria – oltre che individuale – della cultura e dell’arte. e. Tutto ciò in spirito di servizio, umiltà, obbedienza, amore reciproco – qualità umane, ma anche religiose, che perciò introducono al punto seguente.
Se dunque si sostituiscono, almeno in parte, le troppe attività pomeridiane dei minori sopra richiamate con l’impegno ad acquisire le qualità elencate, non si sostituirebbe una crescita umana utile prima di tutto alla vita di famiglia a un dispendio di energie, anche economiche, spesso inutile? Tra l’atro almeno alcune delle acquisizioni raccomandate non richiederebbero costi economici, ma soltanto la vicinanza e l’esempio di genitori ed educatori e l’impegno personale e costante del minore. Ecco già un risparmio congiunto con un vantaggio affettivo ed educativo.

Naturalmente seguendo questa traccia D. Massimo vi ha introdotto frequenti richiami ad argomenti già svolti in precedenza e illustrazioni di punti particolari e ha più volte coinvolto i presenti sollecitando la loro testimonianza. Ma ormai si era fatto tardi e perciò il poco tempo rimasto è stato utilizzato per imparare un canto a canone che doveva servire poi da preghiera prima del pranzo. I partecipanti hanno gradito molto questa iniziativa “a sorpresa” e D. Massimo ha suggerito che, se una famiglia incomincia il pranzo con una bella preghiera cantata, un eventuale ospite probabilmente rimarrebbe favorevolmente impressionato e magari potrebbe essere tentato di imitare l’idea.
Poi tutti sono scesi in chiesa, dove, insieme alla comunità e ad un gruppo di suore ospiti, hanno recitato l’ora media. Finita la preghiera, i partecipanti si sono recati nel refettorio degli ospiti, dove è stato servito un pranzo molto gradito, preceduto e seguito dal canto a canone che era stato preparato in precedenza.
Dopo il pranzo c’è stata una breve ricreazione nel chiostro, poi gli adulti si sono di nuovo raccolti in Biblioteca, mentre i bambini – tranne il piccolo Stefano, che è voluto restare con i genitori – sono stati accompagnati da Angela e dalle altre incaricate prima nel parco e poi di nuovo nella Biblioteca parrocchiale.
D. Massimo ha ripreso il discorso incominciato prima di pranzo, seguendo la seconda parte della traccia, che si riporta qui di seguito.

2. Formazione cristiana e vita religiosa. In questa prospettiva la vita religiosa non sarebbe confinata alla formazione mentale, all’amministrazione dei sacramenti e alla presenza nel tempio, ma investirebbe l’impegno di conversione dall’istintivo egoismo dei minori alla carità vissuta, per prima cosa in famiglia, e di continuo perfezionamento. Ne guadagnerebbe sia il carattere, sia la religione. Perché poi la devozione dal tempio possa rifluire nella casa, tutte le attitudini acquisite nell’ambito della parola, del lavoro, dell’arte dovrebbero essere messe a frutto per creare lo spazio, il tempo e il gusto della preghiera in famiglia. Altra prospettiva di rafforzamento del vincolo affettivo e dello spazio-tempo condiviso.
3. Lavoro professionale. Se una parte del lavoro del padre e una parte più ampia – se non la totalità – di quello della madre, anziché essere spesa fuori casa per una professione esterna, fosse dedicata direttamente alla famiglia e all’abitazione, ci sarebbe certamente un’immediata perdita economica, ma essa sarebbe altamente compensata da un immediato guadagno sul piano della vita comune, dell’affetto reciproco e dell’educazione dei minori. Inoltre in una prospettiva lungimirante vi sarebbe anche un sostanziale guadagno economico. Ma penso che il vantaggio economico si potrebbe ottenere quasi subito. E’ questo un punto da approfondire in seguito.
Per il momento vorrei sottolineare quale appagamento, non soltanto affettivo, ma anche culturale – assai più che con il lavoro professionale – possono avere due genitori – specialmente la madre – nel seguire i figli nella formazione umana e religiosa alla buona volontà, alla laboriosità, alla cura e precisione nel lavoro domestico, tecnico, artigianale e artistico, all’uso educato ed espressivo della parola, alla lettura della poesia e della prosa d’arte, alla musica vocale e strumentale e ad altre cose che possono arricchire la vita di una comunità che non diserti sistematicamente la propria abitazione.
Veniamo ora all’aspetto economico. Oltre agli effetti economici a lunga scadenza di una buona educazione dei figli, del tutto opposti ai gravissimi danni, anche da questo punto di vista, di un’educazione trascurata, notiamo che l’applicazione al lavoro in casa può far risparmiare sull’iscrizione ad attività esterne, sui pagamenti a personale di servizio divenuto inutile, sugli acquisti di materie utili o ornamentali che possono essere fatte e curate con le proprie mani, su regali a terzi egualmente eseguiti in casa, sull’eliminazione di tante spese ludiche superflue per bambini e giovani – si possono riscoprire giochi e divertimenti con materiali semplici fatti con le proprie mani, eliminare molta elettronica nociva, molti oggetti sportivi superflui, incrementare attraverso la formazione religiosa lo spirito di sobrietà e di rinuncia, insieme alla carità e alla generosità verso i bisognosi. Chi poi può usufruire di un po’ di terra da coltivare, può con vantaggio economico e qualitativo, procurarsi frutta, ortaggi e verdura.
Infine le famiglie si possono aiutare efficacemente tra loro, sia scambiandosi servizi e competenze (ad esempio lavoro tecnico e lavoro artigianale, frutti della terra e istruzione musicale), sia procurandosi vicendevolmente un certo guadagno economico con la prestazione di istruzioni e di servizi a prezzi molto più convenienti di quelli richiesti dai professionisti. Questi servizi possono essere forniti anche ad altri – ad esempio confezioni artigianali o artistiche.
Queste indicazioni relative all’aspetto economico – che ritengo molto importante, anche perché costituisce una delle principali obiezioni al progetto – vanno naturalmente approfondite e perfezionate.

Come era previsto, la discussione si è soffermata sulle difficoltà di carattere economico e sui suggerimenti avanzati da D. Massimo, il quale ha sottolineato che si tratta di provocazioni per un’ulteriore riflessione di gruppo.
Essendo nel frattempo giunta la maestra di musica Donata Cielinska, i presenti si sono divisi in tre gruppi, come previsto dal programma. Il primo gruppo si è dedicato alla musica, ed è stato guidato dalla Maestra Cielinska. Il secondo si è occupato dei lavori domestici e della decorazione dell’abitazione e dello spazio della preghiera. E’ stato guidato da Elisabetta, da Federica e da Emanuela. Il terzo gruppo, guidato da D. Massimo, ha affrontato il tema della parola.
Riferiamo in particolare sull’ultimo gruppo.
D. Massimo ha sottolineato il valore della parola, anche nel linguaggio ordinario, sia per il contenuto che trasmette, sia per il tono con cui viene espressa. Già il bambino nel grembo della madre risente l’influenza della voce materna e paterna. Da ciò l’importanza della qualità del linguaggio, che diviene ancora più evidente in presenza di minori in età formativa. Il minore – assai più dell’adulto – è plasmato dai suoni, della parola e della musica. La differenza formativa di un linguaggio corretto e amoroso e di un linguaggio volgare e aggressivo – come pure di una musica armoniosa e di una musica violenta – appare evidente. E’ dunque oltremodo preoccupante l’attuale degrado del linguaggio ordinario e della musica più diffusa, specialmente tra i giovani.
Venendo poi ai linguaggi artistici, D. Massimo, citando il poeta e critico T.S. Eliot, ha osservato come la poesia – e lo stesso si può dire della prosa d’arte – abbia la missione sociale di elevare e arricchire il sentimento degli uomini, destinato, senza questo mezzo, a degenerare nelle forme più elementari e brutali. Ma la poesia e la prosa artistica per natura dovrebbero essere declamate in presenza di una comunità e non soltanto lette mentalmente. Ciò sì e no si fa a scuola, e per di più con una finalità prevalentemente intellettualistica. In tal modo la poesia non può di fatto esercitare il suo ruolo. Questo si potrebbe ottenere soltanto richiamando in vita l’antico costume di letture familiari comuni, specialmente nel raccoglimento serale. Per fornire un esempio e un’esperienza concreta di questo fatto, D. Massimo ha fatto ascoltare ai presenti la registrazione di una lettura del capitolo XXXV de “I promessi sposi” eseguita con grande espressione da una persona ben preparata. Naturalmente l’audizione è piaciuta molto e si è sottolineata la differenza di effetto plasmativo delle emozioni e dell’animo dei minori con le consuete fiction televisive. Ciò mostra come sia importante imparare a leggere o a recitare la poesia e la prosa con la necessaria espressone, non per un fine scolastico o professionale, ma per la vita familiare di tutti i giorni.
Il discorso sulla parola è stato esteso anche alla parola scritta. D. Massimo ha osservato che esisteva, fino a non molto tempo fa, un’importante tradizione iconografica nei libri di pietà. Questa tradizione era legata alla manualità, che permetteva di usare la scrittura e la decorazione artistica nei libri di preghiera e di poesia, con illustrazioni spesso di grande efficacia espressiva – se ne è mostrato qualche esempio. Tutto ciò è tramontato con il declino della manualità e con il cambiamento del gusto. Quanto questo declino lasci molti insoddisfatti lo testimonia l’attuale diffusa moda del collezionismo di immaginette devozionali classiche.
Se si tornasse, oltre alla scelta delle più belle preghiere antiche e moderne per l’uso familiare e personale, anche alla confezione manuale di libri di preghiera e di poesia eseguiti artisticamente, anche questo favorirebbe un forte coinvolgimento emotivo nella preghiera e nella formazione personale dei sentimenti.
Per esemplificare questo aspetto della questione, la signora Alba – che non è potuta essere presente personalmente – ha preparato, su carta di qualità, alcune pagine contenenti preghiere particolarmente espressive ornate con motivi floreali. I presenti le hanno apprezzate molto. Purtroppo al momento Alba e le sue figlie Eleonora e Alessandra, solo da pochi giorni investite di questo problema, mentre sono esperte nella decorazione, non hanno pratica di scrittura artistica. Per questo la parte grafica degli esempi eseguiti è ancora imperfetta. Il risultato però è incoraggiante e suggerisce – come del resto in altri campi – l’organizzazione, al di fuori degli incontri mensili, di gruppi formativi per acquisire le necessarie abilità.
Infine i tre gruppi si sono riuniti per scambiarsi le relative impressioni.
Prima di concludere la riunione si sono proposte le date del 16 o del 23 maggio per il prossimo incontro. Sulla scelta tra le due date, come sull’idea di una residenza di circa una settimana in monastero nel mese di agosto, si attendono ragguagli da parte degli interessati.

Relazione dell’incontro del 23 maggio 2010

Siamo ormai abituati, nei nostri incontri mensili, agli imprevisti. Anche questa volta non sono mancati: persone che si aspettavano che all’ultimo momento hanno avvertito di non poter venire e persone non aspettate che hanno chiesto di partecipare. In tutto eravamo più di quaranta persone, anche se non tutti sono stati a pranzo. Da notare una decina di nuove presenze.
I partecipanti si sono ritrovati prima delle ore 11,00 davanti alla chiesa e hanno assistito alla messa conventuale. Si celebrava la festa della Pentecoste. Dopo la messa il P. Priore ha salutato i convenuti fuori della chiesa e poi gli adulti si sono radunati in biblioteca, mentre i bambini, approfittando della bella giornata, con Antonietta e Alessandra, sono rimasti a giocare all’aperto. Il tempo disponibile prima del pranzo è stato impiegato a provare alcuni canti, a canone e monodici, religiosi e profani. Alle ore 13,00 ci si è recati in chiesa per la recita dell’ora media insieme alla comunità. Poi i convenuti sono scesi nel refettorio per gli ospiti per il pranzo.
Nel pomeriggio i bambini sono stati con Angela e Antonietta nella biblioteca parrocchiale e gli adulti sono saliti all’ultimo piano della torre abbaziale. Rispetto al programma iniziale c’è stata qualche variazione dettata dalle circostanze. Si sarebbe dovuto allestire lo spazio per gli incontri familiari, ma, non potendo al momento operare nella biblioteca parrocchiale, si è deciso di creare uno spazio di culto nell’ultimo piano della torre. Prima di incominciare il lavoro D. Massimo ha dato qualche breve spiegazione, sia per i nuovi venuti, sia per qualche obiezione che gli era stata fatta nel frattempo. La prima puntualizzazione è stata che, richiamando non solo la madre di famiglia, ma certamente lei in primo luogo, a lavorare in casa, non si è voluto fare in alcun modo un discorso “maschilista”. Infatti il richiamo a rivalutare la vita e il lavoro nella casa è esteso a tutti e d’altra parte non si vuole condannare il lavoro della donna fuori casa, tanto meno quel lavoro in cui la donna può mettere a frutto le sue doti umane più profonde. Si fa però osservare che per lo più i lavori che le donne sono costrette a fare fuori casa sono tutt’altro che gratificanti e spesso costituiscono più una spersonalizzazione che un appagamento. Se poi si vuole rivalutare il lavoro in casa è nella prospettiva di un suo profondo rinnovamento nella luce della promozione umana e cristiana di tutti i membri della famiglia. Per questo anche l’uomo è richiamato alla sua opera nella dimora domestica e, ad ogni modo, si sottolinea che la cura della vita, quale si svolge nell’ambito della casa, è, per tutti, assolutamente superiore ad ogni professionalità esterna, per quanto essa possa essere sopravvalutata per convenzione sociale o da un punto di vista economico (apparente) o di carriera. Del resto le doti umane superiori che si possono lodevolmente esercitare nella vita sociale, necessariamente si sono acquisite in primo luogo in casa nell’età formativa
Si può qui applicare l’esempio di D. Bosco e del suo “metodo preventivo.” D. Bosco andava dai ricchi torinesi e diceva loro: “Se non mi date i soldi per i miei ragazzi, un giorno verranno loro a prenderseli da soli.” Così possiamo dire che, se non si investono mezzi ed energie per i nostri figli, un giorno ci penseranno loro a farceli investire. Perché i ragazzi diventano drogati o almeno disadattati? Certamente perché non si è data loro una vita appagante, e perciò cercano qualche surrogato di appagamento. Dunque, anziché cercare di recuperare, con scarso successo, i drogati o i disadattati, e anziché cercare, sempre con scarso successo, di sollevare dalla miseria chi ci si è cacciato per le sue incapacità morali e civili, cerchiamo di impedire all’origine che avvengano queste cose e faremo un’opera altamente sociale e caritativa senza apparire nelle liste dei samaritani ufficiali.
Per far questo dobbiamo in primo luogo ridare centralità al nostro impegno domestico, sia religioso sia “profano” – in realtà non c’è nulla di meno profano. Vogliamo dunque ora creare degli spazi di condivisione per imparare di nuovo le arti della vita e della preghiera familiare. Qualche giorno fa si sono incontrati Alessia, Emanuela e D. Massimo per valutare la possibilità di un allestimento dei due spazi – sacro e profano. Per il primo è stato scelto il quarto piano della torre, per l’altro il secondo piano. Date le circostanze si è pensato di occuparsi ora del primo. Con il concorso di tutti è stata visualizzata una soluzione progettuale ottimale ed è stato creata una sorta di altare con un tavolo allestito con leggio, libro di preghiere artistico, crocifisso e candeliere. Poi sono state sistemate le sedie ed è stato ridistribuito l’arredamento della sala. Il risultato è stato più che soddisfacente.
A questo punto si è deciso di svolgere nello stesso spazio la parte “profana” dell’incontro. D. Massimo ha ricordato che si vorrebbe offrire ai presenti una sorta di modello di serata passata insieme in famiglia, in alternativa con i modelli imperanti e in forma di una riscoperta creativa di modelli, più che passati accantonati. In relazione a quanto già detto altre volte, si è ricordata l’importanza della parola poetica comunicata pubblicamente con espressione, come anche della parola scritta e decorata artisticamente e della musica vocale e strumentale per l’elevazione condivisa del profondo sentire.
Non potendo essere presenti Max e Francesca, si è incaricato Emanuele di leggere un testo poetico e poi un testo letterario. Il primo è stato una leggenda in forma di filastrocca rimata di fine Ottocento, che ha esercitato un notevole fascino, anche se qualcuno ha rilevato la difficoltà di abituare il piccolo o il giovane di oggi a questo linguaggio. Si sono fatte varie proposte e osservazioni in merito e si è osservato che il compito riesce assai più facile con i più piccoli che coni più grandicelli già smaliziati. E’ seguita poi la lettura, in parte riassunta, della novella di De Amicis “Sangue romagnolo.” Anch’essa ha esercitato il suo fascino e ha risvegliato in molti ricordi e riecheggiamenti profondi.
D. Massimo ha ricordato il progetto di organizzare incontri serali più frequenti, almeno per i più vicini, per coltivare questo modello di condivisione. Ha poi enumerato le varie competenze che si potrebbero riacquisire con insegnamenti mirati, eventualmente facendo uso dei “circoli di studio” finanziati dalle regioni, già molto diffusi in Toscana. Queste varie competenze potrebbero essere molto utili anche per un risparmio economico, come già detto in precedenza. I corsi potrebbero essere: 1. Un corso di istruzione musicale (Donata). 2. Un corso di lettura ad alta voce di prosa e di poesia (Francesca Sgheri, Max, Emanuele). 3. Un corso di decorazione pittorica (Emanuela) 4. Un corso di tessitura (Elisabetta). 5. Un corso di decorazione e scrittura artistica (Cristina, Alba). 6. Un corso di gioco istruttivo (Angela) 7. Un corso di riproduzione e di trasmissione audio-video e di tecnica moderna (Salvatore). 8. Un corso di orticultura.
Salvatore, che era presente per la prima volta, si è mostrato interessato e disponibile e ha preso in prestito un testo di istruzione sui vari lavori tecnici. E’ stato preso in prestito anche un volume sulla cura dell’orto.
A questo punto tutti sono scesi al secondo piano per incontrarsi con i bambini che avevano fatto con Angela alcuni disegni e giochi istruttivo con materiali elementari. Alcuni di loro avevano anche incominciato a scrivere una sorta di “decalogo delle buone maniere”, che sarà completato la prossima volta. Poi Caterina e Cristina hanno spiegato come acquisire la tecnica per la scrittura artistica e hanno mostrato alcuni esempi da loro realizzati, che si spera presto di migliorare in modo da poter raccogliere testi poetici e preghiere per l’uso familiare in fascicoli di valore estetico.
A questo punto, prima che si allontanassero quelli che avevano fretta di ripartire, si è ricordato il progetto di una settimana di residenza in monastero dal 23 al 30 agosto e si è proposta la scelta tra il 20 e il 27 giugno per il prossimo incontro.
Gli adulti sono poi risaliti al quarto piano, lasciando i piccoli in compagnia di Sara – anche lei nuova arrivata. Al piano superiore con la maestra Donata si sono eseguiti due bellissimi canoni e poi ci si è preparati al momento di preghiera conclusiva. Ma prima si sono fatti salire i bambini. Insieme a loro si sono cantati ancora i canoni. Poi, accese le candele, Lucia ha letto una preghiera di Santa Faustina Kowalska e tutti insieme hanno eseguito un canto alla Madonna. I bambini però sono voluti ritornare a giocare ancora un po’ con Sara, che si è dimostrata bravissima.
Così con un po’ di fatica si è conclusa la giornata, meno impegnata in discussioni, ma caratterizzata da una maggiore attenzione per una, almeno iniziale, realizzazione pratica.

A proposito della disoccupazione giovanile
di D. Massimo Lapponi

Già nel 1935 Alexis Carrel, autore del celebre libro L’uomo, questo sconosciuto, ammoniva che per il bene di tutta la società era necessario che l’emancipata donna moderna tornasse a privilegiare, tra le sue occupazioni, la cura dei suoi propri figli e della sua propria casa. Questo richiamo viene oggi ineluttabilmente attribuito ad un atteggiamento maschilista. Le presenti riflessioni vorrebbero mostrare l’opportunità di rivedere questo giudizio.
La prima cosa da osservare è che la rivalutazione del lavoro domestico non è qualcosa che riguardi soltanto la donna. Infatti per “lavoro domestico” si intende essenzialmente l’immediato rapporto, illuminato dall’amore più personale, con la vita umana. Mentre infatti la maggior parte dei lavori professionali sono burocratici e impersonali, il servizio dei propri cari ci mette direttamente a contatto con gli esseri umani, e con quelli che ci sono più affezionati e che la Provvidenza ci ha affidati perché ne curiamo l’integrale sviluppo. Generare – non solo fisicamente – è più che creare – in Dio come nell’uomo – e creare – come lavoro espressione di se stessi – è più simile a generare che non semplicemente a lavorare meccanicamente. Del resto ogni lavoro è o dovrebbe essere finalizzato a servire la promozione della vita umana e dovrebbe perciò avere come obiettivo, almeno remoto, la cura personale.
Il “lavoro in casa” diviene così il centro attorno a cui ruotano tutte le occupazioni, anche professionali. Tra queste ultime ve ne saranno perciò alcune – come l’insegnamento inteso come missione – particolarmente adatte ad estendere ampiamente la cura personale domestica. A sua volta quest’ultima non deve essere intesa in modo riduttivo. Così l’esperienza tipica dei paesi anglosassoni della “homeschooling”, con la quale le famiglie si occupano direttamente della formazione scolastica dei figli, estendendo però la loro azione con raggruppamenti di varie realtà familiari, dimostra che il lavoro “domestico” potrebbe diventare una fucina di attività creative a vasto raggio sociale. In questo senso non appare giustificato il timore che una donna istruita e dotata rimanga “soffocata” tra le pareti domestiche.
Si comprende, in questa prospettiva, che il lavoro in casa dovrebbe coinvolgere la collaborazione di tutti, non come appendice secondaria di cose più importanti, ma come impegno assolutamente primario. Ciò può suggerire qualche via di soluzione – se pure, almeno in un primo tempo, parziale – del problema della disoccupazione giovanile; via di soluzione che si armonizzerebbe con la necessità – importante anche per i suoi aspetti morali – di realizzare un nuovo modo di vivere e di lavorare.
Secondo la mentalità corrente il giovane – come del resto l’adulto – deve lavorare per guadagnare, e deve guadagnare per pagare le varie necessità della vita, più gli svaghi, e a volte i vizi, giovanili o meno, oggi più diffusi. Inoltre si mira ad una contratto “in regola” per provvedersi delle assicurazioni di legge e soprattutto per acquisire la pensione per la vecchiaia.
A me sembra che vi siano molte valide ragioni per demitizzare e scardinare, almeno parzialmente, questo rigido schema, probabilmente ormai antiquato.
Consideriamo: le spese necessarie che bisogna affrontare sarebbero: cibo, vestiario, affitto o mutuo, mezzo di trasporto e carburante, manutenzioni, elettricità, telefono e servizi vari, a cui vanno aggiunte numerose spese voluttuarie, come fumo, spettacoli e divertimenti più o meno onesti o più o meno disonesti etc. Dunque si dovrebbe lavorare tante ore al giorno in un impiego per il quale generalmente non si ha alcun interesse per poi pagarsi la benzina e la manutenzione del mezzo di trasporto per andare a lavoro e una molteplicità di utilità domestiche da delegare a ditte con fatturazioni siderali. Non sembra del tutto fuori posto chiedersi se non sarebbe economicamente più conveniente imparare a farsi in casa da soli almeno alcuni dei servizi necessari, risolvendo così, se non altro in via provvisoria e in attesa di soluzioni più vantaggiose, il problema della disoccupazione e quello del risparmio. Vediamo meglio: per prima cosa lavorando in casa si risparmierebbero le spese di trasporto e di manutenzione del mezzo – oltre al risparmio di tempo e di logoramento del sistema nervoso. Se poi si impara a coltivare un po’ d’orto – ciò che oggi si può fare molto spesso anche nelle abitazioni urbane – e a costruire e a riparare i più vari oggetti di uso comune, non solo si risparmierebbe su diverse spese alimentari e tecniche, ma ci si potrebbe mettere a disposizione di famiglie amiche per lavoretti utili in cambio di modesti compensi o di prestazioni altrettanto utili – come ad esempio ripetizioni scolastiche per i propri pargoli.
Si obietta che per la maggior parte dei lavori fatti a terzi si richiedono qualifiche riconosciute. E’ un argomento da studiare meglio, sia dal punto di vista professionale, sia dal punto di vista legale. Non mi sembra però insuperabile. Ciò che vorrei suggerire è che, una volta avviato un certo impegno lavorativo, accompagnato da ampi rapporti con svariate realtà familiari, più facilmente si possono creare attività redditizie sotto varie forme di cooperazione legalmente riconosciute.
Lo stesso discorso vale per l’abbigliamento, se si impara a farsi gli abiti da sé o almeno a riparare gli abiti usati. Anche qui una persona abile potrebbe lavorare per più famiglie in cambio di compensi in denaro o in altri servizi. Quanto poi alle spese ludiche e voluttuarie, sarebbe veramente necessario riscoprire per i piccoli i giochi fatti con materiali ordinari (cartoncino, matite, colla etc.) e per gli adulti divertimenti più sani di quelli offerti dall’industria pseudo-culturale moderna. Per i primi si eviterebbero spese faraoniche per adeguarli agli standard ludici imposti dalla moda e si educherebbero bimbi non costretti all’egoismo più sfrenato dall’afflusso di ogni ben di Dio (o piuttosto di ogni “mal del diavolo”) e pronti ad adoperare la propria inventiva intelligente e la propria abilità manuale per divertirsi e per imparare. Per i secondi intanto sarebbe un notevole risparmio l’eliminazione del fumo, oggi facilmente conseguibile con agopuntura o con altri metodi di terapia alternativa. Poi si potrebbero riacquisire abilità artigianali e artistiche atte a realizzare belle cose per sé e per gli altri – quale risparmio e quale guadagno per i regali di nozze etc.! Sostituire poi alle piscine e alle palestre per i piccoli e alle discoteche e alle spese pazze di divertimento per gli adolescenti e per gli adulti una rinnovata convivialità familiare, sarebbe un guadagno per il portafoglio, per il sistema nervoso, per la mutua concordia e per la felicità personale e sociale.
Si obietta che, ad esempio, il nuoto fa bene allo sviluppo fisico. Ciò è giustissimo, ma non implica necessariamente un’istituzionalizzazione e un’organizzazione speculativa di questa attività. D’altra parte anche alzarsi presto la mattina e fare belle passeggiate all’aria frasca o fare esercizi ginnici – nei quali può ben rientrare anche il nuoto – che chiunque può praticare senza spese eccessive fa bene allo sviluppo psicofisico. Quante cose si possono riscoprire per una buona educazione fisica senza seguire pedissequamente una moda spesso propagandata per fini commerciali!
C’è poi l’altra obiezione – per me molto stolta -: ma se i nostri figli vedono tutti gli altri fare così e così, vestire così e così etc. non accetteranno di essere diversi dagli altri. La prima risposta la prendo dalle parole di S. Paolo: “Cristo vi ha resi liberi: non fatevi schiavi degli uomini!” Andiamo! Un po’ di dignità e di libertà spirituale in un’epoca che si vanta di essere individualista e anarchica per definizione! Proprio nei giovani se si vuole si può suscitare il desiderio di essere fieramente diversi dal gregge, per essere veramente se stessi. Ma soprattutto richiamo la necessità di unirsi tra famiglie amiche per dare ai propri figli l’esempio incoraggiante di tanti altri loro coetanei che hanno lo stesso coraggio di essere liberi dalla moda imperante nelle proprie scelte. Quando si fa loro sperimentare il vantaggio di una vita più sana e più autentica, saranno poi loro stessi a preferirla ad una vita falsa e anemica.
E i contributi? Per prima cosa credo che per lo più le assicurazioni imposte siano più un peso che una garanzia. Ad esempio per moltissimi anni noi abbiamo pagato un’assicurazione a responsabilità sociale con una spesa annua di circa 650.000 lire, senza che mai sia realmente servita. L’unica volta che uno dei conviventi ha avuto un incidente, non è stato poi possibile usufruire del beneficio assicurativo per questioni burocratiche. A questo punto probabilmente sarebbe più conveniente pagare le spese di ogni eventuale incidente volta per volta.
Potranno poi esservi lavori più o meno rischiosi, ma per lo più le pretese assicurative della burocrazia appaiono astratte e fantastiche. Naturalmente l’argomento andrebbe meglio approfondito. Ma non sono il primo ad affermare che le compagnie di assicurazione assomigliano un po’ troppo ad associazioni a delinquere autorizzate.
Quanto alla pensione, a me risulta che la maggior parte di quelli che cessano di lavorare entrano in crisi per “sindrome della pensione” e ne escono soltanto se trovano un altro lavoro – “in nero”. Del resto la pensione sociale non è poi tantissimo inferiore rispetto a molte pensioni sudate con decenni di contributi. Ma soprattutto il modo più realistico per assicurarsi una buona vecchiaia è quello di sposarsi non troppo tardi, non divorziare – anche qui quanto risparmio! – e avere un numero conveniente di figli, in modo che i più piccoli siano ancora vicini ai genitori divenuti anziani, ma soprattutto educarli in modo tale che essi abbiano verso i genitori quella giusta riconoscenza e venerazione che renda loro impossibile il solo pensiero di abbandonarli nella vecchiaia – e non solo economicamente.
Nel suo dialogo Gorgia Platone osserva che Pericle, Cimone, Milziade e Temistocle arrecarono grandi benefici ad Atene, eppure furono maltrattati dai loro concittadini. Ma loro stessi furono la causa dei maltrattamenti subiti, “giacché, senza pensare alla saggezza e alla giustizia, essi rimpinzarono la città di porti, di arsenali, di mura, di tributi” . Se avessero insegnato agli ateniesi la virtù non sarebbero stati maltrattati, perché la virtù non è compatibile con l’ingratitudine. Ciò vale anche per i figli: se invece di rimpinzarli di dolci e di giochi elettronici dell’ultima generazione, si insegnasse loro la virtù e la religione, essi non sarebbero poi ingrati verso i genitori. Ma per ottenere questo scopo – economico oltre che affettivo e morale – i genitori devono necessariamente imparare ad essere presenti in casa presso i loro rampolli per seguirli da vicino nei loro giochi, nei loro studi, nella loro maturazione, nei loro drammi. Ma che cosa di più appagante che generare la vita spirituale, oltre che fisica, dei propri figli? Che cosa di più simile alla vita divina del Padre che dall’eternità genera il Figlio nell’amore dello Spirito Santo? Eppure noi le preferiamo – e non sempre per vera necessità – il lavoro anonimo della fabbrica o la burocrazia dell’ufficio!
C’è poi anche da considerare un altro fecondissimo campo di occupazione giovanile, in un certo senso ancora più facile e redditizio dell’educazione dei figli: l’amorosa e fattiva disponibilità verso i genitori. Qui il rapporto è particolarmente favorevole per la gioventù. Se infatti i figli mal curati da investimento fruttuoso si trasformano quasi inevitabilmente in una perdita rovinosa su tutta la linea – e per di più, specialmente oggi, non sono sempre una materia di facile lavorazione – i genitori al contrario costituiscono quasi sempre un capitale eccezionalmente ben disposto e disponibile a fruttare interessi moltiplicati, spesso anche se trascurati – immaginiamoci poi se ben trattati da figli un po’ più scafati di quanto non avvenga oggi nella maggior parte dei casi. Il figlio “disoccupato” – si fa per dire – che si metta a totale disposizione dei genitori per tutte le loro necessità domestiche, professionali, sanitarie etc. può tranquillamente contare su un alto reddito fisso in denaro, affetto e servizi della più svariata natura senza limiti di tariffe e di orari. Questo per il presente. Per il futuro poi può tranquillamente mettersi l’anima in pace sul fronte dell’educazione dei figli e del’assistenza all’infanzia, oltre ai vantaggi economici e di varia natura derivanti dall’appoggio incondizionato dell’affetto parentale moltiplicato a dismisura dalla gratitudine. Essendo poi questo un campo pochissimo sfruttato, la novità dell’iniziativa non può che renderla più originale e feconda. L’ampio fenomeno epocale dell’immigrazione di ragazze venti-trentenni dell’est disponibili a seconde nozze di cinquanta-sessantenni italiani, allettati dal miraggio di una nuova adolescenza in compagnia di seducenti affettuosità – pronte però all’occorrenza, una volta sistemate, a sfoderare cinque paia di unghie ben affilate – dimostra che un professionista in dirittura di arrivo con un buono stipendio, la prospettiva di una buona pensione, una casa di proprietà, una vitalità lavorativa e affettiva ancora effervescente costituisce un capitale di prim’ordine, che un figlio non totalmente imbecille non dovrebbe abbandonare alla cura interessata di una futura matrigna pronta a papparsi con il capitale anche gli interessi e l’eredità.
Naturalmente con questo non intendo eliminare il lavoro professionale, ma soltanto non assolutizzarlo. Intanto in attesa di un lavoro regolare il giovane, anziché dormire fino a mezzogiorno – so che sono ottimista! Altro che mezzogiorno! – o passare le giornate al bar o in mezzo alla strada, potrebbe assai meglio rendersi utile in casa e a vantaggio di tanti, come ho detto prima – e così potrebbe risparmiare, guadagnare qualcosa in denaro o in altri servizi e inserirsi in un giro di utilità sempre più vasto che facilmente potrebbe spianargli la strada a trovare o a crearsi un’occupazione redditizia e regolare, anche in forma di cooperazione legalizzata. Allo stesso modo, non intendo rinchiudere le madri di famiglia nelle quattro mura domestiche. Al contrario, occuparsi efficacemente della formazione integrale dei propri figli – o, meglio ancora, di un gruppo allargato di bambini e ragazzi – implica una moltiplicazione di attività e di competenze di valore altamente culturale per avviarli, di là dai formalismi scolastici, ad una forte e personalizzata formazione spirituale. Quanto si potrebbe fare per i giovani, al di fuori delle strutture ufficiali e con maggiore efficacia, nel campo della cultura, della musica, dell’arte, della formazione morale e religiosa, del lavoro domestico, artigianale, professionale, creativo?
Questa proposta potrà sembrare utopica. Ma a nessuno si chiede di realizzarla al cento per cento. Proviamo però a realizzarla nei limiti del possibile: chissà che le famiglie disposte ad entrare in questa prospettiva non scoprano possibilità lavorative alternative agli impieghi comuni nella reciproca prestazione di servizi e nell’apertura ad una più estesa collaborazione sociale?!
Teniamo conto che per corsi di apprendimento di abilità necessarie per un efficace lavoro a misura domestica – che, come si è detto, va ben al di là delle mura della casa – è possibile usufruire di finanziamenti pubblici.

Presentazione e programma dell’incontro del 27 giugno 2010

Carissimi,

vorrei raccontarvi alcune esperienze interessanti di questi ultimi giorni e le riflessioni che esse mi hanno suggerito.
Poche settimane fa, dietro invito di Cecilia Gobbi, ho assistito, insieme a due persone amiche, a un evento straordinario: nel Teatro dell’Opera di Roma una folla di bambini che gremiva la grande sala assisteva ad un’edizione adattata per loro de “La Traviata” di Giuseppe Verdi. I bambini, preparati per questo durante l’anno scolastico, nei punti corali si univano tutti insieme al canto degli artisti – e non sempre i passaggi erano facili.
Naturalmente uno dei punti più suggestivi del canto dei bambini è stato il coro delle Zingarelle – per quanto da molti critici considerato troppo popolaresco. Spontaneamente mi è venuto di chiedere alla signora Gobbi se aveva mai pensato alla “Carmen” di Bizet. Mi ha risposto che infatti era stato già fatto e per i bambini era stata una delle esperienze più travolgenti. L’opera era stata eseguita in italiano, ma i bambini avevano cantato le parti corali in francese.
Nulla di strano che pochi giorni dopo, mentre preparavo l’altare per la messa, mi sia messo a canticchiare “Toreador en garde!”. Capita in quel momento l’amico milanese di D. Agostino Camillo (animo buono e molto semplice) e mi dice: “Uno che canta in chiesa ‘Toreador’ ha capito tutto! Tutto!”
Vox populi!.. Faccio presente che l’autore della novella da cui è tratta la “Carmen”, Prosper Mérimée, era un miscredente, e certamente la “Carmen” non è un’opera “devota”! Ma ecco il punto: si è sempre più imposta una divisione innaturale tra le cose belle cosiddette “profane” – ma cosa c’è di profano nella bellezza? – e le cose sacre. Il risultato è che la vita umana sta diventando veramente “profana” – cioè squallida – e la vita di chiesa la segue a ruota libera.
Faccio ora una piccola parentesi. Il coro delle Zingarelle mi ha ricordato un coro di zingare molto più bello di quello de “La Traviata”, cioè appunto la “Chanson Bohème” della “Carmen”. Anni fa la insegnai al nostro coro parrocchiale e mi ricordo che, loro che si lamentavano sempre perché li facevo cantare troppo in alto e protestavano che non ci arrivavano, al sol diesis della Chanson Bohème – tanto è sublime ed esaltante – ci arrivarono senza problemi e senza proteste. Dunque quando una cosa piace si riesce sempre a farla. “La fame aguzza l’ingegno”, anche la fame della bellezza e di una vita migliore. Per questo vorrei dire a quanti hanno obiettato alle mie proposte per l’occupazione giovanile con annessi e connessi che esse si scontrano con le necessità economiche immediate di chi ha basso reddito etc., che se ci si innamora di un programma di vita, ci si inventa “le peggio cose” per realizzarlo e si arriva anche al terribile sol diesis senza spavento! (A proposito: preparatevi ad imparare la “Chanson Bohème”!)
Ma tornando alle esperienze recenti, voglio ancora raccontare che ieri sono stato a Roma in un quartiere tutt’altro che miserabile. Tuttavia mi sono trovato molto a disagio in mezzo al traffico, alle pubblicità inqualificabili e all’indifferenza organizzata. Passando di fronte alla porta di una chiesa ho pensato di entrare per una breve visita. La chiesina era immersa nel silenzio e nel raccoglimento, era abbellita da statue e decorazioni di buon gusto con un’adeguata illuminazione e alcune donne erano inginocchiate in adorazione di fronte al SS. Sacramento solennemente esposto. Che differenza e che sollievo! Ma che salto mortale! Non è possibile una cosa simile! Non c’è una mediazione tra un mondo a l’altro! Chi sta fuori non immagina neanche ciò che vi è dentro e chi è dentro, quando infine uscirà, come potrà non sentirsi cancellare violentemente dall’animo ogni ricordo di quanto ha provato nella chiesina silenziosa?
Di nuovo l’impressione di una separazione innaturale e dell’inevitabile conseguenza: che lo squallore di fuori finirà per trasmettersi anche dentro! E quale può essere la mediazione tra il “sacro” e il “profano” se non quella bellezza, quella sublimità, quella gioia della vita che nell’esperienza umana si estingue quando essa non è irradiata dalla presenza, sullo sfondo, del mondo divino e nell’esperienza religiosa si inaridisce quando essa non prende il suo slancio dall’esperienza umana?
Tuttavia i cartelloni pubblicitari e i filmati ad uso dei viaggiatori in attesa della metropolitana sembravano obiettare: ma guarda al Parco della Musica che spettacoli straordinari, e che sequenze seducenti sono in serbo per gli abbonati a Sky! Ah, certo! Hanno tolto ogni umanità dalla nostra vita quotidiana per vendercene a caro prezzo un surrogato in scatola! Perché la madre si affligge tanto della morte del suo caro figlio, dal momento che può disporre di tante sue fotografie?
Io proporrei dunque di lasciare il Parco della Musica a chi ci vuole andare e Sky a chi non sa come impiegare meglio i soldi che riesce a sottrarre allo stato ladro e di impegnarci invece a riportare un po’ di umanità, di bellezza e di religione nella vita quotidiana e un po’ di vita quotidiana, così ravvivata, nella religione. D’accordo?
Dunque ecco il programma del prossimo incontro del 27 giugno:

Come al solito tra le 10,30 e le 10,45 appuntamento davanti alla chiesa.
Ore 11,00 S. Messa
Ore 12,00 incontro con D. Massimo in Biblioteca. Questa volta D. Massimo vi risparmia i discorsi introduttivi perché ha già detto abbastanza in queste pagine. Perciò – mentre come al solito i piccoli andranno con Angela, Eleonora, Alessandra e Antonietta a preparare i loro giochi – i bambini un po’ cresciuti si dedicheranno subito ad imparare alcuni canti a canone sacri e profani.
Ore 13,00 ora media in chiesa con la comunità
Ore 13,15 pranzo nel refettorio degli ospiti. Alla fine del pranzo il P. Priore verrà a salutare i convenuti e per lui si eseguirà un canto di ringraziamento imparato poco prima.
Ore 14,30 incontro con D. Massimo sulla torre (ultimo piano), mentre i piccoli con le loro assistenti si fermeranno al secondo piano.
Questa volta vogliamo far trovare ai partecipanti già le cose pronte, in modo che l’allestimento degli spazi richieda poco tempo e si possa subito passare alle attività. Dunque nei prossimi giorni prepareremo, all’ultimo piano della torre, un arredamento conveniente per accogliere un momento di convivialità familiare (arredatrici: Alessia, Emanuela – che purtroppo questa volta non sarà presente – Elisabetta; tecnici Salvatore, Alessandro); un arredamento conveniente per il momento conclusivo di preghiera (arredatrici: come sopra, più Cristina Satta; tecnici: come sopra. Chiedo a Mario se può preparare e portare un leggio da tavolo)
Una volta allestiti gli ambienti lo svolgimento delle attività sarà il seguente:
1. Presentazione, da parte di Cristina Crescenzi, di pagine poetiche scritte a mano con grafia artistica e decorazione. Proposta di un insegnamento per imparare questa tecnica artistica.
2. Lettura di poesie e prose eseguite da Max. Proposta simile per la lettura.
3. Esecuzione di canti a canone con la guida di Donata e di D. Massimo. Proposta di un insegnamento, come sopra.
4. Giochi istruttivi eseguiti dai piccoli – nel frattempo saliti all’ultimo piano.
5. Nel corso delle attività Salvatore eseguirà delle riprese filmate. Proposta di un insegnamento tecnico, come sopra.
6. Momento di preghiera conclusiva, comprendente accensione di candele (portare un accendino!), lettura di un testo sacro espressivo ben scelto e canto a canone. Anche i piccoli parteciperanno. Cristina Crescenzi potrebbe preparare i testi da cantare con scrittura e decorazione artistica. (Potrebbe esserci una proposta da parte delle suore brigidine filippine di un insegnamento per imparare ad eseguire le loro meravigliose statue-bambole. Così pure si dovrà decidere sulla settimana in monastero dal 23 al 30 agosto).

Con la preghiera si concluderà la giornata.
Si prega di confermare al più presto la propria partecipazione (anche chi lo ha già fatto).

Cari saluti a tutti voi
D. Massimo

Relazione dell’incontro del 27 giugno 2010

L’incontro del 27 giugno è riuscito piuttosto bene, con qualche variazione rispetto al programma originale. Il numero dei partecipanti è stato di circa quaranta persone, con alcuni nuovi arrivati, che si sono anche lamentati di non essere stati avvisati degli incontri precedenti. Qualcuno dei più assidui partecipanti, dato l’inizio del periodo estivo, non è potuto essere presente.
Come al solito l’appuntamento era davanti alla chiesa per la messa delle ore 11,00. Dopo la messa il gruppo si è riunito con D. Massimo in biblioteca, mentre i bambini sono andati a giocare nel parco con Angela, Eleonora, Alessandra e una loro amica.
D. Massimo non ha fatto lunghi discorsi, avendo già anticipato le riflessioni più importanti nella lettera di invito. Si è limitato a spiegare ai nuovi arrivati che l’intento della nostra iniziativa è quello di ridare un volto ridente e accogliente alle nostre case e alla vita di famiglia, troppo spesso oggi resa squallida dalle cattive abitudini e perciò disertata per impegni fuori casa ad ogni ora del giorno e della notte. Una guida sicura per ottenere questo risultato per la famiglia moderna stranamente lo si è trovato nella Regola di S. Benedetto e nella tradizione benedettina.
Senza dilungarsi oltre, D. Massimo ha invitato i presenti ad imparare alcuni canti a canone, che sarebbero serviti per la preghiera delle ore 13,00 insieme alla comunità benedettina e per la preghiera prima e dopo il pasto. Il primo canto era l’ “Inno di Sesta” – cioè della preghiera di mezzogiorno – scritto appositamente da D. Massimo per essere cantato a canone a due voci. Si sono fatte molte prove e poi si è passati all’altro canto, riservandosi un’ulteriore prova prima di recarsi in chiesa per la preghiera. Riporto qui il testo dell’inno:

L’ora sesta ci richiama
alla lode del Signor.
Non sia grave per chi t’ama
una sosta nel lavor.

La preghiera meridiana
dia letizia al nostro cuor,
sia carezza che risana,
sia conforto nel dolor.

Lode, gloria, onor cantiamo
alla Santa Trinità.
Già nel cuore pregustiamo
la beata eternità.
Amen

L’altro canto era un canone molto facile, ma a quattro voci, anch’esso scritto appositamente. Ecco il testo:

1. Benedici, o Signore, questo cibo che ci doni
e pietoso il pan dispensa ai più miseri tuoi figli.

2. O Signor, ti ringraziamo per la gioia che ci hai data.
La tua luce si diffonda nelle tenebre dei cuori.

Prima di recarsi in chiesa, come d’accordo, si è ripetuto il primo canto. Essendo però un po’ più difficile dell’altro, si è deciso di cantarlo ad una sola voce.
Alle ore 13,00 il gruppo, raggiunto anche dai bambini e dalle ragazze che erano con loro, si è trovato pronto in chiesa. Ma, essendo ancora in corso una funzione religiosa, il P. Priore ha deciso di recitare sesta nella sala Schuster. Tutti si sono recati lì e, dopo il saluto iniziale, il gruppo ha eseguito molto bene l’inno imparato poco prima. Visto che non è così difficile?
Poi si è scesi nel refettorio degli ospiti, dove Angela, Teresa e Edoardo sono stati incaricati del servizio a tavola. Prima di incominciare il pranzo si è cantata la preghiera iniziale a quattro voci. L’acustica della sala non era buona, ma il canto è riuscito bene.
Durante il pranzo si sono svolte conversazioni molto interessanti tra i presenti e si è fatta la conoscenza con i nuovi arrivati. Si è discusso molto delle idee espresse nel recente articolo di D. Massimo sull’occupazione giovanile, con annessi e connessi. Naturalmente ci sono stati pareri favorevoli e contrari, soprattutto sul ruolo della donna. D. Massimo ha invitato a capire bene il suo pensiero, che non intende affatto essere “maschilista”. Nell’insieme si è trovato un buon accordo, almeno nella teoria. Si sa poi che nella pratica bisogna adattarsi alle circostanze.
Dopo pranzo, mentre i bambini andavano a giocare nella biblioteca parrocchiale insieme alle incaricate della loro sorveglianza, i più “grandicelli” salivano all’ultimo piano della torre, dove, grazie alle pulizie e al riordino eseguiti il giorno prima da Alessandro Pelliccioni – che purtroppo non è potuto essere presente – e il pronto allestimento apportato da Federica e dagli altri, si sono creati una sorta di salottino per l’incontro di famiglia e un altarino casalingo per la preghiera finale.
Il salottino comprendeva un divano, due poltrone un sufficiente numero di sedie.
A questo punto Cristina ha presentato i lavoretti eseguiti con scrittura artistica. D. Massimo ha spiegato che l’aspetto grafico di ciò che si legge non è secondario e che, per rallegrare la nostra vista e invitare ad una lettura partecipata di testi che ci commuovono e ci emozionano, bisogna riacquisire le arti manuali della scrittura e della decorazione artistica. Infatti la tecnica moderna ci ha così spogliati della nostre facoltà manuali da rendere il nostro lavoro meccanico e artificiale, invece di essere espressione di noi stessi. In fondo era questa l’ “alienazione” del lavoro di cui parlava il giovane Marx. Il risultato è che le nostre case sono diventate agglomerati di cemento, di vetro, di acciaio, abbruttite, anziché rallegrate, da poster pubblicitari orripilanti, se non immorali.
In contrasto con questa situazione, D. Massimo ha mostrato alcuni piatti eseguiti da Alba con la tecnica del collage che danno tutt’altro tono al nostro salottino. I testi poetici scritti a mano da Cristina sono soltanto un primo esperimento, che dovrà essere migliorato. Tuttavia sono piaciuti molto.
Il secondo numero in programma era la lettura di poesie. D. Massimo ha ricordato, soprattutto per i nuovi arrivati, che il ruolo della poesia – come quello della musica – è di elevare il tono dei nostri sentimenti, oggi purtroppo abbrutiti dalla degenerazione del linguaggio e dalla scomparsa della poesia dalla nostra vita – se si esclude l’esperienza scolastica, con tutti i suoi limiti. La lettura ad alta voce della poesia, eseguita in modo adeguato da persone capaci, dovrebbe essere di nuovo introdotta nelle riunioni serali delle famiglie e dei gruppi di amici. Per dare un esempio di questo, Francesca Sgheri – l’annunciato Max non è potuto essere presente – ha letto due brani famosi della “Divina Commedia”: l’episodio di Paolo e Francesca e l’episodio di Ulisse. Il “bigotto” D. Massimo in un primo momento era stato un po’ perplesso sul primo brano – pensate un po’! oggi! – ma poi ha dovuto convenire che proprio l’espressione elevata con cui i poeti – e i musicisti – hanno cantato l’amore è stata per secoli il mezzo più potente per elevare nei popoli il sentimento amoroso, oggi appunto decaduto per l’abbandono di questa esperienza. Proprio la riunione serale delle famiglie dovrebbe essere il luogo dove ritrovarla. In ultimo Francesca ha letto “La leggenda di Teodorico” del Carducci. Le doti di lettrice di Francesca sono state molto apprezzate.
A questo punto una nuova arrivata, Maria, ha presentato i suoi bellissimi lavoretti a uncinetto – sempre per restare nell’argomento del lavoro manuale. Tutti li hanno molto apprezzati e l’interesse per questo genere di lavori ha impegnato tanto le partecipanti che si è fatta fatica per richiamarle all’ordine.
Infatti nel frattempo erano saliti i bambini con Angela, che doveva andar via, e premeva vedere i loro giochi eseguiti con materiali poveri. Il gioco era lo stesso dell’altra volta: un gioco realizzato con due bottiglie di plastica e qualche spaghetto di pasta.
Ormai si era fatto un po’ tardi e qualcuno doveva ripartire. Si è deciso perciò di affrettare la conclusione eseguendo soltanto uno dei canti a canone preparati da D. Massimo e poi la preghiera finale. Il canto scelto era stato già eseguito la volta scorsa, ma i nuovi arrivati non lo conoscevano. Essendo assai bello e suggestivo e facile da imparare, è stato molto apprezzato. Ecco il testo:

Sentiam nella foresta
il cuculo cantar:
ai piedi di una quercia
lo stiamo ad ascoltar.
Cucù…

La notte è tenebrosa:
non c’è chiaror lunar;
sentiam nel fitto bosco
i lupi ad ulular.
Auaù…

Sempre per sottolineare l’importanza anche della grafia, D. Massimo, aveva preparato copie a colori di pagine con i canti da eseguire. Purtroppo ci si è dovuti limitare ad un solo canto.
Prima di passare alla preghiera finale, D. Massimo ha voluto fare un confronto veramente eloquente: ha mostrato un messale stampato alla fine dell’Ottocento con meravigliose litografie e con scrittura artistica – la gotica, originata nel secolo XII, per secoli era stata la scrittura del sacro e si era così arricchita nel tempo di una forte suggestione emotiva. Dopo questo ha mostrato uno squallido libro da messa moderno che sembrava una dispensa universitaria. Tutti sono rimasti inorriditi dal confronto e hanno ammesso che con il secondo libro è molto più difficile pregare.
Ciò che vale per il libro, vale anche per il testo che si legge, per il canto che si esegue, per l’immagine che si venera. Per questo si era allestito un bellissimo altarino con un pregiata stoffa indiana e una bellissima madonnina eseguita dall’artigianato filippino – tutte cose prese in prestito dalle suore brigidine. Sull’altare è stato posto il messale di fine Ottocento e un bambino ha acceso la candela. Poi Francesca ha letto una bellissima “preghiera del non credente” scritta dal un autore del secolo XVII. Dopo la recita dell’Ave Maria, tutti insieme hanno cantato una preghiera a canone composta per l’occasione – la seconda voce l’ha eseguita solo D. Massimo – di cui ecco il testo:

Preghiera della sera

Al tramontar del giorno o Madre t’invochiam:
col tuo manto difendici dal male!
Il cielo già risplende di mille luci d’or:
su noi vegli il tuo sguardo d’amor!

Prima di concludere, D. Massimo ha ricordato che c’è in progetto una settimana di residenza in monastero per le famiglie che lo desiderano dal 23 al 30 agosto, durante la quale si potranno fare corsi di apprendimento delle abilità manuali e vocali di cui si è dato un saggio. Naturalmente il saggio è stato dato nella speranza che le stesse cose si ripetano in famiglia.
Chi è interessato a partecipare alla settimana di residenza in monastero è pregato di prenotarsi per tempo.

Lettera di invito ad una settimana di esperienza in monastero

Cara Erika,
chi ha superato l’esami di maturità dovrebbe chiedersi: ma sono matura veramente? E le cose che ho imparato in che misura mi hanno maturato? In che misura mi serviranno per la mia vita? Che cosa ancora mi manca?
Troppo spesso le scienze, per quanto utili, hanno un difetto: ci distraggono da noi stessi, dagli impegni di tutti i giorni, dai doveri immediati verso chi ci è vicino. Se qualcuno accanto a me soffre nel corpo o nello spirito, non sarà certamente la conoscenza dei logaritmi o della politica internazionale a suggerirmi un comportamento adeguato. Anzi, se mi impazientisco perché la sua presenza inquietante mi impedisce di studiare, vuol dire che quello studio è per me più un ostacolo che un aiuto alla mia maturazione.
L’esperienza di qualche giorno di vita religiosa potrebbe essere molto utile per colmare questa lacuna di astrattezza che caratterizza in misura più o meno grande la scuola moderna. Nella vita religiosa infatti non si imparano propriamente delle scienze – se mai si impara ad applicarle. La dimora in una famiglia religiosa vuole farci rientrare in noi stessi, non soltanto per ascoltare nel silenzio e nella preghiera liturgica e privata la voce di Dio che parla al nostro cuore, ma anche per mettere alla prova la nostra disponibilità a vincere noi stessi in tutte le incombenze della vita quotidiana. Questa incombenze non sono in fondo diverse in convento, in casa o al lavoro. Ma in convento sono irradiate dallo spirito di preghiera che sempre ci accompagna e che ci rende coscienti della responsabilità di ogni nostro pensiero e azione di fronte a Dio. Questa differenza non costituisce un peso, bensì una liberazione, in quanto la vita religiosa ci fa sperimentare quel mistero di morte e resurrezione che ad essa esclusivamente appartiene. Quando infatti ci si sacrifica, ad esempio di Cristo, per amore di Dio e del prossimo, dalla stessa nostra immolazione nasce l’esperienza della gioia di rinascere ad una vita nuova: la vita appunto dell’amore – non di ciò che nel mondo ha questo nome, spesso abusivamente, ma del vero amore. E dall’amore nasce quella bellezza dell’animo che si riversa nella bellezza dell’arte, la quale è sempre sacra: espressione poetica, canto, rito, immagine, che adornano la liturgia della Chiesa e l’edificio claustrale per riverberarsi poi nel nostro sentire e nelle nostre dimore di famiglia.
Per questo da un’esperienza ben condotta di qualche giorno in convento, se non necessariamente nasce una vocazione alla vita consacrata, certamente si torna a casa fortificati e più “maturi” per affrontare in modo nuovo tutti i nostri doveri di casa o di lavoro.
Ma vediamo nello svolgimento quotidiano come si articola l’esperienza di una “settimana in monastero”.
La mattina ci si sveglia presto per abituarsi a vincere la poltroneria e a rivolgere subito il cuore al Signore.
Il primo impegno è la preghiera corale, cioè l’ “Ufficio delle letture” seguito dalle “Lodi mattutine” e dalla messa. In monastero si impara che la preghiera deve avere anche il suo aspetto comunitario, e che perciò deve essere curata nella scelta di testi poetici, nel canto, nel rito. A questo vanno aggiunti l’edificio, le icone, la bellezza grafica dei testi liturgici. Una parte del tempo dunque deve essere dedicata a preparare la preghiera e a coltivare le arti che l’abbelliscono e che ne derivano. Ciò si vedrà nell’orario della giornata.
Dopo colazione si dedica una parte del tempo ai lavori umili di pulizia, di riordino della casa e della foresteria e, se necessario, di assistenza gli infermi.
Poi ci si riunisce per una meditazione sulla parola di Dio.
La seconda parte della mattina si dedica ad esercitarsi nella retta esecuzione della preghiera liturgica, nella lettura ad alta voce, nel canto, nel rito.
Se la superiora lo ritiene opportuno, si darà un aiuto in cucina o nella preparazione della mensa.
Prima di pranzo si recita in coro una breve preghiera – l’Ora media.
A pranzo si stabilisce un turno per la lettura e per il servizio. Poi – se la superiora lo ritiene opportuno – si dà una mano per il lavaggio dei piatti.
Nel pomeriggio, dopo un conveniente riposo, ci sarà una meditazione sulla regola monastica e sulla pratica della vita fraterna.
Poi ci si dedica a scoprire le proprie attitudini al lavoro, manuale e mentale. In particolare è bene imparare, oltre agli umili lavori di tutti i giorni e all’assistenza agli infermi, a trascrivere testi di preghiera liturgica o privata con grafia e decorazione artistica, a cantare e suonare convenientemente, in primo luogo per la liturgia, a confezionare icone, tessuti, arredi e ornamenti sacri e profani, a trovare nella Bibbia e nella tradizione cristiana e religiosa dell’umanità i testi più belli e più adatti per la preghiera comunitaria o personale, a comprendere a fondo la Parola di Dio e il pensiero religioso, a trasmettere agli altri le ricchezze della fede.
A metà pomeriggio si torna in coro per il canto dei Vespri.
Poi ognuno si ritira in silenzio per la preghiera e la meditazione personale.
Se la superiora lo ritiene opportuno, si aiuta in cucina.
A cena, come a pranzo, si distribuiscono i ruoli per la lettura e il servizio a tavola.
Dopo cena, se la superiora lo ritiene opportuno, si aiuta per il lavaggio dei piatti.
Segue una ricreazione comunitaria.
Con la preghiera di Compieta si conclude la giornata.
Dopo Compieta vi è il silenzio rigoroso, che dura fina alla colazione del giorno successivo.

Spero che questa presentazione faccia comprendere lo spirito dell’iniziativa. Teniamo presente che apprendere le virtù umili e preziose del lavoro di tutti i giorni, come si svolge in monastero sotto lo sguardo di Dio e alla luce della sua parola recitata, cantata, riverberata nella bellezza dell’arte, costituisce una ricchezza preziosa e indispensabile sia per la vita claustrale, sia per il servizio del poveri e dei sofferenti, sia per una felice vita di famiglia e di lavoro.

Relazione dell’esperienza di vita familiare in monastero
Farfa 16-20 agosto 2010

Dopo qualche perplessità, finalmente si è deciso di anticipare l’esperienza familiare monastica ai giorni 16-20 agosto. Alcuni non hanno potuto partecipare, ma per diversi motivi sembra che la scelta sia stata felice. La circostanza più favorevole è stata la coincidenza dell’esperienza con la mostra del Barocco Andino, che si svolgeva a Farfa, nella sala polivalente, proprio negli stessi giorni. Ad ogni modo, nonostante il periodo estivo a ridosso del Ferragosto, i partecipanti sono stati abbastanza numerosi. La novità più inaspettata è stata la presenza dei giovani sposi cileni Marcelo e Maria, i quali, avendo conosciuto recentemente il progetto tramite internet, all’ultimo momento hanno deciso di partecipare. Sono stati gli unici a restare anche per la notte, mentre tutti gli altri, abitando nelle vicinanze, tornavano a casa la sera.
Complessivamente sono state presenti nel corso dell’esperienza più di venti persone, ma non tutte hanno partecipato a tutti gli incontri, anzi la maggior parte sono potute venire soltanto qualche volta e soltanto due nuclei familiari non sono mai mancati. Notevole è stata anche la presenza dei bambini, i quali i primi giorni passavano una parte della mattina nell’orto e con gli animali insieme a D. Agostino.
Lunedì mattina ci si è riuniti nella Sala Schuster, dove D. Massimo ha brevemente indicato la finalità di questi giorni: quella di rendere più viva, bella e condivisa la vita della propria famiglia. Per far questo bisognerà ravvivare sia i momenti di preghiera comune, sia i momenti di svago e di lavoro. In questi giorni, dunque, si cercherà di fare alcune esperienze che potranno servire da modello per le famiglie partecipanti. Si è cominciato subito con la preghiera. La preghiera, come è stato detto più volte, deve essere bella come testo – cioè le parole devono parlare al cuore dell’orante – come canto, come pagina scritta e come ambiente in cui si realizza. Qui si potrebbe aggiungere il gesto rituale e l’abito, ma sono cose che riguardano più direttamente la vita propriamente monastica. Dai principi si è passato ai fatti: D. Massimo ha presentato ai partecipanti alcuni inni da cantare a canone per le preghiere dei diversi momenti della giornata – lodi mattutine, sesta, preghiera prima e dopo i pasti, vespri, compieta -: l’idea del canone si è rivelata ottima, dato che si tratta di una tecnica che permette di cantare a più voci con relativa facilità. Nel corso dell’esperienza si sono ripetute le prove raggiungendo ottimi livelli di esecuzione. L’inno più facile – quello di prima e dopo il pranzo – (canone a quattro voci) è stato molto applaudito anche dagli altri commensali presenti presso il refettorio delle Suore Brigidine. Che l’esperimento abbia avuto pieno successo lo dimostra il fatto che anche i più piccoli – tra cui una bambina di sei anni – se ne sono entusiasmati e durante il giorno continuavano a cantare gli inni imparati. Succede così quando la preghiera è bella!
Dopo essersi esercitati abbastanza a lungo con il canto, i partecipanti si sono recati presso la mostra del Barocco Andino, dove l’organizzatore, Dott. Riccardo Scotti, ha ampiamente illustrato i bellissimi dipinti sacri della scuola di Cuzco in Perù. La visita alla mostra si è ripetuta tutti i giorni e, una volta esaurite le spiegazioni, i bambini, e anche alcuni adulti, si sono messi al lavoro per produrre loro stessi immagini sacre, ispirandosi ai quadri della mostra. E’ stato sottolineato che la grande bellezza del barocco andino dipende certamente dall’imitazione dell’arte italiana del Rinascimento, ma anche dal forte influsso dell’elemento locale. In particolare si è notata la quasi onnipresenza della Madonna, e poi degli angeli, dei santi, di Gesù Bambino, mentre manca la presenza del Crocifisso. Appare così una religione rivolta soprattutto all’aspetto gioioso – con molti motivi ornamentali, floreali, coloristici, piume di uccelli etc. -, all’esaltazione della maternità e della fecondità. Un tratto che si è voluto sottolineare è che questi quadri trovano posto soprattutto nelle abitazioni private, perché si pensa che portino benedizione alla casa e tengano lontano le forze del male. D. Massimo ha osservato che si tratta di una credenza giustissima: infatti la visione ogni giorno rinnovata di quelle bellissime immagini della Vergine, degli angeli e dei santi non può che ispirare i sentimenti migliori e la gioia della bellezza celeste, al contrario delle immagini di sportivi, di attrici o di donne più o meno indecenti o di astrattismi incomprensibili e antiestetici che affollano le abitazioni moderne. Questa osservazione rientra nel discorso, che sarà ripreso nel pomeriggio, sulla creazione dello spazio sacro e familiare.
Dopo una breve ulteriore prova di canto nella Sala Schuster, alle ore 12,45, come avverrà per tutti i giorni, i partecipanti si sono recati in chiesa dove, nel coro monastico, hanno recitato sesta insieme alla comunità. Ma al posto del solito inno recitato dai monaci, è stato cantato a canone dai partecipanti l’inno di sesta da poco imparato.
Il pranzo, offerto dalle Suore Brigidine nel refettorio della loro foresteria, è stato preceduto e seguito dal canto a canone della preghiera apposita.
Dopo circa un’ora e mezzo di riposo, si è saliti all’ultimo piano della torre, dove si è incominciato ad allestire lo spazio sacro e quello familiare. Per il primo sono stati portati una tovaglia da altare, un crocifisso, un leggio, una candela e un messale antico. Per il secondo ci si è accontentati di sistemare con un certo ordine il divano, le poltroncine e le sedie. Si sono fatti poi alcuni canti popolari a canone e qualche… partita a biliardino. Con il canto dell’inno dei vespri e dell’inno di compieta si è conclusa la prima giornata.
La mattina del secondo giorno, martedì, dopo qualche prova di canto, in cui si è notato un sensibile miglioramento, ci si è recati alla mostra per ascoltare ancora qualche istruzione, mentre i piccoli si dedicavano al disegno e alla pittura sotto la guida della Signora Scotti.
Dopo il canto e la recita di sesta con la comunità, ci si è recati a pranzo. Nel frattempo era giunta poco prima dal monastero di Pontida una busta contenente il testo degli inni copiato con scrittura artistica gotica dal confratello benedettino D. Emanuel Binetti. Così durante il pranzo si è potuto ammirare il bellissimo lavoro eseguito da D. Emanuel.
Nel pomeriggio D. Massimo ha moltiplicato il testo artistico degli inni con la fotocopiatrice a colori componendo così diversi fascicoli dal titolo “Innario familiare per tutti i giorni dell’anno”, che poi ha distribuito a tutti i partecipanti. In questo modo la preghiera si è arricchita anche dal punto di vista visivo.
Dopo il riposo ci si è recati sulla torre, portando una bellissima statuina della Madonna di artigianato filippino, prestata dal negozio delle Suore, per arricchire l’altare. Ai partecipanti Anna Rita ha incominciato a illustrare il “Sogno di una notte di mezza estate” di Shakespeare. Oltre al valore poetico dell’opera, si è potuta ammirare una bellissima edizione artistica del primo Novecento, illustrata dal celebre disegnatore Arthur Rackham. Così il principio che alla bellezza della parola e del canto va aggiunta anche quella della grafia e della decorazione si è potuto applicare anche alla poesia.
Anna Rita ha spiegato che la prima parte della commedia si svolge di giorno e rappresenta la razionalità e la realtà più o meno cruda della vita, mentre la seconda parte si svolge di notte e rappresenta il mondo magico e soprannaturale delle fate, degli elfi, della fantasia, che sconvolgono i piani della razionalità portando prima confusione e poi scioglimento felice nella vita amorosa dei personaggi. Poi ha dettato a tutti un brano poetico – naturalmente nella traduzione italiana – e lo ha fatto leggere coralmente dopo aver suggerito il modo di recitare i versi con le necessarie pause.
A conclusione di questo primo incontro sulla poesia, D. Massimo ha fatto ascoltare, con un cd, l’ouverture del “Sogno di una notte di mezza estate” di Mendelssohn, con il quale il grande musicista tedesco, appena diciottenne, interpreta in modo inimitabile il clima poetico della commedia di Shakespeare. Rimandando il seguito della lettura poetica al pomeriggio successivo, con il canto dell’inno di compieta si è conclusa la seconda giornata.
La mattina del terzo giorno – mercoledì – è stata dedicata a una ripresa del canto – nel quale si è andati sempre migliorando – e all’attività artistica presso la mostra. Nel pomeriggio ci si è di nuovo radunati sulla torre con Anna Rita per riprendere il discorso sulla poesia. Anna Rita ha illustrato la seconda parte della commedia di Shakespeare, cioè la parte notturna, ribadendo come la parte fantastica e irreale delle fate e degli elfi si contrapponga alla realtà della vita concreta.
A questo punto D. Massimo ha fatto un chiarimento per lui molto importante. Effettivamente il mondo “soprannaturale” e “notturno” – e Shakespeare doveva esserne cosciente – non è irreale come sembra a prima vista. A parte la dimensione propriamente religiosa, e in un certo senso come necessaria preparazione ad essa, esiste un’altra realtà “soprannaturale” che merita la R maiuscola: ed è proprio il mondo poetico, come quello creato, in questo caso, da Shakespeare. Questo mondo agisce profondamente sui sentimenti umani, e perciò sui destini delle persone, e ciò dimostra che esso è perfettamente reale. Infatti nella commedia l’intervento delle fate e degli elfi non è vano, ma provoca alla fine un rivolgimento nei sentimenti e nei destini dei personaggi. Lo stesso avviene per la poesia e per le arti che la accompagnano – musica, scrittura decorata e illustrata, recitazione, canto etc. -: non è misurabile, ma non è neanche dubitabile l’immenso influsso da esse esercitato sui sentimenti e sui destini umani.
Come nel precedente incontro, anche questa volta Anna Rita ha fatto scrivere a tutti un testo poetico e poi lo ha fatto recitare, prima a tutti insieme, e poi singolarmente a più di uno dei partecipanti.
Prima di concludere l’incontro, D. Massimo ha osservato che il mondo “metafisico” dei pensieri e dei sentimenti è tremendamente reale ed efficace sulla vita degli uomini e del mondo e che, se esso non è plasmato dalle elevazioni dei poeti, degli artisti – e naturalmente della religione – è inabitato da tutt’altre presenze. Per far meglio comprendere questo punto, ha ricordato di aver assistito ad una scena di un film recente in cui una donna tradita dal marito lo riempiva di insulti irripetibili, e alla fine veniva contraccambiata di egual moneta. A questo esempio di influenza a vasto raggio sui sentimenti tramite le moderne forme di fantasia e di espressione, ha voluto contrapporre alcuni brani dell’opera di Mozart “Le nozze di Figaro”, sottolineando che un tempo l’opera era popolare e non di élite. I due brani ascoltati erano la cavatina della duchessa, che si sente tradita dal marito, e l’invito “seducente” di Susanna nell’ultimo atto.
Riporto qui i testi, naturalmente elevati alla sublimità dalla musica di Mozart:
Porgi, amor, qualche ristoro
al mio duolo, a’ miei sospir.
O mi rendi il mio tesoro,
o mi lascia almen morir.

(naturalmente il confronto con i vari: “tu sei una m…, va a fa n’…” non regge!)

Deh, vieni, non tardar, o gioia bella,
vieni ove amore per goder t’appella.
Finché non splende in ciel notturna face
finché l’aria è ancor bruna e il mondo tace.
Qui mormora il ruscel, qui scherza l’aura,
che dolce sussurro il cor ristaura;
qui ridono i fioretti, e l’erba è fresca:
ai piaceri d’amor qui tutto adesca.
Vieni, ben mio: tra queste piante ascose
ti vo’ la fronte incoronar di rose.

(anche qui si potrebbero fare confronti, ma preferisco sorvolare)

Il giorno dopo D. Massimo ha ripreso il discorso incominciato la sera precedente. Per questo ha richiamato quella che è considerata l’ultima grande opera di Shakespeare, in cui egli in un certo senso scrive il suo testamento: “La tempesta”. In essa il protagonista, Prospero, evoca con le sue arti magiche un mondo di prodigi per ottenere i suoi scopi e rimettere sulla strada giusta quanti avevano peccato contro di lui. Giunto al termine della sua opera, egli decide di gettare via la sua bacchetta magica e di ritirarsi ormai in attesa della morte. Giustamente i critici hanno visto in questa immagine il poeta stesso che, compiuta la sua missione “incantatrice” sullo spirito umano, si ritira dalla scena della vita. Ecco le parole di Prospero:
“Voi, o folletti delle colline, dei ruscelli, degli immobili laghi e dei boschi; e voi, che sulle sabbie, coi piedi che non lasciano orma, inseguite Nettuno che si ritira e gli sfuggite allorché rifluisce; voi, gnomi, che al lume di luna formate quei circoletti di erba agra che la pecora non bruca; e voi, il cui divertimento è di far crescere i funghi di mezzanotte; e voi, che vi rallegrate a sentire il solenne rintocco del coprifuoco; col vostro aiuto – per quanto siate deboli, se abbandonati a voi stessi – io ho offuscato il sole meridiano, eccitato i venti ribelli, suscitato tra il verde mare e l’azzurra volta una ruggente guerra, dato fuoco al terribile strepitoso tuono, spaccato la robusta quercia di Giove con lo stesso fulmine di lui, scosso il promontorio dalla sua solida base, divelto il pino ed il cedro dalle radici. Ad un mio ordine, le tombe hanno svegliato coloro che vi dormivano, si sono aperte e li hanno lasciati uscire per virtù della mia arte tanto possente. Ma ora io la rinnego, questa rozza arte magica, e quando le avrò domandato, come appunto fo ora, una musica celestiale per raggiungere il mio scopo agendo sui sensi di costoro ai quali è destinato questo aereo incanto, io spezzerò la mia verga, la seppellirò parecchie tese sotterra e affonderò nel mare il mio libro molto più giù di quanto sia sceso mai lo scandaglio.”
E poco dopo aggiunge:
“All’alba vi condurrò alla vostra nave e quindi a Napoli, dove spero di veder celebrare le nozze di questi nostri diletti. Di là mi ritrarrò alla mia Milano, dove, su tre pensieri, uno sarà per la mia tomba.”
Ai presenti poi è stato fatto ascoltare un brano assai bello del musicista francese Camille Saint-Saëns dal titolo “Il cigno”. E’ molto importante il titolo, perché esso dà un senso alla musica e, d’altra parte, dopo aver ascoltato quella musica, guarderemo i cigni in un altro modo.
E’ stato giustamente osservato da qualcuno che purtroppo l’influenza della poesia e dell’arte nelle nostre famiglie non esiste più, mentre quello di spettacoli e stimoli deteriori è fortissimo. Appunto per questo vorremmo rimettere in onore nelle famiglie il costume di serate dedicate alla condivisione della poesia, sul modello di quanto abbiamo cercato di fare con Anna Rita.
A metà mattina è venuto il giovane Gregorio a parlarci dei giochi fatti con materiali semplici. D. Massimo ha ricordato che oggi purtroppo il bambino viene messo a contatto con il mondo virtuale fin dalla nascita. Ora è evidente che nei primi anni di vita il cervello e tutto l’apparato nervoso, cognitivo e affettivo del bambino è in formazione. Ci dicono gli esperti che gli eventi fisiologici nel corpo in evoluzione sono rapidissimi e moltiplicati, mentre con l’andare del tempo si rallentano e diminuiscono, fino a cessare quasi completamente nella vecchiaia. Per questo il tempo appare molto più lento al bambino che all’adulto o all’anziano. In questa prospettiva i primi vent’anni della vita sono fondamentali per la formazione dell’uomo e del suo destino. Ma come si può formare in modo sano un bambino che, anziché aver contatto con la realtà, si trova ad interagire con il mondo virtuale e con tutti i suoi sviluppi sempre più sofisticati? Non si può perciò negare che sia assolutamente deleterio riempire i nostri figli di giochi e di apparecchi elettronici fin dalla più tenera età. Al contrario, il gioco fatto con materiali semplici, oltre ad avere costi irrisori, sviluppa nel bambino la manualità, la creatività, l’intelligenza, la conoscenza del mondo reale. Se poi è guidato con intelligenza dall’adulto, il gioco può diventare un mezzo efficacissimo di apprendimento. Ma il bambino da solo non è capace di procurarsi gli elementi necessari e di metterli in opera. Per questo è necessario che i genitori e gli educatori si impratichiscano di questo genere di gioco e impieghino il loro tempo per avviare ad esso i bambini.
Gregorio ha presentato un volumetto di molti decenni fa in cui sono spiegati in modo molto vivace moltissimi giochi fatti con materiali semplici. Ha fatto poi qualche esempio: ha trasformato un bicchiere di plastica in una corolla, con un fazzoletto di carta ha fatto un fiore e con dei tappi di sughero e degli stuzzicadenti ha fatto delle navi. Naturalmente esercitando la propria manualità ci si impratichisce sempre di più. Ci sono persone che attraverso gli anni acquisiscono una abilità sempre maggiore in questi lavori – ad esempi a fare modelli di navi – e così da vecchi diventano gli idoli e i punti di riferimento dei bambini.
D. Massimo ha ricordato che la celebre educatrice Maria Montessori aveva osservato come i bambini ritardati riuscissero ad imparare anch’essi rapidamente se gli argomenti di studio venivano trasmessi tramite elementi manipolabili – ad esempio lettere dell’alfabeto di legno. Allora volle estendere questo sistema anche ai bambini sani, ottenendo risultati stupefacenti. Alle scuole medie D. Massimo aveva imparato il latino con questo sistema, che poi aveva personalmente perfezionato. Ai partecipanti ha mostrato due serie di barchette, con le quali si possono insegnare con il gioco e molto rapidamente ai piccoli le declinazioni e la sintassi del periodo.
Aggiungo qui un’osservazione che sul momento mi è sfuggita: i ricordi di infanzia mi suggeriscono che si potrebbero avviare i bambini, con il gioco manuale, sia alla fisica, sia – ancor più – alla cucina. Mi ricordo infatti che da piccoli ci divertivamo a fare il “fuoco colorato” – non mi ricordo con che sistema – ed era divertentissimo e gustoso trasformare lo zucchero semolato in zucchero filato fluido, che poi si poteva arricchire con pinoli o con noci. Oltre tutto veniva un dolce squisito e facilissimo da realizzare. Credo che in questo campo si potrebbe fare moltissimo e sviluppare nei piccoli un’abilità culinaria utilissima per il progetto di collaborazione di tutta la famiglia in cucina. Ma, come si è già detto, qui i genitori debbono darsi da fare e non starsene a fare “gli adulti” – cioè credere di essere importanti perché leggono il giornale o altre sciocchezze simili – lasciando i piccoli in balia dei giochi elettronici o della televisione.
Nella seconda parte della mattina ci si è recati come al solito alla mostra.
Nel pomeriggio D. Massimo ha introdotto i partecipanti all’ascolto e alla visione di una delle opere più celebri del repertorio lirico italiano. Si tratta de “La sonnambula” di Vincenzo Bellini (1831). Qui si dovrebbe ripete quanto è stato già detto della poesia: il repertorio lirico italiano e in lingua italiana – giacché anche grandi musicisti tedeschi, come Händel, Gluck e Mozart hanno musicato libretti italiani – è immenso ed è tutto una celebrazione sublime dei sentimenti più alti e delicati dell’uomo, dall’amore sponsale all’amor di patria, all’amore di Dio. Questo repertorio non era a beneficio di un’élite, come è divenuto oggi, ma era ampiamente popolare. Il libretto de “La sonnambula” viene da una commediola eseguita in un teatro popolare parigino nel 1819. Ciò dimostra che i sentimenti celebrati nell’opera facevano parte del costume di allora, ed era un costume formato attraverso secoli di civiltà e di cristianesimo. Anche in opere in cui non si fa parola di religione appare sullo sfondo l’influsso immenso del cristianesimo nella celebrazione dell’amore monogamico indissolubile, fedele fino al sacrificio, fondato su motivi umani e spirituali superiori e non sulla carnalità. Per “La sonnambula” ciò è evidentissimo, data la presenza esplicita del tema religioso, quale appare dalla menzione ripetuta della consacrazione dell’amore nel tempio, dalla preghiera dello sposo sulla tomba della madre, dalla preghiera appassionata di Amina, in cui si scorge in prospettiva il mistero della croce purificatrice: “Quanto infelice io sono felice ei sia… Questa d’un cor che more è l’ultima preghiera”.
Dopo la spiegazione introduttiva, ai partecipanti è stata offerta la visione-audizione integrale dell’opera con un dvd che riproduceva una bellissima realizzazione, effettuata nel 1956 dalla RAI di Torino. Oltre l’esecuzione musicale eccellente, splendida è stata anche la recitazione, la coreografia, i costumi, le danze, la regia.
Naturalmente non tutti erano preparati a due ore di musica lirica, ma lo spettacolo è stato molto apprezzato.
La mattina dell’ultimo giorno, dopo il canto degli inni – ormai appresi benissimo – D. Massimo ha svolto alcuni argomenti che ritiene molto importanti, forse non con l’ordine con cui si riferiscono qui.
E’ stato più volte ricordato lo scrittore Friedrich Wilhelm Förster. A giudizio di D. Massimo è un autore non soltanto ingiustamente dimenticato, ma della cui testimonianza non si può fare a meno per affrontare efficacemente la crisi dei nostri tempi. Il suo ruolo, cioè, è insostituibile. Proveniente da una famiglia laica, ma di alta cultura e moralità, egli giunse a comprendere in modo profondamente originale che la riconquista della dimensione religiosa e cristiana da parte dell’uomo moderno è indispensabile per la soluzione dei problemi fondamentali di oggi, siano essi educativi, familiari, affettivi, economici o politici. Le sue opere più significative furono pubblicate tra il 1904 e il 1925 circa, anche se egli è vissuto fino al 1966 ed è stato attivo fin quasi alla fine della vita. Una delle sue intuizioni più importanti è che l’uomo moderno, mentre con l’immenso arricchimento di possibilità offerto dallo sviluppo della scienza e della tecnica viene sottoposto ad eccitazioni e tentazioni cresciute a dismisura, le sue forze interiori di resistenza, grazie all’abbandono dell’educazione religiosa tradizionale, diminuiscono sempre di più. Lui stesso si rendeva conto che rispetto ai primi del Novecento il fenomeno si sarebbe ulteriormente aggravato. Forse però non avrebbe immaginato fino a che punto le sue parole sarebbero state attuali oggi, quando le tentazioni e le false promesse di felicità e di appagamento offerte da una tecnica sempre più raffinata non conoscono più alcun senso del limite, mentre d’altra parte è stata ostracizzata dalla mentalità dominante ogni autolimitazione. E’ necessario ricordare che, secondo S. Tommaso, la grazia non distrugge la natura, ma la presuppone e la porta a perfezione. Ciò dovrebbe suggerirci che su una natura totalmente stravolta, come quella di tante giovani vittime di eccitazioni artificiali infinitamente moltiplicate, è del tutto illusorio voler operare una catechesi efficace.
Qui si inserisce un’altra osservazione importante. A volte ci si sente in colpa perché, mentre si vedono religiosi e laici impegnati attivamente nella carità verso i sofferenti, i bisognosi, i drogati, ci si chiede: e noi che cosa facciamo e che cosa possiamo fare? La risposta è che noi facciamo e possiamo fare moltissimo. Infatti è più importante la prevenzione della terapia, e anzi spesso la terapia è inefficace o difficile e dispendiosa da realizzare, anche perché chi ne è oggetto non sempre collabora come dovrebbe. Ora noi chiediamoci: perché i giovani si drogano e perché molti vanno economicamente in rovina? Evidentemente perché non sono contenti della loro vita e perché non sanno vivere e esauriscono le loro forze e i loro mezzi dietro le tentazioni e le false promesse di un mercato cinico e spietato. Dunque se noi sappiamo offrire ai nostri figli una vita felice e sappiamo insegnare loro a vivere contenti nella moderazione e nella virtù umana e cristiana, faremo un’immensa opera di carità, perché preverremo droga e rovina psico-fisica ed economica.
A questo proposito è bene ricordare un insegnamento del compianto D. Giuseppe Nardin, abate di S. Paolo. Ricordava il card. Paul Augustin Mayer, ad un anno dalla scomparsa, come D. Giuseppe Nardin una volta avesse scandalizzato non pochi religiosi per aver risposto senza esitazioni ad una domanda. “Qual è il ruolo della vita religiosa oggi?”. “Formare persone felici e soddisfatte” la risposta immediata, distante anni luce dalla sensibilità di molti ascoltatori. Eppure questi aveva semplicemente sedimentato con gioia lo spirito di san Benedetto, che nel Prologo alla sua Regola cita quel versetto del salmo 33: “C’è un uomo che vuole la vita e desidera giorni felici?”
Il richiamo alla Regola e alla tradizione benedettina vuole proprio offrire alle famiglie moderne una via per riportare tra le mura domestiche la gioia e la felicità vera: infatti l’unico modo efficace per esorcizzare il male non è semplicemente quello di fuggirlo, ma quello di seguire il bene. Alla felicità falsa bisogna opporre la felicità vera. Ora la bellezza della preghiera, come del lavoro e dello svago, non si comprende se non si sperimenta. E non si può sperimentare se essa non entra concretamente nelle nostre azioni quotidiane. Per questo la preghiera deve avere il suo tempo, il suo spazio, la sua espressione visiva, vocale, canora. E ugualmente il lavoro e lo svago devono avere in casa il loro spazio, il loro tempo, la loro efficacia creativa. E’ quanto abbiamo cercato di realizzare in questi giorni, offrendo così un modello per le famiglie dei partecipanti.
In particolare, per quanto riguarda la preghiera monastica, si è fatto rilevare che le norme di orari stabiliti ci ricordano che dobbiamo lasciare il lavoro che stiamo facendo perché quel lavoro non è lo scopo della vita, come troppo spesso diviene per noi – infatti come facilissimamente dimentichiamo, a causa della luce del sole, che la terra è un punto nell’universo, analogamente dimentichiamo, per la nostra ansia di portare avanti qualche insulsissimo lavoro, che esso non ha alcuna proporzione con il vero destino nostro e di chi ci sta accanto.
Le norme poi di non attraversare il coro o il refettorio durante la preghiera e di eseguire determinati gesti e riti, servono benissimo a rendere la preghiera qualche cosa di reale che va rispettato, nel suo tempo e modo, al di sopra di ogni altra cosa. Abbiamo visto che anche i bambini più vivaci, in coro, per la suggestione del luogo e del rito, stavano attenti e composti.
Data poi l’importanza del modo di parlare, che va oltre il momento rituale della liturgia o quello della poesia e del canto, si può comprendere la rilevanza della norma della Regola:
“L’undicesimo grado dell’umiltà è quello nel quale il monaco, quando parla, si esprime pacatamente e seriamente, con umiltà e gravità, e pronuncia poche parole assennate, senza alzare la voce, come sta scritto: ‘Il saggio si riconosce per la sobrietà nel parlare’.”
Intanto era giunta Roberta, direttrice del coro di Mompeo. Con la sua efficace collaborazione si è fatta qualche prova per perfezionare il canto degli inni e poi si è tentato di imparare un canto “profano”. Si tratta della “Chanson bohème” della “Carmen” di Bizet. E’ noto che il libretto della “Carmen” è tratto da un racconto scritto da un miscredente e che in esso non vi è nulla di “devoto”. Ma ciò non toglie che, di là dal racconto più o meno tragico, la “Carmen” è soprattutto una celebrazione gloriosa del costume popolare spagnolo. Così le sue grandi pagine sono un’esaltazione della bellezza della vita, cioè della creazione di Dio. “Tutto è vostro” dice S. Paolo: “ Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.”
Si potrebbe qui citare uno splendido testo di Chesterton sulla funzione della poesia come risveglio nella nostra coscienza addormentata della meraviglia e della gratitudine per il miracolo dell’esistenza.
L’esecuzione della “Chanson bohème” veramente si è dimostrata più difficile del previsto, ma tutti i partecipanti hanno potuto immensamente gioire del travolgente “Tra la la”.
Come sempre l’ultima parte della mattina è stata impiegata con la visita alla mostra, con un ripasso dei canti e con la recita dell’ora sesta insieme alla comunità. E’ seguito poi il pranzo, cui ha partecipato anche Roberta, che ha aiutato a ben eseguire la preghiera a canone a quattro voci prima e dopo il pasto.
Nel pomeriggio i pochi partecipanti rimasti fino alla fine si sono riuniti sulla torre per una valutazione conclusiva dell’esperienza.
Con il canto di compieta davanti all’altare, arricchito anche da un mazzo di fiori, si è concluso l’incontro.

La celebrazione nuziale

La celebrazione liturgica del sacramento nuziale non si limita al momento della cerimonia ecclesiastica, ma si estende a tutta la vita degli sposi. Il senso vero di questa affermazione può essere compreso alla luce della prima pagina della “Genesi”, in cui si dice che l’uomo e la donna sono stati creati ad immagine di Dio come culmine di tutta la creazione. Dunque nella loro unione si realizza l’esultanza gioiosa di tutto il creato, che attraverso la voce e il cuore degli sposi loda senza fine il Creatore per le cose “molto buone” che egli ha fatto. La lode gioiosa, implicita in ogni palpito di esultanza, è l’atto liturgico e sacerdotale “ascendente” della coppia umana, mentre l’opera delle loro mani e soprattutto la generazione e l’esaltazione della vita è il loro atto sacerdotale “discendente”. Il primo rispecchia il modello divino nella persona dello Spirito Santo – amore e gioia infinita – il secondo rispecchia la vita trinitaria nella persona del Figlio, generato dall’eternità ed esemplare sublime di ogni opera creativa, ma soprattutto dell’opera creativa per eccellenza: la generazione della vita umana.
Se a causa del peccato il sacerdozio si tinge del sangue della redenzione, il mistero originario e definitivo rimane però la gioia della lode e della profusione della vita: lo Sposo divino si consegna alla morte per “fare nuove tutte le cose” e per ridar voce, in tal modo, alla lode, all’amore, al dono della vita senza lutti e senza rimpianti. Al fine di restaurare tutte le cose, e al di sopra di tutte le cose la lode e la fecondità originarie dell’uomo e della donna, anche lo sposo terreno, ad imitazione dello Sposo celeste, deve “dare se stesso” per la sua sposa terrena, “al fine di farla comparire davanti a se tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata” e ristabilire così, insieme a lei, per mezzo di una sorta di “sacerdozio ministeriale” di sacrificio dell’io corrotto, il sacerdozio universale degli sposi, immagine di Dio.
Dunque la presenza nella vita degli sposi e dei loro figlioli di gioie inesprimibili, di estasi di fronte alle meraviglie della natura, di canto, di poesia, di arte, di lavoro creativo, di trasmissione di saggezza e di conoscenza, di cura amorosa per ogni necessità, traboccante oltre ogni confine di egoismo familiare: tutto ciò e altro ancora è la realizzazione di quel culto sacerdotale sublime che Dio affidò come prima missione all’uomo e alla donna quando all’inizio li fece a sua immagine quali re, sacerdoti e profeti di tutto il creato.
Giustamente dunque la famiglia naturale deve imitare la famiglia monastica: quest’ultima infatti celebra nel canto e nell’opera l’Amore increato, e già ne assapora l’ebbrezza che supera ogni desiderio; la prima celebra nel canto e nell’opera le opere meravigliose del medesimo Amore, sgorgate da esso come dalla loro sorgente, e, ad esso riconducendole, apre il cuore alla certa speranza di ritrovarle per sempre trasfigurate nel suo regno eterno, “che solo amore e luce ha per confine”.
In considerazione di quanto è stato detto e fatto finora seguono, con inevitabili ripetizioni, più concrete

Premesse per un progetto operativo

Ambito sacro

Bisogna rendere visibile, sensibile, bella e avvincente la sfera del sacro. Per questo scopo si dovrà lavorare con impegno e con le necessarie competenze.
1. Per prima cosa dobbiamo progettare e realizzare nelle nostre case uno spazio per la preghiera che sia significativo e che parli al cuore dei grandi e dei piccoli. Partiamo dall’esempio offerto dal barocco andino, che quanti hanno partecipato agli incontri di agosto hanno potuto conoscere. Fortunatamente gli organizzatori della mostra ce ne hanno donato un esemplare, dal quale si può comprendere quale potere sanamente suggestivo possieda una bella simbologia sacra in una casa. Attorno all’immagine, o alla statua, principale – che naturalmente si può scegliere con libertà – bisogna creare un contorno adeguato: altare, drappi, centrini, immagini minori, fiori, luci, candele etc. Tutto ciò richiede diverse abilità, per alcune delle quali ci si può anche aiutare tra diverse famiglie, perché non tutti possono saper fare tutto – questo principio va tenuto presente per tutto il seguito della proposta, per rispondere alla facile obiezione che a due poveri genitori e ai loro figli ancora piccoli si richiedono troppe cose. Intanto proponiamo di organizzare una visita nelle case che lo desiderano, da parte di persone adatte, per studiare insieme la soluzione migliore. In alternativa se ne può parlare a voce, naturalmente con meno efficacia. Per creare qualche cosa di personale, e per coinvolgere in questo anche i bambini, sarebbe molto opportuno imparare a modellare con le proprie mani le immagini sacre. Per questo si rende necessario un insegnamento adeguato, che potrebbe avere interesse anche per finalità non sacre. Come si è accennato, qualcuno, avendo acquisito la necessaria abilità, potrebbe mettersi a disposizione di diverse famiglie.
2. Si tratta poi di acquisire la necessaria istruzione e sensibilità religiosa e di avere un ampio repertorio di preghiere e di canti che veramente commuovano il cuore, adatti alle diverse circostanze della liturgia e della vita della famiglia. Ciò implica, oltre a un’adeguata formazione culturale, anche la necessità di imparare ad eseguire con efficacia le preghiere e i canti. Si propone dunque di organizzare un insegnamento sulla ricchissima tradizione religiosa e liturgica e sulle relative abilità e di allestire un centro di raccolta di testi, di preghiere e di canti, disponibili, senza grave dispendio, per tutte le famiglie. Questo ruolo può benissimo essere svolto dalla Badia di Farfa. Il canto sacro si potrà agevolmente apprendere anche nell’ambito dell’insegnamento di musica per altre finalità, di cui si dirà in seguito.
3. Altra necessità è avere testi di preghiera scritti con scrittura artistica miniata. Per il momento non abbiamo facilmente a disposizione chi sappia fare questo lavoro. Si potrebbe anche qui creare un insegnamento, che potrebbe coincidere con quello relativo alle immagini. Chi avrà imparato il lavoro di scrittura artistica e di miniatura potrebbe mettersi a disposizione delle esigenze delle famiglie interessate e potrebbe facilmente trovare in questo lavoro anche una fonte di reddito – e ciò naturalmente vale per tutte le abilità acquisite.
4. Ma la presenza del sacro si deve estendere anche altrove: alla mensa, al soggiorno e alle stanze private, dove non deve mancare un’adeguata simbologia, né la presenza di testi e canti adatti – come i canti di preghiera prima e dopo i pasti. Anche qui può essere prezioso il consiglio di persone competenti. A questo va aggiunta la necessaria educazione alla preghiera personale, alla lettura sacra, alla vittoria sul proprio egoismo, mediante la rinuncia al superfluo, e la gioia del dominio di sé e della carità verso i bisognosi. Solo su questa base esperienziale ed emozionale si può fondare un’efficace istruzione religiosa.
5. Si propone di introdurre in tutte le famiglie un bellissimo costume siciliano. In Sicilia, come nel giorno della Befana, così nel giorno dei defunti si fanno trovare regaletti ai piccoli – sulla scelta da fare per i regali si tenga conto di quanto si dirà in seguito. Sono i morti che portano i regali, e ciò costituisce un bellissimo legame tra i piccoli e i loro antenati. Questo legame è profondamente rafforzato e motivato da un costume ancora più bello: l’anziano che coscientemente si prepara a morire, per tempo incomincia a salutare gli altri, e soprattutto i piccoli, abbracciandoli e benedicendoli e promettendo di vegliare dal cielo su di loro in attesa di rivederli nella casa del Padre. Alla diffusione inqualificabile della festa di Hallowen, si dovrebbe opporre la diffusione di questi commoventi costumi siciliani.

Ambito profano

Si dice profano per modo di dire, perché ogni cosa buona è sacra.
I genitori dovrebbero entrare nell’idea che le loro abilità naturali o acquisite devono essere messe a frutto prima di tutto nella loro casa e per l’utilità dei piccoli – cioè non solo dei propri figli, ma di quanti frequentano il loro ambiente domestico: se si crea una collaborazione tra famiglie ciò potrebbe avere un imprevedibile sviluppo. Purtroppo molte cose che si imparano a scuola servono poco per la vita domestica. Per questo molti credono di realizzarsi meglio nelle attività professionali fuori casa. Ma si tratta, nella maggioranza dei casi, di una grande illusione. Ad ogni modo, visto che spesso la nostra scuola non fornisce le abilità necessarie a vivere bene insieme nella vita di tutti i giorni, bisognerà rimediare con insegnamenti adeguati.
Partiamo dal principio che bisogna impegnarsi seriamente a:

1. rendere bella e gradevole la casa.
2. impegnare il proprio tempo e le proprie energie a servizio dei piccoli perché crescano bene e con occupazioni sane
3. creare momenti di convivenza gioiosa soprattutto in occasione dei pasti e delle ricreazioni serali e domenicali

1. Per rendere bella e gradevole la casa bisogna per prima cosa formarsi un gusto adeguato, ciò che si ottiene mettendosi umilmente alla scuola di persone esperte nelle arti belle. Poi bisogna eliminare tutto ciò che rende disordinata, brutta e sgradevole l’abitazione – e, oltre alla pigrizia e alla trascuratezza, quanta robaccia ha introdotto la moda più deteriore nelle nostre case! Il gusto che avremo acquisito ci permetterà di saper scegliere gli oggetti adeguati per rendere bella la nostra abitazione. Ma è molto importante imparare a fare la cose con le proprie mani, perché i prodotti industriali portano sempre impresso il marchio dell’anonimato. Bisognerà perciò riacquisire le abilità manuali dei nostri antenati, che noi, per l’eccesso della meccanizzazione, abbiamo perduto. Si possono proporre per questo insegnamenti di cucito e ricamo, disegno e pittura, scrittura artistica, decorazione e arredamento. Una donna eroica e geniale, morta prematuramente durante la guerra, scrisse che la sfida dei tempi moderni è di ritrovare la spiritualità del lavoro. Ora il lavoro non può ritrovare la sua spiritualità se non ritorna ad essere espressione creativa di se stessi. Ciò difficilmente oggi si può realizzare nella professione, ma lo si può agevolmente realizzare in casa, a beneficio dei propri cari, e anche a più largo raggio, e per la gioia propria ed altrui. Questo lavoro creativo non può essere che un lavoro fatto con le proprie mani e con strumenti semplici che non annullino l’opera delle mani dell’uomo. Inoltre la perfezione del lavoro richiede la collaborazione e la continuità delle generazioni. Per questo dobbiamo riallacciarci all’eredità dei nostri padri, riprendendo le loro realizzazioni e le loro tecniche e conservando, nelle nostre abitazioni, i bei ricordi di famiglia.
Non bisogna però trascurare l’aspetto più tecnico della casa e la necessità, anche per ottenere un notevole risparmio sulle spese, di acquisire le abilità necessarie per la manutenzione e la riparazione delle diverse utenze proprie di un’abitazione moderna. Dunque si propone, oltre agli insegnamenti artistici e artigianali, anche un insegnamento di moderne tecniche di costruzione e manutenzione

2. A tutti dovrebbe essere ormai noto che la sostituzione del gioco tradizionale, manuale e creativo, con le ore passate davanti alla televisione e con le illusorietà della comunicazione mediatica e del gioco elettronico sta distruggendo il sistema nervoso e le facoltà psichiche dei nostri figli. Nessuno però osa correggere il costume imperante. Ma senza farci intimidire da niente e da nessuno, abbiamo invece il dovere di andare risolutamente contro corrente. Possiamo farlo se ci impegniamo personalmente ad allontanare i piccoli dallo spropositato eccesso di messaggi virtuali – che devono essere ridotti ad una misura minima, tanto più ristretta quanto minore è l’età e perciò lo stadio formativo del bambino – e a sostituirli con il gioco manuale. Se si vuole, si può rendere quest’ultimo non solo molto più divertente della passività televisiva o dell’eccitazione artificiale dei giochi elettronici, ma anche fortemente creativo e istruttivo. Così facendo favoriremo lo sviluppo delle facoltà non solo manuali, ma anche intellettive del bambino e lo avvieremo ad un facile apprendimento di nozioni utili per la scuola e per la vita. Senza contare che eviteremo l’inaridirsi, dietro ai prodotti prefabbricati dell’industria pseudoculturale, della fantasia infantile, spontaneamente aperta all’intuizione dei più profondi misteri della vita. Ma per far questo bisogna spendere il proprio tempo con i piccoli, e non lasciarli (apparentemente!) buoni buoni a guardare la televisione mentre noi ci dedichiamo a cose “serie” e da “adulti”, come parlare al telefono con un’amica o leggere il “Corriere dello Sport”. Bisognerà dunque guidarli nei loro giochi – e non soltanto nei loro studi! – e ciò richiede una previa preparazione. Altro apprendimento necessario: riacquisire l’abilità del gioco ricreativo e istruttivo eseguito con materiali semplici. Sembra una cosa da poco, ma c’è un’infinità di giochi dimenticati e da riscoprire, messi in soffitta a causa dell’impero assoluto della televisione, oltre all’opportunità di inventarne di nuovi per promuovere nei piccoli il facile apprendimento delle nozioni utili, secondo il metodo già a suo tempo promosso da Maria Montessori, da Freinet e da altri grandi educatori.

3. Anche per rendere i pasti gioiosi bisogna impegnarsi. Prima di tutto anche qui si deve assolutamente eliminare la televisione accesa. Ma non basta: bisogna richiedere da tutti una scrupolosa puntualità, far precedere il pasto da una bella preghiera cantata, ornare con gusto la tavola, eliminare il fast-food e riacquisire le arti della buona cucina. In tutto questo – che naturalmente richiede tempo e lavoro – la mammina non deve accollarsi tutto il lavoro, ma al contrario deve rigorosamente esigere la collaborazione di tutti. Ciò avrà anche l’effetto di insegnare presto ai figli – e alle figlie – ad amare l’arte della buona cucina e a non considerare tempo perso l’impegno ad essa dedicato.
Quanto ai momenti ricreativi, serali e domenicali, anch’essi richiedono una riduzione sostanziale dell’uso della televisione, che dovrebbe essere confinato ai casi – piuttosto rari – in cui sono proposti programmi realmente istruttivi o di valore artistico. Bisogna invece riscoprire e rivalutare tante altre forme di ricreazione comune. Oltre ai giochi e alle attività artigianali di cui si è parlato, è molto importante ridare importanza alla condivisione della musica e della lettura poetica e letteraria. Ma quando si parla di musica bisogna badare a distinguere la musica che eleva e ricrea l’animo da quella che lo abbrutisce. Per questo è assolutamente necessario un insegnamento adatto propriamente ai genitori, che formi il loro gusto e dia loro le necessarie abilità di canto, di lettura e possibilmente di esecuzione strumentale. Oltre a ciò bisognerebbe mettere a disposizione di tutti un facile e non dispendioso accesso ai più svariati testi di bel canto e di bella musica popolare, classica e moderna e ai relativi strumenti.
Un discorso analogo va fatto per la poesia e la letteratura. Anche qui si propone un insegnamento formativo del gusto, delle conoscenze e delle abilità di lettura espressiva, e inoltre la possibilità per tutti di attingere agevolmente e con modica spesa alle inesauribili ricchezze della poesia e della letteratura sacra e profana, antica e moderna. Come si è detto a proposito della preghiera liturgica, anche in questo ambito la Badia stessa potrebbe organizzarsi per la formazione culturale, l’acquisizione delle necessarie abilità e la disponibilità dei testi.

Ero forestiero e mi avete accolto
di D. Massimo Lapponi

La crisi che ha attraversato il monachesimo negli ultimi decenni, e che già covava sotto la cenere da molto tempo, si potrebbe probabilmente ricondurre alla difficoltà, da molti avvertita, di conciliare la vita benedettina con quell’aspetto fondamentale dell’insegnamento di Cristo che trova espressione specialmente nel cap. 25 del Vangelo di Matteo (il giudizio finale) e nel cap. 10 del Vangelo di Luca (il buon Samaritano). Proprio su quest’ultimo si fondò, alla fine degli anni ’60, un benedettino ormai anziano – il quale in anni lontani, dopo la sua conversione, aveva dato una commossa testimonianza di fede negli ideali religiosi tradizionali – per esprimere con grande efficacia il suo tardivo dissenso dalla tradizione monastica, dissenso che ben riassume la crisi che orami apertamente travagliava le antiche istituzioni monacali: di fronte al malcapitato lasciato mezzo morto sulla strada dai briganti, prima che giunga a soccorrerlo il buon Samaritano, il sacerdote e il levita passano oltre, ma il monaco non esce neanche dalla sua casa! E come conciliare, dunque, la carità cristiana – “ciò che avete fatto a uno di questi piccoli lo avete fatto a me” – con la separazione claustrale monastica?
Il disagio causato dal suddetto confronto doveva portare molti monaci ad abbandonare il monastero, ovvero doveva azzerare il valore delle pratiche ascetiche tradizionali e sostituirle con la sola carità verso i bisognosi, o, meglio ancora, con l’azione politica volta a creare una società “più giusta.” Sennonché, mentre è stato facile eliminare le pratiche ascetiche e diffondere così la ricerca del benessere personale, non altrettanto facile è stato dedicarsi, nell’ambito della vita monastica, alla carità verso i bisognosi o all’azione politica. Infatti queste due ultime cose sono presto andate in disuso, mentre l’imborghesimento ha fatto mirabili progressi.
Non si può dubitare che l’interpretazione dei due suddetti passi del Vangelo diffusa in quegli anni fosse fortemente influenzata dal clima politico-sindacale e culturale del momento e dall’affrettato accostamento delle dottrine evangeliche con la prevalente mentalità social-marxista.
E’ lecito, tuttavia, pensare che forse per comprendere nel suo vero senso il Vangelo non basta una lettura superficiale, soprattutto se condizionata da un clima culturale ad esso estraneo o contrario, ma richiede riflessione, esperienza e santità di vita. Si legge che i Padri del deserto, prima di rispondere a chi chiedeva loro spiegazioni sulla Sacra Scrittura, passavano lunghi giorni nella preghiera e nel digiuno. Non so se questa è la pratica dei moderni esegeti!
Ad ogni modo, una cosa è certa: S. Benedetto conosceva come noi, se non meglio, i brani evangelici sopra citati. Come pensare che non ne abbia tenuto conto nella sua Regola? Non potremmo essere noi a non averli ben capiti?
Vediamo dunque in quali contesti S. Benedetto si richiama al brano di Matteo sul giudizio finale.
Nel capitolo trentunesimo così egli scrive del cellerario, cioè dell’economo della comunità:
“Degli infermi, dei fanciulli, degli ospiti e dei poveri si prenda cura con somma diligenza, sapendo con ogni certezza che per tutti questi dovrà rendere conto nel giorno del giudizio:”
Da questo testo risulta che, se per S. Benedetto la carità va esercitata in primo luogo verso i membri della comunità monastica infermi o bisognosi di assistenza per la loro età, essa si estende ugualmente ai poveri e a quanti chiedono ospitalità.
Sul primo punto si possono richiamare anche i capitoli trentaseiesimo (“Dei fratelli infermi”) e trentasettesimo (“Dei vecchi e dei fanciulli”), nei quali si dice che “degli infermi si deve aver cura prima di tutto e a preferenza di ogni altra cosa, sicché davvero si serva a loro come a Cristo in persona: infatti egli disse: ‘Fui infermo e mi vistaste’; ed anche: ‘Quel che avete fatto ad uno di questi piccoli, l’avete fatto a me’ ”; e quanto ai vecchi e ai fanciulli, egli scrive: “si tenga sempre conto della loro debolezza, e non si applichi affatto per essi la severità della Regola riguardo agli alimenti; siano piuttosto oggetto di un’amorevole indulgenza e anticipino sulle ore regolari della refezione.”
Questo primo aspetto potrebbe servire di richiamo a quanti, impegnati nel lavoro sociale o politico fuori casa, sono poi trascurati o intolleranti verso i membri della propria famiglia o della propria comunità. Non c’è dubbio che la giovane assistente sociale che non sopporta gli anziani di casa o il religioso servo dei poveri che fa gravare tutta la gestione della sua esistenza sui confratelli senza l’ombra di collaborazione, o almeno di riconoscenza, fanno sorgere forti perplessità sulla qualità della loro opera caritativa. Che Gesù Cristo, quando insegnava ad assistere gli affamati, gli assetati, gli infermi, gli ignudi e i senza tetto, escludesse da ciò i propri familiari, è un’esegesi un po’ strana, contraddetta formalmente dalla prima lettera a Timoteo, che recita: “Se poi qualcuno non si prende cura dei suoi cari, soprattutto di quelli della sua famiglia, costui ha rinnegato la fede ed è peggiore di un infedele.” Ma quanti giovani, laici o religiosi, “contestatori del sistema”, sfruttano la propria famiglia o la propria comunità, ricambiando poi i servizi ricevuti con insulti e disprezzo? Bel modo di applicare i testi evangelici!
Non prova ciò che la tanto disprezzata ascesi tradizionale è assolutamente indispensabile per un “lavoro sociale” fondato realmente sulla rinuncia al proprio egoismo e sulla carità praticata – e non solo predicata – e che la relativa pratica va esercitata per prima cosa verso quanti vivono con noi e ci servono dalla mattina alla sera?
Ma, come abbiamo visto, S. Benedetto si preoccupa anche della carità all’esterno del monastero, e in particolare dei poveri e degli ospiti. Quanto ai primi, era già tradizione degli antichi Padri del deserto, sia eremiti sia cenobiti, di assistere i poveri con il ricavato del loro lavoro, e in ciò i monasteri fedeli alla Regola benedettina hanno sempre, attraverso i secoli, seguito il loro esempio. Questa azione caritativa dei monaci ha assunto, nel tempo, le più svariate forme, mantenendo però sempre la caratteristica di essere opera delle comunità assai più che dei singoli.
Particolarmente importante, nella Regola, è l’accoglienza degli ospiti, che ha avuto un forte rilievo in passato, anche se stranamente si è manifestata a volte, anche in tempi recenti, una sorta di insensibilità al riguardo in certi ambienti benedettini, maschili e femminili. Eppure la Regola è eloquentissima su questo punto e bisogna avere veramente forti pregiudizi per non vederlo. Leggendo con attenzione il capitolo cinquantatreesimo (“Come debbano essere accolti gli ospiti”) viene anzi da pensare che, nella scia di quanto è stato fatto in passato, oggi i monasteri potrebbero e dovrebbero immensamente ampliare le prospettive dell’accoglienza suggerite dalla Regola e dalla tradizione benedettina.
Ma leggiamo il testo di S. Benedetto:
“Tutti gli ospiti che sopraggiungono, siano ricevuti come Cristo, perché egli dirà: ‘Ero forestiero e mi avete accolto;’ e a tutti si renda il conveniente onore, specialmente poi a quanti ci sono familiari secondo la fede, ed ai pellegrini.
“Appena dunque è stato annunziato un ospite, il superiore o i fratelli gli vadano incontro con ogni dimostrazione di carità…
“Ricevuti dunque gli ospiti, siano condotti all’orazione, e dopo si sieda con loro il superiore o un fratello da lui incaricato. Si legga dinanzi all’ospite la legge divina per edificarlo, e poi gli si offra ogni segno di premurosa benevolenza.
“Il superiore per riguardo all’ospite rompa pure il digiuno, purché non si tratti d’uno speciale giorno di digiuno che non possa essere violato; i fratelli invece seguano i consueti digiuni. L’acqua alle mani la versi agli ospiti l’abate; i piedi a tutti gli ospiti li lavino sia l’abate sia tutta la comunità…
“I poveri e i pellegrini siano accolti con particolari cure ed attenzioni, perché specialmente in loro si riceve Cristo, mentre ai ricchi si porta rispetto per la stessa soggezione che incutono.
“La cucina dell’abate e degli ospiti sia a parte, di modo che in qualunque ora vengano all’improvviso gli ospiti, che nel monastero non mancano mai, i fratelli non ne siano disturbati…
“Similmente la foresteria sia affidata ad un fratello che abbia l’anima posseduta dal timor di Dio; in essa vi sia un numero sufficiente di letti arredati, e la casa di Dio sia amministrata da saggi e saggiamente.
“Nessuno poi, se non ne ha ricevuto l’incombenza, si accompagni o parli con gli ospiti; ma se li incontra o li vede, li saluti umilmente, come abbiamo detto, e chiesta la benedizione passi oltre, dicendo che non gli è permesso di parlare con l’ospite.”
La prima osservazione da fare è che la Regola non trascura certamente le parole di Cristo: “Ero forestiero e mi avete accolto.” Si può poi aggiungere che per accogliere i forestieri bisogna avere una casa dove accoglierli e che non si può offrire loro una degna accoglienza se questa casa non è una “casa di Dio amministrata da saggi e saggiamente.” Dunque tutto l’impegno di S. Benedetto a regolare il comportamento dei monaci all’interno del monastero non è affatto estraneo alla carità verso gli esterni.
Il fatto che il singolo monaco senza il permesso non debba parlare agli ospiti non significa una estraneità verso questi ultimi da parte della comunità, ma soltanto che – come si è detto – la carità deve essere operata in primo luogo non tanto dal singolo quanto dal monastero. Del resto vi è il monaco incaricato dall’abate di occuparsi dell’ospite, che deve offrigli, come l’abate stesso, “ogni segno di premurosa benevolenza”, e tutta la comunità lo accoglie e gli lava i piedi.
Ma due punti meritano attenzione, perché possono suggerire, anche ai nostri giorni, grandi sviluppi.
Prima di tutto notiamo l’attenzione ai poveri, e poi la cura di portare gli ospiti alla preghiera e all’ascolto della Parola di Dio.
Per quanto riguarda il primo punto, ricordiamo la tradizionale critica fatta dai vecchi socialisti alla Chiesa, che la carità cristiana avrebbe portato soltanto un rimedio transitorio all’indigenza senza combatterne le cause, e che perciò non avrebbe fatto altro che favorire il persistere indefinito dei mali. Dal punto di vista storico la critica è fondata soltanto per forme di elemosina mal gestite, che certamente sono esistite, ma che non costituiscono la prassi caritativa raccomandata e praticata dai Padri e dagli eroi della carità. Questi infatti – a parte i casi, per nulla considerati dalla critica socialista tradizionale, in cui l’unica cosa possibile e necessaria è l’alleviamento o la consolazione immediata di mali irreparabili – hanno sempre mirato ad aiutare i poveri a risollevarsi dalle loro situazioni di indigenza risvegliando le loro energie intorpidite e offrendo loro occasioni di reinserimento nella vita sociale. Ora questo significa propriamente combattere le cause della povertà, che non sono, almeno in prima istanza, di natura socio-politica, ma di natura spirituale. Infatti i più favoriti dalla fortuna non metteranno mai i propri beni esteriori e interiori a servizio del bene comune se non hanno le virtù morali della temperanza, della giustizia e della benevolenza e la virtù cristiana della carità, e i meno favoriti dalla fortuna non potranno mai risollevarsi dalle loro condizioni di povertà se non hanno anch’essi le virtù della temperanza, della laboriosità, della mutua assistenza.
Ma non sono proprio queste le virtù che si coltivano nel monastero, dove la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, il rinnegamento dell’egoismo attraverso l’obbedienza, la povertà volontaria, la mortificazione dei sensi, la dedizione amorosa all’umile fatica per il bene dei fratelli ad imitazione di Cristo e la gioiosa speranza delle ricompense eterne dispongono meravigliosamente i monaci alla più vera fraternità e socialità? E la famiglia monastica – in cui, raccomanda S. Benedetto, “le cose che devono darsi e chiedersi, si diano e si chiedano al tempo conveniente, perché nella casa di Dio nessuno si turbi e si rattristi” – non costituisce un modello per le famiglie naturali e per le altre aggregazioni sociali? “Exempla trahunt!” Ciò vale, naturalmente, soprattutto per quelli che la frequentano, cioè gli ospiti, i quali non cercano soltanto l’immediato sollievo delle afflizioni di corpo o di spirito, ma qualcosa di più: l’apprendimento delle virtù necessarie alla vita, per risollevarsi dalla miseria materiale e morale a cui hanno ceduto; ancor più, per prevenire l’abisso della rovina che incombe minaccioso sulla propria casa e sulla propria esistenza. La prevenzione è opera di carità meno meritoria della terapia? O non lo è forse di più? Quante volte la terapia è inefficace per l’indisponibilità degli assistiti, vittime di vizi ormai incurabili! Se i mali si fossero prevenuti, non si sarebbe esercitata una più efficace beneficenza?
Se dunque i monaci aprissero più calorosamente le proprie porte, non per uscire dai chiostri, ma per accogliere quelli che bussano ai loro monasteri, non farebbero altro che progredire immensamente nell’osservanza della Regola, senza affatto tradire lo spirito di S. Benedetto. Egli infatti raccomanda verso i poveri che bussano al monastero la carità che più conta: quella di condividere con loro l’orazione e il pane della Parola di Dio. Non si avanzi qui la vana accusa di spiritualismo: ciò che si domanda ai monaci è di trasmettere agli ospiti la presenza di quel Dio che dimora tra loro come nell’Arca santa, presenza che ricolma delle vere ricchezze: le virtù umane e soprannaturali e la gioia del dono di sé. Ricchezze spirituali, sì, ma che sono le vere profonde sorgenti di ogni ricchezza, anche economica.
In questi tragici tempi, in cui la diffusione epidemica della degenerazione fisica, psichica e morale minaccia dovunque rovina e dissoluzione in tutti gli ambiti, non escluso quello economico, non dovrebbero i monasteri più che in passato accogliere amorosamente gli ospiti desiderosi di imparare le arti della “vita buona” da loro gelosamente conservate nella luce della preghiera liturgica e della fraterna abnegazione? Solo da quelle arti si diffonderanno poi nel mondo i benefattori dei loro fratelli, i samaritani e gli apostoli della carità.
Che i monasteri nei secoli siano stati il rifugio dell’orazione, dell’innocenza, della musica decorosa, delle arti belle, della cultura, del lavoro e dello studio assiduo nessuno lo nega. Ma è giunto forse uno di quei momenti della storia in cui le famiglie e i singoli dovranno di nuovo e più di prima bussare alle porte della casa di S. Benedetto per riappropriarsi di queste ricchezze, immensamente feconde di bene, che colpe ed errori di là da ogni misura, a cui nessuno è esente, hanno loro sottratto. E sarebbe grave colpa se i figli e le figlie di S. Benedetto, insensibili al clima spirituale dei tempi, con il pretesto di salvaguardare una clausura che nessuno chiede loro di violare, non aprissero o troppo poco aprissero la porta al forestiero che bussa.
“Le cornacchie gracchiano e svolazzano migrando verso la città” scriveva Nietzsche con spirito profetico più di cent’anni fa, “presto nevicherà, guai a chi non avrà una patria”, a chi sarà, pure nella sua casa e nella sua città, come un pellegrino bisognoso di asilo. Ma chi gli offrirà l’asilo?

Relazione dell’incontro del 21 novembre 2010

L’incontro è stato preparato con alcune pagine di “Proposte” che si allegano a questa relazione, chiedendo scusa per la ripetizione dell’invio a chi già le ha ricevute in anticipo – ma mi riesce difficile ora fare la distinzione con quanti non l’hanno avute, che sono la maggioranza. Osservo in anticipo che non tutto ciò che era stato programmato nelle “Proposte” è stato possibile realizzarlo.
Questa volta la partecipazione è stata molto alta ed ha superato tutte le esperienza precedenti. I partecipanti sono stati una sessantina, e sarebbero stati di più se alcuni all’ultimo momento non avessero rinunciato per motivi di famiglia.
Come sempre l’appuntamento era davanti alla chiesa prima della messa delle 11,00. Già prima delle 10,00 qualcuno incominciava ad arrivare e la maggioranze era presente alla messa. Soltanto alcuni sono arrivati più tardi – la Maestra di musica, Donata Cielinska, per motivi di famiglia è venuta soltanto nel pomeriggio.
Dopo la messa, mentre la maggior parte dei bambini erano intrattenuti a giocare nella Biblioteca Parrocchiale da Angela e Antonietta, gli altri si sono riuniti nella Sala Schuster. Dato che un certo numero di partecipanti veniva per la prima volta, D. Massimo ha molto brevemente spiegato che si intende ravvivare l’interesse e l’impegno per la vita della famiglia in casa, sia per quanto riguarda l’ambito sacro, sia per quanto riguarda l’ambito profano. Per il primo bisogna ravvivare la preghiera con la scelta dei testi e l’apprendimento dei relativi canti, la loro realizzazione grafica artistica e la creazione in casa di uno spazio per il culto, abbellito da icone, fiori, tovaglie, candele e altri ornamenti. Dopo aver mostrato a quanti non erano stati presenti ad agosto le realizzazioni grafiche artistiche degli inni – preghiere cantate per i vari momenti della giornata – e un bellissimo quadro donato all’Abbazia dagli organizzatori della mostra sul Barocco Andino, D. Massimo ha riferito che il direttore della Libreria Editrice Fiorentina sarebbe d’accordo a pubblicare un volumetto con la riproduzione dell’ “Innario familiare per tutti i giorni dell’anno” scritto con grafia artistica da D. Emanuel Binetti. La pubblicazione sarebbe facilitata se ci fosse in anticipo una richiesta da parte di molte famiglie interessate.
Si è poi passati subito ad imparare a cantare gli inni per la preghiera prima e dopo il pranzo – canone a quattro voci. Dopo qualche prova si è approdati ad un risultato soddisfacente.
All’una tutti si sono riuniti in chiesa per la recita di Sesta insieme alla comunità. Prima di recarsi in refettorio i partecipanti si sono trattenuti un momento in chiesa per cantare la preghiera prima del pasto. Si è poi scesi in refettorio per il pranzo, che si è svolto in un clima di amicizia e cordialità. La cuoca ha ricevuto i più vivi complimenti per la sua buona cucina.
Dopo pranzo tutti sono tornati nella Sala Schuster, dove si è cantata la preghiera di ringraziamento dopo il pasto. Poi D. Massimo ha spiegato come sia importante oggi che i genitori non abbandonino i figli ai divertimenti prefabbricati della televisione o dei giochi e videogiochi elettronici, perché essi sconvolgono il gioco tradizionale, in cui si usava la manualità, l’inventiva, l’intelligenza creativa, la fantasia, sostituendo ad esse la passività e l’eccitazione artificiale. Il gioco tradizionale, fatto con materiali semplici, offre anche l’opportunità di apprendere molte cose utili e di sviluppare molte abilità. Ma per ottenere questo bisogna che i genitori si impegnino a spendere il loro tempo per guidare i piccoli nei loro giochi, anziché starsene da parte occupati in cose “da adulti” lasciando i piccoli in balia della televisione e delle altre forme di divertimento artificiale.
Per offrire alle famiglie un esempio da imitare, si sono organizzate due attività per i piccoli, nelle quali gli adulti dovevano partecipare per guidare e aiutare i figli. Su un tavolo Emanuela ha insegnato a un gruppo di partecipanti la tecnica della xilografia, consistente nel preparare su appositi sostegni le incisioni e poi riprodurle su cartoncino dopo aver inchiostrato la matrice con un rullo. Su un altro tavolo D. Massimo ha avviato adulti e bambini a realizzare divertenti ometti con uova sode, bottigliette, bicchieri, fazzoletti, cartoncino, carta crespa e pennelli a tempera.
Essendo presenti anche alcuni ragazzi più grandicelli, per essi – e anche per alcuni adulti che si sono mostrati molto interessati – Alessandro ha illustrato, con l’aiuto di materiale adeguato, utili lavori di elettricità.
Finiti i giochi, essendo nel frattempo giunta la Maestra di musica, gli adulti e un certo numero di piccoli si sono impegnati ad esercitarsi in alcuni canti, mentre Emanuela con un gruppo di bambini si sono occupati di preparare l’altare per la preghiera finale.
D. Massimo ha incominciato ad insegnare un canto che esprime la gioia della vita e dell’affetto reciproco nella luce di Dio. Ne riportiamo qui le parole:

Cantiam, bimbi e fanciulle

Cantiam, bimbi e fanciulle,
danziam tra le candide culle:
insiem lieti cantiamo,
il cuor irraggiato dal ciel!

Rit. E voi, belle campane,
i cuor riconfortate:
per noi sempre squillate
lassù, senza mai fin.

Cantiam, sposi e sposine,
danziam tra le verdi colline:
serbiam vivo e radioso
l’amor nel sorriso del ciel!

Rit.

Cantiam, nonni e nonnine,
danziam tra fanciulli e bambine:
già insiem, stretti per mano,
gustiam la letizia del ciel!

Rit.

Cantiam senza mai fine,
danziam tra le nostre chiesine:
con te sempre vivremo,
Gesù, nella gioia del ciel!

Poi la Maestra Donata ha insegnato un canto di Natale. Infine si è preparato l’inno conclusivo della giornata – canone a due voci – da eseguire poi davanti all’altare come preghiera finale.
Nel frattempo Emanuela con il suo gruppo di bambini aveva preparato un bellissimo altare utilizzando tovaglia e statue della Madonna con Bambino, di S. Giuseppe e di angeli di artigianato filippino, il quadro del Barocco Andino, rappresentante un angelo, un crocifisso metallico antico, un leggio con sopra l’inno in scrittura artistica e una candela, che è stata accesa da un bambino.
Tutti si sono raccolti intorno all’altare ed hanno cantato l’inno.
Prima dei saluti finali ci si è dati appuntamento per il prossimo incontro, in data da definire.

Relazione dell’incontro del 12 dicembre 2010

All’incontro del 12 dicembre avrebbe dovuto partecipare un numero rilevante di persone, ma purtroppo per intervenute cause di famiglia, e ancor più di salute di bambini e adulti, il numero dei partecipanti è stato molto ridotto. In tutto a pranzo vi erano circa venticinque persone, e dopo pranzo alcuni si sono dovuti allontanare, mentre altri si sono aggiunti.
Ad ogni modo tutto si è svolto molto bene con la soddisfazioni di piccoli e grandi.
Questa volta i piccoli sono rimasti con gli adulti per tutto il tempo, e questa è stata una scelta volta a cementare la collaborazione tra genitori e figli, sia nell’ambito sacro, sia in quello profano.
Dopo la messa delle ore 11,00 tutti si sono riuniti nella Sala Schuster, dove D. Massimo, con l’aiuto di Margherita e dei suoi genitori, ha insegnato a cantare a canone un “Angelus Domini” composto per l’occasione, che si doveva usare poi come preghiera conclusiva della giornata. Sempre con l’aiuto della famiglia D’Ubaldo si sono poi ripassati – o imparati – altri tre canti a canone: l’“Inno di Sesta”, l’“Inno prima dei pasti” e l’“Inno dopo i pasti”.
Alle ore 13,00 ci si è recati in chiesa, dove i partecipanti hanno recitato l’ora media insieme alla comunità monastica, cantando per l’occasione l’“Inno di Sesta”. Poi si è scesi nel refettorio degli ospiti per il pranzo.
Nel pomeriggio, non essendo potuto venire Gregorio, seguendo i consigli di Alba, Teresa e Caterina hanno fatto lavorare insieme bambini e adulti a ornare ciottoli, che erano stati raccolti lungo il fiume, con un’operazione di collage. Il materiale per il lavoro consisteva in colla, vernice, fissatore, pennelli, colore e immagini natalizie stampate su fazzoletti di carta. Come è stato detto più volte, si è così voluto offrire un modello di gioco istruttivo e utile e di lavoro manuale, in cui i genitori devono impegnarsi per guidare i propri figli e così sottrarli dall’impero assoluto della televisione e dai pericoli dei giochi elettronici.
Completato il lavoro, in attesa che il fissatore si asciugasse, Antonella ha insegnato ai partecipanti i movimenti del walzer e tutti, divisi in coppie, hanno ballato il “Walzer dei fiori” di Ciaicovski.
Poi tutti i ciottoli ornati di immagini natalizie sono stati collocati su un tavolo trasformato in altare da una tovaglia bianca con l’orlo dorato, da un merletto di pizzo e da un presepio costruito a mano da Alba. In semicerchio attorno all’altare tutti hanno cantato l’“Angelus Domini” a canone che avevano imparato la mattina.
A conclusione di questa relazione vorrei sottolineare l’importanza dei messaggi trasmessi e delle iniziative che si stanno sviluppando intorno al nostro progetto.
Per prima cosa bisogna tenere presenti i pericoli gravissimi che corriamo tutti noi, ma soprattutto i più piccoli e gli adolescenti. Oltre al fatto, più volte segnalato, dell’invadenza eccessiva dell’elettronica, che inquina il rapporto dei piccoli con la realtà e mortifica in loro manualità, intelligenza creativa e fantasia, bisogna denunciare la strategia rivolta a pervertire i nostri giovani e giovanissimi attraverso i mezzi elettronici moderni. Riporto qui un testo scritto di recente da una giornalista cattolica:
E’ palese che i mezzi di comunicazione abbiano cancellato il discernimento dalle anime. Prendiamo, come esempio la televisione. Programmi diseducativi come: Grande fratello, La pupa e il secchione, L’isola dei famosi, se all’inizio scandalizzano, alla fine vengono accettati come la “normalità”, anzi, spesso come modello di vita. Lo scrittore Tommaso Scandroglio nel suo libro TV accesa cervello spento scrive: “L’aspetto più raro della vita continuamente riproposto diventa la normalità […]. Omosessualità, perversioni sessuali, adulteri, divorzi, aborti, divengono comportamenti normali, da accettare, e, se si vuole, da emulare. Il caso estremo presentato in televisione più e più volte influenza chi sta a casa e si diffonde nella società: da raro il comportamento si trasforma in costume” e siccome l’ha detto la “televisione”, ecco che l’argomentazione della velina a sostegno dell’aborto, del divorzio, dell’omosessualità, diviene la verità assoluta. Dicono baggianate? Distruggono la morale? Sputano sentenze su argomenti di cui non capiscono nulla? Non importa…. sono famosi e quindi onnipotenti.” Tempo fa, intervistando don Gabriele Amorth, chiesi se secondo lui in questi ultimi tempi si è accentuato da parte dei mass media il desiderio di corrompere i giovani: “Non c’è dubbio. La ricerca di pervertire i ragazzi, anche i ragazzini, si è molto accentuata. Sì, si cerca di corromperli fin da bambini e questo è diventato un male generalizzato”. Infatti, anche i cartoni animati sono cambiati. La maggior parte di essi sono diventati: Trasgressivi, anticonformisti, irriverenti, violenti, impuri ed esoterici. Dalla volgarità dei Simpson, alla magia dei Pokemon, dall'”energia” dei Digimon, al “potere dei cristalli” di Sailor Moon, dalla violenza delle Tartarughe Ninja, alla stregoneria delle Witch, ed è in arrivo su Sky Shaman King ovvero il re degli sciamani. Sono messaggi che penetrano e formano la coscienza. E’ risaputo che i bambini fino a nove – dieci anni assorbono come verità ciò che vedono, ascoltano, leggono; anche se viene loro detto che è pura fantasia, rimane nell’inconscio una sorta di “realtà”. Questa “realtà” si imprime con forza proprio nell’età della formazione umana.
La medesima in una conferenza ha denunciato la presenza nei programmi e nelle biblioteche scolastiche di libri pieni di perversioni sessuali, che fanno orrore agli stessi adulti.
Di fronte a questi fatti non basta indignarsi e protestare: bisogna creare una realtà familiare, scolastica e sociale alternativa. Così il tempo dedicato alla televisione deve essere radicalmente ristretto e confinato a quelle trasmissioni che possono veramente istruire e formare al bene. A mio giudizio i giochi elettronici vanno eliminati e sostituiti con il gioco tradizionale, che non è passivo ma attivo e favorisce lo sviluppo della manualità, dell’intelligenza, della creatività, della fantasia. In questo i genitori devono seguire da vicino i bambini, spendendoci il loro tempo – che non è affatto sciupato. Dal gioco poi bisogna passare alla costruzione di cose utili e belle, sia per adornare la casa, sia per fare regali graditissimi e poco dispendiosi, sia per aiutare altri ad adornare la propria casa. Il soggetto sacro deve essere privilegiato, al fine di creare lo spazio per la preghiera e tanti segni di fede nell’abitazione.
Con lo stesso spirito bisogna eliminare dalla casa fumetti ambigui, rotocalchi indecenti e libri immorali e sovversivi – tra cui anche molti “gialli”, “neri” e libri di letteratura-spazzatura, anche se raccomandati dalle scuole. Al contrario, bisogna riempire la casa di libri e pubblicazioni belle e buone, con contenuti umani e religiosi formativi ed entusiasmanti e con illustrazioni ricche di umanità e di arte. Si possono trovare, riscoprire e anche produrre con le proprie mani. Allo stesso modo va eliminata la musica deteriore e inneggiante al vizio, alla droga, all’anoressia, alla violenza, al suicidio, alla ribellione contro i buoni costumi, all’esoterismo, al satanismo – purtroppo sono cose sempre più diffuse tra la gioventù – e invece coltivare la musica che entusiasma per i sentimenti umani e religiosi più sani e più belli: amore coniugale, fedeltà, amore materno, spirito di sacrificio, amore di patria, amore di Dio, di Cristo, della Vergine etc. La lirica italiana e straniera – spesso in lingua italiana – e il canto popolare ne sono pieni.
E’ ovvio che tutte queste cose richiedono non solo tempo e impegno, ma anche opportunità di imparare e di disporre del materiale necessario. Per questo stiamo programmando alcuni insegnamenti, che riteniamo utilissimi, e raccolte di materiali da mettere a disposizione a basso costo.
Vorremmo dunque offrire alle famiglie: un corso di pittura-decorazione-incisione (per questo è già disponibile Emanuela), un corso di scrittura artistica (ancora in preparazione), incontri di istruzione sui tesori della poesia e della letteratura antica e moderna (si stanno preparando insieme a Gabriella e a d altri), una scuola di musica per genitori e futuri genitori, che riteniamo importantissima (ci si sta pensando seriamente), mentre l’Abbazia vuole mettere a disposizione tutti i materiali necessari per arricchire le nostre case di pubblicazioni, illustrazioni, spartiti musicali, registrazioni, strumenti etc. adatti a rendere le nostre dimore ambienti di formazione sana, di virtù e di gioia umana e cristiana.
Un’ultima informazione sullo sviluppo del progetto “Magia dell’opera”. Ecco una descrizione del progetto:
All’inizio dell’anno scolastico le maestre vengono opportunamente istruite e si danno ai piccoli due bellissimi volumetti scritti per loro: nel primo vi è una breve storia dell’opera e vi sono un certo numero di trame spiegate in modo fiabesco. Nel secondo vi è la presentazione di un’opera, con molte scene complete e un cd per imparare a cantare alcuni brani più adatti. Così durante l’anno scolastico la scolaresca entra nel vivo dell’opera. In più si fanno esperienze di confezioni di costumi, di preparazione di scene etc. Tra maggio e giugno le scolaresche vengono portate al teatro per assistere all’opera fatta per loro – cioè un po’ ridotta con la narratrice che collega gli episodi. In alcuni punti tutti cantano insieme e in altri alcuni salgono anche sulla scena. Il primo anno erano tre-quattrocento alunni. Quest’anno a giugno sono passati per il Teatro dell’Opera di Roma circa 7.300 alunni, per una decina di repliche. Non ti dico che cos’era vedere il Teatro dell’Opera stracolmo di bambini esultanti che tutti insieme cantavano il coro delle zingarelle della Traviata. Se poi pensi che l’opera classica, anche quando canta argomenti “profani”, esalta l’amore coniugale indissolubile, la fedeltà fino all’eroismo, l’amore di patria, il sacrificio – il tutto quasi sempre esplicitamente (e sempre almeno implicitamente) nella luce di Dio – puoi capire che cosa questo significhi. Poi, tramite i piccoli, anche i genitori sono coinvolti.
Da quest’anno scolastico il progetto è attivo anche nella provincia di Rieti e in Sabina. Si sta cercando di coinvolgere alcune scuole elementari dei distretti di Passo Corese, Montopoli e Poggio Mirteto. Purtroppo la notizia del progetto da queste parti si è saputa troppo tardi e non si sa se si riuscirà a fare aderire le classi – molto dipende dai genitori. Se non si riuscisse, siamo determinati ad aderire al progetto come Abbazia e a preparare qui i piccoli che vogliono partecipare. Sarebbe un peccato perdere questa occasione. Del resto per il prossimo anno scolastico si procederà con i tempi dovuti.

Liturgia ecclesiastica e liturgia civile
di D. Massimo Lapponi

Più di un anno e mezzo fa, presentando su questa stessa rivista on-line [“Il legno storto”] in nuovo sito internet dell’Abbazia di Farfa, scrivevo:
“A Berlino si spendono montagne di soldi per ricostruire un quartiere falso-medievale che immancabilmente già somiglia a Disneyland, da noi le città medievali esistono ancora a centinaia. E se saremo durissimi, severissimi, incorruttibili nel conservarle… allora, fra pochi anni, le nostre città e cittadine antiche saranno le uniche vere e reali rimaste.”
Ma non basta preservare questo patrimonio: “Diamoci un compito più grande: essere il luogo della mediazione tra passato e futuro, un ruolo che le stesse grandiose nostre rovine ci impongono. Il nostro compito nell’Unione Europea potrebbe dunque essere quello di raccontare il passato alle nuove generazioni, di conservarlo, di resistere sull’orlo dell’irrealtà tecnologica con la forza della storia, di aiutare tutti gli europei a conservare (e tramandare) i concetti di tempo, di storia, di realtà fisica, di patrimonio culturale, di bellezza.”
Queste nobili parole sono state scritte da un’illustre storica dell’arte laica, Alessandra Mottola Molfino, nel 2004. Chi quarant’anni fa ha scelto di voltare le spalle alla moderna metropoli per ritrovarsi presso i resti di un’antica tradizione non solo spirituale, ma anche artistico-ambientale, non può non esserne commosso e confortato… Quanti ormai vengono a ritrovare se stessi, dall’Italia e dall’estero, nelle abitazioni dei nostri nonni per non impazzire negli appartamenti di cemento delle metropoli, assediati dal bombardamento ininterrotto dei messaggi e delle immagini dei mass media!.. Con la presenza in rete del monumento, della sua storia, del suo patrimonio artistico e documentario, della comunità religiosa e parrocchiale e delle relative attività, non si è voluta fare opera di propaganda turistica, ma si è voluto offrire a tutti gli utenti, e soprattutto alle giovani famiglie, il modo di conoscere il volto di un’altra Italia e risvegliare in loro il desiderio di meglio conoscerla e di riappropriarsi di dimensioni di vita ingiustamente dimenticate: così per mezzo della rete si vuole contrastare l’abuso della rete!

Quando, solo pochi giorni fa, mi è capitato di leggere il testo che viene qui di seguito riportato, scritto nel 1840 da Dom Guéranger – il restauratore del monachesimo benedettino in Francia e del canto gregoriano nella liturgia cattolica – non potevo non restare enormemente sorpreso:
“Ora è di gran moda farsi difensori di ogni sorta di antichità; una schiera innumerevole di archeologi è sorta tra di noi e i nostri monumenti, soprattutto religiosi, non sono più alla mercé non soltanto della distruzione, ma di ogni mutilazione, di ogni riparazione indiscreta. L’accordo più totale regna su questo punto tra le nostre autorità civili ed ecclesiastiche, e grazie ad una rivoluzione tanto improvvisa quanto insperata, la Francia usufruirà ancora per molti secoli dei trofei della sua antica gloria nelle arti cattoliche. Vi è in ciò di che rendere vive azioni di grazie a Dio. Quando, nel 1832, noi poveri preti sconosciuti strappavamo dalle mani dei demolitori l’ammirevole monumento di Solesmes, che domandava grazia al paese da tanti anni, eravamo lontani dal pensare che ci trovavamo alla vigilia di una reazione universale, il cui risultato doveva essere la conservazione appassionata di tutti i resti della nostra antica architettura religiosa e nazionale.
“Oggi, dunque, quando le pietre del santuario, divenute l’oggetto di uno studio e di un’ammirazione ardenti, non corrono più il rischio di essere disperse da mani vandaliche o inesperte; che tutti gli sforzi sono concentrati per produrre dei restauri completi, e, se necessario, delle imitazioni esatte nelle curvature, nelle ogive, nei rosoni, nelle vetrate, nei rivestimenti di legno; non è forse tempo di ricordarsi che le nostre chiese non hanno sofferto soltanto nelle mura, nelle volte e nel mobilio secolare, ma che esse sono vedove soprattutto di quegli antichi e venerabili cantici di cui tanto amavano risuonare? Che esse sono stanche di non più riecheggiare, ormai da un secolo, se non accenti nuovi e sconosciuti alle età di fede che le elevarono? Dopo tutto le parole della liturgia sono più sante, più preziose ancora delle pietre che esse santificano.
“La liturgia non è forse l’anima delle vostre cattedrali? Senza la quale, che cosa sono esse se non degli immensi cadaveri in cui è spenta la parola di vita? Pensate dunque a rendere loro ciò che hanno perduto. Se sono romaniche, esse vi richiedono quel rito romano che Pipino e Carlomagno fecero loro conoscere; se i loro archi si slanciano ad ogiva, esse reclamano quei canti che San Luigi tanto amava ascoltare ripetuti dai loro echi; se il Rinascimento le ha coronate delle sue ghirlande fiorite, non hanno esse visto i vescovi del diciassettesimo secolo inaugurare sotto le loro giovani volte i nuovi libri che Roma aveva da poco donato alle chiese? Tutta la nostra poesia nazionale, i nostri costumi, le nostre antiche istituzioni, religiose o civili, sono frammiste con i ricordi dell’antica liturgia che noi piangiamo.”
Per quanto riguarda la liturgia della Chiesa e i suoi problemi attuali, queste pagine parlano da sé e, più che commentarle o prendere da esse spunto per una polemica, sembra forse più opportuno moderare lo zelo eccessivo che esse – certamente non senza ragione – facilmente possono accendere nell’animo dei liturgisti conservatori, osservando che sarebbe ingiusto non rilevare, tra i tanti guasti e abusi, i miglioramenti e gli arricchimenti apportati, in questo campo, negli ultimi decenni.
Mi preme assai più ora portare il discorso sulla società civile, per la quale è urgentissimo fare un discorso analogo a quello sopra riportato di Dom Guéranger sull’architettura religiosa. Mi sembra di poter dire che ci sia oggi maggiore sensibilità per la conservazione e il giudizioso restauro delle nostre dimore antiche rispetto a qualche anno addietro – siano esse ville signorili, case borghesi o casolari rustici – anche se troppo spesso sono gli stranieri a valorizzarle più che gli italiani. Ma vorrei chiedere anche alla società civile, parafrasando le parole di Dom Guéranger: “non è forse tempo di ricordarsi che le nostre case non hanno sofferto soltanto nelle mura, nelle volte e nel mobilio secolare, ma che esse sono vedove soprattutto di quegli antichi e venerabili linguaggi e cantici di cui tanto amavano risuonare? Che esse sono stanche di non più riecheggiare, ormai da un secolo, se non accenti nuovi e sconosciuti alle età di fede e di civiltà che le elevarono? Dopo tutto le parole e i costumi della vita familiare che le hanno costruite sono più santi, più preziosi ancora delle pietre che essi santificano. La liturgia non è forse l’anima delle vostre case? Senza di essa, che cosa sono esse se non degli immensi cadaveri in cui è spenta la parola di vita?”
Mi direte: di quale liturgia parli? Della liturgia dei buoni costumi, delle buone letture, dei bei canti e delle belle musiche, dei bei mobili e dei bei quadri, dei bei lavori, dei bei giochi, del sano, pulito, rispettoso linguaggio, della buona cucina e dei pasti condivisi agli stessi orari, dei ritmi calmi e ordinati, della concordia, dell’amore tra coniugi e tra generazioni e della fedeltà per tutta la vita, dello spazio e del tempo riservato al sacro, con la sua bellezza per il cuore, per la vista e per l’udito, che riecheggiava quanto era stato sentito, visto e udito nella liturgia della Chiesa.
Si deplora tanto – e giustamente – la distruzione e la svendita di arredi e di tradizioni sacre fatta dai preti zelanti o ignoranti nel post-Concilio. Ma la distruzione e la svendita della liturgia civile fatta dalle nostre famiglie non sembra che susciti tanta deplorazione. Vogliamo dunque risvegliarci e comprendere che, se vogliamo salvare e valorizzare il patrimonio storico, architettonico e artistico delle nostre antiche dimore, non possiamo farlo senza dargli un’anima? E quest’anima è certamente civile e europea, ma è soprattutto cattolica e italiana. “Non dare ad altri la tua gloria, né i tuoi privilegi a gente straniera” esclama il Profeta. Tedeschi, inglesi, olandesi, americani, che vengono ad occupare le dimore da noi abbandonate, per lo più sono protestanti – parola che troppo spesso non significa credenti come Bach, Kierkegaard o Barth, ma semplicemente miscredenti. Non toccherebbe piuttosto agli italiani ridar vita alle loro case, non solo restaurandone le mura, ma risuscitando quella “liturgia civile” che l’abuso prima della televisione, poi di un’elettronica che ha superato ogni ragionevole misura, e una “contro-liturgia” non tanto laica, quanto incivile ha in pochi anni assassinato?
Se a questo non ci spinge la fede religiosa, ci spinga almeno l’amore alle cose belle che abbiamo perduto e il pericolo che sovrasta noi e i nostri figli di essere travolti da una inciviltà che si crede ormai onnipotente per le enormi energie di cui dispone.

“La corona di dodici stelle”
Libera università per genitori, figli, nonni, fidanzati, religiosi e religiose claustrali

Possono accedere agli insegnamenti di questa università persone di ogni qualità e condizione, da zero a cento anni, con possibilità di deroga per quanti non rientrano in questa fascia di età. Per l’iscrizione non si richiede alcun titolo di studio, né si rilasciano titoli di studio. Gli insegnamenti non prevedono né voti né esami. Lo scopo è di sviluppare i talenti di ciascuno per saper distinguere nella vita di tutti i giorni di una famiglia o di una comunità ciò che è bene, bello e utile da ciò che è male, brutto e nocivo e per saper operare insieme per il vantaggio di tutti e di ciascuno.

Insegnamenti fondamentali:

Prima stella. Progettazione e arredamento dell’abitazione. (Responsabili Alessia e Giorgio)

Seconda stella. Abilità tecniche di mantenimento della casa e di costruzione/riparazione di strumenti utili, tradizionali e moderni. Igiene e pulizia dell’abitazione. (Responsabile Alessandro)

Terza stella. Abilità manuali e artistiche per la realizzazione di mobili, decorazioni, figure tridimensionali, figure bidimensionali, stoffe, abiti e ricami, produzioni artigianali varie. Ampia disponibilità di materiali, esempi e suggestioni tratte dalla storia dell’arte. (Responsabili Emanuela, Francesca ed Elisabetta)

Quarta stella. Riciclo, risparmio, cura dell’ambiente. (Responsabile Valeria)

Quinta stella. Giardino, orto, fiori, piante, animali domestici. (Responsabili Patrizia e Tiziana)

Sesta stella. Le arti di una cucina buona, varia, sana, economica. (Responsabili Rita e Federica)

Settima stella. Le arti del gioco manuale divertente e istruttivo in collaborazione tra adulti e bambini. (Si cerca un responsabile)

Ottava stella. Formazione musicale adeguata: conoscenze storiche, formazione del gusto, conoscenza del repertorio classico e popolare, antico e moderno, sacro e profano, scrittura musicale, canto, danza, strumenti. Vasta disponibilità di testi e strumenti. (Responsabili D. Massimo, Donata e Antonella)

Nona stella. Formazione poetico-letteraria: conoscenze storiche, conoscenza del repertorio italiano e straniero, antico e moderno, sacro e profano, lettura e recitazione. Vasta disponibilità di testi. (Responsabili Gabriella e Giovanna)

Decima stella. Formazione alla calligrafia, alla scrittura artistica, alla miniatura. (Si cerca un responsabile)

Undicesima stella. Formazione religiosa adeguata: biblica, dottrinale, morale, filosofica, liturgica, spirituale. Preghiera comunitaria e privata. Conoscenza del repertorio testuale e musicale, antico e moderno. Vasta disponibilità di testi. (Responsabili D. Massimo e D. Santo)

Dodicesima stella. Formazione all’attività sociale e caritativa, familiare e personale, e all’assistenza agli infermi e agli anziani. (Responsabile Nadah)

Appello agli universitari e ai monasteri maschili e femminili d’Italia
di D. Massimo Lapponi

Non sono in grado di entrare nella discussione circa il vero o presunto degrado delle istituzioni universitarie d’Italia, della qualità dell’insegnamento o del livello culturale degli studenti. Ciò che però appare un male antico e non soltanto di oggi è la separazione sempre più accentuata tra cultura della mente e vita: se da una parte le scienze fisiche e umane troppo spesso hanno la pretesa di ischeletrire tutta l’esperienza umana nei propri schemi artificiali e dall’altra le discipline umanistiche sembrano ormai restare in piedi ad esclusivo beneficio dei cattedratici universitari, l’universo del sentire immediato e pratico dell’esistenza moderna in misura vastissima rimane vittima della seduzione dei centri commerciali e della pseudo realtà del mondo virtuale, che estende i suoi tentacoli dal divertimento di massa alla religione, dalla culla alla tomba. Simbolo di questa situazione di scissione patologica tra una cultura sempre più intellettualistica e astratta e una vita ordinaria sempre più in balia degli stimoli materiali moltiplicati all’ennesima potenza dagli interessi del commercio, sono le affollatissime metropoli moderne, in cui lo squallore del cemento, del vetro e dei molteplici inquinamenti è mascherato dal lusso vistoso e dallo spreco di tutto, mentre i loro prestigiosi centri culturali non influiscono minimamente sulla vita quotidiana dei cittadini.
Fin da giovanetto avevo osservato con orrore il contrasto tra la metropoli, ricca di una cultura sempre più sofisticata e lontana dalla vita, e la campagna, custode sì di una vita più vera, ma gravemente esposta al rischio di perderla, perché abbandonata all’incuria e vedova di stimoli culturali e creativi e perciò vittima del fascino delle “luci della città”.
Vorrei ora rivolgermi agli studenti universitari più motivati e sensibili: fino a quando tollererete una così diffusa e innaturale scissione? Forse che l’intelletto non vi è dato per prima cosa per illuminare la vostra vita più personale e, per mezzo di essa, la vita del gruppo sociale a cui appartenete? E’ ancora possibile formare intere generazioni a un’erudizione che non dica nulla agli impulsi più generosi della loro mente e del loro cuore? Che non sappia illuminare e guidare i palpiti dell’amore, le fatiche e le lotte della vita di ogni giorno, le gioie e i dolori, le nascite, le morti, i misteri del destino terreno e ultraterreno? Una laurea che, come purtroppo spesso succede, oltre a non garantirvi minimamente un impiego lavorativo ad essa adeguato, non sappia dirvi nulla nei momenti decisivi della vita, sarebbe veramente utile?
Rivolgete lo sguardo a un mondo diverso da quello delle grandi metropoli: quanti paesi, cittadine, edifici, monumenti, campagne, boschi, monti e valli aspettano la vostra opera intelligente per essere preservati dalla barbarie incombente e arricchiti dalla creatività di spiriti illuminati? Sapete che l’Italia è ricca di queste realtà più di ogni altro paese al mondo. Ma riflettete anche a questo: nessun paese al mondo ha tanti monasteri quanti ne ha l’Italia. Soltanto quelli benedettini femminili sono più di cento, senza poi contare quelli di clarisse, di domenicane, di carmelitane, di passioniste… In proporzione quelli maschili sono assai meno, e tuttavia sono più numerosi che all’estero. Spesso mi sono chiesto come mai la maggioranza di questi monasteri è così difficile da raggiungere. Ma la risposta è semplice: perché per lo più sono ubicati nei centri minori, nelle cittadine di provincia, a volte nei paesi più piccoli e dispersi o nelle campagne. Fino a tempi non lontani questo creava una certo disagio e sembrava escluderli dalle correnti più in vista della vita ecclesiastica e civile. Ma non è più così: oggi le comunicazioni sono molto più facili e, nello stesso tempo, appare sempre più evidente che se c’è una corrente promettente nella Chiesa come nella società civile, essa non è quella che si è fatta travolgere dalla scissione tra pensiero e vita, bensì proprio quella che ha saputo custodire, nel nascondimento, quel vincolo tra spirito e cuore, tra cultura dell’animo e cultura della mente, degli affetti e del lavoro che trova il suo centro di ispirazione più vero e fecondo nella religione. Infatti, nonostante l’attuale decadenza di tanti centri monastici, ancora adesso essi rappresentano veramente il miracolo di cui più abbiamo bisogno: l’irradiazione della spirito, dell’intelletto, della cultura nella vita di tutti i giorni, e specialmente nella vita ancora non totalmente imbarbarita delle nostre province.
In mezzo ai campi e ai paesini sperduti, ecco che i monasteri ci offrono biblioteche antiche e preziose, opere d’arte che attraggono studiosi di oltre oceano, cura delle scienze e delle arti, fervore di attività, di pensiero, di amore e spirito missionario religioso e civile, rivolto alla patria e al mondo. Ecco dunque un campo di attività sterminato per voi: salvare e sviluppare un patrimonio che senza il vostro apporto rischia di essere presto annientato, o rilevato da mani rapaci e ciniche, straniere o nostrane che siano. E’ un mondo che può e che deve essere rinvigorito sia dall’interno – ripopolando i chiostri ora troppo spesso lasciati in custodia a poche e fragili mani – sia dall’esterno – intrecciando con le comunità monastiche rinnovati e fecondi rapporti alla luce non solo della religione, ma anche dell’amore per la virtù, per il lavoro, per la collaborazione civile, per la cultura dello spirito, per l’arte – e in questo possono ritrovarsi insieme credenti e non credenti .
Ma anche a voi fratelli e sorelle claustrali mi rivolgo: non venite meno alla missione di religione e di civiltà che vi è richiesta in questo momento! Non vi si chiede di tradire il vostro carisma abbandonando i chiostri e le tradizioni dei padri: no! Vi si chiede però di non dormire sugli allori delle memorie, ma di fare fruttificare il talento che Dio vi ha dato per i bisogni urgenti del nostro tempo. Non chiudetevi all’appello dello Spirito: trovate vie nuove per condividere con una gioventù delusa da una modernità bugiarda i segreti semplici e sempre fecondi di una vita che sa mettere insieme povertà e ricchezza, mortificazione e gioia, umiltà e cultura, sapere e lavoro, intelligenza e amore, speranza dei beni eterni e creatività per la vita del mondo.

Relazione dell’incontro del 30 gennaio 20110

All’incontro di domenica 30 gennaio 2011 erano presenti più di quaranta persone, molte delle quali venivano per la prima volta. Vi erano anche numerosi bambini.
Nell’omelia della messa delle ore 11,00 il P. Priore riferiva ai fedeli sul nuovo impegno apostolico che la comunità sta assumendo nello Sri Lanka, dove, oltre all’aiuto dato alle Suore dell’Immacolata, impegnate a raccogliere gli orfani della guerra civile, si prospetta la possibilità della fondazione di un monastero benedettino da parte dell’Abbazia di Farfa. Per questo il P. Priore partirà molto presto e sarà raggiunto poco dopo da D. Massimo, che si fermerà sul posto per quindici giorni.
Dopo la messa i convenuti si sono raccolti nella sala Schuster, dove si sono esercitati nel canto degli inni che sarebbero poi serviti per i momenti di preghiera. Benché, come si è detto, molti dei partecipanti fossero alla loro prima esperienza, grazie anche alla collaborazione della direttrice di coro Margherita D’Ubaldo, si è raggiunto un buon livello di esecuzione in poco tempo.
I canti eseguiti, insieme ad altri, verranno raccolti e pubblicati in un volumetto in scrittura gotica artistica, realizzata dal benedettino dell’Abbazia di Pontida D. Emanuel Binetti, dal titolo “Innario familiare per tutti i giorni dell’anno”. In appendice vi sarà lo spartito musicale, e sarà disponibile anche un cd con le melodie. La sottoscrizione del volumetto – che costerà tra gli otto e i dieci euro – ha già raggiunto più di cento prenotazioni. Riportiamo l’indice del volume:

Inno delle lodi mattutine
Inno di sesta
Inno prima dei pasti
Inno dopo i pasti
Inno dei vespri
Inno di compieta
Angelus Domini
Padre Nostro
Inno della famiglia

In questa occasione si è perfezionato il canto degli inni di sesta, di prima e dopo i pasti e dell’Angelus Domini. Vi sono state anche alcune altre sottoscrizioni per il volumetto.
Si è anche annunciato il progetto di fare sei giorni di convivenza, dal 1 al 6 luglio 2011, durante i quali si vorrebbero attuare alcuni degli insegnamenti elencati nel documento “La corona di dodici stelle”. In particolare si vorrebbero realizzare corsi di scrittura artistica (per i più grandi), calligrafia (per i più piccoli), disegno e decorazione, musica, poesia, lavoro tecnico. Si vedrà poi se ci sarà tempo anche per altri insegnamenti. Sembra che le date indicate siano state accettate dalla maggior parte dei partecipanti. Quando D. Massimo tornerà dalla Sri Lanka, si potrà incominciare ad organizzare i sei giorni e a raccogliere le iscrizioni. Naturalmente ci saranno dei costi, che però si cercherà di contenere il più possibile. Anche per quanto riguarda i nostri incontri mensili, dal prossimo, secondo le indicazioni del P. Priore, si chiederà come rimborso spesa per il pranzo il pagamento di € 10,00 per ogni genitore o adulto singolo e di € 5,00 per i figli superiori ai cinque anni. Per i più piccoli non sarà chiesto nulla.
Alle ore 13,00 ci si è recati in chiesa per la recita dell’ora sesta insieme alla comunità monastica. Mancando in quel momento Margherita, il canto dell’inno di sesta non è stato troppo brillante. Ci si è poi rifatti con il canto dell’inno di prima del pasto, che è stato eseguito in chiesa prima di scendere nel refettorio.
Il pranzo si è svolto molto bene e la cucina è stata molto apprezzata.
Dopo il pranzo ci si è recati di nuovo nella sala Schuster, dove Lucia e Stefano hanno guidato l’esecuzione di alcune danze religiose ebraiche. Poi, mentre un piccolo gruppo di ragazzi più grandi ascoltava le spiegazioni tecniche di Alessandro, gli altri si sono raccolti insieme per l’ascolto di pagine letterarie e poetiche per bambini guidato da Giovanna e da Gabriella.
D. Massimo ha spiegato che la funzione della poesia e della bella letteratura è di elevare attraverso l’espressione linguistica e il ritmo musicale del verso il sentimento umano. Purtroppo oggi la poesia è confinata ad esercizi scolastici che spesso la fanno odiare. Bisogna invece riportarla nella vita quotidiana delle famiglie, specialmente negli incontri serali dedicati alla lettura condivisa, di cui ora si vuole offrire un esempio. Ciò anche per contrastare il degrado spaventoso della lingua di tutti i giorni, nella quale termini triviali, una volta riservati alle categorie moralmente più depravate, stanno diventando di moda in tutti gli ambienti, per ogni sesso ed età, con grande danno nella sfera dei sentimenti umani, anche a livello inconscio.
Giovanna ha incominciato con la lettura, animata e condivisa anche dalla mimica dei presenti, della celebre favola “I tre porcellini”. Poi Gabriella ha letto il racconto, un tempo molto conosciuto, “Il gigante egoista” di Oscar Wilde. Infine Giovanna ha letto “La principessa puro sangue” di Andersen e D. Massimo ha concluso con la lettura di una leggenda in poesia, molto suggestiva, dal titolo “Ierolimina”.
Si è poi preparato l’altare, con l’accensione di una candela di fronte alla statua della Madonna da parte dei bambini – questo ha causato un momento di rivalità tra loro e di malumore verso gli adulti, presto superato – e con il canto, bene eseguito, dell’Angelus Domini, si è concluso l’incontro.
Il prossimo incontro si prevede alla fine di febbraio, al ritorno di D. Massimo dallo Sri Lanka. Si cercherà di riprendere anche l’attività manuale di disegno e decorazione, di cui qualcuno ha lamentato la mancanza.

Riflessione in preparazione dell’incontro del 20 marzo 2011

Non so fino a che punto ci rendiamo conto della situazione spaventosa della società in cui viviamo e dei pericoli assolutamente inediti a cui oggi sono esposti i nostri figli. Tutti i vizi capitali stanno prendendo forme sempre più mostruose, e il loro potere di seduzione si accresce ogni giorno in misura esponenziale, grazie ai mezzi di comunicazione sempre più raffinati che la moderna tecnica mette a disposizione dei commercianti. Come stupirci che i nostri giovani perdano il cervello per musiche sfrenate, velocità supersoniche, discoteche, sesso e droga? A questo si aggiunga lo smarrimento ideologico che regna nel mondo della scuola, della cultura e della politica e il cinismo di chi ci specula sopra, pescando nel torbido per loschi interessi personali o di gruppo. E poi la crisi economica che attanaglia un numero sempre maggiore di famiglie, e di cui non si vuole riconoscere la principale causa nel dissesto morale – dal quale poi hanno origine dissoluzioni ripetute di coppie, con ripercussioni ancora sul piano economico, come anche sull’equilibrio morale e psichico dei figli.
Certamente dimentico molte cose causate dall’irresponsabilità degli uomini. Ma sembra che questa non basti per ottenere il risultato ottimo: ci vuole anche qualche forza soprannaturale! Non parlo qui di ciò che ci dice la fede sull’azione del Demonio. Parlo dell’evocazione delle forze soprannaturali del male da parte di un numero sempre maggiore di persone. La diffusione di sette sataniche e di pratiche occulte e magiche sta diventando una vera piaga sociale, anch’essa favorita dai moderni strumenti di comunicazione.
Ci rendiamo conto che in una situazione simile non è più ragionevole prendere la religione con superficialità – all’acqua di rose, come si suol dire? Tanti anni fa, quando la morale sociale più o meno ancora seguiva i costumi cristiani tradizionali, poteva sembrare accettabile accontentarsi di una religione di facciata, abitudinaria o confinata ad alcune occasioni della vita. Ma oggi non è più così!
Pochi anni fa un giovane che lavorava in polizia – dove ora vi è convivenza tra uomini e donne – mi diceva: “Come devo fare, padre? Lì è un porcile!”
Certamente questo è uno specchio che riflette molto più del solo ambiente della polizia. Dunque in questo mondo mettono il piede i nostri figli ben prima di uscire dalle mura domestiche, visto che con i moderni strumenti di comunicazione tutto ciò li raggiunge si può dire fin dalla culla. E cosa credete che possa proteggerli da così immensi pericoli se non la religione, intesa come presenza viva di Dio nel loro cuore e convinzione personale invincibile che il male deve essere fuggito con orrore per il sacro timore di questa presenza? E pensate che questi sentimenti possano crescere nel loro animo soltanto con qualche lezione di catechismo fatta per ossequio alle consuetudini, e che viene ad ogni momento contraddetta da tutto ciò che vedono, e spesso anche dai costumi o almeno dall’indifferenza degli stessi genitori?
Quale è dunque la strada da seguire? Certamente una religione viva, forte, presente nel cuore con tutta la sua energia sconvolgente e rigeneratrice. Ma come si può ottenere questo?
Dobbiamo tenere presente un principio importantissimo: non dobbiamo assolutamente separare la religione da tutto ciò che è umano. Non è possibile salvare la religione senza salvare tutto l’ordinamento della vita umana, né si può sperare di salvare questo ordinamento senza la luce della religione: le due cose vanno necessariamente insieme. Per fare un esempio: non è possibile far nascere e conservare sentimenti religiosi nei giovani in presenza di una musica perversa e distruttiva tanto del senso estetico quanto del sistema nervoso e dell’organo dell’udito. Così non è possibile sviluppare un sano senso religioso con costumi sessuali depravati e distruttivi di ogni sublimazione dell’amore e di ogni stabilità e fedeltà affettiva. Viceversa però non è possibile creare una musica piena di senso estetico e benefica per la vita psico-organica, né è possibile sublimare l’amore e sviluppare un’affezione stabile e fedele senza il senso religioso della vita. E’ un illusione credere che il catechismo da solo possa essere efficace, mentre il giovane poi è lasciato in balia delle più deleterie mode musicali e sessuali.
Ora nella situazione oggi più diffusa si è giunti ad una separazione innaturale e malefica tra la natura e lo spirito: anziché collaborazione, fusione, sin-fonia, abbiamo contrasto, estraneità, disarmonia. Ma così l’una e l’altra realtà ne soffrono fino all’esasperazione.
Ecco dunque un argomento di riflessione che può suggerirci la giusta strategia da adottare: nonostante tutta la propaganda commerciale che ci assedia dalla mattina alla sera, non possiamo alla fine non riconoscere che tutti i prodotti che ci offre il moderno mercato del sentire umano sono avariati. Che spettacolo è, in fondo, per la nostra sete di vita e di gioia una discoteca invasa o invasata da una musica assordante o una gioventù che si guasta nei vizi del sesso violento e senza riguardi né dignità, o nell’alcool, o nelle corse pazze, o nella droga? Ma davanti a questo spettacolo siamo ormai abituati a alzare le spalle indifferenti, o a fuggire intimiditi, sentendoci impotenti.
Animo, amici! Questo non è il momento di essere insensibili, timorosi o inattivi! Nonostante tutta la propaganda, il vizio mostra alla fine la sua disgustosa deformità, mentre noi possiamo, se vogliamo e se ci decidiamo a lavorare insieme con la stessa passione con cui lavorano i trafficanti di morte, mostrare quanto la vita è bella se illuminata dalla luce della saggezza umana e della religione – non come due cose separate, ma inscindibilmente fuse in una sin-fonia creatrice.
Tutte le cose che abbiamo cercato di sviluppare in questi mesi – la musica, la poesia, la decorazione, la scrittura artistica, la moderazione e la saggezza nell’uso dei mezzi di comunicazione, la preghiera familiare con il suo “angolo”, i suoi canti, la sua bellezza etc. – mirano proprio a ricostruire l’umano e il divino inseparabilmente uniti e così a riconquistare il cuore dell’uomo e del giovane di oggi con l’esperienza di una bellezza e di una gioia che negli ultimi decenni si sono volute nascondere e distruggere.
Oggi vorrei presentarvi qualche cosa di molto eloquente. Nello Sri Lanka ciò che più mi ha affascinato è stato il vestito tradizionale delle donne, il sari. L’ho trovato di una bellezza incomparabile. Naturalmente il sari è l’espressione di una cultura plurisecolare, attraverso la quale la donna indiana ha saputo esprimere il suo animo e la sua bellezza spirituale, assai più importante di quella fisica – ma non disgiunta da essa. Vedrete ora con i vostri occhi che cosa significa questo. Infatti ho riportato alcuni sari dallo Sri Lanka e ora potrete vederne uno indossato da una delle signore qui presenti.
Questo è un esempio di come si possa riorientare l’attenzione dei giovani di oggi su queste dimensioni di bellezza perdute nella moderna babele del’omologazione commerciale.
Del resto tutte le dodici stelle che vorremmo realizzare secondo il programma che già avete ricevuto vogliono essere una riscoperta di saperi e di dimensioni dell’essere e del vivere che rendano di nuovo presenti nella nostra società quella poesia della vita che scaturisce dall’elevazione dell’operare e del sentire dell’uomo nella luce dello spirito umano e divino.

Relazione dell’incontro del 20 marzo 2011

All’incontro del 20 marzo hanno partecipato più di cinquanta persone, molte delle quali erano presenti per la prima volta.
Come sempre ci si è ritrovati davanti alla chiesa prima delle messa conventuale delle ore 11,00. Dopo la messa tutti i partecipanti si sono radunati nella sala Schuster, dove hanno provato i canti per l’ora sesta, per la preghiera prima e dopo i pasti e per la preghiera conclusiva (l’Angelus Domini). D. Massimo ha anche parlato del volumetto “Innario familiare per tutti i giorni dell’anno”, in cui sono raccolte le preghiere cantate in scrittura gotica, che è ormai in preparazione presso l’editore e che sarà accompagnato anche da un cd per imparare più facilmente i canti. Già sono state raccolte più di cento sottoscrizioni – utili per facilitare la stampa del volume – ma chiunque può sottoscriverne altre. Il prezzo del volume – che può servire anche come regalo – sarà tra gli 8 e i 10 €.
Alle ore 13,00 tutti si sono recati in chiesa, dove hanno recitato l’ora sesta, con il canto dell’inno, insieme alla comunità.
Dopo la preghiera si è scesi in refettorio per il pranzo, che si è svolto molto bene, anche grazie ai dolci portati da alcuni dei partecipanti.
Verso le ore 15,00 tutti si sono radunati di nuovo nella sala Schuster. Come sempre avviene, un po’ per volta il gruppo si è assottigliato per la partenza anticipata di diversi partecipanti.
Vi era un nutrito gruppo di bambini piccoli, i quali hanno giocato da soli. Per la prossima volta si prevede di farli seguire da una o più persone idonee.
Intanto gli altri si sono divisi in due gruppi: i bambini più grandicelli con i genitori, sotto la guida di Emanuela, si sono dedicati alla realizzazione di immagini sacre, che dovevano poi servire per adornare l’altare per la preghiera finale, mentre i “giovanotti” sono stati istruiti da Alessandro sul lavoro tecnico.
Terminate queste attività, D. Massimo ha rivolto un breve discorso ai presenti, ispirato alle riflessioni preparate in precedenza, che si allegano alla relazione. La “sorpresa” annunciata era l’abito femminile tradizionale, portato da D. Massimo dallo Sri Lanka: il sari. E’ stato indossato da Teresa in modo da dare un esempio di un abito che vuole esprimere la dimensione spirituale della bellezza, la quale si manifesta anche nell’aspetto fisico. In ciò si deve vedere l’opera di secoli di civiltà. Ma questo esempio che viene dall’India ci ricorda che anche da noi esisteva una tradizione di eleganza femminile totalmente diversa dalla moda oggi imperante. Prova di ciò sono le riviste di moda di cent’anni fa, di cui vi sono diversi esemplari in Biblioteca, che sono state mostrate ai partecipanti. Grande è stata l’ammirazione, specialmente da parte degli intenditori. In particolare Francesca ha messo in programma di venire in Biblioteca per studiare i modelli presenti nelle suddette riviste.
Questo richiama il nostro progetto di creare una serie di insegnamenti utili per rendere sempre più ricca e gioiosa la vita quotidiana della famiglie, sia nel suo aspetto “sacro”, sia nel suo aspetto “profano”.
A ciò si riallacciano i cinque giorni di varie istruzioni che si stanno organizzando dal 30 giugno al 4 luglio. Tra gli insegnamenti in programma, vi saranno in particolare un corso di calligrafia per i piccoli, di seconda e terza elementare, e un corso di scrittura artistica per i più grandi e per gli adulti. E’ stato già osservato come l’attuale trascuratezza della scrittura manuale crei gravi scompensi nelle capacità di apprendimento dei piccoli, mentre d’altra parte il decadimento del lavoro manuale artistico e artigiano sta facendo scomparire dalle nostre case – e persino dalle nostre chiese e dalla nostra vita religiosa – ogni traccia di bellezza. Con questi insegnamenti, dunque, si vorrebbe offrire un modello di ciò che in seguito si spera di poter realizzare con maggiore ampiezza e completezza per riacquisire abilità e saperi preziosi, purtroppo dimenticati.
Per quanto riguarda i suddetti corsi di calligrafia e di scrittura artistica, si dovrebbe raggiungere il numero di 15 partecipanti per il primo e di 20 per il secondo. In questo modo la quota di partecipazione verrebbe ad essere minima. Al più presto si presenterà un programma dettagliato di tutta l’iniziativa.
A conclusione della giornata è stato allestito l’altare con le immagini dipinte nel pomeriggio dai ragazzi e dagli adulti sotto la guida di Emanuela ed è stato cantato da tutti, come preghiera finale, l’Angelus Domini.

Presentazione di una prospettiva antica e nuova per il risveglio delle famiglie claustrali e della loro missione nel mondo

Mentre… Gregorio Magno… dopo la guerra, la fame e la peste, dopo gli incendi e la desolazione delle cento città italiane, nel lontano orizzonte scopre già il finimondo che si avvicina, tutti codesti tremendi avvenimenti si direbbe invece che impressionino sì poco san Benedetto, che non è affatto dato di scoprirne neppure la minima allusione nei settantatre capitoli della Regola.
La cagione, a mio umile avviso, si è, che l’anima sua è rapita in Dio assai più alto di quello che possa raggiungere il fragore dei tuoni e delle folgori nell’inferiore stratosfera. Piuttosto che recitare con Gregorio l’elogio funebre dell’Impero Romano, il Patriarca Cassinese nel suo Codice monastico viene invece già tracciando le linee generali d’un piano di ricostruzione spirituale d’un mondo novello per opera del Monachismo…
Dopo la guerra avremo da riparare le sue immani rovine ed allora sarà già molto se il Clero così regolare che secolare potrà bastare all’ordinario ministero pastorale nelle parrocchie. Se non m’inganno, io prevedo già che allora più che mai verrà opportuno l’aiuto della Famiglia Benedettina, che alle scienze, alle arti sacre, alle future generazioni di studiosi e di studenti dischiuderà di bel nuovo le porte delle badie, comunicando anche ai laici il pane spirituale di san Benedetto…
Ecco che il Signore, di fronte alle immani rovine accatastate dalla guerra… va sin d’ora reclutando eserciti di operai di Dio…
Al Signore che nuovamente va in cerca, non già di dottori, di predicatori, di uomini di genio, ma semplicemente di quelle anime di dedizione cui Dio onora col titolo glorioso di “operai suoi”… san Benedetto nella Regola c’invita a rispondere: presente!..
A voi ancora la gloria d’essere a parte di codesto stuolo di ricostruttori della città terrena, come siete già iscritti cittadini gloriosi della città celeste.
Sarete facilmente l’uno e l’altro… se sotto la disciplina di Benedetto, vi diporterete da degni operai di Dio.

Beato Card. Alfredo Ildefonso Schuster, discorso tenuto a Montecassino il 21 marzo 1942.

Rev.mi Confratelli,
Rev.me Consorelle,

penso che le parole del Beato Card. Schuster sopra riferite possano bene introdurre alla presentazione di queste semplici riflessioni, con le quali mi propongo di attirare la vostra attenzione su fatti che dovrebbero essere ovvi – ma che proprio per questo facilmente sfuggono all’attenzione – i quali dovrebbero suggerirci la necessità di un rinnovamento fecondo della vita claustrale, non solo per un suo incremento interno, ma anche per il bene della Chiesa e della società.
Lo stesso beato Schuster, nel discorso sopra richiamato, notava che, mentre i più recenti ordini religiosi sono sorti per uno scopo particolare e per “un aiuto contingente e temporaneo… a rendere invece stabile ed universale il suo apostolato nella Chiesa, la Provvidenza ha disposto che” San Benedetto “fondasse un’alta Schola di santità, dove insegnando l’arte sublime della rinunzia a se medesimo per porsi al servizio del Signore… si preparassero i futuri operai di Dio per la rinnovazione dell’Europa di domani.”
E ancora egli aggiungeva:
“Ho incontrato, studiando, ben pochi Santi che, al pari di san Benedetto, si distinguano per questa soprannaturale discrezione o, come direbbe l’Apostolo, per questa spirituale Humanitas. Con questa parola San Paolo vuole precisamente indicare l’ineffabile condiscendenza del Verbo, quando a mostrarsi uomo fra gli uomini, si fece Carne e si attendò fra noi. ‘Apparuit benignitas et humanitas Salvatoris nostri’ (Tit. III, 4).”
La crisi dei tempi nostri ci aiuta ad approfondire le intuizioni del Beato Schuster e a scoprire con maggiore coscienza in che misura la Regola di San Benedetto sia un mirabile prolungamento del mistero dell’Incarnazione. Il Patriarca cassinese ci insegna che la “spiritualità”, la “lectio divina”, l’ “ascolto della Parola” devono seguire la via scelta del Verbo eterno di Dio: devono “farsi carne” se vogliono veramente fecondare questa nostra terra e portare frutto. Farsi carne significa portare la luce di Cristo e del suo Spirito nelle membra che si piegano alla fatica di procurare il pane, di mantenere pulita la casa, di cucinare, servire e riordinare, di rispettare a beneficio di tutti gli orari della vita comune, di trattare con cura gli oggetti, di controllare la voce, il linguaggio e il gesto, di presentarsi con un abito conveniente, di dialogare rispettando il fratello e la gerarchia dei gradi, di dare con la voce e con il canto dignitoso ed espressivo rilievo alla poesia sublime della liturgia… Abbiamo parlato di fatica, ma potremmo con altrettanta convenienza parlare di gioia. Cosa vi è infatti di più gioioso che realizzare ed esprimere se stessi attraverso l’auto donazione e l’auto immolazione? Non è ciò un morire e un risorgere ad esempio di Cristo? Non è un rinnovato e continuo mistero pasquale? Non sgorgano dal lavoro impegnativo della vita domestica i frutti preziosi dell’amore condiviso, dei servizi ben riusciti e cordialmente graditi, dei gioiosi prodotti di un artigianato che si estende dalla buona cucina alla bella immagine, al canto che commuove l’animo e lo invita alla preghiera più di quanto non facciano le prediche? E i prodotti più alti dell’arte – strumento di Dio per estendere ovunque l’Incarnazione del Figlio eterno, e strumento per il quale la Chiesa ha dato le sue schiere di martiri – non derivano dalla stessa radice del lavoro faticoso e dell’applicazione severa accompagnata dall’umiltà di cuore, dalla quale sgorga l’espressione visibile, letteraria, vocale e canora più sincera, veritiera ed efficace?
Ora, non sono tutte questa cose oggi talvolta troppo trascurate nelle famiglie di genitori e figli e purtroppo spesso anche nelle famiglie religiose? Non si antepone loro l’attività appariscente ed esteriore e il lustro dei titoli e delle carriere?
Se dunque noi vogliamo veramente far penetrare la Parola di Dio tra gli uomini, dobbiamo non solo predicarla, ma anche viverla e incarnarla con i mezzi insegnatici da San Benedetto. E poi a nostra volta insegnare alle famiglie umane a fare altrettanto e a riacquisire tutte le virtù e i saperi che da esse derivano, necessari perché la parola di Dio si incarni e porti frutto nella vita del mondo.
Perché dunque limitare la nostra funzione apostolica e missionaria alla “spiritualità”, alla “lectio”, al “verbo”? IL VERBO SI FECE CARNE! I nostri monasteri devono essere per tutti “dominici Scholae servitii” in cui non si fa solo della teoria, ma si insegna a lavorare nel sacrificio di se stessi e ad immolarsi nella vita di tutti i giorni per risorgere alla gioia di creare opere di servizio, di amore e di bellezza per la vivente rigenerazione della vita delle famiglie e della vita del mondo.
Si capisce che per fare questo le nostre comunità devono in qualche modo rinnovarsi – ma, come capite bene, nel solco di una tradizione plurisecolare. E per prima cosa devono ampliare il carisma benedettino dell’ospitalità. Rileggete con occhi nuovo il capitolo 53 della Regola! L’ospitalità non dovrebbe essere limitata a gruppi “scelti” per “fini spirituali”, ma estesa a largo raggio, e soprattutto alle famiglie e ai giovani studenti, per il fine di trasmettere sì una Parola, ma una Parola incarnata nell’impegno di costruire insieme, morendo ogni giorno a se stessi e risorgendo in Cristo, una vita quotidiana rinnovata nel servizio, nell’amore e nella gioiosa creatività. I tesori accumulati nei monasteri in tanti secoli dall’operosità appartata dei monaci, oggi sono chiamati a riversarsi, per farla rifiorire, nella vita della famiglie e della società.
Certamente i primi a dover imparare di nuovo le “arti” dimenticate dello Spirito incarnato nella vita di tutti i giorni siamo noi claustrali, che troppo spesso le abbiamo trascurate. Riusciremo – come è nostro desiderio – a creare una vera propria “scuola della vita” a beneficio delle comunità claustrali e familiari? La speranza è così grande da divenire una vera certezza. Ma per il momento mi limito ad allegare un testo – risultato di un’esperienza moto ricca e feconda – in cui si puntualizza in maniera più dettagliata l’apostolato ideale a cui, a mio umile giudizio, è chiamata oggi una comunità claustrale.

Farfa 27.03.2011

Le arti della vita familiare e la tradizione benedettina
Giornate di vita comune e di istruzione per le famiglie interessate a frequentare la scuola di San Benedetto
Abbazia di Farfa 30 giugno – 4 luglio 2011

In continuità con il percorso fatto già da oltre un anno e mezzo, l’Abbazia di Farfa organizzerà, dal 30 giugno al 4 luglio, cinque giorni di esperienza e di istruzione per le famiglie desiderose di ripensare la propria vita alla luce della tradizione monastica, specialmente benedettina. All’iniziativa possono partecipare anche persone singole, coppie con o senza figli e fidanzati che non abbiano ancora frequentato gli incontri precedenti. Chi avesse la necessità di pernottare, può contattare Don Massimo per l’ospitalità (email: bibliofarfa@libero.it cell.: 339/7894125). L’offerta per l’ospitalità è libera. Si cercherà di contenere i pagamenti per le istruzioni entro i 20,00 € per l’intero corso (il costo sarà inversamente proporzionale al numero dei partecipanti).

PROGRAMMA:

Ogni giorno ci si incontrerà in un luogo adatto alle 9,15 per una breve prova di canto e per la preghiera iniziale (inno delle lodi).
Incominceranno poi subito le istruzioni, che occuperanno la mattina fino alle ore 12,30.
Alle 12,45 si canterà l’inno di sesta e poi, per chi vorrà, ci sarà il pranzo presso l’Abbazia (offerta di 10,00 € per genitori e adulti singoli e 5,00 € per figli al di sopra dei 5 anni).
Alle 14,30 si riprenderanno i corsi che si concluderanno alle 17,30 con il canto dell’Angelus Domini.
Si prevedono momenti di ricreazione.
Domenica 3 luglio, prima dell’inizio dei corsi, si parteciperà alla messa delle 9,00, che sostituirà la preghiera iniziale.

Nella mattina vi saranno i seguenti corsi:

Nella Biblioteca Parrocchiale:
9,30-11,00: Calligrafia per i bambini di 2° e 3° elementare
11,00-12,30: Giochi per i piccoli (anche all’aperto)

Nella Sala Schuster:
9,30-12,30: Musica e canto (sacro e profano)

Nella sala superiore della torre:
9,30-12,30: Disegno e pittura

Nel pomeriggio vi saranno i seguenti corsi:

Nella Biblioteca Parrocchiale:
14,30-17,30: Scrittura artistica

Nella sala superiore della torre:
14,30-17,30: Arredamento: come progettare e arredare la casa per una vita diversa

Nella Biblioteca Statale:14,30-17,30: Dizione, lettura, poesia (sacra e profana)

Il 17 maggio 2011 D. Massimo è stato invitato dalle Suore benedettine di Mercogliano (AV) per un incontro, ispirato al suo libro, dal titolo “San Benedetto e la vita familiare”. Si riporta qui la relativa lettera della Superiora Generale Sr. Maria Ildegarde, occupata ora in una fondazione nello Sri Lanka.

Indirizzo di benvenuto ai partecipanti al Convegno organizzato dal Centro Studi San Benedetto sul tema:

San Benedetto e la vita familiare

Dalla lontana e tropicale terra dello Sri Lanka ho il piacere di dare a tutti voi qui presenti il mio affettuoso benvenuto a questo Convegno che ha come tema San Benedetto e la vita familiare.

Il mio impegno missionario non mi consente di essere tra voi oggi ma con lo spirito, con la preghiera con queste poche parole sono con voi.

Innanzitutto voglio ringraziare gli organizzatori di questo Convegno in particolare la carissima consorella Suor Giuliana, la carissima e instancabile Dottssa Bianca Corcione, il comitato organizzativo e quanti si sono prodigati per il felice esito di questo Convegno.

Un cordiale saluto e un sentito ringraziamento al Padre Massimo Lapponi, monaco dell’Abbazia di Farfa per la sua disponibilità ad essere oggi tra noi e a condividere con noi la sua esperienza monastica e in particolare il suo impegno alla ricostruzione della famiglia alla luce della regola del nostro Santo Padre Benedetto.

Tramite internet ho avuto la possibilità di documentarmi a riguardo del suo libro San Benedetto e la vita familiare”. Libro di grande attualità rivolto alle famiglie moderne. Un libro-sfida per quanti hanno a cuore la ricostruzione del nucleo familiare, un libro-impegno per i figli di San Benedetto e per ogni comunità monastica, chiamata per vocazione ad essere un’oasi di pace e di amore per l’uomo di oggi sempre alla ricerca della verità di se stesso e di Dio.

“E non potrebbe proprio la Regola di San Benedetto rivelarsi la via migliore per la salvezza della famiglia moderna?” è l’interrogativo che si pone l’autore nel suo libro.

Sono stata profondamente toccata da quanto ha scritto Antonella Mariani nella sua recensione al libro in oggetto intitolata QUESTA CASA (NON) E’ UN MONASTERO e corredata di illustrazioni di Maria Gianola. “Padre Massimo – scrive la Mariani – traduce la Regola Benedettina per madri, padri e figli. Come il monastero è il centro del mondo del monaco così la casa deve tornare ad essere il fulcro di vita di ogni componente della famiglia. La Regola può rifondare la vita di famiglia. Oggi infatti non è poi così scontato che ci si saluti quando si esce di casa, che non si giri in mutande per le stanze, che si ceni tutti insieme senza televisione accesa, che si parli senza urlare e che dopo aver mangiato non ci si rinchiuda nelle proprie camere… Ma l’antidoto al caos familiare sarà davvero San Benedetto? Davvero la Regola che è riuscita per secoli a governare i monasteri potrebbe essere efficace anche nelle case? Ne è convinto Don Massimo Lapponi.”

Purtroppo anche qui nello Sri Lanka la famiglia attraversa una profonda crisi. Quest’anno l’attenzione della Chiesa locale è concentrata tutta sulla famiglia. Anche qui la fame e la febbre del denaro, del piacere hanno preso il sopravvento distruggendo i veri valori. Molti genitori a causa del lavoro vengono in Italia (pensate che solo nella città di Verona vivono 7 mila srilanhesi) lasciando i figli ai nonni o agli zii a volte anziani e malati, a scapito della loro crescita psichica, morale e spirituale. Dopo alcuni anni essi ritornano nello Sri Lanka. E con i molti Euro guadagnati portano anche con loro un bagaglio di vizi e di deviazioni. Molte sono le famiglie divise, molti i divorzi e le convivenze.

Ascoltiamo ora Padre Massimo nella sua relazione e nelle sue risposte maturate alla luce della saggezza umana e cristiana della Regola e della sua esperienza di vita comunitaria nella sua Abbazia di Farfa.

Augurando a tutti un buon lavoro e un buon proseguimento del Convegno imploro su tutti la benedizione e la protezione della Santa Famiglia di Nazareth.

Con tanta stima e affetto Suor Maria Ildegarde O.S.B. Puttalam 16 maggio 2011

Relazione dell’incontro del 22 maggio 2011

Questa volta i partecipanti erano una trentina, e tra loro c’erano anche delle nuove presenze. Come al solito ci si è incontrati davanti alla chiesa prima della messa delle ore 11,00 e dopo la messa si è andati nella Sala Schuster per una prova di canto. I più piccoli dopo un po’ sono andati a giocare fuori insieme a Eleonora e Sofia. Tra le altre cose è stata annunciata la pubblicazione ormai imminente dell’Innario, e per farlo meglio conoscere è stata distribuita, come anticipazione, una copia di alcuni inni ricavata direttamente dalle bozze di stampa. L’anticipazione è piaciuta molto.
Alle ore 13,00 ci si è recati in chiesa per la recita dell’ora media insieme alla comunità e poi si è scesi a nel refettorio degli ospiti per il pranzo, preceduto e seguito dal relativo inno cantato.
Nel pomeriggio Antonietta – di cui si sono scoperte le abilità nel découpage – ha guidato un gruppo di giovani e di adulti nell’esecuzione di bellissimi lavoretti artistici, mentre Alessandro faceva scuola di lavoro tecnico a qualche ragazzo più grande. I più piccoli per un po’ sono stati insieme a Eleonora e a Sofia a giocare nella biblioteca parrocchiale. Più tardi sono scesi anche loro e hanno continuato a giocare nella Sala Schuster con D. Massimo.
Verso la fine del pomeriggio Antonella ha insegnato due balli, uno dello Sri Lanka e uno, molto bello, degli indiani d’America.
Infine, come al solito, l’incontro si è concluso con il canto dell’Angelus Domini a due voci, che è riuscito molto bene. Questa volta l’allestimento dell’altare è stato molto semplice, ma si è riusciti a fare accendere e spegnere la candela ai bambini senza farli litigare.
Anche se non ci sono stati avvenimenti o spiegazioni di particolare interesse, l’incontro è riuscito bene ed è stato molto importante per la partecipazione di nuovi aderenti che favoriranno l’allargamento dell’iniziativa anche in altri territori e ambienti.
Per il mese prossimo l’incontro sarà sostituito dai cinque giorni di convivenza dal 30 giugno al 4 luglio di cui già è stato fatto conoscere il programma. Si sollecita ancora di informare al più presto sulle adesioni.

Relazione dei corsi tenuti a Farfa dal 30 giugno al 4 luglio 2011

I cinque giorni di esperienza comunitaria precedentemente annunciati, dal titolo “Le arti della vita familiare e la tradizione benedettina”, si sono svolti come previsto da giovedì 30 giugno a lunedì 4 luglio. La partecipazione è stata numerosa – in tutto una cinquantina di persone – e l’iniziativa è stata molto apprezzata, tanto che vi è stata una generale richiesta di ripeterla ancora, e anche di estenderla ad altre “arti”.
Un particolare ringraziamento va a Angela, Katia, Anna, Eleonora, Stefano e Emilio, che si sono generosamente prodigati per tenere occupati i bambini con opportuni giochi nei momenti in cui essi erano liberi dagli impegni dei corsi e i loro genitori non potevano occuparsene.
Un ringraziamento particolare anche alla Signora Gudrun, che ha offerto la sua gradita ospitalità ad Anna, alla figlioletta Bianca e alla nipotina Miriam. Marcelo e Maria, Birgit e Francesca con la figlia Sara sono stati ospiti della foresteria monastica. Rita e Rossella sono state ospiti delle Suore Brigidine. Diversi partecipanti si sono fermati a pranzo al monastero durante i corsi, fino a raggiungere il numero di 21 commensali.
Proprio in coincidenza con l’iniziativa è uscito finalmente il volumetto “Innario familiare per tutti i giorni dell’anno”, pubblicato dalla Libreria Editrice Fiorentina, accompagnato da un cd con le relative musiche. Il volumetto è piaciuto molto ed è stato utilissimo per i momenti di preghiera cantata, tenuti, come previsto, all’inizio e a conclusione dei corsi della mattina, prima e dopo il pranzo e a fine giornata. Sempre secondo quanto previsto, domenica 3 luglio alla ore 9,00 molti hanno partecipato alla messa celebrata da D. Massimo. Una novità non prevista: durante la messa si sono festeggiati i 20 anni di matrimonio di Stefano e Lucia.
I corsi più frequentati sono stati quello di calligrafia per i piccoli, tenuto da Anna, e quello di pittura, tenuto da Emanuela. Gli altri corsi hanno registrato meno presenze, ma sono stati tutti molto apprezzati.
Segue di nuovo l’elenco dei corsi, con i nomi dei docenti:

Calligrafia per i piccoli (mattina), tenuto da Anna Ronchi, già Presidente dell’Associazione Calligrafica Italiana
Pittura (mattina), tenuto da Emanuela Troiani
Musica (mattina), tenuto da Donata Cielinska e da D. Massimo
Scrittura artistica (pomeriggio), tenuto da Anna Ronchi
Arredamento (pomeriggio), tenuto da Letizia Vulpiani
Lettura e poesia (pomeriggio), tenuto da Francesca Sgheri e da D. Massimo

Mentre Emanuela, Donata, D. Massimo e un po’ anche Francesca erano già conosciuti dai partecipanti, Anna e Letizia venivano per la prima volta. Tutti i corsi sono stati molto apprezzati ed è stato espresso pressoché da tutti il voto che l’esperienza non finisca qui. Infatti il nostro programma è di continuare ad istruire noi stessi e sempre più numerose famiglie in queste ed in altre “arti” che riteniamo non solo utili, ma indispensabili per ridare forza e stabilità alla moderna vita familiare e gioioso appagamento ai nostri piccoli e ai nostri giovani.
Ricordiamo, al seguito del compianto P. Abate Nardin, che San Benedetto, all’inizio della sua Regola, rivolge al discepolo questo invito, preso dai salmi biblici: “Chi è l’uomo che vuole la vita e arde dal desiderio di vedere giorni felici?” Dunque San Benedetto vuole renderci felici, e se i nostri giovani, seguendo il suo insegnamento, saranno realizzati e contenti, allora non andranno a cercare un falso appagamento fuori casa e fuori dai binari, nella dissipazione, nel vizio e nella droga. Questo è, in fondo, il metodo preventivo di Don Bosco – certamente più efficace del pur prezioso metodo terapeutico delle comunità di recupero!

Relazione dell’incontro del 23 ottobre 2011

E’ questo il primo incontro dopo l’estate di quest’anno. Hanno partecipato più di trenta persone e tra loro vi erano anche alcune nuove presenze.
Come sempre l’appuntamento è stato davanti alla chiesa prima della messa delle ore 11,00. Alessandro e due suoi cognati sono venuti un po’ prima per alcuni lavori di preparazione, come l’allestimento del refettorio per il pranzo.
Dopo la messa ci si è riuniti tutti nella sala Schuster, dove D. Massimo ha spiegato che questa volta si doveva fare tutto secondo un ordine preciso. Quindi ha invitato i presenti a utilizzare subito i servizi per non intralciare poi lo svolgimento del programma. Quando tutti si sono di nuovo trovati insieme, D. Massimo ha detto che per recarsi in coro per l’ora sesta ci si metterà in fila per due senza parlare, i bambini in testa guidati da Eleonora. Anche in coro ci si disporrà in ordine in silenzio e, finita la preghiera, sempre in silenzio e in fila per due, si andrà in refettorio. Lì, dopo il canto iniziale, sempre in silenzio, si ascolterà, seduti, una breve lettura e poi, al suono del campanello, finalmente si potrà parlare. Il significato di queste disposizioni sarà spiegato più tardi.
Date queste indicazioni, si è passati a provare i canti, cioè l’inno di sesta, gli inni prima e dopo i pasti e l’Anglus Domini. Essendoci tempo sufficiente, si è anche incominciato a provare il Padre Nostro. Per l’occasione sono stati dati in uso alcuni innari, mentre altri sono stati acquistati da chi non li aveva. Sono stati acquistati anche alcuni cd, ma purtroppo è poi risultato che questa volta il lavoro di riproduzione era riuscito male e che i cd erano privi di registrazione sonora. Quanti li hanno acquistati dovrebbero comunicarlo a D. Massimo, e inviare anche l’indirizzo postale, in modo che, appena saranno pronte le nuove copie, possano essere spedite agli interessati.
Come era stato disposto, prima dell’una ci si è recati in coro in processione e in silenzio e si è cantato l’inno di sesta e recitata l’ora media con la comunità. Poi si è scesi in fila e in silenzio in refettorio, dove, dopo il canto dell’inno, tutti si sono seduti e D. Massimo ha letto alcune righe di un testo di S. Ambrogio. Poi ha suonato il campanello e tutti hanno potuto parlare.
Nel pomeriggio i bambini sono andati con Angela per giocare, mentre gli altri sono rimasti nella sala Schuster. D. Massimo ha spiegato che tutto quello che viene espresso e operato intorno a noi e nella nostra vita influisce sul nostro profondo sentire e quindi sul nostro comportamento, e in special modo sul sentimento e sul comportamento dei più piccoli e dei più giovani. L’educazione non è soltanto questione di parole e di insegnamenti mentali, ma è tutto il contesto dell’ambiente materiale, del modo di parlare, del tono della voce, della musica, dell’abito, delle immagini che ci circondano a determinare la nostra formazione interiore. Così il linguaggio degradato e la musica violenta, oggi tanto diffusi, certamente influiscono negativamente sulla formazione umana – mentre al contrario un linguaggio e una musica di tono civile ed elevato creerebbero tutt’altri sentimenti e comportamenti. Per questo motivo si è voluto seguire un ordine rituale nel recarsi alla preghiera liturgica e alla mensa. E’ questo uno dei modi in cui l’ambiente monastico può imprimere sentimenti buoni nei giovani e giovanissimi partecipanti ai nostri incontri. Nello stesso tempo si vuole offrire un modello per la vita delle famiglie.
Per far capire meglio questo concetto, D. Massimo ha richiamato l’esempio della Chiesa, nella quale si raccolgono insieme tutti i linguaggi perché possa essere efficacemente trasmesso il divino messaggio evangelico: la parola, il canto, l’abito, il gesto, il profumo d’incenso, l’architettura, la pittura, la scultura etc. A questo proposito ha letto un brano di S. Giovanni Crisostomo, raccomandando di estendere il concetto da lui trasmesso, più di quanto non faccia il testo, dalla predicazione orale a tutti i linguaggi presenti nella Chiesa. Riportiamo qui il testo citato:
“Anche se non dici nulla, il solo fatto che all’uscita dall’assemblea liturgica tu manifesti nell’aspetto esteriore, nello sguardo, nella voce, nel passo e in tutto l’atteggiamento modesto del corpo il profitto che ne hai ricavato, costituisce già di per sé un’istruzione e un consiglio per coloro che non hanno partecipato alla liturgia.
“Bisogna quindi uscire di qui come da un luogo sacro, accessibile solo a iniziati; come se scendessimo dal cielo, con un atteggiamento più modesto, da veri amici della sapienza che fanno e dicono tutto con moderazione e misura. In modo che la moglie, la quale vede tornare dalla sacra assemblea il proprio marito, il padre che vede il figlio e il figlio che vede il padre, il servo che vede il padrone, l’amico che vede l’amico e persino il nemico che vede il nemico comprendano tutta la portata del vantaggio che abbiamo ritratto. E lo capiranno se ci vedranno più miti, più pazienti, più pii.
“Considera a quali misteri è concesso di partecipare a te che sei iniziato, con chi innalzi quel mistico canto, con chi formuli l’inno tre volte santo. Mostra ai profani che hai celebrato i sacri riti con i serafini, fai parte del popolo celeste, sei ascritto nel coro degli angeli, ti sei intrattenuto con il Signore, ti sei incontrato con Cristo. Se ci metteremo in questa disposizione, non ci sarà bisogno di discorsi con coloro che non sono intervenuti alla liturgia; ma dal nostro profitto essi si renderanno conto del proprio danno e accorreranno prontamente a usufruire dei medesimi vantaggi.
“Quando vedranno coi loro stessi occhi lo splendore dell’anima vostra, arderanno dal desiderio della vostra straordinaria bellezza, anche se fossero i più sciocchi di tutti. Se infatti la beltà del corpo esercita una potente attrattiva su chi la vede, la bellezza dell’anima può impressionare assai più lo spettatore e incitarlo a uno zelo simile.
“Abbelliamo dunque il nostro uomo interiore, e ricordiamoci delle cose che sono state dette qui quando saremo fuori, perché sarà proprio là che le circostanze lo esigeranno. Come l’atleta dimostra nella gara quello che ha imparato nella palestra, così anche noi dobbiamo manifestare nei rapporti esteriori quello che abbiamo udito.”
Dopo aver letto questo testo, D. Massimo ne ha fatta l’applicazione a quella che potrebbe essere chiamata la “liturgia domestica”, con la quale non si intende soltanto la preghiera fatta in casa, ma tutto l’insieme del costume familiare, con il quale si celebrano non esclusivamente i sentimenti propriamente religiosi, bensì tutta la gamma dei migliori sentimenti umani, che soltanto un abuso del linguaggio ci ha abituati a chiamare “profani”. Ora questa liturgia, ad imitazione di quella della Chiesa, anche se a un livello umano – se pure sempre aperto al mistero divino – dovrebbe fare uso di tutti i linguaggi disponibili: la parola, il tono della voce, il canto, l’abito, il gesto, il profumo, l’architettura, la pittura, la scultura etc. Tutte cose che, come ben sappiamo, oggi si usano per lo più per degradare i sentimenti anziché per elevarli. Ma tra le mura domestiche dobbiamo correggere questa tendenza, andando coraggiosamente contro corrente.
Sono tutti discorsi che sono stati già fatti più volte. Questa volta, vista l’assenza, per motivi di salute, dell’insegnante di pittura Emanuela, ci si è dedicati alla poesia e alla musica, ovvero alla poesia arricchita dalla musica e dal canto. Oltre D. Massimo erano presenti la direttrice di coro Roberta e l’insegnante di musica e violoncellista Donata. D. Massimo ha presentato alcune poesie di Lina Schwarz musicate con accompagnamento di pianoforte da Virginia Mariani Campolieti, una musicista – cosa rarissima! – dei primi anni del Novecento. Si tratta di composizioni totalmente dimenticate, note a D. Massimo soltanto perché quando era piccolo il padre, bravo pianista, anche se non diplomato, glie le suonava nei momenti di ricreazione familiare.
La delicatezza delle parole e la suggestione della melodia e dell’accompagnamento del pianoforte sono tali da imprimere profondamente negli animi i sentimenti più umani. Allo stesso modo autori come Andersen o Oscar Wilde hanno indubbiamente impresso negli animi di diverse generazioni profondissimi sentimenti di umanità, di compassione per i sofferenti e di solidarietà sociale – con una fortissima ispirazione cristiana – i quali spiegano assai più della propaganda politica la diffusione del socialismo, persino nelle sue forme più estreme.
Con l’accompagnamento del pianoforte, suonato da D. Massimo, la direzione corale di Roberta e la melodia del canto raddoppiata con il violoncello da Donata, i presenti hanno più volte eseguito quattro canzoni della Campolieti, apprezzando soprattutto la prima, dal titolo “Le bruciate”, che è effettivamente molto suggestiva.
Infine D. Massimo ha letto una breve novella di Andersen, dal titolo “La nonna”, sempre con l’intento di sottolineare il fortissimo influsso, anche a livello inconscio, dei vari linguaggi sulla formazione dei sentimenti e dei comportamenti umani.
Prima di concludere D. Massimo ha osservato che, come appare chiaramente, la proposta è molto esigente per i genitori, perché prevede che essi acquisiscano tante competenze e abilità che non è sempre facile avere, perché o non fanno parte dei comuni percorsi scolastici, o non si trovano insieme nella stessa scuola. Così ad esempio sarebbe necessario per un genitore di oggi avere una sufficiente formazione musicale per saper orientare i figli verso una musica creatrice di buoni sentimenti e non il contrario, e nello stesso tempo sarebbe necessario avere una buona formazione nel campo del disegno e della pittura – cose che mai si insegnano insieme. Si era pensato in un primo tempo che l’Abbazia stessa potesse fornire tutte le necessarie istruzioni. Infatti qualche cosa si è fatto, come il corso di pittura e i sei corsi di cinque giorni nel mese di luglio. Ma ora si è capito che sarà necessario creare un’istituzione scolastica apposita, che metta a disposizione delle famiglie, oltre le istruzioni, anche tutti i repertori di testi e i materiali necessari. A proposito dei corsi di luglio, Anna Ronchi, docente di calligrafia e scrittura artistica, ha inviato delle belle serie di fotografie. Qualcuno si è incaricato di farle pervenire a tutti gli interessati. Lucia ha poi mostrato un saggio di scrittura onciale realizzato dalla figlia Chiara, che si sta appassionando a questo tipo di lavoro.
Come sempre l’incontro si è concluso con il canto dell’Angelus Domini.
Il prossimo appuntamento è previsto per novembre, o forse più probabilmente per dicembre.

Riflessione nella festa di S. Francesco
In un testo scritto non molto tempo fa osservavo:
“I tesori accumulati nei monasteri in tanti secoli dall’operosità appartata dei monaci, oggi sono chiamati a riversarsi, per farla rifiorire, nella vita delle famiglie e della società.”
Un monastero non è affatto rappresentato soltanto dalla comunità che attualmente lo occupa. Gli stessi arredi liturgici ancora usati, come le decorazioni, il mobilio sacro, il canto , l’architettura etc. sono una vera presenza di generazioni di monaci o monache che continuano a sostenere la nostra vita umana e cristiana con la traccia indelebile della loro opera santa.
“Una cosa bella è una gioia per sempre” dice il poeta, e queste parole potremmo applicarle al mistero della trasfigurazione: la risurrezione finale è lontana e si raggiungerà soltanto attraverso la dolorosa passione, ma già da ora Gesù ci fa pregustare la sua gloria nella trasfigurazione, cioè in un’esperienza di bellezza sovrumana il cui ricordo ci accompagna e ci consola nel nostro pellegrinaggio. E’ questo il ruolo che le belle memorie svolgono nella vita della fede, siano esse biografie di santi, poesie liturgiche, canti ispirati, chiese, quadri, statue, decorazioni, urne di santi etc.: bellezze che ci sono vicine, ma il cui segreto va di là dalla vita terrena.
Facciamo ora un’applicazione di quanto osservato al monastero di Senigallia. Ciò che esso è non è affatto rappresentato soltanto dalla comunità che attualmente lo occupa, con tutti i suoi limiti. Quando si entra nella chiesina, in cui vige ora l’adorazione perpetua, che cosa troviamo? Una struttura architettonica non antichissima, ma tuttavia pensata alla luce delle antiche tradizioni monastiche, con una soluzione del rapporto clausura-partecipazione particolarmente felice – e resa ancora migliore da un felice intervento recente. La presenza del coro monastico è poi di un’eloquenza meravigliosa: si tratta di una vera preghiera incorporata nel mobilio, che invita chiunque ad associarsi ai cori degli angeli. Il canto attuale delle suore può essere scarso, ma ancora riflette, se pure debolmente, la cura secolare dei benedettini per la poesia e la musica liturgica. Se poi ci volgiamo verso l’altare, vediamo una meravigliosa armonia di luci, di fiori, di arredi liturgici non sempre antichi, ma ben scelti, in cui domina sul fondo il bel tabernacolo studiato e voluto da M. Pia tanti anni fa – con un’ispirazione mariana medievale ricchissima di storia e di teologia – che prosegue, e proseguirà chissà per quanto tempo, ad attirare le anime all’adorazione. Lo stesso vale per i due angeli ai lati del tabernacolo, non antichi ma di pregiato artigianato altoatesino, e naturalmente perciò belli ed espressivi.
Sull’altare poi domina un ostensorio settecentesco, espressione ancora palpitante del cuore adorante di generazioni di monache.
Si potrebbe così continuare, parlando dei parlatori, delle stanze degli ospiti e di tutte le decorazioni che le adornano. Le monache stesse, per quanto povere, ancora trasmettono, con il loro abito e il loro stile, il respiro di secoli di fede e di vita adorante, raccolta in umiltà laboriosa.
Cosa avverrebbe di questa meravigliosa presenza una volta che venisse meno la comunità monastica? Si può presumere che l’edificio stesso sarebbe abbattuto o trasformato per usi diversi, forse banalmente profani, mentre gli arredi andrebbero ad arricchire la casa di qualche miliardario americano. L’ostensorio settecentesco poi potrebbe diventare la lussuosa abat-jour di qualche signora alla moda.
A questo punto la stessa bellezza “profana” delle spose, dei bambini, delle loro dimore ne risentirebbe: non avendo una sorta di risonanza infinita nella bellezza “sacra” della dimora monastica, si appiattirebbe in una banalità realmente sempre più profana.
Mi rivolgo ora a voi giovani: se volete attingere dalla trasfigurazione monastica ispirazione per abbellire e nobilitare la vostra vita umana e cristiana, necessariamente dovete impedire che muoiano i monasteri delle vostre province.
Anche chi di voi non è chiamato alla vita monastica deve sentirlo. E chi è alla ricerca della vocazione, non pensi che la vita monastica sia sterile o antiquata. Certamente essa deve rinnovarsi e risorgere dalla sua attuale crisi. Ma, una volta ritrovata la sua strada in un rinnovamento coraggioso e nello stesso tempo rispettoso della tradizione, essa porterà benefici immensi alla vita della Chiesa e del mondo, e alla vita di voi giovani. Ma questo rinnovamento non potete attenderlo soltanto dalle poche e stanche forze che attualmente occupano i monasteri. Coraggiosamente dovete chiedere a Dio la forza ispirata e rinnovatrice per abbracciare la vita monastica con lo scopo di spendere le vostre giovani energie animate nello stesso tempo dallo spirito di obbedienza e di rispetto per le anziane, che devono trasmettervi la loro saggezza, di amorosa pazienza per le loro debolezze, ma anche dallo spirito dei santi fondatori e rinnovatori della vita religiosa.
Queste riflessioni le ho scritte nel monastero delle Benedettine di Senigallia, al quale il Signore mi ha legato da quarant’anni per vie misteriose, e le ho scritte nel giorno della festa di San Francesco, mirabile rinnovatore della vita religiosa a beneficio di tutta la Chiesa e di tutta la società.
Perché non si potrebbe fare di Senigallia un vero punto di partenza per un rinnovamento che coinvolga nello stesso tempo le comunità monastiche e la gioventù femminile?
E’ utopistico pensare questo di un monastero umanamente così in difficoltà? Ma non è vero che il Signore sceglie sempre i più piccoli e i più poveri per le sue grandi opere?

Monastero delle Benedettine di Santa Cristina – Senigallia 4 ottobre 2011
D. Massimo
La vita monastica e la carità verso i carcerati
La cura per i carcerati, l’identificarsi anzi di Cristo con essi – “ero in carcere e mi avete visitato” – è uno dei tratti più divini della religione cristiana, probabilmente unico nel panorama della spiritualità umana.
Non è certamente un caso che l’umanizzazione del sistema carcerario sia nata contemporaneamente in Inghilterra per opera della quacquera Elizabeth Fry e in Italia per iniziativa della serva di Dio Marchesa Giulia di Barolo, né che le due fossero in corrispondenza tra loro – lo Spirito Santo non ha avuto bisogno di attendere i tempi lunghi dei concili per ispirare ai santi l’ecumenismo!
Si potrebbe però pensare che la clausura monastica sia esclusa da questa opera di misericordia. Alcune riflessioni possono suggerire il contrario.
Sappiamo che gli antichi monaci del deserto incaricavano un monaco di portare in città il prodotto del loro lavoro, di venderlo e di distribuire il ricavato ai poveri. In questi casi vi era occasione di fare molte opere buone. Simili beneficenze furono operate anche dai monasteri nel medioevo e dopo, sia offrendo pasti e assistenza ai poveri che accorrevano al monastero, sia sostenendo opere di carità con il lavoro delle comunità.
Chiediamoci ora: di che cosa hanno bisogno i carcerati? Certamente di una visita e di qualche dono. Ma ciò sarà tanto più efficace se la persona in visita è una persona particolare per la sua dolcezza e carità e se porta doni particolari, cioè insegnamenti e oggetti che possano rallegrare, abbellire, trasformare anche la vita di un carcerato. Ora nei monasteri si vive una vita in qualche modo da reclusi, ma essa è trasfigurata sia dallo stile di vita monastico, sia da tanti segni tangibili della vita di fede e di preghiera. Ora si potrebbero preparare monaci, o anche monache, ovvero oblati o amici del monastero, a far visita ai carcerati in rappresentanza di tutta la comunità per recar loro la soavità di chi vive abitualmente in un clima di preghiera e di carità e nello stesso tempo le istruzioni e i materiali necessari per trasfigurare la vita di reclusi dei carcerati ad imitazione della vita monastica – come potrebbero essere canti, immagini, poesie etc. con le istruzioni per farli od eseguirli personalmente, e ciò nel contesto di una formazione non semplicemente catechistica, ma di organizzazione di vita, di cui il monastero sarebbe modello esemplare. E’ chiaro che se chi fa la visita personalmente non avesse alle spalle la comunità, non potrebbe farsi portatore di un dono così ricco. Appare perciò evidente che questo genere di carità non potrebbe essere fatto se non nell’irraggiamento della vita monastica.

Monastero delle Benedettine di Fano – 6 ottobre 2011

10.03.2013 – Relazione incontro famiglia

La partecipazione all’incontro del 10 marzo è stata piuttosto scarsa. In tutto a pranzo eravamo 21 persone. Di queste, sei non hanno partecipato agli incontri, mentre tre, che non sono state a pranzo, hanno partecipato soltanto all’incontro della mattina.
Nonostante la scarsa partecipazione, l’incontro nell’insieme è andato bene. L’unica cosa a cui non si è riusciti a provvedere è stata l’animazione dei più piccoli nei momenti i cui i discorsi degli adulti per loro non erano interessanti. Ciò alla fine ha causato un po’ di noia in qualcuno. Per il futuro bisognerà pensare ad organizzare qualche cosa per loro quando non è possibile inserirli in attività condivise con gli adulti. Come è stato osservato in passato, quest’ultima scelta, quando possibile, sarebbe la migliore.
Dopo la messa delle ore 11,00, i partecipanti si sono riuniti nella biblioteca parrocchiale – sulla torre abbaziale – e D. Massimo ha introdotto l’incontro rilevando che, dopo molti mesi di sospensione, si desidera riprendere in pieno le attività, con il programma di continuarle anche dopo la sua futura partenza per lo Sri Lanka, che avverrà presumibilmente ai primi di luglio. Per questo si spera di poter contare sulla collaborazione di nuovi partecipanti, tra cui Michela, che era presente all’incontro per la prima volta.
La prima cosa di cui si è parlato è stata la proposta di creare gruppi di lavoro che si occupino ognuno di un’attività particolare. Si tratta di attività tutte necessarie per migliorare la qualità della vita delle nostre famiglie, non solo nel campo propriamente religioso, ma anche per quegli aspetti umani che ai fini di una convivenza serena e gioiosa sono indispensabili.
D. Massimo ha ricordato un’esperienza personale di una coppia di sposi che mostravano di trovarsi in casa propria con uno spirito assolutamente negativo e pieno di noia, appunto perché tutte le loro migliori energie erano impiegate esclusivamente per attività fuori casa. Ciò che si desidera, invece, è che si risveglino tutte le doti personali, che dormono dentro di noi, per metterle a frutto al fine di rendere lieta e felice la convivenza domestica. Per questo il progetto relativo alla realizzazione dell’opera “Le figlie di Gerusalemme” non significa soltanto un impegno fuori casa, ma vuole essere un’occasione e uno stimolo per risvegliare le proprie capacità in campo musicale, poetico, biblico-religioso, vestiario, artistico-decorativo per la vita domestica della propria famiglia.
Si è dunque distribuito un documento, già inviato in anticipo per email, in cui sono elencati i gruppi di lavoro che si vorrebbero creare, e si e chiesto che ognuno pensi a quale di essi desidera appartenere. L’idea è che, non potendo tutte le famiglie dedicarsi ad ogni attività, ciascuna può specializzarsi in un numero limitato di esse, o in una sola, mettendo poi le proprie competenze al servizio delle altre famiglie. Così si creerebbero anche occasioni, molto opportune, di collaborazione. Inoltre il lavoro per l’attività scelta non si limiterebbe ai momenti mensili di incontro a Farfa, ma coinvolgerebbe le famiglie nella vita di tutti i giorni.
Tra le attività elencate – di cui si allega l’elenco completo per chi non lo avesse già – si è parlato in particolare della scrittura artistica, dell’impegno sociale e caritativo e della pittura.
Per la scrittura artistica – di cui si è ribadita l’importanza sia come fattore di crescita psicofisica, sia come elemento importante per la liturgia e per la fruizione della poesia e di altri testi o ricordi importanti nella vita personale e familiare – abbiamo avuto la presenza, per la prima volta, di Federico, che è molto interessato all’argomento e che vorrebbe impegnarsi ad acquisire la necessaria abilità, che già sta coltivando, per metterla a disposizione delle attività progettate. Anche Michela è molto interessata all’argomento. Grazie ai consigli della Signora Ronchi – l’insegnante di scrittura che partecipò ai nostri incontri annuali un paio d’anni fa – abbiamo identificato una buona scuola di scrittura a Roma, che può essere utilissima per realizzare quanto progettato.
D. Massimo ha poi parlato del punto n. 11 della proposta: cura degli infermi e operosità caritativa e sociale. Si tratta di un punto importantissimo, che purtroppo è mancato a lungo e manca ancora nella vita delle famiglie, anche le più cristiane. Infatti sappiamo per esperienza che nella catechesi ordinaria per più di un secolo – cioè da quando essa è stata formulata in documenti pontifici – non si fa parola della dottrina sociale della Chiesa. Questo ha portato un danno immenso, in quanto le famiglie non hanno avuto questo impegno regolare nel loro programma e i giovani hanno creduto che non vi fosse alcuna direttiva in tal senso nella vita cristiana, cosicché si sono gettati in massa verso altre proposte, con i risultati che sappiamo. E purtroppo si continua ancora nello stesso errore. Il punto è che la solidarietà sociale e la carità fanno parte integrante della vita cristiana, ma non basta dare il generico insegnamento “ama il prossimo tuo come te stesso” o fomentare buoni sentimenti nell’infanzia tramite racconti edificanti. Questo è bene ed è necessario, ma non è sufficiente. Infatti fare il bene, a livello individuale o sociale, è la cosa più difficile del mondo e quanti di noi giornalmente si ingannano in questo campo e, delusi, finiscono per rinunciarci!
E’ vero che esistono oggi tante attività di volontariato che attraggono i giovani, e questo è certamente un segno dei tempi molto apprezzabile. Ma tutto ciò generalmente avviene al di fuori della vita familiare e spesso in concorrenza con essa. Bisogna invece riportare questo interesse nell’ambito dei programmi quotidiani della famiglia stessa, in modo che la carità e l’operosità sociale non appaiano come un corpo estraneo nella felicità domestica. Oltre a ciò, molti dei mali della società attuale dipendono proprio dal disordine che regna nella vita quotidiana di tantissime famiglie, e quindi una delle opere sociali più urgenti è proprio quella di riportare ordine e armonia nella vita delle comunità domestiche. E come riportare quest’ordine se non principalmente con l’esempio di famiglie ben ordinate? Dunque l’operosità sociale non deve essere esclusivamente individuale o affidata a gruppi di volontariato estranei alla complessità della vita familiare: deve essere la famiglia nella sua integrità a riversare la propria ricchezza, non soltanto e non essenzialmente materiale, su gruppi sociali in crisi – spirituale, prima che economica.
Ma, come si è detto, fare il bene è la cosa più difficile del mondo: bisogna imparare a farlo sotto la guida di persone esperte. Per questo D. Massimo ha chiesto a Nadah, che da tutta la vita ha scelto di impegnarsi personalmente e con tutta la sua famiglia nella solidarietà sociale cristiana, di assumersi l’onere di guidare il gruppo interessato alla scoperta dell’affascinante mondo della carità, quale carattere imprescindibile di una famiglia cha voglia rispondere, sulle orme di San Benedetto, alle sfide del nostro tempo. Nadah ha accettato, anche se in questa riunione non è potuta essere presente.
Per quanto riguarda la pittura, D. Massimo ha sottolineato la sua importanza, come era stato già fato in passato, quale mezzo privilegiato per dare un’impronta spirituale visibile a tutto l’ambiente domestico. Già da parecchi tempo Emanuela sta facendo corsi di pittura, ai quali partecipano alcune persone. Chiunque è interessato è perciò invitato ad approfittarne.
Lasciando gli altri punti alla meditazione di tutti per un’eventuale scelta, si è approfittato della presenza della maestra Donata per affrontare il discorso su “Le figlie di Gerusalemme”. Se ne è parlato un po’ prima di pranzo e dopo pranzo si sono provate alcune parti cantate. Le melodie non sono difficili. Il problema sarà di mettere insieme le parti corali a quattro voci. Quanto alle parti soliste si è deciso di ricorrere, come l’anno scorso, all’aiuto di professionisti. Un aiuto di professionisti, o ad ogni modo di esperti, servirà anche per il coro. In proposito è stata fatta anche una valutazione dei costi e si sono suggerite soluzioni possibili per mettere insieme le somme necessarie.
Dopo che Donata è dovuta andar via per impegni personali, D. Massimo ha illustrato brevemente lo sfondo biblico dell’opera, i motivi della sua ispirazione e la trama dell’azione scenica. I testi biblici a cui il testo si ispira sono i libri di Esdra e Neemia, che si collocano nel periodo storico del ritorno dall’esilio in Babilonia e della ricostruzione della città e del tempio di Gerusalemme. D. Massimo ha spiegato anche il senso profondo del messaggio relativo al matrimonio, messaggio in parte ispirato al libro di Esdra, ma reso più vicino alla nostra sensibilità cristiana con un riferimento a libri biblici più recenti, quali quello di Ruth e di Tobia, e all’attualità dei nostri giorni. Ma l’ispirazione dell’opera potrà essere meglio compresa partecipando ai successivi incontri.
Poco prima delle ore 17,00 tutti i partecipanti sono ripartiti.

Proposte di gruppi di lavoro per una vita di famiglia ispirata alla regola di San Benedetto

Non tutti possono realizzare tutto. Chiediamoci: io e la mia famiglia quante cose suggerite dal volume “San Benedetto e la vita familiare” e dai successivi incontri riusciamo a realizzare?
Comprendo l’opportunità, o la necessità, anche di quelle cose che non riesco a fare, o che riesco a fare in misura insufficiente?
Se ne comprendo l’utilità, penso che potrei fare di più di quanto ho fatto finora?
Non sarebbe molto opportuno, per superare la difficoltà di non poter fare, nell’ambito della mia famiglia, tutte le cose utili e necessarie, che si creino gruppi specializzati in un’attività o competenza particolare da mettere poi a disposizione anche delle altre famiglie?
Non mi sembra che, scambiandosi così l’aiuto, si otterrebbe di poter avere tutti maggiori realizzazioni e di creare un’ampia collaborazione e amicizia tra le famiglie?

Ecco un elenco delle attività e competenze che, secondo il nostro progetto, risultano utili o necessarie per una sana vita familiare:

1. Architettura interna e arredamento. Come si architetta una forma di vita comune, così bisogna architettare l’ambiente adatto al suo svolgimento. Questa competenza in un certo senso appare come direttrice e, appunto, “architettonica” rispetto a tutte le altre. Oltre all’architettura dello spazio, essa si estende anche all’architettura del tempo.

2. Pittura, decorazione, scultura. Oltre le competenze di storia dell’arte e di gusto per procurare i soggetti ornamentali adatti, ogni famiglia può avere le proprie esigenze di esprimersi nel suo ambiente con creazioni di gusto personale.

3. Scrittura artistica.

4. Musica e canto. Conoscenze teoriche e storiche, gusto e abilità esecutive, vocali e strumentali.

5. Poesia, lettura, recitazione. Ugualmente si richiedono conoscenza teoriche e storiche e capacità espressiva.

6. Tessitura di vestiti, arredi, ornamenti etc. Anche qui la famiglia, oltre a saper scegliere, dovrebbe potersi esprimere nel suo ambiente con creazioni di gusto personale.

7. Bibbia, preghiera, liturgia. E’ chiaro che si tratta di un punto di importanza determinante.

8. Gioco manuale ricreativo e istruttivo.

9. Pulizie, cura dell’ambiente, risparmio, lavoro tecnico.

10. Giardinaggio, coltivazione, allevamento.

11. Cura degli infermi e operosità caritativa e sociale.

12. Cucina sana, buona, economica.

Pensiamo che tutti questi punti siano indispensabili e che, se il nostro progetto si espanderà ulteriormente, essi saranno sempre più richiesti.
Ti piace l’idea di creare questi gruppi di competenza?
Se sì, a quale – o a quali – di essi vorresti appartenere?

A proposito della carità e dell’azione sociale nella vita familiare e claustrale
di D. Massimo Lapponi

L’operosità caritativa e sociale non è mai mancata della tradizione monastica, fin dal tempo in cui i Padri del Deserto portavano il frutto del loro lavoro in città per distribuirlo ai poveri. Del resto San Benedetto dice chiaramente al cellerario, cioè all’economo, del monastero (cap. 31 della Regola): «Degli infermi, dei fanciulli, degli ospiti e dei poveri si prenda cura con somma diligenza, sapendo con ogni certezza che per tutti questi dovrà rendere conto nel giorno del giudizio».
Ma la generica raccomandazione di «prendersi cura dei poveri» andrebbe precisata, tenendo conto delle diverse circostanze dei tempi. Ai nostri tempi poi la maturazione dei problemi sociali è stata così immensamente rilevante che non appare realistico limitarsi a dare indicazioni di massima.
Di fatto però è proprio quello che è stato fatto, sia nella vita delle comunità claustrali, sia nella vita delle famiglie cristiane.
Prendiamo ora in considerazione questo secondo caso.
Sappiamo per esperienza che nella catechesi ordinaria non si fa parola della dottrina sociale della Chiesa – e ormai è passato più di un secolo dacché essa ha incominciato ad essere formulata nei documenti pontifici. Questa trascuratezza ha portato un danno immenso, in quanto la stragrande maggioranza delle famiglie cristiane non hanno avuto un corrispondente impegno regolare nel loro programma, cosicché i giovani hanno creduto che non vi fosse alcuna direttiva in tal senso nella vita cristiana, e perciò si sono gettati in massa verso altre proposte, con i risultati che sappiamo. E purtroppo si continua ancora nello stesso errore.
Il punto è che la solidarietà sociale e la carità fanno parte integrante della vita cristiana, ma non basta dare il generico insegnamento “ama il prossimo tuo come te stesso” o fomentare buoni sentimenti nell’infanzia tramite racconti edificanti. Questo è bene ed è necessario, ma non è sufficiente. Infatti fare il bene, a livello individuale o sociale, è la cosa più difficile del mondo, e quanti di noi giornalmente si ingannano in questo campo e, delusi, finiscono per rinunciarvi!
E’ vero che esistono oggi tante attività di volontariato che attraggono i giovani, e questo è certamente un segno dei tempi molto apprezzabile. Ma tutto ciò generalmente avviene al di fuori della vita familiare, e spesso in concorrenza con essa. Bisogna invece riportare questo interesse nell’ambito dei programmi quotidiani della famiglia stessa, in modo che la carità e l’operosità sociale non appaiano come un corpo estraneo nella felicità domestica. Oltre a ciò, molti dei mali della società attuale dipendono proprio dal disordine che regna nella vita quotidiana di tantissime famiglie, e quindi una delle opere sociali più urgenti è proprio quella di riportare ordine e armonia nella vita delle comunità domestiche. E come riportare quest’ordine se non principalmente con l’esempio di famiglie ben ordinate? Dunque l’operosità sociale non deve essere esclusivamente individuale o affidata a gruppi di volontariato estranei alla complessità della vita familiare: deve essere la famiglia nella sua integrità a riversare la propria ricchezza, non soltanto e spesso non essenzialmente materiale, su gruppi sociali in crisi – spirituale, oltre che economica.
Ma, come si è detto, fare il bene è la cosa più difficile del mondo: bisogna perciò imparare a farlo sotto la guida di persone esperte.
Per fare un esempio delle difficoltà da superare in questo ambito, osserviamo che la carità all’esterno di una famiglia deve essere esercitata in modo che non siano trascurati da nessuno gli obblighi verso la famiglia stessa, che evidentemente sono primari. Ciò però si potrà fare soltanto se l’attività caritativa e sociale non nasce dall’individuale iniziativa di un singolo, ma scaturisce da un programma che investa, e perciò coordini, l’intera vita familiare.
Quanto è stato detto della vita familiare, analogamente vale anche per la vita claustrale. Anche qui non bastano gli inviti generici e le buone intenzioni, e purtroppo anche qui è mancata una formazione sulla dottrina sociale della Chiesa e sui modi efficaci di esercitare la carità e la solidarietà. Il risultato è stato che quanto si è voluto fare è stato affidato all’improvvisazione di superiori impreparati, ovvero è scaturito dall’attività individuale di religiosi singoli, spesso al di fuori dell’obbedienza, e in ogni caso scoordinata dall’insieme delle attività della comunità claustrale.
Non è affatto strano che, in una situazione così carente, moltissimi religiosi abbiamo avuto l’impressione che nella vita claustrale non vi fosse posto per la carità e per la solidarietà sociale e perciò siano usciti dalle loro comunità o abbiano addirittura denunciato – d’accordo con agitatori e contestatori interni o esterni alla Chiesa – l’ “egoismo” della vita claustrale e l’inutilità degli ordini monastici.
Se dunque si vuole ovviare a questo inconveniente – e notiamo che purtroppo anche in questo caso si persiste nella stessa trascuratezza – bisogna che le comunità claustrali, allo stesso modo delle famiglie, concretizzino la generica raccomandazione della Regola di «prendersi cura dei poveri» con un’attività bene organizzata, che non nasca da improvvisazione e non sia iniziativa di singoli, ma sia invece espressione della vita religiosa di tutta la comunità. Con ciò si potrà ottenere che nessuno trascuri i primari doveri verso la propria famiglia religiosa, distratto dall’ansietà – o dalla scusa – di occuparsi dei poveri, mentre nello stesso tempo si batterà in breccia la miope accusa di “egoismo” e di inutilità sociale che tanto di frequente è stata sollevata contro la vita claustrale, spesso dagli stessi religiosi o religiose – per non parlare dei vari contestatori di diversa estrazione. Anzi, come è stato osservato prima nel caso delle famiglie, la carità esercitata dall’intera comunità claustrale, anzitutto con il suo esempio di santità comunitaria, si rivelerà infinitamente più efficace delle iniziative individuali in una società in cui i mali più gradi derivano proprio dai disordini che investono la vita associata in tutti i suoi aspetti.
Da queste riflessioni scaturisce una conclusione che mi sembra inevitabile: la necessità di creare una “scuola” capace di formare le famiglie e le comunità religiose a un’operosità sociale e caritativa che da una parte risponda efficacemente alle vere necessità di oggi e che dall’altra non solo non sconvolga il buon andamento della vita delle comunità interessate, ma al contrario ne valorizzi le caratteristiche proprie essenziali per il risanamento delle moltissime piaghe della moderna società.

Una proposta per l’anno della fede
ispirata alla Regola di San Benedetto

All’inizio dell’anno della fede siamo invitati a scoprire le ragioni della crisi della fede nella moderna società. Il vescovo di Kurunegala parla delle “varie ragioni” di essa, compresa la nostra propria negligenza”, e sottolinea la necessità per la fede cattolica “di essere rinnovata e rinvigorita”. In questo non dobbiamo essere negligenti, timidi o antiquati, ma intelligenti, audaci e rispondenti al nostro tempo. Essere rispondenti al nostro tempo non significa adattare la fede alle moderne idee secolaristiche, ma significa comprendere la reale situazione del mondo di oggi e dare ad essa una risposta efficace dal punto di vista della fede di sempre.
Il nostro vescovo parla dei “nostri genitori dei tempi passati…”, i quali “raccoglievano la famiglia la sera per la recita giornaliera del rosario.” Ma “con i moderni programmi di impegno e di attrattiva per gli affari mondani, questa buona tradizione spesso si è perduta.” E “come risultato possiamo vedere con i nostri occhi lo stato delle famiglie di oggi che non pregano.” Dobbiamo dunque “incoraggiare le persone a pregare.”
Dobbiamo fare ulteriori passi in questa direzione Ma come?
Nostro Signore dice: “Nessuno mette vino nuovo in otri vecchi” (Mc 2,22). Cerchiamo di applicare queste parole al nostro problema: possiamo mettere il vino nuovo del rosario – esso infatti è novo, nonostante la sua antichità, sia perché ha un valore eterno, sia perché appare oggi come una cosa nuova – negli otri vecchi dei “moderni programmi di impegno e di attrattiva per gli affari mondani” – che sono realmente vecchi e decadenti? Naturalmente no!
La religione, per sua natura, deve dare un senso alla vita. Essa non può essere una parte indifferente di essa se non vuol morire. Ma la moderna società sta cercando di creare uno stile di vita per tutto il mondo in cui non c’è posto per la religione e di imporlo con forzatamente ovunque. Benché questo stile di vita stia mostrando ormai tutta la sua fragilità e inadeguatezza, esso ancora esercita un grande fascino, soprattutto sui giovani, con la prospettiva illusoria di un’illimitata espansione della vita. Finché questo “moderno” stile di vita continuerà a imporsi, è un errore cercare di mettere in esso il vino nuovo del rosario e della religione. Il primo passo da fare è di mostrare che questo modo di vivere che pretende di essere moderno e di possedere la prospettiva di uno sviluppo illimitato, in realtà è superato e non può mantenere le sue false promesse.
Al contrario la religione può offrire uno stile di vita adatto ai nostri tempi, tale da non deludere la prospettiva di un sano sviluppo umano.
Ciò significa che dobbiamo avere il coraggio e la creatività di offrire, soprattutto ai giovani, uno stile di vita alternativo a quello promosso dalla moderna società.
Naturalmente vi sono le scuole e le università cattoliche. Ma al più esse possono sviluppare l’intelligenza e il sano giudizio – e ciò non basta a dare una nuova forma alla vita. San Benedetto fuggì da Roma a dalle sue scuole non per creare un’università cattolica: egli infatti sentiva che ciò non sarebbe servito a dare una nuova forma alla vita dell’uomo e della società nella crisi del suo tempo.
Ora la crisi del nostro tempo è simile alla crisi del tempo di San Benedetto: gli uomini devo imparare di nuovo a vivere insieme in modo umanamente e religiosamente sano la vita di tutti i giorni. In questo consiste la Regola di San Benedetto: nel dare una forma alla vita di tutti i giorni attraverso la saggia organizzazione della comunità in cui si vive. Un monastero benedettino non è una scuola di scienza, ma è una “scuola del servizio divino”, in cui si impara a servire Dio e il prossimo con cui si vive nella vita di tutti i giorni secondo la saggezza umana e divina.
In un collegio o in un seminario si può trovare una forma di vita cristiana. Ma quando si esce dal collegio o dal seminario si è fagocitati dalle sregolata vita moderna, che divora individui e famiglie. Al contrario la Regola di San Benedetto dà le sue sagge disposizioni alla comunità per sempre. Perciò il fratello che entra in una comunità benedettina vi rimane per tutta la vita, e una famiglia che vuole seguire la stessa regola può realmente dare una nuova forma alla vita dei suoi membri, una forma di vita in cui la preghiera non sarà come il vino nuovo in otri vecchi, ma come il vino nuovo in otri nuovi – e gli otri nuovi saranno i modi di vita alternativi che la comunità o la famiglia che segue la Regola di San Benedetto sostituirà ai “moderni programmi di impegno e di attrattiva per gli affari mondani.”
Ma quali sono i caratteri di questo modo di vita alternativo? Il suo carattere principale è che esso non è fondato sull’attrattiva per gli affari mondani, ma sull’attrattiva per l’amore di Dio e per la pace che da esso si diffonde nella vita fraterna. Quest’amore e questa pace danno una forma al nostro modo di lavorare, di parlare, di pregare, di cantare, di vestire, di studiare, di mangiare e i organizzare la vita giornaliera della comunità e dei singoli. Questa forma sarà totalmente diversa dal modo indisciplinato e selvaggio di comportarsi nella moderna società, in cui l’uomo cerca non l’amore e la pace di Dio, ma l’illimitato soddisfacimento dei propri desideri mondani.
Ma soltanto un accurato studio dell’insegnamento della regola di San Benedetto potrà farci comprendere questa proposta, così opportuna in questo anno della fede.

Chi è l’uomo che desidera la vita e brama di vedere giorni felici?
(inedito)
Il Vescovo di Kurunegala, Harold Anthony Perera, nel suo messaggio per l’inizio dell’anno della fede (11 ottobre 2012 – 24 novembre 2013) ricordava che «i nostri genitori dei tempi passati (…) raccoglievano la famiglia la sera per la recita giornaliera del rosario». Ma, egli osservava, «con i moderni programmi di impegno e di attrattiva per gli affari mondani, questa buona tradizione spesso si è perduta». E «come risultato possiamo vedere con i nostri occhi lo stato delle famiglie di oggi che non pregano». Dobbiamo dunque «incoraggiare le persone a pregare».
Cercando di approfondire queste indicazioni, avevo allora osservato che voler inserire la recita del rosario in famiglia con uno stile di vita segnato dai «moderni programmi di impegno e di attrattiva per gli affari mondani» sarebbe come mettere il vino nuovo in otri vecchi. Sostenevo perciò che, prima di proporre una rinascita della preghiera nelle famiglie, si dovessero invitare queste ultime ad adottare uno stile di vita alternativo a quello oggi universalmente diffuso.
Già da qualche anno la nostra comunità benedettina sta proponendo alle famiglie l’osservanza della Regola di San Benedetto – naturalmente adattata alle circostanze proprie della loro vita – al fine di diffondere uno stile di vita alternativo a quello attualmente imperante.
«Ma quali sono i caratteri di questo modo di vita alternativo?» mi chiedevo nel mio commento alle parole del Vescovo. E rispondevo: «Il suo carattere principale è che esso non è fondato sull’attrattiva per gli affari mondani, ma sull’attrattiva per l’amore di Dio e per la pace che da esso si diffonde nella vita fraterna. Quest’amore e questa pace danno una forma al nostro modo di lavorare, di parlare, di pregare, di cantare, di vestire, di studiare, di mangiare e di organizzare la vita giornaliera della comunità e dei singoli».
Rileggendo ora queste osservazioni e confrontandole con altre più recenti, consegnate ai due documenti: “Proposte per una rinnovata formazione religiosa e umana dei giovani” e “Dalla letteratura alla vita”, ho avvertito una certa incompletezza nella breve descrizione, in esse contenuta, dello stile di vita ispirato alla Regola benedettina, poiché mi limitavo a dire che le qualità spirituali che lo caratterizzano conferiscono una forma propria «al nostro modo di lavorare, di parlare, di pregare, di cantare, di vestire, di studiare, di mangiare e di organizzare la vita giornaliera della comunità e dei singoli».
Ora indubbiamente la vita quotidiana è il banco di prova delle scelte fondamentali della nostra esistenza, ma queste scelte non possono identificarsi con la pratica quotidiana, e perciò, nel delineare la forma di vita alternativa a quella oggi più universalmente diffusa, bisognerà chiarire meglio ciò che si trova “a monte” di una retta pratica quotidiana e che dà ad essa il suo vero senso.
Nel mio commento al messaggio del Vescovo non manca, naturalmente, un riferimento a questo “a monte”, e neanche un accenno a ciò che lo distingue dal comune modo di vivere e di sentire. Credo tuttavia che sia necessario approfondire e chiarire meglio il senso di questi due opposti orientamenti di fondo, al fine di apprezzare nel suo giusto valore l’insegnamento della Regola sulle virtù proprie della vita quotidiana.
Ciò che oppone la diffusissima “via mondana” alla “via stretta” del Vangelo e della Regola benedettina è essenzialmente una diversa fede: la “via mondana” colloca la sua “fede salvifica” nei vari impegni e nelle eccitanti attrattive che il mondo moderno offre sul suo mercato, mentre la “via stretta” colloca la sua fede salvifica nell’impegno a migliorare se stessi e nei beni “spirituali” che Cristo ci ha portato.
E’ necessario chiarire alcuni termini e concetti: per “fede salvifica” si intende la fiducia riposta in qualche cosa non per un fine che in fondo non ci riguarda da vicino, perché lo si immagina collocato in un’altra vita, ma per il fine di ottenere tutto il bene che l’uomo possa desiderare fin da adesso e il più a lungo possibile – al limite per tutta l’eternità. In questa prospettiva, la fede propria della “via stretta” non è qualche cosa al di fuori della realtà ordinaria del mondo, o che riguardi soltanto quelle “strane persone” che – secondo il modo di pensare comune – rinunciano a godersi la vita presente nell’attesa di rifarsi nell’al di là. E’ già per il bene di questa vita e per tutti gli uomini che la “via stretta” propone la sua fede come via di salvezza.
Ora la dinamica della “via mondana” parte dal godimento dei beni umani essenziali e pretende di perpetuarlo e di migliorarlo gettandosi sulle attività esteriori e sulle eccitazioni voluttuose che il mercato del mondo le offre. Al contrario la dinamica della “via stretta”, pur partendo essenzialmente dalla partecipazione agli stessi beni essenziali, segue una strada opposta.
Per spiegare meglio questo punto conviene fare qualche esempio.
Un giovane ha goduto nella sua famiglia i beni dell’affetto familiare, del benessere economico e della possibilità di usufruire liberamente di tutto ciò che offre la società civile, dal divertimento allo studio, al lavoro. Naturalmente egli vorrebbe perpetuare e anzi aumentare questi beni, e per farlo sceglie di goderli il più possibile per la via più facile. Gli affetti si possono agevolmente ampliare attraverso facili esperienze di flirt; avere più soldi serve a divertirsi di più, quindi più ci si diverte più si sfruttano i soldi e più si pensa che se ne possano avere; quanto alle soddisfazioni che può offrire la buona riuscita nello studio e nel lavoro, esse si moltiplicano con la stima e l’approvazione di una società che pone nelle relative qualifiche e attività la propria fiducia per il miglioramento del benessere collettivo.
Per comprendere meglio la dinamica della “via stretta”, facciamo l’esempio di qualcuno che la ha realmente seguita: San Benedetto.
Anche San Benedetto, come la maggior parte delle persone civili, ha conosciuto il calore degli affetti familiari, accompagnato dal benessere di una famiglia agiata e dalla possibilità di esercitare la libertà di farsi valere attraverso lo studio e il lavoro. Ma quando, al momento di uscire dalle cure materne e paterne per muoversi liberamente nel mondo, si è trovato di fronte lo spettacolo della gioventù studiosa del suo tempo, qualcosa lo ha convinto che la “via mondana”, universalmente seguita da quella gioventù, non avrebbe affatto aumentato né gli affetti umani, né le ricchezze, né la libertà. Infatti la gioventù studiosa di Roma era ampiamente dedita a moltiplicare i flirt amorosi, a spendere i soldi per i propri vizi e a usare senza ritegno il tempo e le forze degli anni giovanili per soddisfare i propri desideri, o al più per ottenere l’onore di una qualifica scolastica. Ma tutto questo in quale misura avrebbe ampliato i beni ricevuti all’origine con il dono della vita? L’amore dei loro genitori e fratelli era di qualità diversa dai facili flirt giovanili, e questi ultimi servivano piuttosto a distruggere che a promuovere la felicità di essere sinceramente amati e di amare sinceramente e profondamente. Spendere i soldi senza misura per i propri piaceri serviva soltanto a dilapidarli e a rimanere poi senza niente, una volta finita la riserva familiare. La possibilità di gestire liberamente il proprio tempo e le proprie forze, una volta che queste fossero state dissipate senza scopo negli anni migliori, sarebbe presto venuta meno con gli obblighi dell’età, con la diminuzione delle forze fisiche e con l’aumento delle infermità. Sarebbe rimasto dunque soltanto un lavoro, forse fonte di soddisfazioni, ma certamente non di vera felicità.
Ecco dunque presentarsi agli occhi illuminati del giovane Benedetto la prospettiva di una rovina a cui quei giovani andavano incontro con assoluta incoscienza. Ma rovina di che cosa?
Certamente rovina di tutta la vita, perché mal vissuta negli anni in cui si pongono le fondamenta del proprio destino. Ora però la “vita” è una parola grossa, che contiene un grande mistero. Che cos’è la vita? Qual è il suo segreto? Come e dove trovare la via per preservarla dalla rovina e condurla invece verso la felicità? Certamente quei giovani non si erano posti seriamente questa domanda, e avevano invece accettato senza alcuna personale presa di coscienza le facili risposte che la “via mondana” offriva loro.
A questo punto San Benedetto avrebbe potuto semplicemente lasciare Roma e tornare presso la sua famiglia, dalla quale aveva ricevuto il dono della vita e i beni essenziali che l’arricchiscono. Ma un giovane che si avvia per il suo cammino, può semplicemente tornare indietro? Non sente dentro di sé la spinta ad andare avanti e a dare compimento a quell’avvio che ha ricevuto dai suoi genitori, ma che non sarà completamente suo se non diventerà una conquista delle sue proprie forze?
Ora quale strada seguire per portare a compimento le promesse della vita ricevute con la nascita e la prima educazione? Il nido familiare da cui egli proveniva, non era destinato a spegnersi? E poteva prolungare la sua esistenza senza il concorso del lavoro e dell’impegno di Benedetto per una vita migliore?
Dunque tornare indietro non era una risposta soddisfacente. Ma andare avanti come? Anziché imitare i cattivi esempi degli studenti di Roma, egli poteva cercare di imitare i buoni esempi ricevuti in casa. Ma ancora: sarebbe stato sufficiente questo di fronte alla necessità di affrontare tanti imprevisti e tante nuove realtà, che la generazione precedente non aveva conosciuto, e di fronte a una società che, come lo dimostravano gli esempi degli studenti romani, minacciava di cadere in un generale disfacimento?
Dunque, se si volevano salvaguardare, perpetuare e ampliare i beni già ricevuti, bisognava risalire alle più profonde sorgenti della vita e trovare in esse la guida per il proprio avvenire.
Ora, l’amore dei genitori di Benedetto era stato consacrato da un sacramento della Chiesa, e la loro paternità e maternità, come pure la filialità di lui e della sorella Scolastica, erano state consacrate al fonte battesimale. Dunque i beni essenziali della vita si trovavano sotto la protezione della religione; e perciò Benedetto non esita: solo risalendo fino a Dio, fonte della vita e dell’amore, si poteva trovare una sicura via di salvezza. Ma come attuare il progetto di “risalire fino a Dio”?
Certamente il sacramento del matrimonio avrebbe posto sotto la divina protezione l’amore degli sposi tra loro e verso i loro figli. Ma come sperare di conservare con costanza per tutta la vita i doni divini ricevuti dai sacramenti della Chiesa? Quanti pericoli insidiavano le migliori intenzioni nella società decadente in cui bisognava pur vivere! In tempi di crisi, come era quello di Benedetto – tra i secoli V e VI dell’era cristiana – in realtà per molti aspetti simile al nostro, non ci si può accontentare della mezze misure: bisogna dare tutto per ottenere tutto.
Così Benedetto fugge dalle cure familiari e si nasconde nella solitudine dello speco di Subiaco per rimanere solo sotto lo sguardo di Dio. Soltanto in Dio troverà la risposta alla sua ricerca delle fonti della vita e della felicità.
Egli rimane circa due anni nella solitudine di Subiaco. Non sono due anni fine a se stessi; sono invece una preparazione ad una grande missione. Tutte le illuminazioni che egli riceve in quegli anni di solitudine e di preghiera sono la premessa indispensabile per l’attuazione di essa. Così, quando la voce di Dio lo chiamerà fuori della sua vita eremitica, Benedetto sarà ormai pronto per organizzare una forma di vita alternativa a quella che la gran massa degli uomini segue abbandonandosi alla corrente della vita mondana senza alcun ritegno.
Quando Benedetto scriverà la sua Regola, all’inizio di essa egli rivolgerà l’invito a seguire il suo insegnamento a chiunque «desidera la vita e vuole vedere giorni felici». Questa esortazione, che risuona nel Prologo di un’opera destinata soltanto ai monaci, ci fa capire che il messaggio di Benedetto, se direttamente riguarda l’organizzazione spirituale e materiale di una comunità religiosa, indirettamente interessa tutti. Infatti tutti desiderano la vita e vogliono vedere giorni felici, e San Benedetto invita tutti ad allontanarsi dalla “via larga” che porta alla perdizione e ad abbracciare la “via stretta” che porta alla vita.
Cerchiamo di chiarire meglio questo punto.
La scelta di Benedetto, e dei monaci suoi discepoli, è una scelta totalizzante: la fonte della vita e di tutti i doni che l’accompagnano è Dio, e quindi soltanto distaccandosi da quelle realtà create che maggiormente attraggono il cuore umano, e che perciò troppo facilmente distraggono l’uomo peccatore da Dio, e riservando a Dio solo la totalità del proprio amore e del proprio impegno si può vivere nella piena fiducia di non perdere mai le sue celesti benedizioni.
Ora i beni più sostanziali e preziosi della vita presente – ma proprio per questo i più allettanti e quelli che più facilmente possono prendere nel cuore umano il posto di Dio – sono l’amore tra l’uomo e la donna, la ricchezza – intesa nei suoi più svariati aspetti – e la libertà di seguire la propria volontà. Si tratta di beni grandissimi, di doni divini, ma proprio per questo su di essi grava l’ombra della tentazione all’abuso e al peccato. E’ ciò che Benedetto ha visto nei giovani studenti di Roma e in tutta la decadente società del suo tempo; e di fronte a un esempio così negativo, ma anche così seducente, egli sente di dover offrire al mondo l’esempio contrario. Gli uomini mondani, con le parole e con la vita, fanno propaganda all’amore per i piaceri del mondo – amore esagerato fino all’eccesso e all’abuso; Benedetto, con le sue parole e con la sua vita, farà propaganda all’amore totalizzante di Dio, portato fino all’estremo con i voti della verginità, della povertà e dell’obbedienza.
Il fatto ovvio che soltanto una minoranza potrà seguire Benedetto nella pratica dei voti religiosi, non deve far dimenticare che anche chi non è chiamato alla vita consacrata, nell’uso dei grandi beni della vita – l’amore sponsale, la ricchezza e la libertà – deve sempre conservare la giusta libertà spirituale ed agire nella luce di Dio e della sua volontà. Per questo la presenza nel mondo di uomini e donne consacrati a Dio con i voti religiosi ha una insostituibile funzione purificatrice nei riguardi delle persone non consacrate, che sono la stragrande maggioranza.
Proprio l’esempio dei religiosi e delle religiose dovrebbe favorire negli altri uomini e nelle altre donne quella spirituale libertà che permette di usare i beni del mondo senza esserne schiavi e di non farsi condizionare, fin dall’adolescenza, dagli allettamenti della “via larga”. Tutti, infatti, sono chiamati a salvaguardare i beni più preziosi della vita – l’amore sponsale, la ricchezza e la libertà – mettendoli al servizio di Dio e della sua volontà per il bene proprio e altrui. E questo “bene” costituisce la vera felicità degli uomini, perché esso consiste nell’amore vero, in tutte le sue dimensioni, nella ricchezza generosa e nella libertà di poter seguire, senza ostacoli interiori, la propria divina vocazione.
I lettori frettolosi hanno spesso accusato la Regola di San Benedetto e la vita monastica di pensare soltanto alla salvezza spirituale dei monaci, dimenticando il comandamento della carità e i doveri verso la società e i suoi gravi problemi. Ma l’accusa nasce da una visione miope e condizionata da pregiudizi e da ideologie. Al contrario, proprio l’esempio della vita monastica apporta a tutti gli uomini il più grande dei benefici: la salvaguardia della vera felicità contro la rovina che scaturisce dall’abuso dei beni terreni.
Nella vita di San Benedetto vi è un episodio eloquentissimo, che dimostra in modo eccezionalmente efficace l’influenza purificatrice e salvatrice, sulla vita dell’intera società, dei voti monastici, quale condizione privilegiata di un amore totalizzante di Dio, vera fonte di ogni bene.
Così il biografo di San Benedetto, San Gregorio Magno, racconta l’episodio della visita fatta al santo da Totila, re degli Ostrogoti:
«Totila allora si avviò in persona verso l’uomo di Dio. Quando da lontano lo vide seduto, non ebbe l’ardire di avvicinarsi: si prosternò a terra. Il servo di Dio per due volte gli gridò: “Alzati!”, ma quello non osava rialzarsi davanti a lui. Benedetto allora, questo servo del Signore Gesù Cristo, spontaneamente si degnò avvicinarsi al re e lui stesso lo sollevò da terra. Dopo però lo rimproverò della sua cattiva condotta e in poche parole gli predisse quanto gli sarebbe accaduto. “Tu hai fatto molto male – gli disse – e molto ne vai facendo ancora; sarebbe ora che una buona volta mettessi fine alle tue malvagità. Tu adesso entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai”. Lo atterrirono profondamente queste parole, chiese al santo che pregasse per lui, poi partì. Da quel giorno diminuì di molto la sua crudeltà».
La diminuzione della crudeltà di Totila dopo la visita a San Benedetto costituisce un esempio luminoso di come la santità della vita monastica estenda la sua influenza ben al di là delle mura del monastero. E ciò si spiega con il fatto che tra i beni essenziali della vita, più volte sopra ricordati, e l’amore totalizzante di Dio non vi è estraneità: essi sono della stessa natura, tanto che se si offusca nelle coscienze la luce dell’amore divino, necessariamente quegli stessi beni vanno in rovina, proprio per l’abuso idolatrico che se ne fa.
Se dunque gli adolescenti che si preparano ad affrontare la vita vogliono “vedere giorni felici”, non dovranno imitare gli studenti della Roma del tempo del santo – o di altre “Rome” dei nostri tempi – ma piuttosto l’esempio di Benedetto. Non, naturalmente, fuggendo nello speco di Subiaco, ma fuggendo nello speco del proprio cuore, per trovare in esso la presenza viva di Dio e ricevere da lui la libertà dalle catene della seduzione dei beni mondani.
Dunque a determinare il corso dell’esistenza non devono essere i progetti di terrena prosperità, ma la salvaguardia delle fonti spirituali del vero amore, della vera ricchezza, della vera libertà.
Concretamente, non saranno i facili flirt, l’avidità del denaro e il suo spreco o la sconsiderata svendita della propria giovanile libertà a donare agli uomini “giorni felici”, ma piuttosto la ricerca di un vero amore, del quale bisogna rendersi degni, di una ricchezza interiore ed esteriore da porre al servizio di tutti, di una missione che dia senso all’esistenza e alla quale consacrare tutta la propria libertà.
Quanto sarebbe di aiuto in questo il contatto assiduo con un monastero in cui ritrovare la pace e la felicità dell’amore di Dio, dell’umile servizio, delle ispirazioni migliori per il buon uso del dono della vita!
Se una famiglia sapesse orientare i propri membri e le loro scelte non seguendo il modello sbandierato in tutti gli angoli dalla propaganda commerciale e mondana, bensì invece il modello alternativo offerto da San Benedetto – e da tutti i gli altri santi – allora la preghiera familiare o personale non sarebbe una presenza estranea nella indifferente vita di oggi, non sarebbe la presenza del vino nuovo della devozione religiosa negli otri vecchi dell’affanno per i piaceri del mondo, ma, al contrario, la presenza in otri nuovi del vino nuovo – vino che, anziché spaccare gli otri e andar perduto, li renderebbe custodi di un bene preziosissimo e squisito.
A questo punto bisogna però aggiungere che il modello di vita alternativo che abbiamo esemplificato con la vita e la dottrina di San Benedetto non può realizzarsi concretamente se esso non imprime la sua forma alla pratica quotidiana. Ed è questo lo scopo della Regola del santo: far sì che le scelte fondamentali che danno un senso alla nostra esistenza diventino una guida luminosa per tutte le azioni di cui è fatta la vita di tutti i giorni .
Quale motivo più convincente per prendere in mano la Santa Regola e imparare dal Patriarca del monachesimo la via che conduce a vedere giorni felici?
Lo spirito della “Scuola del servizio divino” nelle famiglie

Si sente il bisogno di un’ispirazione sentita e personale che dia indirizzo alla nostra vita di là da quanto ci viene proposto o imposto dalla propaganda commerciale o dalla moda culturale.

Desideriamo tutti una vera “libertà spirituale”. Essa ci può venire soltanto dalle profonde radici umane e religiose della vita, che però devono essere condivise nella vita familiare.

Dunque nella vita familiare si deve respirare un clima nuovo, ispirato a un programma più saggio di quelli comunemente seguiti.

“Beati i poveri”: la povertà significa libertà di fare a meno del superfluo, di cercare ciò che più conta, di aprire il cuore a chi ha bisogno di noi.

“Beati i puri di cuore”: la purezza significa custodire il proprio cuore, senza dissiparlo in futili avventure, per essere pronti a donarlo a chi merita di condividere la nostra stessa vita. Significa anche imparare ad amare chi non ha attrattive, perché vecchio, malato, povero, escluso. E significa saper vivere in armonia con i caratteri diversi e difficili, e saper tornare in pace con semplicità dopo ogni contrasto.

“Beati i miti”: la mitezza significa saper abbracciare con gioia i lavori più umili ed essere pronti a servire per gli interessi di tutti gli altri. Significa anche donarsi per realizzare cose belle e buone per la gioia di condividerle, ed essere sempre aperti e disponibili ad accogliere la chiamata di Dio per la missione che egli ha progettato per noi.

Perché questo spirito possa regnare nelle nostre famiglie, bisogna coltivare nell’ambito delle mura domestiche o far rientrare nei programmi comuni quelle “arti”, spesso oggi dimenticate, in cui si realizzano le necessarie virtù nella vita di tutti i giorni: la preghiera comune, arricchita dalla conoscenza e abbellita dall’arte e dal canto, il lavoro domestico condiviso, l’interesse per la carità efficacemente praticata, e tante altre cose.

Ma chi ce le insegnerà? Vogliamo impararle e insegnarle? Vogliamo prepararci a creare anche noi, come San Benedetto, una “scuola del servizio divino”?

Relazione dell’incontro del 14 aprile 2013

All’incontro del 14 aprile hanno partecipato una trentina di persone, anche se alcune sono venute soltanto la mattina e altre dopo pranzo sono andate via. Ad ogni modo, l’incontro si è svolto molto bene con la soddisfazione di tutti i partecipanti. Vi erano anche nuove presenze.
Dopo la messa delle ore 11,00, essendo la sala sulla torre occupata, ci siamo radunati nella sala audiovisivi della Biblioteca.
Per prima cosa ho distribuito a tutti un foglietto in cui erano scritte due frasi, e ho spiegato che ci è stato consigliato di trovare un motto che esprima brevemente lo spirito della nostra iniziativa. A me sono venuti in mente due motti, che hanno un ruolo differente. Il primo è la frase di san Cipriano che ho messo come epigrafe del mio libro, che dice:
«Non parliamo di grandi cose, le viviamo».
Il senso di queste parole è che non dobbiamo valutare tanto i bei discorsi, ovvero i successi scolastici o professionali, quanto piuttosto l’impegno a infondere lo spirito di amore di Dio e del prossimo nel nostro modo di pregare, di lavorare, di parlare, di servire e di operare in tutte le circostanze della vita quotidiana, nell’ambito familiare, che costituisce il fondamento dell’esistenza di ciascuno di noi, e poi anche fuori di esso.
Ho proposto di creare qualche immagine o segnalibro con questo motto, scritto con scrittura artistica e relativa decorazione, in modo da averlo frequentemente sotto gli occhi.
Il secondo motto è preso dalle parole del Patriarca Giacobbe, quando, svegliatosi dal sogno in cui Dio gli aveva confermato le promesse fatte ad Abramo, aveva esclamato:
“Questa è la casa di Dio e la porta del cielo”
Con questo motto si dovrebbero fare dei quadretti, sempre con scrittura artistica e decorazione – qualcuno ha suggerito in ceramica – da appendere in casa in bella vista: ad indicare che la nostra casa deve essere la casa di Dio e la porta del cielo.
Proprio per realizzare questo ci incontriamo. E a questo proposito ho sottolineato che il fatto di dare tanta centralità visibile alla parte sacra, non è per rendere la casa troppo simile a un monastero, ma perché di fatto ogni cosa è sacra, perché è creata da Dio, e perciò tutti gli aspetti umani della vita familiare – quali l’amore, l’educazione dei figli, il lavoro, o momenti di gioia o anche di dolore – acquistano un senso nuovo se sono vissuti nella luce di Dio. Infatti per chi non ha fede ogni cosa bella è rattristata dalla certezza che dovrà finire, mentre per chi ha fede essa non è che una promessa della vita senza fine nella gioia di Dio.
Ho poi introdotto i lavori dicendo che, anche se eravamo in numero limitato, si trattava di un incontro “storico”, e ho cercato di spiegare il perché.
In precedenza era stata inviata a tutti una proposta – che si allega di nuovo – nella quale si invitava ogni famiglia a scegliere una delle attività che riteniamo indispensabili perché la vita di una famiglia si possa svolgere in modo da favorire e promuovere il bene di tutti.
L’invito a scegliere era motivato dal fatto che le attività sono molte – esattamente dodici – e ognuna è impegnativa. Si pensa perciò che difficilmente una famiglia da sola possa farle tutte bene. Se però ogni famiglia si impegna in una particolare attività, poi può mettersi al servizio della altre, in modo da facilitarne la pratica, in tutte le famiglie e da creare, nello stesso tempo, una collaborazione che toglie le famiglie da un innaturale stato di isolamento. Anche i bambini, sapendo che ce ne sono molti altri che vivono “contro corrente” come loro, non avranno il complesso della “diversità”.
Ma c’è una ragione particolarmente importante per cui l’incontro è “storico”: se è vero che è necessario per il risanamento della famiglia moderna che si pratichino le attività elencate, e se, di conseguenza, il nostro progetto si estenderà sempre di più – e ho informato che, oltre all’edizione inglese e francese del mio libro, ora si sta preparando anche l’edizione portoghese – sarà assolutamente necessaria una scuola che metta a disposizione delle famiglie tutti i relativi insegnamenti, raccolti insieme e facilmente accessibili. Dunque, se ora noi incominciamo ad acquisire le competenze necessarie, costituiremo il primo nucleo di questa scuola, che speriamo possa realmente realizzarsi e divenire una realtà importante. E’ vero che siamo pochi e che nessuno di noi è un “pezzo grosso”, ma il Vangelo del giorno ci incoraggia, perché, come abbiamo ascoltato, gli apostoli, che avevano ricevuto da Gesù un incarico infinitamente più grande, anche loro erano pochi e sprovveduti.
A questo punto si è chiarito che, sebbene quasi tutti avessero ricevuto in anticipo l’elenco delle attività con l’invito a scegliere, nessuno aveva ancora scelto. Allora ho detto di pensarci perché nel pomeriggio ne avremmo ancora riparlato.
Abbiamo poi provato gli inni da cantare prima e dopo il pranzo e la preghiera da recitare insieme ai monaci.
Quando però siamo andati in chiesa, abbiamo visto che c’era ancora una messa in corso e che i monaci stavano recitando la preghiera in sagrestia. Ci siamo allora recati nel cortile e lì, al posto della preghiera monastica, abbiamo cantato l’Angelus a due voci – quelli che partecipavano per la prima volta lo hanno imparato subito.
Poi siamo scesi nel refettorio degli ospiti per il pranzo, che è stato preceduto e seguito dal canto degli inni e si è svolto molto bene. Abbiamo anche letto un saluto inviato da Birgit dalla Danimarca, dove attualmente si trova.
Dopo pranzo i bambini sono andati con Michela a giocare nel parco, mentre noi adulti ci siamo di nuovo recarti nella sala audiovisivi della Biblioteca, dove ho ripreso il discorso sulle attività da scegliere.
[Proprio ora mi capita sotto gli occhi un articolo che cade a proposito: http://it.finance.yahoo.com/notizie/una-nuova-tendenza-del-risparmio-il-reskilling-125513311.html
Il nostro progetto però non ha una finalità semplicemente di risparmio o di buon gusto, ma vuole andare al centro della vita spirituale della famiglie per un loro profondo rinnovamento]
La discussione è stata molto ampia e non è possibile riportarne tutti i dettagli. Ad ogni modo possiamo dire che non è stato possibile inquadrare tutte le attività, anche per l’assenza di persone, impossibilitate a venire, che avrebbero dovuto guidarne alcune. Infatti l’ideale è che vi siano persone, almeno un po’ esperte, nei relativi ambiti che si incarichino di dirigere gli altri.
Riferisco ora senza poter ricordare l’ordine esatto degli argomenti affrontati e i tutti i vari interventi.
Per prima cosa ho sottolineato che le attività non sono indipendenti l’una dall’altra, ma tutte concorrono allo scopo di dare un’ispirazione profonda alla vita della famiglia, la quale, per essere sana, richiede che tutti si impegnino principalmente nell’ambito stesso della casa e non, come oggi troppo spesso avviene, quasi esclusivamente fuori di essa.
E’ stato già in passato sottolineata l’importanza della cura perché la preghiera comune sia gustata da tutti per la sua bellezza e per il coinvolgimento del sentimento personale di ciascuno. Era già stato suggerito di realizzare un altare con statua o immagine sacra di valore artistico – possibilmente creata dagli stessi membri della famiglia, o dalla famiglia amica “specializzata” – e poi candele, fiori, centrini e decorazioni. Si può aggiungere a questo l’idea di realizzare un leggio con piedistallo su cui porre le preghiere, scelte per la loro bellezza espressiva ed eseguite con scrittura artistica e decorazione, in misura sufficientemente grande da poter essere lette da tutti, senza dover ricorrere a un libro per ciascuno.
A questo argomento si può riallacciare il discorso sulla prima attività elencata, cioè l’architettura interna – per la quale era presente, come relativamente esperta, la neo-laureata Letizia. L’importanza di questa attività è grandissima, e in un certo senso essa domina tutte le altre. Ho precisato, a questo proposito, che San Benedetto è patrono degli architetti. Ciò si spiega per il fatto che egli ha “architettato” la vita comune di una comunità cristiana. Ora per poter organizzare una comunità secondo un certo progetto è indispensabile disporre convenientemente lo spazio e il tempo. E nello spazio e nel tempo organizzati vanno poi a collocarsi tutte le altre attività. Infatti le arti, secondo un illustre storico, hanno incominciato a decadere quando ognuna si è sciolta dal riferimento al posto che avrebbe dovuto occupare in un’architettura complessiva – e del resto nella Bibbia la Sapienza creatrice di Dio è paragonata ad un architetto che ordina con armonia tutte le cose.
Per meglio illustrare questo punto, aggiungo ora un esempio che non ho esplicitato esplicitato nel corso della discussione.
Una delle attività più importanti da curare è la carità e la solidarietà sociale – di cui si è parlato poco, anche perché mancava la persona che dovrebbe averne la responsabilità. E’ stato ad ogni modo detto, anche in un allegato già inviato – che di nuovo si allega – che fare il bene è la cosa più difficile del mondo e che perciò si richiederebbe anche qui una preparazione adeguata, mentre purtroppo essa manca, con il risultato che nelle famiglie questa voce è assente o è lasciata all’improvvisazione, quasi inevitabile causa di insuccessi e delusioni.
Ora la presenza bene organizzata della carità nel programma di vita di una famiglia, necessariamente richiede uno spazio – e un tempo – ad essa destinati. Così l’architetto che voglia progettare un’abitazione adatta al nostro scopo potrebbe ad esempio prevedere una stanza dove accogliere i poveri o i pellegrini. Il fatto che si risponda alle richieste di assistenza con un dinniego, spesso non dipende da cattiva volontà, ma da una non adatta sistemazione degli spazi e dei tempi. Analogo discorso vale anche per le altre attività.
Un ruolo centrale lo ha naturalmente anche la voce relativa alla Bibbia. Qui ho sottolineato che non si entra in sintonia con la Parola di Dio soltanto con lo studio scientifico. Infatti molti testi della Bibbia sono per natura destinati al canto e alla celebrazione liturgica e soltanto nel relativo contesto se ne comprende il senso. Ho portato poi l’esempio di esperienze personali, in cui sentire il canto latino di un testo profetico, ovvero un inno di poesia liturgica mi ha fatto penetrare il senso della Parola di Dio più che non lo studio. Così l’immagine artistica, il canto, il rito, l’architettura della chiesa o del coro, l’abito religioso e tante altre cose analoghe sono mezzi potentissimo per farci vivere e sentire profondamente il messaggio della fede.
Ho anche osservato che Gesù Cristo è stato il più grande dei poeti. Infatti se togliessimo dal Vangelo tutto il contenuto di poesia e lo riducessimo ad una collezione di nozioni dottrinali, esso non avrebbe più alcuna efficacia apostolica. E’ proprio l’emozione poetica che scaturisce dalla Parola di Dio e da tutti i mezzi sopra richiamati – così importanti nella millenaria tradizione della Chiesa per la trasmissione della fede – che ci svela tutto il senso dei misteri divini.
Ho dunque proposto di fare il nostro insegnamento biblico prendendo il testo dell’opera “Le figlie di Gerusalemme” – anche se per mancanza di fondi per il momento non ci è possibile realizzarla – e valorizzando tutto il suo contenuto poetico e musicale.
In conclusione, si sono delineati fin da ora alcuni gruppi, interessati a diverse attività e intenzionati a coltivarle in collaborazione tra loro al di fuori dei nostri incontri mensili.
Si è creato un gruppo per lo studio della Bibbia, di cui mi occuperò io stesso e che si incontrerà tutti i venerdì alle ore 17,00; un gruppo per l’architettura, guidato da Letizia; un gruppo per piante e giardini a cui aderiscono Mario e Lara e due amici di Alessandro venuti per la prima volta; un gruppo per tessuti e vestiti – molto interessati alle riviste di moda di fine Ottocento – a cui aderiscono nuove presenze, come Maria e due amiche di Marisa. Marisa stessa vorrebbe partecipare al gruppo biblico, tenendo presente che nello stesso contesto si parlerà anche di poesia. Anche Katia, prima di andar via subito dopo pranzo, ha detto di essere interessata alla poesia.
Una parola è stata spesa anche per la tecnica più moderna, di cui è esperto Alessandro. A questo proposito ho sottolineato che oggi internet può essere un preziosissimo strumento, perché permette di avere a disposizione una quantità immensa di materiale per tutte le attività che abbiamo in programma, e addirittura paradossalmente ha fatto tornare a nuova vita un mondo che l’era della tecnica sembrava aver seppellito. Bisogna però tenere presente che fino ad una certa età i bambini devono essere tenuti il più possibile lontani dal mondo virtuale, perché sono ancora in formazione e devono svilupparsi nel rapporto con il mondo reale delle cose, della natura e delle persone. Solo quando si sono bene inseriti nella realtà posso comunicare, senza danno e anzi con vantaggio, quanto hanno di proprio con i mezzi elettronici.
I partecipanti ai vari gruppi si sono scambiati gli indirizzi e si è stabilito di ritrovarci per il prossimo incontro mensile domenica 12 maggio.
Verso le ore 16,00 siamo andare a riprendere i bambini, che stavano nel parco con Michela, e ci siamo salutati.

E’ bello per noi stare qui (Mc 9, 5)
di D. Massimo Lapponi

«La Chiesa “prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (S. AGOSTINO, De civ. Dei, XVIII, 51, 2: PL 41, 614)» (Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Dogmatica sulla Chiesa “Lumen Gentium”).
Queste parole di S. Agostino riportate dal Concilio ci ricordano che la consolazione di Dio non manca mai nella vita cristiana e che perciò quest’ultima non si limita a collocare la sua gioia in una vita futura nell’al di là.
Se il mistero della croce segna in modo indelebile l’esperienza terrena di Cristo e dei suoi seguaci, i quali sono esplicitamente invitati a prendere la propria croce e a seguirlo rinunciando a se stessi, fa parte del cammino di Cristo e degli apostoli verso Gerusalemme e verso il Calvario anche la misteriosa esperienza della Trasfigurazione. E’ dottrina comune degli esegeti che questo contatto con la realtà sovrumana del “secolo venturo”, in qualche misura anticipato nella visione di Cristo trasfigurato nella gloria del Padre, avesse proprio la funzione di confortare gli apostoli in vista della prova suprema della crocifissione. Ora il mistero della Trasfigurazione non è limitato all’episodio evangelico, ma estende la sua consolante presenza attraverso i secoli nella vita cristiana e nella storia della Chiesa e del mondo.
Ma cerchiamo di comprendere meglio il senso di questa presenza.
Dal momento dell’Incarnazione Dio non è più soltanto nell’alto dei cieli, ma vive con noi sulla terra: è l’Emmanuele, il Dio-con-noi. E la conclusione del vangelo di Matteo riecheggia solennemente il senso suggerito dal titolo di Emmanuele attribuito al Bambino Gesù all’inizio della narrazione:
«Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).
Questa presenza del Figlio di Dio nella carne, che si perpetua per tutti i secoli, oltre a rinnovare tra noi i misteri della sua vita terrena, riflette anche lo splendore del suo stato glorioso, anticipato in qualche modo anche per noi, come lo era stato per lui, nel corso della sua vita mortale, al momento della Trasfigurazione.
Così attraverso la comunione con Cristo, la vita divina rifluisce nella nostra vita umana, e ci rende partecipi dei misteri della sua vita terrena – come quelli che, nel rosario, vengono detti gaudiosi, luminosi e dolorosi – e dei misteri della sua vita celeste – come quelli detti gloriosi – dei quali ci viene offerta fin da ora un’esperienza anticipata. Così la Trasfigurazione non è qualcosa che riguardi esclusivamente la persona di Cristo o che rimanga confinata nel ricordo della sua vita terrena. Al contrario, essa si rinnova attraverso i secoli nella vita e nell’esperienza dei credenti: è una “consolazione” che ha un suo carattere proprio, inscindibilmente legato alla meravigliosa novità del mistero dell’Incarnazione.
Santa Teresa del Bambin Gesù si avvicinò gradualmente ad intuire qualcosa di questa ineffabile espansione della Trasfigurazione nella storia del mondo, pur con i limiti propri della cultura religiosa del suo tempo.
Fin dell’infanzia ella si sentì attratta dalla patria celeste, e nella soffusa musicalità che risuona nella sua prosa, e ancor più nei suoi versi – spesso apparentemente poveri, e tuttavia quasi sempre sublimi – quasi ad ogni passo si avverte il riecheggiare del nostalgico canto dell’esilio. Questo tratto caratteristico della sua sensibilità religiosa rende ancora più drammatica la tragica “prova della fede” che ella attraversò negli ultimi mesi della sua vita, durante la quale, mentre il suo corpo era straziato dall’inesorabile progresso della tubercolosi, alla sua anima la patria celeste, a cui ella aveva sempre aspirato e la cui luce fino ad allora era discesa a illuminare il suo esilio terreno, si nascondeva dietro un’impenetrabile cortina di tenebre.
Ma proprio in questo periodo le si svelò un aspetto nuovo del mistero cristiano: l’aspirazione alla patria celeste era certamente un tratto fondamentale della vita di fede, ma il cielo e la vita beata dei santi con Cristo non erano realtà estranee a questa nostra vita terrena. Questo aspetto non era molto sentito dalla cultura religiosa del suo tempo e la santa stessa non riesce ad esplicitarlo in tutta la sua pienezza. Tuttavia esso perviene ugualmente a farsi strada nella sua coscienza nell’ultimo periodo della sua vita.
Il suo modo di comprenderlo si manifesta nell’intuizione che la sua missione sulla terra non finirà con la morte: ella continuerà ad essere presente nel mondo, come Gesù, senza alcun limite di tempo:
« Se il buon Dio esaudirà i miei desideri, il mio cielo scorrerà sulla terra sino alla fine del mondo. Sì, voglio passare il mio cielo e fare del bene sulla terra».
E nell’ultima delle sue “récréations pieuses” ella mette in bocca al giovane San Stanislao Kostka queste parole:
«Io non rimpiango nulla sulla terra, e tuttavia ho un desiderio… un desiderio così grande che non potrei essere felice in cielo se esso non fosse realizzato… Ah, mia cara Madre, ditemi che i beati possono ancora lavorare per la salvezza delle anime… Se non posso lavorare in paradiso per la gloria di Gesù, preferisco restare nell’esilio e combattere ancora per lui!..».
Il limite della cultura del suo tempo appare nelle parole: «per la salvezza delle anime». E tuttavia si intravede nelle altre parole, riecheggianti quelle del Vangelo, «il mio cielo scorrerà sulla terra sino alla fine del mondo» l’intuizione – con la quale gli angusti schemi della religione ottocentesca vengono di colpo spazzati via – che l’uomo, anche se reso partecipe della natura divina, è per sempre legato alla sua condizione terrena, come è confermato dal dogma della resurrezione della carne. Ma la sua condizione terrena, come verrà glorificata dalla resurrezione finale, così ora viene in qualche modo trasfigurata dalla partecipazione alla vita celeste. E dove appare maggiormente questa trasfigurazione se non nella vita dei santi? E non solo quando essi sono ancora nell’ “esilio” di questa vita mortale, bensì anche in quella loro particolare “Fortleben” di cui gli ultimi scritti di Santa Teresa costituiscono una testimonianza così eloquente: «voglio passare il mio cielo e fare del bene sulla terra».
Ma questa loro postuma presenza come si realizza? Sarebbe impossibile spiegare in modo esaustivo un mistero così immenso. Sembra tuttavia utile attirare l’attenzione su un aspetto di esso più visibilmente legato alla dottrina dell’Incarnazione e della sua espansione nella vita del mondo.
Come l’Incarnazione di Cristo necessariamente si è realizzata attraverso la nascita da una Madre, e poi attraverso la vita di un figlio di famiglia e la vita di un uomo maturo, e perciò attraverso sentimenti, azioni, luoghi, strumenti, quali testimoni, mezzi ed espressione di una presenza, così tutte le vite umane rese partecipi della santità divina necessariamente lasciano la loro impronta in sentimenti, azioni, luoghi e strumenti, espressioni della loro presenza nel mondo.
Vorrei ora fermare l’attenzione suoi luoghi.
Ho saputo recentemente che San Benedetto è anche patrono degli architetti. La spiegazione di questo fatto è semplice: l’ “architetto” di una vita comunitaria in cui si realizza la promessa «fatta ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni» (Lc 1, 73-75) necessariamente dovrà architettare anche l’edificio adatto alla realizzazione di questa vita, socialmente e stabilmente santa. Certamente ogni genere di santità lascia la sua impronta nel mondo, ma il monastero – benedettino, carmelitano o di qualsiasi altra osservanza – sa conservarla in modo particolare.
Nella vita monastica i religiosi o le religiose non hanno proprietà personale, e perciò alla loro morte la loro eredità non si disperde tra i diversi eredi. Inoltre la vita monastica nei suoi tratti essenziali non muta, e perciò i monasteri conservano attraverso i secoli le chiese, le cappelle, i cori per la preghiera, i leggii, gli inginocchiatoi, i chiostri, i refettori, gli ambulacri, le biblioteche, gli archivi, le suppellettili sacre, le sculture, le pitture, i libri corali, le melodie, le tradizioni, il ricordo sempre avvertibile di quanti sono vissuti santamente tra le loro mura. Non sono questi mezzi e strumenti in cui si imprime e attraverso i quali si perpetua l’incarnazione della santità e la sua sempre rinnovata presenza nel mondo? E non potremmo suggerire che in gran parte proprio attraverso questa presenza, così suggestiva per i nostri sensi, i santi «passano il loro cielo a fare del bene sulla terra»?
Anche quando religiosi indegni sembrano aver profanato irrevocabilmente un monastero, le pietre stesse in cui è rimasta scolpita la vita santamente “architettata” dei loro più degni predecessori sono lì a richiamarla in vita. Chi si accosta a quel luogo con sentimenti di religiosa commozione, non può non avvertire il richiamo di un’“architettura” che possiede una voce possente, la quale sembra ripetere, quasi fosse un’eco dell’eternità: “Chi verrà a vivere la vita per la quale sono state così disposte queste pietre? Non è essa una vita sublime? Non è destinata a rivivere perpetuamente? Non è la trasfigurazione, la consolazione celeste che accompagna le persecuzioni e le tribolazioni della misera vita terrena? L’architetto San Benedetto ha eretto le tre tende auspicate da San Pietro: una per Cristo e le altre per i suoi santi e profeti. Venite ad occuparle! Anche voi esclamerete con il principe degli apostoli: «E’ bello per noi stare qui!»”.

Per la fondazione monastica di Ilukhena (15 luglio 2012)

Siamo venuto qui tra voi per fondare un monastero benedettino accanto alle vostre case. Un monastero benedettino è una dimora in cui vive una comunità di monaci o monache interamente dediti a servire Dio e i loro fratelli con la preghiera e il lavoro.
Lo chiamiamo monastero benedettino perché tanti secoli fa fu San Benedetto da Norcia ad insegnare ai monaci, dopo averlo a sua volta imparato dai monaci vissuti prima di lui, come si vive insieme una vita santa e come fare del monastero una vera casa di Dio. Per questo egli scrisse una Regola ricca di saggezza e piena dello spirito del Vangelo.
Per tanti secoli i monasteri benedettini, diffusi in tutto il mondo, hanno portato dovunque l’esempio di una vita santa vissuta in comunità. Il nostro monastero di Farfa, come tanti altri monasteri italiani, durante la sua lunga storia ha operato per il bene dei fedeli che vivevano nei territori dove esso sorgeva. Ma i santi monaci benedettini vissuti poco prima di noi qualche decennio fa – monaci che la Chiesa ha proclamato beati per al santità della loro vita – prima di morire ci hanno lasciato in eredità un insegnamento prezioso. Essi ci hanno detto: “Presto verrà un tempo in cui voi, nostri continuatori, diventerete missionari e andrete verso le terre dell’oriente, dove i popoli hanno un grande spirito di preghiera e di adorazione della Divinità, ed eserciterete la vostra missione in due modi: attraverso la Regola di San Benedetto e attraverso la preghiera liturgica.”
Ma come si può fare opera missionaria, cioè operare per il bene di voi fedeli che vivete vicino al monastero, per mezzo della Regola di San Benedetto e per mezzo della preghiera liturgica? La Regola di San Benedetto è scritta per i monaci, e la preghiera liturgica i fedeli già la praticano con i loro sacerdoti. Questo è vero. Eppure, come ora vi spiegherò, noi siamo ugualmente chiamati da Dio, secondo quanto ci hanno raccomandato i nostri Padri, a migliorare la vita cristiana dei fedeli attraverso gli insegnamenti della Regola di San Benedetto e attraverso un maggiore impegno nella preghiera liturgica.
Il primo modo per trasmettere loro questi insegnamenti sarà il buon esempio che la nostra comunità deve dare con la sua stessa vita. Ma, oltre ad essere un modello e un esempio, il monastero deve essere anche una scuola: sì, i nostri tempi richiedono – come del resto è stato sempre, anche nei secoli passati – che i fedeli vengano accolti come ospiti nel monastero perché possano ricevere da noi gli insegnamenti che San Benedetto e le migliaia di santi che hanno seguito la sua Regola ci hanno lasciato, e perché possano imparare a rendere più sentita e più bella la preghiera liturgica.
Cari amici, cercate di capire che nel mondo di oggi i fedeli, se non vogliono perdere il loro carattere religioso e cristiano e così smarrirsi per le vie del peccato e rovinare se stessi, non possono più accontentarsi della messa domenicale e del catechismo per i bambini. No: è necessario che essi si impegnino a seguire una regola di vita che li distingua dal modo di vivere oggi sempre più comune nel mondo. Ora non c’è bisogno di inventare una regola nuova: c’è già pronta per loro la Regola di San Benedetto. E’ vero che essa è stata scritta per i monaci, ma i tempi di oggi richiedono che la vita dei semplici fedeli assomigli il più possibile alla vita dei religiosi e delle religiose.
Nella Rergola di San Benedetto è scritto: “Fatevi estranei ai costumi del mondo.” Cioè: “Non imitate il modo di comportarsi degli uomini del mondo.” Questo oggi è diventato urgente per tutti voi: il mondo ha i suoi costumi, che non possono andare d’accordo con una vita religiosa e cristiana; voi perciò, anche se siete semplici fedeli, dovete allontanarvi da questi costumi, da questi modi di vivere, di sentire e di pensare.
Purtroppo però questi modi di vivere, di sentire e di pensare oggi pentrano nella vita delle famiglie senza che neanche ve ne accorgiate. Penetrano attraverso il cattivo esempio che ci offre la società, attraverso la stampa, attraverso la televisione e i mezzi di comunicazione moderni, attraverso il modo di parlare, di vestire, di organizzare la giornata, attraverso la scuola, attraverso la musica che i potentissimi strumenti moderni fanno penetrare nelle nostra case.
Così, senza che ce ne accorgiamo, il modo di vivere delle nostre famiglie piano piano – e non troppo piano – va cambiando, tanto che alla fine vivere in famiglia diventa un ostacolo per la vita cristiana. “Ma quello spettacolo non è decente!” dice un membro dell famiglia. E gli altri gli rispondono: “Smettila! Lo vedono tutti! Se non ti va, va’ pure fuori casa.”
Questo ci fa capire che non è sufficiente una regola di vita per i singoli, ma serve necssariamente una regola di vita per tutta la famiglia. E questo è proprio il grande valore della Regola di San Benedetto: essa non insegna la vita cristiana ai singoli, ma la insegna a tutta la comunità – e quindi a tutta la famiglia. E’ tutta la famiglia, infatti, che deve farsi estranea ai costumi del mondo, non soltanto l’uno o l’altro membro. E San Benedetto ci insegna come, nella nostra comunità o famiglia, si deve parlare, come ci si deve vestire, quali libri, giornali, spettacoli possono essere ammessi nelle nostre case, come bisogna dividere saggiamente il tempo tra lavoro, preghiera e riposo, come aiutarsi l’un l’altro e vivere in armonia, quali sono le cose veramente importanti da imparare a conoscere e a fare nella vita. Soprattutto poi ci insegna che i momenti più preziosi delle nostre giornate sono quelli dedicati alla preghiera che si fa insieme, cioè alla preghiera liturgica. Se questa dunque è così importante, è necessario che ci impegnamo seriamente a prepararla e a eseguirla nel modo migliore, e per far questo dobbiamo studiare e meditare a fondo la Parola di Dio, della Chiesa e dei santi e imparare a pronunciarla e a cantarla in modo espressivo e commovente; e dobbiamo adornare il luogo di preghiera nelle nostre case per renderlo sempre più bello e invitante, con immagini artistiche, arredi e ornamenti adatti ai vari tempi liturgici dell’anno.
Queste cose non le devono fare soltanto i monaci o le monache, ma anche voi. Purtroppo però sono cose che non si insegnano nelle nostre scuole. Anzi, nella scuola moderna si insegna a non dare loro importanza, perché ciò che conta nella vita di oggi è imparare una professione per guadagnare bene e poter vivere poi nel benessere. Bisognerebbe veramente correggere questa stortura e creare una scuola in cui si insegni invece che ciò che più serve nella vita è imparare a correggere i propri difetti, a vincere il proprio egoismo e la propria pigrizia, ad amare la vita semplice e povera, come è ancora la vostra vita qui, che anche noi vogliamo imitare, e a fuggire il lusso, gli sprechi, gli eccessi oggi tanto diffusi; una scuola in cui si insegni qual è l’amore vero e qual è quello falso e come è facile farsi ingannare da quello falso; e che il vero amore ce lo ha insegnato Gesù con il suo esempio, e che esso consiste nel sacrificarsi per chi si ama e non nel cercare soltanto il proprio piacere e il proprio interesse.
Ma, come ho detto, la scuola di oggi non insegna affatto queste cose e crede anzi che non ci sia bisogno di insegnarle e che tutto l’impegno vada messo nell’apprendere scienze e tecniche utili per il nostro benessere. Così succede che voi spendete tanti soldi per mandare i vostri figli a studiare all’estero, e lì essi imparano soltanto ad usare quello che viene loro insegnato per allontanarsi dalla vita cristiana. Certamente dobbiamo pregare e impegnarci perché la scuola possa cambiare e perché si capisca finalmente che senza la formazione dell’animo alla bontà e alla santità vissuta tutto il resto non serve realmente al bene dell’uomo e della società.
Ma in attesa che questo cambiamento avvenga nelle nostre scuole, andiamo alla scuola di San Benedetto. Il monastero sta qui per questo: per insegnare a tutti voi le arti di una vita buona e santa e le regole che devono guidare la vita di una famiglia di oggi perché essa non sia distrutta dai cattivi costumi del mondo.
La nostra comunità vuole dunque obbedire alle direttive che ci hanno lasciato i nostri Padri: vuole diventare missionaria attraverso la diffusione dell’insegnamento della Regola di San Benedetto nelle famiglie e attraverso l’insegnamento della preghiera liturgica e delle arti che la rendono sempre più bella e gradita a Dio e agli uomini. Tra queste arti ve n’è una particolarmente preziosa: la musica e il canto. Purtroppo ai nostri giorni si sta diffondendo dovunque, con i potentissimi mezzi moderni, una musica di bassissima qualità. Come vi è infatti una musica bella e ispirata che avvicina a Dio, così vi è una musica brutta e degenere che avvicina al Diavolo. Proprio questa si sta diffondendo oggi, specialmente tra la gioventù – e nulla di strano che se ne sentano gli echi a volte anche nelle chiese.
Una cosa della quale non siete informati, perché nello Sri Lanka non avete avuto secoli di civiltà musicale come invece è accaduto in Italia, è che esiste una musica molto diversa da quella che rimbomba oggi per le case e per le strade: una musica veramente ispirata dal cielo, tanto che moltissimi ascoltandola sono diventati credenti, si sono avvicinati a Dio e si sono fatti santi. Questa musica, e non l’altra, deve rallegrare le giornate delle vostre famiglie ed essa soltanto è adatta a rendere dignitosa e commovente la nostra preghiera liturgica, in casa e in chiesa.
Noi con la nostra vita vogliamo offrirvi un modello, e nello stesso tempo vogliamo aiutarvi ad apprendere le cose a cui abbiamo accennato: in tal modo intendiamo adempiere la missione affidataci dai nostri Padri. Per far ciò efficacemente, vi inviteremo a essere nostri ospiti – San Benedetto dice che nel monastero gli ospiti non mancano mai – per insegnare soprattutto alle famiglie e a quanti si preparano o si sentono chiamati al matrimonio le ricchezze della Regola benedettina e della preghiera liturgica, senza le quali essi non potranno essere veramente felici nella loro vita coniugale. Ma siamo anche certi che la nostra Regola – che presto tradurremo nelle vostre lingue – per la sua saggezza e bellezza, attirerà anche tanti giovani e giovanette a seguirla più pienamente nella vita monastica. Per tutte queste cose chiediamo l’aiuto della vostra preghiera e imploriamo sulla nostra missione la benedizione di Dio, della Vergine Santissima e di S. Benedetto.

Relazione dell’incontro del 12 maggio 2013

All’incontro di domenica 12 maggio 2013 la partecipazione è stata piuttosto scarsa. Nell’insieme però l’esperienza è stata molto positiva e costruttiva.
Dopo la messa, il gruppo dei partecipanti si è riunito nella biblioteca parrocchiale – tranne i bambini, che hanno preferito andare con Lara nel parco a giocare – e il primo argomento che si è affrontato è stata la realizzazione delle due scritte, di cui si era già parlato in precedenza, da eseguire con scrittura artistica e decorazione. Essendo presente Federico, gli si è chiesta la disponibilità a preparare un modello da presentare al prossimo incontro. La scritta “Non parliamo di cose grandi: le viviamo” si dovrebbe realizzare su cartoncini, segnalibri o simili. Invece la scritta “Questa è la casa di Dio e la porta del cielo” si è suggerito di eseguirla in dimensione più grande, su un materiale adatto, in modo che si possa collocare, volendo, anche sopra o accanto alla porta di ingresso dell’abitazione, oppure nell’atrio di ricezione – in modo che chiunque entra, subito viene richiamato allo spirito che si desidera far regnare nella casa e nella famiglia che la abita.
Federico ha accettato di preparare un modello. E’ stato precisato che, ad ogni modo, anche Emanuela con il suo gruppo di “scuola di pittura” sta pensando a una possibile realizzazione delle scritte. Niente di male se se ne realizzano più modelli.
Si è poi parlato dell’importanza della creazione dei gruppi di lavoro di cui si è fatto l’elenco in precedenza, ricordando il progetto di realizzare una “scuola” in cui si possano mettere a disposizione delle famiglie interessate le diverse istruzioni tutte insieme, senza che le famiglie stesse siano costrette a vagare di qua e di là per procurarsele. Nel periodo in cui D. Massimo sarà assente dall’Italia, si spera che diversi gruppi di lavoro siano avviati. Così si potrà continuare a sviluppare il progetto.
Intanto già qualche cosa è stato fatto: il gruppo biblico ha avuto tre incontri, e uno anche il gruppo del cucito.
A proposito di quest’ultima attività, se ne è sottolineata la grande importanza. Infatti non è assolutamente indifferente il modo in cui ci si veste – e la moda di oggi lo dimostra. A questo proposito D. Massimo ha riferito sulla grande bellezza del sari indo-singalese e Michela sui costumi delle donne palestinesi da lei viste nel suo recente viaggio in Terra Santa. Purtroppo i nostri costumi occidentali sfigurano di fronte agli abiti, semplicissimi ma ricchi di espressione – erede di un’antichissima cultura – delle donne orientali. A riprova di ciò, Maria ha indossato un sari indo-singalese portato dallo Sri Lanka da D. Massimo. A dire il vero lì per lì non ha saputo indossarlo in modo corretto, ma nel pomeriggio, prima della partenza, è andata dalla Suore Brigidine indiane e, con il loro aiuto, il risultato è stato eccellente.
Evidentemente l’uso di questi indumenti tra di noi potrebbe essere limitato soltanto a casi particolari. Ma si può, ad ogni modo, prendere da essi ispirazione per creare qualche cosa di nostro da opporre alla moda dilagante. Si tratterebbe di abiti che da una parte non impediscano i movimenti, necessari nella vita di oggi, e dall’altra abbiano la bellezza e l’espressività – oltre che la decenza – di una tradizione che un tempo esisteva anche da noi – basta pensare ai vari costumi regionali italiani e stranieri.
Come sempre, alle 13,00 il gruppo ha recitato l’ora sesta insieme alla comunità e poi è sceso in refettorio per il pranzo – a pranzo vi erano 19 persone.
Dopo pranzo i bambini sono andati a giocare nel parco con Michela e gli adulti si sono di nuovo riuniti nella biblioteca parrocchiale.
La discussione si è accentrata soprattutto sull’importanza dell’attività caritativa e sociale. D. Massimo ha ribadito quanto sia fondamentale oggi per una sana vita familiare che questo impegno sia al centro dell’interesse e rientri nei programmi abituali della famiglia. Altrimenti i figli avranno l’impressione che uno dei punti centrali del messaggio cristiano non sia praticato in casa, e facilmente cercheranno di realizzarlo fuori, con il rischio di trascurare gli affetti e i doveri familiari, o anche di farsi attrarre da avventure sociali e politiche pericolose – come è avvenuto troppo spesso in passato. E ciò vale anche per le comunità religiose.
Ma, come è già stato detto, fare del bene è la cosa più difficile del mondo, e farlo nella complessa realtà sociale di oggi è ancora più difficile. Tutti abbiamo fatto la triste esperienza di sbagliare in queste cose – per essere stati ingannati da chi non aveva bisogno, o per aver dato denaro a chi poi ne usava per i suoi vizi, o per aver invano consigliato e aiutato a compiere determinati passi o comportamenti adeguati persone assolutamente prive di ogni buona volontà di migliorarsi, o per mille altre ragioni. Da ciò fatalmente sono derivate delusioni e il conseguente abbandono di ogni impegno in questo campo, perché giudicato inutile e dannoso.
E’ capitato anche che si sprecassero mezzi, tempo ed energie a causa dell’ignoranza dell’esistenza di strutture pubbliche e di relativa legislazione, già preordinate ad affrontare casi di disagio sociale.
Oltre a ciò esiste da più di un secolo una dottrina sociale della Chiesa, di cui nessuno ci ha mai detto niente.
Si vede dunque la necessità di creare un gruppo che impari, e poi insegni, in modo pratico e non teorico, come può una famiglia far rientrare, evitando errori e delusioni, le opere caritative e sociali nel proprio programma abituale di vita, senza che ciò sconvolga tutte le altre, non meno necessarie, attività e interessi – e facendo anzi in modo che anche le altre attività e interessi contribuiscano alle opere sociali e caritative.
Come era stato detto, a guidare questo gruppo si era offerta Nadah. Ma si è visto che è troppo occupata per garantire una presenza stabile. Si cerca perciò un’altra persona che abbia la necessaria preparazione e che possa mettersi a disposizione, se mia anche mantenendo i contatti con Nadah, la cui collaborazione ad ogni modo sarebbe bene non perdere. Qualcuno ha fatto qualche proposta, relativa a una casa-famiglia che sta operando a Passo Corese. Si spera perciò che si possa trovare una persona disponibile che voglia intanto partecipare al prossimo incontro.
Il discorso sulla carità ha offerto anche l’occasione di parlare dell’importanza dell’architettura. Si è già osservato in passato che ogni progetto di vita comune richiede necessariamente una struttura architettonica adatta a quanto si vuole realizzare. Si è aggiunto che per “architettare” la vita di una comunità bisogna necessariamente architettare lo spazio e il tempo. Questo va applicato a tutte le attività in cui la comunità o la famiglia decide di essere impegnata. Così, ad esempio, è evidente che nella casa di una comunità monastica la chiesa e il coro debbano avere, anche architettonicamente, un posto centrale. Analogamente una famiglia dovrebbe creare uno spazio per la preghiera che abbia la sua opportuna collocazione e struttura.
Consideriamo ora il caso della carità. Cosa dice, tra le altre cose, la Regola di San Benedetto?
«Specialmente i poveri e i pellegrini siano accolti con tutto il riguardo e la premura possibile, perché è proprio in loro che si riceve Cristo in modo tutto particolare (…) La foresteria, ossia il locale destinato agli ospiti, sia affidata a un monaco pieno di timor di Dio: in essa ci siano dei letti forniti di tutto il necessario e la casa di Dio sia governata con saggezza da persone sagge» (Cap. 53).
Prima si dà la raccomandazione di accogliere in casa poveri. Poi però si dà l’indicazione “architettonica” che, per far questo, la casa deve necessariamente essere a ciò predisposta. Bisogna cioè che vi sia un locale in cui i poveri e i pellegrini vengano ospitati senza difficoltà derivanti da disagi per la comunità, rischi di intromissioni di estranei in locali riservati, ingressi comuni etc., ovvero anche da mancanza spazi, suppellettili e comodità per i ricoverati.
Bisogna riconoscere che spesso in questo i nostri stessi monasteri non sono in linea con la Regola, perché mancano di locali idonei, in cui eventuali ospiti bisognosi di accoglienza possano essere accolti senza inconvenienti. A questo bisognerebbe porre rimedio. Ma pensiamo che lo stesso problema si pone per le famiglie. Se si presenta l’opportunità di accogliere qualche bisognoso, la maggior parte delle famiglie si trova a disagio, prima di tutto per un difetto di architettura: la distribuzione degli spazi non è stata pensata per l’eventualità di esercitare questa fondamentale opera di carità.
Ecco dunque un punto si cui riflettere. Come si potrebbe risolvere il problema? Quali caratteristiche dovrebbe avere lo spazio di accoglienza? Come gestirlo?
Come si vede il problema di introdurre l’abituale esercizio della carità in famiglia è molto vasto e presenta molti risvolti, e lo stesso vale per i problemi architettonici.
Vi sono stati vari interventi dei partecipanti. Poi si è fissato il prossimo incontro per domenica 9 giugno, che sarà l’ultimo prima della partenza di D. Massimo – ma si prevede che egli ritornerà l’ultima settimana di agosto per i cinque giorni di incontri estivi, del cui programma si parlerà la prossima volta.
Poco dopo le ore 16,00, con il canto dell’Angelus, l’incontro si è concluso.

L’architettura e i voti monastici
di Don Massimo Lapponi

Ricordo che una volta un visitatore della nostra Abbazia chiese a un confratello più anziano: «Come mai voi scegliete sempre i posti migliori?». La risposta, che suscitò mota ilarità, fu: «Perché ci sappiamo fare!»
Dietro questa uscita, che ha tutta l’apparenza di una battuta detta lì tanto per cavarsela a buon mercato di fronte ad una domanda imbarazzante, vi era in realtà un profondo significato.
«Ci sappiamo fare» certamente non significa che i monaci sono più capaci degli altri. Ciò che realmente li distingue, e che indica un «saper fare» loro proprio, sono i voti monastici. Tra essi va annoverato, oltre la povertà la castità e l’obbedienza, il voto, caratteristico dell’antico monachesimo benedettino, di stabilità nella comunità religiosa.
Ricordo di aver letto tra gli scritti di Carlo Cattaneo l’osservazione che la situazione visibile delle terre, delle coltivazioni e degli edifici dipende soprattutto dal genere di titoli giuridici, di contratti, di legislazione, di mentalità, di cultura, di tecnologia, di costumi vigenti in un determinato luogo. Di fatto lo scrittore lombardo, considerato generalmente un rappresentante eminente del positivismo italiano, nei suoi scritti sottolinea invece sempre il prevalere delle cause storiche non visibili su quelle visibili, cioè delle disposizioni interiori degli individui e dei popoli sui fattori fisici e geografici.
Se questa sua lezione è degna di essere presa in considerazione – come senz’altro lo è – non sarà certamente fuori luogo cercare la spiegazione della suggestione dei luoghi e degli edifici monastici nelle disposizioni spirituali più caratteristiche dei loro abitatori.
La stabilità nella comunità monastica, oltre a indicare la permanenza sul luogo per tutta la vita, implica un’applicazione primaria dell’attenzione e dell’impegno dei monaci nella vita all’interno del monastero. Come dice la Regola di San Benedetto (cap. 4):
«L’officina in cui bisogna usare con la massima diligenza questi strumenti», cioè le norme di condotta ispirate al Vangelo elencate in precedenza nello stesso capitolo, «è formata dai chiostri del monastero e dalla stabilità nella propria famiglia monastica» .
La Regola Benedettina non manca affatto di spirito apostolico, ma il primo “apostolato” dei monaci deve svolgersi all’intero del monastero, nell’umile esecuzione dei servizi richiesti quotidianamente da un ben gestita vita di famiglia. Se c’è questo impegno primario, allora si potrà svolgere un’ordinata e fervente preghiera liturgica, si potranno assistere i bisognosi con il frutto del lavoro della comunità, si potranno accogliere generosamente ospiti e pellegrini ed edificarli con l’esempio di una dedizione assidua alla preghiera e al lavoro servizievole.
L’opera direttamente missionaria, caritativa, sociale o culturale non è affatto esclusa, ma deve essere realizzata senza mai trascurare il servizio per il mantenimento della vita comunitaria e per la cura del monastero e della preghiera liturgica: questo impegno ha il primo posto e caratterizza la vita benedettina anche nello svolgimento dei compiti apostolici rivolti all’esterno.
E’ evidente che queste disposizioni della Regola favoriscono una cura particolare per l’edificio in cui vive la comunità. I monaci, infatti, non lasceranno la loro casa in uno stato di trascuratezza generale perché presi da “più importanti” doveri sociali o culturali, né saranno portati a considerare il monastero una sorta di albergo di passaggio e i propri confratelli quali servitori delle proprie vili esigenze “materiali” o mezzo estranei impegnati come loro in altre attività esterne, “più meritorie” rispetto all’ “egoistica” cura dell’abitazione, della vita fraterna, della chiesa e della preghiera liturgica.
Al contrario, l’impegno perché tutto sia in buon ordine e perché la liturgia abbia il suo luogo decoroso e i suoi testi bene scelti, curati ed eseguiti, daranno al monastero e alle attività di preghiera e di lavoro che vi si svolgono un aspetto tutt’altro che trasandato. Se poi a ciò si aggiunge il fatto che per un’intera vita i monaci prestano il loro servizio alla medesima comunità, si può legittimamente pensare che il risultato sarà un continuo perfezionamento sia nella gestione degli edifici, sia nelle realizzazioni lavorative, liturgiche, culturali, artistiche o caritative.
La particolare disposizione degli edifici del monastero dipende ovviamente dal genere di vita che in essi si svolge, e cioè dalla centralità della preghiera liturgica e privata, dalla regolarità degli atti comuni, alla mensa e al lavoro, dal genere di attività proprie di una comunità che vive abitualmente all’interno della clausura, dalle esigenze architettoniche dell’ospitalità monastica.
Ma un’influenza determinante sull’aspetto dell’edificio claustrale lo hanno i tre voti tradizionali della vita consacrata.
Se l’obbedienza, oltre a spogliare il monaco dello spirito di autoreferenza, sviluppa in lui una non comune forza di volontà e di dedizione alla comunità claustrale ecclesiastica e civile, la povertà e la castità fanno sì che l’edificio monastico rimanga per secoli un bene comune integro e indiviso. Infatti i monaci non si appropriano personalmente di nulla durante la loro vita, né dopo la morte lasciano i propri beni a figli o a eredi: tutto – edifici, strumenti, oggetti d’arte, libri, documenti etc. – rimane sempre del monastero, cioè sia della comunità che di tempo in tempo si rinnova, non per generazione naturale, ma per vocazione e discendenza spirituale, sia dei fedeli, degli ospiti o semplicemente degli intenditori o dei curiosi che non cessano di frequentare la chiesa, la biblioteca, la foresteria e gli altri ambienti messi loro a disposizione dallo spirito apostolico proprio del monachesimo.
Si può anche aggiungere che, non solo, grazie ai voti di obbedienza povertà e castità, il monaco non sottrae nulla al monastero, ma che, al contrario, tutto il suo lavoro rimane a beneficio del luogo ove ha speso l’intera sua vita. E ciò significa che in qualche modo la sua presenza, nota o ignota, si perpetua, quasi realtà ormai inseparabile dagli edifici monastici, incastonata, per così dire, nelle mura del sacro edificio ad arricchirle e impreziosirle a beneficio di tutte le generazioni a venire.

Cristo e San Benedetto che moltiplicano il pane eucaristico
Per il dopo guerra
a cura di D. Massimo Lapponi

Discorso pronunciato a Montecassino
dal Beato Card. Ildefonso Schuster
il 21 marzo 1942, con l’aggiunta di alcune note di commento

Il testo qui riportato è una delle pagine più belle del Beato Card. Schuster, e forse la più matura espressione del suo pensiero e dell’ideale che egli coltivò e approfondì senza mai deflettere per tutto il corso della sua vita. La grande crisi dei tempi moderni – che ora sembra aver raggiunto un’intensità senza precedenti, ma che non è di oggi, e ha invece una storia più che secolare – si riflette in tutti i suoi scritti, ed egli si sforza di contrapporre ad essa la grande tradizione benedettina. Ciò che sorprende è il fatto innegabile che egli si trova costretto a fare l’apologia della vita monastica di fronte agli stessi monaci, tra cui egli avverte la presenza strisciante di una crescente crisi di identità – crisi che sarebbe esplosa tragicamente nella seconda metà degli anni sessanta e che avrebbe travolto con sé, nell’ambiente monastico, anche la venerazione per l’insegnamento dello Schuster.
L’oblio che ne è seguito è in parte spiegabile con l’incompletezza dell’analisi del Beato Schuster, il quale, condizionato dai limiti e dai pregiudizi del suo tempo, non poté dare piena e definitiva espressione all’intuizione che fu al centro della sua vita spirituale e che lo animò e lo agitò nei lunghi anni della sua missione monastica e pastorale.
Nel discorso che viene qui riportato lo sforzo di chiarezza e di completezza raggiunge forse la sua massima intensità, tanto da poter dire che il pensiero del Beato vi trova un’espressione eccezionalmente felice e convincente. Rimane ancora qualche traccia dell’incompletezza di cui si è detto – e naturalmente essa rende parte del discorso datato. Si tratta tuttavia di un aspetto in qualche misura marginale, che con alcune note esplicative si cercherà di superare, in modo da dare al pensiero dello Schuster il massimo della sua coerenza e della sua efficacia.
Apparirà in tal modo quanto l’oblio dell’insegnamento del Beato Schuster sia ingiustificato e quanto, al contrario, esso possa contribuire oggi ad una nuova presa di coscienza della grande tradizione benedettina e della sua intramontabile missione, tanto più attuale nella crisi dei nostri tempi.

E’ con trepidazione, o Venerabili Fratelli e Figli dilettissimi, che mi accingo a parlare in questo luogo santo. Mi sgomenta anzitutto la grandezza del soggetto di cui dovrei discorrervi; mi incute timore la stessa grandiosità di questo santuario della Cattolicità, dove schiere di Pontefici, di Dottori della chiesa e di Santi insigni hanno già fatto prova dello loro eloquenza nell’esaltare la figura sublime del Patriarca san Benedetto.
Mi atterrisce soprattutto la mia pochezza, che mio malgrado, mi fa ripetere: Vir pollutus labiis ego sum (Is 6, 5).
Eppure l’ordine di Colui che l’antica monastica tradizione salutava già siccome il: Vicarius S. Benedicti, l’Angelo voglio dire di questa Chiesa Cassinese, impone che proprio io oggi intessa le lodi del nostro comun Padre e Patriarca, e nel partecipare a questo fraterno Eucaristico Convito, rechi anch’io il contributo di oblazione del mio pane.
Mi sovviene in questo momento di quello che è raffigurato nella grandiosa tela che adorna il vostro monastico refettorio Cassinese dove, vicino a Cristo che moltiplica il pane, è rappresentato anche quel giovanetto di cui scrive nel Vangelo S. Giovanni: est puer unus hic qui habet quinque panes hordeaceos (Gv 6, 9).
Forse oggi la Divina Provvidenza, che non dispregia i poveri e gli umili, attende appunto questi miei cinque esili pani azzimi per rinnovare fra voi ancora una volta il prodigio della moltiplicazione dell’Evangelico pane, che nutre le anime e le allena all’immortalità.
Giacché li volete, o Venerabili fratelli, eccovi i miei poveri cinque pani di orzo: quinque panes hordeaceos. Ve li offro con umile e fraterno amore, mentre voi con pari compiacenza mostrate di aggradirli.
Ai miseri cinque pani d’orzo che questo povero “monachus peregrinus de longinquis provinciis” arreca a voi dalla Metropoli Lombarda, corrispondono altrettanti aspetti sotto i quali considereremo insieme la figura e l’opera del Patriarca san Benedetto.

* * *
Dell’influsso del nostro santo Patriarca sul Medio Evo, se n’è già scritto abbastanza. Oggi desidero invece di meditare e contemplare insieme con voi quella che potrebbe essere l’opera di san Benedetto nell’ora attuale, e soprattutto nel futuro riordinamento del consorzio delle nazioni, calmata che sia, quando il Signore vorrà, l’attuale bufera devastatrice.
Già si sa che la storia ha dei sorprendenti ricorsi e che, come dice l’Ecclesiaste, spesso il futuro riproduce e ripete l’identico dramma storico che si è svolto più volte nel passato. Ora, a me sembra di scorgere delle interessanti analogie tra l’era nostra e quella in cui visse ed esercitò il suo apostolato san Benedetto. Anche allora, come oggi, una bellica conflagrazione Europea poneva finalmente termine a tutta una grandiosa era storica, e seppelliva la civiltà imperiale di Roma sotto un fumante cumulo di rovine e di cadaveri.
Di sotto però a quelle macerie, l’opera concorde del Pontificato Romano e del Monachesimo seppero trarre alla luce il nuovo mondo medievale, tenuto quasi a battesimo da san Benedetto.
Purtroppo, anche la società odierna ha ripetuto la colpa di cui s’era resa rea l’antica Roma che, ebbra allora dell’orgoglio della propria civiltà, aveva apostatato perfino da Giove Ottimo Massimo, sostituendogli il culto di Roma e di Augusto, siccome rappresentanti della Stato Imperiale. La politica s’era sostituita alla religione.
Oggi, come nel VI secolo, innanzi a questo terribile cataclisma provocato da una crisi che in ultima analisi è eminentemente religiosa, san Benedetto ancora una volta c’indica come supremo rimedio l’immediato ritorno a Dio: Ut ed Eum per oboedientiae laborem redeas, a Quo per inoboedientiae desidiam recesseras (Prolog. Reg. S. Benedicti).
Questo bisogno d’un sollecito ritorno a Dio, costituisce precisamente il fenomeno più importante dell’ora attuale. I pastori di anime ne hanno ben l’esperienza. Di fronte al colossale fallimento dei grandiosi sistemi politici e morali indipendenti dall’Evangelo, non dirò solo il nostro buon popolo Italiano, ma soprattutto i migliori ingegni del mondo vanno ormai orientandosi verso la Chiesa, siccome l’unica istituzione che non vacilla in questo sconvolgimento di valori e che mantiene gloriosamente fede al suo programma di bene.
Io penso tuttavia, che sia pericoloso per noi di andare incontro a tutti codesti spiriti aneli – e sono ormai legioni – presentando loro semplicemente degli umani conforti. Per buona ventura, la Chiesa spogliata oramai della potenza politica d’una volta, non li avrebbe neppure più. Perciò san Benedetto accogliendo spesso nelle sue badie codesti nostalgici del Divino, muove loro incontro col semplice codice della Regola, proponendo loro unica condizione di spirituale rinascita: Si revera Deum quaerit: che essi veramente ricerchino Dio (Reg., C. LVIII).

* * *

Questa soprannaturale ricerca del Signore, costituisce propriamente come la chiave di volta di tutto lo spirituale sistema del nostro Santo Patriarca, non pur per i suoi nei chiostri, ma anche per quei poveri idolatri, dispersi altra volta nei diversi paghi che nel sesto secolo circondavano la Città di Casinum. Anche ad essi l’Apostolo insegnò anzitutto a cercare Dio: “Predicatione continua oppidanos ad Fidem vocabat” (S. Gregorii I, Dialog. Lib. C. VIII).
Dopo sette o otto secoli dalla promulgazione della Regola Benedettina, apparvero nella Cattolica Chiesa altri Istituti Religiosi: tutti certamente venerandi e suscitati dai vari bisogni esterni della famiglia cristiana in un determinato momento storico. Qui la mente vola subito agli Ordini Cavallereschi, ai Frati dediti al riscatto degli schiavi, alla repressione dell’eresia, alla predicazione nelle Missioni, al servizio degli ospedali ecc.
Quello che invece costituisce la caratteristica del magistero di san Benedetto, prescindendo affatto dalle condizioni storiche dei diversi tempi, e gli assicura una nota di perennità cattolica, si è precisamente l’astrarre che egli fa dalle esterne circostanze della Famiglia Cattolica, per fondare il suo sistema su quello che non soffre mai vicissitudini di tempi, né di luoghi: l’impellente bisogno cioè della natura umana, anzi dello stesso civile consorzio, di cercare Iddio: si revera Deum quaerit.
Quando questo movimento di spiriti aneli che caratterizza l’ora attuale si sarà allargato; quando l’età nostra, rinsavita dalla dura espiazione della guerra, avrà imparato a sue spese qual male sia l’apostatare da Dio, e pentita muoverà i suoi passi verso la casa paterna, forse allora san Benedetto col suo Codice muoverà nuovamente incontro al figliol prodigo, per restaurare la sua predicazione ai novelli pagani, insegnandoci di bel nuovo ciò che veramente oggi ci manca per giungere ad una pace stabile ed universale: la scienza di Dio: si revera Deum quaerit.

* * *

San Benedetto occupa un posto di onore, particolarmente nella storia d’Italia. I manuali delle nostre scuole narrano delle benemerenze sociali della sua famiglia spirituale, ed oggi più che mai perfino le più alte Autorità governative, come recentemente l’Eccellenza Bottai, discorrono con compiacenza del programma sociale del Patriarca del Medio Evo Italiano.
Noto tuttavia, che ben pochi si sono posti il problema, come e perché la famiglia benedettina vada gloriosa per tutto un esercito di Pontefici, di Apostoli, di Martiri, di Dottori e di altri incliti Santi, da giustificare la poetica similitudine di santa Gertrude, quando paragonava l’Ordine Monastico ad un celeste roseto. Un anno, riferisce l’Estatica, il dì di san Benedetto ella vide nel giardino del cielo una vaghissima rosa, dalla quale a sua volta spuntavano altri freschissimi boccioli e rose, sì da formarne in breve tempo uno splendido roseto, che rendeva più bello e più aulento quell’ameno soggiorno dei Beati.
Tutti codesti giganti della santità Cristiana, codesti titani della nostra cultura latina, come Agostino, Bonifacio, Anscario, Adalberto, che ai loro tempi hanno costruito le diverse civiltà delle varie nazioni d’Europa; codeste aquile, al pari di Gregorio, di Beda, d’Anselmo e di Bernardo, che sulle ali della contemplazione si sono elevati al cielo per indi rapirne e riportarlo al mondo il fuoco sacro della verità e dell’eterno Amore; tutti codesti beati spiriti che noi ora contempliamo in cielo a far bella corona al Patriarca san Benedetto: qui sunt et unde veniut? (Ap 7, 13). Chi sono essi? Chi li formò a sì magnanime imprese? Ho detto che ben pochi hanno studiato il problema. Sta però il fatto confermato dalla storia che, dopo la Santa Scrittura e l’Imitazione di Cristo, nessun libro mai ha informato ad altissima santità tante legioni di anime, quante appunto ne educò la Regola di san Benedetto.
Oggi, essa tra il pubblico è meno nota; e forse è anche per questo che divengono più rari i grandi Santi. Quando però la nostra età si indurrà veramente a ricercare Dio, e sulla strada incontrerà un’altra volta san Benedetto, è ben possibile che allora, sotto la spirituale disciplina della Regola si formino di bel nuovo quelle grandiose figure di Santi di cui l’età nostra ha soprattutto bisogno. Ricordiamo infatti che, per tracciare sulla carta dei grandi piani di riforme morali bastano bensì dei geni; ma poi per eseguirle, sono assolutamente necessari dei grandi santi.

* * *

Ma qual è il segreto di questa Regola benedettina, dall’apparenza tanto poco voluminosa, dallo stile così semplice e piano, dall’argomento e dal metodo così eminentemente pratici che, mentre sembra di tenere legittimo conto di tutte le esigenze della debolezza umana, in grazia però d’una mistica scala di ascensioni al cielo, di rinuncie alle umane bassure, mira a sollevare i discepoli alle vette della contemplazione ed alla perfetta carità del Cristo?
Uno dei secreti dell’efficacia della Regola Santa, va soprattutto ricercato nella sua origine soprannaturale, essendo essa stata dettata, come precisamente pronunciava nell’874 il II Concilio Duziacense, da quel medesimo Spirito Paraclito che ispirò altra volta i Libri Santi: “Eadem Regula Sancto Spiritu promulgata et laudis auctoritate beati Papae Gregorii inter caninicas Scripturas et catholicorum Doctorum scripta teneri decreta est.”
Non dimentichiamo poi, che san Benedetto redasse il suo Codice immortale in quella medesima superna luce, in cui l’anima sua assorta alla visione del Creatore, in Lui, come in un sole, contemplò l’intera opera sua nel mondo creato: Animae videnti Creatorem, spiega san Gregorio, angusta est omnis creatura. E che meraviglia allora che il veggente dimostri una così profonda cognizione del cuore umano egli che aveva appreso a conoscerne le vie, anzi i meandri, in Colui medesimo che l’ha plasmato? Ho incontrato, studiando, ben pochi Santi che, al pari di san Benedetto, si distinguano per questa soprannaturale discrezione o, come direbbe l’Apostolo, per questa spirituale Humanitas. Con questa parola San Paolo vuole precisamente indicare l’ineffabile condiscendenza del Verbo, quando a mostrarsi uomo fra gli uomini, si fece Carne e si attendò fra noi. “Apparuit benignitas et humanitas salvatoris nostri” (Tt 3, 4).
Il Vangelo, la Regola di san Benedetto, la Imitazione di Cristo: ecco pertanto tre libri che si distinguono per la loro Humanitas, per il loro spirito cioè di santa discrezione, che ne rivela perciò la comune origine: il genio di Dio.

* * *

Negli scorsi giorni ho voluto studiare la più antica rappresentazione pittorica di san Benedetto in Roma. E’ della fine del secolo VIII, ed è stata ritrovata nella Basilica cimiteriale di S. Ermete. L’artista ce lo rappresenta in vesti liturgiche, adorne di croci, col volume aperto ed in gesto di oratore e di predicatore.
Quel libro che san Benedetto sorregge colla sinistra, è la Regola, il Breviario cioè del Santo Vangelo per la spirituale formazione di quanti anelano alla perfezione. Per ducatum Evangelii pergamus itinera eius. (Rolog. Regul. S. Benedicti).
La caratteristica infatti dell’opera di san Benedetto si è che egli, non tanto ha fondato un Ordine nel senso moderno della parola e come hanno fatto in seguito altri Istitutori di diverse Famiglie Regolari; bensì ha inteso di ordinare una specie d’Istituto Superiore, accademia o: Schola Dominici servitii, per la formazione dei santi a servizio della Chiesa di Dio.
Ciò vuol dire – se pur non m’inganno – che il Patriarca, fedele al suo programma di rigenerare la novella società medievale guidandola direttamente a Dio, – si revera Deum quaerit – non è stato ordinato da Dio ad apprestare al popolo Cristiano un aiuto contingente e temporaneo, come potrebbe essere quello degli Ordini Equestri o del riscatto degli schiavi. A rendere invece stabile ed universale il suo apostolato nella Chiesa, la Provvidenza Divina ha disposto che il Patriarca, prima a Subiaco, poi in questa Acropoli Cassinese aprisse e fondasse un’alta Schola di santità, dove insegnando l’arte sublime della rinunzia a se medesimo per porsi a servizio del Signore – Dominici Schola servitii – si preparassero i futuri operai di Dio per la rinnovazione dell’Europa di domani.
Assai prima che il Concilio Tridentino istituisse i Seminari per la sana formazione dei leviti, sin dal VI secolo il Patriarca san Benedetto aveva creato nei suoi cenobi i Seminari dei papi, degli Apostoli delle nazioni, dei Pontefici e dei Dottori. Tutti codesti Padri dei vari popoli d’Europa vennero indubbiamente formati alla scuola di san Benedetto: Dominici Schola servitii.
Questa scuola conta ormai XIV secoli; ma la Regola racchiude in se stessa il segreto della sua attualità e giovinezza perenne. Ne offrono una recente riprova anche le diverse figure di Servi di Dio che già si avviano agli onori degli altari, e che in questi ultimi anni interessano particolarmente la famiglia benedettina in Italia.
L’esperienza della nostra storia è là per ammonirci, che ogni vera riforma e rinascita benedettina è stata sempre preparata e coincide con un più fedele ritorno dei monaci all’osservanza ed allo spirito della Regola. Anime veramente Benedettine quali un Gregorio I ed un Gregorio VII, quali un San Pier Damiani ed un San Bernardo, quali una Santa Ildegarde ed una Santa Gertrude, sono capaci alla loro volta di trascinarsi appresso tutto un intero mondo. E’ certamente per questo che la Chiesa nella sacra liturgia ci fa domandare al Signore, di suscitare in seno all’intera famiglia monastica quel medesimo Spirito cui servì ubbidiente il Patriarca Benedetto; perché ancor noi, ripieni di quel medesimo Spirito, ci studiamo di amare ciò che amò pure lui, onde possiamo compiere coll’opera quanto egli appunto insegnò col suo ispirato magistero.

* * *

Ho detto, che l’ora grave che attraversiamo ha qualche riscontro con quella in cui visse in nostro santo Patrono. Però, è particolarmente notevole che, mentre quell’antico cataclisma Europeo esercita un’efficace influenza sull’opera letteraria di Gregorio Magno il quale, dopo la guerra, la fame e la peste, dopo gli incendi e la desolazione delle cento città italiane, nel lontano orizzonte scopre già il finimondo che si avvicina, tutti codesti tremendi avvenimenti si direbbe invece che impressionino sì poco san Benedetto, che non è affatto dato di scoprirne neppure la minima allusione nei settantatré capitoli della Regola.
La cagione, a mio umile avviso, si è, che l’anima sue è rapita in Dio assai più in alto di quello che possa raggiungere il fragore dei tuoni e delle folgori nell’inferiore stratosfera. Piuttosto che recitare con Gregorio l’elogio funebre dell’Impero Romano, il Patriarca Cassinese nel suo Codice monastico viene invece già tracciando le linee generali d’un piano di ricostruzione spirituale d’un mondo novello per opera del Monachesimo. Senza quella falange di Operai di Dio – Dei operarius – reclutati da san Benedetto e che, attraverso almeno centomila cenobi colonizzarono anche spiritualmente l’intera Europa, noi oggi non avremmo né la Somma Teologica dell’Aquinate, né il Divino Poema di Dante.
Quando domani, per ordine di Dio, sul mare in tempesta finalmente succederà la bonaccia, sarà nuovamente alla Chiesa che la Provvidenza Divina affiderà l’arduo compito della ricostruzione di questo desolato mondo. Il Pontificato Romano allora indubbiamente avrà al suo fianco la sacra Gerarchia coi diversi Ordini regolari. Ma io fin d’ora prevedo, che alla famiglia benedettina sarà riservata una sua particolare missione, giusta una di quelle tradizionali celesti promesse che diconsi fatte a san Benedetto: Ordo tuus perpetuo stabit et novissimis temporibus Ecclesiae Romanae fideliter adstabit.
In questi anni di guerra, gli studi ecclesiastici, l’arte sacra, le scienze liturgiche, patristiche ecc. hanno subito necessariamente un arresto. Dopo la guerra avremo da riparare le sue immani rovine ed allora sarà già molto se il Clero così regolare che secolare potrà bastare all’ordinario ministero pastorale nelle parrocchie.
Se non m’inganno, io prevedo già che allora più che mai verrà opportuno l’aiuto della Famiglia benedettina, che alle scienze, alle arti sacre, alle future generazioni di studiosi e di studenti dischiuderà di bel nuovo le porte delle badie, comunicando anche ai laici il pane spirituale di san Benedetto.

Già nelle righe precedenti, ma soprattutto nelle successive, troviamo la parte più caduca del pensiero dello Schuster, condizionato sia dalla situazione del suo tempo, sia da pregiudizi culturali, presenti ampiamente nella società secolare, che facevano sentire fortemente la loro influenza anche nella Chiesa. Notiamo come la missione dell’Ordine Benedettino nel dopoguerra, mentre da una parte si illumina con il richiamo alla “Dominici Schola servitii”, dall’altro sembra ripetutamente – ma soprattutto nelle righe seguenti – restringersi al lavoro intellettuale, per di più racchiuso in un ambito estremamente limitato e che si rivelerà, in prospettiva, da una parte di scarsa rilevanza, dall’altra poco praticabile e praticato dai monaci e molto più invece da altre forze nell’ambito della Chiesa.
Per andare con ordine, notiamo che, nelle righe precedenti, le porte delle badie appaiono schiudersi particolarmente agli studiosi e agli studenti, e che il loro compito si rivolge in modo speciale alle scienze e alle arti sacre. Indubbiamente la prospettiva è suggestiva, e potrebbe esserlo maggiormente se apparisse più chiaro alla coscienza dello Schuster il modo in cui scienze ad arti sacre andrebbero coltivate nell’ambito monastico. A questa presa di coscienza avrebbe potuto contribuire il giustissimo richiamo fatto prima dallo Schuster alla necessità del “ritorno dei monaci all’osservanza ed allo spirito della Regola”, ritorno che ha sempre accompagnato, nella storia, le rinascite spirituali dell’Ordine Monastico. Ma paradossalmente lo Schuster non si accorge che i pregiudizi intellettualistici del suo tempo lo allontanano proprio da questo spirito. Vedremo ora, nelle righe successive, quale compito esemplare lo Schuster assegna ai monaci del dopoguerra: “l’edizione della Volgata latina, dei Santi Padri, della paleografia musicale,” che “esigono dei particolari gruppi specialisti organizzati“: dunque un lavoro intellettuale, in ambiti di interesse piuttosto ristretti, riservati ai monaci sacerdoti e tra loro a quelli più dotati. Né nella lettera, né nello spirito della Regola si trova un posto particolare per questo tipo di realizzazioni, se pure nella tradizione dell’Ordine essi abbiano avuto un ruolo notevole. Ora, se vogliamo tornare allo spirito della Regola, la cosa più ovvia sarebbe interrogare quest’ultima. Ma è ciò che in queste righe viene meno.
Fortunatamente, come vedremo, poco più avanti lo Schuster stesso ci indica genialmente la via per superare questi pregiudizi intellettualistici e clericali, anche se, come sempre nella sua opera, manca poi la parola finale illuminante e il discorso ritorna così in un’incertezza che finisce per disorientare. Ma proseguiamo ora la lettura del testo, notando come appaia in esso anche un aspetto per il suo tempo – e purtroppo anche per tempi successivi – del tutto estraneo al sentire comune dell’ambiente monastico: l’urgenza dell’opera missionaria.

Soprattutto per quegli studi e per quei lavori quali, per esempio, l’edizione della Volgata latina, dei Santi Padri, della paleografia musicale ecc., che esigono dei particolari gruppi specialisti organizzati, l’Ordine Monastico nel dopo guerra potrà arrecare dei validi aiuti. Nulla poi esclude che esso restauri una antica tradizione e che, dischiuse che saranno le porte dell’Oriente Cristiano, della Palestina e del continente Asiatico, drappelli di monaci missionari discendano da Monte Cassino, dal Colle Celio, da Beuron ecc. per andare in quelle lontane regioni, dove l’indole contemplativa delle popolazioni dimostra già tante affinità con quella degli antichi abitanti della Tebaide e dei paesi egiziani. Latera Aquilonis, Civitas Regis magni! (Sl 47, 3).
Qui il mio spirito si estende, per abbracciare un orizzonte ancor lontano; e quasi divinando le future pacifiche conquiste riservate ai Figli del Santo Patriarca, ricorda oggi a voi, o Ven. Fratelli, che fu soprattutto il pensiero missionario quello che nel VI secolo condusse san Benedetto a Casinum, e determinò poi Roma Papale a volere da lui una comune Regula Monasteriorum, che ella poi col’autorità sua avrebbe estesa all’intero orbe.

* * *

San Benedetto quest’oggi, che è festa, ci appresta anche un quinto pane. Nel grandioso quadro di Leandro Bassano che adorna qui il refettorio Cassinese, l’artista ha voluto bellamente ravvicinare e fondere due diverse scene prodigiose: da un lato è Gesù, che con cinque pani e due pesci moltiplica i viveri, tanto che bastino a cinquemila e più persone; dall’altra parte, il Patriarca san Benedetto col pane della Regola nutre spiritualmente le legioni di monaci che militano sotto il suo vessillo.
Codesto pane della carità benedettina, non è venuto né verrà mai meno nei nostri cenobi. In questi ultimi anni, ho voluto risuscitare a Milano un antico statuto di papa benedetto XII, il quale già dispose che ogni anno, per la festa del glorioso Patriarca dei Monaci, il Comune di Milano, pena l’interdetto, facesse dispensare ai poveri varie migliaia si pani.
San Carlo a suo tempo ottenne dalla Sede Apostolica la condonazione di questo onere; ma negli anni scorsi io ho voluto risuscitarne il ricordo, non più come un peso comunale, ma come un grazioso tributo di devozione dell’Arcivescovo a san Benedetto.
Anche oggi quindi varie centinaia di poveri nella metropoli Lombarda celebreranno con noi la festa del Patriarca dei Monaci di occidente; e quando ogni anno al sacerdote elemosiniere impartisco le disposizioni in proposito, non manco mai di aggiungerne anche la ragione storica: perché san Benedetto, dico, per più secoli ha dato da mangiare all’Europa intera!

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Nei paragrafi successivi troviamo la parte forse più ispirata e geniale della riflessione dello Schuster, partendo dalla quale sarà possibile superare interamente i pregiudizi di cui si è detto e ritrovare così, attraverso un ritorno allo spirito più autentico della Regola, l’ispirazione che ne dimostra tutta l’attualità per i bisogni dell’età nostra, anche nella prospettiva missionaria che giustamente lo Schuster sottolinea con tanto vigore.

Venerabili Fratelli e Figli dilettissimi, ora oso dire anche a voi, come un giorno l’Angelo intimò al profeta Elia: surge, comede, grandis enim tibi restat via. Non è ancora tempo d’assiderci su quei troni di gloria che ci riprometteva testè il Santo Vangelo; quando invece Cristo ancora combatte ed è combattuto, e noi dobbiamo aiutarlo nella restaurazione del suo celeste Regno.
La società del dopo guerra sarà forse quella che disillusa ormai dei sistemi umani, cercherà il Signore. La famiglia di san Benedetto è espressamente chiamata a soddisfare a questa brama, ed in grazie della Regola e della liturgia cattolica che essa rivive in maniera meravigliosa, potrà contribuire moltissimo a codesta rieducazione dei popoli allo spirito del Cristianesimo.

Sono dunque la Regola e la liturgia vissuta quotidianamente nei monasteri le sorgenti vere del contributo che lo Schuster si attende dai monaci. Ma vediamo nel seguito del discorso, cosa ciò implica.

* * *

E’ però necessario che la spirituale famiglia del Patriarca Cassinese acquisti sempre meglio coscienza del posto storico che la Provvidenza le ha assegnato, e vi si renda ognor più idonea.
Ho già detto, che i grandi progetti e le magnanime restaurazioni sociali nelle grandi epoche della storia, Iddio suole compierle per opera dei suoi Santi. Ecco che il Signore, di fronte alle immani rovine accatastate dalla guerra in preparazione dell’auspicata pace di Cristo nel Regno di Cristo, va sin d’ora reclutando eserciti di operai di Dio.
Il Patriarca san Benedetto ce lo ripete adesso, come già altra volta egli lo proclamò proprio su questo monte, allorché nella sottoposta pianura Totila segnava il suo cammino attraverso l’Italia con una lunga colonna rossastra di fiamme: Et quaerens Dominus operarium suum cui haec clamat, dicit: quis est homo qui vult vitam? Al Signore che nuovamente va in cerca, non già di dottori, di predicatori, di uomini di genio, ma semplicemente di quelle anime di dedizione cui Dio onora col titolo glorioso di operai suoi: operarium suum, san Benedetto nella Regola c’invita a rispondere: presente! Quod si tu audieris, respondeas: ego.

Prima lo Schuster aveva indicato nei lavori di erudizione ecclesiastica l’opera più propria dei Benedettini nella ricostruzione civile del dopoguerra. Ma ora prevale in lui nettamente il vero spirito della Regola: il Signore non cerca dottori, predicatori o uomini di genio, bensì persone che hanno foggiato il loro carattere di “operai di Dio” nella fucina dell’osservanza quotidiana delle virtù monastiche dell’obbedienza, della carità, dello spirito di preghiera, del rinnegamento di sé e del generoso impegno nell’umile e severo lavoro di ogni giorno. Sono questi i valori che irradiano dalla Regola, e questi saranno i raggi luminosi che i monaci dovranno diffondere tra i popoli con spirito missionario

Che cosa non potranno mai compiere domani questi operai di Dio, educati alla Dominici Schola servitii, quando ieri e ieri l’altro simili operai, discesi da questo monte con Villibaldo e con Sturmio, discesi dal Colle Celio e dal Laterano coi quaranta socii di Agostino di Cantorbery, divennero apostoli dei vari popoli d’Europa, pontefici e luminari dei loro secoli? San Benedetto ci assicura, che la bontà del Signore nel passato è insieme garanzia di ciò che egli compirà anche nel futuro. Haec complens Dominus, expectat (Prol. Reg. S. Bened.).

Con la menzione della predicazione apostolica e dei “pontefici e luminari dei loro secoli”, si riaffaccia qui il pregiudizio intellettualistico, che in qualche modo confonde di nuovo il discorso dello Schuster. Ciò che ad ogni modo colpisce maggiormente è il costante invito a discendere dal monte per portare ai popoli i valori preziosi della disciplina della Regola e della liturgia monastica. Come conciliare questo “discendere dal monte” con la clausura monacale, che lo Schuster non cessa di considerare fondamentale, al seguito della Regola? Questo lo Schuster non lo dice esplicitamente, limitandosi ad accennare al modello storico offerto dai grandi monaci missionari del passato. Questo modello ci insegna per prima cosa la potenza immensa dell’esempio, e quindi il valore missionario della presenza stessa del monastero in un territorio, e inoltre la vasta partecipazione del popolo alla liturgia, così centrale nella vita monastica. A questa suggestione dell’esperienza storica si potrebbe oggi legittimamente aggiungere l’opportunità, veramente grandissima, di far gustare il “pane” della Regola diffondendone e adattandone l’osservanza nella vita dei fedeli, e in particolare nella vita delle famiglie moderne. Inoltre dalla stessa saggezza propria della Regola benedettina potrebbe scaturire un modo nuovo di concepire la scuola, la cultura, la pratica delle arti sacre e profane. Ma ciò meriterebbe un discorso a parte. Concludiamo ora la lettura del testo dell’ispirato discorso, sottolineando il richiamo in esso contenuto ad essere operai di Dio anche in quanto ricostruttori della città terrestre.

Iddio certamente compirà questo novello prodigio, e sotto i vostri occhi renderà ancora una volta sanabili le nazioni. A voi, o Venerabili fratelli e figli dilettissimi, il merito di affrettare colle vostre preghiere il giorno del Signore; a voi ancora la gloria d’essere a parte di codesto stuolo di ricostruttori della città terrena, come siete già iscritti cittadini gloriosi della città celeste.
Sarete facilmente l’uno e l’altro, ma ad una condizione: se sotto la disciplina di Benedetto, vi diporterete da degni operai di Dio, così che nei figli riviva la dolce immagine paterna di colui del quale oggi canta la Chiesa: Qui praevaluit amplificare Civitatem, qui adeptus est gloriam in conversatione gentis (Si 50, 5). A Lui la lode d’aver ampliata in terra la mistica Città di Dio coll’opera missionaria, che da Cassino giunse al settentrione d’Europa. A lui insieme la gloria d’aver illuminata la Chiesa con la santità della sua vita, coll’ispirata sua dottrina e collo splendore dei suoi prodigi.
Egli dal Cielo assicuri alla sua famiglia il vanto di continuarne la salutare missione nella Chiesa militante, perché partecipandone al merito, ne partecipiamo altresì al premio:

Ipre, memor suae gentis
Nos perducat in manentis
Semper Christi gaudia. Amen.

Conferenza tenuta al santuario di San Bento de Porta Aberta (Portogallo) il 22 marzo 2014 per il Congresso San Benedetto Padre e Patrono d’Europa (21-22 marzo 2014).

Gentili Signori e Signore,
ringrazio il Dott. Carlo Alberto Aguiar Gomes, che mi ha invitato a questo incontro, e tutti voi qui presenti. Quello che vorrei fare in questa occasione non è tanto una conferenza, quanto un appello. E il mio appello vuole essere l’eco di quello di San Paolo: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio (…) Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (…) E’ ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri» (Rm 12, 1-2; 13, 11-14).
Questo appello di San Paolo vorrei ora tradurlo e renderlo operante in un progetto che vuole rivisitare la vita attuale delle nostre famiglie per far penetrare in esse il soffio della luce di Cristo. L’attuale crisi della vita familiare, infatti, come preciserò meglio subito, deriva principalmente dal fatto che, nelle sue abitudini quotidiane, è stata già da tempo in troppo larga misura esclusa la potenza rinnovatrice dello Spirito Santo.
Come forse già sapete, il Dott. Gomes ha pensato ad invitarmi a questo incontro perché nel 2009 ho pubblicato in Italia un volume dal titolo “San Benedetto e la vita familiare”. Questo volume è stato successivamente pubblicato in inglese nel 2010, in francese nel 2012 e ora dovrebbe essere pronta anche l’edizione portoghese. E’ stata fatta anche la traduzione in lingua spagnola, ma non mi è stato ancora possibile trovare qualcuno disposto a pubblicarla.
Ora questo libro non vuole essere semplicemente un testo da leggere, ma un progetto da realizzare. Si vuole cioè superare il momento della teoria, degli studi e delle conferenze ed entrare nel vivo della vita quotidiana delle famiglie per accompagnarle per mano a realizzare quei cambiamenti, e direi quasi quella conversione comunitaria necessaria a guarirle dalle piaghe che in vari modi le affliggono. Infatti, oggi, la crisi della famiglia non deriva soltanto dalle pressioni esercitate su di essa dalla società o dai difetti della legislazione, ma anche da abitudini di vita quotidiana che a poco a poco, attraverso i decenni, si sono introdotte nelle nostre case e hanno finito per condizionare negativamente le nostre abitudini e i nostri comportamenti. E siamo ormai così abituati a certi modi di vita e di comportamento che ci sembra impossibile modificarli.
Così scrivo nel mio volume:
La famiglia «è esposta alla maggiore degradazione, perché la vita che si svolge nella casa quasi universalmente subisce il condizionamento di un andazzo comune passivamente accettato come una fatalità ineluttabile. Di fronte a un costume diffuso che, senza chiedere il permesso, prima ancora che incominci la convivenza, si insedia da padrone nell’abitazione, i singoli – siano marito, moglie o figli – si sentono e sono impotenti. Televisione sempre accesa e disponibile ad ogni messaggio, uso selvaggio e spesso precocissimo e irresponsabile dei moderni mezzi elettronici (internet, playstation, giochi e giochetti elettronici, cellulari etc.), orari disattesi, mensa disertata, liberi rientri notturni dei giovani, libri, riviste, giornali e giornaletti di genere deteriore che girano senza riguardi per la casa, abbigliamento giovanile pronto a seguire senza ritegno qualsiasi moda, pseudomusica che aleggia per la casa o si intrufola nei cervelli attraverso le cuffie, ornamenti e immagini di ogni gusto e genere – rarissimamente di arte bella classica o di religione – genitori e figli sempre assenti, con il centro dei loro interessi sempre fuori della casa».
In questa situazione come può penetrare nelle nostre famiglie la luce di Cristo? Chi ascoltasse una conferenza sulla spiritualità familiare, anche se illustrata con i migliori argomenti, tornando a casa si sentirebbe impotente di fronte a una situazione che, come ho detto, si impone come una necessità ineluttabile.
Ma non c’è nulla di ineluttabile, e la libertà che Cristo ci ha conquistato deve renderci capaci di operare i cambiamenti necessari al bene delle nostre famiglie. Dobbiamo anzi riconoscere che siamo scandalosamente in ritardo in questa opera di conversione e di risanamento. Per questo risanamento, ovviamente, non bastano le conferenze, per quanto utili, ma è necessario che si proponga un ben definito progetto di vita comune e che si mettano a disposizione delle famiglie i mezzi necessari per realizzarlo.
Dirò ora brevemente qualche cosa sul progetto che ormai da diversi anni sto cercando di proporre e di diffondere.
Come si capisce dal titolo del volume, esso fa riferimento alla Regola di San Benedetto.
Quest’opera, che San Benedetto scrisse nel corso di una lunga vita, è un piccolo libro e non contiene ampi trattati di spiritualità, tanto che ad una prima lettura può lasciare delusi. Che il santo organizzi la giornata dei monaci, e perciò si dilunghi nello spiegare in che modo si debba dormire o mangiare, potrà essere stata per lui una necessità, ma a noi che cosa interessa? Perché non ci parla delle sue esperienze mistiche? Non sappiamo già da noi come si dorme e come si mangia? Ebbene, no! Non lo sappiamo! Non sappiamo organizzare bene le nostre giornate, e soprattutto non sappiamo organizzarle come comunità e come famiglia. Tutto ciò che impariamo a scuola ci serve a ben poco per questo. Abbiamo imparato la matematica, la storia, le scienze, magari anche la teologia, ma nessuno ci ha insegnato a vivere, e a vivere bene in una comunità familiare.
Ora San Benedetto dice esplicitamente all’inizio della Regola che egli vuole costituire una “scuola del servizio di Dio”, cioè una scuola diversa dai nostri licei e dalle nostre università, una scuola in cui si impara a vivere, e a vivere insieme. Potremmo dire che in essa si impara a far penetrare lo spirito di Cristo nella vita quotidiana delle famiglie.
Per imparare a vivere cristianamente insieme non è necessario avere diplomi e lauree, ma è invece necessario mettere le proprie membra, il proprio tempo, la propria volontà, la propria intelligenza a disposizione della comunità o della famiglia in cui si vive. Bisogna perciò cambiare mentalità e capire che il primo dovere dei giovani non è lo studio, come oggi tutti pensano, e che il primo dovere degli adulti non è la professione, ma che il primo dovere di tutti è la collaborazione generosa e la donazione di se stessi per una fraterna vita comune. In essa ogni lavoro è nobile, e anzi i lavori più umili sono quelli più nobili e più santi. La parola “umile” viene dal latino “humus”, “terra”, e indica perciò quei lavori in cui l’uomo imprime, con la faticosa vittoria su se stesso, l’impronta del suo spirito nel fango di questa terra e nella sua propria carne.
Cristo ha rivoluzionato più di chiunque altro il lavoro umano quando ha lavato i piedi agli apostoli invitandoci a seguire il suo esempio. Con questo egli ci ha insegnato che l’amorosa donazione di noi stessi, con la quale affrontiamo ogni fatica e mettiamo le nostre membra a servizio del prossimo, è la vera strada che ci eleva a Dio e nobilita la nostra vita.
San Benedetto ha perfettamente capito questo insegnamento e quanto egli scrive a proposito del lavoro di cucina vale per ogni altro lavoro che implica un faticoso servizio: «I fratelli si servano l’un l’altro» egli afferma, «sicché nessuno sia dispensato dall’ufficio della cucina, se non perché infermo ovvero occupato in affare di grande utilità, giacché con ciò si guadagna una maggiore ricompensa e un maggior merito di carità».
Ora chiediamoci: se questo è vero, perché nelle nostre famiglie il servizio di cucina e tutti gli altri lavori domestici devono ricadere esclusivamente sulle spalle della madre? Perché si pensa che questi sono lavori di bassa qualità e di basso valore, mentre il capo di casa deve esercitare la sua nobile professione e i signorini figli hanno il sacrosanto dovere di studiare. Quindi la “mammina” deve sobbarcarsi tutto il disprezzato servizio della casa, e neanche ci si deve scomodare per ringraziarla. E’ vero che a volte sono le donne stesse che si vogliono assumere tutto il servizio di casa. Ma il risultato è sempre lo stesso: le madri si sentono maltrattate e umiliate, mentre il marito si vizia e i figli crescono in un invincibile egoismo, al quale i bei voti a scuola non porteranno alcun rimedio.
Proviamo dunque a fare una piccola rivoluzione e ad applicare su questo punto la Regola di San Benedetto anche nelle nostre famiglie: essa ci insegna che i lavori di casa sono nobilissimi, perché ci acquistano un grande merito e accrescono la carità. Dunque, secondo le prescrizioni della Regola, tutti a turno devono eseguirli. E ciò non deve essere fatto come se si trattasse di un male necessario, di una noia e di una perdita di tempo, sottratto allo studio, alla professione o a cose più importanti e piacevoli. Al contrario, piegare le proprie membra pigre e fiacche all’impegno faticoso per realizzare una cosa bella e buona, come riordinare una stanza, preparare un pranzo gradito, ripulire e rimettere in bell’ordine le stoviglie deve essere fonte di soddisfazione e di gioia, sia perché si vede il frutto delle proprie mani in un’opera costruttiva e utile, sia perché si sperimenta la forza vittoriosa del proprio spirito sulla pesantezza della carne.
E non contiene in sé questo umile lavoro il segreto delle opere più grandi, come il servizio eroico della carità e la realizzazione gioiosa della bellezza dell’arte? Ancor più: non c’è in esso la misteriosa presenza della croce di Cristo, che attraverso l’umiliazione del dono di sé conduce alla gioia della risurrezione? Pensiamo infatti che il lavoro assiduo e paziente è produttore non soltanto di case pulite e ordinate o di panni lavati e stirati, ma anche di sentimenti di gratitudine e di amore per il servizio reso a sofferenti e bisognosi, e inoltre di belle piante, fiori e decorazioni, di bei vestiti, bei mobili, bei disegni, dipinti e opere di artigianato e di arte. Per questo certamente la decadenza attuale delle arti belle dipende soprattutto dal fatto che in famiglia non si coltiva più il lavoro fatto con le proprie mani – e nessuna accademia può supplire a questa mancanza. Ora, come potremo seguire la “via pulchritudinis”, a cui ci invita il papa, se non ritorniamo a lavorare in questo modo?
Ma l’opera di costante lavoro su se stessi si estende anche all’educazione della maniera di agire e di parlare, all’espressione della voce, al canto. Lo stesso studio – che naturalmente non si vuole affatto disprezzare – attraverso l’applicazione alla propria vita, viene ricondotto dalla sfera astratta e teorica, alla dimensione personale e interpersonale.
Da molti sono stati sottolineati i danni e gli svantaggi dell’allontanamento della donna dagli impegni familiari e casalinghi, mentre al contrario altri protestano che non bisogna di nuovo rinchiudere la donna tra le pareti domestiche. Ma qui non si tratta della donna: tutti devono essere riportati a rivalutare e a privilegiare il lavoro fatto per il bene della comunità familiare rispetto agli impegni esterni, riflettendo inoltre sul fatto che il lavoro fatto nella casa o per la casa ci procura le ricchezze interiori ed esteriori necessarie anche per il lavoro che svolgiamo nella società.
San Benedetto insegna che i doni che Dio ci ha dato e le virtù e le capacità che abbiamo acquisito, vanno messe in opera prima di tutto nel monastero, perché esso sia veramente la casa di Dio, in cui nessuno si turbi e si rattristi. Ma ogni famiglia, seguendo questo insegnamento, dovrebbe operare per essere una casa di Dio, in cui nessuno si turbi e si rattristi. Ciò però si può ottenere soltanto se ognuno impara a mettere a disposizione la sua buona volontà per servire ad un progetto di vita comune.
Tenendo conto di quanto è stato detto, vorrei dunque presentare, in forma molto sintetica, un progetto di vita comune ispirato all’insegnamento di San Benedetto e alla plurisecolare tradizione monastica e adattato alle esigenze della vita familiare di oggi:

chi ha la responsabilità di guidare gli altri nella vita comune deve pensare per prima cosa al loro bene spirituale e morale;
deve perciò disporre lo spazio e il tempo della vita comune in modo che tutti possano essere illuminati dalla luce di Dio e possano farla risplendere nella vita di tutti i giorni;
un posto privilegiato lo ha perciò la preghiera comune, che non deve essere lasciata al caso, né fatta in modo sbiadito, meccanico, insignificante, ma deve avere i suoi orari precisi e deve essere ben preparata, bene eseguita e arricchita da tutto ciò che possa commuovere l’animo dei partecipanti; in particolare la tradizione ecclesiastica e monastica ha sviluppato come espressione della preghiera liturgica, oltre ad una immensa abbondanza di testi in poesia e in prosa, gli arredi, gli ornamenti e le immagini artistiche, i libri con scrittura e decorazioni espressive, il canto; questa è proprio la “via pulchritudinis”, applicata per prima cosa, come è giusto, alla preghiera della famiglia;
lo Spirito di Dio, che ha riempito gli animi nella preghiera, deve manifestarsi nelle opere; dunque i membri della comunità o della famiglia devono lavorare con impegno e autodonazione in tutti i servizi necessari alla vita comune, per prima cosa nei lavori domestici di ogni genere, come anche in tutto ciò che serve ad ornare la casa per la gioia di tutti e ad arricchire i momenti di fraternità e la preghiera comune;
lo Spirito di Dio ci spinge anche a compiere bene il lavoro o lo studio fuori casa e a dedicarci ad opere di carità verso i bisognosi di ogni tipo che sono nel mondo; l’impegno della carità non può essere assente dalla vita di una famiglia cristiana e non si può lasciare al caso; esso però deve essere fatto concordemente da tutta la famiglia, senza che, per compierlo, si trascurino i doveri di giustizia e di carità verso la comunità familiare; è necessario infatti, perché si possa dare agli altri, che ci sia la disponibilità dei beni e delle forze, la quale nasce da una bene organizzata vita familiare, e se si vuole sollevare qualcuno da una situazione di miseria e di disordine, è necessario indirizzarlo verso un modello di vita migliore, che la famiglia deve essere in grado di offrire; inoltre fare il bene agli altri in modo efficace è una cosa assai ardua, in cui, per mancanza di preparazione adeguata e di esperienza, è molto facile sbagliare, e quindi rimanere delusi e rinunciare; bisogna dunque imparare da chi ha esperienza e conoscere e saper applicare gli insegnamenti sociali della Chiesa;
per vivere in concordia e pace nella comunità familiare bisogna sottomettersi in spirito di obbedienza ad alcune esigenze che riguardano l’organizzazione del tempo, la scelta e l’uso degli oggetti e degli strumenti; gli orari devono essere rispettati; la mattina, anche nei giorni di vacanza, bisogna alzarsi tutti presto, ad un orario stabilito, e fare le cose con ordine e sollecitudine; agli impegni comuni bisogna essere presenti e puntuali; in particolare, oltre ai momenti di preghiera comune, è necessario essere tutti presenti e puntuali ai pasti, che si incominciano con la preghiera e in cui vanno rispettati i canoni dell’educazione e del servizio; durante i pasti non deve esserci la televisione accesa, ma tutti devono partecipare ad un colloquio fraterno; dopo cena non bisogna andare fuori casa, se non eccezionalmente, non deve esserci l’uso abituale della televisione, ma, tranne il caso che vi sia qualche importante trasmissione, bisogna lasciare libero il tempo per una comune distensione con letture, giochi, musica ben scelta, lavoro artistico o artigianale, eventualmente anche la visione di un video opportunamente selezionato e altre cose adatte alla pace della sera; a un’ora non troppo tarda, dopo la preghiera conclusiva, ci si ritira nel silenzio e nel raccoglimento; non devono girare per casa libri, giornali o pubblicazioni in qualsiasi modo pericolosi; al contrario deve essere favorita la presenza di tutto ciò che è bello e istruttivo; una scelta analoga va fatta per la musica, per le immagini e per le decorazioni.

La delineazione riassuntiva che ho fatto è certamente troppo concisa e andrebbe meglio spiegata e sviluppata. Per questo vi rimando al mio libro.
Ma ecco ora il problema pratico che nasce da questo progetto: non si richiede troppo alle famiglie? Per poter realizzare un programma di vita comune così contro corrente bisognerebbe che i genitori avessero una preparazione estesa a svariatissime cose, molte delle quali esulano dai comuni corsi scolastici. Così ad esempio si dice che la preghiera comune deve essere vivificata dalla scelta dei testi, da una lettura espressiva, dalle decorazioni dell’arte, da canti ben scelti e bene eseguiti. Inoltre si dice che bisogna saper esercitare la carità nel mondo esterno alla famiglia in modo efficace e secondo una prassi sociale conforme agli insegnamenti della Chiesa. Si aggiunge che bisogna saper scegliere opportunamente i libri e le varie pubblicazioni, ovvero le trasmissioni e i video, evitando ciò che è nocivo e promuovendo tutto ciò che vi è di bello e di buono. Molte altre cose ci sarebbero da aggiungere di cui qui non è possibile parlare diffusamente.
Ma quante competenze sono necessarie per poter realizzare un tale programma!? Dalle discussioni e dalle esperienze avute in questi anni ho potuto elencare dodici punti in cui genitori e futuri genitori dovrebbero acquisire la necessaria preparazione. Li ho chiamati “la corona di dodici stelle” e potete trovarli elencati nei fogli che sono stati distribuiti.
Come pretendere tutto questo da due sposi o fidanzati di oggi?
Ecco dunque il problema: da una parte vediamo la necessità che i genitori abbiano l’opportuna formazione, se veramente vogliono correggere le storture che si sono introdotte nelle nostre famiglie; e dall’altra ci chiediamo come è possibile metterli in grado di avere questa indispensabile preparazione. La risposta mi sembra evidente: è assolutamente necessario creare una scuola, per genitori e fidanzati, che offra loro tutte le opportunità di un’adeguata formazione. Tanti santi dei tempi passati hanno affrontato la necessità di creare scuole che non esistevano: scuole per i poveri, scuole per i giovani, scuole per le ragazze etc. Oggi, a mio giudizio, bisogna avere il coraggio e l’entusiasmo per creare una scuola che non esiste: la scuola per i genitori. E non deve essere una scuola accademica, che rilasci diplomi e riconoscimenti di merito. Deve essere una scuola con finalità esclusivamente pratiche: essa deve insegnare a organizzare una coinvolgente preghiera familiare, a saper formare i caratteri nella vita quotidiana, a tenere in ordine una casa, a coltivare piante, a confezionare abiti, a usare con saggezza gli strumenti moderni, a disegnare, dipingere e scolpire, ad esercitare con sapienza ed efficacia la carità nel mondo del bisogno, a conoscere le cose più belle nella letteratura sacra e profana, a saper distinguere la musica bella e formativa da quella degenerata e distruttiva, a saper cantare e suonare, e altre cose ancora.
Ma essa deve essere anche un punto di incontro e di collaborazione tra famiglie che hanno lo stesso ideale e che spesso hanno bisogno di aiutarsi e di scambiarsi le diverse competenze acquisite, come anche hanno bisogno che i loro figli si conoscano e si frequentino, perché non crescano con l’impressione di essere diversi da tutti gli altri bambini.
Ho detto all’inizio che questa non voleva essere una conferenza, ma un appello. Ora posso spiegare meglio quale è l’appello che vorrei fare in occasione di questo incontro.
A mio giudizio la Chiesa e la società di oggi richiedono urgentemente che ci sia qualcuno che si occupi di diffondere e di facilitare il progetto di risanamento e rinnovamento delle comunità familiari a cui ho accennato, e che ho illustrato più ampiamente nel mio libro e in scritti successivi; qualcuno che abbia la forza e il coraggio di creare un gruppo operativo che si impegni nella diffusione di questo progetto tra i genitori e i giovani che intendono crearsi una famiglia e che sappia mettere a loro disposizione una struttura scolastica adeguata per la loro formazione.
Non è possibile trovare una giovane coraggiosa che, come Santa Francesca Cabrini, possa esclamare: “Questo mondo è troppo piccolo per il mio cuore!” e decida di dedicarsi anima e corpo, insieme ad altre volenterose compagne, secondo le linee che ho suggerito, nello spirito di Cristo, alla salvezza della famiglia in un mondo che minaccia di distruggerla?

“La corona di dodici stelle”
I dodici insegnamenti che dovrebbe offrire l’auspicata “scuola della vita” a genitori, figli, nonni, fidanzati, religiosi e religiose claustrali
di D. Massimo Lapponi

Prima stella. Progettazione e arredamento dell’abitazione per un rinnovato modello di vita familiare. San Benedetto, patrono degli architetti, insegna ad architettare la vita comune e perciò necessariamente i tempi e gli spazi.
Seconda stella. Abilità tecniche di mantenimento della casa e di costruzione/riparazione di strumenti utili, tradizionali e moderni. Igiene e pulizia dell’abitazione.
Terza stella. Abilità manuali e artistiche per la realizzazione di mobili, decorazioni, figure tridimensionali, figure bidimensionali, stoffe, abiti e ricami, produzioni artigianali varie. Ampia disponibilità di materiali, esempi e suggestioni tratte dalla storia dell’arte. Sottolineo l’importanza del vestire e come in ciò possa essere utilissimo creare da se stessi modelli che esprimano convenientemente il proprio ideale umano e cristiano.
Quarta stella. Riciclo, risparmio, cura dell’ambiente.
Quinta stella. Giardino, orto, fiori, piante, animali domestici.
Sesta stella. Le arti di una cucina buona, varia, sana, economica.
Settima stella. Le arti del gioco manuale divertente e istruttivo in collaborazione tra adulti e bambini.
Ottava stella. Formazione musicale adeguata: conoscenze storiche, formazione del gusto, conoscenza del repertorio classico e popolare, antico e moderno, sacro e profano, scrittura musicale, canto, danza, strumenti. Vasta disponibilità di testi e strumenti.
Nona stella. Formazione poetico-letteraria: conoscenze storiche, conoscenza del repertorio italiano e straniero, antico e moderno, sacro e profano, lettura e recitazione. Vasta disponibilità di testi.
Decima stella. Formazione alla calligrafia, alla scrittura artistica, alla miniatura.
Undicesima stella. Formazione religiosa adeguata: biblica, dottrinale, morale, filosofica, liturgica, spirituale. Preghiera comunitaria e privata. Conoscenza del repertorio testuale e musicale, antico e moderno. Vasta disponibilità di testi.
Dodicesima stella. Formazione all’attività sociale e caritativa, familiare e personale, e all’assistenza agli infermi e agli anziani, secondo la dottrina sociale della Chiesa.
“A coroa das 12 estrelas”

Os 12 ensinamentos que se propõe oferecer aos pais, aos filhos,
aos avós, aos noivos, aos religiosos e religiosas claustrais

De D. Massimo Lapponi

Primeira estrela: Desenho e decoração da casa para um renovado modelo de vida familiar.
Segunda estrela: Habilidades técnicas de conservação da casa e de construção/reparação de instrumentos úteis, tradicionais e modernos. Higiene e limpeza das habitações.
Terceira estrela: Habilidades manuais e artísticas para a confeção de móveis, decorações, figuras tridimensionais, figuras bidimensionais, telas, vestidos e bordados, produções artesanais várias. Ampla disponibilidade de materiais, exemplos e sugestões tomados da história da arte.
Quarta estrela: Reciclagem, aforro, cuidado com o ambiente.
Quinta estrela: Jardim, horto, flores, plantas, animais domésticos.
Sexta estrela: A arte duma boa cozinha, variada, sã, económica.
Sétima estrela: A arte do jogo manual divertido e instrutivo com a colaboração de adultos e crianças
Oitava estrela: Formação musical adequada; conhecimentos históricos, formação do gosto, conhecimentos do reportório clássico e popular, antigo e moderno, sagrado e profano, escrita musical, canto, dança, instrumentos. Ampla disponibilidade de textos e instrumentos.
Nona estrela: Formação poético-literária: conhecimentos históricos, conhecimentos do reportório italiano e estrangeiro, antigo e moderno, sagrado e profano, leitura e recitação. Ampla disponibilidade de textos.
Décima estrela: Formação em caligrafia, escritura artística, miniatura
Undécima estrela: Formação religiosa adequada: bíblica, doutrinal, moral, filosófica, litúrgica, espiritual. Oração comunitária e privada. Conhecimento do reportório textual e musical, antigo e moderno. Ampla disponibilidade de textos.
Décima segunda estrela: Formação na atividade social e caritativa, familiar e pessoal, e na assistência aos doentes e anciãos.

Carissimi,

grazie ancora a tutti voi per la collaborazione! Nonostante gli inevitabili difetti, la rappresentazione è riuscita bene e il pubblico l’ha molto gradita. Vi ricordo che l’iniziativa rientra in un progetto che stiamo portando avanti da qualche anno per il rinnovamento della vita familiare, come presentato nel volumetto “San Benedetto e la vita familiare”. Come molti di voi sanno, si è preso spunto dalla Regola di San Benedetto e dalla tradizione monastica per arricchire la vite delle nostre famiglie, incrementando specialmente la presenza dentro casa, e perciò la cura dell’abitazione e di tutti coloro che vi abitano. Ciò non va a scapito dei doveri verso la società, né della carità cristiana o dell’interesse per i problemi del mondo. Al contrario, a mio giudizio una delle cause dei problemi del mondo e del malessere diffuso è proprio la mancanza di una cultura familiare forte, e il conseguente impoverimento dei legami umani e delle risorse di ogni genere e grado.

Venendo al pratico, la prossima iniziativa riguarda i quattro o cinque giorni che eravamo abituati a trascorrere insieme in estate per svolgere attività utili alla vita familiare. Vorremmo riprendere questo programma, incontrandoci a Farfa l’ultima settimana di agosto (per quella data tornerò dallo Sri Lanka, dove ora andrò, secondo i programmi, dopo il 7 luglio). In quei quattro o cinque giorni vorremmo svolgere le seguenti attività:

1. riprenderemo i nostro “innari familiari” (ancora disponibili all’erboristeria per chi non li avesse) e imparare a cantare a canone le preghiere familiari per i diversi momenti della giornata (mattina, pasti, sera).

2. lettura e poesia: Anna Rita, come fece qualche anno fa, ci aiuterà a riscoprire la capacità e la gioia di leggere insieme dei bei testi letterari e poetici. Saper leggere bene prosa e versi, ad alta voce, per tutti, è un’arte preziosa, da reimparare. Saper scegliere i testi che possano arricchire il nostro linguaggio e il nostro sentimento è altrettanto importante.

3. tessitura: Gustavo sarà disponibile per insegnare tecniche e possibilità di tessitura, a telaio, al fine di imparare come rendere belli la casa e il vestiario, che possono diventare espressione personale della propria anima. Ciò vale sia per il decoro e il sentimento umano, sia per l’ornamento degli spazi sacri.

4. il gioco manuale istruttivo: il venir meno dell’attività manuale, sostituita da un’irrazionale e sproporzionata invasione dell’elettronica, oltre a privarci dei mezzi di espressione estetica personale, atrofizza le facoltà cerebrali, soprattutto dei bambini, che sono ancora in una fase psico-fisica formativa. Reintrodurre il gioco manuale in modo intelligente richiede grande cura da parte di genitori ed educatori (evitando la delega alle varie baby-sitter elettroniche), ma porta grandissimi vantaggi per lo sviluppo dei piccoli e per l’affezione familiare reciproca. Don Massimo presenterà un gioco manuale molto istruttivo: giocando si può imparare anche il latino!

5. Speriamo di poter introdurre anche un’esperienza nuova. Si è detto più volte che la carità e l’attività sociale sono le cose più difficili del mondo e che perciò non basta predicare: “ama il prossimo tuo come te stesso”, bisogna insegnare a farlo. E deve essere tutta la famiglia ad imparare a farlo concordemente, altrimenti si rischia che l’uno o l’altro membro – soprattutto i giovani – delusi da una famiglia che appare loro “egoista”, si imbarchino in attività sociali o politiche trascurando il rispetto e l’affetto per la propria famiglia. Spero, dunque, che Michela possa guidare una comune ricerca sui modi più giusti ed efficaci in cui una famiglia può, senza scardinare la propria compattezza, venire in aiuto ai vari mali della nostra società. Anzi, la stessa buona e concorde vita familiare deve essere la forza da cui scaturisce il beneficio più grande per la società.

Penso che si tratti di tutti temi interessanti e preziosi. Ce ne sono altri, ma dobbiamo necessariamente limitarci. Come era stato detto in passato, l’avviare queste attività dovrebbe costituire il primo nucleo di quella “Scuola per le famiglie” che vorremmo creare. Intanto ogni famiglia potrebbe scegliere un’attività a cui dedicarsi prevalentemente, anche a beneficio delle altre famiglie.

Scusandomi per la lunghezza, vi invio tanti cari saluti e ringraziamenti

Don Massimo

La carità e la solidarietà sociale nella vita familiare
di Don Massimo Lapponi

Forse il più grande servizio sociale che possa essere reso da chiunque al proprio Paese e all’umanità è formarsi una famiglia.
G.B. Shaw

Un giorno fu chiesto a Madre Tersa: “Madre, cosa posso fare per la pace nel mondo?” Ella rispose: “Torna a casa e ama la tua famiglia”.
Il discorso che vorrei fare potrebbe incominciare da un’esperienza personale: un’esperienza in se stessa negativa, ma che forse è servita per farmi meglio comprendere il problema che vogliamo affrontare.
Nei pochi anni che sono stato superiore, anche per il fatto di essere allora molto giovane e inesperto del mondo, e per di più cresciuto nell’ambito di una comunità monastica, ho fatto gravissimi errori, tra l’altro proprio nell’esercizio della carità. Penso che si tratti di errori diffusissimi, e che perciò valga la pena di parlarne un po’.
Il primo errore dipendeva dalla mancanza di coscienza che la carità, come la giustizia, devono essere esercitate per prima cosa verso i membri della propria famiglia. Questo non mi era affatto chiaro, come penso non sia chiaro a molte persone. Gli stessi esempi che ci vengono proposti, sia nella catechesi tradizionale, sia in moderni filmati su santi ed eroi della carità, ci aiutano in questo errore.
Non è, infatti, vero che i modelli generalmente proposti ci presentano persone impegnate principalmente, se non esclusivamente, ad affrontare emergenze sociali di miseria o di infermità o di altre necessità esterne alla comunità o alla famiglia di cui si fa parte, mentre non si fa parola di quanto si opera per la sussistenza di esse? Questi esempi sembrano quasi suggerire che l’opera spesa a beneficio della comunità di cui si fa parte sia indifferente, se non addirittura “egoistica”. Non mancano i casi in cui si loda chi sottrae i beni di famiglia a beneficio dei poveri, magari anche con metodi poco corretti. Che ciò, nella vita dei santi, a volte possa essere giustificato e lodevole, non toglie il fatto che si tratta di eccezioni, mentre la regola vuole che la carità e la giustizia rispettino per prima cosa i diritti di chi vive con noi.
Mosso dalle migliori intenzioni, mi è capitato di intervenire, sia con denaro, sia con l’impegno del mio tempo e della mia autorità, a favore di persone e di situazioni, che poi per lo più si sono rivelate ingannevoli, a grave scapito degli interessi, anche vitali, della mia comunità. Sul piano finanziario, ovviamente senza volerlo, mi sono messo a rischio di portare la comunità sul lastrico, fino a mettere in pericolo la sua stessa sopravvivenza. Non parlo poi del pericolo di trascurare la vita interna della comunità e di suscitare motivati dissapori.
Anche da suddito è facile cadere in abusi analoghi. Può accadere, infatti, che, allo scopo di aiutare persone esterne, si faccia uso, senza il permesso, di beni della comunità, ovvero del proprio tempo e delle proprie disponibilità, con il rischio di creare danni e malumori nella propria casa.
Evidentemente questa è una carità mal gestita. Eppure sono certo che questi abusi sono molto diffusi anche nelle famiglie.
In questa situazione di “carità mal gestita”, nulla di strano che mi sia avvenuto di intervenire a favore dell’una o dell’altra persona o lasciandomi ingannare da impostori, o operando in modo sbagliato.
Chi ha esperienza – e io allora non ne avevo – sa bene che disagiati veri o finti spessissimo sono disonesti e capaci di tutto. Personalmente mi sono trovato ad aiutare persone in una situazione realmente molto disagiata. Ma non ho avuto l’avvedutezza di capire che la persona principalmente responsabile di detta situazione era bugiarda, ladra e tutto il resto. Ciò ha causato un dispendio di energie e di mezzi di cui quella persona si è approfittata, senza realmente collaborare per un miglioramento della sua situazione – anche se, grazie al cielo, qualche cosa di buono alla fine si è riusciti ad ottenere. Inoltre tutta la vicenda mi ha portato a trascurare in molte cose la comunità e i suoi interessi, e alla fine mi ha irretito in una situazione di prestiti – per di più gestiti irregolarmente – per la quale, a causa della mia ingenuità e inesperienza, ho creato un grave danno alla comunità.
Vi sono stati anche episodi minori, ma sempre gravi, in cui, proprio per il desiderio di imitare la carità dei santi, ho dato offerte a persone immeritevoli, accorgendomi solo troppo tardi che ne avevano fatto un pessimo uso.
Racconto questi fatti spiacevoli, perché penso che cose analoghe siano molto frequenti, e perché rifletterci sopra può essere molto istruttivo.
Un ultimo errore, se pure non ha avuto poi seguito, è stato di volermi impegnare a favore di un’opera sociale, senz’altro meritoria, che però mi avrebbe distratto e sottratto in larga misura dai doveri verso la mia comunità e dagli impegni propri della vita monastica, con evidenti danni al benessere interno e alla serena convivenza.
Quest’ultima tentazione è comune nei monasteri, perché spesso i claustrali dubitano dell’utilità della propria vita e sognano di fare meglio impegnandosi in altre forme di attività, più visibilmente “sociali”. Può accadere anche nelle famiglie che i giovani, o anche gli altri, siano insoddisfatti della vita di famiglia, perché la ritengono socialmente sterile, e si impegnino in opere di solidarietà all’esterno di essa, senza però saper contemperare gli impegni esterni coni doveri verso i propri cari, e finendo così per danneggiare gravemente la vita domestica.
Evidentemente anche questa è una carità mal gestita.
Quanto detto finora può essere molto utile per stabilire alcuni principi molto semplici, ma che, per la loro stessa semplicità, finiscono per essere facilmente disattesi.
Per prima cosa bisogna mettere bene in chiaro che il primo dovere di giustizia e di carità deve essere esercitato a favore della famiglia o della comunità in cui si vive.
Non è scritto da nessuna parte che i precetti «dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i senza tetto, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti» ovvero «consolare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare le persone moleste, pregare per i vivi e i morti» escludano i membri della propria famiglia o della propria comunità!
Un superiore, o una madre di famiglia, che, per aiutare i disagiati esterni, trascurino i propri conviventi non mi sembra che osservino rettamente i precetti della carità e della giustizia!
Ma, si dirà, la propria famiglia sta bene, mentre fuori ci sono tanti gravissimi problemi, e concentrarsi sul benessere domestico significa diventare insensibili ai mali della società!
Su questo punto penso che bisogni correggere molte storture.
Curare la propria famiglia non significa affatto crearsi un giardino chiuso di benessere e far crescere i propri figli nella mollezza, nell’eccesso e nello spreco. Penso che su questo ci sia molto da riformare nelle abitudini più diffuse.
Proprio l’esercizio della giustizia e della carità verso i propri figli dovrebbe implicare il dovere di farli crescere nel vero spirito cristiano. Ciò significa che i senso profondo dei tre voti della vita consacrata dovrebbe risplendere anche nelle famiglie.
La povertà per i non consacrati e i loro figli significa che essi devono imparare a gioire delle cose semplici ed essenziali, e perciò rifiutare tutto il godimento strabocchevole offerto dalla moderna industria del divertimento e dello spreco.
La castità significa qualche cosa di simile: rifiutare di porre la propria felicità nei piaceri smodati e senza limiti e freni, e invece saper gustare la felicità della sobrietà in tutte le cose, dalle quale sgorga l’amore sincero e generoso. Questo amore, tra l’altro, ci insegna ad apprezzare anche le persone che non hanno attrattive piacevoli e a sopportare e a perdonare i modi poco garbati di tante persone, in casa e fuori casa.
L’obbedienza significa mettere a disposizione le proprie forze e il proprio tempo per servire alle necessità degli atri, in primo luogo di chi vive con noi e a sua volta ci serve in tantissime cose.
Purtroppo, invece, sembra che la maggior parte dei genitori pensino che curare i propri figli significhi riempirli di giocattoli, di dolci e di tutte le soddisfazioni offerte dalla moderna industria, senza badare minimamente all’effetto che ciò avrà sul loro carattere. Nel clima che così si crea in famiglia, è impensabile parlare di castità, e chi è cresciuto nella mollezza e nell’egoismo, come potrà avere il senso dell’obbedienza e della disponibilità per gli altri?
A questo punto arriva il catechista a dire che bisogna aiutare i poveri. Allora il giovanetto, o se ne infischia, ovvero incomincia ad accusare la propria famiglia di essere egoista e, nel migliore dei casi, si mette a fare un po’ di volontariato per qualche opera di bene, senza però migliorare il proprio comportamento in casa.
Se invece si correggessero queste storture, i genitori sarebbero veri educatori del carattere cristiano dei loro figli, insegnando loro lo spirito della povertà, castità e obbedienza, come si è detto prima, e il catechista per prima cosa farebbe rilevare che la carità si esercita non approfittando dei propri cari, ma condividendo con loro il peso della gestione di una casa nella sobrietà e nella gioia della carità reciproca.
Mi sembra ovvio che un giovanetto che sia stato così abituato allo spirito di povertà, di sobrietà e di servizio, sarà poi ben disposto ad impegnarsi anche fuori casa, senza per questo disprezzare la sua famiglia o trascurare i doveri versoi propri cari. E, anzi, la cosa più ovvia e opportuna è che l’attività caritativa rientri negli impegni comuni di tutta la famiglia, in modo, tra l’altro, da non creare conflitti di doveri per nessuno.
Qui però dobbiamo affrontare il secondo punto: come fare il bene al prossimo disagiato senza cadere nell’errore di farsi imbrogliare o di sprecare tempo e risorse senza reale efficacia?
Su questo punto è necessaria la guida di persone già esperte.
Lascio, per il momento, la risposta in sospeso, invitando a riflettere sull’esperienza negativa che ho riassunto all’inizio.
Mi preme però dire qualche cosa sull’ultimo degli errori personali che ho richiamato.
Partiamo dal principio che non vi può essere alcuna attività caritativa esterna che non abbia alle spalle una ben regolata vita interna. Per questo ritengo fuorvianti quei filmati che mostrano soltanto operatori di carità intenti a dar da mangiare ai poveri o a soccorrere gli infermi e non mostrano mai chi dà da mangiare agli operatori stessi, li cura nelle infermità e nella vecchiaia, lava i loro panni e amministra i beni di vario genere, materiali e spirituali, di cui essi hanno bisogno per la loro opera.
Questa “carità interna” in un certo senso è più importante di quella esterna: nel senso, cioè, che è da essa che scaturiscono tutte le ricchezze, materiali e spirituali, che poi si riverseranno sui disagiati. Per questo quasi tutte le famiglie e molte comunità religiose non hanno come primario e diretto scopo l’attività esterna, ma quella interna. Ciò non significa affatto che esse non abbiano una funzione sociale: all’opposto, la loro funzione sociale è preziosa e indispensabile, anche a beneficio di quelle comunità che, invece, si propongono scopi più direttamente sociali e affrontano problemi particolari, quali la povertà o l’infermità.
Ho parato di “problemi particolari”, perché vi è a monte un “problema globale”, ed è quello della “vita buona”. Qual è la “vita buona” dalla quale nascono la buona volontà di aiutare e le forze per farlo? E qual è la “vita buona” alla quale avviare, come a modello e scopo, la “vita cattiva” di chi soffre per indigenza, infermità o vizio?
Questa “vita buona” è necessariamente una vita comunitaria, ed essa va curata, promossa, salvata, e poi diffusa con tutte le industrie della carità.
Vi sono comunità religiose, o anche famiglie speciali, che hanno o sentono la missione di diffondere la “vita buona”, affrontando vari ostacoli particolari che rovinano società intere: povertà, infermità, ignoranza, vizio. Ma la maggioranza delle famiglie e molte comunità religiose hanno invece la missione primaria di custodire e sviluppare nel suo insieme la vita buona, attraverso l’osservanza dei voti o del loro spirito. Queste famiglie o comunità non si sottraggono, ovviamente, all’impegno caritativo l’esterno, ma la loro prima missione è rivolta all’interno, un interno, però, che ha la massima rilevanza per la società esterna. E’, infatti, il buon ordine della vita buona comunitaria a fornire alla società, in tutte le sue funzioni, i suoi migliori elementi e a prevenire i mali del vizio, dello spreco, della povertà e dell’infermità causati dall’umana incoscienza, mentre, nello stesso tempo, le ricchezze custodite e sviluppate dalla “carità interna” saranno la più vasta riserva di salvezza per i disagiati e per chi si occupa di loro.
Questo ci aiuta anche ad affrontare il problema che avevamo lasciato in sospeso: come esercitare la carità esterna senza farsi ingannare dalle apparenze e senza sprecare forze e tempo in modo inefficace e dannoso.
Quanto abbiamo detto ci aiuta a capire che ciò che va promosso, in ogni caso, è la “vita buona”, di là dalla soluzione di problemi immediati o di un doveroso sollievo apportato ad una situazione di emergenza. Dunque non ha senso dare soldi senza sapere l’uso che ne verrà fatto, ovvero prestare la propria autorità e raccomandazione a persone che ne faranno un uso scorretto.
Bisognerà, piuttosto, studiare bene persone e situazioni e, nel limite del possibile, intervenire per correggere abitudini e comportamenti lesivi e autolesivi, offrendo l’esempio e il modello della “vita buona” propria e della propria famiglia.
Non entrerò ora nel dettaglio dalle varie forme di attività caritativa esterna e del modo in cui famiglie normali e comunità religiose non finalizzate direttamente a scopi sociali particolari possano efficacemente contribuire ad esse senza venir meno né alla cura, né alla stima per la propria vita e per la propria missione primaria, che è rivolta a custodire e a sviluppare la “vita buona”, in forma comunitaria, a beneficio diretto o indiretto della società e della Chiesa.
Mi sono limitato ad esporre quei principi che ritengo necessari a correggere quelli che mi sembrano errori ampiamente diffusi nella pratica della vita familiare e nel più diffuso modo di intendere la carità e la solidarietà sociale.

“Labora”: un problema cruciale per la vita monastica

«Ora et labora» è il celebre motto benedettino. Che la preghiera debba avere un ampio spazio nella vita di un monaco benedettino è ovvio. Ma nella giornata di un monaco vi sono molte ore in cui non si è impegnati nella preghiera.
«L’ozio è il nemico dell’anima. Perciò i fratelli siano occupati in determinati tempi nel lavoro manuale e in altri tempi stabiliti nello studio delle cose divine», scrive San Benedetto (Regola, c. 48)
Ma un lavoro non è determinato soltanto dalla necessità di evitare l’ozio! Ovviamente il lavoro è richiesto anche dai doveri della vita di tutti i giorni e dalla necessità di procurare i mezzi per la propria vita e per qualsiasi iniziativa.
Inoltre oggi è molto sentita la sfida del “dovere sociale”, il quale spinge tutti a fare qualche cosa di utile per i poveri e i bisognosi. Ma sappiamo che i monaci devono vivere ed esercitare le loro attività e virtù specialmente nella «clausura del monastero» (Regola, c. 4). Dunque, di che genere sarà il lavoro di un monaco? Sarà impegnato soltanto in lavori all’interno del monastero? Ma quale sarà la loro utilità per la società? Si limiterà allo studio? E che diremo di quelli che non sono portati allo studio?
Questo problema non è tanto sentito durante i primi anni di vita monastica: il postulante, il novizio, lo studente, sono impegnati nell’apprendere le regole della vita monastica e nello studio della teologia, e perciò la loro giornata è piena. Ma quando questo primo periodo di vita monastica finisce, quali saranno gli impegni del monaco, oltre l’ufficio divino? Rimarrà nella sua stanza a studiare, se questo gli piace, ovvero a dormire? Sarà impegnato nell’apostolato parrocchiale, ma con i legami degli orari e delle restrizioni della vita monastica, o sarà occupato nell’orto o in qualche attività di insegnamento?
In tutti questi casi sembra che le restrizioni monastiche siano piuttosto un impedimento per il monaco che desidera praticare un lavoro, fisico o intellettuale, e che chi non è adatto per certi generi di lavoro probabilmente passerà il tempo nell’ozio. Inoltre, sembra che lo studio, l’insegnamento o la coltivazione di piante nella clausura non siano lavori tanto utili per la società! Non sarebbe meglio, allora, rinunciare alla clausura e andar fuori del monastero per curare i poveri e i bisognosi? Ovviamente, questa sarebbe la fine della vita monastica! Ma sarebbe una perdita così grande?
Ma questo ragionamento del senso comune è fondato su falsi pregiudizi e fraintendimenti. Il primo pregiudizio è che la pratica della carità incomincia fuori della porta di casa: cioè, che l’assistenza data ai membri della propria famiglia o comunità non è carità e che la carità è soltanto l’assistenza materiale ai poveri nelle strade. Il secondo pregiudizio è che l’unico modo di assistere i poveri e i bisognosi è di dar loro soldi, cibo, vestiti e medicine quando stanno morendo di fame nelle baracche o giacciono in terra.
Contro questi pregiudizi dobbiamo sottolineare che la prima carità deve essere praticata verso le persone che ci sono affidate come membri della nostra stessa comunità e con i quali costruiamo giorno per giorno una comune ricchezza familiare, la quale è il fondamento del benessere non solo per una famiglia o una comunità, ma per l’intera società. Nutrire e curare i propri figli, fratelli e anziani è la prima e fondamentale forma di assistenza ai bisognosi. Ed anche l’assistenza fornita fuori casa ai poveri nelle strade è fondata sulla pratica della carità, della sobrietà, dello spirito di povertà e di risparmio nella casa: infatti essa può sgorgare soltanto dalla ricchezza comune – spirituale e materiale – di famiglie e comunità ben gestite.
Così, se soltanto alcuni membri di una comunità sono direttamente impegnati nell’assistenza dei poveri nelle strade, essi non potrebbero farlo se non fossero a loro volta assistiti dai loro fratelli nella loro comunità o famiglia.
Inoltre, interpretare le parole: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere» (Mt 25, 35) nel più stretto senso letterale, significa dimenticare altre frasi del Vangelo, come: «Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4, 4), ovvero: «Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6, 27).
Ciò non significa, ovviamente, che non dobbiamo prenderci cura delle necessità materiali delle persone! Ma dobbiamo renderci conto che la sorgente della vera ricchezza – e anche della ricchezza materiale – si trova in una vita ben regolata e che una vita ben regolata significa, generalmente, una famiglia o una comunità ben regolata. Una vita buona, o ben regolata, è una vita illuminata dallo Spirito di Dio attraverso la preghiera, la virtù, la sobrietà, lo spirito di povertà, la carità. Ma se una vita ben regolata significa, di regola, una vita comune ben regolata, di fatto dovremmo avere comunità e famiglie illuminate dallo Spirito di Dio.
Se in una famiglia o comunità sono praticate la virtù e la carità, il primo risultato di questa pratica sarà la prevenzione del vizio e della povertà che da esso deriva. Infatti la povertà, in tutti i suoi sensi, è spesso l’effetto del vizio e di una vita mal regolata – e di una vita familiare mal regolata. La prevenzione è meglio della terapia! Perciò coltivare una vita ben regolata nelle famiglie e nelle comunità è il modo migliore per assistere i bisognosi – e in questo caso i bisognosi sono i bambini o i giovani o altri che hanno bisogno del nutrimento, materiale e spirituale, per crescere e vivere in modo sano. E assistere i poveri fuori casa richiede non soltanto l’elargizione di cibo, vestiti, soldi e medicine, ma anche e più guida e sostegno per correggere i vizi, sviluppare le virtù e possibilmente conseguire una ben gestita vita familiare, di cui bisogna offrire ad essi l’esempio.
Vediamo, dunque, che sullo sfondo di qualsiasi attività caritativa vi è la necessità di una vita familiare o comunitaria ben regolata. Infatti, ogni umana ricchezza comune sgorga dalla ben regolata vita familiare e si diffonde non soltanto attraverso la diretta elargizione di benefici materiali, ma anche e più attraverso il dono del “nutrimento” di una buona formazione umana, la quale è data attraverso l’educazione dei figli, il buon esempio di una sana vita di famiglia e l’amore del prossimo esercitato dentro e fuori casa.
Una volta dissipati pregiudizi così radicati, possiamo ora applicare ciò che abbiamo detto alla vita monastica.
La prima pratica della carità in una comunità monastica, come in una famiglia, deve essere rivolta ai membri della comunità stessa e alla vita comune, in modo che i giovani aspiranti siano ben formati, i fratelli si amino e si aiutino l’un l’altro a compiere bene i loro doveri, gli anziani e gli infermi siano convenientemente assistiti, la casa sia ben curata, le risorse siano convenientemente usate e rinnovate, la ricchezza sia accresciuta e risparmiata per il bene dei fratelli e dei bisognosi e per le necessità della società, la chiesa sia ben tenuta e adornata, la preghiera e la liturgia siano curate con amore per il bene e la felicità più alta di tutti gli uomini, le arti sacre, come la decorazione e il canto – che sono la “Bibbia dei poveri” – siano realizzati con tutto lo splendore necessario per nutrire la fame di poesia del cuore di ognuno, le utili scienze e capacità di ogni genere siano coltivate per il bene della comunità e della società e per l’istruzione di quanti desiderano e necessitano di imparare.
Soprattutto una comunità monastica deve essere un modello di ben gestita vita comune, tale da potersi imprimere nelle famiglie e nei vari raggruppamenti per mezzo dell’esempio e di apposite istruzioni. Oggi questo è divenuto estremamente importante, perché la famiglia naturale attraversa una grande crisi ed è minacciata dai cattivi costumi e dai cattivi esempi, tanto che genitori, figli ed educatori non sanno più come realizzare una ben gestita vita familiare. Dunque, attraverso il contatto, l’esempio e le istruzioni, le comunità monastiche devono aiutare le famiglie a riacquistare la pratica di un’attività giornaliera saggiamente organizzata, divisa tra la preghiera e il lavoro utile («ora et labora»).
Dunque, dopo il periodo degli studi regolari, i membri di una comunità benedettina non devono sentirsi disorientati né devono invidiare chi esercita attività fuori della clausura. Al contrario, essi devono capire che ogni impegno per il servizio dei fratelli, il mantenimento della casa, lo splendore della liturgia, l’approfondimento della preghiera personale, l’esercizio di utili scienze e capacità, l’elargizione di benefici materiali e spirituali a chiunque, soprattutto il dono di una bella chiesa e di una bella liturgia, l’esempio di una vita santa, preziose istruzioni alle famiglie per una ben regolata vita quotidiana, sono mezzi meravigliosi per praticare la carità cristiana e sono un incalcolabile beneficio per la società.
Fin dall’inizio della loro vita monastica i fratelli dovrebbero cercare, con il consiglio dei loro superiori e direttori spirituali, quale potrebbe essere per loro – in considerazione delle loro inclinazioni – la pratica, l’attività o la scienza che essi vorrebbero maggiormente coltivare per essere più utili per il servizio dei fratelli, la conduzione della casa, la cura della liturgia e della preghiera, il dono di benefici spirituali e materiali ad ognuno, e soprattutto alle famiglie.

L’architettura e la resurrezione

In un breve romanzo scritto poco tempo fa – “la piccola tomba” – osservavo che nessuno di noi, alla sua morte, cessa la sua missione nel mondo. Quanti ci hanno preceduto ci hanno trasmesso, si potrebbe dire, tutto quello che siamo: forma corporea, lingua, beni, istruzione etc. Ma tutto ciò che abbiamo ricevuto può avere una sua consistenza duratura soltanto se è collocato in una struttura architettonica che ad ogni cosa dia il suo giusto posto e che tutto preservi. Anche i libri perdono di durata e di consistenza se non sono collocati in una biblioteca.
Quella “vita dopo la morte” per la quale i trapassati continuano a svolgere la loro missione, attraverso i loro discendenti, è resa possibile da tutto ciò che rimane di essi, ma in modo particolare dalle case e dagli edifici significativi che ci hanno lasciato. Purtroppo molti non hanno alcun senso del debito con i loro cari defunti e, appena questi scompaiono, cambiano, vendono, buttano, sfasciano, dimenticano, si sentono “finalmente liberi” – come se lo stesso non faranno poi quelli che verranno dopo – e si sentono i soli veri viventi (ma per quanto tempo?!).
In questa “vita dopo la morte” vi è come l’anticipo e la promessa della risurrezione – un mistero della fede a cui troppo poco pensiamo

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