San Benedetto e le nuove “architette”

di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
3.

«Nei tempi appropriati si dia quanto si deve dare e si chieda quanto si deve chiedere, perché nessuno si turbi e si rattristi nella casa di Dio».
Nella precedente conversazione abbiamo richiamato queste parole di San Benedetto e abbiamo detto che esse esprimono in modo particolarmente efficace la missione di un vero architetto. Abbiamo anche ricordato che San Benedetto è il patrono degli architetti, ovviamente non perché fosse un tecnico delle strutture abitative, ma perché è stato il migliore “architetto della home-domus”. Nessuno, come lui, infatti, ha saputo “architettare” gli spazi e i tempi di quanti vivono insieme sotto lo stesso tetto.
E qui dobbiamo puntualizzare un fatto che generalmente sfugge all’attenzione. La maggior parte dei pastori di anime si rivolgono ai singoli, per guidarli in una vita buona, saggia e cristiana. Ma San Benedetto sa bene che nessuno vive da solo e che, peciò, per guidare le persone in una vita buona, senza che esse siano continuamente ostacolate, è necessario ben regolare non solo la vita dei singoli, ma anche e soprattutto la vita delle comunità i cui essi vivono.
È vero che San Benedetto scrisse la sua Regola per le comunità religiose, ma le sue sagge norme sono preziose per “architettare” la vita di ogni comunità di persone che vivono insieme, e perciò anche la vita di una famiglia – e tanto più di una famiglia moderna, la cui prima necessità è quella di trovare chi le insegni a ben “architettare” la propria vita quotidiana.
Ora, un architetto che si rispetti deve rimboccarsi le maniche e prendere in mano la situazione, in modo che tutto sia organizzato secondo la sua sapienza ordinatrice, né può permettere che le cose se ne vadano per conto proprio – ovvero che siano perversamente regolate da qualche manina segreta, che venga dal piano di sotto o semplicemente dai bassi interessi terreni.
Dunque la nostra ideale madre di famiglia si trova di fronte un compito molto impegnativo, ma anche di grende soddisfazione e, come vedremo, di immensa portata culturale e sociale. Per fortuna, visto che le comuni scuole non le hanno dato la necessaria preparazione, San Benedetto ha organizzato per lei una scuola apposita: “la scuola del servizio divino”, come lui stesso la chiama, ovvero, se vogliamo usare termini più “laici”, “la scuola di una vita condivisa buona e felice”.
Ma ora torniamo sulla frase da cui abbiamo incominciato il discorso. Se, come abbiamo visto, lo scopo di questa scuola è di riorganizzare la vita comune per poter bene indirizzare efficacemente i singoli, è giusto che essa esiga che ogni cosa si faccia nei tempi e nei modi più appropriati, «perché nessuno si turbi e si rattristi nella casa di Dio».
Osserviamo: prima avevamo parlato della “domus Romana”, ora addirittura ci troviamo a parlare della “domus Dei”, della “casa di Dio”! Ciò significa che una madre di famiglia che si metta alla scuola di San Benedetto farà della sua casa una “domus Dei”! La prospettiva dovrebbe essere allettante! Per chi, poi, preferisse un linguaggio meno “religioso” – ma ricordiamo che anche la “domus Romana” era considerata una realtà sacra, nella quale ardeva perpetuamente il fuoco dedicato ai Penati – potremmo dire che, seguendo le saggie norme del santo di Norcia – cristiano, ma anche romano – la nostra invidiabile madre di famiglia farebbe della sua casa un luogo di vita felice, che tutti desidererebbero frequentare e imitare.
Ma come si potrà realizzare un programma che, se pure espresso in poche parole – «che ogni cosa si faccia nei tempi e nei modi più appropriati» – richiede in realtà un impegno immenso e una serie di competenze sterminata? C’è proprio da dire che il “reddito di maternità” sarà un’ottima cosa, ma, se non è integrato dall’opportunità di una preparazione adeguata, rischia di essere in gran parte inefficace!
San Benedetto dà molte sagge norme, ma per poterle mettere in atto bisogna acquisire tante disposizioni, morali, pratiche, intellettuali, professionali, che non possiamo fare nostre con la semplice lettura della sua Regola. Bisognerebbe frequentare la sua scuola! Come fare, dunque?
Una cosa almeno possiamo dire: la Regola di San Benedetto ci mostra chiaramente quali siano le qualità che la nostra missione di “architette degli spazi, dei tempi e dei modi della vita comune” esige da noi. Sarà questo il primo passo, che ormai siamo pronte a fare, per accedere alla nostra scuola!

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