San Claudio de la Colombière s. J. (1641-1682)

Sermone per il giorno della presentazione della Santissima Vergine
Testo tratto da un’edizione italiana del secolo XVIII

Come chi ha commesso un aborto può riscattarsi salvando molte altre vite umane, così chi ha sciupato la propria vita può riscattarsi insegnando a molti giovani a non fare lo stesso errore. Soprattutto a costoro – e certamente sono tanti – è dedicato questo sermone, che, con un linguaggio di altri tempi, parla di realtà sorprendentemente attuali. Auspichiamo che molti genitori ed educatori facciano tesoro di queste preziose istruzioni, dettate dal confessore di Santa Margherita Maria Alacoque, e, da esse illuminati, si adoperino attivamente per il bene dei propri figli e di una giuventù tragicamente a rischio.

Primitias tuas non tardabis reddere
Ex 22, 29

Se si ha da eleggere un tempo per darsi a Dio, la gioventù ha da esser anteposta a tutti gli altri, perché per farlo in questa età, vi è maggior bisogno, maggor convenienza, e maggior merito.

Eccovi il maggior sacrificio, il quale da che il mondo è mondo sia giammai stato fatto. Maria offerisce se stessa al suo Creatore nel Tempio di Gerusalemme. Non vi fi giammai creatura alcuna più perfetta, giammai si fece offerta né con maggior religione, né con minor riserva di questa. Giudicatelo dunque voi, se dovette piacere al Signore, il quale conosceva benissimo ed il merito della persona, e le interne disposizioni colle quali accompagnò quell’atto. Però tra le altre circostanze, che dovettero rendere quell’azione più grata a Dio, io non so se avete osservata quella, che a me fa maggior impressione, cioè l’età di Maria. Ella non ha più di tre anni, ed eccovela a’ piedi dell’Altare impegnar solennemente la sua libertà, e portata da fervore, e da una santa impazienza che dimostra, pare rimproverar a se medesima, come che abbia troppo tardato a compiere questo suo obbligo.
Io sono sempre stato di parere, non essere mai troppo presto per cominciar una vita santa e Cristiana; e vedendomi oggi confermato nel mio sentimento dall’esempio della Vergine, non posso a meno di non rendervi conto in questo discorso di una massima, la quale non s’accorda punto colla condotta che tiene ordinariamente la gente del mondo. Permettetemi dunque, cari fedeli, che vi dica l’animo mio intorno a questo soggetto, che non ci mancheranno altre occasioni di lodare la nostra buona Madre e Signora; contentiamoci in questo giorno di animarci a seguire quel primo esempio, ch’ella ci diede, e per arrivarvi rivolgiamoci a lei, e diciamole coll’Angelo: Ave Maria.
Gran cosa è vero, Madama, che il vizio abbia talmente guasti, e corrotti gl’intendimenti, che abbia sì fattamente spenta negli uomini non solo la fede, ma ancor tutta la ragione, che li Predicatori abbiano da ridursi a dover provare questa verità, che non si comincia mai troppo per tempo a servir Dio. Come se si dicesse che non si ha da aver tanta fretta di proccurare i veri nostri interessi, di volere quelle cose, nelle quali consiste tutta la nostra felicità, di caminare a quel fine, per lo quale siamo stati creati; in una parola, che non s’ha da proccurare più che tanto d’essere ragionevoli, di essere uomini, di fare quello, che faremmo quasi per istinto naturale, e quello a che la natura nostra ci inclinerebbe, quando Dio non ci avesse dati altri lumi per farci conoscere, come abbiamo da operare. L’intenzione mia non è d’inveire in questo luogo contro l’impudenza di que’ grandi peccatori, i quali tirano in lungo la lor conversione da un giorno all’altro, i quali hanno animo ancora di differirla fino all’ultimo, fino alla morte. Il veder solo il pericolo al quale s’espongono, mi fa tremare. Pensieri sì noiosi non convengono, non fanno a proposito per questo solennissimo giorno. Io parlo oggi a persone ragionevoli, parlo a persone le quali sono già molto persuase, che bisogna salvarsi a qualunque costo; che quando bene le cose, le quali si dicono dell’altra vita, fossero tutte cose dubbie, ed incerte, sarebbe nondimeno una somma pazzia il voler azzardare, il voler mettersi a pericolo di andar eternamente dannati; che considerato bene il tutto, il miglior partito è quello, al quale s’appigliano gli uomini da bene, e che bisogna disporsi a tempo per la morte; ma non stimano poi, che tutta la vita debba esser impiegata in far questa preparazione, anzi all’opposto si credono, esservi certe età, le quali non sono in modo alcuno a proposito per questo; che passato un certo tempo, allora vi si può pensare; che l’età, la quale va avanti la vecchiezza, sembra destinata al maneggio de’ negozi; che la gioventù in particolare ha una totale contrarietà a ciò che si dimanda divozione; che questo è il tempo proprio di prendersi le sue soddisfazioni; e valersi di questo tempo per darsi seriamente alla pietà, sarebbe un servirsi malamente del suo tempo, un perdere le più belle giornate.
Questo è ciò che pensano, e che dicono ancora alcuni, che il mondo tiene per uomini savi, prudenti, e molto illuminati. Ma che risponderemo noi, cari fedeli, che ne diremo di questa falsa, e sciocca prudenza? Sarà vero, esservi alcun tempo della nostra vita, che non debbe essere consecrato all’Autore, ed al Padrone delle Anime nostre? Sarà dunque vero, che la prima, e la più bella età dell’uomo è quella, che si ha da sacrificar al mondo, al nemico del nostro Dio, e che questa è la men proporzionata per vivere Cristianamente?
Quali sieno i vostri pensieri, cari fedeli, non lo so; per me io so bene, che sono d’un sentimento totalmente contrario. Io stimo tutto all’opposto, che se si ha da eleggere un tempo per darci a Dio, la gioventù ha da essere anteposta a tutti gli altri tempi; ed eccovi le ragioni, che ho di crederlo. Tre ne toccherò brevemente ne’ tre punti, che divideranno questo discorso. La prima si è, perché vi è maggior bisogno di farlo in questa età. La seconda, perché la convenienza è maggiore. La terza, perché vi ha maggior merito. Questo sarà tutto il soggetto del mio ragionamento. Sarò breve, e spero tutti ne profitteranno. Saranno questi motivi di fervore per i giovani; e per tutti gli altri, se pur non isbaglio, motivi d’un molto amaro pentimento.
Altra cosa io non veggo nel mondo, che paia più degna di compassione, quanto una gioventù rilassata, ed abbandonata a tutte le debolezze, a tutti quegli incentivi, a’ quali questa età è di sua natura soggetta. Parmi appunto di vedere una Nave senz’albero, e senza timone, la quale in una oscurissima notte, agitata da venti contrari, e furiosi, hora urta in uno scoglio, hora dà in una seca, e si arrena, hora vien portata in alto dall’onde sino alle stelle, ed in un momento si vede spofondata negli abissi. Mi figuro un povero condannato dentro un’oscura prigione, lasciato in balia di fiere affamate, le quali facendo a gara, e strappandosi l’una coll’altra da’ denti la loro preda, crudelmente la sbranano. So, che in questa età la ragione uscendo quasi dissi dalle tenebre dell’infanzia, comincia a risplendere nella mente dell’uomo; ma ohimé! che quella fiammella è tanto debole, e tanti sono i vapori grossi, e neri, i quali al medesimo tempo si sollevano nel cuore; voglio dire, passioni sì gagliarde, e sì violenti, che fanno una notte più tetra della notte medesima, di modo che se bene si lasci di essere fanciullo, non per questo si diventa più ragionevole. Come vi sono due sorti di pazzie, alcune ridicole, ed allegre, altre tetre, e furiose; così si può dire, esservi due sorti d’infanzia, l’una innocente, ed amabile, l’altra per lo contrario, che si accosta al furore. Questa seconda infanzia, cari fedeli, è la gioventù; ella non si serve più della ragione, che la prima; né da quella si distingue in altro, se non in questo, che scherza col ferro, e col fuoco, onde offende se stessa giuocando, e gli altri ancora.
Questa è un’età, nella quale d’ordinario si vede una somma presunzione congiunta con una somma ignoranza; una debolezza che non può resistere a niente, ed un’imprudenza che s’espone a’ maggiori pericoli; un amor proprio inavveduto e grosso, che si manifesta per tutto, dassi a conoscere a tutto il mondo, senza che la persona conosca se stessa. È cosa da piangere il vedere, con quanta facilità dicono ciò che dovrebbono tacere, con quale studio affettano quelle cose, che dovrebbono schivare, come fanno pompa de’ loro diffetti, si gloriano delle proprie confusioni, e si vergognano delle azioni più nobili. Hor timidi e vergognosi, hor arditi e sfacciati; instabili, si mutano di parere senza alcuna ragione, altre volte tanto duri, ed ostinati contro ogni dovere, quasi sempre s’appigliano al peggior partito, lodando ciò che merita biasimo, e condannando ciò che viene approvato da tutti quelli, i quali ne sanno più di loro. Che diremo di quelli, che si lasciano maggiormente trasportare o sia dall’amore, o dall’odio, o dal dolore, o dal diletto? Si può trovare cosa più soggetta o ad uno sdegno cieco e precipitoso, o ad un timor panico, o ad una eccessiva tristezza, o ad una eccessiva gioia? Che se con queste disposizioni avviene, che un giovane si incamini male, si dia al vizio, al quale è tanto inclinato, oh Dio! qual sarà la sua corruzione, quale la libertà, quale il furore? Si metterà sotto i piedi tutte le leggi divine, ed umane; sarà insensibile più che un macigno a tutto quello, che può muovere un cuore, ed ispirargli un santo timore; porterà la profanazione, ed il disordine nelle cose sacre; non avrà paura di dubitare di tutte le massime, di tutte le verità meglio stabilite, di riputare per chimere le dottrine riverite in tutti i secoli da quando vi sono stati uomini di sapere, e di purgato giudizio: O iuvenes, grida Agostino vedendo tutto questo: O iuvenes flos aetatis, periculum mentis! Gioventù, tu sei il fiore de gli anni, ma tu sei ancor lo scoglio più pericoloso; tu vieni chiamata l’età dei piaceri, ma se non vi s’averte bene, tu sarai una sorgente ben funesta di lagrime, e di dolori per tutte le età, che ti seguiranno!
Fortunati quelli, cari fedeli, che possono schivare un sì gran pericolo! Cosa non si dovrebbe fare per isfuggire i pentimenti, e la vergogna, che cagiona ad un uomo dotato di ragione la rimembranza di una gioventù incauta, e libera? Ma come si può far meglio che col darci a Dio sin dai nostri primi anni? Come potrà resistere a tante tentazioni, a tanti allettamenti del peccato un giovine, che li sente tanto gagliardi, e tanto vivi? Come con sì poco lume, con sì poca esperienza, un giovine debole si potrà esimere da infiniti lacci, da mille, e mille ocasioni, nelle quali l’età sua lo mette, se non si dà ad una grande virtù con una fervente orazione, con la frequenza de’ sacramenti, colla lezione de’ libri divoti, col pratticare persone virtuose, in una parola con la pratica di tutte le virtù cristiane? Per quale strada, dice il Profeta David, potrà un giovine prevenire gli enormi sgarri, a quali è tanto soggetta la gioventù: in quo corrigit adolescentior viam suam? e risponde a se medesimo, Signore io non ci veggo il miglior ispediente, che col darsi da vero all’osservanza della vostra santa legge: in custodiendo sermones tuos.
In fatti, cari fedeli, in qual età possiamo noi dire esserci più necessari questi aiuti, che in questa? La puerizia quasi sino all’età di vent’anni viene ritenuta dal timore; questa età viene confidata a persone savie, e discrete, le quali stanno coll’occhio aperto sopra la di lei condotta, e dan conto de’ di lei portamenti. Alla misura che ci andiamo avanzando ne gli anni, gli affari, gli impieghi ci difendono dall’ozio; la persona si governa per ragione d’interesse, e di convenienza; la morte che s’avvicina, la prudenza acquistata colla sperienza delle cose, le stesse disposizioni naturali, l’impotenza di far il male sono tutte cose, le quali impediscono i disordini, che le passioni potrebbono cagionare nella vecchiezza. Ma in quella, che chiamiamo il fior dell’età, ci troviamo privi di queti soccorsi. San Giovanni Crisostomo osserva, che appunto è nell’entrar della gioventù, quando ci si tolgono i maestri, e i governatori, appunto dic’egli nel tempo che cominciano ad esserci più necessari. Questa è un’età, dalla quale il mondo non aspetta ancora niente di sodo, un’età per la quale pare non abbia fatta regola alcuna. Siamo ancora senza isperienza, e per quanto i più sperimentati ci dicano, e ci predichino per nostra istruzione, e ammaestramento, tutto lo stimiamo effetto della loro invidia, e della loro malinconia; ci crediamo impeccabili, e di non aver mai a morire. Di modo che, se in quest’età non saremo più che bene armati d’un gran timor di Dio, è moralmente impossibile che non caschino in mille disordini.
Il mondo li perdonerà, o Cristiani, tutti questi disordini; egli si contenterà di dire, che voi siete giovani. Ma credete voi che Dio li abbia a perdonare colla medesima facilità? Pensarete forse che non v’abbia a dimandar conto de gli anni più belli della vostra vita? Che non ricercherà, come avete trafficato il più ricco talento da lui messovi in mano? Credete forse, che non v’abbia concesso questo bel tempo per altro, se non per perderlo malamente, se non per passarlo, come lo passerebbe un fanciullo, un pazzarello, in baie, ed in leggierezze, come se non ci fosse né Dio da servire, né un’Eternità da guadagnarsi? Sentite l’avvertimento, che vi dà Salomone ne’ proverbi: Letare iuvenis in adolescentia tua, et in bono sit cor tuum in diebus iuiventutis tuae, et ambula in viis cordis tui, et in intuitu oculorum tuorum; et scito, quod pro omnibus his adducet te Dominus in iudicium. Giovani, uomini, e donne, profittatevi dell’età vostra giovanile, date orecchio a’ desideri del vostro cuore: sin tanto che è in vostra mano metterli in pratica, non vi regolate secondo le inclinazioni, e secondo i dettami dei vostri sensi; ma sappiate. che questa sfrenata, e licenziosa gioventù vi tirerà addosso l’ira, e la maledizione del Signore: sappiate che Dio non ne giudicherà, come ne giudica il mondo; anzi che la gastigherà con tutto il rigore della sua giustizia: scito, quod pro omnibus his adducet te Dominus in iudicium. Cristiani miei, non le vediamo noi giornalmente adempite queste minacce, ora con matrimoni infelici, e sfortunati, ora con la perdita de’ beni, e con la rovina totale delle case più floride, talvolta con infirmità, che non finiscono, se non col finir della vita, e sovente, con morti immature, ed inaspettate?
Questi sono i frutti di una gioventù oziosa, e carnale; ma non sono pur anche questi i più amari. Quello che è più da temersi, che ogni altra cosa, e che mostra ancor maggiormante la necessità che corre di darsi a Dio ne gli anni più freschi, si è, che questa età è quella, la quale regola tutte l’altre. Quando si è cominciato a buon’ora a viver male, quanto si stenta a riformarsi, e far giudizio nel farsi uomo! Perché primieramente si procura di tirar in lungo più che si può questa gioventù; molto tardi ci riduciamo a credere, che ella sia passata; vogliamo essere giovani in età di quarant’anni, e per farlo credere a tutto il mondo, cosa non si fa? Voi lo sapete meglio di me. Ben si conosce, che una tal forma di vita deliziosa, colla quale ci siamo impegnati, non è già una vita secondo l’Evangelio, che non è questa la strada tenuta da i santi per andare in Cielo. Si pensa qualche volta a mutare, ci andiamo studiando un ritiro; ma non si crede mai, che il tempo di questo ritiro sia venuto; ci sentiamo ancora del fuoco, e del vigore: ogni piccolo affare è un grand’ostacolo ad un tal dissegno: ogni giorno sopravengono nuovi impedimenti; in una parola, si sente alla volte parlare di simili bei proponimenti doppo la morte di alcuni, ed in occasione di udire discorsi funebri, ma rare volte se ne vede l’esecuzione.
Farete poi un dì giudizio, mi direte voi; lo voglio credere, voglio credere, che arrivati alli trenta, alli quaranta, v’accorgerete benissimo di non essere più giovine, d’essere ormai tempo di vivere da uomo, di vivere da buon Cristiano; ma vi credete voi di poter subito lasciar il vizio, e mettervi sulla buona strada? E io credo, che non lo potrete né meno in età di sessanta, o settant’anni; ed io credo, ed è lo Spirito Santo che me lo fa credere, credo dico, che senza un gran miracolo voi sarete sino alla morte quel, che siete stato al principio della vostra vita: Adolescens iuxta viam suam ambulans, etiam cum senuerit, non recedet ab ea.
Non è qui luogo di parlar della forza, che ha un abito fatto. Niuno pensa, che ci mette una specie di necesità, e che gli abiti contratti in gioventù, sono tanto più forti, quanto si sono fatti con più facilità. Mi contento sol dire con San Clemente Alessandrino, che la gioventù è in noi come la mammella, e la nodrice di tutte le età: Est in nobis uber aetatis ipsa iuventus. Cioè, come le nodrici col latte, che ci danno, non solamente ci infondono quelle buone, o cattive disposizioni, nelle quali si trovano esse quanto al corpo, ma ancora le qualità del loro spirito; il lor temperamento, le loro naturali inclinazioni; così la gioventù comunica alle età seguenti, o le sue virtù, o li suoi vizi, e fa, che ciò che si è pratticato a buon’hora, ci divenga come naturale, e necessario; e come si è operato da giovine, così si operi nell’età decrepita.
Gran compassione in vero, che si veggano persone venerabili per la senile canizie screditarsi, essere stimate da niente per le loro fiacchezze! Conservar le passioni in una stagione, nella quale quelle passioni non solo son peccaminose, ma di più ancora ridicole; mantenerle vive in quell’età, che è l’età della saviezza, nella quale ogni cosa dovrebbe goder calma, e la ragione regnare in una profonda pace; nella quale l’anima poco men che sciolta, e disimpegnata dal corpo, dovrebbe operare con la medesima facilità, e colla medesima perfezione, che farebbe un puro spirito. In quell’età dico, esser ancora giovine, ancora leggiero? essere lo schiavo, il bersaglio delle sue passioni; avere ancora a lottare con una carne secca, ed agghiacciata, né poter far cosa alcuna di lodevole senza venir a mille combattimenti; essere tirato come per forza ad azioni indegne, condannate dalla ragione, e dalle quali pare la natura stessa inorridisca. O vergogna, o miseria, o funesti avvenimenti d’una gioventù sregolata!
Non così sarà, dice il grande Ambrogio, di quello, il quale da’ suoi primi anni averà portato il giogo del Signore: anzi tutto all’opposto egli viverà senza inquietudine; molto lontano dallo strepito cagionato dalle passioni tumultuanti, e ribelli, goderà in un dolce silenzio i frutti delle sue prime applicazioni, non avendo più niente che fare col corpo, né trovando più cosa veruna che li faccia resistenza, o che lo disturbi: Sedebit singulariter remotus a strepitu interpellantium passionum, et quietus sedebit; cui iam necesse non est iurgari cum corpore, decertare cum variis cupiditatibus; con quel che segue. Ecco, cari fedeli, se ho ragione di dire, che quanto si è più giovine, tanto è più necessario di darsi all’esercizio delle virtù, perché quanto uno è più giovine, tanto è più debole, tanto ha maggior bisogno d’aiuti contro le tentazioni. Secondariamente poi, perché quanto la persona è più giovane, tanto è più facile a fare que’ cattivi abiti, che poscia mai più si lasciano, se non col lasciar della vita. Di modo che se ne’ teneri anni si vuol fuggire una horribile depravazione, quando bene non si volesse sfuggire, che negli ultimi giorni della vita, non bisogna perder tempo, bisogna per necessità darsi fretta di abbracciar il partito della virtù. Ho detto esservi maggior necessità di farlo a quel tempo. Così dico ancora, esservi maggior convenienza; e questo sarà il secondo punto.
La convenienza per tutte le persone ragionevoli è un motivo non meno forte, che la necessità; anzi potremmo dire, che pur ella è una specie di necessità, dalla quale le persone onorate si veggono più ancora costrette, che dalla forza. Questa convenienza in materia di liberalità, non consiste precisamente in donare poco o molto; ma consiste nella proporzione che passa tra il donatore, ed il dono che fa; tra quello stesso dono, e la persona, alla quale vien presentato. Un Re, che non donasse, se non cenci, o abiti di tela, o un bigio di rozzo panno, questo Re, dico, peccherebbe contro le regole della convenienza, perché farebbe presenti indegni di sé. Al contrario, un suddito non lascia di onorare il suo Principe con un dono di poco valore, se quel poco che dona è conforme allo stato di sua povertà. Bisogna però, che il dono sia proprio, e per se stesso meriti di stare nelle mani regie. Perché se oltre l’essere cosa vile, e ordinaria, ella fosse ancor guasta, ed indecente, non dovrebbe offerirsi ad un personaggio di quel carattere. Che un povero contadino per esempio non presenti, se non pochi frutti, non v’è niente, che offenda le leggi della convenienza; ma se non portasse a donare al suo Re, che pomi guasti, che frutti mezzo putridi, sarebbe per lui una sciocchezza, e ad ogn’altro una insolenza da non tolerarsi.
Ciò supposto, cari fedeli, non mi stupisco già, che l’infelice Caino non offerisse al Signore, se non pochi agelli, e poche spighe di biade. Queste erano tutta la ricchezza degli uomini in quella prima età del mondo. Ma per far sacrificio a Dio, per far un atto di tanta religione, non prendere che il rifiuto della greggia, e del raccolto, non era questo un oltraggio manifesto, che si faceva alla Divina Maestà, che si meritava bene tutte quelle maledizioni, che la sua avarizia si tirò addosso?
Così è; voi medesimi lo confessate; ma guardate bene, che condannando Caino, voi vi condannate altresì da voi stessi. Quando alle volte qualcuno vuol darsi a Dio, è da meravigliarsi, che Dio lo voglia ricevere, Dio dico, che sa bene cosa sia l’uomo, che conosce distintamente tutte le nostre miserie, tutte le nostre debolezze. Ma voi fate ben davantaggio, o mio Dio; non solamente ci ricevete allorché ci diamo a voi ma voi siete quello, che ci prevenite, voi che ci chiamate, che ci sollecitate, che ci date fretta, come se vi credeste di diventar ricco col far acquisto d’una sì miserabile creatura. Egli è dunque vero, che molta poca cosa è un uomo; e pure noi non possiamo dare a Dio cosa più preziosa, né cosa a noi più cara di noi stessi: e così non si deve alcuno stupire, che prendiamo la libertà di presentarci a lui. Ciò che mi fa meravigliare si è, che non avendo noi altro da donargli vogliamo aspettare, che la cosa sia tutta logora, tutta guasta, e corrotta dal vizio. Stupisco, che dopo aver dato al mondo, al nemico di Gesù Cristo, il fiore della vita, e de gli anni, abbia poi un uomo ardimento di offerirsi al suo Creatore in uno stato, in cui non ardirebbe predentarsi ad un altr’uomo; in una stagione, nella quale già comincia ad essere il rifiuto, e spesse volte ancora lo scherno del mondo. E questo bene non ci dessimo a Dio, che in questo stato, perché non s’è la persona avvertita di farlo prima, manco male sarebbe, saria forse degna di qualche scusa, meritarebbe forse qualche perdono; ma che a bella posta, a disegno fatto fin da’ primi anni, nel tempo in cui si fa per dirsi così distribuzione di tutto il tempo della vita, venga destinata a Dio l’età cadente, se gli riservi il peggio, e che si stimi ancor troppo fortunato, se accaderà, che possa aver nelle mani il rifiuto de’ suoi nemici, diremo essere quest’un operare conforme la convenienza richiede? Sarà questo il modo di riconoscere la prima, e la più eccellente di tutte le essenze? Questa chiameremo noi Religione? Si può far maggior disprezzo a Dio, che onorandolo di questa maniera?
Di più, i servizi, che noi portiamo al Signore, le picciole offerte, che portiamo su gli suoi Altari, non sono solamente atti di Religione, ma sono ancora segni di gratitudine. Or quando vogliamo mostrarsi grati ad un Benefattore, per farlo come si deve, è d’uopo a giudicio mio, che la cosa che se gli rende, abbia qualche corrispondenza con quello che si è ricevuto. Cosa avete voi ricervuto da Dio? La vita tutta ed è un tesoro, che voi avete dalle sue liberalissime mani, e pure a lui non gliene riservate, se non una piccola parte, e questa la più inferiore, quella che stimate meno dell’altre. Egli è morto per voi nel fiore della sua gioventù, in età di trenta tre anni; e voi non comincierete a vivere per lui, se non in età di sessanta? In fine, ei vi dona il suo corpo non solamente vivo ma ancora immortale, e glorioso nell’Eucaristia; e voi averete ardire di offerirgli un corpo languido, e consumato, ardirete di presentargli un cadavero? Mio Dio! si può trovare maggior villania, ingratitutdine più detestabile? Voi la prevedeste Signore una sì sporca ingratitudine, e con tutto ciò non poteste contenervi dal farci tanta grazia, e compartirci beni tanto grandi.
Volete voi, o Cristiani, sapere ciò che la convenienza vorrebbe si offerisse a Dio? Osservate, quali sieno le cose, che tra l’altre Dio vuole da noi. Nell’antica legge ei voleva le primizie di qualunque cosa, e sarebbe stato un profanare gli Altari il volerli caricare de’ frutti della stagione invecchiata. Io osservo che il Demonio, il quale vuol fare la simia a Dio in tutto quello, che può, quando si fece offerir uomini in sacrificio, volle sempre questi fossero giovani, come n’abbiamo tanti esempi nell’Istorie Greche; o ancora teneri figliuoli, come erano quelli, che si sacrificavano all’Idolo de gli Ammoniti. Nella legge di grazia, quando il Signore vuol destinar alcuno ad una gran santità, che lo vuol fare suo favorito, se lo prende ordinariamente giovinetto, come San Giovanni Evangelista; lo previene fino dalle fasce con grazie straordinarie, come si può vedere nelle vite de’ più eccellenti Santi. So, che Sant’Agostino, e Santa Maria Maddalena doppo d’aver molto amato il mondo, non hanno per questo lasciato di esser grandemente amati da Dio; ma questi esempi, oltre di essere rarissimi, non favoriscono molto la trascuratezza, e la tardanza de’ cattivi Cristiani. Sant’Agostino non aveva che trent’un anno, quando cominciò la sua penitenza; e se gli Istorici non s’ingannano nelle congetture da essi fatte, la Maddalena era ancora più giovane, quando rinunciò alla vanità.
Non però voglio dire che in un’età più avanzata non si possiamo dare totalmente al servizio di Dio; solo dico, che quand’ancora fossimo certi di doverlo fare, cosa che non è, ciò sarebbe all’ora con molto minor convenienza, e conseguentemente con nostra grande confusione. Qui mi figuro nella mente quel figlio prodigo del Vangelo, il quale passi la sua gioventù ne’ vizi, e nelle dissolutezze, e doppo d’aver lasciato il Padre con una maniera tanto indegna, non ritorna a lui, se non per forza, se non tirato dalla necessità, perché non trova chi lo voglia ricevere nello stato miserabile a cui è ridotto. Viene con tuto ciò ricevuto nella casa paterna, gli si va incontro, si abbraccia, si copre di vesti nuove, si regala. Però, qual è la sua confusione per non essere ritornato ad un Padre sì buono, se non all’ultimo, se non quando non poteva più fare senza di lui? Averà egli l’animo di nominarlo Padre? Ardirà di alzare gli occhi per mirarlo? No, (gli dice) non son degno d’essere chiamato vostro figlio, trattatemi come il minimo de’ vostri servi, che troppo mi stimerò onorato, troppo graziato: Iam non sum dignus vocari filius tuus fac me sicut unum de mercenariis tuis. Cristiani miei, voi avete speranza di fare un giorno quel bene, che non volete far adesso; lo voglio credere; lo voglio sperare ancora dalla Divina Misericordia: ma come potrete voi all’ora tolerare li giusti rimproveri, che vi saranno fatti per lo vostro mal procedere, poco conveniente, ed interessato.
Tu fornicata es cum amatoribus multis, vi dirà Dio accettando il vostro pentimento: vieni, sì vieni, anima ingrata; ben m’avveggo, che tu non pensi al tuo Dio, se non perché niuno più si cura di te: tu ti sei in certo modo prostituita ad un numero infinito di amanti, e adesso che ti vedi riffiutata da tutti, ti volti finalmente a quello che hai tante volte ricusato, e ributtato da te. Il tuo cuore non sarebbe già per me, se vi fosse ancora alcuno, al quale tu non recassi nausea. Ma che dice il tuo cuore? tutt’altro che l’affetto è quello, che ti conduce qua. V’è un inferno, che ti fa temere; e doppo d’avermi disprezzato tutto il tempo della tua vita vorresti pure avere luogo nel mio paradiso; se non fosse questo, tu m’avresti disprezzato fino all’ultimo: Tamen revertere ad me, dicit Dominus, et ego suscipiam te. Non so, cari fedeli, se comprendiate abbastanza tutto il cordoglio, che questi pensieri possono cagionar ad un’Anima, la quale non si dà a Dio, se non doppo d’essersi saziata del mondo: per me io vi confesso, che non veggo cosa non sopportassi più volentieri; questo mi bastarebbe per farmi morir di dolore; e se Dio non mi sostenesse, anche di disperazione.
Per lo contrario, chi potrebbe esprimere il contento, e la dolce confidenza che prova una persona di pochi anni, la quale può sempre dire nell’offerirsi a Dio: Signore, eccomi tutto vostro, a voi dono il mio cuore, a voi il mio intelletto, a voi tutta l’anima mia. So, che è ben poca cosa per un Signore sì grande; ma alla fine questo è tutto quello che ho, tutto quello che mi avete dato. Oh mio Dio! almeno voi ben lo sapete, che non mi getto nelle vostre braccia, né per dispetto, né per disperazione; e quel poco che vi presento, non è già il rifiuto, ciò che non vuole il mondo. Ahi, che purtroppo mi importuna questo momdo; non mi esibisce se non troppo vani vantaggi per allettarmi; ma io sono tutto vostro, Signore; né mai averò altro amante che voi. Quanto mi veggo fortunato di potervi sacrificare quelle passioni, alle quali sento benissimo quanta inclinazione abbia la mia volontà, e que’ diletti per i quali l’età mia sarebbe sì sensitiva, e quel bugiardo splendore, quel vano onore che potrei forse pretendere! Ed è possibile, vi sieno anime, le quali aspettino ad amarvi, quando non resta loro più, che un giorno di vita? Oh Dio! non vi conoscono Signore queste Anime: per conto mio, perché non ho mille vite per sacrificarvele tutte? Non ne ho che una sola, e questa spero sarà tutta per voi, ed eccovene già la parte più bella; da questo punto ve l’offerisco, e con tutto il cuore vi supplico, fatemi morire or ora, se vedete che seguitando a vivere, sia per impiegare un giorno solo in qualche altra cosa, fuorché in servire a voi mio Signore.
E non è forse vero, cari fedeli, che quest’offerta si fa con maggior gusto, che quell’altra; perché ben si sa che ella è più conveniente, che ella è in qualche parte degna di Dio? Diciamo quattro parole circa il terzo punto, e facciamo vedere, che non solamente v’ha maggior bisogno, e maggior convenienza di servir a Dio nel fiore dell’età, ma ancora maggior merito; che è la terza ragione.
Parmi, che per far giudicio del merito, che si ha in servire a Dio, si possano avere tre riguardi; il primo al valor delle cose, che se gli sacrificano nel darsi a lui; il secondo al motivo, che ci porta a dedicarcisi intieramente; e finalmente alla durazione del tempo, per lo quale uno si impegna di servirlo. Cosa è ciò che si sacrifica a Dio, quando uno da’ primi anni determina di servirlo? Non è forse questo mondo medesimo, questo mondo perfido, al quale si rinunciarebbe in un’età più matura? Così è, cari fedeli. È questo mondo medesimo, se lo consideriamo in se stesso; ma se voi avete riguardo all’idea, che quel giovane se ne ha formata, quest’è un mondo tutto differente. Per poco discorso che vi abbia, ben si vide che non ci vuol tanta difficoltà a disprezzare, ad odiare il mondo una volta che si sia conociuto; ma quando non s’è veduto, se non all’esterno, quando non se n’ha provata la perfidia, quando si vede tale effettivamente, quale compariva a coloro, che non hanno pur anche avuto tempo di scuoprire la di lui vanità, bisogna confessare, essere di bisogno una gran violenza per risolversi ad abbandonarlo. Per dirla in una parola, il mondo è un nulla a chi lo conosce, e questo niente è appunto quello che dà a Dio uno, che da una lunga esperienza ne è pur anche restato disingannato. Ma quando si giudica dall’apparenza, il mondo è una raccolta di tutti i beni, di tutti i diletti; e tutta questa massa di ricchezze, e di diletti, è quella, che si sacrifica a Dio da uno, che si dia a lui da’primi anni; perché non ha ancora avuto il tempo d’informarsi della verità. A questa prima ragione ne aggiungo un’altra, che è, che quello, il quale per tempo si consagra al Signore, fa quest’offerta con più affetto, opera mosso da una carità più perfetta, e conseguentemente con più merito. Questa è una verità passata in proverbio, che quello che si dà fretta nel suo dovere, acquista doppio merito; non solamente perché risparmia quello che costa la pena d’un lungo desiderare, ed il rossore di tante volte dimandar una cosa; ma ancora perché da una tale prontezza si conosce la forza di quell’amicizia, che non ha difficultà di vincere subito l’affetto, che avea alla cosa della quale si priva, non permettendo, stia un minimo istante, tiutubando tra la volontà che ha di far beneficio, e il desiderio che per altro avrebbe di ritenersi la cosa, che gli bisogna donare.
Per ciò che s’aspetta alla durazione del tempo, che si prefigge alla prattica della virtù, confesso, accadere molte volte, che tal’uno, il quale comincia per tempo, non averà a vivere, che ben pocchi anni; ed un altro, che averà aspettato al cader dell’età, tirerà avanti nella penitenza una molto lunga vecchiezza. Con tutto ciò, cari fedeli, quel giovinetto, diamo non abbia vissuto, se non quattro giorni, doppo la sua conversione, non lascia per questo d’aver tutto il merito d’una vita molto lunga, come d’ordinario si spera in quell’età; là dove quell’altro, che ha differito tanto tempo, mostra ben chiaramente, che non s’arrende, se non per lo timor della morte, la quale non può essere che molto vicina, di modo, ch’egli è ben consapevole a se stesso, non essere un gran sacrificio quello, che fa a Dio. Questa è una cosiderazione, sulla quale vorrei bene, cari fedeli, che faceste un momento di riflessione. Per giovine, per fresco d’anni vi siate, può essere non vi resti che un giorno di vita, di modo, che l’abbracciar una vita santa, e totalmente Cristiana può essere, non sia più che condannarvi a ventiquattr’ore di strettezza, e di mortificazione; or se avvenisse, come cotidianamente lo vediamo accadere, che doppo sì breve spazio Dio vi chiamasse a sé, qual sarebbe la vostra consolazione di aver prese le misure sì giuste, d’esservi dato a Dio per tempo, ma soprattutto di aver in sì poco tempo di patire, avanti a Dio il merito di altretanti anni di penitenza, quanti la vostra età ve lo promettea!
Che se accade poi, che questa santa risoluzione, questo santo sacrificio da voi fatto a Dio di voi stesso, e di tutto ciò, che il mondo ha di più apprezzabile, se accade dico, che un tal sacrificio sia accompagnato da una lunga vita; in tal caso voi non solamente avereste il merito d’un’azione molto santa, e molto generosa, ma di più, questo merito si moltiplicherà in infinito a cagione d’una lunga perseveranza. Voi metterete a profitto un bene, che gli altri perdono senza riparo; un bene, che una volta perduto non si ricupera mai più. Parlo del tempo, di questo tempo sì breve, e sì prezioso, che sen’ passa senza più ritornare, di questo tempo, che Gesù Cristo non ci ha già ricomprato con tanto sangue, e con tanti sudori, per darci agio di ridere, e di godere ogni giorno nuovi diletti. In vece di profittarci di qualunque momento, io veggo, che si cerca di perdere l’ore, e le giornate, che si applaude, e si fa festa, quando si sono passate in una dolce oziosità. Al vedere quanto si stima lungo il tempo, quanto se n’ha da perdere, direbbesi che si hanno i secoli a nostra disposizione, o almeno che la vita non è buona a niente, e che è troppo fortunato quello, il quale può vederne il fine, senza che gli venga a noia. E pure, cari fedeli, la vostra vita va finendosi, e la verità è, che non v’ha pur un istante nella vita, il quale non ci possa valere un’intiera eternità.
Così è, cari fedeli, questo tempo che si disprezza, che si getta via tanto malamente è una gioia tanto preziosa, che toltane l’Eternità non v’ha né in Cielo, né sulla terra cosa che se le possa paragonare. Tutte le Monarchie del mondo non son da stimarsi tanto, quanto un momento del vostro tempo. Mettete insieme tutte le grandezze, tutte le delizie che si possono godere nel Cielo, tutte insieme non vagliono tanto, quanto un momento di tempo ben impiegato. Considerate là su que’ grandi servi di Dio, la virtù de’ quali ha renduta la lor memoria tanto venerabile, e tanto gloriosa, se avessero perduto quel poco di tempo che ebbero per sacrificarsi, non sarebbero adesso l’oggetto della vostra ammirazione, e del vostro culto, non vedrebbero né i Re, né le Regine prostese a suoi Altari, non regnarebbero in Cielo, come vi regnano, e vi regneranno eternamente. Non resta che da noi, se non siamo quello ch’essi sono stati altre volte, e quello che sono al presente, profittarci bene del tempo che abbiamo, più tosto che perderlo inutilmente.
Miseri voi dunque, ed infelici chiunque voi siate, i quali invecchiati nel mondo non avete conosciuto, né stimato il prezzo di questo tempo; voi l’avete consumato in bagatelle, in occupazioni che non vi serviranno a nulla per l’Eternità! Piangete, moritevene di dolore, ricordandovi di una perdita tanto considerabile, di una perdita che non si può più ripparare; ma soprattutto piangete quella gioventù, il proscioglimento, e la libertà di cui è stata la causa del male, e della corruzione di tutte le età susseguenti. Piangete que’ bei anni, ne’ quali la virtù vi sarebbe stata tanto facile, ne’ quali senza fatica potevate acquistarvi abiti sì santi, quell’età, nella quale Dio sarebbe stato tanto servito da voi, e voi in stato di far al Signore tanti, e tanto grati sacrifici. Piangete, e piangetene la perdita di anni sì fortunati, e non ve ne consolate mi più. Voi avete data al mondo quella bella età, a questo mondo ingrato, a questo mondo ingannatore, ed impotente, a questo mondo che passa e svanisce. Chi sarà quello che vi ricompenserà tante ore, tanti giorni, tante notti a lui consacrate? Chi vi pagherà tante vostre diligenze, tanti vostri servizi? Questo mondo invecchia con voi, sen’ fugge, svanisce a poco a poco; un nuovo mondo è già in parte succeduto a quello che avete voi veduto, e ben presto se ne resterà in niente. Eccovi trenta, quaranta, e cinquanta anni tutti perduti; il padrone a cui avete servito non ve ne saprà tener conto, e quello che avete disprezzato, vi aspetta per dimandarvene un conto rigorosissimo.
Ma che? Avremo dunque a disperarsi? Non vi sarà dunque più rimedio a tanto male? No, cari fedeli, non v’è più rimedio. Tutto quello che si può fare, è d’impedire, che non si faccia il male maggiore. Noi non possiamo sapere, quanto tempo ci resti di vita; ma quando ce ne restasse ancora assai, vorremo noi tuttavia impiegarlo malamente? Mio Dio! non è forse troppo quello che abbiamo perduto? Diamoci dunque fretta di profittarci di quello che ci resta. Affatichiamoci con tanto maggior fervore, quanto abbiamo cominciato più tardi. Facciamo se è possibile in un giorno, ciò che avremmo dovuto fare in molti anni. Preghiamo sovente con David, che il Signore si scordi de’ peccati della nostra gioventù, di tutti quelli che abbiamo commesso ignorantemente: Delicta iuventutis meae, et ignorantias meas ne memineris. E per mostrare, che in tutti questi peccati v’ha più d’ignoranza, che di malizia, cominciamo oggi a vivere nella forma, che vorremmo aver vissuto ne’ primi anni della vita, e come abbiamo in animo di vivere fino alla morte. Così sia.