SE UN MISSIONARIO BENEDETTINO UN GIORNO SCRIVESSE UN ROMANZO

Don Massimo Lapponi, attualmente in missione nello Sri Lanka, è una fucina di multiforme ingegno: ricercatore, musicista, romanziere, saggista… Ne “Il manoscritto del dottor Bonich” il sacerdote dipana un delicato e avvincente dramma famigliare, al cui crocevia stanno l’amore, la morte e la fede

La narrativa intessuta di fede è inconsueta.
La maggior parte dei romanzi
e racconti della contemporaneità
sono appiattiti sulla dimensione orizzontale
– quindi sulle sole passioni umane, quindi
sulle beghe terrene – dimenticando completamente
quella verticale. Come se l’uomo
potesse fare a meno di puntare il suo
sguardo verso il Cielo, e non fosse anche,
e da sempre, quell’homo religiosus che conosciamo
bene perché vive dentro di noi, è
parte di noi. Qualche volta, tuttavia, capita di
imbattersi in un libro che riesce a coniugare
bella scrittura, trama interessante e afflato
spirituale. La narrativa che si apre all’Alto è
sempre una piacevole scoperta, considerata
la sua rarità, oltreché una lettura formativa.
Succede, per esempio, con “Il manoscritto
del dottor Bonich” (Edizioni Tabula Fati, euro
10,00). L’autore è un nome noto ai lettori de
La Croce: si tratta di Massimo Lapponi, sacerdote
benedettino, che è anche missionario
in Sri Lanka.
Don Massimo possiede una cultura multiforme.
Ad indirizzarci su questa pista è il suo
curriculum in cui gli studi teologici (compiuti
alla Pontificia Università San Tommaso
D’Aquino) si sono intrecciati con la laurea in
lingue e letterature straniere e con la passione
per la musica. Ma un curriculum potrebbe
dirci poco di una persona: la vita ci
suggerisce spesso, con diversi esempi, che
non tutto quello che studiamo diventa veramente
nostro patrimonio. Nel caso del sacerdote
benedettino, invece, la prova letteraria
ci svela che don Massimo ha realmente
fatto suoi gli studi per i quali si è impegnato a
lungo. Nel suo romanzo, ciò che è diventato
patrimonio di don Massimo ispira una narrazione
colta, raffinata, profonda. La trama
avvincente fa il resto.
La storia di questo testo è complessa. Il romanzo
è stato scritto nel 1991 ed è stato rivisto
più volte nei mesi seguenti, uscendo per
un altro editore nel 1995. Ma, nel frattempo,
don Massimo – proprio nella terra in cui
è missionario – ha maturato la convinzione,
anche incoraggiato da alcuni amici, di continuare
a scrivere. Così il suo romanzo, oggi,
si inserisce all’interno di una serie chiamata
“Le vie segrete del cuore”, nella quale usciranno
altri volumi, scritti dall’autore. Quella
di don Lapponi è una letteratura pensata per
i giovani, e ha il suo humus nella lettura di
opere della narrativa inglese destinati ai giovanissimi,
non soltanto i classici ma anche
opere minori. Questi libri, letti in Sri Lanka,
sono stati fonte di ispirazione per don Massimo.
La destinazione giovanile, però, non impedisce
che anche gli adulti possano trovare
interessanti la lettura de “Il manoscritto del
dottor Bonich” e delle altre opere che don
Lapponi è intenzionato a pubblicare.
Il suo romanzo ci conduce dentro la storia di
un dramma familiare, frettolosamente archiviato.
Eppure non è facile superare una tragedia,
nonostante il desiderio di trasformarla
presto in un ricordo lontano. Sulle spalle del
dottor Bonich e su quelle della sua famiglia
grava un lutto che continua a turbare gli
animi. C’è un manoscritto – tuttavia – che
potrebbe portare luce sulla vicenda. Ma un
faro è, prima di tutto, la Luce che abbaglia
la giovane Vittoria, nipote del dottore. Attraverso
le pagine del manoscritto, infatti, la
ragazza ha scoperto qualcosa di prezioso, al
quale non vuole più rinunciare: la consolazione
che arriva dalla fede. «Per lungo tempo
– dice la giovane – sono rimasta assorta
nella lettura del suo manoscritto ed è come se il cielo si fosse
spalancato sopra di me. Ho capito cosa significa Dio per
noi e come la sua esistenza sia la realtà più certa, più meravigliosa,
più consolante, più necessaria per l’uomo di oggi» (p. 14). Ma c’è
un dubbio che agita Vittoria: l’autore del manoscritto, lo
stesso dottor Bonich, che le ha permesso indirettamente,
con il suo scritto, di fare l’Incontro che cambia la vita, può essere stato
davvero causa del dramma che ha così provato la sua famiglia? Sarà il protagonista
del romanzo, Giorgio, un giovane che si è innamorato della ragazza, a risolvere, con
pazienza e coraggio, l’enigma che inquieta l’animo di Vittoria, in un finale che non anticipo
per lasciare al lettore il piacere della scoperta.
La figura di Vittoria rimane impressa
nella mente di chi legge per la sua
bellezza interiore e per il modo singolare
in cui è descritta. Nei romanzi, siamo
abituati a personaggi completamente
differenti da lei. La narrativa, di
solito, ci presenta figure femminili volubili,
perfide, ciniche, preda delle proprie
passioni, anche quando vi oppongono
qualche debole resi stenza. Persino nel caso in cui il loro animo
ci è descritto come non scevro da una certa
purezza, in qualche modo questa finisce per
essere “sporcata” da un dettaglio che ci rivela
un’umanità dolente e considerevolmente
ferita. Nella narrativa è più facile incontrare
una tipologia femminile che richiama l’Anna
Karenina di tolstoiana memoria: tante figure
– e non solo nella letteratura russa – sono
in fondo debitrici del ritratto femminile più
famoso dello scrittore russo. Vittoria, invece,
pur nel passaggio tra diversi stati d’animo,
rimane una figura simil-angelica. Inizialmente,
il modo in cui don Massimo la descrive
suscita un certo sbigottimento, ma la nostra
reazione è la spia che non siamo più avvezzi,
in letteratura, ai personaggi “buoni”, di quella
bontà che solo in minima parte è ferita
dal peccato originale. Accostandoci al personaggio
di Vittoria, ci aspettiamo, in fondo,
quel dettaglio che ci rassicuri, quell’aspetto
che ci consoli del fatto che siamo di fronte
ad un altro personaggio sconfitto dalla vita e
dal suo attaccamento alle passioni. Invece,
Vittoria – che è meno presente nel romanzo
rispetto al protagonista, ma, anche per questo
motivo, forse si imprime maggiormente
– è talmente limpida nei suoi sentimenti da
lasciarci prima smarriti, poi piacevolmente
stupiti.
Ma – si diceva – questo romanzo è soprattutto
un libro il cui sfondo è la riflessione
sulla rilevanza della fede in Cristo, in particolare
nei suoi rapporti con la cultura. Non
sarà facile, per i giovani, comprendere in
pienezza l’essenza delle lucide analisi che
il dottor Bonich, nel suo manoscritto, porta
avanti a proposito della necessità della fede:
«soltanto quando la cultura moderna avesse
saputo far sue in modo nuovo le dimensioni
interiori del cristianesimo, avrebbe potuto
vittoriosamente affrontar la tragica battaglia
in difesa della civiltà» (p. 45). Una lettura
adulta comprenderà più agevolmente. Tuttavia,
attraverso il delicato sentimento che
cresce tra Vittoria e Giorgio e il loro sempre
più intenso coinvolgimento in un cammino
di fede, i giovani lettori potranno almeno intuire
quello che la contemporaneità sta volutamente
occultando loro: la necessità per
l’uomo di respirare, a pieni polmoni, quell’aria
pura che viene da una proposta radicale
e altissima come quella che Dio fa all’uomo
in Cristo. Ammettere questo non significa
essere “fondamentalisti”: significa guardare
al cuore stesso dell’uomo, che ha bisogno
del Cristo, e ne ha bisogno – come fece notare
San Giovanni Paolo II nell’omelia per la
Messa dell’inizio del suo pontificato – per
tutte le dimensioni della sua vita: «Non abbiate
paura! Aprite, anzi, spalancate le porte
a Cristo! Alla sua salvatrice potestà aprite i
confini degli Stati, i sistemi economici come
quelli politici, i vasti campi di cultura, di civiltà,
di sviluppo. Non abbiate paura! Cristo
sa “cosa è dentro l’uomo”. Solo lui lo sa!». E
dopo aver riconosciuto la rilevanza di Cristo
per l’uomo, come scriveva l’arcivescovo di
Milano (e futuro Papa) Montini nel 1955, si
potrà dire: «Tu ci sei necessario, o solo vero
maestro delle verità recondite e indispensabili
della vita, per conoscere il nostro essere
e il nostro destino, la via per conseguirlo».

di Claudia Cirami