Tenne d’angel sembianza (dalla poesia “Al cor gentil ripara sempre amore” di Guido Guinizelli)

(pubblicato su Il legno storto il 12 ottobre 2010)

«[Gregorio] vide messi in vendita giovani di carnagione molto chiara, di bell’aspetto e con bei capelli. Osservandoli, domandò da quale terra fossero stati portati. Gli fu detto che provenivano dall’isola della Britannia, i cui abitanti erano di tale aspetto… ‘Ohimé, che dolore’ disse, ‘che il Signore delle tenebre possegga tali uomini di volto così luminoso, e che tanta grazia di apparenza esterna ospiti un’anima priva della grazia interiore!’ Poi chiese di nuovo come si chiamasse la loro gente. Gli fu risposto che si chiamavano Angli. Ed egli disse: ‘Giusto, infatti hanno volto angelico e tali conviene che siano i coeredi degli angeli nei cieli’… Andò allora dal pontefice della sede apostolica – non era stato ancora eletto egli stesso pontefice – e lo pregò di mandare qualche missionario in Britannia.»
Questo racconto, un tempo celebre, è tratto dalla “Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum” del monaco anglosassone Beda il Venerabile, vissuto tra i secoli VII e VIII, cioè circa due secoli dopo l’avvenimento narrato. La narrazione era stata introdotta dall’autore con queste parole:
«Né possiamo passare sotto silenzio il racconto del beato papa Gregorio che è stato tramandato a noi dalla tradizione dei nostri padri, cioè il motivo che lo ha spinto a dedicarsi con tanta sollecitudine alla salvezza della nostra gente.»
E’ noto che S. Gregorio Magno, divenuto papa, inviò nel 597 un gruppo di monaci del monastero di S. Andrea al Celio – da lui stesso fondato e in cui era stato monaco prima di divenire sommo pontefice – sotto la guida del priore Agostino. I frutti di questa missione erano stati mirabili, tanto sul piano religioso quanto su quello civile, venendo essa a costituire il primo fondamento della nazione inglese. Beda stesso ne è la prova più lampante: a due secoli di distanza dalla missione, egli assurge al doppio titolo di dottore della Chiesa e di fondatore della storiografia – e in un certo senso anche della letteratura – inglese.
Non è chiaro quale rapporto vi fosse tra l’osservanza monastica del monastero di S. Andrea al Celio e la Regola di S. Benedetto, anteriore di pochi decenni. E’ noto che S. Gregorio Magno è l’entusiasta biografo di S. Benedetto e che nel secondo libro dei “Dialoghi” definisce «singolare per discrezione e chiarissima per forma» la Regola benedettina. Di fatto non sembra che nel suo monastero si seguisse quella Regola, o almeno insieme alle osservanze benedettine dovevano esservene altre tratte da altre fonti monastiche. Certamente dunque Agostino non portò in Inghilterra un monachesimo già inquadrato nella sola Regola di S. Benedetto. Ancora al tempo del Venerabile Beda accanto alle osservanze benedettine i monasteri inglesi si ispiravano anche ad altre tradizioni. Ma il fatto stesso che il superiore e padre spirituale di Beda avesse assunto il nome di Benedetto dimostra che ben presto si era diffusa nell’isola la devozione verso il santo di Norcia e verso la sua Regola – della quale, del resto, uno dei più antichi esemplari si trova proprio in Inghilterra. Non è un caso, dunque, che la tradizione benedettina mettesse profonde radici nell’isola, tanto che, dopo quattro secoli dalla soppressione dei monasteri ad opera di Enrico VIII, nell’Inghilterra protestante essi rinacquero in numero di poco inferiore a quelli della cattolica Francia.
Non sarà forse storicamente vero che tutta questa avventura sia scaturita dall’ammirazione di Gregorio per l’aspetto angelico degli schiavi angli esposti sui mercati di Roma. Ma certamente questo tocco di poesia ha la sua verità: la verità di un popolo che sente il proprio valore umano trasfigurato dalla vocazione ad una vita superiore. I teologi hanno discusso a lungo sul problema del rapporto tra la natura e la grazia, ma i poeti probabilmente hanno visto meglio di loro: ai loro occhi ispirati il mondo soprannaturale appariva quasi il luogo ideale destinato a fare da legittimo sfondo alle misteriose ispirazioni della poesia. Dunque la natura, quando si eleva, istintivamente va in cerca della grazia divina, mentre quest’ultima si sposa spontaneamente con la poesia, la nutre con la sua luce superna e se ne avvantaggia per la sua missione salvatrice.
Non sono mancati gli storici della letteratura inglese che, con stupore, hanno avvertito nei tratti di delicata poesia che ogni tanto appaiono nel dettato di Beda un misterioso presentimento della poesia shakespeariana. Ciò è stato osservato, oltre che nel brano riportato, anche nell’episodio, un tempo altrettanto celebre, dell’uccellino.
Edwin, re degli Angli, chiede ai suoi dignitari che cosa pensino della nuova dottrina religiosa predicata dai monaci romani. Uno dei suoi uomini risponde:
«O re, la vita degli uomini sulla terra, a confronto di tutto il tempo che ci è conosciuto, mi sembra come quando tu stai a cena coi tuoi dignitari d’inverno, col fuoco acceso e le sale riscaldate, mentre fuori infuria una tempesta di pioggia e di neve, e un passero entra in casa e passa a volo velocissimo. Mentre entra da una porta e subito esce dall’altra, per questo poco tempo che è dentro non è toccato dalla tempesta ma trascorre un brevissimo momento di serenità; ma subito dopo dalla tempesta di nuovo rientra nella tempesta e scompare dai tuoi occhi. Così la vita degli uomini resta in vista per un momento, e noi ignoriamo del tutto che cosa sarà dopo, che cosa è stato prima. Perciò se questa nuova dottrina ci fa conoscere qualcosa di più certo, senz’altro merita di essere seguita.”
Bello, vero? Ma il gioco di parole “non Angli sed angeli” ha un suo particolare fascino. Quanta misteriosa sapienza racchiude! Una certa idea ascetica – nella sua sostanza profonda tutt’altro che errata, ma facilmente esposta a scorrette applicazioni – ci ha troppo spesso condotto ad una falsa interpretazione, per cui gli aspetti più allettanti della natura sono stati visti come estranei al regno di Dio, se non addirittura appartenenti al regno di Satana. Come se il diavolo avesse creato qualche cosa! Si potrebbe dire, paradossalmente, che certamente vi è un ambito di pertinenza del demonio, ma che da esso è rigorosamente escluso l’essere, che appartiene soltanto a Dio.
Dunque le cose belle del mondo non sono né opera né proprietà di Satana, ma – come istintivamente sanno i poeti – sono un presentimento della vita celeste. Gregorio – o almeno il Gregorio di Beda – lo ha perfettamente intuito e ha deplorato «che il Signore delle tenebre possegga tali uomini di volto così luminoso», essi «infatti hanno volto angelico e… conviene che siano i coeredi degli angeli nei cieli.»
Ma quanti giovani e giovanette di bellezza angelica sono oggi sotto il signore delle tenebre! E non sarebbe auspicabile un altro Gregorio che esclamasse: «Se hanno volto angelico, conviene che siano i coeredi degli angeli!» e che suscitasse legioni di monaci con la missione di strappare tanta meravigliosa gioventù alle unghie sataniche!
“Perché proprio monaci?” – si dirà – “Essi stanno chiusi nei monasteri! Sarebbero più adatti preti operai, o preti animatori di discoteche, o laiche manager consacrate senz’abito!”
Eppure S. Gregorio mandò i monaci del suo monastero del Celio – del cui sacro silenzio aveva tanta nostalgia da sommo pontefice. “Erano altri tempi!” – si dirà. Veramente erano tanto diversi dal nostro?
Ma si potrebbe suggerire, per questa scelta, una ragione profonda: forse i monaci sono più a contatto degli altri con un mistero che ribolle soprattutto nel sangue dei giovani.
«Questo mistero è grande!» dice S. Paolo. Immediatamente prima aveva richiamato il testo della Genesi: «Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola.» Il lettore, incontrando dunque subito dopo l’affermazione: «Questo mistero è grande», si rallegra pensando: “Qui si esaltano le cose nostre, quelle a cui più teniamo!”. Poi però rimane deluso dall’aggiunta che segue: «Lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!» Non si accorge però che invece il mistero, proiettato su Cristo e sulla Chiesa, è ancora più nostro.
Non dobbiamo infatti immaginare la Chiesa, sposa di Cristo, come un essere angelico disceso dal cielo e senza contaminazioni con la miseria terrena. Tutt’altro!
L’immagine, prima di apparire negli scritti paolini e giovannei, è stata a lungo usata nell’Antico Testamento, e non soltanto nel sublime idillio del “Cantico dei Cantici”, ma anche e prima nella tragica storia di Osea e della sua sposa adultera e nella impressionante pagina di Ezechiele contenuta nel cap. 16, che qui conviene riportare:
«Così dice il Signore Dio a Gerusalemme: Tu sei, per origine e nascita, del paese dei Cananei; tuo padre era Amorreo e tua madre Hittita. Alla tua nascita, quando fosti partorita, non ti fu tagliato l’ombelico e non fosti lavata con l’acqua per purificarti; non ti fecero le frizioni di sale, né fosti avvolta in fasce. Occhio pietoso non si volse su di te per farti una sola di queste cose e usarti compassione, ma come oggetto ripugnante fosti gettata via in piena campagna, il giorno della tua nascita. Passai vicino a te e ti vidi mentre ti dibattevi nel sangue e ti dissi: Vivi nel tuo sangue e cresci come l’erba del campo. Crescesti e ti facesti grande e giungesti al fiore della giovinezza: il tuo petto divenne fiorente ed eri giunta ormai alla pubertà; ma eri nuda e scoperta.
«Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia. Ti lavai con acqua, ti ripulii del sangue e ti unsi con olio; ti vestii di ricami, ti calzai di pelle di tasso, ti cinsi il capo di bisso e ti ricoprii di seta; ti adornai di gioielli: ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo: misi al tuo naso un anello, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo. Così fosti adorna d’oro e d’argento; le tue vesti eran di bisso, di seta e ricami; fior di farina e miele e olio furono il tuo cibo; diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina. La tua fama si diffuse fra le genti per la tua bellezza, che era perfetta, per la gloria che io avevo posta in te, parola del Signore Dio. Tu però, infatuata per la tua bellezza e approfittando della tua fama, ti sei prostituita concedendo i tuoi favori ad ogni passante. Prendesti i tuoi abiti per adornare a vari colori le alture su cui ti prostituivi. Con i tuoi splendidi gioielli d’oro e d’argento, che io ti avevo dati, facesti immagini umane e te ne servisti per peccare; poi tu le adornasti con le tue vesti ricamate e davanti a quelle immagini presentasti il mio olio e i miei profumi. Il pane che io ti avevo dato, il fior di farina, l’olio e il miele di cui ti nutrivo ponesti davanti ad esse come offerta di soave odore. Oracolo del Signore Dio.
«Prendesti i figli e le figlie che mi avevi generati e li sacrificasti loro in cibo. Erano forse poca cosa le tue infedeltà? Immolasti i miei figli e li offristi a loro, facendoli passare per il fuoco. Fra tutte le tue nefandezze e infedeltà non ti ricordasti del tempo della tua giovinezza, quando eri nuda e ti dibattevi nel sangue!..
«Ad ogni prostituta si dà un compenso, ma tu hai dato il compenso a tutti i tuoi amanti e hai distribuito loro doni perché da ogni parte venissero da te per le tue prostituzioni. Tu hai fatto il contrario delle altre donne, quando ti prostituivi: nessuno è corso dietro a te, mentre tu hai distribuito doni e non ne hai ricevuti, tanto eri pervertita.
«Perciò, o prostituta, ascolta la parola del Signore. Così dice il Signore Dio: Per le tue ricchezze sperperate, per la tua nudità scoperta nelle prostituzioni con i tuoi amanti e con tutti i tuoi idoli abominevoli, per il sangue dei tuoi figli che hai offerto a loro, ecco, io adunerò da ogni parte tutti i tuoi amanti con i quali sei stata compiacente, coloro che hai amati insieme con coloro che hai odiati, e scoprirò di fronte a loro la tua nudità perché essi la vedano tutta.
«Ti infliggerò la condanna delle adultere e delle sanguinarie e riverserò su di te furore e gelosia…
«Tu stai scontando la tua scelleratezza e i tuoi abomini. Parola del Signore. Poiché, dice il Signore Dio: Io ho ricambiato a te quello che hai fatto tu, che hai disprezzato il giuramento e violato l’alleanza. Anch’io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza e stabilirò con te un’alleanza eterna. Allora ti ricorderai della tua condotta e ne sarai confusa… Io ratificherò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto. Parola del Signore Dio.»
Certamente questa descrizione della sposa di Cristo è molto più vicina alla nostra esperienza umana che non quella di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre! Se infatti quest’ultima corrisponde ad un sublime ideale, realizzabile nella sua pienezza solo grazie al sangue purificatore dello Sposo divino, e a niente di meno, l’altra ci presenta con assoluto realismo il fango materiale e morale da cui la Sposa è stata tratta, e da cui continuamente è tratta.
Ma in questo fango si dibatte un’agitazione che non giunge mai a placarsi, ribolle un desiderio sempre risorgente di amore e di felicità, che, se pure l’astuzia dell’Avversario sembra catturare in misura pressoché totale con le sue seduzioni, non cessa tuttavia di testimoniare che esistono una bontà e una bellezza infinita a cui esso a nessun patto potrà mai rinunciare.
I preti gestori di discoteche e le religiose-manager faranno il loro prezioso sevizio cercando di allontanare la gioventù dagli eccessi che minacciano la salute del corpo e dell’anima. Ma i monaci e le monache condividono le passioni della gioventù: hanno infatti rinunciato ad ogni moderazione dei desideri per aderire fin da quaggiù all’amore supremo e alla felicità senza fine. Con la differenza che troppi giovani non hanno capito che la bellezza e la felicità non vengono dall’inferno, ma dal cielo, e che del cielo vuole farli eredi: e così si fanno ingannare da chi vende loro soltanto un orpello usurpato temporaneamente al vero proprietario di tutto ciò che è; mentre i monaci e le monache sanno bene che chi non si accontenta delle mezze misure, se vuole essere coerente, deve gettarsi tra le braccia di uno Sposo tanto glorioso e potente da non deludere alcun desiderio, e deve amare, come dice S. Agostino, «non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie dei canti d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne», ma «una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso» di tutt’altro splendore: «la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ov’è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda un amplesso non interrotto dalla sazietà.»
Mi pare di vedere l’augusta figura di Gregorio Magno protendersi dal cielo e ripetere anche oggi ai suoi monaci: “Ohimé, che dolore che il signore delle tenebre possegga tali giovani e giovanette dal volto così luminoso: sono angeli, e spetta loro l’eredità celeste insieme con gli angeli! Andate ancora, come andarono allora i monaci del mio monastero, a liberarli dal potere dell’inferno! Svelate anche voi, come fecero i santi monaci del suo tempo ad Agostino, «la casta maestà della Continenza, limpida, sorridente senza lascivia, invitante con verecondia a raggiungerla senza esitare, protese le pie mani verso di lui per riceverlo e stringerlo, ricolme di una folla di buoni esempi: fanciulli e fanciulle in gran numero, moltitudini di giovani e gente d’ogni età, e vedove gravi e vergini canute. E in tutte queste anime la Continenza non affatto sterile, bensì madre feconda di figli: i gaudi ottenuti dallo sposo, da te, Signore.» Oh! Questi gaudi svelateli loro con i vostri canti, la vostra vita fraterna, la vostra carità accogliente, il vostro sorriso, la luce dei vostri occhi, i vostri gesti, il vostro lavoro, le vostre dimore! Da questi giovani allora, come già dal popolo degli Angli, sorgeranno nuovi santi, nuovi monasteri, nuovi dottori della Chiesa, nuovi missionari, nuove comunità civili e politiche, nuovo fecondo e fedele amore coniugale, nuova musica, nuova poesia, un nuovo Shakespeare, un nuovo mondo!..”

L’invito finale di S. Gregorio Magno, anziché rivolto ai monaci, non potrebbe essere rivolto ad una schiera di giovani e giovanette legati da stretta amicizia ai monasteri, ma impegnati a far rivivere nella vita laica la stessa ricerca dell’amore e della bellezza suprema a cui aspirano le anime consacrate?

D. Massimo Lapponi

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