Teologia e politica. A proposito di una lezione, ancora attuale, di Augusto Del Noce

(pubblicato su “Il legno storto” il 26 marzo 2013)

Quanto al teologo sia necessaria la conoscenza della storia lo dimostrano con certezza, in misura più che abbondante, quelli che, per il fatto di ignorarla, sono caduti in diversi errori.

Melchor Cano, De locis theologicis, XI, 2

I

«Se vogliamo comprendere il Fascismo, dobbiamo abbandonare la convenzionale interpretazione liberal-socialista che lo considera un movimento artificiale di reazione sociale finanziato dai grandi affari nell’interesse di una classe, e guarda ad esso come ad un nuovo fenomeno politico (…) Se vogliamo trovare le fonti ispirative delle sue idee non dobbiamo cercarle tra i reazionari e i sostenitori del capitalismo, ma nello stesso terreno socialista, tra i più estremi fautori della rivoluzione sociale. Il vero progenitore spirituale del fascismo era uno dei più originali e paradossali autori del moderno socialismo. Si tratta di Georges Sorel, che era ben conosciuto prima della guerra come patrocinatore del sindacalismo rivoluzionario e le cui idee ebbero una considerevole influenza non solo su Mussolini, ma anche sullo stesso Lenin. Sorel era un devoto seguace del marxismo e con tutto il cuore credeva nella lotta di classe, ma la interpretava in un senso molto diverso dalla comune dei socialisti. Egli costatava che la lotta di classe era realmente inconciliabile con l’ideologia liberale pacifista del socialismo ortodosso. Se si crede nella lotta di classe, non si può essere pacifisti se non per opportunismo. Bisogna acquisire un ethos militare e coltivare le virtù guerriere e gli ideali di onore dell’eroismo. Di conseguenza Sorel condannava l’intero elemento liberal-democratico nel movimento socialista, il socialismo parlamentare, il tradunionismo inglese, la riforma sociale e la fede nel progresso. La sola forza che potesse salvare la società europea era la strategia della violenza proletaria, perché essa sola poteva distruggere le illusioni dell’umanitarismo e creare una nuova società con una forte morale indipendente.
« “Io credo” egli scrive “che può essere utile battere gli oratori della democrazia e i rappresentanti del governo, perché in tal modo ci assicuriamo che nessuno si illuderà più sul carattere degli atti di violenza. Ma questi atti possono avere valore storico soltanto se sono l’espressione chiara e brutale della lotta di classe: non dobbiamo permettere alle classi medie di immaginare che con l’aiuto dell’intelligenza, della scienza sociale e di sentimenti ampollosi esse possano trovare una migliore accoglienza da parte del proletariato”. Queste parole sarebbero state approvate cordialmente da Lenin – ed effettivamente lo furono – sebbene credo che Sorel, da parte sua, non avrebbe approvato l’interpretazione che Lenin dava loro».
Queste parole non sono di Del Noce, Nolte, De Felice, Vivarelli o di qualche altro moderno storico “revisionista”, ma si trovano in un’opera di Christopher Dawson pubblicata a Londra nel 1935. Lo stesso Dawson cita anche il seguente brano del volume “The Economic Foundation of Fascism” di Paul Einzig del 1933:
«Gli scopi del fascismo e del socialismo sono, in larga misura, identici. Infatti si può dire senza esagerazione che ciò che sta accadendo oggi in Italia nella sfera economica è sostanzialmente ciò che accadrebbe sotto un governo socialista che fosse libero da considerazioni di propaganda elettorale. In larga misura il fascismo è socialismo. Tuttavia in campo politico fascisti e socialisti lottano l’uno contro l’altro disperatamente, senza rendersi conto che la differenza tra i loro rispettivi scopi è minore di quella che esiste tra gli scopi di entrambi e quelli della scuola “lassez faire” ».
Da questi testi di autori contemporanei agli avvenimenti considerati, risulta che gli avversari del fascismo erano gli stessi del socialismo rivoluzionario, e cioè il liberalismo, la democrazia parlamentare, il riformismo moderato, l’umanitarismo, il pacifismo e i sentimenti morali tradizionali: in una parola la morale e gli ideali “borghesi” del secolo XIX.
Queste testimonianze, evidentemente del tutto estranee al clima spirituale del secondo dopoguerra e alle successive polemiche sulla storiografia “revisionista”, accreditano il giudizio di quest’ultima sull’erroneità dell’interpretazione che vede nel fascismo una creazione della borghesia, la quale, sentendosi condannata dalla storia, avrebbe cercato nei miti fascisti e nazisti uno strumento per preservare la propria egemonia culturale, economica e politica.
Secondo questa interpretazione, quasi universalmente impostasi nel clima della resistenza antifascista, il sentimentalismo della morale cristiano-borghese non era che una sovrastruttura ipocrita, che nascondeva una effettiva volontà di supremazia sociale. Nulla di strano, dunque, che quando apparve chiaramente, in occasione della guerra di Etiopia e poi delle leggi razziali e dell’alleanza con la Germania, il volto irrimediabilmente violento ed eversivo del fascismo, la morale borghese si limitasse ad una sterile condanna morale, come ad un’altrettanto sterile condanna morale essa si era limitata di fronte alle violenze del capitalismo industriale del secolo XIX. Queste condanne potevano anche essere state espresse in buona fede, ma di fatto nascondevano una segreta connivenza.
Strano però che, come si è visto, esattamente la stessa accusa di moralismo sentimentale e politicamente sterile era stata fatta alla morale borghese da Sorel e dai fascisti!
Ciò sembra confermare quanto sostiene, con abbondante documentazione, Augusto Del Noce nel suo volume “Il cattolico comunista” del 1981 – l’ultima, se si eccettua il postumo volume su Gentile, e non sufficientemente valutata, opera di grande respiro dell’illustre pensatore cattolico – che, mentre non vi è affatto consonanza e continuità tra la cultura cristiano-borghese tradizionale e la mitologia fascista, al contrario vi è una rigorosa continuità tra il fascismo e l’antifascismo rivoluzionario, e, parallelamente, tra l’integralismo cattolico antiborghese dei primi decenni del Novecento, il quale si illuse sulla possibilità di un accordo con il fascismo, e il movimento della sinistra cristiana che, sorto negli anni quaranta, doveva poi condizionare tanta parte dell’opinione cattolica fino ai nostri giorni.
Osserva Del Noce che vi è una sorprendente affinità tra le critiche alla borghesia, uscita vittoriosa dalla rivoluzione francese, fatte dai tradizionalisti francesi – quali De Maistre e Lammennais – e quelle di Hegel e di Marx. In particolare quest’ultimo, se da una parte celebra i trionfi della borghesia che in un solo secolo di predominio ha rivoluzionato i rapporti di produzione e quindi l’intera faccia della terra più di quanto non fosse avvenuto dall’inizio della storia umana, dall’altra la condanna senza appello – facendo proprie le critiche dei tradizionalisti – per avere infranto i vincoli di una società organica a favore di una libertà che era ad esclusivo vantaggio dei propri interessi.
Ricordo di aver letto, in un’opera di Carlo Cattaneo, l’osservazione che i tradizionalisti venivano in ritardo a denunciare la rottura tra la religione e la società moderna quando già tra quest’ultima e la Chiesa era stata raggiunta la concordia e al pace.
Effettivamente se il rapporto tra la Chiesa e il mondo moderno è stato spesso turbato da intransigenze e nostalgie medievaliste, non sempre immotivate, non si può tuttavia negare che l’osservazione del Cattaneo sia pertinente: di fatto sembra che nell’insieme abbia prevalso la ricerca di un accordo e una fondamentale accettazione, da parte della Chiesa, dei risultati positivi raggiunti dalla società uscita dalla rivoluzione francese e dall’impresa napoleonica.
Ma un’ombra aleggiava sulla situazione spirituale del secolo XIX: la società liberale borghese minacciava di perdere sempre più i contatti con la sua matrice cristiana e, avventurandosi in direzioni avveniristiche inquietanti, offriva il fianco da una parte alle critiche dell’integralismo cattolico, e dall’altra all’accusa di ipocrita compromesso cristiano-borghese da parte di movimenti rivoluzionari o irrazionalisti.
Non stupisce, dunque, che l’integralismo cattolico cercasse un’alleanza antiborghese prima con il fascismo, poi, quando questa si era rivelata illusoria, con il comunismo.
E’ curioso osservare, infatti, che i movimenti della sinistra cristiana del secondo dopoguerra inizialmente non avevano il carattere neomodernista che avrebbero dovuto necessariamente assumere in un secondo momento, ma erano invece legati all’integralismo intransigente.
Il passaggio dall’una all’altra posizione appare chiaramente nel più rigoroso rappresentante della sinistra cattolica, Franco Rodano, i cui giudizi storici influenzarono per decenni una parte notevole dei cattolici impegnati in politica – e ne avrebbero influenzati molti di più se, a partire dagli ultimi anni sessanta, non si fosse opposta alla sua influenza l’opera chiarificatrice di Augusto Del Noce, alla quale moltissimi allora giovani cattolici devono di essere stati richiamati a una più equilibrata visione storica, e con essa ad una rinnovata adesione all’ortodossia cattolica e al moderatismo politico. Si può anzi affermare che il confronto tra le due opposte interpretazioni della storia contemporanea, di Rodano e di Del Noce, è ancora oggi alla base, se pure per lo più senza che se ne abbia coscienza, della divisione tra cattolici neo-modernisti e cattolici ortodossi e, parallelamente, tra cattolici di “sinistra” – o piuttosto tra una certa sinistra cattolica – e cattolici moderati. Aggiungo che ad ambedue i gruppi si oppongono i tradizionalisti estremisti, di cui ora non intendo occuparmi.
Secondo, dunque, la visione storica di Rodano, la borghesia liberale, legata con una sorta di “compromesso” a un cristianesimo deviante, al fine di mantenere la propria egemonia, minacciata dall’ascesa del proletariato, avrebbe suscitato i movimenti fascisti, i quali avrebbero opposto all’avanzamento inarrestabile della storia l’imposizione violenta di ideali immutabili, che di fatto non erano se non coperture dei privilegi economici e politici della borghesia. La lotta antifascista, perciò, è inscindibile dalla lotta contro l’alleanza tra Chiesa e borghesia conservatrice, e non solo e non tanto contro l’alleanza tattica, quanto piuttosto contro l’alleanza ideale, cioè contro una teologia che giustifichi i falsi miti della morale borghese.
Quel è questa teologia? E’ quella che Del Noce chiama “platonico-cristiana”, secondo la quale esistono valori spirituali e morali immutabili, ai quali tanto gli individui quanto la società devono adeguarsi. Alle premesse filosofiche di questa teologia Rodano oppone la “lezione” del materialismo storico – egli parla di “lezione” perché intende demitizzare il marxismo, togliendogli il suo carattere messianico e riducendolo ad una metodologia di interpretazione storica – secondo il quale i presunti valori ideali non sono che coperture di interessi di classe.
Dunque la radice infetta da cui è derivata la deviazione del cristianesimo è proprio il platonismo, e lo “spiritualismo” ad esso strettamente legato, dal quale a suo giudizio deriva la pretesa che una classe – prima quella signorile e poi quella borghese – sia destinata agli “ozi” della contemplazione, mentre l’altra, per renderle questo possibile, è destinata al lavoro servile. Questa radice va eliminata escludendo ogni “eresia” spiritualista e rendendo la società integralmente laica e guidata da un’attività rigorosamente secolarizzata, in uno spirito di stretta giustizia sociale. La dimensione religiosa non deve dunque interferire nella sfera politico-economica, ma deve limitarsi a un “di più” soprannaturale, gratuitamente elargito da Dio nell’ambito strettamente personale.
Così, partito da un “integralismo” antiborghese e antimodernista, Rodano conclude invece in una nuova sorta di modernismo che, se pretende, contro quello tradizionale e contro le sue reviviscenze, di escludere dall’attività secolare e politica dirette infiltrazioni di sentimenti religiosi e messianici, condanna in massa pressoché tutta la teologia bimillenaria della Chiesa, consegnando l’intero ordine mondano a una prospettiva interamente laicizzata.

II

A dir poco molto dubbia appare la pretesa di Rodano di conciliare il carattere soprannaturale di un cristianesimo purificato da qualsiasi compromesso con la mondanità con la limitazione a prassi sociale di un comunismo a sua volta purificato dal suo carattere di religione rovesciata.
Ma, come si è visto, alla radice di questa sorprendente teologia, e delle scelte politiche ad essa conseguenti, vi è un giudizio storico sull’età contemporanea, e in particolare sul fascismo come tattica della classe cristiano-borghesia adottata al fine di salvaguardare i propri privilegi e la loro copertura apparentemente ideale-sentimentale, ma di fatto ideologica. E’ chiaro, infatti, che, se effettivamente i caratteri platonico-contemplativi della teologia tradizionale non sono altro che un’indebita teologizzazione di storici interessi di classe e hanno il solo effetto di affrancare una classe privilegiata dal lavoro e dall’impegno sociale, essi debbono essere eliminati come fonte di “alienazione”, tanto più che il tentativo di salvaguardarli ha portato alle violenze e alle violazioni del fascismo.
Sennonché le testimonianze coeve di Dawson e di Einzig sopra riportate costituiscono una conferma eccezionalmente autorevole delle recenti interpretazioni “revisioniste”, la quale sfata alla radice come ideologica e mitica l’interpretazione della sinistra rivoluzionaria e dei cattolici di sinistra. Da quanto afferma il Dawson, appare infatti che il fascismo nasce non a favore, ma contro la morale cristiano-borghese, allo stesso titolo del socialismo rivoluzionario, di cui costituisce una variante originale.
D’altra parte lo stesso Dawson sottolinea l’inconciliabilità della dottrina cattolica non solo con il moderno libertinismo, ma anche con qualsiasi forma di totalitarismo statale – che dunque non potrebbe essere invocato a difesa della morale cristiana – e cita in proposito il seguente testo di Leone XIII:
«E’ manifesto che l’eterna legge di Dio è la sola misura e regola della libertà umana, non solo in ogni individuo, ma anche nella comunità (…) Quindi la vera libertà della società umana non consiste nel fare ognuno ciò che gli piace, perché ciò finirebbe semplicemente nel turbamento e nella confusione e porterebbe al sovvertimento dello stato, ma piuttosto nel fatto che, attraverso le ingiunzioni della legge civile, tutti possano più facilmente conformarsi alle prescrizioni della legge eterna. Allo stesso modo la libertà di quanti sono costituiti in autorità non consiste nel potere di dare ordini irragionevoli e capricciosi ai propri soggetti, ciò che sarebbe ugualmente criminale e condurrebbe alla rovina della vita sociale, ma la forza obbligante delle leggi umane consiste nel dover essere riguardate come applicazioni della legge eterna e come incapaci di sanzionare alcuna cosa che non sia contenuta nella legge eterna, come nel principio di ogni legge».
Quali dunque possano essere state le illusioni, almeno iniziali, di una parte del mondo cattolico, ben presto doveva apparire inevitabilmente l’inconciliabilità tra lo “stato etico” fascista e la morale cattolica, inconciliabilità che è segno inequivocabile della diversità delle motivazioni, e quindi dell’origine.
Vi è però un punto che non è stato approfondito da Del Noce e che sembra invece necessario mettere bene in luce al fine di rendere ancora più manifesto l’equivoco dell’interpretazione storica propria dell’antifascismo eversivo.
Si parla troppo spesso e con troppa retorica di “compromesso cristiano-borghese”, quasi che il concetto di “borghesia” avesse un univoco riferimento a un deplorevole fenomeno storico di ipocrisia e di sfruttamento dell’uomo e della natura. Ma poche riflessioni possono mostrare quanto questo concetto sia mitico, ambiguo e in larga misura infondato.
Lo storico protestante Kenneth Scott Latourette affermava, nella prima metà del XX secolo, che, per quanto concerne il cristianesimo, l’ultimo secolo e mezzo ha assistito alla sua più vasta espansione e al suo maggiore influsso sull’umanità.
Questa affermazione può apparire paradossale soltanto ad uno sguardo miope. Se infatti consideriamo, oltre l’aspetto geografico, che potrebbe indicare un’espansione esclusivamente di superficie, le innumerevoli conquiste morali, nei più diversi ambiti, conseguite dalla moderna società nel periodo considerato, difficilmente si può mettere in dubbio l’affermazione del Latourette.
Tanto per ricordare soltanto alcuni aspetti fondamentali dell’influsso, diretto o indiretto, della morale cristiana nella storia contemporanea, possiamo richiamare la forza dirompente di un romanzo come “La capanna dello zio Tom”, e quindi la guerra civile americana e l’abolizione della schiavitù; la riforma carceraria promossa in Inghilterra dalla quacquera Elisabeth Fry e in Italia dalla marchesa Giulia di Barolo – e notiamo che, anticipando di un secolo e mezzo il recente ecumenismo, le due erano in corrispondenza tra loro – la fondazione dell’infermieristica moderna, ad opera di Florence Nightingale, e poco dopo della Croce Rossa; il diffondersi di riforme per un trattamento più umano del mondo animale, promosso tra gli altri da Anna Sewell; la precoce nascita di un sentimento religioso di difesa della natura contro un’industrializzazione sconsiderata, ad opera soprattutto di John Ruskin; l’esaltazione e la divulgazione a tutti i livelli del sentimento morale e cristiano attraverso una splendida e abbondantissima letteratura, specialmente, ma non soltanto, in lingua inglese, come anche attraverso un’altrettanto splendida e abbondantissima produzione musicale strumentale – specialmente in Germania – e vocale – specialmente in Italia; nuove forme eroiche di santità, tanto in campo sociale, con relative grandiose realizzazioni, quanto in campo spirituale, nel mondo cattolico come in quello protestante.
A questi fatti macroscopici bisognerebbe aggiungere riforme legislative, affinamento del costume, diffusione a livello planetario di ideali umanitari etc.
Che, parallelamente a questi fatti, vi fossero evidenti tragiche realtà di segno opposto, quali le inumane condizioni di lavoro nella moderna industria, le brutalità delle conquiste coloniali, la diffusione di massa del materialismo e del libertinismo, non può in alcun modo sminuire il peso di fatti così profondamente e indelebilmente incisi nella storia e nella coscienza del mondo civile, né perciò può giustificare il pregiudizio, così diffuso, su una borghesia essenzialmente e universalmente parassitaria, sfruttatrice e ipocrita.
Al contrario, l’alleanza tra borghesia e cristianesimo appare tutt’altro che insincera e frutto di compromesso, come analogamente appaiono del tutto infondate le accuse di sterilità sul piano storico e operativo delle “condanne morali”, dei “sentimenti ampollosi”, della vita spirituale e della considerazione contemplativa del divino ordine del mondo, rivolte ai relativi tratti caratteristici del cristianesimo borghese. Infatti l’ordine divino iscritto nella creazione non coincide affatto con un ordinamento storicamente determinato, ma, al contrario, ne costituisce il metro di giudizio, cosicché la vita spirituale e contemplativa, quando è autentica, lungi dall’essere “alienante”, è la vera sorgente di ogni azione storica costruttiva e benefica.
Sennonché i pregiudizi sul carattere ideologico della legge eterna e sull’origine borghese dell’autoritarismo fascista, hanno pesato e pesano enormemente sulla teologia contemporanea, e conseguentemente sul comportamento politico dei cattolici.
Ancora nelle recenti elezioni politiche è stata determinante la spaccatura tra cattolici moderati e progressisti, e ciò dovrebbe indurre anche gli esterni a riflettere sul fatto che, se è vero, come diceva nell’epigrafe il grande teologo rinascimentale Melchor Cano, che gli errori di storiografia causano gravi errori teologici, è altrettanto vera la reciproca, che cioè gli errori teologici causano gravi errori storici e politici, dai cui effetti nessuno è immune.
Queste riflessioni dovrebbero indurre il liberalismo ad un esame di coscienza.
Non si può onestamente negare che, al tempo delle sue origini ottocentesche, esso fosse animato da una incrollabile fede nei principi morali ereditati dal cristianesimo, e ciò anche negli esponenti ormai lontani dalla fede religiosa. La permanenza, nel mondo laico liberale, degli ideali morali del cristianesimo aveva favorito quella sorta di riconciliazione della Chiesa con la società moderna di cui abbiamo trovato testimonianza in Cattaneo. Ma sappiamo bene che questa riconciliazione, e la parallela diffusione di un cattolicesimo liberale, era insidiata da un integralismo che troppo facilmente poteva trovare le sue giustificazioni nel progressivo offuscamento della coscienza morale cristiana nella società laica moderna.
Se ancora nel 1942 Benedetto Croce poteva intitolare un suo famoso saggio “Perché non possiamo non dirci cristiani”, è innegabile che da allora il sentimento morale tradizionale nel liberalismo è stato ampiamente corroso dal cedimento alle suggestioni del materialismo storico – e, possiamo dirlo, dai pregiudizi sul carattere ideologico della legge eterna e sull’origine storica del fascismo di cui abbiamo ampiamente discusso.
Riprendendo un tema già affrontato un anno fa su questa stessa testata, in un articolo (https://massimolapponi.wordpress.com/liberalismo-e-cattolicesimo-in-augusto-del-noce-e-christopher-dawson/)
a cui gentilmente replicò l’amico Livio Ghersi [articolo non più disponibile], credo sia quanto mai opportuno invitare il mondo laico liberale ad interrogarsi se la sua attuale tendenza, così massicciamente prevalente, a voltare le spalle sia all’idealismo religioso crociano, sia a un problematicismo aperto alla dimensione religiosa per abbracciare un laicismo rigorosamente positivista e materialista non porti con sé, come conseguenze inevitabili, la confusione tra liberalismo, radicalismo e storicismo assoluto, di origine marxista, e, come reazione del mondo cattolico, da una parte il rifiorire di posizioni integraliste – a cui infatti già da tempo assistiamo – e dall’altra il progressivo indebolimento del moderatismo cattolico, logorato dal prevalere di un sempre più svigorito “cattocomunismo”.
Il fatto che esponenti di rilievo del liberalismo affermino con tanta disinvoltura che non esistono fini, ma soltanto mezzi, o che, mentre i dati scientifici sono obiettivi, gli ideali morali sono rigorosamente soggettivi, o che non si vede perché la parte più nobile della filosofia dovrebbe essere la metafisica, induce a pensare che realmente siamo su una cattiva strada.

di D. Massimo Lapponi

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