Un appello filiale a Mons. Zuppi

L’ispirato commento dell’arcivescovo di Bologna, Mons. Matteo Maria Zuppi, sulla mensa dei poveri nella basilica bolognese di San Petronio, organizzata in occasione della recente visita del papa nella città felsinea, è molto bello e merita una riflessione.
Come sottolinea Mons. Zuppi, l’iniziativa si inquadra nel «sogno ad occhi aperti» di rendere la città non «una piazza anonima di tante solitudini ma un luogo largo, accogliente, di incontro, non di scontro, di crescita e di amore per il valore che è ogni uomo, di parole e cultura, non di strilli o “urla dirette allo stomaco”». Per questo i poveri «cui il Papa ha donato uno ad uno il pane di un gesto di riguardo e di attenzione (…) smettevano (…) di essere un numero e diventavano, nei loro grandi sorrisi, una persona».
Questa osservazione richiama il senso dato esplicitamente dal quarto Vengelo al racconto della moltiplicazione dei pani: il pane donato non si arresta ad un puro dono materiale, ma intende risvegliare in ogni uomo la sua più alta dignità. A quanti volevano farlo re soltanto perché erano stati saziati, Gesù risponde:
«In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà» (Gv 6, 26-27).
E questo cibo misterioso promesso dal Figlio dell’uomo non è soltanto l’eucarestia, ma ciò che l’eucarestia significa e causa nella vita dell’uomo: di non essere, appunto, più un numero anonimo, ma una persona, oggetto «di riguardo e di attenzione» da parte del Padre celeste.
Sono certo che la maggior parte – e spero tutti – di quanti sono stati oggetto della carità del papa, dell’arcivescovo e dei loro collaboratori sono tornati a casa interiormente trasformati e arricchiti e che ciò li ha portati ad affrontare la vita, con tutte le sue difficoltà, in modo nuovo. Non ci sarà stato qualcuno che si è riconciliato con la moglie o con il conoscente con cui aveva rotto ogni rapporto? O chi ha rinunciato al poco che aveva a favore di qualcuno più bisognoso di lui?
Sappiamo che molto spesso i disagi materiali sono causati dalla cattiva condotta, dall’ignoranza o dalle disposizioni d’animo negative delle persone. Non è vero, ad esempio, che una delle più diffuese cause di povertà sono le separazioni e i divorzi? E quante di queste tragedie si potrebbero evitare se gli animi fossero arricchiti e irradiati dal nutrimento di Cristo, che ci illumina e ci trasforma? Possiamo, perciò, dubitare che tanti tra i poveri nutriti dalla carità del papa, oltre al cibo materiale di un giorno, hanno trovato anche la forza nuova di trasformare la propia vita e di renderla fruttuosa per sé e per gli altri?
Ciò mi ricorda le critiche che facevano tanti anni fa i miei amici socialisti alla Chiesa: con la sua elemosina la Chiesa non fa che tamponare i sintomi dei mali, ma, al contrario del socialismo, non ne sana le cause, e così facendo contribuisce soltanto a perpetuare le situazioni di disagio e di povertà.
Scoprii più tardi che questa critica non era nuova e che già nel Settecento un’illustre personalità della Chiesa, il Cardinale Gerdil – che tra l’altro aveva studiato a Bologna ed era stato discepolo del celebre Cardinale Lambertini, il futuro Benedetto XIV – aveva ad essa risposto esaurientemente. Nel Settecento! Infatti nei miei studi ho scoperto che la dottrina sociale della Chiesa non è sorta d’incanto dall’encilcica “Rerum Novarum” di Leone XIII nel 1891, come contraccolpo tardivo delle moderne lotte sociali, ma già si stava formando nei secoli dell’età medievale e moderna, e una sua voce autorevole era stata proprio quella del Cardinale Giacinto Sigismondo Gerdil (1718-1802). Egli, dunque, rispondeva alle critiche contro l’elemosina cristiana che, fin dai tempi apostolici, essa non consisteva essenzialmente in una pura assistenza – anche se questo aspetto ovviamente non mancava – ma provvedeva ad entrare nelle situazioni delle persone bisognose per risolvere i loro problemi personali e familiari e per animarle e sostenerle affinché potessero riscattarsi e reinserirsi nella vita sociale con le proprie forze e la propria dignità.
Contro, dunque, un certo socialismo verticista, la Chiesa ha sempre fatto appello alle forze spirituali delle persone, perché collaborassero, con un cambiamento profondo di vita, al proprio e all’altrui riscatto.
Nello stesso tempo, contro la tentazione denunciata con eloquenza da Mons. Zuppi «di essere vecchi e nuovi profeti di sventura che giudicano in astratto, che vedono i problemi dove non ci sono, i nemici e non il nemico e lo facciamo sempre convinti di noi stessi tanto da credere di non avere obblighi verso la comunione», di essere, insomma, come il fratello maggiore del figliol prodigo, la parabola evangelica ci invita ad «affrontare le inevitabili difficoltà, i cambiamenti delle nostre strutture non ritirandosi ma uscendo incontro, costruendo sulle macerie della crisi di tante disillusioni».
Vi sono aspetti della “perla” delle parabile evangeliche che vengono troppo spesso trascurati. La grande casa del padre di famiglia, in cui tanti salariati «hanno pane in abbondanza» (Lc 15, 17), non costituisce un vero modello per le famiglie cristiane? Il lavoro nella virtù, nella sobrietà, nella giustizia e nella pace crea quel sano benessere che dal focolare domestico del padre di famiglia si diffonde su tutti gli ospiti della grande casa. E, contrariamente a quanto vorrebbe la giustizia meschina del fratello maggiore, si diffonde anche verso chi, per non aver seguito le sante vie del lavoro, della sobrietà e dell’amore filiale e fraterno, ha dissipato se stesso ed è così caduto nell’assoluta povertà. “Ben gli sta!” esclama la miope saggezza umana. Ma il Padre pensa diversamente e insegna anche a noi a pensare diversamente.
“A quest’ultimo” è il tiolo un po’ enigmatico di un’opera di John Ruskin (1819-1900), pubblicata nel 1860, che ebbe l’onore di essere stata una delle principali fonti ispirative del Mahatma Gandhi. Sono parole prese dalla parabola evangelica degli operai chiamati a lavorare nella vigna del padrone a diverse ore del giorno. Quando, alla fine, della giornata i primi protestano perché agli ultimi viene dato lo stesso compenso che a loro, il padrone risponde:
«Io voglio dare anche A QUEST’ULTIMO quanto a te» (Mt 20, 14).
È lo stesso dramma del fratello maggiore del figliol prodigo: la sua giustizia è meschina e non comprende il calore della giustizia divina che, dalla dimora del padre di famiglia, si estende di là da ogni confine, fino anche «a quest’ultimo».
La vera ricchezza, agli occhi di Dio, non si misura con il metro del guadagno finanziario e la vera giustizia non è di chi crede «di non avere obblighi verso la comunione», meno che mai verso i prodighi, che hanno dilapidato se stessi insieme ai propri averi.
Sembra che l’espressione “salvezza delle anime” sia oggi diventata fuori moda – anche se essa è perfettamente biblica! (cf 1Pt 1, 9). In ogni caso, la salvezza delle anime non è qualcosa che riguardi soltanto la vita eterna, ma significa il risveglio e la rinascita ad una vita nuova già nella vita presente.
In questo senso Ruskin si chiedeva se «tra le manifatture nazionali quella di anime di buona qualità non potrebbe, in ultima analisi, risultare una produzione redditizia di prim’ordine», e auspicava il giorno in cui «l’Inghilterra potesse rispedire tutte le sollecitudini di gelosa ricchezza alle nazioni barbariche tra cui esse ebbero origine», mentre essa, «come una madre cristiana, potesse infine acquisire le virtù e i tesori di una celebre madre pagana e essere pronta, come lei, a presentare i suoi figli esclamando: “Questi sono i miei gioielli!”».
Certamente il papa e l’arcivescovo hanno esclamato in cuor loro, di fronte agli sguardi luminosi dei poveri radunati in San Petronio: “Questi sono i miei gioielli”!
Ma non è necessario accogliere il senso della parabola evangelica nella sua pienezza? Se «San Petronio ha pensato Bologna come Gerusalemme», ciò è perché egli era come il padre di famiglia del figliol prodigo. La sua chiesa era una casa in cui regnavano pace, lavoro, ordine, sobrietà e decoro. Per questo essa poteva effondere le sue ricchezze su tutta la città.
Se il fratello maggiore errava pensando che le ricchezze della sua casa fossero riservate soltanto a chi “le meritava”, non errava, però, il padre a custodire la sua grande casa nella pace e nella virtù. E il figlio prodigo si era rovinato proprio per essersi allontanato dalla fonte di ogni santo benessere.
E qui oso rivolgermi direttamente a Mons. Zuppi.
Prima di partire per la diocesi di Bologna, sua Eccellenza ebbe la bontà di ricevermi. E quale fu l’argomento del nostro incontro? Gli parlai del nostro progetto benedettino e dell’aspirazione a diffondere gli insegnamenti della Regola di San Benedetto, prudentemente adattati, alle famiglie moderne. Non era il nostro desiderio proprio quello di rendere ogni famiglia cristiana un’immagine della casa paterna della parabola del figliol prodigo? Non si voleva riaccendere il fuoco sacro delle virtù domestiche e della cultura familiare, in un’età che le ha smarrite, non a beneficio soltanto dei “figli maggiori”, ma anche a beneficio di tanti figli prodighi che vagano senza dimora per le nostre città? Non si voleva cercare la “salvezza delle anime” – cioè sia la prevenzione dalla rovina di quanti sono nella casa del padre, sia il recupero di quanti se ne sono allontanati o non vi sono mai stati?
Ma poi cosa è successo? Sua Eccellenza è partita per la sua nuova diocesi, io sono partito per lo Sri Lanka e i contatti si sono interrotti.
Questo sarebbe, veramente, il mio «sogno ad occhi aperti»: che proprio la diocesi di Bologna si facesse promotrice in Italia della diffusione, nelle famiglie, dell’osservanza della Regola di San Benedetto, opportunamente adattata, perché il modello divino della casa paterna, con i suoi tanti salariati che hanno pane in abbondanza, i suoi canti e le sue danze per i tanti figli prodighi ritrovati e ritornati alla vita, si diffonda in ogni luogo.
Eccellenza, possiamo sperare che questo sogno possa essere «portato alla luce del sole»?

di Don Massimo Lapponi

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