Un grave attentato alla condizione della donna

 

Agli occhi di molti parlare oggi di “disordine” e “devianza sessuale” è anacronistico, perché sembra far riferimento esclusivamente a un discorso teologico-morale, che ognuno può seguire, se vuole, nella sua vita privata, ma che non ha diritto di imporre agli altri.

Tuttavia questo punto di vista, che sembra molto diffuso, si scontra con la semplice considerazione che il concetto di “disordine sessuale” non è esclusivo appannaggio della morale religiosa, ma rientra necessariamente anche nell’ambito delle scienze mediche e psicologiche.

La medicina, infatti, e le varie scienze che ad essa fanno riferimento, come la neurologia, la psichiatria e la psicologia, hanno lo scopo di salvaguardare il benessere psico-fisico dell’uomo e non sono, perciò, come spesso si dice della scienza in genere, “moralmente neutre”. Al contrario, la loro opera deve necessariamente tenere conto di ciò che appare come “benessere psico-fisico dell’uomo” al semplice buon senso dell’uomo della strada. E, a sua volta, l’uomo della strada, pur senza una preparazione scientifica professionale, deve essere in grado di apprezzare e di comprendere gli apporti della medicina e della psicologia per una più chiara valutazione del proprio benessere.

Mettendoci, dunque, dal punto di vista dell’“uomo della strada illuminato” – se si può dire così – vorremmo ora sostenere che ciò che la tradizione morale chiama “disordine sessuale”, risulta essere anche un grave attentato al benessere psico-fisico dell’uomo, e soprattutto della donna.

È importante sottolineare il maggior coinvolgimento della donna, perché, come vedremo, specialmente nel suo caso, le ripercussioni di comportamenti inadeguati in campo sessuale saranno particolarmente gravi, anche a livello sociale.

 

*  *  *

 

Un fatto che non si può ignorare è l’attuale proliferazione della pornografia e la sua diffusione, difficilmente controllabile, anche tra l’infanzia e l’adolescenza. Che essa costituisca un importante fattore di disordine sessuale, lo dimostra il fatto che essa infuisce in modo determinante sullo sviluppo del cervello nell’età evolutiva.

«Durante determinati periodi critici dell’infanzia» si legge in un autorevole sito americano – http://www.internetsafety101.org/harmsofpornography.htm – «il cervello di un bambino si programma per il suo orientamento sessuale. Gli studi hanno dimostrato che il lobo prefrontale del cervello, che controlla il senso comune, il giudizio e le emozioni, non è maturo fino a circa i 21 anni di età. L’esposizione a norme e attitudini sane durante questo periodo critico può causare nello sviluppo del bambino un’orientamento sessuale sano. Al contrario, se c’è l’esposizione alla pornografia durante questo periodo, pensieri di devianza sessuale possono imprimersi nell’ “hard disk” e divenire una parte stabile del suo orientamento sessuale».

E il medesimo sito riporta la seguente osservazione del pediatra e psichiatra dell’infanzia e dell’adolescenza W. Dean Belnap:

«La traccia impressa nel cervello diviene a volte così forte che l’individuo non può mai raggiungere soddisfazione attraverso l’autodonazione – sempre vuole ricevere. Ed essa non è mai soddisfacente, come forse lo è stata un tempo nel corso dello sviluppo, perché richiede uno stimolo sempre maggiore per stare al passo con i suoi desideri sessuali».

È questo un esempio di “devianza sessuale” confermato da studi scientifici. Ad esso se ne potrebbero aggiungere altri. Importa ora osservare che, se questa o analoghe situazioni riguardano ambedue i sessi, vi sono forti argomenti per sostenere che esse coinvolgono in modo particolare e più tragicamente determinante specialmente la donna.

Il maggior coinvolgimento della donna in tutto ciò che riguarda la sfera sessuale, e perciò anche nei suoi disordini, deriva dall’ovvia circostanza che nel suo organismo psico-fisico l’apparato generativo ha una presenza molto più invasiva che in quello dell’uomo, dato il particolare onere, che esclusivamente le compete, di portare a compimento la gestazione della vita. In questa situazione è evidente che un danno al normale funzionamento degli organi della generazione, se avrà ripercussioni negative nell’organismo psico-fisico dell’uomo, assai maggiori ne avrà in quello della donna.

Per comprendere meglio questo punto, vorrei riportare quanto mi disse un professore molti anni fa. Già Aristotele, al suo tempo – egli diceva – non si sa in che modo, dati i mezzi limitati di allora, osservava che l’organismo della donna, quando si attivava sessualmente, si predispone a ricevere la fecondazione da parte dell’uomo, non in modo passivo, ma operando una sorta di movimento di risucchio, quasi una funzione di attrazione del seme maschile nell’utero. Ora, aggiungeva lo Stagirita – e la sua osservazione è cofermata dalla scienza moderna – se il seme di fatto non arrivava a destinazione, il movimento di risucchio continua ininterrottamente per delle ore.

A questa osservazione bisogna aggiungere che, secondo le conoscenze scientifiche attuali, l’equilibrio ormonale femminile, data la complessità e delicatezza dell’apparato genitale della donna, risente notevolmente di una tensione eccessiva e prolungata che non giunga al suo naturale acquietamento.

Del resto, è un’osservazione di buon senso – ma non per questo meno “scientifica” – che ogni organismo viene danneggiato qualora se ne faccia un uso improprio. Così mangiare in modo eccessivo o cibi non adatti finisce per deteriorare gli organi della digestione. In modo analogo si può legittimamente pensare che un uso eccessivo e non conforme a natura degli organi generativi finisca per creare tensioni innaturali e conseguenti danni al normale svolgersi delle funzioni generative e sessuali, specialmente – anche se non soltanto – della donna, e a quanto in dette funzioni è implicato, come le funzioni endocrine e nervose e tutta la vita psichica.

Il fatto che l’abitudine alla masturbazione nella donna causa la diminuita sensibilità, ovvero l’insensibilità, nel rapporto sessuale normale, è un sintomo di quanto un’attività sessuale eccessiva e non naturale possa incidere negativamente nella funzioni generative, specialmente femminili.

E, avendo parlato di “abitudine”, possiamo qui osservare che anche la medicina e la psicologia devono tener conto della classica dottrina morale degli “habitus”. Essi sono delle disposizioni acquisite – potremmo chiamarli, appunto, “abitudini” – che costituiscono una sorta di “seconda natura”, cioè un’inclinazione a seguire determinati comportamenti o atteggiamenti, la quale si stabilisce nell’organismo psico-fisico umano in seguito alla ripetizione costante di certe azioni o reazioni. Queste disposizioni – come abbiamo visto confermato dagli studi sullo sviluppo del cervello – si stabilizzano specialmente durante l’età evolutiva.

Ci sono “habitus” virtuosi e “habitus” viziosi, e non soltanto nella sfera morale, ma anche in quella fisica e in quella intellettuale. Così lo sportivo svilupperà gli “habitus” virtuosi della forza fisica, della velocità o di altre abilità, mentre l’uomo pigro svilupperà gli “habitus” viziosi della fiacchezza e dell’indolenza. Lo studioso diligente svilupperà l’“habitus” della scienza, mentre lo svogliato svilupperà l’“habitus” dell’ignoranza colpevole.

Applicando questi principi alla sfera sessuale, dovremo dire che, anche in questo caso, in una persona possono svilupparsi “habitus” “virtuosi” o “viziosi”, dove l’aggettivo non deve essere preso necessariamente in senso strettamente morale, ma anche in senso “medico-scientifico”, cioè indicante l’influenza positiva o negativa di determinate inclinazioni acquisite sul benessere psico-fisico dell’individuo umano. Ora non c’è dubbio che, in questo campo, la dinamica di inclinazioni “viziose” – cioè caratterizzate da tensioni eccessive, prolungate e innaturali delle funzioni sessuali – tende a stabilire uno stato negativo irreversibile nell’organismo umano – e il testo del sito americano sopra riportato lo conferma – stato che, per quanto si è detto, sarà particolarmente grave nel caso della donna. Infatti esso potrà facilmente risolversi nella sterilità, sia come inclinazione psichica, sia come effetto fisico di disordine organico. Ovvero lo stato psico-fisico deteriorato potrà influire negativamente sulla qualità psico-fisica dei nascituri.

Un caso particolare di questa maggiore vulnerabilità delle donne e delle sue conseguenze sulla prole è costituito dalla trasmissione di infezioni per via sessuale. Scrive a questo proposito Erika Bachiochi:

«Nel capitolo Damage Control (Controllo dei danni) Grossman lamenta il fatto che la maggior parte delle donne sia inconsapevole di essere esposta a un maggior rischio rispetto agli uomini di infezioni sessualmente trasmesse (IST). Il fatto che le donne siano più sensibili alle IST è dovuto a numerosi fattori. Uno, fa notare il Grossman, è un’area della cervice chiamata “zona di transizione”. In quest’area le cellule sono più vulnerabili ai batteri e i virus. Con l’età, la zona di transizione si restringe. Gli anni durante i quali molte giovani donne diventano sessualmente attive sono gli anni in cui sono più vulnerabili alle infezioni da virus in virtù della loro anatomia (…) Una pubblicazione dei National Institutes for Health (Istituti Nazionali di Sanità, NIH) (…) ricorda altre ragioni per cui “le donne sono più suscettibili degli uomini all’infezione da HIV e da altri microbi che causano IST”: innanzitutto il tratto riproduttivo di una donna fornisce più superficie ai virus o ai batteri infettivi del tratto riproduttivo maschile; inoltre il rapporto può provocare lesioni microscopiche alla vagina che fanno diminuire le difese contro l’infezione (…) I feti e i neonati possono anche subire le conseguenze delle IST nelle madri. Gli NIL riferiscono che tra il 25 % e il 50% delle donne affette da sifilide vedrà la morte del proprio feto. Tra il 25 e il 50% di queste donne daranno alla luce bambini prematuri o sottopeso. Il dossier continua affermando che “di queste nascite, tra il 40% e il 70% delle donne trasmetterà l’infezione al neonato, sottoponendolo a un rischio maggiore di disabilità permanenti, come la sordità”»[1].

Ma c’è un altro aspetto che rende ancora più gravi gli effetti negativi dei disordini sessuali nella donna assai più che nell’uomo.

Nella vita vi sono diverse stagioni, destinate, per propria natura, a diversi adempimenti. Così l’adolescenza è il periodo più opportuno per l’apprendimento delle conoscenze e delle scienze necessarie alla vita. Se detto apprendimento non avviene in quel momento, ad esso particolarmente favorevole, più tardi esso non potrà più avvenire se non in modo molto difettoso.

Anche la vita sessuale ha i suoi tempi. In particolare il tempo dell’adolescenza e della prima giovinezza è destinato a stringere quei legami affettivi che dovrebbero portare all’unione stabile tra l’uomo e la donna, alla paternità e alla maternità. Se ciò non avviene in quegli anni, dopo sarà molto più difficile, se non impossibile, realizzarlo. Ma questa “destinazione dei tempi della vita”, di fatto, è immensamente più rigorosa per la donna che per l’uomo!

Un uomo può trascorrere una giovinezza e una seconda giovinezza dissoluta, e poi a quaranta, cinquanta o anche sessant’anni – e a volte anche dopo – “mettere giudizio”, sposarsi e avere dei figli. Una donna questo non può farlo!

E non ci sono anche uomini che si sposano intorno ai venticinque anni e poi verso i cinquantacinque divorziano e si risposano con una venticinquenne e hanno ancora altri figli? Questo una donna non potrebbe realizzarlo, e se anche si risposasse a quell’età, il suo secondo matrimonio sarebbe necessariamente sterile.

Infatti dopo una certa età, a differenza dell’uomo, una donna non può più generare. Inoltre, come si è detto, i danni di una vita sessuale disordinata in una donna possono, in maniera molto più invasiva che nell’uomo, determinare una sterilità irreversibile o una predisposizione a frutti insani della generazione. Si aggiunga a questo il fatto che una donna, dopo una certa età, perde completamente, o in larga misura, la sua avvenenza – assai più di quanto l’uomo perda la sua virilità – mentre, d’altra parte, se ha acquisito “habitus” viziosi, avrà facilmente anche un carattere sgradito.

E da ciò deriva – tra l’altro – la necessaria conclusione che il divorzio, in genere, è molto più sfavorevole alla donna che all’uomo. La donna, infatti, passati i cinquant’anni o poco più, è infinitamente più svantaggiata dell’uomo riguardo alla possibilità di crearsi una nuova famiglia ed è addirittura impossibilitata a crearsi una nuova unione feconda.

Prendiamo ora in considerazione un problema recente, finora “inedito”: quello del cosiddetto “utero in affitto”. Nel caso in cui la donna che si presta a questo esercizio è sposata e suo marito è consenziente, per motivi economici – come avviene facilmente nel terzo mondo – il fatto del consenso non impedirà, però, che da quel momento i rapporti della donna con il marito e i figli necessariamente cambieranno. Il consenso alla fecondazione della consorte da parte di un estraneo non può, infatti, eliminare il fatto che vi è stata una violazione della fedeltà coniugale – a parte i danni psico-fisici che il procedimento inevitabilmente produrrà nella gestatrice in prestito. Come si prospetterà, dunque, la vita futura della donna nella sua stessa famiglia?

Facciamo, poi, il caso di una ragazza non sposata che si presti allo stesso esercizio. Che un evento tale possa passare nella sua vita senza generare traumi nel fisico e nella psiche è cosa difficilmente credibile. Ma chiediamoci poi: chi si sentirà di sposare una ragazza che si sia prestata a questa pratica e di avere figli da lei? Quale sarà, dunque, il futuro di quella donna, una volta superati i pochi anni della sua giovinezza?

Date queste premesse, appare evidente che i disordini dei costumi sessuali preparano un numero altissimo di donne che giungeranno all’età matura in uno stato psicofisico gravemente compromesso, senza marito, senza figli, senza nipoti, senza affetti stabili e senza alcuna realistica prospettiva di un miglioramento della loro condizione di solitudine e di generale disprezzo da parte della società – e non parliamo qui dell’aspetto economico. Ovviamente questa situazione avrà anche il suo “pendant” nella popolazione maschile, ma, per quello che si è detto, in misura assai meno ampia e drammatica.

È necessario, infine, aggiungere che una vasta popolazione femminile segnata dalla sterilità o, ad ogni modo, da gravi danni al proprio apparato psico-fisico generativo significherà anche un enorme problema per tutta la società, per il suo rinnovo e per la sua sopravvivenza.

Possiamo a questo punto chiederci – e fortunatamente, almeno così sembra, l’ipotesi è del tutto irreale -: se un analogo disordine delle funzioni generative dal mondo umano si estendesse al modo animale e al mondo vegetale, quale sarebbe il futuro della vita sopra la terra?

di Don Massimo Lapponi

 

 

[1] E. Bachiochi, Donne, sesso e Chiesa, Milano, 2011, pp. 103-104.