Un importante chiarimento

 

Di là dalle attuali polemiche sull’omosessualità, l’omofobia e i matrimoni gay, penso che si possa sostenere con buone ragioni che il vero problema è più a monte e che esso affonda le sue radici nell’inadeguata consapevolezza che la cultura moderna, religiosa o laica, ha del mistero dell’amore tra i sessi.

Ho parlato a ragion veduta di “mistero”, perché, in totale contrasto con l’incosciente superficialità con cui l’esperienza dell’amore viene oggi per lo più trattata e banalizzata, basta un po’ di riflessione per comprendere che siamo di fronte a qualcosa di così immenso e incomprensibile, che mai potrà essere scrutato fino in fondo dall’intelligenza umana.

Non a caso San Paolo, dopo aver ricordato le parole della Genesi: «Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne», esclama: «Questo mistero è grande!» (Ef 5, 31-32).

Ricordo che un mio conoscente, ottimo finanziere, diversi anni fa, durante un pranzo, sollecitato ad esprimere il suo parere sull’educazione sessuale dei giovani e dei bambini, disse, con aria molto autorevole, che bisogna far capire ai ragazzi che la sessualità è un fatto naturale come il mangiare. Poi è ovvio che una persona civile deve mangiare con coltello e forchetta e con educazione.

Fui tentato di dire: “Caro amico, lei è un bravo finanziere. Faccia il finanziere!” Ma sono certo che mi avrebbe guardo con commiserazione e che moltissimi oggi sarebbero perfettamente d‘accordo con lui, tanto che non starebbero neanche ad ascoltare un ragionamento un tantino più approfondito.

Del resto questo clima a dir poco superficiale non ha mancato di influenzare anche buona parte del mondo cattolico. Non voglio parlare soltanto di come il modo di esprimersi, di vestirsi, di divertirsi oggi comune sia penetrato ormai in molte realtà parrocchiali e associative cattoliche, ma anche della visione ristretta della realtà dell’amore tra i sessi che ormai universalmente impera tra i credenti, e che a mio giudizio costituisce l’ostacolo maggiore per la giusta stima e per la retta pratica della continenza e della castità da parte di giovani, coniugati e consacrati. Ciò appare confermato dal fatto che gli stessi termini “continenza” e “castità” sembrano scomparsi dal vocabolario corrente – e quando per caso essi ricorrono, non richiamano più venerabili virtù, bensì piuttosto infauste menomazioni.

Non tanto ai miei tempi, quanto a quelli dei miei genitori e dei miei nonni, la Chiesa era fieramente avversa a quello che allora veniva chiamato “naturalismo” – con il quale termine si intendeva una dottrina, o una mentalità, che escludeva ogni possibile trascendimento della natura e ogni apertura al soprannaturale. Secondo il naturalismo, infatti, l’uomo era parte integrante di una natura sovrana, al di sopra della quale non vi era alcuna dimensione superiore a cui egli potesse elevarsi.

Oggi, pur ovviamente senza che nella Chiesa si neghi il soprannaturale, la mentalità prevalente, anche tra i credenti, non è affatto ostile a un certo naturalismo. La natura va accettata, amata e rispettata. Molti non credono che essa sia stata guastata da un improbabile peccato originale, e se ci deve essere – come certamente deve esserci – un accesso a Dio, questo deve passare attraverso l’accettazione della natura così com’essa è. E se si parla di “correzione della natura”, questa correzione va intesa nel senso che a volte la natura non viene troppo incontro ai nostri legittimi calcoli e desideri. Allora certamente essa va corretta. Infatti si è passati dalla venerazione per le “leggi della natura” alla venerazione per i piaceri e i vantaggi della natura.

Quale sia il grado di dignità a cui si è giunti con una simile “filosofia”, dovrebbe essere evidente a tutti, se ancora qualcuno se lo chiedesse.

In questa prospettiva, prima ancora che l’omosessualità e i matrimoni gay salissero all’onore della cronaca, erano la sessualità come tale e i matrimoni etero a costituire un problema.

Se infatti la natura – intesa non come costruzione armonica e razionale di leggi  conoscibili dall’intelligenza umana, ma come istintualità soggettiva – è qualche cosa di assolutamente positivo, ineluttabile e non soggetto ad alcun legittimo auto- (e tanto meno etero) -controllo – che senso ha parlare di continenza giovanile, o di castità o fedeltà coniugale?

Se da parte dei credenti – spesso del resto con poca convinzione – si insisteva sul fatto  che una sessualità vera e integrale richiede un partner, e che un vero partner non può essere un anonimo, ma deve necessariamente essere una persona che esige rispetto, amore e fedeltà, non si vedeva poi come far quadrare i conti con le insuperabili esigenze della natura.

Naturalmente si portava poi l’argomento della responsabilità verso eventuali figli che potevano nascere fuori del matrimonio, a cui era negata la dovuta garanzia di una famiglia stabile, o verso i figli nati nel matrimonio, i quali esigevano da parte dei genitori concordia e fedeltà. Ma la facile obiezione era già pronta: oggi l’atto coniugale non è più necessariamente legato alla procreazione; c’è solo l’imbarazzo della scelta tra le tecniche anticoncezionali, e al limite c’è sempre la possibilità del ricorso all’aborto. Così, anche nell’ambito del matrimonio, una volta scisso il rapporto necessario tra sesso e procreazione, le tensioni tra le esigenze di castità e di fedeltà e gli impellenti richiami della natura non sono poi così drammatiche!

Tutto l’apparato di responsabilità che la tradizione aveva posto e tenacemente difeso intorno all’uso della sessualità, una volta chiarito che il sesso è un valore in sé, che non ha costitutive relazioni né con la generazione e l’educazione dei figli, né con metafisici coinvolgimenti affettivi, può tranquillamente essere eliminato.

In questa situazione il matrimonio non può non cambiare completamente i suoi connotati rispetto a quello che era stato in passato. Se la verginità prima del matrimonio non ha più senso, perché poi dovrebbe averne uno la fedeltà dopo il matrimonio o la stabilità di esso? E se nel matrimonio stesso non vi sono limiti all’esercizio della sessualità, visto che da una parte non c’è più la correlazione sesso-procreazione e dall’altra non vi è nulla che giustifichi restrizioni o norme, il matrimonio non sarà altro che una convenzione giuridica, ancora in qualche misura conveniente, ma destinata ben presto a scomparire.

Data questa situazione, ci si può chiedere se non ci siano già tutte le premesse per l’accettazione dei matrimoni gay. Si obietta che questi matrimoni sono infecondi! Bene, ma abbiamo già deciso che non c’è più necessaria correlazione tra sesso e procreazione e che il sesso è un valore a sé! Che cosa andate cercando!? Si obietta ancora che i figli hanno bisogno di un padre e di una madre! Ma è ormai pacifico che gli sposi possono decidere loro, per il solo adempimento di un loro desiderio, se avere figli o no, e per averli o non averli possono ricorrere sia a fecondazioni artificiali, omologhe o eterologhe, sia a mezzi che permettano loro l’esercizio illimitato della sessualità senza conseguenze, sia all’eventuale soppressione del figlio già concepito. Non sembra probabile che tali genitori saranno più amorosi e responsabili delle coppie omosessuali verso figli avuti per loro esclusiva soddisfazione. E del resto, visto che le impellenze della natura fatalmente spingeranno la maggior parte dei genitori a separarsi per non dover vivere un’esistenza di continui litigi – così nociva per l’educazione dei figli – tutta questa grande differenza con le famiglie gay non la si vede proprio!

Sembra, dunque, che i matrimoni gay non siano che il punto di arrivo inevitabile di una situazione già immensamente degradata, e si può anche aggiungere che questo non è ancora il punto finale. Certamente si parlerà presto di poliginia, di poliandria, di altri generi di rapporti, fondati ad esempio sul sado-masochismo etc. Anzi, questi rapporti di fatto sono già esistenti e legittimati, visto che la legge consente il libero esercizio dei sexy-shops, con il loro reparto sado-maso, e delle associazioni di scambisti.

Dobbiamo dunque dire che c’è all’orizzonte la scomparsa stessa del matrimonio, come istituzione definita dai parametri tradizionali. In questo senso si potrebbe aggiungere che la richiesta del matrimonio tradizionale da parte dei gay appare, se mai, anacronistica.

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Questa situazione – che a qualcuno sembrerà esaltante, ma che personalmente piuttosto definirei desolante, se l’aggettivo non fosse troppo debole – suggerisce alcune importanti considerazioni.

Ho parlato prima dell’inadeguata consapevolezza che la cultura moderna, religiosa o laica, ha del mistero dell’amore tra i sessi. Devo ora aggiungere che questa mancanza di consapevolezza non è una cosa recente. Già cent’anni fa l’autore del libro a cui dovrò spesso fare riferimento osservava che, mentre il suo punto di vista sulla sessualità si accordava perfettamente con la grande tradizione della Chiesa, egli però non approvava il modo, troppo astratto e intellettualistico, in cui la Chiesa del suo tempo proponeva, su questo come su altri punti, il suo insegnamento.

A distanza di un secolo dobbiamo dire che molte cose sono cambiate, ma non tanto che si possa parlare di un sostanziale miglioramento. Che ci siano stati, in tempi recenti, notevoli tentativi di rendere meno teorico l’insegnamento della dottrina religiosa non c’è dubbio. Ma ci sono da osservare due cose: da una parte la società di oggi, anche quella cattolica, non è più così docile e favorevole ai costumi tradizionali: in questo senso cent’anni fa l’intellettualismo dell’insegnamento religioso era ampiamente compensato da un vastissimo consenso spontaneo, mentre oggi non è più così. Dall’altra, nella situazione attuale, c’è il rischio che la reazione antiintellettualistica, nell’ambito religioso, anziché arricchire la coscienza cristiana con la profondità di una riflessione ispirata all’esempio dei grandi Padri della Chiesa, ceda piuttosto alle suggestioni di un sensualismo decadente.

A mia conoscenza, esempio ineguagliato di una riflessione sull’amore tra i sessi che abbia saputo superare l’aridità di un dottrinarismo lontano dall’esperienza della vita e rimanere nello stesso tempo nella tradizione religiosa dei santi e dei dottori della Chiesa, rimane ancora il volume di Friedrich Wilhelm Förster Sexualethik und Sexualpädagogik, pubblicato – in seconda edizione quasi triplicata rispetto alla prima del 1907 – nel 1909.

Che quest’opera fosse scritta non tanto per i contemporanei, quanto piuttosto per i posteri, e che quindi fosse destinata ad apparire sorprendentemente attuale proprio ai nostri tempi, risulta dalle dichiarazioni esplicite dell’autore stesso. Egli infatti scrive:

«Può darsi che la storia universale ci prepari almeno per breve tempo e fino ad un certo grado questo salutare esperimento; la distruzione ed il disprezzo delle influenze religiose hanno senza dubbio ancor da raggiungere proporzioni immensamente maggiori; lo sfrenato soggettivismo d’una cosiddetta “etica autonoma” manifesterà sempre più chiaramente le sue più profonde conseguenze, dissolvendo tutte le verità degne sul serio di servir di legge all’uomo – e in connessione di ciò si vedrà diffondersi una spaventosa degenerazione: vizio e perversità non saranno più ristretti a determinate cerchie di persone, ma s’avanzeranno sfrenati calpestando le più venerande tradizioni, come un tempo Giulia, la figlia di Cesare, uscì dal suo palazzo per farsi prostituta di strada. Allora si vedrà che l’uomo si serve della sua cosiddetta ragione solo per essere più bestiale delle bestie, quando la sublime spiritualità della religione non sia lì a distogliere l’anima sua dal farsi serva dei sensi, non sia lì a destarla alla sua vera vita».

Ciò che colpisce in questo testo non è soltanto la lucida profezia sull’avvenire della civiltà, ma anche l’allusione all’insostituibile ruolo della religione, chiamata, con la sua «sublime spiritualità», a «distogliere l’anima» dell’uomo «dal farsi serva dei sensi» e a «destarla alla sua vera vita».

Poche parole, ma dense come poche di un contenuto immenso!

Consideriamo, per prima cosa, il suggestivo appello alla religione, che, sola, può distogliere l’uomo dall’illusione di inebriante felicità offerta a lui dai sensi, grazie alla capacità che essa ha di destarlo alla sua vera vita. Questa prerogativa della religione suggerisce che tra essa e la sessualità vi sia una segreta affinità: ambedue, infatti, parlano all’anima dell’uomo di pienezza di vita e di felicità. Mentre, però, i sensi hanno dalla loro la sola forze dell’illusione, la religione ha in sé la forza della verità – non però di una verità puramente astratta e dottrinale, ma di una verità che è vita, e di una vita che è verità. E come tale essa ha anche il potere di riscattare la stessa vita dei sensi, e di purificare e sublimare il sincero anelito che è in essa ad una vita più alta.

Brevi accenni, che spero di poter ulteriormente approfondire.

Ma domandiamoci, intanto: un insegnamento religioso che non sappia risvegliare quella profonda vita dell’anima a cui alludeva il Förster, in che modo potrebbe costituire un argine alla prepotente aggressione degli stimoli sensuali propria dei nostri tempi? In che modo essa potrebbe parlare efficacemente ai giovani di continenza, agli sposi di fedeltà, a sacerdoti e consacrati di perfetta castità? Sarebbe una religione separata dall’esperienza quotidiana, fatta forse di titoli accademici o di attivismo volontaristico, ma del tutto ininfluente su una dimensione così essenziale della vita umana come quella della vita amorosa e sessuale.

E l’insegnamento religioso di oggi, nelle sue forme più diffuse, è tale da risvegliare una possente vita dell’anima, e soprattutto da proporsi come vera e sublimante luce delle esigenze amorose dell’anima umana? Il solo fatto che, quando si parla della virtù della castità, per lo più ci si limiti a farla rientrare nel sottoambito della virtù morale della temperanza, dovrebbe essere sintomatico. Certamente la temperanza, come attitudine acquisita alla scelta della giusta misura nei piaceri corporei, riguarda anche l’ambito della sessualità, ma è veramente irrealistico pensare che l’enigma dell’attrattiva del sesso possa essere liquidato con un riferimento alla virtù della temperanza.

Così se ai futuri sacerdoti si insegna, o si fa capire tra le righe, che la castità abbracciata per il regno dei cieli costituisce sostanzialmente una rinuncia a ciò che vi è di più umano nell’uomo – rinuncia richiesta dalle esigenze di libera attività caritativa e sostenuta al più da una venerabile tradizione – non so quanto ciò possa poi difenderli dalle seduzioni di una propaganda che ha a sua disposizione forze letteralmente sovrumane, mai viste prima dalle generazioni passate.

Sembrerebbe dunque quanto mai opportuno rivisitare con occhi nuovi l’insegnamento del Förster, cosicché esso possa rivelare tutta la sua ricchezza e attualità. Alle sfide immense e inaudite dei nostri tempi, infatti, non si può rispondere con dottrine inadeguate, per di più proposte con timidezza e senza vera convinzione. E’ assolutamente necessario riscoprire la luce folgorante di una tradizione spirituale che la nostra sempre più squallida mediocrità sembra aver sepolto per sempre nelle vecchie biblioteche.

Facendo dunque riferimento soprattutto all’opera incomparabile del Förster, cercherò ora di proporre alcune prospettive, che mostreranno come la luce di una grande tradizione religiosa possa manifestare ad ogni generazione la sua intramontabile fecondità.

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Se le attuali tendenze culturali e sociali continueranno ad operare indisturbate nella stessa  direzione, non c’è dubbio che il volume del Förster sopra ricordato verrà presto bruciato, insieme a molti altri, nel gran rogo delle opera macchiate di “omofobia” – del resto, per ragioni almeno apparentemente diverse, questa sorte era già toccata a tutte le opere del Förster, che, in circa cinquecentomila esemplari, furono a suo tempo bruciate dai nazisti. Infatti uno dei difetti dell’opera – ascrivibile più al tempo in cui fu scritta che all’autore – è il linguaggio non tanto rispettoso che egli usa nelle poche righe del suo volume consacrate all’omosessualità. Questo vuol dire anche che sarebbe un grosso rischio riproporne oggi la lettura.

Fortunatamente – per così dire – il rischio per ora non c’è, dato che attualmente il testo non è disponibile in italiano. Dovrò seguire perciò un’altra strada, e ciò mi permetterà di sviluppare, in modo un po’ personale, quanto già detto dall’illustre autore.

Al cuore del problema che stiamo trattando vi è un concetto basilare: la dimensione sessuale della vita amorosa non trova in se stessa il suo vero fondamento. In essa è presente, infatti un insondabile mistero, che non può non rimandare ad una realtà ulteriore rispetto a quella sensibile. Pretendere di imprigionare tutta l’esperienza amorosa-sessuale nella sola dimensione carnale, significa tarparle le ali, soffocarla, e infine ucciderla.

In questa prospettiva, sottolineare che il sesso, per sua natura, è legato alla procreazione è senz’altro giusto, ma non è sufficiente. Indubbiamente, il legame costitutivo della sfera sessuale con la generazione della vita è un fortissimo indizio di quella misteriosa realtà “ulteriore”, di cui stiamo parlando, che dà al sesso il suo vero senso. Ma, a sua volta, la generazione della vita rimanda ad un’ulteriore dimensione misteriosa della realtà, e perciò non può da sola svelare tutta la ricchezza di prospettive in cui è coinvolto l’aspetto sensibile della sessualità. Infatti, gli avversari della tradizione hanno apparentemente buon gioco quando rilevano che non tutti gli atti sessuali generano la vita e che non tutte le coppie eterosessuali sono feconde.

Il loro argomento, tuttavia, si regge soltanto sulla riduzione dei concetti di paternità e maternità a realtà puramente fisiche. La cosa cambia completamente aspetto dal momento in cui prendiamo coscienza che paternità e maternità, e quindi necessariamente anche sponsalità e filialità, non sono categorie unicamente o propriamente fisiche, ma hanno un senso e un valore essenzialmente metafisico, ovvero – per usare una parola un po’ inconsueta, ma espressiva – archetipico.

Che i concetti “padre”, “madre”, “sposo”, “sposa”. “figlio”, “figlia” coinvolgano spontaneamente sentimenti e intuizioni che vanno ben al di là di convenzioni giuridiche o di accadimenti fisiologici, è un dato così universalmente diffuso che per negarne l’obiettiva validità e consistenza bisognerebbe cancellare non solo tutta la tradizione religiosa, ma anche l’universo immenso della poesia, della musica, della raffigurazione artistica, del costume, del linguaggio e del sentimento che esso esprime e continuamente ricrea. Sarebbe come voler prosciugare l’oceano, ed è proprio questa la pretesa del radicalismo, oggi tanto diffuso e apparentemente vincente. E’ in atto, infatti, un tentativo, dalle dimensioni colossali, di ridurre i rapporti parentali a fatti esclusivamente fisiologici, che possono perciò essere regolati da norme giuridiche puramente convenzionali e, come tali, soggette a tutti gli accomodamenti possibili alle dinamiche parlamentari e legislative della moderna società.

Questa strategia risulta particolarmente efficace a livello ideologico e politico, assai meno a livello propriamente culturale e di costume – pure se, ovviamente, vi è la volontà di raggiungere indirettamente anche questi più profondi livelli.

Ma, per quanto si vogliano escogitare sempre più ingegnosi espedienti, non sarà mai possibile prosciugare l’oceano, e rimarrà sempre nella coscienza dei più l’intuizione di una realtà meta-sensibile che sola dà e può dare alla sessualità il suo vero senso.

In questa prospettiva l’amore sessuale non è chiuso in se stesso, ma è come l’espressione sensibile e simbolica di una realtà superiore.

Quando Gesù dice nel Vangelo: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli? (…) Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12, 48. 50), tutti capiscono benissimo che la vera realtà della maternità e della fraternità non dipende dalla carne, ma da legami e sentimenti di ordine superiore ai quali sono ordinati e dai quali ricevono il loro vero senso anche i rapporti e gli accadimenti fisiologici e carnali.

Se dunque ammettiamo che il vero senso dell’amore sponsale e di tutti i rapporti affettivi che da esso derivano non è essenzialmente nella carne e nella dimensione puramente sensibile della vita umana, bensì in una misteriosa, ma reale, dimensione ontologica superiore, a cui l’esperienza sessuale è ordinate, dobbiamo necessariamente concludere che l’amore come tale ha una sua vita propria, che può sussistere anche indipendentemente dall’esperienza del sesso. Quest’ultimo ovviamente conserva il suo ruolo fondamentale nella vita del mondo, dato che l’uomo per sua natura è spirito incarnato. Ma la sfera sensibile e sessuale ha, in questa complessa realtà, per usare il linguaggio aristotelico, il ruolo di “potenza” rispetto all’“atto” dell’amore e della vita.

Una conseguenza fondamentale di questo principio è che, se, da una parte la fedeltà degli sposi trova la sua consistenza in una dimensione dell’amore che non dipende, in se stessa, dalla sessualità, dall’altra le scelte di vita celibatarie, motivate dalla consacrazione religiosa o dalla dedizione a particolari missioni di umanità, non solo non escludono dall’esperienza dell’amore, ma al contrario costituiscono la più sicura salvaguardia della sua integrità contro la tentazione, che sempre lo accompagna e lo insidia, di degradarsi nella pura sfera sessuale.

Per quanto – come ho accennato – sia rischioso oggi citare l’opera del Förster, non posso non rimandare qui a una delle sue pagine più luminose, che riporto qui di seguito:

«Tutti i punti di vista precedentemente motivati trovano una particolare applicazione in relazione all’accusa, sempre ripetuta contro il celibato ecclesiastico, che esso sarebbe propriamente un tradimento verso la specie e una forma di ascesi antiquata e sterile. Per prima cosa sembra che si dimentichi totalmente che lo stato di celibato ci sarà sempre per ragioni naturali e che è della massima importanza, nell’interesse della gioia e dell’energia della vita degli individui non sposati, che la loro condizione non sia valutata come una sfortunata necessità e una forma fallita di esistenza, ma piuttosto come uno stato consacrato, pieno di prerogative e benedizioni del tutto particolari. Ma proprio questo si ottiene grazie al celibato liberamente scelto e consacrato a Dio, con tutta la gloria della sua eroica rinuncia. Da ciò deriva alla condizione dei celibi in generale una nuova dignità e un nuovo senso. Invece tutti gli argomenti contro il celibato religioso consacrato in definitiva conducono sempre al risultato a cui già proprio la natura stessa provvede più che a sufficienza con i suoi istinti, cioè ad elevare il matrimonio a vero e proprio senso della vita e a fare dei non sposati uomini di seconda categoria. Ciò si può dissimulare con belle parole – ma la conseguenza di tutto quel modo di vedere resta. Né si dovrebbe mai dimenticare che la stessa vita familiare degenera se non si fa servire a finalità superiori – ma il celibato è un mezzo di fondamentale importanza per rappresentare l’autonomia delle finalità superiori della vita di fronte alla prepotenza degli istinti e delle premure di famiglia e per impedire che il matrimonio venga degradato da sacramento a gretto filisteismo.

«Del resto vale anche per questa questione l’argomento da noi difeso a favore della presenza dell’indirizzo di vita ascetico accanto alle professioni e agli stato secolari. Il voto di castità volontaria, ben lungi dall’avvilire il matrimonio, è anzi una protezione della santità del vincolo matrimoniale, in quanto incarna la libertà spirituale dell’uomo nei confronti degli istinti della natura e perciò rappresenta anche una coscienza ammonitrice contro tutti i capricci e le usurpazioni del mondo delle passioni. Il celibato è una protezione del matrimonio anche nel senso che la sua esistenza preserva i coniugi, nei loro stessi rapporti vicendevoli, dal sentirsi schiavi di una semplice e cieca costrizione naturale e li educa ad affrontare la natura, anche nel matrimonio, sempre da persone libere e da padroni. Quanti deridono il celibato come cosa innaturale e impossibile, veramente non sanno quello che fanno – essi cioè non vedono che l’opinione sulla quale fondano i loro discorsi ha per necessaria conseguenza di condurre semplicemente alla prostituzione e alla dissoluzione della monogamia. Se, infatti, è così imperiosa la costrizione della natura, come si può allora esigere l’astinenza prima del matrimonio? Come si può dunque pretendere ancora in generale una vita casta dai non sposati? E, infine, non si pensa affatto quanti matrimoni per uno dei due coniugi equivalgono a un celibato di mesi, di anni o di tutta la vita, perché il marito o la moglie è colpito da malattia? Già per questa ragione la monogamia coerente sta o cade in ragione della stima in cui è tenuto il celibato. Non è affatto un caso che Lutero dalla sua lotta di principio contro il celibato sia stato portato in modo del tutto coerente anche ad ammettere il divorzio per i casi in cui non si possa conseguire lo scopo fisiologico del matrimonio. Egli dice ad esempio:

«“Se una donna vigorosa ha un marito impotente, così deve parlargli: ‘Vedi, caro marito, tu puoi non esserne colpevole, e tuttavia mi hai defraudato della mia giovane vita, e inoltre hai messo in pericolo il mio onore e la mia felicità: tra noi due non c’è matrimonio davanti a Dio. Permetti che mi unisca in segreto matrimonio con tuo fratello o con il tuo più intimo amico e tu di marito abbia il nome, affinché i tuoi beni non passino in eredità a gente estranea, e lasciati a tua volta volentieri defraudare, come tu per mio amore mi hai defraudata’”».

Il più profondo potere della tradizione cristiana in questo campo impedì sul momento che questa presa di posizione personale e semplicemente coerente del riformatore avesse ulteriore influenza; ma oggi il concetto molto naturalistico che Lutero ebbe di queste cose rivive, e conduce anche i moderni autori alle stesse conseguenze: da parte di Forel, Ellen Key ed altri si combatte l’assoluta monogamia ancora con le stesse ragioni che si sono fatte valere contro il celibato: e da ciò si può riconoscere solo troppo chiaramente fino a che punto il celibato non sia propriamente soltanto un’istituzione gerarchica, come si è creduto, ma anche un’istituzione a salvaguardia della vita familiare, un’eroica offensiva contro l’arroganza del puro istinto naturale, che tanto più pretende quante più concessioni gli si fanno, e la cui dittatura può essere infranta soltanto per mezzo di grandi rinunce».

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Anni fa qualcuno, volendo approfondire le intuizioni del Förster, delegò questo compito a un immaginario giovane che, alla fine degli anni settanta del Novecento, avrebbe redatto una tesi di laurea in psicologia studiando i testi manoscritti di un immaginario Dottor Bonich, scienziato e filosofo zio di sua madre, scomparso qualche decennio prima.

Mi sembra opportuno qui riportare un estratto di questa immaginaria tesi di laurea, con le citazioni tratte dai manoscritti dell’immaginario Dottor Bonich, per poi concludere con alcune osservazioni personali.

«Possiamo ben dire» esordisce il Bonich «esservi rapporti sessuali perfetti ed imperfetti. Questi ultimi non ammettono altra finalità che non sia l’emozione organica stessa e  s’irrigidiscono nell’astrazione espressa dal detto: il sesso è sesso, così come si suol dire: gli affari sono affari”, ovvero: “la guerra è guerra”, né l’effetto ultimo sarebbe men distruttivo per la civiltà umana. Al contrario, l’atto sessuale perfetto non nasce né si risolve in sé stesso, ma presuppone amore, fedeltà, stima, ammirazione, ed a sua volta instaura rapporti di profonda socialità tra l’uomo e la donna. La filosofia esprimerebbe ciò con la dottrina della potenza e dell’atto: l’atto precede idealmente la potenza, e la potenza esiste in funzione dell’atto. Nel nostro caso l’attività sessuale perfetta sarebbe la potenza, laddove le emozioni superorganiche di socializzazione sarebbero l’atto. E detta socializzazione verrebbe a fondere in una sorta di unità l’interiore mondo psichico dell’uomo e della donna, nella fiducia, nella donazione, nella certezza scambievole di fedeltà perpetua ed assoluta, nell’unione in un solo destino, nel riposo, nella pace, nell’appagamento, nella speranza, nella gioiosa attesa della desiderata prole».

La socializzazione che si instaura così tra l’uomo e la donna ha dunque valore di atto rispetto alla potenza, rappresentata dall’unione sessuale. E questo atto assume poi una sua propria vita e manifesta una inesauribile fecondità.

I primi effetti di questa fecondità riguardano, naturalmente, le persone stesse dell’uomo e della donna. Attraverso l’unione perfetta, ciascuno scopre il valore preziosissimo della propria individualità, posta al centro dell’attenzione amorosa di un essere umano complementare, che a sua volta scopre sé stesso nell’amore dell’altro. Ma questa socializzazione non si arresta né può arrestarsi alla persona dei coniugi. Essa per prima cosa si riversa sui figli, e, attraverso i figli – ma non solo – si apre ad amplissime dimensioni sociali.

«Appare missione precipua dell’amore sponsale e di quelli che ne derivano» scrive il Bonich «di ridonare al mondo, rattristato dall’esperienza del male, della delusione, della solitudine, la gioia sempre rinascente di amare e di esser amati».

Questa «gioia sempre rinascente» non interessa soltanto la vita personale di singoli  individui, ma costituisce un fattore importantissimo di civiltà. La società, infatti, non può essere indifferente riguardo allo stato psicologico dei suoi membri, ed è per essa di importanza vitale, potremmo dire biologica, che essi godano di una buona salute psichica e cerebrale. Ora, niente fortifica le emozioni superorganiche più delle gioiose esperienze dell’amore sponsale, paterno, materno, filiale, fraterno e di quelle che indirettamente ne derivano, quali l’amicizia, l’ammirazione, il cameratismo, il discepolato, la pietà, la benevolenza, la fiducia, la stima. Tutti questi sentimenti, ed altri ancora, infatti, si radicano nell’esperienza infantile di essere, per così dire, immersi in un fluido di amorosa protezione – rivelazione di un amore personale e provvidente – attraversato dai mille colori dei contenuti psichici, emotivi e culturali frutto dell’interiorità mutualmente condivisa dei genitori, i quali a loro volta ereditano le ricchezze di cultura e di sentimento ricevute dalle loro famiglie di origine.

Dall’estensione a macchia d’olio di questi sentimenti si crea in tutta la società come una luce diffusa di socializzazione, a cui ogni famiglia sana aggiunge un contributo di incalcolabile valore.

«Quale rovina per una civiltà» scrive il Bonich «se si diffondesse il costume di relazioni sessuali imperfette, se di conseguenza l’esperienza dell’amor coniugale perfetto divenisse eccezione, ed eccezione divenisse perciò l’esperienza dei figli di esser protetti dall’amor provvidente e immutabile di genitori per sempre uniti, il cui sorriso rallegri immancabilmente ogni loro giornata, come con ritmo costante ogni giorno si leva il sole sull’orizzonte ! Su quali individui potrebbe allora contare la società? Essi sarebbero privi delle più forti emozioni superorganiche, e tanto più facilmente diverrebber preda delle organiche, e sarebbero perciò tristi, isolati, egoisti, inappagati, sofferenti di squilibrio cerebrale e nervoso, sempre pronti a sfogare la propria insoddisfazione con gli eccessi del sesso e dell’alcool».

Con intuito profetico, il Bonich vede con terrore profilarsi all’orizzonte in un futuro non lontano la situazione sociale da lui evocata in queste righe. Ora, egli afferma, se si deve definire patologica la sessualità imperfetta, la diffusione di essa a livello di costume creerebbe una sorta di patologia sociale.

Torneremo in seguito su questo argomento, che nel manoscritto D viene soltanto accennato. Per il momento seguiremo il Bonich nella sua descrizione di una società sana e di come si possano configurare in essa i rapporti tra emozioni organiche e superoprganiche.

La qualità dell’atto coniugale e delle emozioni che lo accompagnano e lo seguono – egli afferma – non è sempre uguale. Essa muta a seconda della qualità del mondo interiore degli sposi. Vi sono perciò in queste emozioni un’infinità di gradazioni psichiche, e quanto più detto mondo interiore è ricco di pensieri e di sentimenti umani e sociali, tanto più felicemente umana risulterà la socializzazione degli sposi tra loro e con la prole. 

Una disposizione psichica particolarmente felice nei coniugi è per il Bonich il sentimento  religioso. Esso, infatti, schiude all’esperienza di comunione tra gli sposi, anche nel suo aspetto sensibile, e poi tra tutti i membri della famiglia, dimensioni e risonanze profondamente suggestive, che ben rispondono all’ansia di infinito e di eternità che ogni amore porta con sé.

Genitori che abbiano nel loro mondo interiore il sentimento vivo dell’amore soprannaturale, proprio della religione, sapranno istintivamente elevarsi dalla felicità umana della comunione sponsale e familiare all’intuizione della felicità sovrumana e della comunione senza fine del mondo sopraterreno. Da questa intuizione, come è abbondantemente confermato dall’esperienza, la profondità e la stabilità delle emozioni superorganiche viene immensamente rafforzata.

Ma se l’amore coniugale e familiare guadagna qualitativamente dalla religione, a sua volta quest’ultima attinge molte delle sue più caratteristiche ispirazioni proprio dall’esperienza coniugale e familiare, in un rapporto di reciproco arricchimento. Benché, infatti, l’amore soprannaturale abbia una sua essenziale autonomia, secondo l’ordine della conoscenza, a noi esso si rivela attraverso l’esperienza dell’amore umano.

L’espressione “Padre nostro”- osserva il Bonich – fondamentale nella religione, trae tutto il suo valore dall’esperienza dell’amore paterno, attraverso il quale il figlio ha l’intuizione di un amore personale e provvidente che sempre lo accompagna. Così sono anche frequenti, nel linguaggio biblico, le metafore sponsali, e non mancano quelle ispirate all’amore materno, tutte caratterizzate da un  forte valore simbolico-emotivo.

Dunque anche quanti rinunciano al matrimonio per consacrarsi interamente a Dio, non sono di fatto estranei alla comunione sponsale, giacché hanno conosciuto l’amore soprannaturale proprio attraverso l’esperienza dell’amore familiare.

A loro volta, poi, le esperienze e le emozioni della vita consacrata per mille vie rifluiscono ad arricchire, a purificare, a sublimare l’amore umano degli sposi. 

«I genitori di Teresa di Lisieux» scrive il Bonich «certamente impressero nei loro rapporti il carattere di un’elevata esperienza spirituale, e la santa ne ereditò, con tutte le sue sorelle, l’afflato d’alta socializzazione. Dall’ambiente familiare e dagli affetti che vi regnavano appresero esse, con l’amore umano, il mistero dell’amor divino, né ebber bisogno di proprie vicende coniugali per arricchire senza misura ciò che avean ivi ricevuto. Ma quanti coniugi hanno poi attinto dall’esperienza spirituale di Teresa un’elevazione dei propri sentimenti !».

Dunque tra le emozioni propriamente sessuali, le disposizioni psichiche superorganiche dei coniugi e l’amore soprannaturale delle anime consacrate esiste un rapporto di reciproca influenza. Il Bonich, per illustrare questa segreta ma realissima connessione, introduce una suggestiva immagine:   

«Perché l’acqua possa sgorgare fresca e pura dalle sorgenti, essa dovrà prima ammantare gli alti gioghi dei monti sotto forma di candida neve. Nella bella stagione le nevi si sciolgono per alimentare le fonti delle valli. Ma sulle cime alpine vi è pure la neve perenne, e anch’essa, con la sua frescura, che assorbe il calore del sole, condiziona il ciclo delle nevi stagionali. Lassù, sui gioghi più alti, l’acqua, trasfigurata, sembra mutar per sempre la propria natura e, cessando d’esser nutrimento del corpo, divien nutrimento dello spirito. 

«Così, fuor di metafora, perché le funzioni sessuali organiche possano essere pure e benefiche, esse devono discendere da sentimenti superorganici di amore, di stima, di civile cultura. Ma, al di sopra dei sentimenti preposti alle nozze, ve ne sono altri più puri ed elevati: quelli delle anime consacrate, che non aspirano a nozze terrene, ma che con la loro presenza illuminano di luce celeste e salvaguardano da ogni degrado i sentimenti superorganici di quanti abbracciano la vita sponsale. E come, se gli uomini, in un eccesso di follia, volessero fondere tutte le nevi, stagionali e perenni, dell’Alpi, un’alluvione apocalittica di acque fangose tutto trarrebbe alla rovina, così, se venissero meno i mutui sensi di civile rispetto ed amore che preparano la benefica unione tra l’uomo e la donna e la consacrazione delle anime sante che questi sensi proteggono e rischiarano di luce superna, le funzioni sessuali organiche diverrebbero come acque turbinose ed impure, atte solo a travolgere, nel loro furore, ogni umano e civile consorzio e ogni  vera e durevole giocondità della vita». 

Chi volesse leggere il romanzo “Di generazione in generazione”, di cui la tesi di laurea da cui è presa la precedente citazione costituisce l’appendice, può scaricarlo tramite il seguente link:

https://massimolapponi.wordpress.com/ebook-di-generazione-in-generazione-di-d-massimo-lapponi/ 

*          *          *

Dalla suggestiva immagine delle nevi perenni, ispirata al Bonich da alcune pagine del Förster, possiamo trarre alcune importanti conclusioni.

Se l’acqua da bere dà sostentamento alla vita fisica, l’acqua trasfigurata in neve perenne, non più nutrimento del corpo, nutre però l’anima. La sua visione, cioè, dà un senso alla vita e allo stesso bere che l’alimenta. Qual è infatti il senso della vita se non la ricerca di una felicità di cui le cose più sovranamente belle ci indicano la strada? Se c’è un senso in cui la celebre frase di Dostoievski: «La bellezza salverà il mondo» è vera, è proprio questo.

Uscendo fuor di metafora – come diceva il Bonich – possiamo dunque osservare che l’amore verginale proprio del celibato volontario – che, come si è accennato, non è riservato alla vita sacerdotale e religiosa – non solo non è un amore di seconda categoria, ma al contrario è amore in senso eminente, non più nutrimento del corpo, ma dello spirito, non più funzione organica, ma vero senso di ogni funzione organica. Come la neve dà sapore e freschezza all’acqua, e inoltre ci apre l’animo a comprendere il senso profondo del nostro stesso bere, così l’amore superorganico e l’amore verginale danno sapore e genuinità all’amore sessuale e aprono il cuore a comprenderne il vero e profondo senso.

Nella luce di questa prospettiva si apre una strada a meglio comprendere e valutare le tendenze omosessuali.

Se il sesso fosse chiuso in se stesso e soltanto nella carne trovasse il suo proprio senso e valore, allora per l’omosessualità non ci sarebbe se non la scelta tra il considerare la natura come normativa, e perciò se stessa come aberrazione contro natura, ovvero l’escludere dalla natura ogni norma, e perciò accettare se stessa e il proprio esercizio fisico come perfettamente legittimi – ma nello stesso tempo, lungi dal rallegrarsi per l’ottenuto riconoscimento di un proprio matrimonio equiparato al matrimonio etero, prepararsi a veder tramontare lo stesso istituto tradizionale del matrimonio e a veder accettate come legittime tutte le altre possibili forme di attività sessuale.

Ma se invece il vero senso e valore dell’amore sessuale si situa ad un livello ontologico superiore e da esso trae tutta la sua forza e bellezza, allora la tendenza omosessuale non è come schiacciata in un’insuperabile dimensione fisica. Essa può invece elevarsi verso il regno delle nevi perenni, e da lì, non essendo più necessariamente legata ad una funzione fisica e ad essere «nutrimento del corpo», può ben diventare «nutrimento dello spirito»!

Artisti come Ciaikovski e Oscar Wilde hanno dimostrato come la sensibilità omosessuale possa divenire tramite di intuizioni profonde sul destino spirituale dell’uomo. Ma – si dirà – né l’uno né l’altro hanno saputo rinunciare all’esercizio fisico dell’omosessualità. Certamente. Ma neanche un Bellini o un Wagner hanno saputo rinunciare a un esercizio fisico disordinato della loro sessualità etero. Ciò però non ha impedito loro di intuire e di esprimere potentemente il vero senso dell’amore, anche e soprattutto dell’amore più santo ed elevato.

Un testo letterario-musicale apparentemente così poco cristiano come la Morte di Isotta,  costituisce una delle più eloquenti affermazioni del carattere essenzialmente superorganico dell’amore, e proprio la potenza di tali manifestazioni del genio umano può risvegliare, sia negli etero sia negli omosessuali, la nostalgia per un rinnovato senso spirituale del proprio sentimento e del proprio destino.

D. Massimo Lapponi

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